Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 gennaio 2019

Calabria - 80 per cento delle risorse sono assorbite dal Sistema Sanitario

Calabria, i paradossi della sanità: Cotticelli incontra prima lo stato e poi… la mafia

-12 Gennaio 2019


Il neocommissario alla sanità Saverio Cotticelli incontra il procuratore antimafia Gratteri e subito dopo il presidente Oliverio inquisito per corruzione (mafiosa)!

Il nuovo commissario per l’attuazione del piano di rientro della sanità calabrese, generale in pensione dei carabinieri, Saverio Cotticelli, nominato lo scorso 7 dicembre dal Consiglio dei Ministri al posto del predecessore, Massimo Scura, ancor prima di prendere possesso della Struttura Commissariale nella Cittadella Regionale, ha ritenuto opportuno incontrare il Procuratore Capo della Direzione Distrettuale Antimafia, Nicola Gratteri. Un segnale chiaro, inequivocabile, che i calabresi onesti hanno colto con rinnovata speranza: l’enorme somma di danaro, pari a 3,5 miliardi di euro, destinata alla sanità nel bilancio della Regione Calabria ha infatti attratto da tempo forze storicamente dedite al malaffare, retrive ed estremamente pericolose e conseguentemente avverse al progresso civile.

Il Procuratore antimafia Gratteri, poco tempo fa, a proposito di sanità calabrese, aveva infatti dichiarato “ …la ‘ndrangheta è classe dirigente nelle stanze dei bottoni…. la ‘ndrangheta ha potuto fare il grande salto di qualità perché è in contatto con medici, avvocati, professionisti e logge massoniche deviate… le Aziende Sanitarie sono divenute luogo dove si è smarrita la certezza del diritto, intere popolazioni sono alla disperazione più assoluta, gran parte del Servizio Sanitario Regionale è da rifondare, resettando il sistema fino alle fondamenta. La sanità è ridotta ad un carrozzone clientelare, dove la politica è riuscita a dare il peggio di sé allocando nelle Direzioni Strategiche la più marcata mediocrità manageriale…” 

Cotticelli, quindi, incontra Gratteri, e… appena il giorno dopo, fa visita a Gerardo Mario Oliverio “confinato” in quel di S. Giovanni in Fiore in relazione all’indagine dello stesso Gratteri per l’ipotesi di reato di “abuso d’ufficio” e successivamente raggiunto da un altro avviso di garanzia in cui risulta indagato per “corruzione”! Certamente i due episodi hanno nel contempo sia del paradossale che del grottesco, Cotticelli, infatti, subito dopo aver incontrato il Procuratore Gratteri, ha dichiarato: “ Da vecchio carabiniere ho sempre avuto un solo interlocutore: la legge e la magistratura”!!!

Peraltro, dopo aver incontrato Gratteri, il commissario Cotticelli si è recato nella sede della Cittadella a Catanzaro e a conclusione della visita ha affermato di aver avuto modo di costatare la presenza di “indubbie professionalità”. Cotticelli ha infatti (!) incontrato il neo Direttore Generale del Dipartimento Salute, dott. Antonio Belcastro, meglio noto come “manager dei topini” in seguito all’intervista della trasmissione televisiva “Report” all’epoca in cui Belcastro era direttore generale della “Fondazione Campanella” che in tale veste contribuì ad affondare.

Cotticelli ha inoltre incontrato il “delegato alla sanità”, Franco Pacenza, nei confronti del quale, il Movimento Cinquestelle, ha presentato un esposto giusto alla Procura della Repubblica di Catanzaro (!) con la seguente motivazione “Quella di Pacenza quale proprio consulente per la sanità, è l’ennesima nomina illegittima del governatore Oliverio detentore del record in materia, quella contraria alla legge; essa appare un favore a un esponente del Pd, già più volte consigliere regionale, che ora incassa 2.800 euro netti al mese più contributi previdenziali e rimborsi e che partecipa illegittimamente alla conferenza Stato-Regioni. Pacenza non poteva affatto essere nominato anche perché, come richiesto dalla legge, l’amministrazione regionale doveva avere preliminarmente accertato l’impossibilità oggettiva di utilizzare le risorse umane disponibili al suo interno e perché la prestazione doveva essere di natura temporanea e altamente qualificata, mentre il ripetuto rinnovo dell’incarico in argomento contrasta con la sua natura temporanea e nel merito manca congrua motivazione sul punto dell’alta qualificazione”!

Ebbene, solo poche ore dopo questo incontro, l’Asp di Cosenza ha elargito un nuovo incarico alla moglie. Roba da non crederci se non fosse la pura verità. Roba da urlare che la realtà supera abbondantemente la fantasia.

Concludiamo con una amarissima constatazione: Cotticelli, a margine di un’intervista ha affermato di essere “figlio del popolo”, e il popolo calabrese, mortificato e disilluso, di chi è figlio? Di Pacenza, di Belcastro, di Oliverio o di Gratteri? Della mafia o dello stato?

http://www.iacchite.com/calabria-i-paradossi-della-sanita-cotticelli-incontra-prima-lo-stato-e-poi-la-mafia/

Alceste il Poeta - ho visto tre servi che con sorrisi ed argomentazioni cercavano di portare all'ovile un uomo libero e la rabbia montava tre+il presentatore gentilmente ma palesemente contro. La Tv fatta in questo modo è il nulla che avanza ci copre dove ci annulliamo

Gli ultimi giorni dell’umanità


Roma, 10 gennaio 2019

Di fronte alla cascata di pongo colorato di Jeff Koons (Play-Doh, 1994-2014) una selva di interrogativi affollarono la mia mente. Erano altri tempi, in cui vagheggiavo con forza la distruzione del nemico. Altri tempi, appunto: pochi anni, in realtà, mi separano da quell’apparizione; ognuno, oggi, pare essersi diviso meioticamente tanto che quell’evento (o meglio: la mia personale reazione a quell’evento) ora sfuma nelle nebbie di un’epoca antidiluviana, ancora vanamente strutturata dalla speranza.

La speranza, infatti, è svaporata via, ineluttabile. Mi appaiono puerili le armi dell’ironia, dell’odio e la potenza brutale del disprezzo contro tale manifestazione del nichilismo. La cascata di creta per bambini di Jeff Koons appare, invece, come uno stadio ulteriore e inevitabile della dissoluzione. Che alcuni uomini (critici, galleristi, babbei) consentano a tale plateale epifenomeno del nichilismo è assolutamente marginale; che il “popolo” non apprezzi l’arte postmoderna è, di nuovo, secondario: la apprezza, infatti, per vie traverse come quando si sdilinque per altri orrori, ben più quotidiani.

Paul Vialar, nell’introduzione al catalogo di trompe l’oeil di Gregorio Sciltian, l’antimodernista, così definiva i tipi come il belga:

“Trompe l’homme? Per me è tutto ciò di cui si valgono tanti impostori che ridono sotto i baffi degl’ingenui borghesi che cadono nelle loro trappole. Una ventina di anni fa ho pubblicato un romanzo intitolato Il tempo degli impostori [Le temps des imposteurs, 1960]. Vi descrivevo che cosa è l’impostura – in particolare letteraria e artistica – nella nostra epoca … nel libro … raccontavo d’un pittore che aveva fondato una Scuola del Nulla. Questo tipo, in effetti, vendeva delle tele che portavano la sua firma ed erano assolutamente bianche. All’acquirente, al gonzo, veniva spiegato che bastava osservare la tela acquistata – molto cara, ma che portava la sua firma - per vedervi tutto quanto NON vi era raffigurato e che poteva essere inventato a suo piacimento … Dieci anni dopo un tale, un furbastro, ha rubato la mia idea facendola sua; si è messo a firmare tele bianche e le ha poi vendute a caro prezzo e in numerosi esemplari …”.


A cosa servono tali intemerate? Muovono all’azione? Recano qualche visitatore in più a Sansepolcro? Ristrutturano ideologicamente le accademie d’arte, pubbliche o private? No, sono sfoghi personali, cui si dedica poca o nulla attenzione. Lo stesso Koons appare solo come il sintomo d’una malattia devastante che si palesa ogni giorno di più, un decorso terminale che giace iscritto nel nostro paleoncefalo: l’uomo nacque maledetto dalla propria autodistruzione. Koons è innocente quanto lo è il bubbone purulento di un contagio definitivo e letale.

Tanti profeti di distruzione comparvero sulla faccia della terra. Tu sei uno dei tanti, potrebbe sussurrare un burlone. Oppure: tu dici che si stava meglio quando si stava peggio, ma è sempre stato così! Animo, suvvia! Certo: dolciniani, apocalittici, millenaristi, predicatori di sventure son spuntati ovunque a maledire il nuovo col volto torto verso un passato edenico. Ebbene: avevano ragione tutti. Se l’uomo è decadenza, ovvero: se la civiltà umana è la cronistoria di una lenta decadenza e di un progressivo appressamento al Nulla tali considerazioni assumono una logica evidente quanto banale. 


L’uomo si formò entro una pozzanghera e a quella pozzanghera ritornerà. Thomas Stearns Eliot condensò tale favola con lo sferzante: “Nascita e copula e morte/se tiri le somme è tutto qui”. L’entità che si staccò per prima dalla pozza protozoica aveva già inserito un programma autodistruttivo a tempo; ciò che venne dopo (tutto: arte, scienza, religione, morale) fu il tentativo immane di dimenticare l’origine; oggi la natura lutulenta della nostra ignobile nascita ci reclama dall’abisso e noi vi tendiamo, più o meno consapevoli. I mucchi di fango di Koons, uno che si crede furbo ed è solo una pedina della caduta, ciò dimostrano: stanno scomparendo i residui aneliti che ci legano al cerchio luminoso della vita. Ma lo stesso può dirsi per altri ambiti: la licenza in ogni campo del vissuto, l’abbattimento delle mura e dei confini, la polimorfa caduta nella perversione.

