L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 1 dicembre 2019

Non c'è un governo che mette al primo posto la lotta alla 'ndrangheta alla mafia, in quanto questi governi sono tutti espressione del Sistema massonico mafioso politico che domina l'Italia

‘Ndrangheta e Massoneria… Una storia da conoscere… nell’amara ma nobile terra di Calabria…Con miei ricordi professionali …

Raffaele Vacca 2 settimane Fa


 
Gotha-'ndrangheta-massoneria

Roma, 19 novembre 2019 – È stato presentato a Firenze presso la sala del gonfalone, palazzo del pegaso, organizzato con il patrocinio della Regione Toscana, “Gotha – il legame indicibile tra ‘ndrangheta, massoneria e servizi deviati”, libro-inchiesta di Claudio Cordova. il libro è edito da paper first, la collana di libri de ‘Il fatto quotidiano’, ed è già alla terza edizione in poco più di un mese, grazie anche alla prefazione del procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho.
“Gotha” affonda le proprie radici nella storia della ‘Ndrangheta, svelando e analizzando i legami con la massoneria, gli ambienti eversivi e il mondo delle Istituzioni. Attraverso un percorso che nasce dagli anni ’60 e che arriva all’attualità, il volume indaga sul lato più oscuro della criminalità organizzata… “È la massoneria il ponte per raggiungere quella “zona grigia” in cui convergono istituzioni, imprenditoria e criminalità organizzata. È, soprattutto con i “pezzi” dello Stato, con gli infedeli appartenenti alle istituzioni, che la ‘Ndrangheta assume un nuovo livello organizzativo”, scrive nella sua prefazione il Procuratore Cafiero De Raho.

