L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 21 novembre 2019

Tuffiamoci in un sano realismo senza pretese

Io sono Liliana


Roma, 18 novembre 2019

Hartman. Sull’umanità in generale la penso come il sergente Hartman: “Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno! Io sono un duro, però sono giusto: qui non si fanno distinzioni razziali, qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani!”.
Non parteggio, non tifo; osservo.
Il piagnisteo attorno ai tweet antisemiti contro la senatrice a vita Liliana Segre riuscirebbe a gettare nella depressione persino Heidi.
In pochi attimi si è creata, per utilizzare una sempreverede locuzione di Pier Paolo Pasolini, una “bolgia di stupidità” che ha risucchiato ogni ansimo di ragionevolezza.

Categorie. La destra, la sinistra? Esse, nella realtà, non esistono (non esiste, cioè, un uomo di destra come non esiste un uomo di sinistra); non esiste nemmeno il fascismo o il neoilluminismo. Esistono, però, attitudini inestirpabili dell’animo umano che, per comodità, o per meglio controllare gli armenti (leggi: i coglioni), vengono classificate sotto tali amabili categorie.
Il bello (anzi: il ridicolo) di tutto questo è che il destro o il sinistro ci credono. Credono, cioè, che la loro attitudine antropologica (imperfetto sinolo di tradizione, eruzioni caratteriali, cultura familistica e imparaticcio scolastico) formi una personalità precisa: di destra e di sinistra, da tradursi, poi, non sia mai!, in voto. Il destro e il sinistro, per meglio spiegarsi, sono convinti, fideisticamente, e a torto, d’essere o di destra o di sinistra sol perché, a esempio, gli fanno schifo o amano il migrantismo; amano o gli fanno schifo le parate militari; gli fanno schifo o amano l’ecumenismo postremo del cattolicesimo bergogliano o le chiappe libere; amano o gli fanno schifo la legge e l’ordine. E tutto ciò, un banale e superficiale indurimento di ciò che si è, lo credono essere “di destra” o “di sinistra” e traducono tale sciocco sentimento d’appartenenza addirittura, con miccaggine suprema, in una croce da apporre, a scadenze più o meno regolari, su un foglio di carta: l’estrema scusa del potere, tale carta, per giustificare le peggiori nequizie contro la libertà e la giustizia (nel nome della libertà e della giustizia).

Categorie 2. Sono circonvoluto? Facciamo qualche esempio. La sinistra. La sinistra è compatta sul migrantismo. Dallo squatter al radical chic con l’attico tutti sono a favore del negher o dello zingaro. Perché? Perché si credono di sinistra. Il loro carattere, di uomini e donne, li porta, per motivi di convenienza più o meno inconsci (mollezza da benestanti, mancanza di pulizia logica, formazione culturale, influenze familiari), a vedere di buon occhio tale fenomeno. Tale attitudine dello spirito, nel loro cerebro, di trasmuta alchemicamente in una scelta di vita: sono di sinistra! Non solo, ma tale scelta, superficiale, subisce una liofilizzazione ulteriore sino a tradursi in azione prosaica: sono di sinistra e quindi voto PD. O SEL. O LEU. O Potere al Popolo. O chi volete voi.

E viceversa: poiché chi vota PD SEL LEU Potere al Popolo si crede, poi, per il fatto stesso di votare un partito di sinistra, di sinistra. Un circolo vizioso.

Solo la realtà, che, a volte, irrompe, col suo fetore di carogna, può interrompere la malia. Ci vuole, però, del fegato a rinnegare il circolo vizioso. Quando un radical chic con l’attico a Collina Fleming o ai Parioli vede rovistare una zingara lercia col gonnellone a fiori nei cassonetti oppure quando nota che il pappa nigeriano gli porta dieci mignottoni sotto casa, allora, solo allora, egli vacilla. Non sarà che …? Eppure, anche il quel momento, egli cerca di rimanere fedele alla maschera che si è creato: egli non dice: cacciamoli! Dice: aiutiamoli! E chi dovrebbe aiutarli? Sant’Egidio? Le suffraggette? Egli stesso? Macché, lo Stato! Il solito Stato ovvero, alla fine della fiera, quell’indefinibile e vorace capolinea di imposte e tasse (pagate anche dai fascisti) che serve, più che a regolare razionalmente l’Italia, a tacitare il dubbio che sorge nel petto. E, con tale vocativo (Ov’è lo Stato? Serve lo Stato!), si acquieta l’ansia per il riconoscimento inevitabile della verità.

