L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 novembre 2019

L'acciaio è un asset strategico, deve essere nazionalizzato anche se dobbiamo produrlo in perdita

Ilva, ecco come l’Europa viene stritolata anche sull’acciaio. L’analisi di Salerno Aletta

18 novembre 2019


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sul caso Ilva-Arcelor Mittal

La questione dell’Ilva di Taranto è l’occasione buona per costringere i tanti predicatori dell’europeismo “senza se e senza ma” a tirare finalmente la testa dal secchio: per metterli di fronte alla realtà, per dimostrare come stanno tradendo tutti, ma proprio tutti, i principi che portarono alla creazione della Comunità Europea, iniziando con quella del carbone e dell’acciaio che risale al 1951. Di quei valori e di quegli strumenti non c’è più traccia.

Anche nel settore della siderurgia, altro che telecomunicazioni di quinta generazione ed intelligenza artificiale, l’Europa viene stritolata: se da una parte ci sono le pretese americane e dall’altra c’è lo strapotere produttivo cinese, l’Unione chiude gli occhi e lascia che i più deboli soccombano. Uno dopo l’altro, nel disinteresse più completo. Gli Stati, d’altra parte, non hanno più poteri: sono stati trasferiti a Bruxelles. I governi annaspano, mentre monta il livore.

La vicenda dell’Ilva di Taranto è di cruciale importanza per l’Italia: se per un verso la sua straordinaria complessità deriva dal porsi all’intersezione di molteplici e contrastanti dinamiche internazionali, per l’altro ci obbliga ad affrontare il tema dell’insicurezza giuridica, che penalizza chiunque abbia interessi in Italia, tra il volteggiare delle normative che si susseguono senza sosta in ogni settore e la sistematica sostituzione della Magistratura ai mancati controlli ed alle omesse determinazioni della Pubblica amministrazione.

In primo luogo, però, si deve chiarire qual è il contesto concorrenziale dell’acciaio, in un assetto caratterizzato da ben quattro fattori critici: una contrazione generalizzata della domanda a fronte di un eccesso di capacità produttiva, laddove la Cina da sola ne ha installata per la metà del mondo intero; un restringimento del mercato di sbocco negli Usa, visto che l’Amministrazione Trump ha imposto, a tutela della sicurezza nazionale, un dazio generalizzato del 10% sulle importazioni, elevandolo nei confronti della Turchia per via della svalutazione della lira e minacciando di portare la tariffa al 50% dopo l’ingresso delle truppe di Ankara in Siria; una differenziazione enorme dei fattori di costo negli stabilimenti dei diversi Paesi, per via delle molteplici cautele imposte alla produzione per la tutela ambientale, la salvaguardia della salute umana e la sicurezza dei lavoratori; le fusioni industriali tra operatori europei ed indiani, come Arcelor/ Mittal e TyssenKrupp/TataSteel, che non militano a favore di una decisa azione della Unione europea nella trattazione del dumping ambientale. E’ una sorta di colonizzazione a parti invertite.

Siamo di fronte ad una situazione di insostenibile disparità di costi rispetto a cui i Protocolli di Kyoto e le roboanti promesse di un New Green Deal non pongono alcun rimedio concreto. Nella operatività quotidiana degli operatori multinazionali, in un contesto di eccesso di offerta, ad essere sacrificati sono gli investimenti di rinnovo degli impianti e quelli volti all’adeguamento a fini di tutela ambientale e del lavoro. Tutto ciò che è arrivato a fine ciclo va dismesso.

Abbattere i salari, anche azzerandoli, non basta. Si ferma la produzione di acciaio a Rothbury ed a Indiana Harbour negli Usa; non riprenderà più a Florange, in Francia, dove era già ferma dal 2012. A Trieste si spegne la ferriera, e così pure a Cracovia in Polonia ed a Baia Saldanha in Sudafrica. Cronache si questi giorni.

Si misura qui, ed è il punto di crisi ulteriore, la assoluta inconsistenza della politica monetaria cosiddetta espansiva, in particolare quella della Bce che ha imposto tassi negativi sui depositi bancari ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria, che sarebbe stata volta ad indurre la erogazione di credito piuttosto che trattenere inoperosamente la liquidità e quella dei rifinanziamenti (L-tro) a tre anni. In un periodo così breve si rimborsano a malapena i finanziamenti erogati per comprare uno smartphone.

Tutto, nell’Unione Europa, ha ormai tradito l’eredità della CECA. Tutto è stato fatto all’insegna del liberismo puro e duro: anche le quote sulle importazioni di prodotti siderurgici da taluni Paesi terzi, che pure sono state introdotte da poco più di un anno, non riescono affatto a colmare i baratri tra i costi di produzione. La stessa Carbon Tax sui prodotti siderurgici, che pure è stata ipotizzata per penalizzare le produzioni dei Paesi che non adottano livelli restrittivi in tema di inquinamento, è appena una nuvola che appare e scompare sui cieli di Bruxelles.

I prezzi internazionali dell’acciaio, come quelli di tanti altri prodotti, non tengono conto del differenziale dei maggiori costi di produzione nei Paesi che meglio cercano di tutelare maggiormente l’ambiente e la salute umana.

(Estratto di un articolo pubblicato su Milano Finanza)

Nessun commento:

Posta un commento