L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 novembre 2019

Stati Uniti è iniziato la farsa delle elezioni che viaggia sui miliardi delle donazioni, 9, 26, 33 miliardi

ESTERI
NOTIZIE DAGLI STATI UNITI

Pubblicato 05/11/2019
OSSERVATORIO INTERNAZIONALE
DI ALBERTO BENZONI


A un anno esatto dalle prossime elezioni presidenziali, il partito democratico americano allinea ancora quasi venti candidati, in un arco che va dal moderatismo più piatto al radicalismo più estremo. In un contesto in cui regna ancora la più totale incertezza sulla strategia da adottare per sconfiggere Trump.
Da una parte il partito clintoniano, dominante nel Congresso e nell’establishment centrale e locale. Il suo punto di riferimento è Biden, vittima del Russiagate. E quindi portabandiera della battaglia per l’impeachment su cui il partito giocherà tutte le sue carte. Sarà, in linea generale, la battaglia della normalità e delle regole contro l’anomalia e l’arbitrio; ma anche, nel caso specifico, quella dell’ortodossia atlantica contro una politica estera senza principi. In un certo senso, una ripetizione/rivincita del 2016. Allora Hillary fu sconfitta perché la partita era truccata; dimostrare che lo era e che The Donald era ed è rimasto il baro sarà sufficiente a fare trionfare questa volta i Buoni.
Sarà veramente così? Molti osservatori non ne sono affatto convinti; con il supporto di vari sondaggi d’opinione. A loro modo di vedere, occupare il centro non paga più. Semplicemente perché il centro non esiste. Siamo in presenza di due tribù l’una contro l’altra armate. Dove, a decidere l’esito non sarà la capacità di discutere ma quella di mobilitare; in un contesto in cui Trump rischia di trarre vantaggio da un processo che non potrà in ogni caso concludersi con una sua condanna. E con la consapevolezza che l’ipotetico eroe positivo della vicenda, Biden, ha una capacità di mobilitare di molto inferiore alla sua.
E qui veniamo all’universo delle primarie. Che è quello del popolo democratico. Qui Biden, partito con un consenso di poco inferiore al 30% è ora: in calo nei sondaggi (e quasi raggiunto sia dalla Warren che da Sanders); fortemente attaccato per le sue posizioni e per le sue scelte passate da loro ma anche da altri candidati; e, infine, con un volume di donazioni pari a 9 miliardi di dollari contro i 26 della Warren e i 33 di Sanders
Un altro mondo. Quello dei giovani. Quello che, nella sua maggioranza ritiene il socialismo una cosa buona mentre ha un parere negativo sul capitalismo. Quello che vorrebbe sanità pubblica, controlli sulle grandi imprese, più tasse e più spese. Quello che considera Trump non come un’anomalia ma come quintessenza e simbolo di un sistema.
“Siamo tornati agli anni Settanta” scrive il corrispondente di “Le Monde”. Il riferimento è esatto. Ma non è di buon augurio. Nell’anno di grazia 1968 la speranza dei giovani, Robert Kennedy, fu ucciso; così come Martin Luther King. E i giovani che manifestavano contro la guerra, durante la Convention democratica di Chicago, furono massacrati dalle manganellate della polizia agli ordini del sindaco democratico della città. Si presentò e fu sconfitto il moderato “né carne né pesce” Humphrey. Così come, quattro anni dopo, il radicale Mc Govern. A continuare sempre più ferocemente la guerra a chiuderla con una pace zoppicante fu il duo Nixon-Kissinger.
Oggi, anche se in un quadro meno drammatico, la cosa potrebbe ripetersi. Una alleanza generale contro Sanders con la generale convergenza dei moderati. Un candidato che rassicuri ma non mobiliti. La vittoria di Trump; e senza possibilità di recupero. Nel 2024 si vedrà; ma in quale mondo?
Nulla di scontato, naturalmente. Possibile che la maggioranza più o meno radicale trovi l’accordo su di un nome e su di un programma credibile; e che sia in grado di mobilitare, su questo, la grande massa dei giovani e degli emarginati che non votano (a differenza dei ricchi ultra sessantacinquenni…). E’ possibile, e comunque assolutamente necessario, che nel corso dei prossimo si apra finalmente, nel partito democratico, il dibattito su di un tema sinora tabù: quello del ruolo internazionale degli Stati uniti.
E’ bene ricordare, a questo riguardo, che il partito che si oppose ferocemente alla prima guerra del Golfo votò invece alla quasi unanimità, nel 2003, a favore della seconda, assai meno giustificabile della prima e, comunque, avventura disastrosa da ogni punto di vista. Era la fusione tra bushismo e clintonismo: del primo, la brutale vocazione imperiale, del secondo, l’interventismo democratico, di tutti, un insopportabile moralismo a senso unico, con la relativa divisione del mondo in Buoni e Cattivi. Una cultura del tutto inadatta a misurarsi con il mondo di oggi. Una cultura rispetto alla quale persino l’amoralità disinvolta di un Trump potrebbe risultare più ragionevole e accettabile.
E una cultura, infine, che Obama aveva cercato di ridimensionare nella sua componente militare e militaristica. Ma senza contestarlo apertamente. E, allora, si potrebbe tranquillamente ripartire da lui.
 

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