Io sono Giorgia. Ma è lo stesso per il destro che non si rende conto che Giorgia Meloni e Lilli Gruber condividono lo stesso desco da anni e anni ridacchiando fra di loro sui propri ammiratori ed elettori, entrambi micchi da record, che le mantengono sulla cresta dell’onda televisiva o le spediscono regolarmente (da quattro lustri) nella Ventotene da ventimila al mese. Dopo vent’anni anche il destro vede, all’orizzonte, la temibile sagoma della verità. E cosa fa? La riconosce? Macché, pure lui si rituffa nella dolce menzogna e viene intortato, per l’ennesima volta, da queste figurine d’accatto del Dio Patria e Famiglia. Infarcendo il risentimento con colature ormai insensate: giudei, complotto, prima gli Italiani. Se davvero la realtà irrompesse nel tiepido stambugio delle credenze più decrepite, il destro si accorgerebbe che di Dio, da quelle parti, non si parla mai, rilevando il destrame come sommamente epicureo e godereccio; di Patria, a parte le ciarle, poco si cura, poiché, da quelle parti, ancora, si assiste, senza colpo ferire, da decenni, solo sbraitando le più stentoree inconcludenze, alla distruzione dell’Italia; sulla Famiglia, invece, sarebbe bene, per tutti, glissare: per carità di Dio e della Patria sommenzionati: tra fedifraghi, invertiti e zoccoloni il tacere s’impone doveroso. Essere di destra e, quindi, votare a destra: si può essere più sciocchi?

Menzogna. Nessuno ama la verità, ognuno anela la maschera rassicurante. Il bello (o il ridicolo, anche qui) è che tali categorie proliferano in altri ambiti: liberista contro direzionista, liberale contro assolutista, vegetariano contro carnivoro, Occidente contro islam, ecologista contro antigretino.

Phersu. La maschera ci libera dalla responsabilità del vero, sottraendoci all’azione. Il ruolo da caratteristi e macchiette ci inchioda gradevolmente alle consuete parole, da rigirare in tondo, con inesausto moto masturbatorio. Fra due anni, quando la destra, oggi salvifica, apparirà quel che è, un modo spinoziano dell’Unica Sostanza (la Sopraffazione della Monarchia Universale), riprenderanno voce i sinistri. E il ciclo si perpetuerà.

Liliana. Se Liliana Segre avesse una canzoncina tutta per lei si dichiarerebbe madre ebrea Italiana. In quest’ordine. A me sta bene. Come se mi dichiarassi viterbese, cristiano, Italiano. Avrebbe, qualcuno, da ridire? Liliana Segre e tutti gli Ebrei sono dei mezzi, null’altro. La vita di Liliana Segre è stata usata, disgustosamente, per ottenere un fine: la censura. Non so se Ella ne sia consapevole o meno, ma è così. Si riconoscono, da subito, le stimmate dell’operazione a tavolino. Anzitutto, la notizia a bruciapelo, falsa: 200 insulti antisemiti al giorno! Addirittura! Per scoprire, a babbo morto, o a Commissione varata, che tale numero rotondissimo, duecento (un multiplo di otto: 8x25 o 2x2x2x5x5), consisteva negli insulti annuali; e che tali insulti riguardavano solo in parte la Senatrice in essere. La notizia, sorta dal nulla, come Atena dal cervello di Zeus, è solo l’innesco per ottenere ciò che si vuole ottenere. Così come il fenomeno del femminicidio: nato così, dal nulla, o da circostanze che si dimenticano in fretta, sino a darle per scontate, come accade per certe leggende metropolitane; o per le barzellette.

Jeff & Marina. Dirò di più: gli stessi Ebrei sono mezzi. Essi servono, e servirono egregiamente, grazie alla loro intelligenza e al loro innato istinto di sopravvivenza, maturato nei millenni; istinto che si concretò nel rovesciare, nell’invertire il senso tradizionale di massa, nel convertire ciò che si è sempre ritenuto naturale (ed è tale poiché anch'esso distillato nei millenni) in qualcosa di sfacciatamente innaturale: spacciato da loro, ovviamente, incasa d'altri. Prendete un Ebreo, dategli qualcosa di santo, accettato ed eminente ed egli lo trasformerà, grazie al proprio genio per la perversione, in un rifiuto da cloaca: circonfuso, poi, da un nimbo di maestà. Come certe sculture (l’ammasso di pongo di Jeff Koons, a esempio o le performance di Marina Abramovich) strombazzate per arte - postmoderna - o liberazione dalle dande della tradizione (Marina, oh, così libera, così trasgressiva: in altre parole: così donna!).

