L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 19 gennaio 2019

Stati Uniti sull'orlo del baratro finanziario, basta pochissimo per cadere e si/ci faranno/faremo veramente male

Stati Uniti sull'orlo del baratro finanziario, basta pochissimo per cadere e si/ci faranno/faremo veramente male. Il bubbone è stato innescato dagli aumenti dei tassi d'interessi fatti da dicembre 2015 ad oggi dalla Fed. La politica di Trump, aumenti delle spese militari, riduzioni delle tasse contribuisce ad elevare il deficit pubblico che sommato a quello federale, delle aziende, delle famiglie è fuori da ogni parametro
martelun


Il debito Usa è sempre meno sostenibile?Lo stato dei conti pubblici preoccupa il presidente della Fed

DI GIACOMO GABELLINI SU 17 GENNAIO 2019 16:00

Nel suo discorso pronunciato dinnanzi all’Economic Club di Washington, il presidente della Federal Reserve Jerome Powell non si è limitato a fornire assicurazioni circa la solidità economica degli Usa, ma ha anche richiamato in maniera velata l’attenzione sulle dimensioni colossali assunte dal debito statunitense. «È una questione di lungo periodo a cui dobbiamo senza dubbio far fronte; non abbiamo altra scelta», ha dichiarato testualmente Powell.

Secondo il parere del timoniere della Fed, la capacità del sistema-Paese di sostenere il debito è sempre più a rischio, in parte a causa degli effetti negativi dello shutdown, che secondo un calcolo formulato dagli analisti di Jp Morgan Chase peserebbe sull’erario pubblico circa 1,5 miliardi di dollari alla settimana. Attualmente, il Congresso è chiamato a decidere se innalzare il tetto dell’indebitamento o rinnovare la sospensione, in scadenza a marzo, decretata lo scorso anno. Nel caso in cui non si riuscisse a trovare un accordo, il Tesoro potrebbe vedersi costretto a ricorrere a misure straordinarie per reperire le risorse di cui ha bisogno, che andrebbero a dissestare ulteriormente i conti pubblici. A rilevarlo è stata l’agenzia di rating Fitch, che si è dichiarata pronta a decretare un declassamento del debito Usa in caso di prolungamento dello shutdown, ritenuto in grado di produrre un forte impatto sul budget federale. Le altre due ‘gemelle del rating’ (Moody’s e Standard & Poor’s) non intravedono invece alcun grosso problema all’orizzonte, forse perché memori di ciò che accadde nel 2011; all’epoca, il presidente di Standard & Poor’s Deven Sharma fu spinto alle dimissioni dal segretario al Tesoro Timothy Geithner per aver ‘osato‘ declassare gli Stati Uniti in conseguenza di uno scontro istituzionale incentrato sul budget e sul tetto dell’indebitamento molto simile a quello che si consuma in questi giorni – il che la dice lunga sull’imparzialità delle agenzie di rating.

D’altro canto, il rialzo dei tassi deciso dalla Fed sotto la guida dello stesso Powell si è accompagnato alla liquidazione di Treasury Bond (T-Bond) e altri tipi di titoli di cui la stessa Banca Centrale aveva fatto incetta a partire dal 2008 nell’ambito dei programmi di Quantitative Easing (Qe). Con la stretta creditizia, varata attraverso l’inversione del Qe – il cosiddetto Quantitative Tightening (Qt) – si è automaticamente ridotto il credito bancario disponibile, mentre il livello di remunerazione garantito dai titoli obbligazionari saliva in parallelo alla riduzione del loro prezzo di vendita. La ritrovata attrattività dei T-Bond, dovuta al rialzo dei tassi, ha provocato un forte trasferimento di capitali dai mercati azionari a quelli obbligazionari. Il che da un lato ha posto le basi per una colossale crisi borsistica, e dall’altro ha caricato il Tesoro di oneri finanziari aggiuntivi. Anche perché l’acuirsi delle tensioni geopolitiche si sta traducendo in minore disponibilità di alcuni tradizionali alleati o partner di Washington ad investire nel debito Usa, come testimoniato della caduta degli acquisti di T-Bond su scala internazionale verificatasi tra agosto e ottobre: una perdita di quasi 80 miliardi di dollari – nello specifico, il valore dei titoli piazzati è passato da 6.277,9 a 6.199,6 miliardi di dollari. Il che ha obbligato il Dipartimento del Tesoro a offrire rendimenti maggiori. L’impatto sulle casse pubbliche è facilmente immaginabile.

A ciò va sommato il forte incremento del deficit federale, imputabile alla combinazione tra l’aumento delle spese militari e gli effetti diretti dell’entrata in vigore del Tax Cuts and Jobs Act; la radicale riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Trump è infatti all’origine della caduta delle entrate tributarie, a cui il Dipartimento del Tesoro ha deciso di ovviare moltiplicando le emissioni di T-Bond. Ciò non potrà che provocare un aumento addizionale degli oneri sul debito, che coniugandosi con gli effetti della guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno ingaggiato con Cina, Germania e Giappone, sta contribuendo a gettare i semi per un rialzo dei tassi ‘autonomo’ vale a dire non direttamente controllabile dalla Federal Reserve.