Ovviamente, ho letto il libro, oltremodo interessante, che consiglio, circoscrivendo il racconto ad un capitolo che illustra le vicende del Notaio Marrapodi… cioè ‘Ndrangheta e massoneria, il cancro della società attuale…
“”Sei anni di guerra di ‘ndrangheta , di morti ammazzati per le strade, di paura, di arresti, di scandali politici e giudiziari lasciano Reggio Calabria e la sua provincia in condizioni drammatiche. La massoneria è il collante della rete relazionale di cui gode la ‘Ndrangheta e il grado di infiltrazione nella vita politica, economica e sociale è elevatissimo. Dopo lo scandalo della Tangentopoli reggina, innescata dal Sindaco Titti Licandro (da me conosciuto perché in libertà provvisoria a Viterbo per decisione dell’AG, dov’ero Comandante Provinciale nel biennio 91/93 n.d.a.) che travolge un’intera classe dirigente, arriva il tempo della primavera di Reggio Calabria del Sindaco Italo Falcomatà. Ma anche la stagione di Falcomatà, morto prematuramente per un male incurabile e quindi diventato un “martire” per i reggini, sarebbe stata viziata dai coinvolgimenti criminali. Sarà il processo Gotha, iniziato davanti al Tribunale di Reggio Calabria nel 2017, a proporsi di riscrivere la storia della città… Quando decide di rivelare ciò che sa agli inquirenti, il notaio Pietro Marrapodi racconta degli intrecci economici politici e criminali, all’ombra della massoneria. È massone, Pietro Marrapodi. D’altra parte, sul suo conto gli investigatori indagavano da tempo. A parlare del ruolo e dei rapporti del notaio sono anche i collaboratori di giustizia, tra cui Giacomo Lauro: “…so che suoi referenti politici erano l’On. Giuseppe Nicolò, tanto per intenderci quello arrestato per i fatti inerenti la Tangentopoli reggina, il nostro referente dell’onorevole Misasi, nonché Nino Neri, membro della Direzione Nazionale del Partito Socialista Italiano, “manciniano di ferro”. Lauro mette in collegamento la figura del notaio con quella di Bruno Equisone, capomafia di Bova Marina (legato a don Mico Tripodi), assassinato il 20 maggio del 1976. Agli atti di indagine risulta anche che Marrapodi è stato testimone di nozze di Bruno Nirta, appartenente alla nota famiglia Nirta di San Luca. A quel matrimonio – in grande stile, come si usa da quelle parti – partecipò praticamente tutta la ‘Ndrangheta reggina, sia dell’aria tirrenica, sia di quella ionica, sia del capoluogo Reggio Calabria. Quel ruolo così importante di testimone di nozze, quindi, nel linguaggio ‘ndranghetista non è altro che una sorta di consacrazione dell’appartenenza del notaio alla ‘Ndrangheta e, in particolare, a quella vincente, dato che la famiglia dei Nirta, insieme con le più potenti famiglie della ionica, erano legate a quella dei De Stefano di Reggio Calabria. Marrapodi si definisce un “purista” della massoneria. Quelli di cui Marrapodi parla sono gli anni della maxi nota inchiesta sulla massoneria curata dal Procuratore di Palmi, Agostino Cordova. Marrapodi è il primo a fare i nomi di alcuni Magistrati collusi. Marrapodi, dunque, sarebbe stato depositario di tanti segreti della massoneria e dei suoi legami con la criminalità organizzata. Del resto, di tali rapporti, parla anche Gioacchino Pennino, medico, ma anche mafioso palermitano e assai inserito nell’ambito di cappucci e grembiulini: “in effetti il De Bernardo, che era stato al vertice del Grande Oriente d’Italia, a seguito delle dimissioni, disse che non poteva capeggiare una organizzazione al cui interno vi erano soggetti che ideavano, con le organizzazioni criminali, attentati contro lo Stato. Cosa che aveva compreso svolgendo il suo ruolo. Ciò avvenne nel 1993. Sempre i predetti, e forse anche altri, mi dissero che il De Bernardo conosceva anche il vertice della Grande Loggia d’Inghilterra a cui era affiliato il Grande Oriente d’Italia. All’epoca era il Duca di Kent il vertice inglese della grande loggia d’Inghilterra. Per questo la Grande Loggia d’Inghilterra non riconobbe più il Grande Oriente d’Italia” … Sì, la storia giudiziaria e la letteratura hanno tramandato il ruolo di Cosa nostra come centrale di alcune delle vicende più oscure della storia d’Italia, ma hanno probabilmente sottovalutato l’importanza rivestita dalla ‘Ndrangheta, almeno a partire dagli anni 60. ‘Ndrangheta e massoneria, unite probabilmente anche nella strategia stragista. Di Bernardo conferma quindi l’esistenza di intrecci tra criminalità organizzata e massoneria, ma con specifico riguardo alla criminalità calabrese, rappresenta una situazione di quegli anni che sarebbe più esatto definire come di vera e propria colonizzazione della massoneria da parte della ‘Ndrangheta. È il 29 giugno 1994. Nel carcere di Catanzaro