L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 dicembre 2019

Mes trattato avvoltoio per confiscare nottetempo dai conti correnti bancari italiani soldi, risparmi - Tic tac tic tac 2 dicembre Conte deve dichiarare al Parlamento che L'Italia respinge questa trappola

L’incubo del Mes sul nostro prossimo futuro

di Francesco Piccioni
29 novembre 2019


Ci scuserete se torniamo ancora sulla “incredibile” vicenda del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, che sta per essere approvato tra pochi giorni da tutti i membri dell’Unione Europea. In fondo, riguarda “soltanto” il brutto futuro che attende tutti noi (meno qualcuno). Però vi tranquillizziamo: questa volta non parleremo di “tecnica economica”, ma di politica. A un livello speriamo superiore rispetto alle sciocchezze che ci propina quotidianamente l’informazione mainstream.

Che cosa contenga il Mes, infatti, lo abbiamo già analizzato più volte, ricevendo ogni giorno nuove conferme anziché smentite. In estrema sintesi, è un sistema di regole da applicare in modo pressoché automatico che “convince” – contando sulle normali dinamiche del mercato finanziario – i capitali a fuggire dall’Italia e altri paesi con un forte debito pubblico per indirizzarsi verso le banche tedesche, francesi, olandesi. Le quali hanno problemi assai gravi e rischiano di saltare nei prossimi mesi o al massimo pochi anni. Per funzionare davvero c’è bisogno che venga approvata anche l’implementazione dell’unione bancaria europea, secondo la proposta avanzata ancora una volta dalla Germania tramite il ministro delle finanze Olaf Scholz.

Una volta chiuso il cerchio, il ministero del Tesoro avrebbe difficoltà immense per piazzare i titoli di Stato sul mercato e contemporaneamente le banche avrebbero una tale necessità di capitali da chiudere i rubinetti dei prestiti a famiglie e imprese (oltre a vendere i titoli di Stato italiani, contribuendo così alla caduta del prezzo, all’aumento degli interessi da pagare e a un buco supplementare nei propri bilanci). Una gelata di lungo periodo sull’economia reale che arriverebbe (arriverà) dopo oltre un decennio di crisi-stagnazione.

Un cappio intorno al collo del sistema-Italia che perde quotidianamente pezzi importanti (Fiat-Fca, Ilva, Alitalia, ecc). Poi basterà stringere… ed oplà!

Un governo serio e minimamente competente avrebbe stoppato questo “combinato disposto” già al suo primo delinearsi, con le prime bozze messe sui tavoli intergovernativi a Bruxelles e dintorni. Ma naturalmente non ce lo abbiamo mai avuto, un governo così…

Tanto meno poteva farlo il governo “gialloverde” – ricordate? Quello con Cinque Stelle e Lega… – che doveva guadagnarsi la “fiducia” delle istituzioni europee cercando continuamente l’equilibrio tra i “tre governi in uno” di cui era composto.

E quindi quel progetto di “riforma” è andato avanti nel sostanziale silenzio del governo Conte Primo. Come ha spiegato in questi giorni Pierre Moscovici, Commissario uscente all’economia, “Il testo di riforma del Mes è stato accettato a giugno dal governo precedente, anche se ora qualcuno che era al governo dice cose diverse”.

Il voltagabbana Salvini, insomma, c’era e sapeva tutto. E se pure si può giustamente dubitare delle sue competenze economiche, di sicuro c’erano validi “esperti” leghisti in grado di fargli il disegnino con la spiegazione (Bagnai, Garavaglia, Borghi, Giorgetti, ecc). In ogni caso, un vice-premier di “peso” si porta dietro la responsabilità politica di ogni decisione, anche di quelle che non capisce.

Si può ipotizzare che la “svolta del Papeete” sia stata una furbata salviniana per non trovarsi in queste settimane nella scomodissima posizione di Conte, Di Maio, Gualtieri e via cantando. Che, dunque, sia stato messo in conto che il “pacchetto” (Mes più unione bancaria farlocca) sarebbe stato approvato comunque ma conveniva stare all’opposizione per capitalizzare poi il malessere sociale al momento delle (prossime) elezioni anticipate.

Ma i furbi sono sempre dei cretini che pensano di saperla lunga… Qualsiasi maggioranza esca dalle prossime elezioni politiche, infatti, si troverà a muovere il collo dentro quel cappio, oltre a quelli già in essere (Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack, Trattato di Maastricht, ecc). Assumere “i pieni poteri” in quel contesto, insomma, sarebbe addirittura un boomerang, perché bisognerebbe ammettere “di fronte agli italiani” che non si dispone di alcun potere (tranne quello di chiudere i porti e manganellare le manifestazioni di protesta).

A meno di non dichiarare di voler uscire immediatamente dall’Unione Europea e dall’euro, imbarcandosi in una trattativa tempestosa che replicherebbe la Brexit senza avere alle spalle la potenza (finanziaria e militare, con l’atomica) britannica.

Stronzate leghiste a parte, la situazione è però davvero terribile. Di fatto questa “riforma” passerà anche se il governo o il Parlamento italiano dovessero votare contro. Giovedì sera, non a caso, nella cena offerta a tutti i suoi ministri, Giuseppe Conte ha spiegato che sarà difficile per l’esecutivo dire di no: alla fine la riforma sarà approvata e l’Italia non potrà tirarsi indietro.

Per non perdere completamente la faccia potrà al massimo contrattare qualche modifica marginale o un parziale rinvio, invocando la “logica di pacchetto” (la riforma del Mes va di pari passo col completamento dell’unione bancaria e la creazione di un budget dell’Eurozona). Nulla che modifichi minimamente il quadro futuro.