Ognuno di noi reca in sé tale avvenimento: l’uscita dall’indifferenziato. L’etica quale contrasto all’entropia psico-biologica della specie. L’arte e la religione come tentativi di dimenticare ciò che deve essere respinto nel profondo dell’anima: per consentire la vita. Concetti come “dissoluzione” e “peccato” vengono qui declinati in modo nuovo. Il peccato non è un’invenzione dei bigotti al pari di tabù, rimozioni e repressioni: sono armi che permettono l’esistenza. Il progresso umano (l’unico progresso possibile) consiste proprio nel dimenticare, rimuovere, e reprimere: l’occulto sublimerà così, spontaneamente o tramite l’opera del genio, in architetture celesti. Ciò che è bello. E qui non si sublima la morte (la morte fisica è, infatti, amica, la sorella Morte), ma l’Arcinemico di ogni età, la Dissoluzione: che è altro. La “sora morte corporale/da la quale nullu homo vivente pò scampare” è sempre stata accanto a noi; un cristiano la amava, così come il guerriero; il contadino la iscriveva in un tempo mitico immutabile assieme alle piogge e al corso degli astri. La Dissoluzione, invece, ecco il peccato: qui si doveva reprimere, bruciare, purificare, cauterizzare. Mai scorgere o far scorgere le profondità dell’abisso. Solo a pochi uomini gravi e responsabili si aprivano le porte della verità: i pastori della comunità. Si diveniva sacerdote, artista, sapiente perché si aveva contezza della verità inconfessabile. Lo sguardo sulla natura dell’uomo poteva essere sostenuto solo da tali individui o da una ristrettissima cerchia di iniziati. Col tempo si creò una tradizione; chi rivelava o feriva la tradizione (un traditore) doveva essere osteggiato, perseguito, ucciso. 

È sommamente giusto che Prometeo, un iniziato, un semidio, sottragga il fuoco agli dei; altrettanto che gli dei lo puniscano: essi devono trionfare. In tale costante dialettica, l’unica che consenta il vero progresso, vive l’equilibrio fra tradizione e ribellione. Ne deriva la tragedia eterna, ovvero il mondo e l’arte e la morale come l’abbiamo conosciuta, sempre rampollante di immagini, infamie corrusche, un minio acceso o un ocra meridiano, ascese, guerre, sotterfugi. 

Solo quando si decise di annientare la tradizione allora la storia si fermò, improvvisamente. Scomparve il bello, improvvisamente. Improvvisamente, non avemmo più voglia di avanzare: un presente senza scampo attanagliava i muscoli. Il peccato veniva liberato da tutte le prigioni e l’innominabile era su ogni labbro. Le mura, i valli, le trincee e i cavalli di Frisia vennero smantellati sistematicamente: ai nostri occhi si apriva un orizzonte infinito scambiato per libertà: il deserto.

Ma tale decisione, che oggi paghiamo con la disperazione, fu tale? Secondo me, no. Doveva accadere, prima o poi. In tal senso, il potere, l’1%, non è che un conseguente accadimento storico.

L’umanità reca la lettera scarlatta dell’autodistruzione, da sempre: ora, solo ora, s’ode l’ululo di corni, lo sfacelo.

La civiltà stessa è un katechon, formatasi, millennio dopo millennio, per ritardare l’inevitabile. In ciò che ha trattenuto (il Colosseo, un declivio ben coltivato, le meditazioni di San Bonaventura, un calice decorato a sbalzo, i teoremi euclidei) consiste la gloria effimera del genere umano.

Pulvis es et in pulverem reverteris: ecco come la Sapienza, in pochi fonemi, ricapitola milioni di anni di strepiti; e una condanna inappellabile. Il termine “polvere” è ricondotto da Giovanni Semerano all’accadico eperu, terra. Dalla terra (semitico 'apar, biblico ‘afar) nacque Adamo, il Primo Uomo e l’ápeiron di Anassimandro, il primo filosofo e scienziato, la mirabile concrezione dell'intelligenza cui tributa ammirazione, millenni dopo, anche Carlo Rovelli.

Sul Golgota, il Monte del Teschio, il Cristo agonizza; un sudore di sangue, salso e febbricitante, cola dalla fronte cinta di spine sul Volto recline; dai polsi schiantati sul patibulum sprizza un nuovo, vermiglio, reticolo di sofferenze che riga le braccia sospese e, poi, il torso martoriato; imbeve, quindi, il misero tessuto, scende lungo le cosce e le ginocchia spezzate, sino ai tarsi frantumati, raccogliendosi in un rivolo che stilla lento, verso la terra in cui è infitto il palo dello stipes. 
Lì sotto, da sempre, riposa il Padre degli Uomini: Adamo. Sangue e acqua sono bevuti avidamente dal suolo, penetrano, occulti agli sguardi distratti dei legionari, di Giovanni e diMyrhiàm, sino alle Ossa del Primo Peccatore: Queste ne sono lambite, chiazzato il teschio candido, e immediatamente purificate: da quel preciso momento, che, con accortezza filologica, potremmo indicare sulle assi cartesiane della redenzione, l’umanità è salva.
Secondo Léon Bloy l’intera storia umana che precedette tale attimo non ebbe che uno scopo: addivenire al legno e ai chiodi della Croce. Alessandro, Cesare, Assurbanipal, Ramsete non sono che le inessenziali emergenze di una meta precisa: Quel Legno e Quel Ferro.

Il Christus Patiens, ebreo, romano, cristiano, Chi rovesciò i tavoli nel tempio, Cristo il guerriero e Colui che dissetò l’impura samaritana; Adamo, Matteo, il Golgota, Longino, le dispute sul sangue divino e lo stesso vertiginoso Léon Bloy non furono che trattenimenti sublimi contro il richiamo dell’abisso. Figure e simboli potenti, una costellazione che ha donato, per millenni, senso, verso, spade, dolore, gioia, vita. A loro devo una imperitura e commossa riconoscenza.

Il professor Morbius vive da anni sulla superficie di un pianeta perduto nei labirinti del cosmo. The forbidden planet. Qui egli rinviene le vestigia di una civiltà antica e avanzatissima: i Krell. La storia dei Krell, però, è quella, atlantidea, di una catastrofe: i loro grattacieli di cristallo, porcellana e acciaio adamantino, come torri di Babele, scomparvero in una notte. Cosa accadde? Morbius indaga e scopre che rimasero vittime dei propri mostri inconsci. I loro migliori tecnici, infatti, avevano messo a punto una macchina ciclopica, le cui nervature affondavano per chilometri nelle viscere della terra, in grado di materializzare il pensiero. E così fu. In una notte fatale, duecentomila anni prima, il pensiero dei Krell prese forma: assieme ai migliori angeli dell’anima, però, sorse fra la bestia apocalittica dell’Id, la Dissolutrice, la Prostituta Scarlatta: Essa li reclamò, per sempre.

In Stalker, di Andrej Tarkovsky, vi è una camera della Zona che realizza i desideri. È la trappola più pericolosa: l’occulto si materializza oltre gli argini coscienti, ci annienta.

Gettare la bacchetta e il manto come Prospero, dichiarare la fine delle illusioni: la recita è finita, si chiuda:

I Filosofi, i cercatori di verità, dovrebbero elevare finalmente una preghiera di ringraziamento al Caso che li ha gettati sul litorale degli ultimi giorni dell’umanità. Cala il velo di Maia, dappertutto, l’orribile realtà viene esposta senza infingimenti e inganni e orpelli. L’agonia della civiltà è verità; i moribondi non mentono, come scrisse Emily Dickinson:

“Mi piace il volto dell’Agonia -
poiché so che è vero
l’uomo non può imitare una convulsione,
né simulare lo spasimo

occhi vitrei in un momento - e quella è Morte - 
impossibile fingere sulla fronte le perle del sudore
dall'Angoscia familiare infilate”.

Vivere pienamente equivale a mentire. La vita ascendente si nutre di menzogne dolcissime. La decadenza inarrestabile della strage delle illusioni. Che tale strage sia condotta in nome della bontà è, forse, l’estremo scherzo che l’uomo fa a sé stesso.