Inversioni di massa. L’Ebreo deride, inverte, ridicolizza: in ciò consiste il suo genio. Alla testa dei movimenti libertari troverete sempre loro, più o meno mimetizzati: femminismo, antimilitarismo, anticlericalismo, migrantismo; un Sandberg o un Kravitz o un Cohen prima o poi spunta sempre. Sì, come intuì Nietzsche, l’Ebreo volle sopravvivere, a qualsiasi costo, e per far ciò si fece promotore, in ogni campo del nemico, della costante sovversione di ciò che fu reputato giusto, santo e naturale. La psicologia, a esempio, prolifera di Ebrei: smerdare l’anima umana, il bambino e i rapporti uomo-donna fu uno dei capilavoro del genio ebraico.

Matti da legare. Il cretino, che si spiaccica il gelato sulla fronte, va integrato con la comunità dei normali poiché la malattia mentale non è malattia bensì una delle infinite sfumature della psiche umana. Basti compulsare grossolanamente la biografia di Franco Basaglia per imbattersi in numerosi genî dell’inversione. Il frullato di totalitarismo nazista, antifascismo, destituzionismo, marxismo, assolutamente incomprensibile ai più, ebbe, tuttavia, grande, comprensibile, successo: in quegli anni bastava scagliarsi contro qualcosa di eminente e incontrovertibile per aver successo. La vittoria di Basaglia, conseguita con premesse filosofiche errate e paludate, con bella malizia, da istanze sociali giuste (l'orrida condizione manicomiale), servì quale cavallo di Troia per dissolvere, nell’immaginario del popolicchio, la divisione naturale fra sanità e insania. Tanto che oggi si assiste al paradosso sommo: dall’un parte, in ogni settore del vivere, viene esaltato il diverso, l’orrido, il folle, il disgustoso, il malato (Halloween o film come Joker ne sono immonde dimostrazioni): tale la vittoria del potere; dall’altra, alla chetichella, si smontano le basi scientiste che innescarono tale vittoria; il delitto è compiuto, si faccia sparire l’arma!

Matti da rilegare. Anche negli stambugi delle ASL più sperdute si riconosce, alfine, che le chiacchiere di un tizio con le gambe accavallate nei pressi di un catafalco (sia esso un volgare assistente sociale o un edace operatore privato) sono totalmente inutili; così come un errore fu la de-stituzione manicomiale - errore che gettò nella disperazione migliaia di famiglie. L’ambaradan costruito in seguito a quella rivoluzione altamente progressista viene oggi smantellato, senza pudore; i matti, incurabilmente matti, vengono trattati come matti, matti irrecuperabili, e imbottiti di psicofarmaci; il personale di sostegno, sindacalizzato e sfiduciato, destinato ad altri incarichi o liquidato: grazie per il servizio, ciò che dovevamo ottenere l’abbiamo ottenuto! Poiché anche quella sovversione, una delle tante, si servì dei matti solo per ottenere lo scopo che premeva: la dissoluzione.

L’ombra dell’Ebreo. Per tale sforzo titanico nel negare costantemente la grandezza, la radiosità, la bellezza, l’eminenza, la lealtà, la magnanimità, l’Ebreo fu sempre perseguitato, con ferocia. Non esiste, di fatto, l’antisemitismo. Esiste l’Ebreo. La sua ombra, l’ombra dell’Ebreo, consiste nell’antisemitismo. Laddove non c’è Ebreo non c’è antisemitismo. E viceversa.

Mandolini. Essere antisemiti, tuttavia, ha poco senso. Come accusare gli Italiani di suonare il mandolino o mangiare gli spaghetti. Sono concrezioni gigantesche, distillati di millenni di storia. L’Ebreo è così, per sua difesa: Egli rovescia, in ogni campo. La cultura libresca e la resilienza, unite a un sorgivo istinto per la guitteria, lo rendono un popolo perfetto per essere sfruttato dal Potere. Purtroppo, in tal modo, Egli si consegnò alla Storia quale caprone sacrificale. Una conseguenza, tuttavia, buona a ungere gradevolmente il proprio vittimismo, vomitato sistematicamente in faccia ai persecutori d'ogni latitudine.

