L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 novembre 2019

Roma - un dato è certo ci sono soldi per gli investimenti, pochi ma sicuri

Il miracolo dei conti della Raggi
19 Novembre 2019 di Gaetano Pedullà


Tra falsi scandali (il premier Giuseppe Conte che butta miliardi nel Fondo europeo Salvastati, ma non è stato firmato niente) e vergogne vere (l’ex ministra Elisabetta Trenta che non lascia l’alloggio di servizio) ai più è sfuggita una notizia davvero clamorosa. A Roma, paradigma nazionale dello sperpero della politica, della connivenza tra criminalità e colletti bianchi, delle tasse che salgono mentre i servizi scendono, ieri è stato approvato un progetto di bilancio con un miliardo e duecento milioni di investimenti nei prossimi tre anni.

Chi ricorda com’erano ridotte le casse pubbliche all’arrivo della sindaca Virginia Raggi può usare solo la parola miracolo. Dal 2016 a oggi la città ha sofferto, e non è stato facile incidere chirurgicamente come si è fatto sull’azienda dei trasporti Atac (in concordato), sulla gestione dei rifiuti (l’ex monopolista Cerroni messo alla porta), sullo scandalo di una pletora di costose società partecipate da far invidia all’Iri dell’epoca in cui lo Stato Pantalone gonfiava il debito pubblico. Questi sacrifici non sono finiti e nessuno in buona fede può aver immaginato che la soluzione ai problemi di Roma arrivasse in poco tempo e senza sacrifici.

Ma i primi effetti della pulizia nei bilanci si vedono e ora ci sono 310 milioni per i municipi e le manutenzioni, 500 milioni per il sociale e risorse per la crescita. Chi crede alle fantasmagoriche promesse del Papeete adesso farà spallucce. Cosa vuoi che siano i risparmi della Raggi di fronte ai miliardi garantiti per fare la Flat Tax? Nulla se non fosse che i soldi di Virginia sono veri e quelli di Matteo del Monopoli.

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