[Prosaica notazione, en passant: Assange e Wikileaks dicono la verità. Ammettiamolo, per un momento: hanno detto la verità. E però di quella minuscola e inessenziale cronaca cosa resta? Un tizio infreddolito sotto l’ambasciata dell’Ecuador assieme a un manipolo di svitati. Dite la verità e l’uomo non muoverà un passo; mentite e avrete legioni alle spalle. Si possono maledire gli Huntington, i Fukuyama, i Soros, ma tali figuri possiedono un’utopia, noi no. La verità non è un’utopia; la carota davanti all’asino lo è]

L’uomo è cattivo, malvagio! Occorre rieducarlo! Il passato è un cumulo insensato di infamie! Ora basta! Finalmente ecco l’utopia: saremo tutti più buoni! Il Venerdì di Repubblica ci fa pure un titolo: l’armata dei buoni. Un po’ come l’armata delle lacrime della Boldrini. Si è tutti più buoni, aperti, condiscendenti, progressivi; si è ormai insinuata, persino nelle menti semplici, la presunzione che un tizio qualsiasi, oggi, sia inevitabilmente migliore rispetto a un passato di sangue e furore. La bontà dilaga in ogni ambito. Un esserino di cristallo, pauroso, pronto a porgere mille guance, rispettoso, colle sacche lacrimali pronte a esplodere per le ingiustizie terribili dell’esistenza: un coniglio spellato, una mosca spiaccicata, un calcio a un cane rappresentano un fardello psicologico insopportabile per la maggior parte di noi. Anche qui aveva ragione Philip Dick quando elaborò il test Voight-Kampff.
I tre monoteismi si riadattano alla ventura, sostituiti, cum grano salis, dall’eterea considerazione del Nulla: un buddismo ben temperato, alla fin fine. Le sale multiconfessionali degli aeroporti sono la prefigurazione delle chiese a venire: spoglie, generiche, odorose di disinfettante, geometriche, prive di simboli o appigli spirituali; si è completamente soli lì dentro; non vi è empatia, e nemmeno il conforto di ciò che fummo; una camera di contenzione al contrario dove il paziente è già sedato: un sedile di legno, il silenzio e la constatazione della propria inutilità. Ci si raccoglie in meditazione! Ma su cosa si mediti non è mai detto. Forse sulle prossime scadenze IVA, ma, in tal caso, servirebbe un commercialista ben rodato. Le sale multiconfessionali sono l’ultimo rifugio prima del suicidio: asettiche come quelle d’una pinacoteca postmoderna o di un reperto di neurochirurgia. Farsi saltare le cervella in tali ambienti sarebbe logico senonché l’uomo postmoderno prova un terrore insostenibile della morte. Dilavato da ogni illusione, non gli resta che il proprio insulso andirivieni: di qui il conflitto irrisolvibile. Vivere con disgusto i pochi anni che restano e, allo stesso tempo, provare l'abietta paura del taglio definitivo.

Il cumulo di pongo di Koons sussurra altro: tutto ciò che divide e definisce è buono; ciò che astrae dal particolare è male. Le vociferazioni generiche di Bergoglio la domenica prima del pranzo sono il male: generiche, fungibili, tediosissime. Sono diventato ateo soprattutto per la noia che mi assaliva durante le funzioni religiose: basta leggere il cibreo da Giovani Marmotte della liturgia attuale: sangue verace, fonte di vita, la stretta di mano, degna dimora, lebbra del peccato. Ma che significa? Un prete, ammesso che creda in Cristo, pare solo attento a non pestare i piedi al prossimo. Di qui i buffetti verso omosessuali, atei, libertari, globalisti ed ecumenici alle vongole: quando un’etica, naturalmente esclusiva, degenera in una soporosa e complice convivenza con tutte le altre non può che assurgere a prodotto da supermercato spirituale. Più una religione diviene generica più è innocua e riesce a prostituirsi a chiunque. Bergoglio dirige, ormai, un discount: i suoi quattro salti in padella son come quelli di chiunque altro.

“Reco la spada a dividere il padre dal figlio, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera”: tale sentenza non è mai stata meditata abbastanza.

Vuoto il sacco: mi assale spesso il desiderio di scaraventare il papa fuori della finestra.

Non si possono giudicare i razzisti, i fascisti, i cattivi, gli sterminatori; è la vita che preserva sé stessa a continuamente creare tali crudeli efflorescenze. Ora che non esiste più la guerra vediamo che la vita ci sfugge dalle mani assieme alla felicità. L’uomo comune si interroga: proprio ora, proprio ora che potevamo gioire per l’eternità ci viene a mancare persino la volontà di vivere! Ma questa è la tragedia dell’uomo: la guerra anela il ristoro della pace, ma la pace, se perpetua, distrugge l’uomo stesso. 

Il male è necessario al giusto e all’uomo di pace. Entrambi, vittima e carnefice, tributano onori alla vita.

L’Occidente ha conquistato il mondo; l’Italia ne è la colonna portante. Ne consegue che un Italiano ha la maggiore responsabilità possibile verso l’umanità poiché, ormai, il mondo si è ristretto e unificato secondo le categorie mentali dell’Occidente. Il dissolvimento dell’Italia è l’autentico olocausto.

Mi sono sempre chiesto: come fu possibile decadere da Andrej Rüblev a Jeff Koons in pochi secoli? La risposta, oggi, gennaio 2019, mi appare banale. Per una semplice accelerazione dei tempi. Il propagarsi degli incendi in un ambiente limitato (come è l’umanità) segue le medesime regole. Il fuoco divampa sempre più in ragione di ciò che annienta. Gli ultimi tre secoli hanno visto roghi immani: oggi ci limitiamo a errare fra le ceneri postatomiche dell’inevitabile.

La grandezza di Picasso e Salvator Dalì consiste nella distruzione del passato e in ciò che in loro residua come passato (entrambi erano eccellenti disegnatori e valoristi). Negare una tradizione con le armi della tradizione. Ferire il bello, la forma; Picasso e Dalì: semidei che rubarono il fuoco e appiccarono incendi in cui il bello risiedeva nell'oggetto della negazione; nessun dio, però, ebbe a punirli. Anzi, da lì si originò il tana liberi tutti della gratuità, perché gli dei erano morti, così come i loro esecutori, e le gallerie potevano riempirsi impunemente di scatole di cereali, litografie, chiodi, bruciature plastiche; per tacere della merda.




Ma non vorrei far loro torto. Anche Caravaggio è un decadente. La Morte della Vergine di Caravaggio è solo la figurazione di una donna morta. Dietro non ravvedo nulla; che l’abbia creata imitando il corpo d’un annegata non mi sorprende. Rechiamoci a vedere l’affresco di Maria (Myrhiàm) nella catacombe di Santa Priscilla: una madre con un bambino, una traccia di pittura che pian piano sta svaporando via, lenta; una chiazza bruna che allude a qualcosa di grandioso; il non detto, qui, invita a riversare il proprio animo quale complemento: questo è un tratto ascendente della civiltà.

Come possiamo rimediare a tutto questo? Non si può. Ciò che è stato sciolto non può riannodarsi, se non in una parodia. Le leggi dello sfacelo e dell’entropia regolano anche le nostre anime, inderogabilmente. Si può morire bene, però. Con dignitosa fierezza. Tutto il blog, nella sua meschinità, è costituito dai puntigliosi item di un ideale testamento.

12 gennaio 2019 - Sì TAV / No TAV: ora si gioca alla pari




Oggi a Torino si vedranno quelli che i soldi li prendono dallo Stato che opprimono e taglieggiano quelli che i soldi allo Stato li danno. Questo devono averlo ben chiaro gli amici della Lega, non ci sono vie di mezzo

Il Venezuela tiene la bara dritta e questo è insopportabile per gli Stati Uniti e per gli stati satelliti

ALBA LATINA / Venezuela, il popolo in piazza a Caracas manifesta sostegno a Mad...

Venezuela, il popolo in piazza a Caracas manifesta sostegno a Maduro


Caracas si è svegliata in modo diverso, come se sapesse cosa sarebbe successo. I primi passi dei manifestanti, accompagnati dalla voce ritmica del comandante Hugo Chavez che canta l'inno del 414° Battaglione Blindato Bravos de Apure, e quell'indimenticabile Patria Querida dell'8 dicembre 2012.

Negli altoparlanti è stato anche ascoltato il canto combattivo di Ali Primera, mescolato con slogan di lotta, battaglia e vittoria sul nuovo inizio per la Patria.

Dai 23 stati e dal Distretto Capitale sono arrivati. Con bandiere, striscioni, palloncini multicolori e naturalmente, l'abito tradizionale in rosso, la gente si è mossa verso la Corte Suprema (TSJ) situata in viale Barnalt.

Proprio lì, nel più alto tribunale il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha giurato per il periodo 2019-2025, realizzando così la volontà sovrana espressa nelle urne il 20 maggio 2018, quando ha ottenuto la vittoria con oltre 6 milioni di voti.

Prima del momento culminante, lungo l'arteria stradale, che appariva più affollata del solito, venivano mostrati i risultati più straordinari della Rivoluzione Bolivariana.

Come, le missioni educative Robinson, Ribas e Sucre in cima alla lista, poi la Gran Misión Vivienda Venezuela (GMVV), il Comitato Locale di Approvvigionamento e di Produzione (Clap) e la criptovaluta nazionale, il Petro.

Anche se il sole ha cominciato a riscaldare l'asfalto, la folla ha continuato ad aumentare. L’insediamento così come le elezioni presidenziali, un atto di sovranità, democrazia, ribellione contro le aggressioni dei fattori oligarchi per la stabilità del paese.

Implicitamente, il movimento popolare che ha inondato le strade della capitale, ha manifestato il suo sostegno senza restrizioni per le azioni del governo in difesa dell’Esequibo. Nei manifesti che riproducono una mappa del Venezuela, è stata letta l'iscrizione “L’Esequibo è nostro”, una frase che segna la lotta del Venezuela per il territorio che rivendica.

Con il passare delle ore, il popolo ha continuato ad arrivare. Alcuni a passo lento, altri più frettolosi, ma tutti con convinzione e ¡Viva la Patria! sulle labbra. 




Notizia del: 11/01/2019

Dopo Carige arriva la Popolare di Bari. Urge la separazione tra banche Commerciali e quelle d'Investimento

Che cosa sta succedendo alla Popolare di Bari. Ecco fatti, numeri e indiscrezioni




Urge un Cavaliere bianco per il futuro della Popolare di Bari?