Odio. Perché la sinistra moderna va sempre a braccetto con l’Ebreo, santificandolo a ogni passo, ben prima della Shoah? Per l’istinto antipopolare. La sinistra si sviluppa a livello internazionale, con veemenza antiitaliana e antinazionale; un ramingo come l’Ebreo vide sempre nel movimento socialista una internazionale amica come internazionale fu la propria diaspora. Oggi, caduti il comunismo e il nazismo, ci si ritrova con ferrivecchi ridicoli, ma che ancora agiscono: l’Ebreo con le paranoie da insulto antisemita, il sinistro con l’odio per l’Italia, entrambe degenerazioni dell’antico sentire.

Gaglioffi. Ebrei, comunisti, fascisti, antifascisti, antisemiti, anticomunisti: il dibattito italiano non esce da tali recinti stupidissimi. E dal più comprensivo recinto dell’arco costituzionale: destra e sinistra, concretatesi in alcuni gaglioffi (circa mille, nell’ultima legislatura), a occupare scranni vellutati a ventimila al mese. E ancora, alle soglie del 2020, ci si lanciano insulti sanguinosi attorno al meschino bivacco di tali fandonie.

Repetita ... Quel che vi posso dire è questo: se, in un discorso qualsivoglia, si fa ricorso a tali locuzioni, allora siatene certi: vi stanno ingannando.

Iuvant. Lo ripeto: non esistono il fascismo e l’antifascismo, l’antisemitismo, il comunismo e l’anticomunismo, e, a fortiori, la destra o la sinistra.

Quei nazisti degli Assiri. Grillo, Mussolini e Hitler (faccio questi esempi poiché sono gli unici a svegliare i micchi dal torpore) furono presagiti da altri uomini, in altre epoche. Chissà come arringava la folla Cola di Rienzo, prima di venir appeso per i piedi. O Assurbanipal, il distruttore. Oppure Ahuitzotl, sanguinario re degli Aztechi: ieri sanguinario, oggi povera vittima, secondo le recenti impennate storiografiche liberal (per cui pure Cristoforo Colombo era uno sporco schiavista). Certo, nessun docente, in nessun corso di laurea, si sognerà di affermare che Ahuitzotl è un nazista oppure un feroce dittatore di destra; oppure che Cola fosse un populista antieuropeista; o forse sì, qualcuno che pensa queste cose sotto sotto esiste, magari una liberal dell’Illinois, col dottorato in Femminismo Protostorico, ma se ne vergogna o forse ha timore della camicetta di forza. E però l’uomo moderno, e, a maggior ragione, quello postmoderno crede che il mondo sia nato con lui, di destra o di sinistra, quindi; e parla, conciona, accusa su tali basi psicologiche, solide come le sabbie mobili delle paludi della Louisiana.

Vota Marco. E più l’uomo postomoderno progredisce più il passato svapora più egli trae forza da tale disincarnazione: alla fine resterà solo il presente, solo egli stesso col solo presente, preterito anche il futuro; e tale ominicchio avrà la netta, inequivocabile, convinzione d’essere il culmine della parabola evolutiva. Come avranno fatto Marco Aurelio, Hammurabi e Sigieri di Brabante, egli ragionerà (credendoli, dal basso della propria ignoranza, contemporanei), come avranno fatto a essere così retrogradi, senza democrazia, senza elezioni, un po’ fascistelli, privi di urne e cabine, parlamenti e volantini elettorali?

Il comunismo non esiste. Ma come, il comunismo non esiste? Ma cosa mi dice mai? Ma Lenin, Marx, il treno, i gulag, le masse con la falce e con il martello, … cosa sta dicendo? I cento milioni di morti? Ma sì, esistettero dei tizi che si diedero il nome di comunisti … Tiberio e Caio Gracco, le comunità protocristiane, i territori dei latifondi medioevali aperti ai poveri, persino le università agrarie profumano di comunismo o sono comuniste tout court, ma, lo so per certo, Paolo di Tarso non diede mai del comunista a un abitante di Tessalonica. E nemmeno un membro del consesso senatorio romano (di destra, secondo il micco) aveva in testa tale concetto contro Clodio Pulcher (di sinistra, ovvio!).

