L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 novembre 2019

L'economia non sta bene - "prestiti a leva”, concessi ad aziende ad alto rischio che hanno in media un debito superiore quattro volte rispetto alle entrate

Il mondo rischia una nuova crisi finanziaria, esattamente 90 anni dopo il crollo di Wall Street del 1929
 
Sbagliando non si impara
 
di Andrea Fioravanti
13 novembre 2019

La guerra dei dazi e il rallentamento della crescita mondiale sembrano segnali di una recessione che potrebbe creare un nuovo shock. L’economista Emiliano Brancaccio: «C’è nuova bolla finanziaria legata all’aumento spropositato dei prezzi delle azioni sganciati dai dividendi»

Sono passati esattamente novant'anni dalla Crisi del '29 e undici dal fallimento della Lehman Brothers, ma non abbiamo ancora imparato la lezione. Il mondo rischia di vivere una nuova crisi economica e potrebbe non avere gli strumenti giusti per affrontarla. La guerra dei dazi, il rallentamento della crescita del Pil Usa, la crisi del debito cinese, la mini recessione in Germania e l’inflazione galoppante in Venezuela e Argentina sono campanelli d’allarme da non sottovalutare. Il mondo soffre e ha paura di una nuova recessione. A dirlo non è un apocalittico ma un super integrato come l’ex capo della Banca d’Inghilterra, Marvyn King durante il meeting internazionale a Washington del Fondo monetario internazionale, lo scorso 20 ottobre. «L'economia mondiale è rimasta bloccata in una trappola a bassa crescita e la ripresa dalla crisi del 2008-09 è stata più debole di quella dopo la Grande Depressione. Dopo la Grande Inflazione, la Grande Stabilità e la Grande Recessione, siamo entrati nell'era della Grande Stagnazione.

Anche il 26 ottobre a Sky, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha avvertito: «Siamo a crescita zero da un bel po’ di tempo e penso che andremo sotto zero o non certo meglio. Metterei in conto anche una crisi come quella che è iniziata nel 2008. Non essendo state corrette le cause è molto probabile che torni peggio di prima».

In effetti nell’ultimo World Economic Outlook pubblicato a ottobre dal Fondo Monetario Internazionale ci sono alcuni segnali da tenere d’occhio. A rischio non sono tanto le banche che stanno a poco a poco rinforzando le loro difese dopo la grande recessione del 2008, quanto le istituzioni finanziarie non bancarie. Per capirci, 
i fondi pensione e gli hedge funds hanno tassi di vulnerabilità più elevati rispetto a quelli che si registravano alla vigilia del crollo della Lehman Brothers
«In undici anni i rischi per il sistema finanziario non si sono complessivamente ridotti, ma solo spostati», spiega Emiliano Brancaccio, professore di politica economica all'Università del Sannio. L’indebitamento generale delle imprese negli Stati Uniti è alto, ma secondo un report del della Banca dei regolamenti internazionali il vero problema è quello dei leverage loans. Ovvero dei  
“prestiti a leva”, concessi ad aziende ad alto rischio che hanno in media un debito superiore quattro volte rispetto alle entrate. 
A oggi ammontano a quasi 1400 miliardi e rischiano di ripetere il fenomeno che ha innescato la crisi economica del 2008: i mutui subprime concessi a persone che non potevano restituirli.

Non è l’unico problema. Se guardiamo agli Stati Uniti e all’Europa c’è il rischio di una nuova bolla finanziaria legata a un aumento spropositato dei prezzi delle azioni rispetto ai dividendi dati agli azionisti. «Basta guardare all'indice di sopravvalutazione del mercato azionario, lo Shiller ratio che calcola il rapporto tra l'andamento dei prezzi azionari e una media dei dividendi che quelle azioni hanno dato negli ultimi dieci anni. Questo rapporto è in realtà è molto alto rispetto alle medie storiche. E quando raddoppia c’è da preoccuparsi», spiega Brancaccio. «Per esempio negli Stati Uniti si aggira intorno ai 33 punti. Mentre invece la media storica è di 16 punti. Anche Germania si registra un Shiller ratio fuori dalla media: il rapporto tra prezzi dividendi intorno ai 20 punti, mentre di solito la media storica è molto più bassa, intorno ai 10». Tradotto: i prezzi continuano a salire e si sganciano fuori da ogni logica rispetto ai dividendi effettivi delle azioni che rimangono più o meno sempre allo stesso livello. Bisognerà capire per quanto tempo il sistema finanziario potrà reggere questa sproporzione. Ma perché i prezzi continuano a salire? La risposta è sempre la stessa quando si parla di bolle: il guadagno frutto della speculazione finanziaria. Lo speculatore si fa prestare del denaro, compra azioni a prezzi correnti. Aspetta che queste azioni salgano di prezzo nell'arco di un certo tempo per poi rivenderle e ottenere un guadagno dopo aver restituito il denaro al prestatore.

A luglio, una delle candidate alle primarie dei democratici Elizabeth Warren ha proposto un piano per regolare le grandi banche di Wall Street. L'idea concreta è monitorare e ridurre i leverage loans. «La fondazione economica del nostro Paese è fragile. Un solo shock potrebbe far crollare tutto», ha detto Warren. Ridurre i leverage loans potrebbe essere una misura riduttiva. Serve qualcosa in più. «Non basta usare un pannicello caldo nella speranza che piccoli interventi di regolazione riescano a stabilizzare il mercato in futuro. Bisogna prendere atto di una evidenza scientifica ormai consolidata: Viviamo in un regime di accumulazione capitalistica trainato dal mercato finanziario. È inefficiente e destabilizzante per l’economia reale», chiarisce Brancaccio. Ma non si può eliminare dalla sera alla mattina il mercato finanziario. «Si può però ridimensionarlo ripristinando le forme di repressione della finanza: controlli sui movimenti di capitale, vincoli amministrativi ai prestiti bancari e un po’ di intervento pubblico nei processi generali di gestione della finanza e del credito. L’unico modo di disinnescare la bomba dei mercati finanziari».

Un altro problema da non sottovalutare è quello delle banche. Basta guardare l'andamento dei cosidetti non performing loans, ovvero dei prestiti che le banche hanno erogato e sanno con relativa certezza che non riavranno indietro. «Questi crediti deteriorati sono l'eredità degli anni allegri pre 2009 dove si erogavano prestiti anche a soggetti potenzialmente insolventi. Com'è accaduto con i mutui sub prime. Purtroppo non sono mai stati smaltiti del tutto. Restano ancora nei bilanci delle banche», spiega Brancaccio. «Negli ultimi anni c'è stata una moderata ripresa internazionale e i crediti deteriorati sono stati tenuti sotto controllo e stabilizzati. Ma non appena ripartirà una recessione i non performing loans riprenderanno a salire, perché se i molti debitori non saranno in grado di rimborsare il prestito». E questo metterà nuovamente in difficoltà le banche tradizionali.
 

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