L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 dicembre 2019

Cosenza - Patto di sangue tra la 'ndrangheta e i zingari


Venerdì, 13 Dicembre 2019 08:15


Cosenza – “Un grande lavoro di squadra tra territori e forze investigative: questa indagine mette a segno non solo un risultato importante sul piano del contrasto alla mafia ma segna un metodo nuovo nello svolgimento stesso delle indagini, dal momento che hanno collaborato polizia, Guardia di finanza e carabinieri in un gioco di squadra molto qualificato. Inoltre, abbiamo messo in campo investigatori da Reggio Calabria a Cosenza, a significare che lo Stato in Calabria si muove in maniera univoca”. Ad affermarlo è il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel corso della conferenza stampa relativa all'operazione antimafia che ha decapitato le consorterie criminali che operavano nella provincia di Cosenza. “Si tratta - ha aggiunto il magistrato vicario, Vincenzo Capomolla - di gruppi criminali violenti e aggressivi che agivano per il controllo del territorio attraverso estorsioni, usura e spaccio di droga. Confermato il quadro di una doppia criminalità, l'ala italiana e l'ala di etnia rom assemblate fra loro per la realizzazione dei loro obiettivi criminali”.

L’operazione denominata "Testa di serpente" di Polizia, Carabinieri e Guardia di finanza ha eseguito un provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Catanzaro nei confronti di 18 soggetti appartenenti ai due principali clan di ‘ndrangheta operanti a Cosenza. Per gli investigatori sono stati decapitati i vertici delle due cosche. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di omicidio, estorsione tentata e consumata, porto e detenzione abusivi di arma, ricettazione, spaccio di droga, usura e lesioni, tutti aggravati dalle modalità mafiose.

L'omicidio del presunto boss

È l'omicidio di Luca Bruni, il presunto boss della 'ndrangheta cosentina scomparso il 3 gennaio 2012 ed il cui cadavere è stato trovato nel dicembre 2014, il delitto contestato ad alcune delle 18 persone fermate stamani nel corso dell'operazione interforze coordinata dalla Dda di Catanzaro contro boss e gregari delle due principali cosche di di Cosenza. Si tratta dei cosiddetti "italiani" e "zingari". Bruni, secondo gli investigatori aveva assunto un ruolo di vertice all'interno del proprio gruppo dopo la morte del fratello Michele, e stava tentando di organizzarsi per ampliare il raggio d'azione della propria cosca. Un tentativo che sarebbe stato in contrasto con gli accordi già stabiliti da un "patto" esistente tra "italiani" e "zingari". Nel corso delle indagini, gli investigatori della squadra mobile, del Nucleo operativo dei carabinieri e della Guardia di finanza di Cosenza avrebbero accertato numerosi casi di estorsione. Inoltre le cosche avrebbero avuto la disponibilità di armi alcune delle quali sequestrate nel corso delle indagini.

I nomi dei fermati

Il provvedimento di fermo riguarda persone indicate come esponenti di vertice delle principali organizzazioni criminali di tipo mafioso operanti nella città bruzia, il clan Lanzino-Ruà-Patitucci, detto anche clan degli "italiani", e il clan degli "zingari" o gruppo Abbruzzese. Si tratta di Luigi, Antonio, Marco, Nicola e Franco Abbruzzese, rispettivamente di 34, 35, 29, 31 e 46 anni; Antonio Marotta di 50, Francesco Casella di 56, Antonio Bevilacqua, 63 anni; Antonio Colasuonno di 41; Claudio Alushi di 23 anni; Adamo Attento di 28; Roberto Porcaro, 35 anni; Carlo Drago di 55; Giovanni Drago di 26; Alberto Turboli, 39 anni; Danilo Turboli,di 24; Andrea D’Elia di 27; Pasquale Germano di 25.

Gli indagati sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di omicidio, estorsione (tentata e consumata), nei confronti di numerosi titolari di attività commerciali ed imprenditoriali situate nel Cosentino; porto e detenzione illegali di numerose armi anche da guerra; reati in materia di stupefacenti; usura in danno di imprenditori che versavano in stato di bisogno; lesioni. Si tratta di condotte, secondo l'accusa, poste in essere dagli indagati avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della conseguente condizione di assoggettamento ed omertà delle vittime, nonché al fine di agevolare le rispettive cosche mafiose, riconducibili al gruppo “Lanzino-Ruà-Patitucci”, e al gruppo degli "Zingari" riferibile alla famiglia Abbruzzese alias "banana".



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