E’ quello che si stanno chiedendo in Puglia, e non solo in Puglia, in questi giorni.

Tutto, o quasi, è ora nelle mani del nuovo capo azienda, Vincenzo De Bustis, coadiuvato dagli advisor di Rothschild.

Dubbi, interrogativi e auspici si sono acuiti da quando, in settimana, si è saputo delle dimissioni del noto economista e storico, Giulio Sapelli, da vicepresidente della Popolare di Bari. Sapelli, contattato da Start Magazine, ha preferito glissare sui motivi delle dimissioni.

Qualche osservatore viste le date (dimissioni presentate il 13 dicembre, il giorno dopo la nomina ad amministratore delegato di Vincenzo De Bustis che ha preso il posto di Giorgio Papa) ha ipotizzato un nesso. Ma secondo la ricostruzione di Start Magazine le ragioni dovrebbero essere altre, più di natura personale.

De Bustis è già stato negli anni scorsi direttore generale della Popolare barese, in particolare quando fu acquistata la Tercas (una delle operazioni sussurrate dalla Banca d’Italia per ragioni sistemiche e che hanno pesato sul gruppo bancario pugliese).

Ieri la banca presieduta da Marco Jacobini ha annunciato che il consiglio di amministrazione si riunirà il 23 gennaio per l’esame del nuovo piano industriale e del rafforzamento patrimoniale.

E’ infatti previsto – secondo la ricostruzione di Start Magazine – un aumento di capitale da 300 milioni, con anche l’emissione di un bond subordinato da circa 200 milioni, oltre alla trasformazione in società per azioni (prevista dalla controversa riforma Renzi-Boschi).

Ma c’è un fattore che tiene in ansia gli addetti ai lavori: “Le azioni non dovrebbero venire offerte agli attuali soci, dunque i 69 mila azionisti vedranno diluito, se non di fatto azzerato, il valore delle proprie azioni. Titoli che peraltro erano già stati svalutati dal massimo di 9 euro a 2,38 euro (valevano 7,50 euro nell’aprile del 2016) e che non sono vendibili sulla piattaforma Hi-Mtf per mancanza di acquirenti. Senza considerare la possibilità che vengano convertite anche le attuali obbligazioni subordinate in mano, anch’esse, alla clientela retail”, ha scritto oggi il Corriere della Sera.

Quali sono i conti della banca pugliese? “L’istituto ha perso 139 milioni nei primi sei mesi del 2018, mentre nel bilancio 2017 avvisava di aver avuto «difficoltà» a reperire risorse finanziarie sul mercato – ha scritto oggi La Stampa sulla base del bilancio semestrale – al 30 giugno, i crediti deteriorati lordi erano pari a più di un quarto del totale dei crediti (2,571 miliardi contro 7,04 in bonis). Il tasso di copertura totale era pari al 39,1%, contro una media vicina al 50% per Carige. Le sofferenze, ovvero i crediti deteriorati di peggiore qualità, avevano un tasso di copertura al 58,9%”.

Va risolta comunque la questione giuridica legata al recesso, che il decreto Renzi limitava proprio per evitare che le fughe dei soci minassero il patrimonio dell’istituto. «Non è una situazione facile», ha detto al Corriere della Sera una fonte al lavoro sul dossier.

Al lavoro sul tema per conto della banca ci sono Paolo Gualtieri e Piergaetano Marchetti, notaio ed ex presidente di Rcs (Rizzoli-Corriere della Sera), ha scritto il quotidiano Il Messaggero.

Il tema del diritto al recesso, anche per le Popolari che si sono già trasformate in spa, è un aspetto con molte incognite visto il quadro normativo incerto, nota un addetto ai lavori.

E in giorni in cui sul tavolo del governo è arrivato il nodo di Carige, c’è chi fa confronti con gli indici della Popolare di Bari e chi in Germania ipotizza già un intervento pubblico.





Il CET1 al 30/6 è peggiore di quello di Carige al 30/9. Il Total Capital Ratio è lievemente superiore. E qui ci sono anche bond subordinati per €307milioni. In bocca al lupo.





TUTTI I PIU’ RECENTI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE SUL CASO CARIGE E NON SOLO:











Siamo in una fase di transizione in cui il dollaro è ancora la moneta di riserva ma come sempre i cambiamenti esistono cominciano piano, si accumulano e poi oplà ci si trova in un sistema diverso

La Russia si sbarazza di 100 miliardi di dollari delle sue riserve a favore di yen, euro e yuan



La banca centrale russa ha iniziato a ridurre in modo massiccio le sue riserve nella valuta statunitense dopo le sanzioni e l'aumento delle pressioni di Washington.

La Banca centrale russa ha sostanzialmente ridotto il volume delle sue riserve internazionali in valuta statunitense, trasferendo quasi 100 miliardi di dollari allo yuan cinese, all'euro e allo yen giapponese, come registrato nell'ultimo rapporto ufficiale di questo organismo.

Le cifre corrispondono al secondo trimestre del 2018, che, secondo le regole della banca, sono pubblicate sei mesi dopo. Pertanto, tra marzo e giugno dello scorso anno, la percentuale del dollaro nelle riserve internazionali del paese è scesa dal 43,7% a solo il 21,9%.

Con questa ridistribuzione dei fondi, l'autorità finanziaria russa ha aumentato la proporzione delle sue riserve internazionali in euro fino al 32%, mentre la quota dello yuan è del 14,7%. La stessa percentuale è stata allocata ad altre valute, tra cui la sterlina inglese (6,3%), lo yen giapponese (4,5%), nonché il dollaro canadese (2,3%) e il dollaro australiano (1%).


Nel frattempo, il patrimonio totale della Banca centrale russa in valuta estera e oro è aumentato di 40,4 miliardi di dollari tra luglio 2017 e giugno 2018, raggiungendo un totale di 458,1 miliardi di dollari.

La Russia ha iniziato una riduzione senza precedenti dei titoli del Tesoro USA in aprile e maggio dell'anno precedente, a causa delle crescenti tensioni tra la Casa Bianca e il Cremlino. La massiccia vendita di 81 miliardi di dollari obbligazioni statunitensi in quei mesi coincise con le sanzioni imposte da Washington contro imprenditori russi, compagnie e funzionari pubblici.

Mosca ha apertamente dichiarato che le misure punitive e le pressioni degli Stati Uniti costringono la Russia a cercare monete di riserva alternative alla valuta statunitense per garantire la sicurezza economica del paese. Questo tipo di misure è stato adottato anche da altri paesi come la Cina e l'Iran con lo scopo di sfidare l'egemonia del dollaro nel commercio globale.

Fonte: Banca centrale russa - Foto Getty
Notizia del: 10/01/2019

Repetita iuvant - Quando con un colpo di mano il traditore Andreatta e Ciampi con semplice lettere dettero i soldi degli italiani alla finanza essenzialmente straniera ieri e a tutt'oggi con l'euroimbecillità.

QUEL MALEDETTO DIVORZIO BANKITALIA-TESORO

Maurizio Blondet 10 Gennaio 2019 

Un’analisi sulla formazione del debito pubblico
Scritto da Emmanuele Fiorella

Il 12 febbraio 1981, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta comunicò al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la sua volontà di cambiare profondamente la politica monetaria della Banca d’Italia e del governo italiano. Lo scambio di opinioni che ne seguì fu esclusivamente epistolare e il Parlamento non fu mai incluso nella discussione che portò al cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. (1)

Nonostante ‘a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro’ (1), è evidente che ci sia stato e vi è tuttora un forte problema di legittimità politica e democratica riguardante questa scelta economica e politica imposta al paese ed alle future generazioni. Sottolineo ancora che il parlamento italiano formato dai parlamentari (e partiti) eletti dai cittadini non hanno avuto la possibilità, quantomeno formale, di esprimersi in merito ad una questione di tale portata.

In un articolo pubblicato il 26 luglio 1991 su ‘Il sole 24 Ore’ l’ex ministro Andreatta scrive:

‘Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli anni seguenti; nato come “congiura aperta” tra il ministro e il governatore divenne, prima che la coalizione degli interessi contrari potesse organizzarsi, un fatto della vita che sarebbe stato troppo costoso – soprattutto sul mercato dei cambi – abolire per ritornare alle più confortevoli abitudini del passato’ (2).

Una dichiarazione chiaramente permeata dal migliore spirito anti-democratico, basato sull’intraprendere una decisione che porrà dei futuri obblighi economici che renderebbero impossibile il cambio di marcia, anche se necessario e razionale.

Il divorzio si concretizzò nel luglio 1981, quando la Banca d’Italia non fu più ‘obbligata’ a coprire i titoli di stato non assorbiti dal mercato. Come vedremo, questa scelta causerà dure conseguenze finanziarie per il paese.

Nel 1982 il governo Spadolini II cadde a causa dello scontro politico, fra il ministro del tesoro Beniamino Andreatta ed il ministro delle finanze Rino Formica, proprio su questo provvedimento. La crisi di governo che ne scaturì è ricordata con il nome ‘Lite delle Comari’.

Come funzionava prima del luglio 1981?

Ancora oggi, quando lo stato ha bisogno di liquidità (cioè di denaro), il ministero del tesoro cerca di vendere i cosiddetti titoli di stato sul mercato finanziario. Potremmo definire i titoli di stato come una sorta di ‘debito a termine’ usato dagli stati per finanziare parte del bilancio.