Si tratta di un fenomeno potenzialmente devastante, tenuto conto che un decennio di tassi a zero hanno provocato una colossale distorsione del mercato dei prestiti in tutti i settori dell’economia nazionale. Attualmente, il debito federale supera i 22 trilioni di dollari (più del doppio rispetto a quello registrato al momento della bancarotta di Lehman Brothers), quello societario a 6,3 trilioni e quello delle famiglie a 13,3 trilioni. Se a ciò si aggiunge l’incremento combinato dei debiti scolastici, di quelli per l’acquisto di automobili e di quelli legati alle carte di credito, è facile concludere che gli Stati Uniti stiano muovendosi su un campo minato. Non a caso, Peter Schiff, navigatissimo gestore di fondi, ha espresso l’opinione che «l’economia americana è in condizioni peggiori di quanto fosse dieci anni fa». Anche perché la Federal Reserve si trova in una posizione molto più delicata rispetto al 2008, così come la situazione debitoria in cui versa il sistema-Paese.

Venezuela - solo gli Stati Uniti e i suoi servi rifiutano di guardare in faccia la realtà

La Cina ribadisce il proprio sostegno al Venezuela ed esige sia rispettata la sovranità del paese


La Cina oggi ha ribadito il suo sostegno al governo venezuelano e ha invitato le forze interne ed esterne a rispettare le decisioni sovrane del popolo di scegliere i propri leader e il proprio percorso di sviluppo.

La portavoce della cancelleria cinese, Hua Chunying, ha salutato l'annuncio del presidente Nicolás Maduro, deciso a promuovere la ripresa economica del Venezuela e ritiene che questa iniziativa porterà ad aumentare la qualità della vita della popolazione.

Ha riaffermato il sostegno al governo bolivariano su un modello di progresso secondo le sue condizioni e ha insistito sulla non ingerenza negli affari interni.

Infine, Hua ha detto che la Cina è pronta a lavorare con tutte le parti nella ricerca di modi per gestire la situazione interna del Venezuela sempre attraverso il dialogo politico e pacifico.

La portavoce ha quindi chiarito la posizione del gigante asiatico riguardo i tentativi dei governi stranieri di ignorare il nuovo mandato di Nicolás Maduro Moros, rieletto lo scorso maggio con il 67% dei voti validi espressi nelle elezioni presidenziali.

Queste elezioni sono state approvate da organizzazioni internazionali per il loro sviluppo in conformità con le leggi e il rispetto delle garanzie di tutte le parti, i candidati e gli elettori.

Notizia del: 18/01/2019

Giulio Sapelli - L'Euroimbecillità si lecca le ferite che lei stessa si è prodotta, tipico della mancanza di visione strategica

Juncker e Brexit, parla Giulio Sapelli: “Un filo unisce Milano e Londra”


Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, fa mea culpa su austerità e crisi greca ammettendo di aver esagerato e che sarebbe stato opportuno agire con una visione meno pragmatica e più solidale. Per molti si è trattato soltanto di “lacrime di coccodrillo” e a pensarla così è anche l’economista Giulio Sapelli, ordinario di Storia dell’Economia intervistato da Lo Speciale. Secondo Sapelli le dichiarazioni di Juncker non possono essere scollegate da quanto sta avvenendo a Londra con la Brexit e ci spiega perché.

Cosa pensa delle dichiarazioni di Juncker che è sembrato bocciare la politica europea degli ultimi anni che l’ha visto protagonista attivo?

“Il suo è stato un atto di intelligenza politica, considerando che viene da un tipico rappresentante della Democrazia Cristiana europea. Si è reso conto di come l’Unione Europea che lui stesso ha costruito, non può funzionare come è stato fino ad oggi. Ma lui certamente non è esente da colpe visto che può essere considerato a tutti gli effetti il braccio operativo di Angela Merkel. E’ lui il principale rappresentante della politica ordo liberista ispirata dalla Germania. Del resto il Lussemburgo è da sempre lo strumento con cui i tedeschi mediano con i francesi. Anche il Trattato di Aquisgrana che Macron e la Merkel firmeranno si dice sia ispirato da Juncker”.

C’è chi sostiene che il presidente della Commissione Ue stia tentando di salvare la faccia in prossimità delle elezioni europee, sperando in questo modo di fermare l’avanzata dei sovranisti. C’è anche un calcolo elettorale?

“Senza dubbio. Juncker è molto preoccupato del fatto che l’Europa stia dando forti segnali di malessere. La Brexit è il colpo ferale alla Ue, anche se si cerca di ridimensionare il problema. L’Inghilterra è la seconda potenza nucleare dopo la Francia e sta uscendo dall’Unione. Speravano fino all’ultimo di umiliare gli inglesi obbligandoli ad un nuovo referendum, invece a Londra sono stati molto abili nel riportare la questione in Parlamento. Hanno così dimostrato che la democrazia parlamentare resta un elemento di forza che manca invece all’Europa. Diciamo che Juncker ha capito che è giunta la sua ora e tenta di rendere più indolore possibile la fine. Sa perfettamente che dopo le elezioni di maggio lo scenario in Europa cambierà notevolmente”.

La sua previsione?

“Non vinceranno i sovranisti, né i nazionalisti e nemmeno l’estrema destra, ma sicuramente le forze anti-europeiste aumenteranno il loro peso in modo consistente e questo richiederà nuove negoziazioni. Di certo quello di Juncker è un falso pentimento, le sue sono lacrime di coccodrillo utili a contenere i danni elettorali”.

A proposito di Brexit. Cosa accadrà ora che la May è riuscita a restare in sella ma con l’accordo sottoscritto a Bruxelles bocciato dal Parlamento britannico?

