L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 dicembre 2019

La Francia non cerca alleati ma sudditi e mentre il corrotto euroimbecille Pd è d'accordo comprato da quattro onorificenze profuse a piene mani agli imbecilli di questo partito gli italiani non sentono il bisogno di avere ulteriori padroni

Vi racconto parole e amnesie di Macron sull’Africa

30 novembre 2019


Che cosa ha detto Macron dopo la notizia dei miliari francesi caduti nel Mali. Il commento di Pietro Romano

Nella trappola è piombato anche qualche giornale italiano. Tredici morti (i militari francesi caduti nel Mali per uno scontro tra due elicotteri transalpini) non possono che strappare le lacrime. Tanto più perché si tratta di vite stroncate a migliaia di chilometri dal proprio Paese e nel quadro di una missione definita esplicitamente da Parigi come anti-terroristica. Fin qui siamo al sentimento. Legittimo e sacrosanto anche per i giornalisti italiani. Ma a Parigi non fioriscono le mammole in ogni squaré. Né tanto meno si possono scambiare per fiori delicati il presidente Emmanuel Macron e i membri del suo governo.

A pochi mesi da elezioni amministrative che non si annunciano trionfali per l’attuale maggioranza, sempre più in rotta di collisione con Angela Merkel in Europa, Macron ormai non può che richiamarsi all’orgoglio nazionale. Condire questo ritorno di fiamma revanscista accusando gli altri Paesi europei (dopo averlo fatto con la Nato e gli Usa) di lasciare sola la Francia a combattere per le libertà di tutti perfino in pieno deserto può far sognare addirittura in un generale De Gaulle redivivo. E bastava leggere il quotidiano conservatore francese Le Figaro di ieri per averne le prove.

Ma Roma (e Berlino e Bruxelles) non è Parigi. E perfino ai tanti italiani della classe dirigente che ostentano le insegne delle onorificenze transalpine, e non di quelle italiane, dovrebbe risultare chiaro. Dietro il cordoglio, emerge il cinismo. Di quale pasta sia fatto Macron lo hanno spiegato nei giorni passati Romano Prodi (sul Messaggero) e Pierluigi Magnaschi (su Italia Oggi). Per Magnaschi “se c’è un leader sovranista e un Paese sovranista oggi in Europa, essi sono Macron e la Francia. Altro che Polonia, Ungheria o Italia. Che hanno, per sola colpa, di averlo fatto notare”. Quanto alla richiesta “della condivisione di pur nobili obiettivi come la lotta contro il terrorismo”, partita da Parigi, per Prodi non servono appelli ma “politiche decise in comune. È infatti impossibile mettere in atto un’operazione militare congiunta in qualsiasi Paese del Mediterraneo o dell’Africa se i rapporti con quel Paese vengono gestiti in modo esclusivo da un solo governo europeo”. Appunto com’è successo o sta succedendo in Siria, Libano, Libia. E nello stesso Sahel.

L’Italia, in particolare, è l’ultimo alleato che Macron potrebbe accusare di aver lasciata solo la Francia. Dopo aver subito conseguenze disastrose (che ancora sconta) dallo scellerato intervento transalpino in Libia, e rischiando ancora per quanto la Francia ha fatto o sta cercando di fare in Siria e in Libano, proprio nel Sahel il nostro Paese ha subito uno schiaffo che ancora brucia. Il presidente del Niger ha infatti rifiutato l’aiuto offerto da Roma al suo Paese assediato da trafficanti e terroristi di ogni genere su palese istigazione francese. Un controsenso rispetto alle attuali parole di Macron, ma fino a un certo punto. Scendendo in campo autonomamente, l’Italia avrebbe potuto mettere in discussione l’egemonia, soprattutto economica, di Parigi sull’area. In realtà, Macron non cerca alleati, ma sudditi che, magari, vadano a morire per proteggere gli interessi francesi comprando, per sovrappiù, le armi che la Francia produce. E dovrebbe produrre in futuro addirittura attingendo al dotatissimo fondo europeo appena creato affidato non a caso al neo commissario Ue francese, Thierry Breton. Una triste realtà che, dopo il cordoglio per le vittime, emerge sempre più chiara

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