Prima del luglio 1981, quando lo stato aveva bisogno di liquidità immetteva titoli nel mercato ad un tasso di interesse deciso in partenza dallo stato stesso. Se il mercato non avesse assorbito i titoli necessari al finanziamento, allora la Banca d’Italia avrebbe coperto i rimanenti titoli emettendo moneta. Questa operazione creava una situazione in cui i debiti del Ministero del Tesoro venivano supportati dall’emissione di moneta della Banca d’Italia. Il tasso di interesse non cresceva oltre un limite imposto dallo stato, perché la Banca d’Italia provvedeva al fabbisogno del paese ad un tasso concordato con lo stato stesso. Possiamo vedere gli effetti sul debito pubblico di tale procedura nella figura 1. Il debito pubblico italiano fino al 1981 non aveva mai superato il 65% del PIL, una percentuale quasi irrisoria rispetto al debito attuale ma di gran lunga maggiore rispetto ai trend precedenti. Infatti, il valore medio del rapporto debito/PIL era del 30% nel periodo 1950-1969 e del 44% nel periodo 1970-1975. Valori assolutamente accettabili e prova del miglior stato di salute economico-finanziaria di cui godeva l’Italia in passato.

Figura 1: Rapporto Debito Pubblico PIL dal 1976 al 2010. (3)

Per completezza vanno ricordate le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 che videro il prezzo del petrolio crescere di circa 6 volte, a causa della ‘Guerra del Kippur’ e della ‘Rivoluzione Iraniana’ (fig. 2). Va anche menzionata la recessione del 1975 che vide il PIL italiano diminuire del -2.1% (4).


Cosa cambiò dopo il 1981?

Dal 1981, la Banca d’Italia non fu più obbligata a supportare l’acquisto dei titoli di stato, e quindi, di contenere i tassi di interesse. Perciò, quando lo stato ha bisogno di liquidità (cioè di denaro), il ministero del tesoro vende i titoli di stato esclusivamente a operatori finanziari. Nel caso in cui titoli di stato non fossero assorbiti dal mercato, allora, lo stato sarà ‘obbligato’ materialmente ad alzare i tassi di interesse per rendere i titoli più appetibili.

Secondo voi cosa conviene al mercato? Tassi di interesse più alti o più bassi? Guardiamo la figura 3.

Figura 3: Il tasso di interesse reale medio sul debito pubblico italiano (6)

È evidente ed incontrovertibile che il rendimento reale medio sul debito pubblico aumenti di 2 punti percentuali fra il 1981 ed il 1982 e raggiunga la quota record dell’8% nel 1992.

Come abbiamo gestito la spesa pubblica negli ultimi 30 anni?

Inserisco alcune definizioni per agevolare la lettura dei prossimi paragrafi.

Le tasse e le imposte sono comprese dalla maggior parte dei lettori.

GLOSSARIO
‘Per spesa pubblica si intende l’insieme delle risorse finanziarie che vengono utilizzate dallo Stato, ovvero dall’Amministrazione centrale (i ministeri), dagli enti previdenziali e dalle amministrazioni decentrate (le regioni e gli enti locali), per:

  • erogare servizi pubblici ai cittadini (pensioni e ammortizzatori sociali, sanità, istruzione, difesa, ordine pubblico, protezione civile, trasporti e infrastrutture, servizi culturali e informativi);
  • far funzionare l’organizzazione statale (stipendi dei dipendenti pubblici, materiale di consumo, attrezzature e infrastrutture);
  • ripianare il debito pubblico e pagare gli interessi.’ (7)
La spesa pubblica è quindi suddivisa in saldo primario e in spesa per interessi.

Il saldo primario indica la differenza fra uscite ed entrate esclusa la spesa per interessi:

SALDO PRIMARIO = SPESA PUBBLICA (ESCLUSA SPESA PER INTERESSI) – ENTRATE (TASSE + IMPOSTE + RICAVI PRIVATIZZAZIONI)

Se il saldo è positivo allora le uscite sono state maggiori delle entrate, cioè si sono spese più risorse di quante ne siano state incassate tramite il sistema delle imposte. In questo caso il saldo primario è chiamato disavanzo primario. Se il saldo primario è negativo, allora si sono spese meno risorse di quante ne siano state incassate. In questo caso il saldo primario è chiamato avanzo primario.

La spesa per interessi è la spesa pubblica destinata al pagamento degli interessi sui titoli di stato agli investitori.

Il saldo pubblico è la differenza fra le spese totali e le entrate totali del paese:

SALDO PUBBLICO = SPESA TOTALE (SPESA PER SERVIZI + SPESA PER INTERESSI) – ENTRATE (TASSE + IMPOSTE + RICAVI PRIVATIZZAZIONI)

Il saldo pubblico corrisponde alla variazione del debito pubblico, infatti, se è il saldo è positivo, allora, le spese saranno maggiori delle entrate ed il debito pubblico aumenta. In questo caso il saldo pubblico è chiamato deficit (o disavanzo) pubblico. Se il saldo è negativo, allora, le spese saranno minori delle entrate ed il debito pubblico diminuisce. In questo caso il saldo primario è chiamato avanzo pubblico.

La figura 4 analizza il saldo pubblico (linea continua), la spesa per interessi (linea tratteggiata), e il saldo primario (linea a puntini) in Italia, dal 1960 al 2010. La seguente analisi è basata sul periodo dal 1981 a circa la metà degli anni ’90, per analizzare i meccanismi che hanno portato a raddoppiare il debito pubblico. Inoltre, a partire dal novembre 1992 la lira inizia un percorso di svalutazione che durerà alcuni anni.

La linea tratteggiata nella figura 4 rappresenta la spesa per gli interessi sui titoli di stato in rapporto al PIL, mostrando una crescita notevole dal 1981 fino alla fine del 1992. In altre parole, con una crescita dei tassi di interessi sui titoli di stato (fig. 3), la spesa per interessi (rispetto al PIL) è esplosa.

Figura 4: Il saldo pubblico (totale), la spesa per interessi, e il saldo primario in Italia, dal 1960 al 2010 (in punti di PIL) (6)

Invece, il saldo primario italiano (linea a puntini) è negativo a partire dagli anni 90, cioè, l’economia italiana è in avanzo primario dal 1990. In altre parole, le uscite sono state minori delle entrate. Come conseguenza dell’espansione della spesa per interessi, dopo circa 10 anni, nel 1994 il debito pubblico supera il 120% del PIL raddoppiando il suo rapporto dal 1981 come mostrato nella figura 1.

Il punto più alto di spesa rispetto al PIL si è avuto nel 1975, anno della recessione. Dopo il 1975, il saldo primario (fig. 4) esprime un trend negativo che equivale ad una diminuzione costante della spesa pubblica (o aumento delle tasse in rapporto al PIL) rispetto ad un costante aumento della spesa per interessi (in rapporto al PIL).

Infine, guardando il grafico nel periodo 81-92 (dopo il divorzio), il saldo primario è crollato, mentre la spesa per interessi è esplosa. Quindi, si può dimostrare che il problema del debito pubblico non è connesso alla spesa pubblica, ma è piuttosto causato dalla maggiore spesa per interessi.

Quali effetti si avrebbero (probabilmente) se il divorzio non fosse mai avvenuto?

Speculando sui possibili scenari in cui il divorzio non fosse avvenuto, Il debito pubblico sarebbe probabilmente minore di quello attuale.

Un altro punto fondamentale è la composizione del saldo pubblico.

Come dimostrato nella figura 4, l’avanzo primario è passato dal 5% di PIL (destinato alla spesa pubblica) nel 1981, al circa -6% rispetto al PIL (tagliato dalla spesa pubblica) nel 1997. Il trend è ‘linearmente’ negativo, cioè, lo stato ha deciso di diminuire progressivamente la spesa pubblica per accomodare la crescente spesa per interessi. Quindi, per mantenere l’andamento del saldo dal 1981 al 1993 (fig. 4) si è avuta la necessità di aumentare le tasse, o di limitare la spesa pubblica e l’erogazione dei servizi.

Nel 1981 il saldo pubblico ammontava a circa l’11% del PIL, del quale 5% destinati al disavanzo primario (cioè servizi per i cittadini) e 6% destinati alla spesa per interessi (cioè risorse pubbliche destinate agli investitori: banche, istituti di investimento e individui). Invece, alla fine del periodo analizzato, nel 1993, il saldo fra le entrate e le uscite ammontava a circa l’8% del PIL, risultante dalla somma di 11% per spesa per interessi e -3% di avanzo primario. Quest’ultimo proviene dal taglio dei servizi per i cittadini e/o da mancati investimenti, invece, l’11% del PIL è destinato alla spesa per interessi (investitori).

Il divorzio è l’espressione di un conflitto distributivo per la spartizione della spesa pubblica fra la grande finanza e i cittadini, che si è risolto con una evidente vittoria dei primi che hanno guadagnato lauti profitti, ed un altrettanto chiara sconfitta dei secondi che hanno sofferto l’aumento delle tasse e il taglio dei servizi.

Fonti
Banca d’Italia. L’autonomia della politica monetaria. 2011.
Andreatta, Beniamino. Il sole 24 Ore. http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&artId=891110&chId=30. [Online] 26 luglio 1991.
il tramonto dell’euro. [aut. libro] Alberto Bagnai. 2011.