Altezze. Occorre aspirare alle altezze: di lassù ogni categoria perde di smalto, ve lo assicuro.

Flatus vocis. Sembra di vivere la feroce lotta sugli universali: fra il nominalista Roscellino, per cui il concetto è flatus vocis, e i concettualisti platonici che credono il “bianco” una luminosa e massima astrazione ben radicata nell’iperuranio o nel cervello.
La penso come Roscellino, per quel che può interessare, riconoscendo alle categorie l’utilità nell’organizzare la multiforme follia del reale.
Sì, le categorie sono utili, e necessarie per il discorso; così come è utile la scaletta dello scaffale della biblioteca per arrivare alla prima edizione delle Rime di Guido Cavalcanti, lassù, al quinto ripiano, stretta fra la silloge dei Poeti Siciliani della Olscki (in cui rilevano i rari componimenti di Pier della Vigna) e il Libro delle Tre Scritture di Bonvesin de la Riva. E, però, se voglio cianciare di Donna me prega o della Scrittura aurea, non mi sognerei mai, in un saggio, di dare importanza alla presenza della scaletta.

Tessalonica. A proposito: ma voi, che, a naso, state sulla mezza età e siete battezzati, lo sapete dov’è Tessalonica? Così … lo dico per farci quattro risate assieme. E anche per altro motivo: visto che i sinistri si ritengono il ricettacolo della cultura e i destri stan sempre lì a sostenere che la loro, di cultura, sta evaporando al sole delle migrazioni barbariche … per questo lo dico … sanno forse, questi tizi, dove sta Tessalonica? E di conseguenza, inevitabilmente, i Tessalonicesi?

Per-fidia. Tanto per riderci su, ancora. I perfidi Giudei … sapete, voi, cosa significa “perfido”, in tal caso? Il perfido Giudeo … occhiuto, cattivo, a doppio fondo? Macché: è un Giudeo che ha rotto con la fede. E quale fede? La nostra, ovvio, quella cristiana. La Fede cristiana, insomma, che io, ateo, rispetto, poiché, dopo due millenni, essa ha smesso d’essere la testimonianza d’una Rivelazione (lì, a Betlemme e Nazareth) per avvinghiarsi al torso dell’Italia e rispecchiarci, secolo dopo secolo. Il Cristo che noi vediamo, il Cristo invocato nelle pievi umilissime della nostra terra, siamo noi. E noi, in suo nome, dobbiamo escludere i perfidi. Onorare l’affresco trecentesco d’una chiesina che nemmeno i parroci di campagna ormai ricordano, equivale a onorare l’Italia; a escludere, in nome di tale idea, l’idea dell’Italia millenaria intendo, i perfidi, i senza fede, gli antiitaliani: giudei o massoni o globalisti o pannelliani che siano.

Colossesi. E i Colossesi? Tanto per curiosità … vi siete mai chiesti a chi diavolo scriveva Paolo? Lettera di San Paolo ai Colossesi … v’ha mai punto vaghezza di conoscere dove sta Colossi? Lo dico per pro-vocare perché Alceste è soprattutto un provocatore … Colossi, in Frigia, oggi Turchia, poi sublimata in civitas bizantina e patria (Patria!) di Niceta Coniata, autore di una meravigliosa e fondamentale Chronike diegesis che il sottoscritto, assai modestamente, ha posto fra le letture consigliate, nella colonnetta a destra. Ma voi, scommetto, Niceta Coniata non sapete nemmeno chi sia perché pensate che tali cose (e la colonnetta sommenzionata) siano poste lì a caso e non elencate per farvi leggere libri decisivi, quelli in grado di separarvi dal resto della marmaglia - cose che, se digerite, predispongono a una rivelazione, assai terrena: alla Stimmung del Ribelle.

Al som de l’escalina. Tutte queste chiacchiere, nemmeno so da quanti anni ciancio, solo per provocare, da provocatore, una reazione … e instillare non una teoria, ma, appunto, un sentimento improvviso, immediato, rivelatore. Il senso d’essere qualcosa, di chiaro, come chiarissimo è il distillato nell’alambicco, passato attraverso raffinazioni e sobbollimenti. Nel fuoco della conoscenza. Depurati dalle scorie. Poi s’ascose nel foco che li affina. Al som de l’escalina. A giudicare, essendo sé stessi, Italiani, il ciarpame della storia attuale. Dall’alto.