“Escluderei l’ipotesi del Piano B di cui si è parlato nelle ultime ore, anche perché non ci sono i tempi tecnici per predisporlo. Un piano da presentare in tre giorni, stando all’emendamento approvato dalla Camera dei Comuni, ma realisticamente poco fattibile. Tutto sta ora nelle mani dell’Unione europea che si spera metta fine a questo gioco al massacro rivolto ad umiliare gli inglesi, insistendo nel non voler cedere su nulla. Se dovessi fare una previsione penso che la questione si risolverà adottando il modello norvegese”.

E questo cosa comporterà in concreto?

“L’Inghilterra ritroverà il suo spazio economico nel Commonwealth con i paesi scandinavi stringendo poi accordi di libero scambio con la Ue proprio come fa la Norvegia. L’interscambio economico del resto non sarebbe complicato considerato che fra Inghilterra ed Europa è molto debole, non arrivando al 20% né per ciò che riguarda le esportazioni né per le importazioni. Il vero problema rischia di averlo l’Italia”.

Perché?

“Perché la Borsa di Milano appartiene a quella di Londra. Quindi dovremmo chiederci tutti cosa ne faranno gli inglesi. Mi stupisce che di questo nessuno parli, forse con l’intento di far dimenticare che la Borsa italiana è inserita nel circuito del London Stock Exchange Group. Tuttavia credo che non accadrà nulla di irreparabile, non penso che gli inglesi abbiano interesse a cambiare le cose. E a questo punto non è escluso che la Borsa di Milano possa ricavare anche qualche vantaggio dal fatto di stare in Europa pur dipendendo da un Paese che sta fuori dalla Ue. Tenere i piedi in due staffe potrebbe alla fine consentirci di ottenere anche qualche agevolazione”.

Quindi forza Brexit?

“No, questo no ma la Brexit è un fatto inevitabile perché non dimentichiamo che l’Inghilterra è entrata nella Ue sotto la spinta degli americani che volevano la sua potenza nucleare all’interno dell’Europa in funzione anti-sovietica. Si tratta quindi di un pezzo di storia diplomatica fra Regno Unito e Stati Uniti, un rapporto che è stato sempre molto controverso e complicato come dimostra la vicenda di Suez da dove gli inglesi sono stati cacciati proprio grazie agli americani. Non dobbiamo tifare per nessuno, ma dobbiamo fare in modo che dalla Brexit non arrivino soltanto problemi ma anche qualche buon vantaggio”.

Gli ebrei nelle terre di Palestina sono un cancro da estirpare, i palestinesi ebrei che hanno abbracciato l'Islam

La mitologia del moderno Israele

18.01.2019 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo

(Foto di Leopoldo Salmaso)


di Tariq Ali 1

Questo articolo è la trascrizione da una conferenza tenuta presso la Rothko Chapel


“…

Al fine di creare un mito per giustificare l’esistenza dello stato di Israele, i leader sionisti avevano due argomenti:
– uno, che queste erano terre bibliche storicamente appartenenti al popolo ebraico;
– e in secondo luogo, queste terre erano concentrate in quella che oggi è la Palestina.

Quindi l’occupazione della Palestina e la creazione di Israele in questo particolare territorio era assolutamente essenziale.

Ora, sapete, molti di noi hanno confutato la loro tesi, e anche loro confutano lenostre, ma… non è questo il punto.

Quello che interessa qui è che uno storico ebreo molto illustre, o dovrei dire uno storico israeliano, perché lui preferisce essere definito storico israeliano, Shlomo Sand dell’Università di Tel Aviv, ha scritto un libro molto interessante che ha scatenato una tempesta. Il suo libro, che è stato scritto inizialmente in ebraico, è diventato un best-seller in Israele, ha travolto il paese come un uragano. Ci volle un po’ di tempo prima che venisse pubblicato in Occidente, ma alla fine lo fu, prima in Francia e poi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ha suscitato un grande dibattito ed è stato molto interessante il fatto che Shlomo Sand ha essenzialmente decostruito tutti i miti del sionismo, con molta calma. Ha detto: “Guardate, non dovremmo usare questi miti per giustificare l’esistenza di Israele”.

Israele è qui per restare. Penso che tutti i cittadini di Israele, siano essi ebrei o palestinesi, arabi, cristiani, musulmani, dovrebbero avere gli stessi diritti. E dovremmo bloccare la legge per cui, se sei ebreo, puoi tornare in questa terra. È pazzesco, ha detto, perché dovremmo farlo ancora? Ma per far valere questo argomento egli ha fatto davvero molto lavoro storico e antropologico, e ha sostenuto che, dopo la distruzione del tempio nel 70 d.C., contrariamente alla mitologia non ci sono state espulsioni di ebrei dalla regione. (Shlomo) ha giustamente sottolineato che i romani non avevano l’abitudine di espellere le popolazioni dalle terre che avevano conquistato, perché erano molto intelligenti e avevano bisogno di coltivatori e persone che lavoravano in quelle terre, perché le legioni romane non lo facevano.

E lui (Shlomo) ha detto che non solo non c’erano espulsioni, ma, allo stesso tempo, c’erano sltre comunità ebraiche che contavano 4 milioni di persone, cioè un numero enorme per quei tempi, in Persia, Egitto, Asia Minore e altrove, che erano e sono rimaste fuori (dalla Palestina).