Oggi a Torino si vedranno quelli che i soldi li prendono dallo Stato che opprimono e taglieggiano quelli che i soldi allo Stato li danno. Questo devono averlo ben chiaro gli amici della Lega, non ci sono vie di mezzo

LE DUE FRANCE S’AVVENTANO L’UNA CONTRO L’ALTRA

Maurizio Blondet 10 Gennaio 2019 

“Che le forze dell’ordine usino le armi una buona volta, e la si faccia finita”: lo ha detto Luc Ferry 68 anni, docente di filosofia, studioso di Immanuel Kant, è stato ministro ai tempi di Chirac. Anzi rincara: “Abbiamo la quarta armata del mondo, è capace di mettere fine a questo schifo”.

Ex ministro, studioso di Kant…

Christophe Dettinger, l’ex pugile che sabato scorso ha preso a pugni un agente che aveva lanciato una bomba lacrimogena troppo vicina sui manifestanti, è stato arrestato. Una raccolta di fondi spontanea per aiutarlo a pagare le spese legali ha raggiunto in poche ore 140 mila euro, da oltre 6600 persone, chiaramente Gilet Gialli o comunque di reddito modesto. Per contro, una raccolta di denaro a sostegno della polizia, ha raccolto 850 mila euro finora, con 31 contributori.


Credo non ci siano due episodi che meglio scolpiscano la maligna divaricazione, l’odio e la rabbia – e l’estrainetà reciproca – che divide le due France l’una contro l’altra ritte dopo il sabato di piazza, che già passa alla storia come Atto Ottavo.

“Luc Ferry merita congratulazioni perché ha detto ad alta voce quel che pensano in silenzio gli attori dello Stato maastrichtiano, i loro giornalisti ed editorialisti, i loro consulenti e i loro intellettuali, i loro economisti e lobbisti”, commenta sarcastico Michel Onfray: “sotto la crosta si scopre la vera natura di questo potere: quell’ambiente andato a male che nelle sue cene parigine disprezza la piccola gente. Emmanuel Macron, Benjamin Griveaux, Edouard Philippe, Luc Ferry, Joffrin, Bernard Henry Lévy,Quartemer [opinionista di Libé] & C., fanno il loro lavoro: tutto è ormai in ordine di marcia perché quel che segue si scriva col sangue”.

Non è il solo a annusare il sangue. “Sono tristissima a vedere come stanno girando le cose nel mio paese, la Francia”, commenta una giovane professionista, Benedicte Kibler: “un ex ministro che chiama all’omicidio, un segretario di stato che invoca “un calcio” contro gli italiani… le maschere cadono. Non c’è più ritegno. Il peggio sta arrivando”.

L’allusione è al segretario di Stato per l’Europa, tale Lemoyne, che contro il sostegno espresso da Di Maio ai Gilet Gialli ha sibilato di voler fare “come Zinédine Zidane, regolare la cosa a testate”.


“È terribile vedere queste persone rivelare la loro vera natura, la loro violenza, il loro settarismo, la loro sete di privilegi, il loro disprezzo per l’interesse generale, l’impostura della loro posizione intellettuale”, chiosa” Jean-Pierre Salmona, un cardiologo.

Marlène Schiappa, giovane segretaria di Stato ai Diritti della Donna, femminista, progressista, che ama proporsi con procaci scollature, ha ordinato la chiusura della raccolta di fondi a favore del pugile, e ovviamente è stata sepolta sui social da insulti, minacce di morte, di stupro, inviti a suicidarsi.

La femminista Marlène Schiappa. Riceve messaggi così.

Mentre incidenti e scontri dei manifestanti con la polizia si accendono qua e là anche nei giorni feriali, si moltiplicano – denuncia Le Monde totalmente schierato contro i Gilet – “vandalismi, lettere di insulti, intrusioni nelle rappresentanze e domicili” dei deputati del partito di Macron, per lo più giovani europeisti della Erasmus Generation, spaventati e disorientati.


Il Gran Dibattito Nazionale – che terrorizza i ministri

In questo clima, Macron ha avuto l’idea di calmare la collera e la rivolta annunciando il lancio del “grande dibattito nazionale”, “una riflessione profonda e condivisa” che dovrebbe cominciare il 15 gennaio. In tutta la Francia, i cittadini avranno la parola per tre mesi, per proporre come riformare lo Stato, la democrazia, la fiscalità, la transizione ecologica (sic).

E’ in qualche modo la riedizione post-moderna dei “cahiers de doléance”, i quaderni delle lamentele che furono raccolti per mesi tra la popolazione nel 1789, in previsione dell’elezione degli Stati Generali, e che ebbero parte essenziale nel formare nel popolo una coscienza rivoluzionaria.

Proprio per questo l’iniziativa ha sparso sgomento e inquietudine nei ranghi ministeriali. “Ci vogliono sei mesi per organizzare tali dibattiti, è rischiosissimo!”, ha confidato un ministro (anonimo) a France 2. “Si apre un vaso di Pandora”, sussurra un deputato macroniano. Edouard Philippe (il primo ministro) e Bruno Le Maire (economia) vorrebbero il dibattito chiuso e limitato ad argomenti precisi. Effettivamente il governo ha fissato quattro temi, il cui tono paternalistico non sfuggirà:

“Per meglio accompagnare i francesi ad abitare, spostarsi, riscaldarsi”. “Rendere la nostra fiscalità più giusta, più efficace e più competitiva”. “Fare evolvere la pratica della democrazia”, “rendere lo Stato e i servizi pubblici più vicini ai francesi e più efficaci”. S’intende, senza mettere in discussione le grandi “conquiste della libertà” della Erasmus Generation: “Pena di morte, diritto all’IVG (all’aborto) e unioni civili (LGBT) non saranno sul tavolo”, ha dichiarato in anticipo il portavoce del governo Benjamin Griveaux.

Altra incognita, i 36 mila sindaci a cui è affidata la realizzazione concreta del “gran dibattito”. Francois Baroin, il capo della Associazione dei Sindaci di Francia (AMF) ha suggerito discretamente ai sindaci di “non incoraggiare i dibattiti”. Il gran timore di Macron in persona è che il popolo reclami la reintroduzione dell’imposta sulla grandi fortune, una delle richieste roventi dei Gilet Gialli, e che lui ha cara perché convinto che grazie alle esenzioni, “personalità con grandi fortune” verranno a stabilirsi in Francia e ad investire.

Ciò dà l’idea di quanto siano vecchie e superate le idee e il sistema che i signori cercano di salvare, il globalismo liberista e l’austerità dei bilanci secondo Maastricht, sotto i colpi di maglio rivoluzionari.

“Perché”, spiega Arnaud Benedetti, accademico di storia, la rivolta dei Gilet Gialli nasce dalla ferita non cicatrizzata del referendum del 2005”, quando i francesi votarono no al trattato di Maastricht che è stato imposto loro, “e il referendum lacerato”. Assistiamo, dice, a “un ritirarsi spettacolare ed inquietante dall’adesione al quadro del ‘legale razionale’ “ da parte dei rivoltosi, “che provoca dall’altra parte una reazione, una sorta di neo-reazionari che cementa in un irrepressibile movimento di autodifesa le forze politiche, intellettuali, amministrative, economiche aggrappate alla salvaguardia della loro posizione. Da una parte e dall’altra, si sta passando agli estremi”.

Karine Bechet-Golovko, la commentatrice franco-russa per Russia Today, accosta l’iniziativa di Macron ai “Cento Fiori di Mao”, quando il dittatore cinese proclamò che avrebbe accettato nuove idee dal basso: “Lasciate cento fiori fiorire, cento scuole di pensiero comporsi”, e finì con la fame, le stragi e i lager per i diplomati della Rivoluzione Culturale. L’idea di Macron è di inscenare una finzione e non cambiare niente. I Gilet Gialli chiedono : 1) un calo significativo di tutte le tasse e imposte sui generi di prima necessità; 2) L’introduzione del Referendum d’Iniziativa Cittadina su ogni materia (il che comporta la modifica della Costituzione); 3) un taglio a tutte le rendite salari, privilegi e pensioni degli eletti e degli alti dirigenti dello Stato”. Insomma vera rivoluzione, tutto il potere al popolo.

Il risultato, preconizza Bechet-Golovko, sarà per la Francia un “tempo dei Torbidi” simile al disordine sanguinoso che attraversò la Russia all’inizio del ‘600. E vede il primo indizio nella scelta da parte di Macron della persona cui far gestire il grande dibattito nazionale sanitizzandolo: la senatrice Chantal Jouanno. Che ha dovuto dimettersi fra insulti e minacce appena s’è saputo che per questo compito, riceve uno stipendio di 14.709 euro mensili – praticamente ciò che un Gilet Giallo spera di guadagnare in un anno.