Al voto! C’è chi deride tutto questo: tale ominicchio, che si ritiene superiore, preferisce votare.

Per-fidi. Sparisce dai messali la locuzione “il perfido Giudeo”. Del pari sparirà il Cristianesimo. A stretto giro di posta, quale effetto di causa (efficiente), il Giudaismo subirà la stessa sorte.

Azatoth. Inutile dare la colpa ai negri, ai froci, agli Ebrei o, al contrario, celebrare l’Europa, l’ecumenismo, le frontiere aperte, il negro, il frocio o l’Ebreo; inutile cincischiare ragionamenti sul declino italiano se poi, al dunque, un Italiano (dico: un Italiano!), ovvero un essere che ha le gambe piantate in almeno tremila anni di incrostazioni sociali e culturali, da Enea a Orazio a Pico della Mirandola a San Francesco a Enrico Fermi, non sa chi diavolo siano questi Macedoni e questi proto-Turchi che adoravano il Cristo: Tessalonicesi e Colossesi.
Occorre snidare il Potere; e quello sta al centro di tutto, sempre, manovrando i soldatini: de-genere, immemore, senza centro, dilavato da ogni definizione, ingannatore: pura dissoluzione.

Calosce. Io vedo Venezia allagata; e, poi, Brunetta con le calosce. Questo vedo. E gente che non conosce Tessalonicesi e Colossesi. La stessa, questa gente, che sa molto di Cobol e stringhe e crisi della domanda interna; la stessa che la sera si butta sul divano a vedere quegli spettacoli inverecondi con attori di quart’ordine (Salvini contro Calenda, Facci contro la Gruber, Zingaretti contro Renzi contro Feltri) - saltimbanchi che non avrebbero ingannato l’ultimo pescivendolo di Tessalonica; e questa gente, infatti, imbottita di speranza e basso livore, non legge Niceta Coniata da Colossi: va a votare! Gente che si bea di Fortnite, per decine di ore; quindi, all’indomani, con gli occhi cisposi, si lancia in vociferazioni pro o contro il governo, pro o contro la moneta unica, ottusa come una zucca ottusa, persa per sempre alla razionalità, alla meditazione, alla cautela; gente che rilancia, da destra o da sinistra, sfrontata e convinta, il proprio inane risentimento contro chi gli capita a tiro: colpevole, secondo loro, di non rientrare in determinate categorie mentali: destri sinistri progressisti reazionari antisemiti migrantisti - categorie inventate dal Potere, di volta in volta, a seconda della rotta da perseguire.

Scioglilingua. La destra italiana e le sue immediate vicinanze (la destra che vota, beninteso) s’abbarbica, nelle proprie speranze, a un tal Marcello Foa, Ebreo con cittadinanza svizzera (come svizzero è l’odiato Ebreo Debenedetti; odiato almeno nei commenti degli speranzosi destri). Un’altra speranza destra, invece, Franco Bechis, sedicente Ebreo, criticò, a suo tempo, l’Ebreo osservante Raffaele Genah, promosso a coordinatore dei viaggi di un sedicente Papa (già Benedetto XVI, ovvero Joseph Ratzinger, ennesima speranza del miccame).

Liliana II. Lo dico chiaro: a me Liliana Segre è indifferente. Così, di primo acchitto. La vicinanza col Salmone Ottimo Massimo non la rende vieppiù simpatica. Eppure, se si ragiona, ci si accorge come tale operazione, la Commissione Segre, sia nata sfruttando le istituzioni e la Senatrice stessa. Sfruttando tutto: la Shoah, il senso dello Stato, il potere giudiziario, le lacrime; onde perseguire la vera Meta, la Poltiglia Ecumenica. Da tale punto di vista la Senatrice è innocente.

Liliana III. Nella sua biografia Liliana Segre racconta d’aver conosciuto un’adolescente ebrea, subito dopo la Liberazione, anch’ella un’anima scampata alla catastrofe: una ragazza a me molto cara, per motivi a voi insondabili. Questo, tale futile motivo, mi rende l’inarrivabile Senatrice (inarrivabile per un plebeo zoticone quale sono) assai vicina. Una prossimità da cui non rifugge la simpatia.

