L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 dicembre 2019

E' guerra vera è guerra totale niente illusioni - Gli Stati Uniti messi al margine, l'hanno scelto loro. Il quantitativo di ingegneri che escono dalle università cinesi sono infinitamente maggiori i quelli statunitensi e l'autarchia obbligata accelera il processo di autonomia ed indipendenza

Guerra hi-tech Usa-Cina: Trump colpisce, Pechino risponde (contro Hp, Dell e Microsoft). L’articolo di Rapetto

9 dicembre 2019


La messa al bando dell’industria hi-tech americana e dei Paesi alleati da parte della Cina non rappresenta soltanto una risposta alle ripetute (e talvolta smentite) dichiarazioni di Trump di chiusura ai colossi dell’elettronica e delle telecomunicazioni cinesi. È il trailer del futuro prossimo venturo.

“3-5-2” non è uno schema vincente di una squadra di calcio, ma il nomignolo con cui è stata etichettata la direttiva dell’Ufficio Centrale del Partito Comunista cinese con cui è Pechino a mettere al bando le tecnologie straniere.

Il drastico provvedimento – indirizzato alle strutture governative e alle realtà con partecipazione pubblica – prevede la progressiva eliminazione di apparati e applicazioni realizzati fuori dai confini della Repubblica Popolare.

Il nickname “3-5-2” prende spunto dalle proporzioni delle dismissioni che sono già state pianificate nel triennio a venire. Il 30 per cento di hardware e software non nazionale deve sparire entro il primo anno, un ulteriore 50 nei dodici mesi successivi e il restante 20 per cento nell’ultimo periodo a disposizione.

Le disposizioni non sarebbero una novità saltata fuori in questi giorni perché pare risalgano all’inizio del 2019: la faccenda è emersa solo ora dopo una serie di confidenze fatte da alcuni esperti ai giornalisti del Financial Times a fronte delle preoccupazioni delle rispettive aziende di cybersecurity dinanzi all’introduzione di queste radicali restrizioni.

La messa al bando dell’industria hi-tech americana e dei Paesi alleati non rappresenta soltanto una risposta alle ripetute (e talvolta smentite) dichiarazioni di Trump di chiusura ai colossi dell’elettronica e delle telecomunicazioni cinesi. È il trailer del futuro prossimo venturo e risuona come funesto presagio di una guerra non materialmente cruenta ma certo sanguinosa sul fronte economico e finanziario.

Non è la semplice replica allo stop a ZTE, Huawei, Megvii, Sugon e ad altre realtà produttive meno conosciute ma non per questo esenti dal pesante sospetto di eccessiva vicinanza al Governo di Pechino e ai relativi obiettivi politici, militari e di business intelligence. Ci si trova dinanzi ad uno scontro frontale che è destinato a mutare ogni scenario finora pronosticato. È il primo colpo di cannone che piove sulle teste statunitensi ed europee, segnando la chirurgica asportazione di qualsivoglia elemento “nemico” dalle viscere di qualunque entità in entrambi gli schieramenti

Va detto che la rigida determinazione di Pechino cozza brutalmente con l’effettiva attuazione di simili propositi. Non si tratta di sgomberare banalmente le scrivanie dei travet con gli occhi a mandorla, ma di procedere alla imponente rivisitazione del modus operandi di chiunque oltre la Grande Muraglia adoperi un personal computer, un tablet o uno smartphone.

Il versante pubblico cinese non deve fare i conti soltanto con l’eliminazione della “ferraglia” degli apparati (operazione tutto sommato poco impegnativa vista la preponderanza delle corporation nazionali attive in quel settore), ma è costretto a mettere in bilancio la sostituzione di tutti i sistemi operativi e dei programmi applicativi di utilizzo ordinario.

Non è certo impossibile immaginare una “finestra” contornata da lanterne rosse che vada a sostituire Windows oppure un software di base che rimpiazzi il MacOS di Apple, ma non è affatto una operazione elementare.

Occorrono anni, a meno che Pechino abbia pianificato da tempo di agire sull’invisibile interruttore per poi “switchare” su opportunità nazionali. In quest’ultimo caso la partita sarebbe già finita e la sorpresa per un simile colpo di teatro sarebbe da addebitare ai Servizi Segreti Usa ed europei che non hanno rilevato una eventuale pericolosissima effervescenza di ricerca e sviluppo in quel settore. Il monitoraggio di attività di questo genere rientra a pieno titolo nella tanto (spesso a vanvera) discussa protezione cibernetica di ogni Paese.

Il software non sarà la bomba atomica, ma è in grado di fare danni di non minore entità. Gli arsenali non sono soltanto quelli nucleari e la supremazia digitale ha un peso non trascurabile la cui percezione rientra nel range operativo anche della non mai abbastanza lodata “casalinga di Voghera”.

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