Che dire? Invidio la nettezza delle posizioni in Francia: i ministri “progressisti” e “democratici” che vogliono chiamare l’esercito a sparare sulla folla rivelandosi della stessa pasta dei più retrivi ed ottusi nobili dell’Ancien Régime, palesemente non sentendo come concittadini e compatrioti questi rivoltosi che li disturbano; i rivoltosi che si battono contro i parassiti pubblici e i loro grossi stipendi, sempre più incattiviti e determinati. La linea di conflitto qui è chiara, limpida. In Italia, la “linea” è sul far entrare 47 negri portatici qui da scafisti tedeschi, in una rissa e confusione demenziale, false lacrime di pietà, sconfitta sui principi su cui si doveva tener duro. La prossima volta gli scafisti tedeschi porteranno seicento negri, e li accoglieremo. Dimenticato il punto centrale: il conflitto è fra quelli che i soldi allo Stato li prendono, ed opprimono e taglieggiano tutti quelli che i soldi allo Stato li danno.

venerdì 11 gennaio 2019

Fulvio Scaglione - è lui è sempre e solo lui

COMPLOTTISMI
11 gennaio 2019
Fulvio Scaglione
“Gilet gialli? È stato Putin”: riecco il grande alibi delle élite che hanno sbagliato tutto

Dai gilet gialli alla Brexit, da Trump ai gialloverdi, ormai gli hacker russi sono diventati lo spauracchio perfetto per tutto ciò che accade di inatteso. Peccato sia un grande complotto credibile come quello dell’allunaggio o dei terrapiattisti. E che così facendo si continui a ignorare la realtà

Ma che sciocchi a non averci pensato, era così evidente! In Francia c'è un po' di confusione, i gilet gialli danno l'assalto all'Eliseo e nei ritagli di tempo abbattono i portoni dei ministeri perché glielo dicono i russi. La capacità europea di farsi del male abbaiando alla luna mentre brucia la casa sta raggiungendo livelli quasi sublimi. Da settimane la Francia è sconvolta da manifestazioni imponenti come non si vedevano da quasi cinquant'anni, una specie di nuovo Sessantotto guidato dalla piccola borghesia e dai pensionati invece che dagli studenti, animato da gente che non vuol dare la scalata al cielo ma continuare a frequentare il macellaio. E la reazione qual è? Spiegar loro che stanno benone ma non lo capiscono. E a noi che sono dei poveracci che si fanno intortare da qualche post su Facebook.

Il bello è che questa specie di sanculottismo del terzo millennio si produce in un sacco di posti diversi, in condizioni economiche diverse, in culture diverse, e noi sempre a farci le pippe con gli hacker russi. C'è la Brexit nel Regno Unito? È stato Putin. La Catalogna si rivolta? Vedi mai che non siano gli hacker russi. Nasce il Governo giallo-verde in Italia? Il Cremlino. Eleggono Donald Trump negli Usa? Russiagate. In Francia, poi, dove questa volta non possono nemmeno attaccarsi alle banlieue e ai terza generazione non integrati, il pericolo cosacco arriva come il cacio sui maccheroni. Grazie a Dio i sovranisti nazionalisti populisti che governano da anni la Polonia detestano la Russia e i russi, altrimenti avremmo ripetuto le nostre sciocchezze anche lì.

C'è la Brexit nel Regno Unito? È stato Putin. La Catalogna si rivolta? Vedi mai che non siano gli hacker russi. Nasce il Governo giallo-verde in Italia? Il Cremlino. Eleggono Donald Trump negli Usa? Russiagate. Grazie a Dio i sovranisti nazionalisti populisti che governano da anni la Polonia detestano la Russia e i russi, altrimenti avremmo ripetuto le nostre sciocchezze anche lì.

Si capisce bene quanto è difficile rammendare uno squarcio così profondo del tessuto sociale. Ci sono i tagli inferti dalle difficoltà economiche ma anche gli strappi prodotti da una radicale crisi di sfiducia che colpisce sia l'usato sicuro della politica tradizionale (vedi Merkel) sia il giovanilismo rampante e un po' spietato dei vari Renzi e Macron. C'è l'usura generata dal bisogno di conferme identitarie in un mondo in frenetico mutamento, venata di paure, come ben dimostra l'ossessione europea per i migranti. E c'è il logorio di una società che invecchia (età media in Italia 45 anni, in Germania 46,3, negli Usa 37,7, in Niger 15 anni) e si sente tanto debole sia quando le prende l'acciacco sia quando arriva la botta di spleen.

Però che tristezza questa ricerca di un capro espiatorio qualunque che non ci dia da pensare, che ci lasci credere che senza gli hacker andrebbe tutto così bene. O forse non erano gli hacker ma i rettiliani, i terrapiattisti, gli adoratori di Google, i vegani... Perché no, i residui tifosi del Torino come me. In fondo, che differenza fa? 
La malinconia del tutto si misura, tra l'altro, con la facilità con cui ci facciamo abbindolare pur di trovare consolazione. La storia degli hacker russi che manovrano i gilet gialli è stata rimestata da due fonti. La prima è l'inglese The Times (una volta si diceva in automatico “l'autorevole Times”, adesso c'è un sacco di pesce da incartare), che si è rifatto a uno “studio” di New Knowledge. Questa a sua volta è una giovane società americana di social media marketing diventata famosa per i suoi pasticci. Si è fatta sgamare dal New York Times e dal Washington Post per aver influenzato le elezioni suppletive in Alabama nel 2017, facendo eleggere per poche migliaia di voti il democratico Doug Jones sul favorito repubblicano Roy Moore. Una delle azioni intraprese da Jonathon Morgan, capo appunto di New Knowledge, fu di far credere che una serie di troll russi sostenessero Moore, per sputtanarlo nel generale clima di caccia all'hacker. Missione compiuta, Jones ha vinto, l'Alabama non aveva un governatore democratico da decenni.

L'altra fonte è Bloomberg, che si è fidato delle affermazioni di Alliance for Securing Democracy. Si tratta di una congrega di russofobi guidata da personaggi come John Podesta (capo della campagna presidenziale di Hillary Clinton), Toomas Ilves (ex presidente dell'Estonia, prima ministro degli Esteri e prima ancora ambasciatore negli Usa), Bill Kristol (alto funzionario della Casa Bianca di George W. Bush nonché esponente di punta del Progetto per il Nuovo secolo americano che fece da piattaforma alla politica neocon), Mike Chertoff (ministro degli Interni con George W. Bush e uno degli estensori del famigerato Patriot Act), oltre a un mazzo di ex spie e agenti dei servizi americani. 
Roba forte, affidabile, disinteressata. Per fortuna ci sono stati studiosi francesi, loro sì veri e seri, che hanno rimandato al mittente la spazzatura. Solo che adesso mi è venuto un dubbio. A me i gilet gialli stanno pure un po' simpatici, che vorrà dire? Forse sono un troll di Putin e non me n'ero accorto.

Sono i debiti gemelli a far tremare la Fed che sta attuando una strategia suicida pensando di gestirla quando arriverà al culmine, ci siamo quasi e già ci sono segnali di arretramento. Il contrasto tra paure diventa e dipende dai rapporti di forza che si instaureranno

Fed teme debito Usa, bomba da $21,9 mila miliardi

11 gennaio 2019, di Mariangela Tessa

Il presidente della Fed, Jerome Powell, manda segnali rassicuranti al mercato sullo stato della crescita Usa, definita “solida”, ma si dice “molto preoccupato” del crescente debito pubblico americano.

I commenti del numero uno della banca centrale arrivano mentre il deficit annuale degli Stati Uniti ha superato la cifra di mille miliardi di dollari. Nel frattempo, il debito totale degli Stati Uniti è di circa 21,9 mila miliardi di dollari, di cui 16 mila miliardi di dollari rientrano nel pubblico In parte a causa dei continui aumenti dei tassi sotto Powell, il costo degli interessi su quel debito potrebbe iniziare a diventare un onere sempre più grande.

“Abbiamo la capacità di essere pazienti” e vedere gli sviluppi dell’economia. La Fed può “aspettare, vedere ed essere paziente e flessibile” sui tassi di interesse, ha detto intervenendo all’Economic Club di Washington e, confermando di fatto, quanto già emerso dai verbali della banca centrale americana.

Il governatore ha spiegato che non c’è un “piano stabilito” per l’aumento dei tassi d’interesse e che l’istituto centrale “monitora l’evoluzione dell’economia”.

A ciò si aggiunge il fatto che Powell abbia anticipato che il bilancio della Fed sarà “molto più piccolo” rispetto al livello a cui si trova ora (fu gonfiato a 4.500 miliardi di dollari negli anni della crisi da tre round di programmi di acquisto di Treasury e bond ipotecari). Come se non bastasse, il governo federale resta parzialmente paralizzato. Nel ventesimo giorno di shutdown, Powell ha detto che se sarà lungo i suoi effetti negativi potrebbero iniziare a farsi sentire.

Il successore di Janet Yellen, più volte attaccato dal Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per i rialzi dei tassi d’interesse, ha detto di non essere “preoccupato per le critiche”. La banca centrale statunitense – ha detto – “non tiene in considerazione fattori di tipo politico nelle sue discussioni o decisioni”.

In Italia la Massoneria è diventata una melma e chi sta dentro gira la testa dall'altra parte o è complice cosciente

Il gran maestro rivela: «Gelli inventato dalla Cia. P2? Esiste un elenco ancora ignoto»

‘NDRANGHETA STRAGISTA | Giuliano Di Bernardo svela i legami della massoneria con la ‘ndrangheta ed il ruolo nel progetto separatista e nella stagione delle stragi

di Consolato Minniti 
venerdì 11 gennaio 2019 
12:40


«Gelli è stato inventato dalla Cia, dagli americani, perché il governo americano aveva perso fiducia in Moro e Andreotti e iniziava a temere che in Italia ci potesse essere il sorpasso comunista». Sono parole che raccontano un pezzo di retroscena storico degli ultimi 70 anni quelle pronunciate dal gran maestro del Goi e fra i pochissimi ad aver combattuto strenuamente le infiltrazioni mafiose all’interno della massoneria. Tanto da uscire dal Grande oriente d’Italia e fondare una nuova obbedienza. Giuliano Di Bernardo è stato teste oggi al processo “’Ndrangheta stragista”, in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria e che vede imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone quali presunti mandanti degli agguati ai carabinieri nella stagione delle stragi.

