L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 dicembre 2019

Da un euroimbecille che proviene da un partito corrotto come il Pd non possiamo aspettarci altro che genuflessioni a Euroimbecilandia

L’INTERVISTA

Gentiloni: «Il Mes non è un rischio, tantomeno un complotto.
L’Italia non deve temerlo»

Il neo Commissario per gli Affari economici dell’Ue: Roma sia convincente sul debito
di Paolo Valentino, inviato a Strasburgo



«L’Europa non può aspettare la prossima crisi, per prendere delle decisioni sul completamento dell’Unione monetaria e il coordinamento delle proprie politiche di bilancio». Da oggi Paolo Gentiloni assume l’incarico di Commissario per gli Affari economici e monetari dell’Unione europea.

La Commissione è stata votata a Strasburgo da una maggioranza più forte di quella che in luglio votò Ursula von der Leyen, ma anche più eclettica e dunque fragile. Non è un rischio per questo nuovo esecutivo europeo?
«È una maggioranza meno automatica e scontata rispetto al passato, che avrà bisogno di una manutenzione politica costante. Ma il fatto di dover avere rapporti intensi con il Parlamento a me fa piacere. Paradossalmente questa frammentazione può far crescere il ruolo dell’Europarlamento, che potrà avere più voce in capitolo».

Alla vigilia del voto, Francia e Germania hanno fatto trapelare un paper sulla convocazione di una nuova Conferenza intergovernativa, che fra l’altro era già fra le proposte di Ursula von der Leyen. Che tipo di segnale è per il vostro lavoro?
«La nuova stagione dell’Europa deve partire all’insegna dell’ambizione. Nel mondo c’è un nuovo Grande Gioco geopolitico, nel quale molti protagonisti globali ma anche alcuni attori interni in nome del nazionalismo hanno interesse a indebolire l’Unione europea. In questo quadro l’Ue è potenzialmente quello che io definisco l’unico possibile “gigante buono”, in grado di battersi per apertura economica, crescita sostenibile, clima, democrazia liberale. A condizione che il suo cammino non si fermi e anzi proceda più velocemente. La Conferenza è un’inversione di tendenza rispetto alla deriva intergovernativa degli ultimi anni. Il contributo franco-tedesco è utile, tanto più in un momento nel quale i due Paesi hanno visioni che non sempre coincidono. Penso che tra l’ambizione francese e la prudenza tedesca ci possa essere anche una forte iniziativa italiana. L’attuale governo ha lasciato alle spalle le tendenze all’isolamento. Fra queste, la ripresa dell’ipotesi di un trattato bilaterale con la Francia, che era stata messa in un cassetto».

Lei parla di tendenza all’isolamento alle spalle, ma il ministro Di Maio ha minacciato la crisi di governo se l’Italia non chiederà un rinvio sul Mes, il fondo salva-Stati. Quali rischi comporta per l’Italia l’approvazione di questo nuovo strumento?
«La posizione italiana la chiarirà il presidente del Consiglio lunedì alle Camere. Da commissario europeo posso dire che la riforma di cui si parla è stata fatta per introdurre un ombrello protettivo in caso di crisi bancarie non gestibili con gli strumenti attuali. Si tratta di un obiettivo positivo. Le modalità sono state negoziate tra l’autunno del 2018 e il giugno 2019. L’ultima parola spetterà ai Parlamenti. Sull’Italia mi limito a dire che non ha bisogno di ombrelli, né per le sue banche, né per il suo debito, che va ridotto ma è perfettamente sostenibile. Invece, descrivere l’intesa sul Mes come un rischio o addirittura un complotto contro l’Italia può alimentare rischi sui mercati che oggi non esistono».

Ma voi come Commissione fareste una proposta di compromesso sul Mes se si creasse una situazione di stallo?
«Il compromesso è stato raggiunto nel giugno scorso. E ripeto non c’è alcun motivo tecnico o politico per definire quell’intesa un rischio per l’Italia».

Se l’Italia dovesse chiedere un rinvio, bloccando l’accordo, l’Europa come reagirebbe?
«Non vedo ragioni che possano spingere un singolo Paese a bloccare l’intesa sul Mes».

Collegato al Mes, c’è il tema dell’Unione bancaria su cui si registra una importante novità dalla Germania: il ministro delle Finanze Scholz si è detto favorevole a un’assicurazione comune sui depositi bancari, subordinandola però a una drastica riduzione dei titoli di Stati nei portafogli delle banche, misura di fatto mirata in primo luogo all’Italia. Il ministro Gualtieri l’ha respinta. Qual è la sua posizione?
«Penso che la proposta di Scholz sia utile perché è la prima volta che da parte tedesca si apre alla condivisione del rischio finora sempre esclusa. Penso anche che alcune delle condizioni poste non siano condivisibili per alcuni Paesi, tra cui l’Italia, come ha chiarito Gualtieri. La discussione non sarà semplice, né breve. Ma sarebbe sbagliato ignorare l’apertura».