Egli ha anche sostenuto che l’idea che la fede ebraica, dopo la separazione da essa del movimento riformatore conosciuto come cristianesimo, non credesse nel proselitismo è del tutto falsa: ne fecero di proselitismo, molte persone si convertirono; alcuni si convertirono spontaneamente, mentre gli ebrei askenazisti in particolare nacquero dalle conversioni di massa ai margini del Mar Caspio, tra il VII e il X secolo, fra i Kazari, che finalmente adottarono l’ebraismo e si convertirono all’ebraismo in massa (per decreto regale -NdT), e questi sono gli ebrei ashkenazisti che popolarono l’Europa, e i ghetti d’Europa, e che soffrirono sotto l’Olocausto e tutto il resto.

Queste sono le persone che discendono dai Kazari. Loro in particolare, come dice Shlomo, costituivano la maggior parte del movimento sionista, non avevano assolutamente alcun legame con le terre arabe. Poi lui si è spinto oltre e ha detto: se la Palestina non è l’unica patria ancestrale degli ebrei, che cosa è successo a tutti gli ebrei in questi paesi? E qui trova una spiegazione devastante: dice che in larga maggioranza si sono convertiti all’Islam. Si sono convertiti all’Islam, la maggior parte di loro, non tutti, come molti altri popoli di quella regione all’epoca.

E dice che i palestinesi che abbiamo espulso e oppresso sono i diretti discendenti degli ebrei che un tempo vivevano, vivevano realmente in questa terra. È un libro notevole, e ha creato un enorme dibattito, e il dibattito, dice, non è in Israele. Ed è interessante questo: la maggior parte degli storici israeliani accettano che questa ricostruzione storica è accurata, ma dicono che la loro risposta alla scienza è: “beh, sai, ogni nazione crea la propria mitologia, quindi qual è il grande problema?”. Anche questo è vero, tra l’altro, ma questa mitologia è molto potente, e molto efficace perché questa mitologia è stata diffusa e opera ancora.

Voglio dire, a nessuno importerebbe la mitologia se tutto fosse stato sistemato e se fosse stato raggiunto un accordo, ma poiché non lo è stato, diventa una forza dirompente. E lo stesso Shlomo Sand non è affatto una figura radicale. Dice: “io non sono un sionista hardcore ma credo in Israele, però penso che tutti i cittadini dovrebbero avere gli stessi diritti e non si può dire ai palestinesi: “non tornate in terre che vi sono state portate via”, e intanto continuare a dire agli ebrei, ovunque si trovino in qualsiasi parte del mondo: “potete tornare quando volete”. E ha detto che è per questo che lui ha scritto il libro: per lottare per l’uguaglianza. E i grandi attacchi al libro sono arrivati dalla diaspora. Voglio dire che il New York Times ne ha fatto una grande, grande recensione, il che ha creato un’enorme controversia. E in Francia e in Gran Bretagna non ci sono state polemiche, nel complesso si è accettato che ciò che lui sosteneva fosse vero. Intendo dire che tutti gli storici che hanno recensito il libro hanno detto che è accurato, sapete, non si può estrometterlo dalla storia, perché noi accettiamo le sue tesi. Ma la diaspora era arrabbiata anche solo per il fatto che fossero state esposte, così Sand rispose in modo molto acuto: “Beh, se siete così ansiosi di dire che ho torto e che quello che sto facendo danneggia Israele, perché non mettete i vostri soldi dove avete messo la bocca, e lasciate la diaspora e venite a stabilirvi in Israele?

Ha detto: “Se siete così appassionati per Israele, perché non venite a vivere qui? Noi viviamo qui e sappiamo come viviamo”. E ha detto ancora: “non viviamo bene, né noi né i non ebrei di quella parte del mondo, ed è per questo che ho scritto il mio libro”.

Ora, Shlomo è un tipo molto coraggioso, tra l’altro non è l’unico: molti storici israeliani hanno scritto libri di questo tipo, ma hanno avuto qualche impatto sui governanti del mondo o sui governanti di Israele?

E qui penso che la risposta sia no.

Una delle cose interessanti che Shlomo Sand cita nel suo libro è una dichiarazione di David ben Gurion, uno dei padri fondatori di Israele, nel 1918, dove ben Gurion scrive: “Sapete, la gente chiede cosa è successo agli ebrei che vivevano in questa regione. Erano fedeli alla terra e per rimanere in questa terra, dice, la maggior parte degli ebrei sono diventati musulmani”. Così lui lo sapeva, e loro lo sapevano, i capi di Israele, che questa mitologia che si stava creando sulla base delle citazioni dell’Antico Testamento era in gran parte mitologia, non basata su alcuna realtà storica.

Ecco quindi un esempio di abuso della storia, un abuso che scatena un dibattito enorme e molto creativo, ma naturalmente i soli dibattiti e i libri, anche se forti e potenti come quello scritto da questo storico israeliano, non influenzano le menti dei politici o dei governanti perché alla fine non governano sulla base dei miti. I miti servono per tenere le persone in riga, essi governano per altri motivi: per mantenersi al potere, per mantenere il controllo della società così com’è, e questo non vale solo per Israele, si applica alla maggior parte dei governanti delle diverse parti del mondo, del mondo di oggi.
…“.

1 Tariq Ali è uno scrittore, giornalista, storico, regista, attivista politico e intellettuale pubblico. E’ membro del comitato editoriale della New Left Review e di Sin Permiso, e contribuisce a The Guardian, CounterPunch e alla London Review of Books. Insegna Filosofia Politica ed Economica all’Exeter College, Oxford.