un PM di Reggio Calabria guida il confronto tra il pentito di ‘Ndrangheta Giacomo Ubaldo Lauro e il notaio Pietro Marrapodi. Parlano di tutto e a un certo punto Marrapodi irrompe riferendosi alla ‘Ndrangheta: “Comunque, chiedo scusa signor Lauro, la mafia di Reggio Calabria non è stata sottovalutata ad arte, è stata presentata all’esterno come un fenomeno minore ma il sottoscritto, il 3 dicembre – ora che mi ricordo – 1993, guardando in faccia il dottor Roberto Pennisi e il commendator Giuliano Gaeta, si è rivolto a Luciano Violante dell’Antimafia e al Ministro Conso e ha detto: “Anche se mi rivolgo a voi che potete ascoltarmi o meno, perché è per poco che starete lì, vi debbo dire che io che sono Notaio e che vivo in questo ambiente da 23 anni, so qual è il rapporto che passa tra ‘Ndrangheta e mafia siciliana. I capibastone ’ndranghetisti dicono che i palermitani sono “buccazzari” (parlano a vuoto..): quindi ne ricavo il rapporto che passa tra discepolo e maestro; perché maestra è la ‘Ndrangheta“. Il quadro di situazione viene compiutamente descritto in epoca molto più recente dal collaboratore di giustizia Cosimo Virgiglio, uomo di fiducia dei Molè, per conto dei quali movimentava imponenti capitali che venivano investiti nel settore della contraffazione e delle importazioni tramite il porto di Gioia Tauro… Professionista colto, già massone di provata fede (appartenente alla loggia Garibaldini d’Italia), nel maggio 2015 Virgiglio riferisce di rapporti tra la sua loggia e quella coperta di Giacomo Maria Ugolini, denominata Grande Oriente di San Marino, e i Molè/Piromalli.
Riferisce che lui è uscito da tale contesto quando si stava concretizzando l’alleanza fra Garibaldini/Molè e Grande Oriente di San Marino. Virgiglio parla del progetto di pilotare la scarcerazione di Mommo Molè per motivi di salute attraverso Cesare Previti e il dottore Ceraudo, medico del Dap, di Angelo Boccardelli, segretario di Ugolini, condannato nell’operazione “Maestro” e Giorgio Balestrieri, ex piduista, Presidente del Rotary di New York, nonché uomo di punta della loggia di Ugolini. La ‘ndrangheta avrebbe utilizzato tale struttura per ripulire il denaro garantendo in cambio la gestione dei flussi elettorali per conto dei soggetti politici.
Marrapodi si suicida nel 1996. Così, Pantaleone Sergi, su “La Repubblica” del 29 maggio 1996: “si è tolto la vita portando nella tomba molti misteri di Reggio. Il notaio della mafia Pietro Marrapodi, 56 anni, che da tempo aveva iniziato una guerra privata contro un gruppo di Magistrati secondo lui collusi con le cosche e coinvolti in 1000 affari, si è impiccato con una corda (la notizia giunse subito nella mia giurisdizione in quanto era originario dell’alto crotonese, di San Nicola dell’Alto, nella mia giurisdizione di competenza, allora…) .
Marrapodi ha lasciato poche righe in cui dice ai familiari di aver voluto loro “sempre bene”. Ma il resto delle sue parole è segreto, il Magistrato inquirente, Francesco Mollace, ha fatto sequestrare lo scritto, assieme al computer trovato nello studio e a numerosi fascicoli.
Le “verità” del notaio tolsero il sonno a diversi potenti e fecero aprire molti fascicoli giudiziari. I giorni di Reggio diventarono ancora più avvelenati. Cosa poteva essere utilizzato dal Procuratore Salvatore Boemi e dai Magistrati dell’antimafia che intanto stavano lavorando alla più poderosa inchiesta sulla mafia reggina, l’operazione Olimpia (effettuata dalla DIA diretta dal bravissimo Collega di corso Angiolo Pellegrini, Dominus della Polizia Giudiziaria nella lotta alla Ndrangheta n.d.a.), in cui Marrapodi era imputato? Quali erano state le ragioni che avevano indotto il professionista a rompere con massoneria e mafia che pure aveva servito, per denunciare quello che lui stesso definiva “il vero volto delle devianze istituzionali di Reggio Calabria”? Il Notaio parló. Raccontò di intrecci tra mafia, massoneria, giustizia, politica e affari. Accusò tutto e tutti: la massoneria, la legge, le istituzioni. Ma le accuse “penalmente rilevanti” ai Magistrati si tradussero in un boomerang: venne accusato di calunnia. “Ma lui è un uomo dei clan”, dissero intanto i pentiti. Le sue carte lo dimostrarono. Marrapodi finì in carcere più volte. Seppure rinviato a giudizio per mafia, nei mesi precedenti aveva riottenuto il sigillo di notaio, e con un appello pubblico aveva chiesto di avere una scorta: temeva per la sua vita. Ma si è isolato, uccidendosi. Una morte inquietante, che ancora oggi segna il destino di Reggio Calabria e non solo. Sono quelli, probabilmente, gli anni in cui la ‘Ndrangheta riesce a raccogliere i frutti di quanto seminato negli anni 70 con la creazione della Santa””.

