L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 29 novembre 2019

Mes - se per l'euroimbecille ministro Gualtieri il trattato è irriformabile allora diventa inaccettabile

Gualtieri difende il Mes. Ma nasconde la "trappola" per l'Italia

Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha difeso a spada tratta il Mes. Ma le sue spiegazioni sono piene di contraddizioni

Federico Giuliani - Mer, 27/11/2019 - 18:00

Nel corso dell’audizione in commissione Finanze del Senato sulla bozza di riforma del trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha provato a difendere Giuseppe Conte in merito al Fondo salva-Stati.


Eppure, il lungo elenco dei presunti vantaggi e degli improbabili benefici che il Mes porterà all’Italia non convince nessuno. Per prima cosa Gualtieri ha ribadito, come già prima di lui avevano fatto Pierre Moscovici, Bruxelles e la Deutsche Bank, che i cittadini italiani sarebbero “meno sicuri” e “meno forti” nel caso in cui “decidessimo di uscire dal Mes”. Ma il problema, in ogni caso, non si pone perché il trattato sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità verrà firmato a febbraio. Il messaggio è chiaro: possiamo discuterne, ma il testo è concordato e “se chiedete se è possibile riaprire il negoziato vi dico che secondo me no, non è possibile farlo”. In attesa della fumata bianca si possono fare solo delle limature. Tutto già deciso? Eppure secondo il leghista Claudio Borghi tutto è nelle mani dei deputati e dei senatori, che possono ancora “dare un mandato preciso di non firmare a Conte e Gualtieri. Poi spetterà a loro eseguire il mandato. Se ancora una volta non rispetteranno il mandato… vedete voi”.

Le spiegazioni di Gualtieri non convincono

Parlando del Mes in modo più specifico, Gualtieri ha respinto nel modo più categorico l’eventualità che la riforma del trattato possa introdurre un criterio di sostenibilità del debito per la concessione dei fondi. A detta del ministro, si tratterebbe soltanto di “tesi divertenti”, dal momento che tale criterio era già presente nel Meccanismo e lì è rimasto. Tant’è, perché per Gualtieri questo basterebbe per affermare che “chi dice o chi scrive che con la riforma del Mes si introduce una ristrutturazione automatica del debito dice una cosa falsa”.

Gualtieri ha proseguito dichiarando che la riforma del Mes “non cambia nulla di sostanziale”. Non è vero, perché secondo alcuni documenti circolati nei giorni scorsi pare che Roma si sia impegnata con Bruxelles a versare nel Fondo salva-Stati una somma di 125,40 miliardi di euro per rimpinguare le casse dello stesso fondo. E all’appello ne mancherebbero ancora 110. Il ministro ha poi rimarcato il fatto che il potere della Commissione non sarà spostato o alterato in nessun modo perché “chi decide sono gli Stati membri azionisti del Mes”. Sarà anche vero, ma nell’ipotetico caso in cui un Paese dovesse aver bisogno di risorse, questo sarà costretto a obbedire ai diktat provenienti da Bruxelles.

Il “falso problema della riforma”

Per uscire dall’impasse, Gualtieri ha pensato bene di usare un jolly inedito: “La riforma del Mes interviene su altre due linee di intervento più leggere, la precautionary e la enhanced rafforzata. Condizioni che non si sono mai usate, e dubito si useranno mai”. Sorge un dubbio: perché impegnarsi a fare una riforma sostanzialmente inutile? Il passaggio successivo è ancora più emblematico della confusione che aleggia nell’aria: “La riforma del Mes è un falso problema. L'impegno del governo è di negoziare i criteri e i principi di rilancio dell'Unione bancaria con un chiaro impegno alla salvaguardia e alla tutela dell'interesse europeo e dell'interesse nazionale”. Sì, ma il Mes, come confermato nei giorni scorsi da Moscovici, altro non è che uno step fondamentale per arrivare alla citata Unione bancaria.

La riforma del Mes, ad ascoltare il ministro, è qualcosa di fondamentale e non quella “terribile innovazione che definisce due categorie di paesi e mette l'Italia sotto osservazione o che attenti alla stabilità dell'Italia lo trovo comico”. Eppure a trarre i maggiori vantaggi del Mes saranno Francia e Germania, non certo Roma, che era sì presente al tavolo di discussione inerente al Fondo salva-Stati, ma non nelle vesti di commensale bensì di pietanza.

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