È autore di diversi libri, tra cui ‘Pakistan: regime militare o potere al popolo (1970); ‘Il Pakistan può sopravvivere? Morte di uno Stato’ (1983); ‘Scontro di fondamentalismi: crociate, jihad e modernità’ (2002); ‘Bush a Babilonia’ (2003); ‘Conversazioni con Edward Said’ (2005); ‘Pirati dei Caraibi: Asse della speranza’ (2006); ‘Un banchiere per tutte le stagioni’ (2007); ‘Il duello’ (2008); ‘La sindrome di Obama’ (2010); e ‘Il centro estremo: Un avvertimento’ (2015).





Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

Forze armate si al sindacato che non sovverte la catena di comando necessaria ed indispensabile

I COMANDANTI A CINQUE STELLE


17/01/19 

Al fine di alleggerire il clima surriscaldato e smorzare i toni polemici che serpeggiano da tempo in alcuni ambiti militari, confesso di aver meditato di suggerire al ministro Elisabetta Trenta di non ripetere l’errore di esortare il mondo in divisa a non “spaventarsi” per la preannunciata entrata in vigore del decreto istitutivo del sindacato militare. Un soldato non ama sentirsi dire di temere qualcosa, foss’anche la nascita di un sindacato militare voluto da una figura militante in un movimento caratterizzato da 5 stelle, una di più rispetto a quelle che si contano sulle spalline dei generali di grado massimo. Di fronte all’incombere di un evento di questa portata un militare tutt’al più si sorprende, o gli cascano le braccia, o si preoccupa, o si incavola e si abbandona al più colorito e pittoresco turpiloquio… da qui ad aver paura, proprio no!

Ma proprio mentre rimuginavo questi pensieri, il web mi ha messo sotto gli occhi la bozza del decreto istitutivo in questione. Ne elenco i principali ambiti di pertinenza: tutela individuale e collettiva dei militari, lavoro obbligatorio (addestramento incluso?), orario di lavoro, turni di servizio, licenze, aspettative, permessi, formazione-qualificazione-mobilità del personale, attribuzione degli incarichi, ristrutturazione e riorganizzazione di enti e reparti, dismissioni di infrastrutture etc etc. Gli organismi sindacali inoltre possono interloquire direttamente con gli organismi militari di vertice, con le commissioni parlamentari e con lo stesso ministro; infine possono, a differenza di qualsiasi comandante, trattare direttamente con gli organi di stampa. Va da sé che l’attività sindacale è considerata attività di servizio e che un delegato sindacale non può essere trasferito di sede se non su sua richiesta… questo sempre a differenza di qualsiasi comandante che, volente o nolente, può essere scaraventato a farmi compagnia nel nuorese magari solo per aver criticato la normativa sindacale.

A questo punto sono tornato sui miei passi e ho deciso di proporre al ministro Elisabetta Trenta non uno ma due suggerimenti. Primo: perché non smilitarizzare le forze armate come già fatto a suo tempo con i controllori di volo? In fondo con l’annunciato inserimento nelle forze armate di 3000 nuove figure di “specialisti” civili siamo già sulla buona strada. Secondo suggerimento: perché non completare il decreto in argomento aggiungendo un articolo che preveda la graduale abolizione della figura del Comandante? Che ci sta a fare? A oziare e rubare uno stipendio? È una figura che aveva un senso nei tempi andati (bieca espressione nostalgica-vetero-militarista) quando un comandante si sentiva in dovere di tastare il polso e conoscere il pensiero tanto della recluta appena arrivata quanto del “nonno” prossimo al congedo, o anche del decano dei sottufficiali, o del capo calotta o del più anziano dei suoi ufficiali.

Concludo chiedendomi quali siano le reazioni sindacali previste ove le varie istanze vengano disattese e ammettendo di provare, come raramente mi è successo in vita mia, un po’ di paura.

Auguro buona fortuna alle nostre Forze Armate, anche se credo che a questo punto ne serva loro proprio tanta perché, già affossate da un bilancio indecoroso per una nazione strategicamente importante nel Mediterraneo e nei teatri europeo e africano, temo possano ricevere il colpo di grazia da questo decreto “epocale” istitutivo del sindacato militare: un provvedimento che ritengo (mi si perdoni il giovanile linguaggio castrense) una presa per il culo, perché per tutelare e pagare come si deve un soldato dovrebbe bastare un ministro a 5 stelle.

Mi ritengo un militare fortunato per aver fatto parte delle Forze Armate italiane in tempi sempre difficili ma esaltanti. E sempre Forza Paris, ragazzi! Mai avere paura!

Generale Nicolò Manca

(già comandante della brigata Sassari)

Ettore Gotti Tedeschi - l'Euroimbeiccilità costretta a fare i conti con se stessa

Perché la Germania teme la Brexit

19 gennaio 2019


La Brexit danneggerà la Germania. L’articolo di Ettore Gotti Tedeschi

Dopo la Brexit, decisa nel Regno Unito col Referendum del giugno 2016, tutte le crisi minacciate e previste, che avrebbero necessitato interventi di emergenza, non ci sono state. La sterlina, crollata il giorno dopo il referendum del 15% verso il dollaro e del 10% verso l’euro, non ha affatto impedito (anzi…) all’economia inglese di continuare a crescere dell’1,8%, praticamente come la Germania (+1,9%). Non solo, la disoccupazione è diminuita scendendo sotto il 5% (4,8%), ai minimi nell’ultimo anno. È vero che il Regno Unito ha perso la tripla A e la Banca d’Inghilterra ha dovuto calare i tassi, ma nessuna prevista recessione si è in realtà verificata.

