L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 dicembre 2019

E' nelle cose che il falso ideologico M5S stia sulla graticola, se si approva il Mes in qualsiasi elezioni non supererà neanche il 5% dei voti

30/11/2019 20:42 CET

Il Mes diventa la Tav giallorossa

Di Maio per il rinvio, il Pd per la "credibilità" in Europa. La maggioranza si presenterà come non mai divisa al vertice di Chigi. E il fondo salva stati diventa cruciale come la Torino-Lione della scorsa estate


Luigi Di Maio - Giuseppe Conte - Nicola Zingaretti

Il “rischio Tav” è altissimo. L’11 dicembre dovranno essere presentate le risoluzioni sul prossimo Consiglio europeo. Tra i vari punti, verrà messo ai voti in Parlamento l’argomento degli argomenti: il Fondo salva stati. E mai come oggi la maggioranza è divisa. Con 5 stelle da un lato e Pd dall’altro che oggi hanno alzato come mai prima i toni, ognuno intenzionato a non cedere di un millimetro sulle posizioni precostituite. Proprio come successe sull’alta velocità, quando l’esigenza dei gialli di affermare la propria identità su una mozione anti portò a far saltare il tappo, e condusse per direttissima al crollo del governo gialloverde.

Quando Luigi Di Maio si siederà al tavolo allestito a Palazzo Chigi per il vertice sul Mes avrà un solo obiettivo da spuntare in quella sede: rinviare la firma. “Servono modifiche sostanziali”, spiega il capo politico ai suoi, che vuole farsi accompagnare sul campo di battaglia dai deputati Alvise Maniero e Raphael Raduzzi, i due che stanno tenendo il punto tecnico sulla questione, e dalla sottosegretaria Laura Agea, che insieme a lui ha in mano il pallino politico sul Fondo salva stati.

Un campo da battaglia sì, perché mai come oggi è scoppiata con virulenza la polemica nel governo. Ha aperto le danze Dario Franceschini: “Sul Mes in queste ore ci giochiamo la credibilità del paese, l’andamento dello spread e dei mercati”. Il capo delegazione del Pd si rivolge poi direttamente agli alleati. Con parole dure: “Non si può giocare con il fuoco. Questa mattina Di Maio ha detto che il M5s lavorerà con spirito costruttivo e leale collaborazione con a tre forze maggioranza. Prendiamo per buone queste parole di Di Maio e da qui a lunedì vedremo se alle intenzioni seguiranno i fatti e i comportamenti”.

L’attacco della voce più pesante del Nazareno al governo coglie in contropiede i 5 stelle. Passano diverse ore, dense di telefonate e reciproci messaggi, prima della risposta. All’ora di cena esce una nota ufficiale del Movimento 5 stelle. È apparentemente conciliante: “Stiamo cercando di avere un approccio costruttivo, tutti sanno che il Mes è modificabile ed emendabile, mettiamoci al lavoro e il Pd lavori con noi”. Ma è nel cuore delle poche righe diffuse che viene sganciata la bomba: “Se qualcuno vuole alzare i toni e metterla sul tema della credibilità, a noi sembra che la credibilità come stato in questi anni l’abbiamo persa proprio quando si firmava qualsiasi cosa per compiacere sempre qualche euro burocrate piuttosto che tutelare gli interessi dell’Italia”. Un lessico che riporta indietro le lancette di mesi, quando Pd e M5s se le suonavano di santa ragione, e una diffidenza quasi antropologica ancor prima che politica ne segnava la distanza.

Il capo politico M5s non ha ancora chiaro se e cosa potrà essere modificato. Al di là dei contenuti, è sul piano delle relazioni già sfibrate del governo che si combatterà la battaglia al cospetto di Conye. Di Maio sa che per avere la possibilità di incassare qualcosa, è fondamentale che i ministri dell’Economia che si riuniranno per l’Eurogruppo il prossimo 4 dicembre non chiudano la partita. Quella stessa partita che, al contrario, Roberto Gualtieri considera archiviata. Da Bruxelles filtra che il barattolo potrebbe essere calciato un po’ più in là. E Di Maio vuole cogliere questa opportunità, pur sapendo che un gruppo di stati vorrebbe stringere ancor di più le maglie per accedere al fondo, rendendo di fatto un’incognita per l’Italia tenere il dossier aperto. “Ma se qualcosa può essere modificato a nostro favore, dobbiamo provare di tutto per farlo”, spiega il ministro degli Esteri.

Per questo il Movimento 5 stelle metterà sì sul piatto una serie di punti su cui riaprire la trattativa, anche considerando le altre partite che si stanno giocando in Europa (a partire da quella sull’unione bancaria), ma il principale obiettivo sarà far ingoiare al Pd una procrastinazione della trattativa. Su questo i pentastellati si aspettano l’appoggio di Conte. Il presidente del Consiglio non ci sta a essere bersaglio della propaganda salviniana, e alzerà il livello della polemica rispondendo per le rime alla coppia Salvini-Meloni. Una strategia che fa gioco ai 5 stelle.

Quando il premier verrà in aula lunedì per spiegare la linea del governo, la linea M5s nel dibattito che ne seguirà sarà prudente. Ancora non è chiaro se a prendere la parola sarà il vicecapogruppo Francesco Silvestri (sì, il vice, perché l’incapacità di eleggere un nuovo presidente dei deputati è diventata la barzelletta del momento in Transatlantico) o uno tra Maniero e Raduzzi. Chiunque sia, sarà ben attento a non attaccare il premier, rivendicando la bontà delle modifiche richieste e spingendo anche in quella sede per spuntare un rinvio per poterle ottenere. Da Bruxelles filtra la possibilità che effettivamente la partita possa essere ancora aperta, ma le incognite su quanto e cosa potrà essere cambiato rimangono tutte in campo. E forse non sono nemmeno il cuore di una vicenda che sta assumendo una piega sempre più storta.

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