L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 28 novembre 2019

Renzi è uno zombi politico anche se insiste a credersi vivo, MA la politica non si fa senza soldi

OPEN RENZI 28 novembre 2019
Il populismo penale, la libertà della politica e noi

La politica si fa con i soldi: negare quelli pubblici, criminalizzare quelli privati e ignorare quelli che i deputati-marionette sono costretti a versare a un’associazione personale dotata di un progetto eversivo è un danno alla credibilità delle istituzioni (a cominciare da quelle togate)

Uno stratega politico americano diceva che «in politica ci sono due cose importanti: la prima sono i soldi e non mi ricordo quale sia la seconda». Noi invece siamo il paese che abolisce il finanziamento pubblico ai partiti e criminalizza quello privato ai nemici degli amici, vedi caso Open. E quando, in mancanza di alternative, si candida direttamente un miliardario, come nel caso di Silvio Berlusconi, si grida all’allarme democratico, la magistratura si mobilita, gli intellettuali si agitano, i cazzoni dicono che in America non l’avrebbero mai permesso, la stessa America che poi ha eletto Donald Trump, milionario e cazzone, oltre che amico dei russi.

Ricordo ancora gli indignati, in particolare L’Unità di Furio Colombo, amico di Joan Baez e di Coretta King ma a digiuno di leggi americane, che spiegavano a noi del Foglio come Mike Bloomberg non si sarebbe mai potuto candidare a sindaco in quanto magnate dei media. E quando, nonostante l’Unità, Bloomberg si è candidato e poi è stato anche eletto tre volte di fila gli stessi negazionisti si arrampicavano sugli specchi dicendoci che però una cosa è il ruolo di sindaco un’altra quello di presidente. Ora che Bloomberg si candida alla Casa Bianca, senza che nessuno imbracci il conflitto di interessi a sproposito e con l’ex direttore dell’Economist, ora a capo di Bloomberg News, che lo giudica perfettamente fit to lead America, al contrario del Cav., in giro non si vede più nessuno.

Ma torniamo a noi, all’oggi, dove il caso Open, qualsiasi cosa accerteranno le intimidatorie indagini a strascico nei confronti dei finanziatori di Matteo Renzi, dimostra che il problema non è la politica e nemmeno l’intreccio con gli affari, ma la magistratura che agisce e supplisce, che si arroga il diritto di fare le politiche industriali e di disfare i governi, contestando reati preventivi di futura bancarotta e di danni economici al paese nei confronti di un’azienda che però non è affatto fallita e poi anche reati contenitore come il traffico di influenze che per dabbenaggine anche del Pd consente di punire non solo le normali attività di lobbying ma anche le relazioni personali, ma soltanto quelle che di volta in volta le procure decidono di perseguire in nome di un’ipocrita obbligatorietà dell’azione penale che in realtà è semplicemente esercizio di un potere discrezionale.

È la stessa magistratura che se ne infischia dei legami e degli intrecci con le aziende tecnologiche cinesi, con la consegna sulla via della seta delle nostre infrastrutture in cambio di favolosi carichi di arance tarocco

Questo è populismo penale, ancora più grave di quello politico, perché può limitare la libertà dei cittadini, non è responsabile delle sue azioni e i suoi agenti non possono essere restituiti ai propri cari attraverso un voto democratico, come si fa con i Toninelli.

E mentre lo Stato non può dare soldi ai partiti, e i partiti che raccolgono soldi privati vengono criminalizzati, assistiamo alla stessa solerte magistratura impegnata a far fuori i nemici degli amici non muovere un dito nei confronti dei soldi pubblici che alcuni politici di un determinato partito sono costretti a versare, con modalità a metà tra la decima e il pizzo, a un cittadino privato che attraverso una srl milanese ha creato una piattaforma dalla quale muove i fili dei burattini che ha spedito in Parlamento e non contento si batte per poterli muovere a maggiore piacimento, con vincolo di mandato, fino al punto da abolire del tutto la democrazia rappresentativa, cioè la democrazia come la conosciamo.

È la stessa magistratura che se ne infischia dei legami e degli intrecci con le aziende tecnologiche cinesi, con la consegna sulla via della seta delle nostre infrastrutture in cambio di favolosi carichi di arance tarocco. E che non è interessata ai legami russi dei partiti nazionali che non inseguono l’interesse nazionale, perlomeno quello italiano. Niente, dei progetti politici eversivi alla luce del sole, molto open, la magistratura non si cura. Vuoi mettere con il bonifico certificato, tracciato, pubblico, di Davide Serra e del gruppo di amici di Matteo Renzi?

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