Vero è che il Parlamento potrebbe bocciare il trattato europeo in corso di chiusura. Ma per farlo dovrebbe crearsi una nuova maggioranza (è impensabile che il Pd non lo ratifichi), ovvero quella vecchia esplosa in agosto. E con l’assoluta contrarietà di Mattarella. Le conseguenze, politicamente, sarebbero a quel punto imprevedibili e molti “leader” si troverebbero a dover improvvisare una “narrazione” comunque poco credibile.

Più che la “classe politica” (un informe ammasso di quacquaraqua intenti a strillare per farsi notare, con la complicità dei media di regime), è utile tener d’occhio gli imprenditori, specie quelli pesantemente indebitati, che si stanno facendo i conti in tasca e “scoprono” che stanno per rimetterci la ghirba. Ovviamente non parlano in prima persona, ma fanno pubblicare “interventi di esperti” anche su giornali insospettabili di “sovranismo” nazionalista.

Per esempio Francesco Carraro, su Il Fatto, definisce “patologica” la logica del nuovo Mes, se vista dal lato degli interessi della popolazione e delle sue condizioni di vita.

“In pratica, stiamo parlando di un sistema in cui uno Stato precariamente sovrano presta denaro a un soggetto giuridico terzo, composto da membri privi di qualsivoglia legittimazione elettorale, dotati di una immunità e insindacabilità pressoché assolute da fare invidia alle baronie della nostra prima repubblica. Per prestare quel denaro, ovviamente, lo Stato deve indebitarsi con i mercati (unico modo consentito). Poi, quello stesso denaro lo stato potrà ottenerlo, ma solo in prestito, dal Mes e previo rispetto di una serie di “condizionalità” così brutali da mettere in ginocchio qualsiasi economia con qualche residua vocazione ‘sociale’”.

Sessanta milioni persone (molte di più, calcolando anche Spagna, Grecia, Portogallo e altri paesi in condizioni simili) “governate” da poche centinaia di funzionari presuntamente “tecnici”, ma in realtà messi lì dai governi delle nazioni più forti (l’asse è franco-tedesco-olandese, di fatto), che decidono in che modo i capitali – e la possibilità di tenere in vita un’economia – dovranno defluire da determinati territori o istituzioni per viaggiare verso altri lidi.

Un rischio talmente grave da costringere Carraro a chiudere con una critica feroce erga omnes, “movimenti” sardineschi compresi:

“A questo punto, chiunque abbia a cuore la conservazione dell’assetto politico, economico e sociale della nostra convivenza civile, così come pensato dai Padri costituenti nel 1947, deve fare una scelta di campo precisa non solo rispetto al Mes, ma anche nei confronti di tutte le “riforme strutturali” consustanziali al trattato di Maastricht istitutivo dell’Unione europea. Il che richiede uno studio assiduo e una consapevolezza vigilante di cui soprattutto le nuove generazioni, e le “nuove” forme di movimentismo, sembrano drammaticamente prive.”

Ma persino l’Huffington Post italiano – parte del gruppo Repubblica-L’Espresso, ossia Carlo Debenedetti, ex “tessera n. 1” del Pd! – ospita un articolo di Alfonso Gianni (ex Prc) in cui il Mes è condannato senza appello:

“In sostanza il Mes agirebbe come una sorta di Fondo monetario europeo, sostituendo il Fmi in una rinnovata Troika (anche se l’intervento di quest’ultimo è sempre ritenuto possibile) o agendo in un ‘duo’ con la Commissione. La vicenda greca si ripropone quindi sotto altre vesti. L’invasività del Mes nelle politiche di bilancio degli stati membri diventerebbe clamorosa, tale da porre seri aspetti di incostituzionalità alla luce della nostra Carta fondamentale. Sarebbe un’applicazione perversa, ma dal loro punto di vista logica, di quell’austerità espansiva di cui hanno straparlato le elite europee”.

Quale conclusione possiamo trarne? Che la discussione sull’Unione Europea, le sue politiche, trattati, meccanismi, ecc, non ha soltanto due possibili schieramenti (“sovranisti” versus “europeisti”). Perché in ballo c’è per un verso la sovranità (appartiene al popolo o a una ristretta oligarchia fatta di amministratori delegati e tecnoburocrati?), per un altro i sistemi-paese (una volta che hai perso le parti strategiche del sistema industriale e finanziario ti serviranno decenni o secoli per risollevarti), per un altro ancora le disuguaglianze sociali (da ogni “riforma” qualcuno ci guadagna e molti altri ci perdono).

E non c’è alcun dubbio che il neoliberismo, anche in versione “ordo”-teutonica, sia una forma assolutamente cruda del dominio di classe. Che la Ue sia una struttura che approfondisce gli squilibri strutturali a vantaggio delle aree “forti” e a scapito di quelle più deboli. E che la questione della sovranità (in soldoni: chi comanda?) sia al tempo stesso una questione di classe, nazionale e internazionale.

Il fatto che una parte crescente del mondo imprenditoriale stia lanciando allarmi e critiche feroci al Mes è un segno preciso che questa “riforma” va a colpire strati sociali e figure di classe anche diverse, come accade per le guerre che si perdono o quando si viene invasi (non certo dai migranti, ma dai panzer!). Una situazione abbastanza frequente, nel Novecento, ma di cui si è persa sia la memoria che le categorie interpretative.

E’ ora di uscire dal pensiero bi-polare in voga ai tempi della “globalizzazione” e ragionare un po’ – almeno un po’ – da marxisti.

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