L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 dicembre 2019

E' guerra vera è guerra totale niente illusioni - la puoi chiamare economica, finanziaria, produttivo, tecnologica, politica, militare, culturale, geopolitica, dei diritti umani, della Nato ...


Dazi, Trump azzoppato nella sfida con la Cina

RODOLFO RUOCCO DEL 3 DICEMBRE 2019 ESTERI

Su e giù. La guerra dei dazi fa paura ai mercati. Tutte le Borse del mondo seguono attimo per attimo la guerra dei dazi scatenata da Donald Trump contro la Cina. Anche una parziale, parzialissima intesa ha effetti consistenti su tutti i mercati valutari internazionali.
Ai primi di ottobre Wall Street ha brindato alla tregua: le quotazioni azionarie della Borsa di New York hanno scalato un nuovo record e nuovi primati sono seguiti a novembre pur tra brusche cadute. Buone notizie anche se l’economia statunitense e quella cinese hanno rallentato. Anche se le economie dei paesi europei boccheggiano e rischiano una nuova pesante recessione. Anche se l’intera economia mondiale potrebbe precipitare in un una pericolosa crisi proprio in conseguenza dello scontro sui dazi tra Donald Trump e Xi Jinping.
Il presidente americano alterna toni dialoganti e bellicosi. Un giorno elogia la saggezza del presidente della Repubblica popolare cinese e il giorno dopo si vanta dei risultati delle super tariffe imposte alle merci importate dal Dragone: «La Cina sta vivendo l’anno peggiore degli ultimi decenni».

Il contenzioso tra i due paesi spazia su uno scenario enorme: economico, finanziario, produttivo, tecnologico, politico, militare, culturale. Trump vede nel colosso cinese il vero competitore degli Stati Uniti a livello geopolitico, in grado di contestare e superare la sua egemonia globale. Così ostacola l’ascesa dell’espansionismo commerciale dell’ex Celeste impero in estremo oriente, in Africa, in Europa e in Sud America. Boicotta le grandi multinazionali dell’alta tecnologia informatica di Pechino, contesta le sottrazioni di proprietà intellettuale e il trasferimento di tecnologia imposte alle imprese occidentali sul suo territorio.
Il presidente statunitense coinvolge anche gli alleati occidentali, in particolare gli europei, nella sfida a tutto campo con il Dragone. Martedì 3 dicembre la riunione a Londra della Nato, che festeggia i 70 anni di vita, ha come tema proprio la risposta da dare nella battaglia globale con la Cina. Ma Trump è azzoppato, è sempre più debole per le polemiche con gli alleati occidentali e per la procedura di impeachment avviata contro di lui dal Partito democratico alla Camera dei rappresentanti.
Il presidente americano fa leva sui punti di debolezza del gigante cinese. Difende le ragioni delle proteste dure e continue da giugno degli studenti a Hong Kong scesi in piazza per i diritti umani e le libertà democratiche garantite da un accordo quando il Regno Unito lasciò la sua colonia asiatica. Washington critica anche la repressione della minoranza degli iuguri nello Xinjiang (ci sarebbero oltre un milione di persone nei “campi di rieducazione”). La Repubblica popolare rimanda al mittente gli inviti americani considerandoli delle inammissibili interferenze.

Anche Pechino alterna toni dialoganti e bellicosi. Xi Jinping punta all’intesa ma non ha “paura” di combattere la guerra commerciale: «Non ci tireremo indietro da una lotta del genere».
Cauto ottimismo e brusche docce fredde si alternano. L’accordo della “fase 1” atteso per metà novembre non è arrivato e forse non giungerà nemmeno per Natale. In un anno e mezzo di guerra commerciale i dazi protezionistici si sono moltiplicati e tutto il mondo teme una recessione generalizzata. Basterebbe un piccolo imprevisto nelle trattative e potrebbero colare a picco tutte le Borse del mondo.

Il tempo scorre velocemente. Il presidente Usa rischia di essere messo in stato di accusa dal Congresso, comincia ad avere fretta. Nel 2020 si voterà in America per il nuovo inquilino della Casa Bianca e Trump aspira a conquistare un secondo mandato. Un buon accordo sui dazi con il presidente e segretario del Partito comunista cinese sarebbe sicuramente un buon viatico contrastare la vittoria di un candidato democratico.

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