L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 novembre 2019

Mes - 27 novembre, 10 dicembre, 13 dicembre tic tac tic tac gli euroimbecilli di tutte le razze devono uscire allo scoperto

Che cosa succederà al Mes? Le tappe in Parlamento



Ecco i due appuntamenti clou in Parlamento sul Mes (Meccanismo europeo di stabilità). L’approfondimento di Daniele Capezzone

(estratto di un articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

E ora che succede sul Mes?

La stessa natura della materia non si presta a compromessi lessicali o a pasticci politici: il 13 dicembre, in occasione del vertice europeo, l’Italia è chiamata o a dire sì o a dire no. Tertium non datur. E – a meno che qualcuno non si sia già impegnato e incatenato con Berlino, Parigi e Bruxelles – l’Italia avrebbe tutto l’interesse quanto meno a ventilare sin da ora l’arma del veto, trattandosi di un tema su cui occorre l’unanimità.

Occorre mettere in agenda due appuntamenti istituzionali che avranno un peso. Il primo sarà il 27 novembre, quando il ministro Gualtieri si recherà davanti alle Commissioni riunite del Senato Finanze e Politiche Ue. E non sarà facile per il titolare del Mef aver a che fare – oltre che con gli altri commissari – con uno dei presidenti delle due commissioni, il leghista Alberto Bagnai, che da giugno scorso ha in ogni sede marcato una posizione limpidamente contraria alla riforma del Fondo salva stati, sia nel merito sia nel metodo, richiamando il governo (quello di allora e quello di adesso) al rispetto del preciso obbligo di preventiva informazione del Parlamento sui temi che impegnino l’Italia in sede internazionale o che configurino sostanziali cessioni di sovranità.

Il secondo appuntamento sarà in Aula il 10 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. E qui c’è un aspetto di elevatissima valenza istituzionale e politica che va sin d’ora preso in considerazione. Prima dei vertici europei, è prassi che il premier si rechi in Parlamento non solo per anticipare i temi in discussione e la posizione che terrà in sede Ue, e ovviamente per ascoltare il relativo dibattito parlamentare, con sua replica finale ai discorsi dei rappresentanti dei gruppi.

Ma attenzione, in quelle sedute accade di più, e non ci si limita soltanto a una discussione orale e non impegnativa: alla fine vengono messe ai voti delle risoluzioni, che vincolano il governo a un certo atteggiamento. La formula di quelle risoluzioni prevede infatti delle premesse (l’esposizione delle considerazioni svolte dai gruppi) seguite da una parte impegnativa (“la Camera” oppure “il Senato impegna il governo a…”), con l’elenco dei punti vincolanti per il governo, una volta approvati. Da quel momento in poi, il governo non può recarsi a Bruxelles a dire e a fare altro: sarebbe uno strappo clamoroso.

Di solito, i gruppi di opposizione presentano documenti che vengono respinti dal governo e dalla maggioranza, mentre i gruppi che compongono la coalizione di governo firmano un documento comune, che di fatto esprime – insieme – la loro posizione e quella dell’esecutivo.

La domanda è: come faranno i capigruppo di Pd e Italia Viva da una parte (pro Mes) e quelli di LeU e M5S (anti Mes) dall’altra a scrivere e a firmare il medesimo documento? Morale: o viene trovata (esercizio ai limiti dell’impossibile) una convergenza di cui ad oggi non si vede alcun segno, oppure rischia di verificarsi per i giallorossi la stessa deflagrazione che si verificò ai tempi dei gialloverdi sulla Tav.

E se qualcuno pensa di cavarsela con testi in politichese, concepiti per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, stavolta fa male i suoi calcoli. Non solo perché le opposizioni sono compatte, ma perché ormai l’attenzione dell’opinione pubblica è altissima su questo dossier. Basterà attendere qualche giorno e ne capiremo di più.

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TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START SUL MES:


PERCHE’ LA GERMANIA PREME PER IL MES. ANALISI










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