Anche se ora con la sconfitta odierna di Scholz nella Spd, tutto potrebbe cambiare. Ci potrebbe essere una crisi di governo in Germania.
«Aspettiamo il congresso della Spd per capire se il cambio di leadership porterà a una fine della Grosse Koalition. Certo il risultato riflette il logoramento della strategia socialdemocratica».

Per Alitalia e Ilva sempre più si profila un coinvolgimento in qualche forma dello Stato nel loro salvataggio. La Commissione potrebbe accettarlo o no?
«Innanzitutto è bene trovare soluzioni ragionevoli e in grado di reggere alla prova dei mercati. Non spetta a me prospettarle, ma credo che il governo sia perfettamente consapevole dei vincoli e delle regole europee».

Questa Commissione scommette sulla crescita. E molte delle sue proposte sono legate al Quadro pluriennale finanziario per i prossimi sette anni, sul quale però c’è un fronte di Paesi che non vogliono dotarlo di maggiori risorse, superando l’1% delle risorse proprie. Come si risolve questa contraddizione?
«Una cosa deve essere chiara ai cittadini europei: l’influenza economica delle decisioni della Commissione va bene al di là del bilancio della Ue, che è molto limitato nelle dimensioni. In realtà la nostra azione può innescare cambiamenti economici rilevanti,che non vanno letti solo con la lente del bilancio, che certo bisogna irrobustire. Parlo di scelte regolatrici, priorità, decisioni in materia fiscale, concorrenza».

Siete preoccupati dai rischi di una recessione?
«No. Ma siamo di fronte a un rallentamento della crescita che nel 2019, dopo aver viaggiato per alcuni anni sul 2%, sarà poco più dell’1%. Quanto prolungato sarà, è l’interrogativo sul quale lavoriamo. Esso deriva dai problemi del commercio internazionale e dalle difficoltà del settore manifatturiero. Certo di fronte a questo rallentamento, gli strumenti della politica monetaria utilizzati con successo da Mario Draghi, continuano ad essere necessari ma non saranno più sufficienti».

E come intendete muovervi?
«Su due grandi linee. Primo la transizione ambientale, che orienterà tutto, l’uso dell’energia, i modelli di consumo,le scelte strategiche di interi settori produttivi, qualcosa di simile a quanto successe negli Anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. La Commissione, con il coordinamento di Frans Timmermans, proporrà incentivi e disincentivi, misure fiscali e regolatorie per favorire questa transizione. Sarà necessario un grande piano di investimenti pubblici e privati. La cabina di regia sarà sotto la mia responsabilità e si articolerà su due progetti: Invest Eu e Sustainable Europe, il primo dedicato ai diversi settori dell’innovazione, il secondo concentrato sul pacchetto climatico. Nel loro insieme — tra fondi europei, della Bei, delle casse depositi e prestiti dei vari Paesi e privati — dovrebbero mobilitare risorse nell’ordine di oltre 200 miliardi di euro l’anno. Il secondo capitolo riguarda le regole delle politiche di bilancio e la discussione non sarà semplice. Occorreranno passi in avanti sulla struttura dell’Unione monetaria: e qui torniamo all’assicurazione comune sui depositi, il bilancio dell’Eurozona, gli eurobond e non ultimo a un meccanismo di riassicurazione sulla disoccupazione, che proporrò nei primi mesi del prossimi anno e dovrebbe aiutare i Paesi in fasi di crisi occupazionale straordinarie. Il mio primo impegno politico sarà di ridurre le distanze con i Paesi che negli ultimi anni hanno ostacolato passi in avanti in questa direzione».

Come giudica la manovra italiana?
«La Commissione ha registrato per la prima volta che nessun Paese è sopra il 3% del rapporto deficit/pil, risultato positivo delle politiche di sorveglianza. Ci sono ancora squilibri rilevanti. In particolare ci sono alcuni Paesi, fra questi l’Italia, che devono indicare percorsi convincenti sulla questione del debito. Altri Paesi come Germania e Olanda che hanno surplus di bilancio notevoli che invece andrebbero utilizzati. Nel complesso la Commissione non ha respinto nessun bilancio, tantomeno quello italiano. Ma le sue valutazioni, che verranno sottoposte alla ratifica dell’Eurogruppo, andranno prese molto sul serio».

Si può immaginare che si arrivi a procedure di infrazione nei confronti dei Paesi in surplus, così come le si avvia per quelli in deficit?
«Il coordinamento delle politiche di bilancio in una Unione monetaria andrebbe rafforzato. Ma sono il primo a sapere che non sarà un obiettivo raggiungibile in poco tempo. Ci sono da ridurre differenze, e pregiudizi, avvicinare opinioni consolidate e visioni del mondo divergenti. Mi sembra però che di fronte al rischio di un rallentamento prolungato della crescita, questa esigenza sia più forte che in passato».

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