L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 dicembre 2019

Il ministro Gualtieri ha studiato per anni per diventare l'euroimbecille attuale

Le comiche politiche intorno alla tragedia del “nuovo MES”

di Claudio Conti
30 novembre 2019

Con un intervento in calce di Angelo De Mattia

Vedere un ministro “tecnico” ironizzare sui “presunti rischi” derivanti dal nuovo Meccanismo Europeo di Stabilità fa uno strano effetto; specie se premette 
“il trattato è già scritto ed è inemendabile”, 
e quindi il Parlamento non ci può fare niente. Da quando in qua un accordo “vantaggioso per il Paese” deve essere raggiunto nella più totale segretezza?

Della serie: siamo tutti noi i cretini, gli ignoranti o soltanto sospettosi, oppure è lui che mente buttandola in “coglionarella”?

In alcuni passaggi ha ricordato addirittura la versione italiana di “Alì il comico”, quel generale di Saddam che davanti alle telecamere ridacchiava negando che gli americani stessero avanzando, mentre in pratica stavano per apparire alle sue spalle…

Ricordiamo che su questi “pericoli” si erano espressi nella scorse settimane personaggi “tecnicamente” ben più influenti di noi, dal governatore della Banca d’Italia (Ignazio Visco), a ex senatori Pd ora in Confindustria (Giampaolo Galli), il presidente del Centro Europa Ricerche (Vladimiro Giacchè) e una massa di economisti di ogni livello che in genere plaudono a tutte le scelte dell’Unione Europea.

Last but not least, persino un veterano del neoliberismo più cieco come Francesco Giavazzi, ha speso un editoriale sul Corriere della Sera per dire che “ha ragione chi teme che le proposte di riforma del Fondo comportino dei rischi per l’Italia”. Salvo poi arrendersi subito, perché “sul Fondo salva-Stati ormai è tardi. Fra l’altro il precedente governo le aveva approvate prima dell’estate. Ora, contraddicendoci, potremmo solo opporre il nostro veto”.

Ma la vera fucilata contro la “comicità” del ministro Gualtieri è arrivata ieri mattina con un fondo a firma di Angelo De Mattia, che come economista esperto di finanza sicuramente “pesa” qualcosa più dell’ex tecnoburocrate europeo chiamato a fare il ministro. In fondo De Mattia può vantare una lunga carriera da dirigente in Banca d’Italia e ancora oggi guida l’ufficio studi della Fondazione Generali; mentre il ministro ha avuto una formazione da storico.

Il punto critico è colto con assoluta precisione. Passare – come Gualtieri ha ammesso – da requisiti impliciti a requisiti espliciti per la valutazione sulla sostenibilità del debito pubblico di un paese significa fornire un quadro certo non solo per la fornitura di prestiti, ma anche per l’iniziativa di qualsiasi speculatore sul mercato.

Se si è insomma certi che in determinate condizioni quantitativamente fissate uno Stato sarà costretto a ristrutturare il proprio debito (ossia a svalutare drasticamente i titoli di stato emessi e posseduti dalle banche, quasi sempre italiane), quella possibilità oggi solo ipotetica (l’Italia o altri paesi vicini al default) potrà diventare concreta con molta più facilità.

In secondo luogo, se è vero che il passaggio sulla “ristrutturazione del debito” non compare più nel testo dell’accordo già sottoscritto a giugno (con la Lega al governo!), altrettanto non si può dire sui working documents che stanno venendo fuori in questi giorni. Il Messaggero, per esempio, cita diffusamente un “allegato nascosto” – tra quelli che lo stesso Gualtieri ha definito “un lavoro sugli aspetti esterni” al trattato – che invece dovrebbe preoccupare anche il ministro. Vedi qui: 2019112843850119

Tanto più che le decisioni del Mes non vengono prese all’unanimità (come nella Commissione Europea), ma a maggioranza, secondo le quote versate dai singoli paesi per il Fondo stesso. E lì, con Germania e Francia che da sole “pesano” per il 47% (rispettivamente 27 e 20), ci vuole un attimo a fare la maggioranza che ti stronca.

In effetti, a ben vedere, la sagoma di “Alì il comico” svolazza davvero anche sul palcoscenico italiano…

* * * *
Quei tanti dubbi che ancora restano sul Meccanismo

di Angelo De Mattia – Milano Finanza

Nell’audizione tenuta ieri in Senato, ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha esordito affermando di avere ascoltato con stupore e con divertimento le tesi infondate sostenute dai critici della bozza dell’accordo intergovernativo sul Meccanismo europeo di stabilita.

