L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 dicembre 2019

Dopo trent'anni che si tenta di ridurre il debito pubblico possiamo affermare che il metodo usato è completamente sbagliato. Ma è quello che vuole Euroimbecilandia per attuare il Progetto Criminale dell'Euro. Per uscire fuori dalle secche bisogna investire 100 miliardi l'anno per cinque anni ma gli euroimbecilli e la nostra incapace venduta paurosa classe politica non lo farà mai neanche il minimo che sarebbe battersi per una Bce prestatore di ultima istanza

Mes, il nodo del debito e le ricette inservibili di Bruxelles. L’analisi di Polillo

3 dicembre 2019


Le polemiche politiche tra Conte e le opposizioni di destra celano nodi strutturali che andrebbero affrontati rottamando i suggerimenti desueti della Commissione Ue. L’analisi di Gianfranco Polillo

Carlo Cottarelli, nel suo ultimo intervento, su La Stampa, ha avuto il merito di richiamare tutti al senso di realtà. Contano poco le dispute fumose sul Mes. Se Giuseppe Conte abbia più o meno informato i suoi colleghi di governo sullo stato delle trattativa. E con la necessaria tempestività. Se i vice presidenti (Luigi Di Maio e Matteo Salvini) leggevano i dossier. Se il ministro pro-tempore del governo giallo-verde, Giovanni Tria, doveva farsi carico di un ruolo di comunicazione con gli stessi. Problemi di contorno. La questione vera che in oltre trent’anni il debito pubblico italiano ha avuto un andamento altalenante. Prima più o meno stazionario. Fino al 2007. Poi in folle corsa verso un possibile baratro.

Cottarelli ne ripercorre le tappe. “Fine degli anni ‘90 – scrive in proposito – dopo la crisi del ‘92 abbiamo portato l’avanzo primario (…) al 4,5 per cento del Pil. Entriamo nell’euro, i tassi di interesse sul debito scendono … Lo Stato comincia a spendere. … (provocando) un calo dell’avanzo primario su valori vicini all’1 per cento. Secondo episodio: crisi del 2011”. La storia si ripete. Mario Monti (con “lo spread” che “sale a quasi 600 punti base”) è costretto ad una politica di lacrime e sangue. “L’avanzo primario sale sopra al 2,3 per cento … Ma quando lo spread cala si fa marcia indietro”. E si ricomincia. Da qui la morale della favola: a livello internazionale forte è la convinzione che il debito italiano possa essere ridotto solo con un intervento radicale. Con le buone (una patrimoniale?) o con le cattive: il Mes appunto e la rinegoziazione.

Analisi impietosa. A volte anche sgradevole. Ma indubbiamente vera. Che tuttavia non risolve un dubbio grande come una casa. Dal ‘92 ad oggi sono passati quasi 30 anni. Il volto politico del Paese è cambiato più volte. Al capezzale del malato si sono alternati uomini con storie, visioni ed esperienze diverse. Stessa ricetta, ma impossibilità di venirne a capo. Insistere ancora in quell’errore sarebbe solo diabolico. Quindi? Il problema non sono gli chef, che sbagliano le dosi. Ma la ricetta stessa che fa impazzire la maionese.

Oggi, per fortuna, c’è Oliver Branchard che può avallare questa interpretazione. Testa d’uovo nel mondo degli accademici, è stato capo economista del Fmi, in qualche modo corresponsabile, salvo una successiva abiura, dei disastri sociali provocati, in mezzo mondo, dalle ricette darwiniane di quell’organizzazione. Oggi più libero da incarichi istituzionali, ha la possibilità di dire cose che in passato non poteva fare. In un suo recentissimo scritto (Public Debt and Low Interest Rates) fornisce la chiave vera per la progressiva riduzione del debito.

“Prendendo ad esempio gli Stati Uniti – ne riassume il pensiero Cristina Checherita-Westphal, sul Bollettino economico n.2 della Bce – Blanchard sostiene la tesi secondo cui i costi associati al debito pubblico sarebbero più esigui rispetto a quanto generalmente si suppone nel dibattito sulle politiche fiscali. Ciò avviene perché (per gli Stati Uniti) il tasso di interesse privo di rischio (una misura indiretta del tasso marginale sulle obbligazioni) è inferiore al tasso di crescita del PIL in termini nominali e, anziché rappresentare un’eccezione, questa condizione è piuttosto la norma storica“. È condivisibile? Noi riteniamo di sì.

Per dipanare la matassa, bisogna capire la morfologia della dinamica del debito pubblico. Esso è dato dalla somma di due distinti elementi: lo stock, vale a dire il debito accumulato negli anni passati, ed il flusso: il nuovo debito che si origina dalle politiche di bilancio per l’anno in corso. Per essere concreti, agli inizi 2018 lo stock del debito italiano era pari al 134,8 per cento (stock) per poi aumentare a fine anno al 135,7 per cento, a causa di un aumento (flusso) dello 0,9 per cento.

Finora tutte le proposte e le stesse regole (Fiscal compact) hanno comportato obblighi che incidevano solo sul flusso. Occorreva contenere il deficit di bilancio, in un’ottica tesa al progressivo pareggio. Anche se queste scelte comportavano effetti recessivi e, quindi, riflessi negativi sulla crescita del Pil. Una vera e propria follia. Si può infatti anche tendere ad azzerare il flusso (bilancio a pareggio) ma lo stock del debito accumulato non diminuisce. Se, nel caso italiano, il deficit di bilancio fosse pari a zero e la crescita stagnante (anch’essa zero) alla fine dell’anno, per riprendere i dati di prima, il rapporto debito/Pil sarebbe sempre pari al 134,8 per cento. Non proprio una grande scelta.

Un effetto diametralmente opposto si avrebbe invece nel puntare tutto sulla crescita del Pil, anche a costo di aumentare il deficit di bilancio, avendo come unico vincolo il rispetto della “regola del debito”. Ossia almeno la sua invarianza. Supponiamo che si punti ad un tasso di crescita del 4 per cento (2 reale e 2 di inflazione). Con semplici equazioni, (che risparmiamo al lettore, ma che possiamo fornire) si può dimostrare che in questo caso il deficit di equilibrio (rispetto dell’invarianza del rapporto debito/Pil) potrebbe essere di gran lunga superiore. Addirittura vicino al 5,5 per cento del Pil.

Se si fosse applicato questo schema, le risorse a disposizione per il 2018, non sarebbero stati i pochi spiccioli della passata manovra. Ma qualcosa intorno a 100 miliardi: sufficienti per avviare un coraggioso programma di riforme. A partire dalla riduzione delle tasse: la madre di tutte le battaglie. Con l’unico vincolo: non sprecarle nel reddito di cittadinanza o con la “quota cento” per le pensioni. Ma utilizzarle per far crescere il Pil nominale non dell’1 per cento, come programmato. Bensì del 4 per cento, come ipotizzato.

L’uovo di Colombo? Solo in parte. Senza un’effettiva padronanza dei numeri, che sono alla base dei complicati equilibri finanziari, queste scorciatoie risultano invisibili. Sommersi nella nebbia delle ricette di carattere convenzionale, che sono il pane quotidiano di Bruxelles.

Nessun commento:

Posta un commento