L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 novembre 2019

Solo gli euroimbecilli, tra cui il fanfulla della Lega possono pensare che lo stregone maledetto possa fare gli Interessi dell'Italia

Draghi: per l'Italia non solo bazooka, ma anche siluri

di comidad
6 novembre 2019

Può essere un indizio interessante il fatto che alla divinizzazione di Mario Draghi operata in questi giorni dal mainstream italiano, non abbia partecipato proprio il quotidiano confindustriale “il Sole-24 ore”, un organo che, in linea con la sua associazione-madre, più che di interessi strettamente industriali appare preoccupato delle sorti delle banche. Senza esporsi in prima persona, ma riportando opinioni di poco identificati “terzi”, il quotidiano insinua dubbi sugli effetti del “bazooka” di Draghi, il mitico “Quantitative Easing”, constatando che l’aver determinato una tendenza ai tassi di interesse negativi, non solo non ha ottenuto gli auspicati effetti di aumento dell’inflazione, bensì effetti opposti, addirittura di deflazione.

La domanda che agita il mondo bancario è quanto possa sopravvivere il sistema creditizio ai tassi negativi. Le banche stanno perdendo non solo ogni incentivo a prestare denaro a imprese e famiglie, ma persino a prestarsi il denaro tra loro. I tassi negativi lasciano come unica prospettiva quella di investire sui titoli azionari, alimentando bolle speculative sempre più ingovernabili. Grazie alla BCE, oggi è proprio l’Europa a guidare l’universo dei tassi negativi e nel deflazionismo dell’area-euro è stato coinvolto indirettamente persino il sistema bancario svizzero, che pure dall’euro avrebbe voluto rimanere immune.

In base alla regola aurea secondo la quale al peggio non vi è mai limite, sembra proprio che le banche rappresentino in questa fase anch’esse un bersaglio di poteri finanziari ancora più invadenti, cioè i fondi di investimento. L’anno scorso la voce critica a riguardo fu ancora una volta il quotidiano confindustriale, che notò la strana incongruenza della scelta della BCE di 
affidare gli “stress test” sulle banche al colosso americano dei fondi di investimento, Blackrock. 
Il business in sé era già enorme, poiché Blackrock incassava prebende faraoniche per le sue “consulenze”, ma quello era solo l’antipasto.

In effetti il conflitto di interessi in quella circostanza era piuttosto evidente, poiché Blackrock sta acquisendo da tempo quote azionarie delle banche ed è ovviamente avvantaggiata dal crollo del valore dei loro titoli in borsa. In altre parole Blackrock ha tutto l’interesse a presentare un quadro catastrofico della situazione finanziaria delle banche, dato che ciò facilita le sue acquisizioni. Uno dei “gioielli” italiani già nelle grinfie di Blackrock è Unicredit, ma le partecipazioni azionarie del fondo di investimento americano si espandono in modo sempre più tentacolare.

Blackrock ha soppiantato Goldman-Sachs come immagine della piovra finanziaria che domina il mondo ma, anche in questo caso, occorre stare attenti a non invertire il rapporto tra causa ed effetto. Larry Fink e soci sono una banda di delinquenti comuni magari abili e certamente ben ammanigliati, ma comunque niente di che. Il punto vero è che oggi sono due secoli di civiltà liberale e di presunto “Stato di Diritto” a presentarsi al rendiconto.

Il liberalismo storico che predicava lo “Stato forte”, uno Stato che non riconosca poteri superiori a se stesso, si è appiattito poi sul liberismo, sino a diventarne un sinonimo. Lo Stato liberale era nato per contrastare le oligarchie nobiliari ma poi si è arreso senza combattere davanti alle oligarchie finanziarie. Gli Stati si sono dimostrati proni e irresponsabili nell’immolarsi al feticcio liberista dell’illimitata mobilità dei capitali, che rende permeabili e gelatinose tutte le istituzioni “pubbliche”, trasformandole in canali del lobbying finanziario.

Il “quantitative easing” di Draghi, spacciato dai media come un “salvataggio dell’euro”, si è rivelato alla lunga un lobbying a favore di Blackrock e consimili. Nel 2014 la BCE, nella persona del suo presidente Draghi, operò persino una sortita mediatica che configurava gli estremi del reato di aggiotaggio, cioè la diffusione di notizie false o esagerate che compromettono il valore dei titoli. Dall’alto della sua immunità giudiziaria, sancita dai Trattati, Draghi dichiarò che dovevano considerarsi a rischio tutti gli istituti bancari in possesso di troppi titoli di Stato. Secondo Draghi non erano a rischio le banche che si erano riempite di titoli derivati e di altra carta straccia, bensì quelle che avevano pensato bene di affidarsi ai titoli di Stato. Come a dire, le banche più a rischio sono le meno malate. Era un’affermazione che screditava i titoli bancari, proprio in un periodo in cui erano già sotto pressione nelle Borse. Le banche con meno titoli derivati e più titoli di Stato sono quelle italiane, perciò qualcuno all’epoca notò che Draghi accompagnava il suo bazooka anche con qualche siluro ben direzionato verso il proprio Paese.

Le relazioni pericolose di Draghi con il sistema dei fondi di investimento non hanno impedito al mondo politico italiano di prostrarsi con le brache calate di fronte alla sua sacra immaginetta. Molti auspicano sfacciatamente che l’ex presidente della BCE venga a ricoprire il ruolo di Presidente del Consiglio, come se a Draghi potesse mai interessare un mestiere da sfigato come è oggi quello di guidare un governo. Sarebbe interessante assistere alle reazioni dei nostri politici, se Draghi si decidesse a rendere palesi i suoi rapporti con Blackrock accettando un ruolo dirigente in quel potentato finanziario.

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