Ha abbondato nelle aggettivazioni e nel sarcasmo, definendo comica l’affermazione secondo la quale la riforma del Fondo salva-Stati sarebbe una «terribile innovazione».

Ma basta seguire gli sviluppi del suo ragionamento perché si constati il calo dell’asserita comicità.

Gualtieri afferma che la revisione ha mirato a prevedere per il Mes una funzione di backstop del Fondo di risoluzione delle banche finanziato dai contributi delle stesse banche. Su questo punto, per la verità, nessuno ha mosso obiezioni, se non quelle, più generali, che riguardano I’adeguatezza di tale fondo, a prescindere dal «paracadute», e il fatto che esso é il secondo pilastro dell’Unione bancaria, mentre resta inedificato il terzo, assai importante, pilastro che é quello dell’
assicurazione europea dei depositi.

Quanto ai criteri di ammissibilità alle linee di credito del Mes, il ministro osserva che si é trattato di esplicitare indicatori, in precedenza impliciti, della situazione fiscale e degli squilibri macroeconomici, nonché altri criteri concernenti la sostenibilità dei bilanci.

Il passaggio da requisiti impliciti a requisiti espliciti, il cui controllo spetterà alla Commissione Ue e al Mes, è acqua fresca? Che, poi, questi requisiti, quantitativi e qualitativi, siano indicati in un allegato all’accordo intergovemativo che può essere modificato, ha detto Gualtieri, con maggiore facilità rispetto al testo dell’accordo, 
non suggerisce di proporre sin d’ora modifiche, 
anziché indugiare in una ironia a buon mercato?

Poi Gualtieri ha aggiunto che i criteri quantitativi, riportati in un allegato all’accordo, vanno rispettati solo «in linea di principio» e, dunque, sono sottoposti a un regime di discrezionalità.

Insomma, si deve far leva, ove mai fosse necessario accedere ai finanziamenti, sulla buona disponibilità dei partner europei perché si impieghi la discrezionalità in senso favorevole? Siamo anche qui all’apoteosi della flessibilità?

E’ indubbio, poi, che con la modifica del tipo di voto che le riguarda, le clausole di azione collettiva vengano rafforzate. Ma il punctum dolens resta: con esplicitazioni e rafforzamenti di specifiche previsioni, il giudizio sulla sostenibilità del debito diventa più duro e le conseguenze che se ne traggono sul debito non sono per nulla irrilevanti.

Di fatto, anche a prescindere dalla terminologia adottata, vi sarà, nei casi di non sostenibilità, l’obbligo di una ristrutturazione del debito che sarà la condizione per ottenere i prestiti. A questa parteciperanno anche i privati portatori dei titoli.

E’ indubbio, poi, che il rango del nuovo Fondo, per le maggiori attribuzioni, salga di livello nei confronti della Commissione. Non interessa sapere, ora, di quanto il Mes si discosti dalla precedente versione, anche perché, se si innova e lo si vuole fare seriamente, non si devono trovare le giustificazioni in ciò che é già vigente e costituisce una stortura.

Sarebbe singolare avere la pretesa di dividere ciò che, secondo un assai superficiale giudizio, tutto sommato si potrebbe accettare ed é quel che ora viene inserito ex novo nell’accordo, da ciò che non va bene, ma é già presente nell’intesa e, dunque, non si potrebbe modificare, chissà perché, autolimitandosi a priori.

La sostanza del Mes non é ridimensionata seriamente dal ministro, che su di un solo punto ha ragione, quando solleva il problema dei progetti, in primis il «non paper tedesco», che vorrebbero introdurre l’assicurazione europea dei depositi, ma come condizione richiedono l’attribuzione di un coefficiente di rischio ai titoli pubblici ai fini della Vigilanza.

Qui Gualtieri giustamente dissente. Ma, se si è morbidi nei confronti del Mes in questione e non si agisce per le necessarie modifiche, ci si candida a sorbire l’amaro calice anche di una proposta non adeguata di assicurazione dei depositi, magari sciorinando all’ultimo momento, prima della firma, la solita litania sui danni della non sottoscrizione, senza ricordare che da tempo, secondo i patti, tale assicurazione avrebbe dovuto essere introdotta.

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