La Brexit resta comunque una complessa messa in discussione del progetto europeo, che non può non esser oggetto di riflessioni strategiche da più punti di vista. So che questo è un tabù, ebbene, proviamo a metterlo in discussione. La Brexit non può essere con disprezzo connotata come risultato di un referendum mal preparato e mal gestito, di un referendum che neppure doveva esser fatto.

Mi sorprende che qualcuno possa considerare un referendum in questa materia inopportuno, perché il voto popolare è in questo caso mal informato, mal istruito, con debole coscienza e consapevolezza europea. Chi pensa questo è ancora realmente convinto che questa era una decisione da delegare esclusivamente alle élite iniziate che sanno cosa va fatto? Se è così, è più evidente perché dopo la Brexit del 2016, c’è stata anche la sfiducia alle soluzioni di accordo ieri votate al Parlamento inglese.

Ignorare il problema emerso con la Brexit è sintomo di mancanza di visione strategico-politica. Il voto del giugno 2016 è stato influenzato dalla percezione di parte della popolazione inglese (non solo quella puramente rurale come si ama ripetere, per svilirne il significato) che la guida tedesca dell’Europa non fosse esattamente coerente con le aspettative inglesi sul ruolo dell’Europa. La bocciatura della Camera dei Comuni del tentativo di accordo con l’Ue per una Brexit soft sembra esser stato anche un voto di sfiducia al ruolo avuto dalla Ue nella trattativa con il governo inglese. Certo, questo è un parere politicamente scorretto, ma ignorarlo è sintomo di debolezza.

La domanda che molti (magari non facilmente ospitati dai media che non si possono permettere di mettere in discussione chi governa l’Ue) si pongono è: chi sono i veri sconfitti e i veri responsabili della sconfitta di Theresa May? Lo sussurro poiché questa è un’altra considerazione politicamente scorretta. La responsabilità del fallimento della trattativa viene attribuita, da parte di molti osservatori, magari sommessamente, al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker che avrebbe negoziato rigidamente un accordo considerato inaccettabile.

Più che i veri sconfitti (che non conosciamo ancora), i danneggiati dal fallimento dell’accordo sono certo i tedeschi, che ora contano i possibili danni economico-commerciali sull’export di auto tedesche nel Regno Unito (dazi +10%) con un previsto impatto di 750 mila posti di lavoro persi. I tedeschi vorrebbero trovare una soluzione, ma l’Ue sembra opporsi. Vedremo ora se le imprese europee, che per sopravvivere devono difendere industria e i commerci, sapranno influenzare la politica burocratica. Questa fase di Brexit potrebbe farci sperimentare così una nuova possibile svolta nella gestione della Commissione europea che potrà convertirsi nel dare maggior attenzione alle realtà economiche piuttosto che agli indici economici ideati e supposti perfetti.

Non dimentichiamo che anche Germania e Francia (non solo l’Italia) stanno vivendo un rallentamento economico (soprattutto grazie all’automobile e alle guerre di dazi commerciali) e che se la recessione dovesse far capolino anche in casa loro, la revisione di alcuni parametri del Trattato di Maastricht potrebbe essere più facilmente attuata. Magari ciò solo dopo le elezioni europee, che saranno influenzate da Brexit e bocciatura accordi, ma anche (o soprattutto) da una nuova consapevolezza che globalismo è bene, ma è come si applica e governa che non sempre va bene e quindi va rivisto. Non tutti sono così d’accordo sul processo accelerato di integrazione che sta condizionando talvolta troppo e male alcuni principi di indipendenze di talune nazioni, soprattutto se sono economici.

Le prospettive prossime di soluzione post sfiducia a Theresa May, sostenute da parti differenti, son state già anticipate prima del voto di due giorni fa: 
1) Attuare la Brexit senza accordi; 
2) Sciogliere il parlamento e andare a nuove elezioni; 
3) Tentare una nuova rinegoziazione; 
4) Prevedere un nuovo referendum; 
5) Cancellare la Brexit con una sentenza del tribunale di giustizia europeo. 

C’è anche una sesta ipotesi, verificabile dopo le elezioni europee: cambiare il modello di gestione della Commissione europea. Brrrr…

Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza

Il M5S mette sotto pressione lo stregone maledetto che sa perfettamente che non può rispondere a domande specifiche e vitali per il suo essere servitore della Finanza speculativa

Le 3 domande del M5S alle quali Mario Draghi non ha risposto

Silenzi e Falsità POSTED ON GENNAIO 18, 2019


“Presidente Draghi, io le parlo da italiano, cioè da cittadino di un paese fondatore dell’Unione Europea che tra l’altro è il terzo paese grande pagatore all’interno dell’Unione.

  • – sono 25 anni che l’Italia fa registrare un avanzo primario, per cui la storia che gli italiani hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità è una balla colossale probabilmente inventata dai banchieri tedeschi e francesi;
  • – Se abbiamo un passivo ogni anno è solo grazie agli interessi su un debito pubblico che è cresciuto a dismisura negli anni 80 grazie a tassi di interesse anche del 10%, quindi un vero e proprio strozzinaggio;
  • – in questo modo assurdo siamo arrivati a 2300 Mld € di debito pubblico sul quale fino ad ora abbiamo pagato interessi per 3500 Mld €, mentre il debito è rimasto ancora tutto là”.
Lo ha detto l’eurodeputato Piernicola Piedini nel corso di un intervento al parlamento europeo.

