L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 17 novembre 2019

Lo smartphone ci impedisce il pensiero profondo e senza di questo siamo anime morte

La cultura italiana a lezione da Marx e da Engels

di Eros Barone
12 novembre 2019

La ‘crisi di fine secolo’ e lo stato di assedio politico, che in Italia caratterizzarono il periodo intercorrente fra le cannonate di Bava Beccaris (Milano, 6-7-8-9 maggio 1898) e le revolverate di Bresci (Monza, 29 luglio 1900), non impedirono una fioritura di studi e di ricerche intorno alla teoria di Marx. In quel drammatico tornante fra i due secoli il marxismo conquistò una posizione di prestigio nella cultura italiana e divenne il centro di un ampio dibattito intellettuale che vide impegnate le menti più acute del tempo.

Nel volgere di pochi mesi videro la luce uno dopo l’altro i saggi di Benedetto Croce su Materialismo storico ed economia marxistica, la monografia di Giovanni Gentile sulla Filosofia di Marx, le considerazioni Pel materialismo storico di Corrado Barbagallo e La teoria del valore di Carlo Marx di Arturo Labriola: quattro giovani intellettuali emergenti che esordivano sulla scena della cultura facendo i conti con il pensiero marx-engelsiano.

Sempre nello stesso periodo esplodeva la polemica sul revisionismo tra Francesco Saverio Merlino e Leonida Bissolati, il giovane Enrico Leone pubblicava sulla «Rivista critica del socialismo» un lavoro sul Metodo nel «Capitale» di Karl Marx e uscivano La produzione capitalistica di Antonio Graziadei e Il terzo volume del «Capitale» di Vincenzo Giuffrida.

Una domanda sorge spontanea: come può essere spiegato il fatto che il marxismo, appena conosciuto venti anni prima, avesse raggiunto, in un’epoca in cui le idee circolavano ancora piuttosto lentamente, una simile influenza e un simile successo?

Contrariamente a ciò che si sarebbe portati a pensare, il merito dell’introduzione del marxismo in Italia spetta, innanzitutto, agli anarchici, che dissentivano da Marx su tante questioni – sulla dittatura del proletariato, sulla concezione del partito, sulla necessità di partecipare alle elezioni politiche –, ma riconoscevano in lui il maggior maestro e fondatore del socialismo moderno. Dal marxismo gli anarchici avevano mutuato la visione materialistica della storia, l’analisi della società borghese e delle sue contraddizioni, il metodo della lotta di classe e il fine del comunismo e, su questa base, si opponevano tanto alle riforme istituzionali dei repubblicani quanto alle riforme politiche dei radicali e degli stessi socialisti riformisti. A questo proposito, vanno ricordati almeno tre esponenti anarchici: Emilio Covelli, il quale nel 1871 cita e discute l’opera di Marx (il primo volume del Capitale era apparso nel 1867) sulle pagine della «Rivista Partenopea» (in quella Napoli dove nella stesso periodo si era costituita la prima sezione italiana dell’Associazione internazionale dei lavoratori); Carlo Cafiero, grande e umanissima figura dell’anarchismo (era un proprietario terriero che alla causa della emancipazione sociale sacrificò tutto: terre, patrimonio, sicurezza e salute), il quale nel 1879 pubblicava l’importante Compendio del «Capitale», da lui preparato nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dove si trovava rinchiuso per la sua partecipazione ai moti della Banda del Matese; il già citato avvocato Merlino (difensore, fra l’altro, del regicida Gaetano Bresci), conoscitore diretto dell’opera di Marx e suo primo critico. Un posto particolare occupano, poi, il gruppo della «Plebe», animato da Enrico Bignami e da Osvaldo Gnocchi-Viani (futuro fondatore a Milano della prima Camera del Lavoro nel 1891), a mezza strada fra proudhonismo, malonismo (dalle posizioni idealistiche e revisionistiche dell’ex-comunardo Benoît Malon) e marxismo (per i suoi contatti con Marx e con Engels); Andrea Costa, che nel passaggio dalle posizioni anarchiche a quelle socialiste trasfuse in queste ultime non pochi elementi del marxismo, e, infine, per la sua attività appassionata e tenace di isolato artigiano del marxismo, il beneventano Pasquale Martignetti, autodidatta della lingua tedesca e traduttore di alcune importanti opere di Engels.

A partire dal 1891 la divulgazione occasionale da parte degli anarchici cede il posto ad un’attività sistematica di informazione e di approfondimento da parte della rivista «Critica Sociale» che Filippo Turati e Anna Kuliscioff cominciano a pubblicare a Milano. Laddove va ricordata la grande influenza che esercitò su Andrea Costa prima e su Turati poi questa intelligente e affascinante esule russa, la “signora del socialismo italiano”, la quale, formatasi alla scuola di Pietro Lavrov e della socialdemocrazia tedesca, padroneggiava, già alla fine degli anni ’70, la concezione marxista. In tal senso, i primi dieci anni di «Critica Sociale» costituirono il laboratorio teorico e politico del marxismo italiano. La rivista, che si avvalse dei consigli di Engels ai socialisti italiani e della collaborazione di Paul Lafargue, di Karl Kautsky e di Giorgio Plechanov, non solo gettò un ponte fra la cultura socialista italiana e quella europea fornendo una costante e puntuale informazione sulle esperienze e sui dibattiti internazionali, ma collegò anche la cultura positivista, che era stata tipica della democrazia repubblicana, al giovane pensiero marxista, trovando peraltro un critico severo e irriducibile di tale eclettismo in Antonio Labriola.

Il caustico professore universitario ha un posto centrale nella storia del marxismo in Italia. Il suo saggio In memoria del «Manifesto dei comunisti» (1895), la “Dilucidazione preliminare” al saggio Del materialismo storico (1896), le lettere a Sorel Discorrendo di socialismo e di filosofia (1897), rappresentarono le basi e segnarono l’inizio del grande dibattito accennato in apertura di questo articolo. Labriola non solo imponeva rispetto al marxismo e al socialismo nelle aule universitarie, ma con l’acume del ragionamento, con lo stile ad un tempo elevato e mosso dei suoi scritti, con la profonda comprensione del metodo e dei contenuti del marxismo, portò questa teoria al livello più alto del confronto con le correnti culturali dell’epoca. Il suo epistolario è la prova del rigore teorico e della dignità intellettuale a cui seppe innalzare il marxismo italiano, rimasto fino a quel momento un mezzo di propaganda quotidiana, ripetuto in modo catechistico, senza un’adeguata rielaborazione critica e interpretativa.

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