L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 25 novembre 2019

Solo degli euroimbecilli fanno un Mes che già li penalizza. Solo in Euroimbecilandia si considera il debito pubblico senza tenere conto dei risparmi

Che cosa deve chiedere l’Italia per firmare il Mes. Rapporto Cer

25 novembre 2019


Come può e deve muoversi il nostro Paese sulla riforma del Mes (Meccanismo europeo di stabilità). Breve estratto delle conclusioni del “Rapporto Europa” del Cer che sarà presentato martedì 26 novembre alle ore 15,30 al Cnel

In questo contesto si colloca la discussione sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, di cui offre un’ampia disamina nel quarto e ultimo capitolo del Rapporto. A differenza quanto successo in occasione della riforma del Patto di stabilità e della nuova regolamentazione bancaria, il tema è oggi al cento della discussione pubblica.

Ci sembra che questo sia un indubbio avanzamento, considerando i costi che il nostro Paese si è trovato ad affrontare per aver dato un assenso non sufficientemente meditato alle precedenti innovazioni istituzionali.

In merito al Mes, basta ricordare che l’Italia paga per interessi circa il doppio di quanto non spenda per investimenti pubblici e ha quindi il massimo interesse a rientrare su un sentiero di riduzione del debito pubblico. La riforma del Mes non sembra però essere un meccanismo facilitatore in tal senso.

Al contrario, così come sono stati predisposti, gli strumenti di assistenza finanziaria sembrano poter innescare una nuova crisi del debito, perseverando in tal modo nei gravi errori del 2011-12. Non deve essere sottovalutato il rischio che il nostro o altri paesi possano cioè incorrere in una crisi “regulation driven”, come fu per esempio con l’introduzione del bail-in bancario, che determinò per il sistema italiana una perdita di capitalizzazione di 46 miliardi.

Il rischio è legato al fatto che il Mes prevede una distinzione ex-ante fra una linea di credito precauzionale e una a condizioni rafforzate: la prima sarebbe concessa laddove risultino rispettate una serie di condizioni, fra le quali l’avere un debito pubblico sostenibile; la seconda sarebbe invece riservata, ma meglio sarebbe dire “inflitta”, ai paesi che non possano fregiarsi di condizioni economiche e finanziarie solide. Ossia, i nuovi strumenti di sostegno finanziario dell’Eurozona si baserebbero ab origine su una distinzione fra buoni e cattivi, e non è difficile immaginare dove verrebbe collocata l’Italia, attesi gli indicatori proposti.

Più in generale, come si argomenta nel capitolo, il problema della riforma, al pari di quanto avvenuto con il Patto di stabilità e con la regolamentazione bancaria, sta nella sua natura path dependency, ossia nel voler rafforzare un impianto regolatorio che continua a basarsi sui concetti del “Brussels-Frankfurt consensus”, nonostante gli inefficienti risultati fino a oggi mostrati. Ci sembra che da questa logica sia necessario uscire, riconducendo gli impianti di sostegno all’interno di una logica di reciproca solidarietà fra i paesi dell’Unione piuttosto che improntarli a un rafforzamento delle condizionalità ex-ante. È difficile infatti ritenere che la tendenza deflazionistica dell’Eurozona possa essere superata introducendo sempre nuove rigidità e sempre nuove condizionalità nella condotta delle politiche. Ed è altresì difficile capire perché l’Italia dovrebbe dare il proprio appoggio a una riforma ci vede già iscritti nella colonna dei “cattivi”.

Piuttosto, si proponga da parte italiana di condizionare l’accesso agli strumenti di sostegno finanziario non agli indicatori di finanza pubblica — necessariamente sfavorevoli se ci si trova nella condizione di richiederne l’utilizzo — quanto agli altri indicatori già previsti dal Mes e sui quali il nostro Paese ha le carte in regola. O, ancora, si chieda che i due strumenti non siano legati a condizionalità ex-ante, ma siano utilizzati in sequenza, ed eventualmente congiuntamente, sulla base della gravità dell’eventuale crisi, alla quale legare poi criteri di condizionalità ex-post.

L’introduzione di strumenti di sostegno interni all’Eurozona ha senso se si accetta di intraprendere un sentiero di evoluzione federalista dell’area, non se si continua a improntare ogni innovazione al timore del moral hazard, ossia a un principio di sfiducia reciproca. Come detto, la moneta unica nasce anche con l’intento di assicurare una duratura pace all’Europa. Ma questo significa che occorre considerare gli altri Paesi come alleati, non come potenziali “nemici”.

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