Beatrice. Ah, i saliscendi della vita! A undici anni m’innamorai d’una ragazzina, una bambina quasi, esile come un bronzetto etrusco; dai lunghi capelli castani, le labbra carnose e perfette, il collo sottile, rigato da una piega quasi impercettibile, le dita affusolate, piegate sotto gli zigomi quando, col volto chino sui quaderni, si concentrava dolcemente; e gli occhi nocciola, ridenti, a rispecchiare deserti ormai lontani. Durante l’ora di religione usciva, con grazia inosservata e silente, sottraendosi al mio sguardo. Era esonerata. Perché? Perché, mi chiedevo. C’era già poco tempo per stare insieme, perché? Perché era ebrea, ovvio. Ebrea del suburbio, con le toppe al culo, pure lei, le scarpe da mercatino, i fermagli per i capelli rimediati dalle sorelle maggiori; e i maglioni sformati, sformati da implacabili lavaggi in serie, dagli indossi innumeri, maglioni dal girocollo slabbrato, che cedevano in più punti, sfilacciando la trama in dolci sbuffi di tessuto e che calavano, però, dalle spallucce magre con un’eleganza naturale e inconsapevole.
Solo qualche anno più tardi ragionai sul cognome: un’ebrea! Ero innamorato di un’ebrea!

Monarchia. Gli Ebrei, carnefici e vittime. Ormai anch’essi risucchiati dalla Monarchia Universale e soppiantati da una nuova genia israelita, asettica e corretta.
L’Ebreo banchiere, usuraio, sovvertitore, comunista, fedifrago, lutulento, piedi grossi, occhialuto e sensuale, nasone, derivativo e commediante, assassino e Giuda del Cristo: addio! Addio, al contempo, ai Drumont, agli anti-Dreyfus, alla France Juive, a Henry Ford, ai Goebbels, a Rutilio Namaziano, Giovanni Crisostomo e Martin Lutero. Bergoglio: il Cristiano non può essere antisemita! Giusto, vecchia pantegana, giustissimo: in assenza di Cristianesimo come può esservi antisemitismo? E funziona pure au contraire! In assenza di Cristo a che pro il Giudaismo?

Rivoluzione. La Monarchia Universale avanza poderosamente. Rivoluzione in nome del progresso! Tehran, Hong Kong, presto anche Gerusalemme! Cedono i fronti interni, le mura! Via l’Antico Ordine: che la Terra sia un open space!

Rabbini. I rabbini se la vedono male. Anche da loro avanza un Ebreo nuovissimo … anzi: un’Ebrea nuovissima. L’ho già detto: l’attrice di Hollywood Natalie Portman, nata a Gerusalemme, diverrà uno dei modelli per il Nuovo Ordine Israelita. E così anche il Giudeo, questo Sovvertitore, verrà a farci compagnia nella pozza del Nulla. Egli, Perfido par excellence, accanto a noi tutti, resi perfidi, definitivamente.

Arnoldo. Un Ebreo, anzi: un SuperEbreo: Arnoldo Foà, attore, doppiatore, cantante. Scostante, lamentoso, altero; iniziato alla Massoneria, di cui raggiunse gli alti gradi, già nel 1947; annunciatore della disfatta italiana, l’8 settembre 1943, da Radio PWA (Psychological Warfare Branch), uno dei tentacoli dell’angloamericansionismo … Eppure quest’uomo, dalla voce inimitabile, e dal profilo grifagno come un implacabile Caifa, se ne stava ai giardinetti del mio quartiere, facendo la spola fra il bar e le panchine di quel riquadro puzzolente e polveroso di smog. Vecchio come tutti i vecchi, a cianciare delle cose di cui cianciano tutti i vecchi, ebrei o gentili. Quando i prodromi della morte lo ghermirono, fu trasportato, con un’ambulanza neghittosa, all’ospedale pubblico più vicino, ove, come tutti, come anche mio nonno anni prima, nell’infilata candida dei catafalchi comuni, attese di morire: e morì, come un cristaccio qualsiasi.

