L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 13 novembre 2019

L'economia non sta bene - la crescita degli Stati Uniti è basata dai debiti dei privati che vivono sopra le proprie possibilità

«L’indebitamento mondiale ha raggiunto livelli d’allarme»

L’INTERVISTA 

Secondo Maurizio Novelli, portfolio manager della Lemanik di Lugano, si sta ricreando la situazione che ha portato alla crisi dei subprime

© CdT/Zocchetti

Di Roberto Giannetti13 novembre 2019 , 06:00

I listini sono ai massimi, ma l’economia sta dando segnali di rallentamento. Inoltre c’è un altro problema all’orizzone, l’alto indebitamento. Un tema che nell’ultima crisi era stato centrale, e che potrebbe riproporsi fra breve. Ne abbiamo parlato con Maurizio Novelli, porfolio manager della Lemanik Global Strategy Fund di Lugano.

Come sta evolvendo il livello di indebitamento negli Stati Uniti e in Europa?
«Occorre distinguere tra debito pubblico (sostenuto dalle banche centrali) e debito privato (sostenuto solo dal reddito). 
Gli Stati Uniti hanno spinto decisamente sull’indebitamento privato per sostenere la crescita (+ 65% rispetto al 2007) dei consumi interni, che ora sono oltre il 75% del PIL. 
Il debito non è di per sé un elemento negativo se viene fatto per fare investimenti produttivi. 
Diventa invece fonte di futuri problemi per l’economia se ci si indebita per consumare beni che non ci si può permettere con il solo reddito che si percepisce lavorando. In questo caso è ovvio che una crescita dell’economia basata su questo modello non è sostenibile e oggi abbiamo raggiunto un probabile picco del ciclo di indebitamento in America. 
L’Europa da questo punto di vista non ha seguito il modello USA. L’economia è cresciuta certamente meno di quella americana ma oggi è in una posizione migliore per reggere una eventuale recessione».

Secondo Maurizio Novelli la politica monetaria è sempre meno efficace. © CdT/Putzu

A suo avviso il livello di debiti raggiunto rappresenta un pericolo per la crescita economica e la stabilità finanziaria?
«Oltre al livello del debito di un sistema è importante quantificare la percentuale di credito speculativo che circola sui mercati finanziari e quindi nei portafogli delle istituzioni e dei privati investitori. Sono stati i subprime che hanno innescato la crisi del 2008, sono stati i bond High Yield del settore tecnologico che hanno innescato quella del 2001. In tutti e due i casi la percentuale di credito speculativo concentrata sul settore leader dell’economia del momento (tecnologia e real estate) aveva raggiunto circa il 25% del totale. 
Oggi il credito speculativo nel segmento del credito al consumo, prestiti auto e carte di credito negli Stati Uniti è al 30% e la crescita americana dipende solo dai consumi interni».

Lei afferma che un livello di indebitamento così ingente limita molto l’efficacia della politica espansiva delle banche centrali. Come mai?
«Se le banche centrali avviano una politica espansiva quando il sistema economico e finanziario avvia una fase di deleverage (riduzione del debito), la politica monetaria non sarà efficace perché, anche se i tassi scendono, il sistema desidera comunque ridurre l’indebitamento e quindi l’economia rallenta o si contrae inevitabilmente. Se le Banche Centrali riducono i tassi d’interesse al picco di indebitamento del sistema (come ora), questo non necessariamente indurrà il sistema a fare nuovo debito, al limite cercherà di mantenere quello che ha. Le aziende non espandono gli investimenti perché hanno già troppo debito e i consumatori non possono fare ulteriore debito perché ne hanno già troppo. Il risultato è che l’economia rallenta inesorabilmente anche se i tassi scendono».

Si dice spesso che i mercati beneficiano di una sorta di “put”, ossia di assicurazione contro i crolli, fornita dalle banche centrali. Lei condivide questa opinione?
«Se veramente ci fosse questa ‘fantomatica’ put non avremmo mai avuto nessuna crisi finanziaria da almeno trent’anni».

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