  • “– Ora questo debito pubblico lo comprano le banche europee, quelle francesi, quelle tedesche…e lo comprano con denaro prestato dalla BCE a bassissimi tassi di interesse, senza nessuna condizionalità (il che gli ha permesso di speculare sui paesi ad alto spread) e, tra l’altro, con denaro creato dal nulla, semplicemente aggiungendo degli zero sui computer. Stiamo parlando di interessi per una una media di 70 miliardi di euro all’anno di cui 5 vanno a finire nelle tasche delle banche francesi e 3 vanno a finire in quelle tedesche;
  • – Il problema è che gli interessi li pagano gli italiani con l’economia reale, lo pagano gli italiani con il loro sudore reale, non quello creato dal nulla,” ha aggiunto.
“Questo sistema” ha proseguito l’esponente pentastellato “accontenta le banche, che speculano tranquillamente facendo rientrare i capitali, e accontenta gli Stati che piazzano i loro titoli di Stato, l’unico problema è che a pagare è l’economia reale perché le imprese non hanno più accesso al credito. E dove non c’è accesso al credito cresce la disoccupazione. La disoccupazione in UE ha raggiunto livelli spaventosi proprio in quei paesi ad alto debito pubblico come la Grecia, la Spagna e l’Italia. Ora, se leggiamo l’articolo 127 del Trattato sul Funzionamento dell’unione Europea dice che oltre alla stabilità dei prezzi (che adesso è sotto controllo), la BCE deve contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione e cioè:
– a combattere la disoccupazione;
– a promuovere una crescita economica equilibrata;”.

“Allora le mie domande sono:
1) la BCE ha davvero intenzione di contrastare la speculazione finanziaria?
2) la BCE ha davvero l’intenzione di agire in maniera mirata e differenziata per azzerare gli spread dei singoli Stati Membri?
3) la BCE ha intenzione di azzerare l’intero meccanismo dello spread che distrugge le economie di Stati Membri con l’Italia e indebolisce irrimediabilmente anche la stessa Unione Europea?”, ha affermato Piedicini, che ha concluso: “PS. Durante la sua replica Draghi non ha risposto. Ha perso una occasione per fare chiarezza”.


Gaetano Pedullà - Il fanfulla Salvini ha perso un'occasione per schierarsi sulla politica di sostenere la domanda aiutando i deboli e non più l'offerta come hanno fatto per decenni i passati governi


Il Reddito di cittadinanza e la guerra tra poveri 

19 gennaio 2019 di Gaetano Pedullà


Già alle origini del nostro Stato era prevedibile che aver fatto l’Italia non sarebbe bastato a fare gli italiani. Il Paese del campanili, sempre diviso tra Orazi e Curiazi, Guelfi e Ghibellini, laziali e romanisti, e qui potremmo non fermarci più, non ha mai nascosto troppo bene il malessere della convivenza sotto un tetto comune. Solo pochi giorni fa un quotidiano accusava i terroni di aver invaso le istituzioni, e su cosa in tanti hanno risposto è meglio stendere un velo pietoso. Mai però si era arrivati alla guerra tra poveri, schierando da una parte chi non ha niente se non adesso la speranza di un Reddito di cittadinanza, e dall’altra chi è persino più povero in visione del mondo, generosità e senso democratico. La valanga di adesioni a un ipotetico referendum contro la nuova misura di sostegno alle persone in cerca di occupazione è una delle pagine più misere della nostra storia. Lo è perché prova a impedire a una forza politica al governo di realizzare il suo più trasparente progetto elettorale, ma ancor di più perché spacca platealmente il Paese tra chi ce l’ha fatta e chi non ce la deve fare, a costo di rinnegare più il buon senso che la solidarietà. Spingere giù da un divano chi non riesce a trovare lavoro significa infatti far crescere le opportunità di tutti, compreso quel mondo della produzione che diversamente sarà interessante vedere a chi potrà vendere i suoi beni e servizi. Ma spiegare queste cose alla nuova platea elettorale di Forza Italia & Sinistra uniti non sarà facile, visto l’armamentario della propaganda già schierato in modalità da combattimento.

Paolo Savona - La Bce deve essere prestatore di ultima istanza, lanciare la politica degli investimenti peraltro individuata dalla stessa Commissione ma poi dimenticata

Una Banca centrale con meno poteri. Savona: “Così l’Ue può cambiare. Più investimenti e Stati coinvolti nelle decisioni”

19 gennaio 2019 di Carmine Gazzanni Economia


Conosciamo bene il pensiero critico del professor Paolo Savona sull’Unione europea. È stato, d’altronde, uno dei motivi per cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarellaha obbligato i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, a preferire nel ruolo di ministro dell’Economia Giovanni Tria. Eppure, anche nel ruolo relegato di ministro per le Politiche Ue, Savona sta provando a dare il suo concreto contributo a un cambiamento interno all’Unione europea. Basta leggere le 230 pagine della “relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea” per avere un’idea precisa e concreta di quali siano gli obiettivi di Savona. Il dossier, ovviamente, si occupa di tutti i campi di intervento comunitario. Non solo economia, dunque. Ma anche fondi europei, agricoltura, ambiente. Senza dimenticare la delicata questione relativa ai flussi migratori.

