L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 dicembre 2019

I neoliberisti a piangere reclamare pretendere le prebende, cialtroni è dire poco

Quelli che il liberismo lo predicano per gli altri, ma campano di soldi pubblici

di Gilberto Trombetta
29 dicembre 2019

Dopo la Fondazione Luigi Einaudi che abbiamo scoperto intascarsi quasi un quarto di milione di euro di fondi pubblici, dopo l'Istituto Bruno Leoni, dopo Il Foglio che vuole vivere al di sopra delle copie vendute nonostante per anni abbia accusato noi di aver vissuto al di sopra dei nostri mezzi, andiamo a fare i conti in tasca alla scuola di Chicago di noantri: la temibile Bocconi di Milano.

Ebbene l’università liberale più rinomata d’Italia, quella che ci ha regalato i vari Monti, Alesina, Giavazzi, Bonino, Boeri, Boccia, Giorgetti, Sala e tanti altri campioni del liberismo nostrano, si becca ogni anno una bella quota di finanziamenti pubblici.

Sì, proprio quelli brutti e improduttivi.

Solo nel 2018, su un totale di circa 68 milioni di euro* di finanziamento pubblico agli atenei privati, la Bocconi se ne è intascata 8.677.281 (tabella).

Tenendo conto che la Bocconi ha circa 14.000 studenti l’anno, il costo per noi contribuenti è di 620 euro per ogni studente che si forma nella tana del liberismo.

Per fare un confronto, secondo gli ultimi dati di Federconsumatori**, il costo medio annuo delle tasse universitarie, per uno studente il cui reddito familiare rientra nella I fascia, ammonta a 477,88 euro, a 525,33 euro l'anno per la II fascia, 768,52 euro per la III, 1.197,69 euro per chi rientra nella IV fascia e 2.265,32 euro per quanto riguarda gli importi massimi, ovvero di chi percepisce un reddito superiore a 30mila euro. Una media di 1.046 euro l’anno.

Meno del doppio di quanto costa alle casse pubbliche uno studente che si forma privatamente alla Bocconi.

Come al solito, i liberali sono fatti così: 
predicano il libero mercato per gli altri mentre loro si godono al calduccio l’intervento dello Stato che gli garantisce una vita dignitosa.

Almeno rendessero come sostengono di fare, loro che non fanno altro che parlare - a sproposito - di produttività.

Perché vedete, se per farsi del male si andassero a vedere le più importanti classifiche degli atenei al mondo***, la Bocconi non compare. Mai. A differenza di molte università pubbliche italiane che sono eccellenze riconosciute a livello mondiale.

Ma anche questo non dovrebbe stupire.

Già Federico Caffè sul finire degli anni 70 ci aveva avvertito che il rigurgito neoliberista non avrebbe portato niente di nuovo né di utile.

«Vi è poi un aspetto della "affermata" crisi della scienza economica che investe direttamente la politica economica, in quanto sono riaffiorate di recente orientamenti di pensiero che, contrapponendo "lo Stato" al "mercato" (secondo una tipica antitesi ottocentesca), attribuiscono agli interventi dei poteri pubblici nella vita economica un carattere perturbatore e destabilizzatore.

[...] si sottolinea la validità del mercato, come forma organizzativa dell'assetto sociale, senza tenere conto delle numerose dimostrazioni fornite, attraverso il tempo, dei "fallimenti del mercato". Poiché il mercato è una creazione umana, l'intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio. Non si può non prendere atto di un recente reflusso neoliberista, ma è difficile individuarvi un apporto intellettuale innovatore».
Note
* https://www.miur.gov.it/…/criteri-di-riparto-dei-finanziame…
** https://www.adnkronos.com/…/universita-quanto-costa-laurear…
*** https://www.roars.it/…/le-imprecisioni-di-alesina-e-giavaz…/


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