L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 novembre 2019

Siria - crimini di guerra per gli Stati Uniti è ordinaria amministrazione

 
Siria, il ratto del petrolio
© Sputnik . Mikhail Voskresenskiy
Opinioni
13:05 04.11.2019
Di Gian Micalessin

Donald Trump vuole intascarsi i proventi di quei pozzi del petrolio siriano con cui si finanziava lo Stato Islamico. E pur di non restituirli a Damasco rimanda in Siria le truppe che voleva riportare a casa. Ma è una mossa rischiosa. Per la Convenzione di Ginevra l’utilizzo di risorse razziate nei territori occupati è un crimine di guerra.

Prima se lo rubava l’Isis, ora se lo vuole mettere in tasca l’America di Donald Trump. E’ il singolare destino del petrolio e del gas siriano che la Casa Bianca intende controllare anche dopo la sconfitta dello Stato Islamico e la morte del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi. Proprio per questo Trump sta rispedendo in Siria gran parte dei mille soldati americani ritirati, con la promessa di riportarli a casa, alla vigilia all’offensiva della Turchia contro i curdi . Il tutto sotto gli occhi di una comunità internazionale pronta, se non a legittimare, ad accettare la sottrazione di una risorsa siriana. Il presidente Usa è il primo a confermare la volontà di non restituire a Damasco i giacimenti della provincia di Deir El Zour da cui proviene il 75 per cento d’una produzione di greggio che prima della guerra superava i 400mila barili al giorno.
“Ci teniamo il petrolio tenetelo bene a mente. Vogliamo tenerci il petrolio. Quarantacinque milioni al mese? Bene allora teniamo il petrolio”. Con queste parole, poco articolate nella forma, ma chiare nella sostanza Trump ha spiegato, il 28 ottobre scorso, la decisione di rimandare in Siria 900 dei mille soldati che 20 giorni prima giurava di voler riportare a casa.
“La ragione fondamentale per garantire la sicurezza di quei pozzi – ha subito aggiunto il Capo di Stato Maggiore americano generale Mark Milley – è negarne l’accesso all’Isis in maniera da prevenirne una possibile risurrezione”. Una motivazione perlomeno controversa all’indomani dell’operazione conclusasi con la morte di Al Baghadi. Quel raid dimostra infatti come persino il leader dell’Isis avesse abbandonato le provincie orientali della Siria sotto la pressione di curdi e forze speciali americane. Ma a rendere ancora più anomalo il rientro delle forze Usa è il dispiegamento di alcune unità di carri armati e mezzi blindati Bradley nella zona dei pozzi.

L’inedito dispiegamento fa intendere come l’unico obbiettivo della presenza americana non sia più prevenire il ritorno dell’Isis, ma piuttosto bloccare eventuali tentativi russo di garantire la restituzione dei pozzi al regime di Damasco. Il presidente americano fa anche capire, del resto, che i proventi della vendita sul mercato internazionale del gas e del petrolio siriano potranno venir usati non solo per compensare le spese della campagna contro l’Isis, ma anche per garantire nuovi proventi alle compagnie petrolifere americana.
“Potrebbe esserci di aiuto perché anche noi dovremmo avere la nostra parte e la cosa migliore è, probabilmente, stringere un accordo con la Exxon Mobil o qualche altra grande compagnia pronta ad andare lì…", ha spiegato Trump alla stampa americana. Ma da dove deriva l’interesse di Trump per il petrolio siriano viste le precedenti considerazioni sull’inutilità di una presenza in Medio Oriente dopo il boom di quello “shale oil” che ha portato gli Usa all’indipendenza energetica? A far cambiare idea al Presidente facendo leva sul suo interesse per profitti e guadagni sarebbero stati i vertici del Pentagono disperati per un ritiro che lasciava mano libera ai russi e al regime di Bashar Assad . “E’ stato – spiegava al Washington Post un funzionario del Pentagono – come far prendere la medicina ad un bambino sciogliendogliela nello yogurt o nel succo di mela”. Trump rischia però di non riuscire a digerirla. La presenza delle truppe Usa in Siria – già illegittima dal punto di vista del diritto internazionale perché non garantita né da una risoluzione Onu, né da un invito del governo siriano – rischia, sconfitto l’Isis, di risultare inaccettabile anche sul fronte interno.

L’invio di truppe in Siria venne giustificato da Obama utilizzando quell’ “Autorizzazione all’uso della forza militare” concessa dal Congresso dopo l’11 settembre per colpire al Qaida e tutti i suoi associati. Ma se come sostiene Trump l’Isis è stato sconfitto al 100 per cento cosa giustifica il mantenimento delle truppe? Il rischio di un corto circuito politico sul fronte interno è poca cosa, però, rispetto al rischio di un’accusa per crimini di guerra basata su quell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta l’appropriazione di risorse provenienti da territori occupati. Un articolo basato, peraltro, sulle posizioni sostenute dagli Stati Uniti in quel processo di Norimberga che vide la condanna all’ergastolo del ministro dell’economia del Terzo Reich Walther Funk accusato, tra l’altro, di aver autorizzato le razzie di petrolio nei depositi dell’Est Europa occupati dai nazisti.

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