L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 dicembre 2019

Diritto internazionale fottiti - è ancora la forza delle armi ad imporsi

DALLA PALESTINA ALLA LIBIA 1919-2019: UN SECOLO DI INGANNI

Pubblicato 30/12/2019
DI ALBERTO NEGRI

Dalla Palestina alla Libia 1919-2019: un secolo di inganni

C’è aria di guerra allargata ma anche di spartizione nell’ex Libia. Lo avverte, attaccando l’escalation di Erdogan, anche il nostro premier Conte, che smarrito come “animula vagula blandula” saluta da lontano la Libia che se ne va dalla nostra sfera di influenza

C’è aria di guerra allargata ma anche di spartizione nell’ex Libia. Lo avverte, attaccando l’escalation di Erdogan, anche il nostro premier Conte, che smarrito come “animula vagula blandula” saluta da lontano la Libia che se ne va dalla nostra sfera di influenza sempre più tenue _ come del resto quella europea _ in tutto il Mediterraneo.

Il contrario di quanto avvenne un secolo fa nel 1919 con la pace di Versailles. Allora gli europei vincitori della rima guerra mondiale liquidavano quattro imperi _ tedesco, austro-ungarico, zarista e ottomano _ oggi abbiamo a che fare ancora con quella eredità (neo-ottomana ed ex sovietica) e con un’altra, ben più recente, lasciata dal demenziale progetto americano di “caos costruttivo” in Medio Oriente. Concetto coniato da Condoleeza Rice e perseguito dall’ex segretario di stato Hillary Clinton proprio in Libia con il bombardamento a Gheddafi nel 2011, insieme a Francia e Gran Bretagna, e con l’uso strumentale del jihadismo per abbattere i regimi della regione.

Il nostro premier Conte, come gli altri europei, finge di non sapere la cruda verità. Erdogan segue e incrementa, sia in Siria che in Libia, il copione avallato dalla Clinton attuando la pratica dei vasi comunicanti: i jihadisti che nel 2011-2012 dalla Libia erano stati spostati in Siria contro Assad adesso vengono trasferiti in Libia per sostenere a Tripoli Al Sarraj contro Khalifa Haftar. Questi “ribelli” siriani della Turchia e della Libia sono anche i “nostri” ribelli che avevamo favorito e blandito quando ci faceva comodo.

Abbiamo ben poco da storcere il naso quando a Tripoli arriverà, se mai arriverà, la missione del ministro Di Maio con Unione europea, Germania, Francia e Gran Bretagna. Per inciso, per queste manovre spericolate con i jihadisti la Clinton mandò a Bengasi nel 2012 l’ambasciatore Chris Stevens dove ci lasciò la pelle in un fatale anniversario dell’11 settembre.

Donald Trump ha aggiunto un tocco di criminale complicità a questo schema collaudato. Ritirando in ottobre le truppe dal Nord della Siria ha dato via libera a Erdogan per il massacro dei curdi siriani del Rojava, i maggiori alleati occidentali contro il Califfato, ottenendo in cambio la pelle del fondatore dell’Isis Al Baghadi. Del resto tutto torna nella logica del presidente americano il quale ha dichiarato: “I curdi non ci hanno mica aiutato nello sbarco in Normandia”. Cosa volete che gliene importi adesso se i libici si massacrano sostenuti da una parte da mercenari turchi (Tripoli) e dall’altra da mercenari russi (Bengasi).

E infatti non ha ancora deciso bene da che parte stare: un giorno con Haftar, un altro con Tripoli dove però i nemici di Al Sarraj sono Egitto, Arabia Saudita, Emirati, i maggiori clienti di armi degli americani. Quindi la preferenza è chiara. L’idea, piuttosto semplicistica, è che qui si scornino Turchia e Russia come già avviene in Siria.

L’importante è far fatturare l’industria bellica. La guerra libica dei droni sotto questo profilo è un interessante banco di prova di un settore che non conosce crisi, per cui quando si parla di pace, anche da noi in Europa, prima bisogna pensare all’affezionata clientela dei compratori e alle loro esigenze di potenza militare, poi eventualmente alla pace vera: è una questione di marketing.

Trump non è così diverso dalla Clinton, pur avendo dei giudizi completamente opposti su Putin, il primo lo ammira, la seconda lo detestava e lo imbrogliò nel 2011 con la risoluzione Onu 1973 sulla “no-fly-zone” in Libia che anticipava di due giorni i raid aerei.

La logica del “caos costruttivo” si trascina quella della frammentazione di intere nazioni. Prima si fanno fuori o si indeboliscono i principali nemici di Israele, dall’Iraq (2003) alla Siria (2011) all’Iran (sanzioni), poi si liquida definitivamente la Palestina e si spartisce il bottino derivato dalla grande rapina dei territori arabi, dal Golan alla Cisgiordania, a Gerusalemme. Ed è quello che è puntualmente avvenuto nell’anno 2019 con Trump e Netanyahu, i due amiconi. Senza che per altro qui in Europa si muovesse un dito.

Certo nel 1919, a Parigi un secolo fa, poteva andare diversamente. Il presidente Usa Woodrow Wilson, che ancora non conosceva i piani di spartizione franco-britannici di Sykes-Picot (1916), insediò una commissione (King-Crane) per visitare la regione e chiedere agli arabi cosa preferissero. Le conclusioni furono nette: nessuno voleva essere colonizzato dalle potenze europee. La commissione inoltre raccomandava di contenere le aspirazioni sioniste sulla Palestina e di non dare seguito all’ambigua dichiarazione di Balfour del 1917 con cui gli inglesi promettevano un “focolare ebraico”.

In poche parole tutto il contrario di quello che avvenne: l’usurpazione dei territori palestinesi di Netanyahu e Trump in fondo è una notizia vecchia di un secolo. La spartizione della Libia, in un’altra guerra per procura, nonostante le gesticolazione europee e italiane, è notizia di oggi, forse già di ieri. A nostro dispetto.

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