Sin qui, l’interessante libro. Ora, come di consueto, per i miei 25 lettori, racconto e ricordo… Cominciamo da Giacomo Maria Ugolini, sopra citato, da me conosciuto bene a fine degli anni ’70, quando era Plenipotenziario in Italia del “Patriarcato Greco Melchita Cattolico di Antiochia e di tutto l’Oriente, d’Alessandria e di Gerusalemme“, ovviamente frequentato per motivi istituzionali (diciamo, di carattere squisitamente informativo!!) e limitatamente a quel periodo. Monitorando, all’epoca, l’Aeroporto di Fiumicino, d’intesa con la Polaria, per controllare il flusso di quanti partivano o arrivavano dal vicino Oriente, e in particolar modo dal Libano e dalla Siria (nel Libano, ricordo, dal 1975, c’era stata la guerra civile, e nei campi militari dei Cristiano Maroniti, da quello che risultava, si addestravano giovani della Destra estrema italiana, colorata di eversione, come certamente aveva fatto il terrorista NAR Walter Sordi), constatammo che l’Ugolini, con doppia cittadinanza, Roma e Gerusalemme, era spesso in viaggio. Aveva un tenore di vita elevatissimo, con sontuosa villa all’EUR, con frequentazioni di primissimo piano, sia nel settore politico, istituzionale, affaristico e religioso. Verificato, così, dopo qualche tempo, che il filone iniziale d’indagine non consentiva l’acquisizione di spunti di interesse, su terroristi nostrani che andavano ad addestrarsi in Libano, bensì si evidenziava quello più remunerativo da un punto di vista informativo ad ampio spettro, assicurato da un’ eventuale forma di collaborazione con il personaggio, soprattutto su questioni riguardanti le delicatissime problematiche del Medio Oriente, decisi, d’intesa con i Dirigenti, che sarebbe stato più utile parlarci. Quindi, per avvicinarlo, d’intesa con il mio Capocentro dell’Antiterrorismo del Ministero dell’Interno, l’ottimo Vice Questore Mario Fabbri ( erano i tempi dei grandi Direttori, i Prefetti Emanuele De Francesco e Vincenzo Parisi), mi avvalsi di un esperto, capace e fidatissimo, attesa la delicatezza dell’operazione, Maresciallo dei CC., già nei Servizi, quelli veri! (del quale, essendo nei giorni scorsi purtroppo deceduto per malattia, posso citarne il nome per onorarlo: Maresciallo Maggiore CC. Bruno Filippone) che, con parole appropriate, stabilì il contatto. Ciò fu per me e per l’Ufficio di appartenenza, particolarmente proficuo, sia perchè ci pose in condizione di conoscere personalmente un mondo davvero straordinario, sia per i contenuti delle informazioni nel tempo acquisite (in quattro anni) alle quali l’interlocutore sembrò molto interessato… Pensare, che avemmo la ventura di conoscere il Patriarca d’Oriente, Sua Beatitudine Massimo V, come altri illustri Alti Prelati, quali Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Abou MooK, Arcivescovo Vicario Generale Patriarcale e S.E.R. Mons. Edelbhj , Vescovo di Aleppo di Siria, ed altri ancora, durante la loro permanenza in Italia, ospiti dell’Ugolini che, come riferito, in quegli anni, era Referendario Patriarcale. Al riguardo, si pensi, che Monsignor Hilarion Capucci (classe 1922), Arcivescovo, Vicario Generale Patriarcale Melchita di Gerusalemme, che venne arrestato il 18 settembre 1974 perchè, perquisito dal controllo israeliano alla frontiera, nel portabagagli della sua Mercedes vennero rinvenuti dinamite, mitra, granate e munizioni varie destinate ai terroristi di Al Fatah per attentati contro i civili in Israele. Certamente, quello non era il primo trasporto di armi dell’ alto Prelato che, come tutti gli esponenti religiosi, godeva in Israele di una immunità diplomatica. Arrestato, venne processato nel dicembre ’74 e condannato a 12 anni di reclusione. Tre anni dopo, il 31 ottobre 1977, Papa Paolo VI chiese con una lettera al Presidente dello Stato di Israele, Katzir, di far uso delle sue prerogative e di far liberare Mons. Capucci, date le sue condizioni di salute. Il 4 novembre 1977, il Presidente Katzir risponde al