Massoneria e ‘ndrangheta

Il Gran maestro ricorda alcuni fatti abbastanza noti, ossia che il giudice Cordova, il primo ad indagare effettivamente sui rapporti fra massoneria e ‘ndrangheta nel suo periodo di servizio alla Procura di Palmi, gli rivelò che la criminalità organizzata calabrese controllava il territorio del Nord Italia proprio attraverso le logge massoniche. «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza e mio vice al Goi – spiega Di Bernardo – nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia disse che poteva affermare con certezza che in Calabria su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io saltai e gli dissi: “E cosa vuoi fare?”. Lui mi rispose: “Nulla, assolutamente nulla”. E mi spiegò che viceversa lui e la sua famiglia rischiavano gravi rappresaglie. Mi recati allora dal duca di Kent a cui esposi la situazione, ma mi disse che ne era già a conoscenza».

Di Bernardo ricorda anche come in precedenza, intorno al 1990, nel corso di una visita in Sicilia seppe da Massimo Maggiore, palermitano presidente del più alto organo della Giustizia massonica, che il più alto esponente della circoscrizione del Goi di Mazara del Vallo «era mafioso, nonché numerosissimi esponenti del Goi siciliani, e specie nel trapanese, erano mafiosi. Dunque capii che davvero, come diceva Cordova, il Goi era una “palude”. Faccio presente – spiega il gran maestro – che la situazione calabrese era molto più preoccupante in quanto la massoneria calabrese era ben più ramificata e potente di quella siciliana». Di Bernardo allora, su suggerimento del duca di Kent fonda un nuovo ordine la Gran loggia regolare d’Italia. «L’indagine di Cordova – rimarca Di Bernardo – andava nella direzione giusta. Ho dato a Cordova documenti importanti da cui poter svolgere un’azione importante. Ma nulla è stato fatto». Ma quando il procuratore Lombardo chiede come si possa spiegare questo rapporto fra ‘ndrangheta e massoneria, Di Bernardo fa una premessa: la relazione fra massoneria e Cosa nostra è diversa da quella con la ‘ndrangheta. «Io penso - prosegue il gran maestro – che il punto di giuntura sia nel rituale. Cioè il rituale usato in massoneria e quello usato nella ‘ndrangheta hanno, sia pure con terminologie diverse, una base in comune. Per entrare in massoneria si usa un rituale. Per entrare nella ‘ndrangheta si usa un rituale che però ha lo stesso significato: quello di vincolarti al segreto una volta che tu sei dentro. Questo ha facilitato molto la compenetrazione fra ‘ndrangheta e massoneria».

Il progetto separatista

Dalle parole di Di Bernardo emerge anche come la massoneria ebbe un ruolo nei progetti separatisti dell’epoca. «Mi informava di questo il mio segretario personale, Savina. Mi diceva che c’erano affiliati del Goi che sostenevano questi movimenti separatisti. Ma l’informazione si fermava a questo e non avevo strumenti per approfondire e dovevo risolvere problemi più importanti. Savina riceveva le informazioni dalla Calabria, cercavano di coinvolgere la sede centrale Goi per sostenere questi movimenti». Fra le città calabresi, però, c’era una bella differenza: «Reggio Calabria era centro propulsore. Da una parte c’era Cosenza che aveva una sua entità e realtà che tutto sommato, rispetto a un criterio di gravità, era molto meno grave. Catanzaro contava poco. Tutto ciò che avveniva all’interno delle massonerie si concentrava a Reggio Calabria. I movimenti separatisti, però, non rientravano nella visione dell’Italia che io avevo né che il Goi aveva».

La stagione delle stragi

Un’idea, quella di Di Bernardo, che si sposa anche con la strategia stragista. «Penso che, tutto sommato, tutto si muovesse all’interno dello stesso contesto delle separazioni interne. L’idea che mi sono fatto era che lì c’era qualcuno che tirava le fila all’interno di contesti diversi. Sì quella stagione è maturata a contatto con ambienti massonici».

Il traffico di armi

Ma il Goi si incrocia anche con un traffico di armi. Su sollecitazione del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, infatti, Di Bernardo svela un importante retroscena: «Ero nella mia residenza sul Gianicolo e suona al telefono alle tre di notte. Era il 1991. Mi sento dire con una voce da straniero “Gran maestro noi avremmo bisogno delle stesse cose che ci ha dato prima”. Io avrei potuto dire “sta parlando con un’altra persona”. Però sono stato al gioco e ho chiesto “cosa avete bisogno in particolare?” e inizia a farmi un elenco di armi non solo leggere ma anche pesanti. Quando lui si accorge del senso delle mie domande, mi dice “Sto parlando con Armando Corona?”. Io dico “No con Giuliano Di Bernardo” e lui mette giù. Per me si è accesa una spia. Capii che quella telefonata proveniva dall’Africa, forse dalla Somalia».

Gelli, la Cia e lo spettro del comunismo

Ma è quando l’attenzione si sposta su Licio Gelli che Di Bernardo svela alcuni particolari molto interessanti. «Gelli è stato inventato dalla Cia, dagli americani – dice con voce ferma e sicura Di Bernardo - perché il governo americano aveva perso fiducia in Moro e Andreotti e iniziava a temere che ci potesse essere il sorpasso comunista. Quando gli americani non hanno più fiducia negli organi istituzionali, vanno alla ricerca dell’uomo nuovo, fuori da ogni contesto». Il gran maestro fa riferimento alla figura di Gigliotti, ossia colui che favorì lo sbarco degli americani e chiese aiuto alla mafia. Fu lui a rifondare la massoneria in Italia. «Lui propose Gelli. Disse: “Il salvatore dell’Italia è quest’uomo”. Da quel momento Gelli è stato il referente unico ed esclusivo del governo americano, per evitare che in Italia si facesse il sorpasso dei comunisti. Gelli ha avuto montagne di dollari, ma soprattutto il governo americano ha messo all’obbedienza di Gelli i vertici italiani economici, militari e della magistratura. Tutti nella sua obbedienza. Quest’uomo all’improvviso si è ritrovato un potere che penso nessuno ha mai avuto in Italia. Ed è vero: si parla di questo progetto politico di Gelli, il piano di rinascita. Ma cosa avviene? Gelli si era impegnato a modificare l’Italia per evitare il sorpasso. Ma quando Gelli riceve i soldi dagli americani fa i suoi affari e non pensa allo scopo fondamentale. Gli americani cominciano a sollecitarlo. E allora lui, come confidato a qualche suo collaboratore, non ce la fa più e si mette a scrivere così un progetto a caso. Tradisce gli americani, mettendo da parte i fini politici».

I tentativi di rientro

Di Bernardo spiega come Gelli avesse la sua base all’interno del Goi. «Una base molto forte. Ufficialmente tutti osannavano Gelli. Ma io – rincara – ho avuto modo di capire che questo non era vero. Gelli, dopo la mia elezione, mi invia due lettere in cui mi chiede di essere riammesso. Io le leggo e informo la giunta che mi sono arrivate queste lettere e non faccio nulla. Una sera Eraldo Ghinoi mi viene a trovare e mi chiede se ho ricevuto le lettere. Io dico che, a parte la mia idea personale, Gelli non può né deve tornare. E che se anche io volessi voluto proporre il suo rientro, l’avrei dovuto presentare in Gran Loggia con la certezza che sarebbe stato bocciato a grande maggioranza. E lui mi dice: qui ti sbagli. Prova a metterlo all’approvazione e vedrai che sarà approvato. A questo punto, mi dice, “io sono amico di Gelli da tanto tempo” e mi fa vedere una medaglia di oro e platino ricevuta da Gelli. Io cominciai a pensare: è questa la massoneria».

La tentazione del venerabile

Di Bernardo svela ancora come Gelli, fra la fine del 1991 e il 1992, gli proponga prima del denaro, attraverso un intermediario, e poi un’offerta quasi irrinunciabile l’elenco vero della P2 con i relativi fascicoli. «Cioè un elenco non parziale, quale quello sequestrato dalla magistratura, ma quello vero. “Così potrai ricattare tutta l’Italia”, mi viene detto”». Ed alla domanda del pm Lombardo su chi fosse quell’emissario, per la prima volta in tutta la sua deposizione, Di Bernardo sceglie il silenzio: «Preferisco non dirlo». A testimonianza che si tratta probabilmente di un personaggio molto in vista ancora oggi. «Ci ho pensato, ma poi ho deciso di non procedere». Ed a riprova dell’esistenza di un elenco completo, non ancora noto, Di Bernardo porta un ulteriore episodio: «Dopo la mia elezione chiede di incontrarmi il segretario personale del gran maestro Battelli. Questo segretario voleva fare una dichiarazione al Gran maestro da firmare. Infatti lo incontro e mi dice che una sera Gelli si presenta nello studio del Gran maestro Battelli con un gran fascicolo e gli dice “questo è l’elenco della P2”. Battelli inizia a sfogliarlo e diventa di tutti i colori. Alla fin fine, Battelli chiude e dice a Gelli: “Riprendilo, questo io non l’ho mai visto”. E dice al suo segretario che i nomi che ha visto lì non li vuole dire. Il segretario si sente in dovere di fare questa dichiarazione. Io ho la cognizione che il vero elenco esiste ma non sappiamo dove.Questo avviene dopo che la loggia P2 è stata sciolta. Per sciogliere la P2 è stata necessaria la legge Anselmi, anche se non scioglie proprio nulla perché contiene una contraddizione che contrasta con un articolo della Costituzione».