Problemi. Il problema, il problema … il problema è lo stesso, da decenni. Cosa opponiamo, noi, a tali operazioni psicologiche, di vastissima portata? Come individui e quale comunità? Nulla. Dileggiamo, insultiamo; siamo, però, uomini vuoti, come le Lagarde e i Monti e i Draghi; svuotati dell’interiorità, della nostra autentica cultura: di tremila anni. Tanto che nessuno di noi, a parte alcuni martiri (martiri, ovvero testimoni - martiri che han pagato sempre o con l’esclusione sociale o con la morte), si è mai opposto alla devoluzione coatta dell’Italia.

Son tutte belle le signore dell’Occidente. Si sbagliano accenti, costrutti grammaticali e logici, ausiliari, gerundi, dieresi e però ci si accapiglia sul comunismo! Roba da chiodi. Ignorando, peraltro, la Storia, la pianura sterminata della Storia, con gl’infiniti avvallamenti, le crudeltà, le vette celesti. Ci si scontra sulla decima epifania della legge elettorale, sui fascisti! Sull’illiberale visione economica del PD! O sul litio della Bolivia! Quando basterebbe un’occhiata alla signora che sostituisce Morales per rendersi conto che quello è un golpe in piena regola, condotto con fare corretto, sull’onda della correttezza nichilista che avanza; avanza perché noi siamo vuoti.

Burino. In quanto burino (da bus, buris: manico dell’aratro, ma anche il cognome ha un’etimologia che riconduce al medesimo attrezzo), per almeno tre generazioni a retrocedere, non posseggo sangue progressista. Il mio sangue bifolco, infatti, è puro: rivendico tale limpieza de sangre. A risalire, poi, idealmente e vertiginosamente oltre il terzetto di ascendenti a me noti, son sicuro che incoccerei in Caino. Quale latore di una costituzione psicologica cainate so riconoscere il grano dal loglio, per istinto. Posseggo proprio un naso da tartufi, buono per le riconoscere le tartuferie.

Piero, Guido, Arturo. Pier della Vigna (1190-1249), d’umili origini, fu giurista e giudice, diplomatico e logoteta alla corte di Federico II di Svevia.
Cadde in disgrazia. Nel 1249, tacciato di tradimento, venne fatto accecare per volontà imperiale. Morì suicida.
Il tempo ne rinsaldò la fama di vittima tanto che Dante Alighieri, nel canto XIII dell’Inferno, lo scagiona dall’accusa più grave; pur inchiodandolo, colla logica sua spietata, nella selva dei suicidi.
Uno dei componimenti volgari di Piero, maestro nella retorica latina, è Però ch’amore non si po’ vedere, ove organizza una metafora celeberrima fra la virtù d’Amore e quel della calamita, entrambe incorporee. Come l’Amore attira gli Amanti, per un mezzo che non si può vedere, così la calamita attira il ferro grazie a una virtù (una proprietà) che l’occhio fisico è impossibilitato a definire.

"Per la vertute de la calamita
como lo ferro atira no si vede,
ma sì lo tira signorevolmente;

e questa cosa a credere mi ‘nvita
ch’amore sia …"

Guido Guinizelli rincara la dose, con intensa meraviglia (“In quella parte sotto Tramontana”) e squisita malizia erotica (“che si dirizzi l’ago ver’ la stella”, “i monti del valore”): la Donna attrae l’Amante immediatamente, nonostante la lontananza, ben più della calamita che abbisogna dell’aria per rizzare l’ago della bussola verso la Stella Polare:

“In quella parte sotto Tramontana
sono li monti de la calamita,
che dàn vertud' all'aire
di trar lo ferro; ma perch'è lontana,
vòle di simil petra aver aita
per farl'adoperare,
che si dirizzi l'ago ver' la stella.
Ma voi pur sète quella
che possedete i monti del valore,
unde si spande amore;
e già per lontananza non è vano,
ché senz'aita adopera lontano”.

Tale metafora venne ripresa e arricchita senza requie. Il Monte della Calamita che attrae il ferro dei chiodi dei vascelli, sfasciandoli, così come Amore sfascia il cuore degli amanti, fu tra le immagini più affascinanti del Medioevo, da Le Mille e una notte a So Sung, dagli apocrifi lapidari arabi a Plinio a Costantino Africano.
Alla persistente suggestione della leggenda dedicò un saggio Arturo Graf in Miti, leggende e superstizioni del Medioevo, libro deliziosamente erudito.
Allievo di Arturo Graf fu Attilio Momigliano, massone ed Ebreo, critico insigne.

Chi non comprende tali cose, non scoprirà mai la verità.

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