Papa accogliendo la domanda. Il 6 novembre 1977, il Presule venne liberato e giunse a Roma. Negli accordi diplomatici che si presero a Roma, Israele pose due condizioni precise che la S. Sede accettò, e cioè che Mons. Capucci non tornasse più nel Medio Oriente e che si astenesse da ogni attività politica. Altro campo in cui i Vescovi Orientali erano, all’epoca, impegnati, era quello delle intermediazioni tra Stati su problematiche rilevanti, ovviamente molto ben remunerate, quali l’”Internazionalizzazione di Gerusalemme”, il “Gasdotto” di Malta, con contatti intrattenuti direttamente con il Presidente Don Mintoff, etc.
Bene, tornando alla nostra HISTORIA, va riferito che il “nostro” Giacomo Maria Ugolini, negli anni successivi, crebbe in prerogative e importanza… Si è scoperto, ancora, che era diventato addirittura il Capo della Massoneria di San Marino (noto paradiso fiscale!!) dove, con la sua morte, avvenuta il 5 gennaio 2006, ha lasciato un gran vuoto nella piccola Repubblica del Titano, dove era ritenuto una delle personalità più importanti e influenti, proprio in virtù delle sue funzioni di “Ambasciatore Itinerante della Repubblica del Titano per il Medio Oriente”. Bene!; in relazione alle vicende del famoso Cristo ligneo, devo dire che ho avuto personalmente il privilegio di vederlo in tempi non sospetti. Infatti, sarà stato il 1980, nella Casa-Reggia di Ugolini, ebbi modo di ammirarlo, deposto su un divano, avvolto in un drappo di velluto rosso. Alla mia ovvia domanda sull’origine di quella bella scultura, il padrone di casa, non dissimulando una certa soddisfazione, rispose trattarsi, semplicemente, di opera del… sommo “Michelangelo”…, non aggiungendo altro. Passato a miglior vita, Ugolini ha devoluto i suoi immobili e una serie importante di opere d’arte, compreso “Il Cristo” di Michelangelo, a una Fondazione gestita dal suo segretario, il prima citato Angelo Boccardelli. Continuando, il 22 dicembre del 2009, quando i Carabinieri del Ros entrarono nella sede della “Fondazione Giacomo Maria Ugolini, Ambasciatore”, nel lussuoso albergo “Villa Vecchia” di Monte Porzio Catone, sui Castelli Romani, arrestarono Cosimo Di Virgilio, legato, per i Magistrati dell’Antimafia, alle cosche della Piana di Gioia Tauro. Scattarono le manette anche per Angelo Boccardelli, mentre Giorgio Hugo Balestrieri si rese irreperibile, rimanendo senza molti problemi Presidente del Rotary Club di New York. Per tutti, l’accusa fu pesante, cioè “Associazione per delinquere di stampo mafioso” (art. 416 bis CP), in piena sinergia con la ’Ndrangheta. Per la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, la Fondazione era uno dei terminali imprenditoriali della ‘Ndrina dei Molé di Gioia Tauro. E, tra l’altro, facilitava il riciclaggio dei soldi arrivati dall’importazione clandestina di merce cinese nel porto calabrese. Tra i beni che i Carabinieri sequestrarono nella sede della Fondazione non c’era, però, la statuetta del Cristo. Al riguardo, il Pubblico Ministero della Dda di Reggio Calabria, Roberto Di Palma, confermò ai giornali che anche la Giustizia si era messa alla caccia del Crocefisso…

Concludendo, s’impone una riflessione; riflessione che espongo nei miei scritti. Vero, vengono arrestati centinaia di mafiosi delle varie aree d’Italia, e subito nascono nuovi capi e nuove bande… Quindi, non è sufficiente l’arma della repressione, arma necessaria ma non bastevole; non ne usciremo se le situazioni economiche, la scuola, la società intera e la morale restano “aperte” alla riproduzione della mala pianta. Un Nuovo Umanesimo, quindi, è necessario… Un problema che investa tutti, ma soprattutto la politica, quella vera e nobile, quella scritta con la P maiuscola! Una Politica che significhi servire gli altri con senso dello Stato, spirito di servizio, lealtà verso le Istituzioni. Non certamente la politica degli ultimi 30 anni… sino ad oggi!!

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