L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 dicembre 2019

Mes - continuare a guardare il dito e non la Luna. Respingere il trattato avvoltoio è possibile, certamente non con questi politici

Che cosa non quadra nella governance del Mes. Il commento di Polillo

9 dicembre 2019


Il ministro dell’Economia nel board del Mes avrà un potere rilevante. Fino a che punto potrà spingersi? Dovrà avere un mandato preciso e formale da parte del premier? E in che modo dovranno essere coinvolti gli altri ministri: Esteri e Affari europei? L’approfondimento di Gianfranco Polillo

Sul Mes non basta intentare un processo alle intenzioni per archiviare il caso. Ricondurre tutto al dubbio amletico: euro sì, euro no. Esercizio nel quale si sta misurando parte della stampa italiana, approfittando di due elementi contingenti: la raccolta di firme, da parte di Matteo Salvini, con l’obiettivo di un ripensamento, e le dichiarazioni di Claudio Borghi.

La partita, come sa bene lo stesso Salvini, è ormai chiusa. Ma non è detto che l’Italia non possa ottenere delle compensazioni. È già accaduto. Avvenne quando si negoziò il Sistema monetario europeo. E la stessa cosa si verificò in occasione del suo ingresso nell’euro. Le fu consentito di partecipare, sebbene il suo rapporto debito/Pil fosse di gran lunga superiore al 60 per cento, previsto dal Trattato di Maastricht. Il compromesso potrebbe essere dato dalla garanzia, di dover rispettare la “regola del debito” (progressivo contenimento), ma non le altre disposizioni burocratiche (deficit nominale e strutturale) che impediscono ad un Paese, caratterizzato da squilibri macroeconomici (disoccupazione e surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti), di progredire lungo la via obbligata dello sviluppo. In questo caso l’eventuale consenso popolare sarebbe un’arma potente da spendere sul tavolo del negoziato.

Diverso è il caso di Borghi. Si è approfittato di una sua ingenuità, subito corretta da Salvini, per distorcerne il senso. Ha sostenuto di voler rappresentare quel 25 per cento di italiani che vorrebbero uscire. Ammettendo, implicitamente, che il restante 75 per cento è pronto a smentirlo. Una posizione più che minoritaria, che un politico avveduto dovrebbe evitare. Comunque affar suo. Si può sempre proporre di fuggire dalla guerra, per non aver la forza o la capacità di affrontare e combattere il nemico. Indubbiamente poco edificante. Ma così è. All’elettorato l’ardua sentenza.

Nel gridare al lupo, molti dimenticano che fu la stessa Corte costituzionale tedesca a porsi il problema se la partecipazione al Fondo salva Stati fosse rispettoso degli interessi nazionali del proprio Paese. Era il settembre del 2012. Fu 
posto un limite al contributo (190 miliardi) con l’obbligo di riferire ai due rami del Parlamento sulle conseguenti decisioni. Evidentemente ciò che in Germania è normale, in Italia provoca scandalo ed indignazione.

Ma c’è di più, dal punto di vista del diritto italiano. Il Mes sarà gestito da un Consiglio del governatori, cui partecipano i ministri finanziari, quindi da un Consiglio d’amministrazione da questi nominato. Anche a prescindere dall’articolo 47 della Costituzione, sulla tutela del risparmio, non v’è dubbio che il ministro dell’Economia assuma un potere rilevante. Fino a che punto potrà spingersi? Dovrà avere un mandato preciso da parte del presidente del Consiglio? Ed in quale forma? In che modo dovranno essere coinvolti gli altri ministri: Esteri e Affari europei?

Tutto questo non è precisato. Lo sarà forse nella fase del recepimento del Trattato. Ma i dubbi rimangono pesanti. Finché c’è concordia tra i ministri, nessun problema. Ma in caso di divergenza – la crisi del 2011, con Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti su posizioni diverse – come si risolverebbe l’eventuale conflitto?

L’articolo 95 della nostra Costituzione attribuisce al presidente del Consiglio la titolarità e responsabilità dell’indirizzo politico. Che invece il Trattato, in un campo così importante, com’é quello della politica economica e finanziaria, ribalta sul ministro dell’Economia. Forse non produrrà effetto alcuno, ma sarebbe bene farci un pensierino. Specie se ci si avvia, di nuovo, verso una Repubblica parlamentare a base proporzionale. In cui gli interessi delle singole coalizioni tendono a divergere, più che ad uniformarsi ad un indirizzo prevalente.

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