Già nelle premesse, però, si capisce che l’obiettivo di Savona – contrariamente a quello che si possa pensare – non è distruggere quanto fin qui costruito. Il nostro Governo, infatti, “continuerà a promuovere un’Europa più forte, più solidale e più vicina ai suoi cittadini”. Ma non alle stesse condizioni. Passando al capitolo relativo alle politiche macroeconomiche, infatti, si legge che tra gli obiettivi l’Italia porterà avanti la costituzione di un Gruppo di lavoro europeo composto dai rappresentanti degli Stati membri per definire quella che Savona definisce una “politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Cambio di passo, dunque, per il quale il nostro Paese “giocherà un ruolo critico, ma anche propositivo e propulsivo riguardo all’approfondimento dell’Unione monetaria, al fine di rafforzare la crescita economica, promuovere la competitività del sistema produttivo europeo nell’economia globale, salvaguardare la stabilità dell’Euro”. Insomma, contrariamente a quanto detto da vari detrattori, non è sul tavolo l’uscita dalla moneta unica. Ma una ridiscussione profonda dei trattati e dell’architettura comunitaria, questo sì.

E a risentire di quest’atteggiamento sarà innanzitutto la Banca Centrale Europa, oggi guidata da Mario Draghi. Primo aspetto che Savona pare contestare è che la Bce fino ad oggi non ha garantito un adeguato bilanciamento tra condivisione e riduzione dei rischi. Insomma, la politica dei singoli Stati sarebbe stata “fatta fuori” dalle regole autonome di Francoforte, tese soprattutto a garantire i paletti imposti dall’Ue piuttosto che mirare alla crescita dei singoli Paese. Ed è per questo che, in merito alle politiche economiche europee, l’Italia “supporterà quelle orientate alla crescita e all’occupazione, concentrando le iniziative dove necessario”, anche se occorre “apportando miglioramenti all’architettura istituzionale europea”, cominciando proprio dal “ruolo” e dai “poteri della Bce”.

Insomma, quello che lamenta Savona – in linea con la discussione con la Commissione europea che ha preceduto l’approvazione della Manovra – è che l’architettura comunitaria conceda poco spazio agli investimenti. Ed è per questo che il Governo, garantisce il ministro, sarà aperto a discutere “l’istituzione di uno strumento europeo di stabilizzazione degli investimenti (EISF)”, iniziativa peraltro lanciata dalla stessa Commissione a luglio e poi caduta nel dimenticatoio.

Ma per fare questo urge un profondo cambiamento. Ed è per questo che innanzitutto l’Italia si opporrà all’affidamento al Fondo Salva-Stati di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea. Ed è in questo contesto che il Governo intende lanciare un dibattito sui poteri e le prerogative della Banca Centrale Europea, “con particolare riguardo al ruolo di prestatore di ultima istanza e alla politica dei cambi”. Un cambio di passo notevole, dunque. Che richiede tempo e costanza. Ma a cui Savona pare non voler rinunciare.

http://www.lanotiziagiornale.it/una-banca-centrale-con-meno-poteri-savona-cosi-lue-puo-cambiare/

Antonino Galloni - nella considerazione del debito a quello pubblico bisogna aggiungere quello privato e a questo punto l'Italia ha una posizione invidiabile. Gli investimenti pubblici necessari si possono fare con la Moneta Complementare. La Bce non è prestatore di ultima istanza. La politica della crescita economica e sociale è stata sacrificata per quella del mantra dell'esportazione

Tutta colpa dei paletti europei. È ora di ridiscutere i trattati. Galloni: “Difficile rialzarsi senza investimenti. L’Esecutivo dovrà aumentare, non diminuire il deficit”


19 gennaio 2019 di Carmine GazzanniL'intervista

“Come era prevedibile, è arrivata una piccola recessione. Questo non riguarda solo l’Italia, ma anche altri Paesi. Tutto questo ci porta a pensare che la Manovra non sia assolutamente sufficiente: il Governo ora dovrebbe non diminuire ma aumentare il deficit”. Nessun dubbio per il professor Antonino Galloni, economista e presidente del Centro Studi Monetari: i dati di Bankitalia che ha rivisto le stime di crescita per il 2019“erano assolutamente prevedibili”.

Dunque nessun complottismo?
“Direi proprio di no. Il problema, semmai, è un altro”.

Quale?
“Purtroppo noi abbiamo un deficit che ha effetti sul debito pubblico e un debito pubblico che è già al 131% del Pil. E questo influisce inevitabilmente sullo spread”.

E come si esce da questa situazione?
“Abbiamo due soluzioni”.

Cominciamo dalla prima.
“L’Italia deve rinegoziare il parametro di Maastricht del 60% del rapporto debito-Pil. È un parametro che non ha senso. In nessun manuale di macroeconomia si parla di questo tipo di rapporto. Si parla, semmai, del rapporto tra la spesa per interessi e il totale della spesa pubblica o la spesa per interessi e le tasse. Al limite quello che si potrebbe considerare per la stabilità è il rapporto tra debito complessivo di un Paese – dunque quello pubblico, delle imprese e delle famiglie – e Pil. Lì vedremo che l’Italia non corre alcuna crisi e anzi si trova in un’area protetta”.

La seconda soluzione, invece, quale sarebbe?
“La seconda strada è quella di introdurre una moneta non a debito. Non parliamo di banconote ma di biglietti di Stato, che non sono vietati dai trattati. Noi non abbiamo ceduto sovranità monetaria, quindi possiamo esercitarla. Vedremo se il Governo seguirà una o l’altra strada”.

Secondo lei è possibile?
“Diciamo che il problema tocca un cambio di prospettiva che in parte quest’esecutivo ha intrapreso. Sono decenni che noi guardiamo solo lo zero virgola e non guardiamo i macro-problemi della nostra economia, che richiederebbero maggiori investimenti pubblici”.

A tal proposito il ministro delle Politiche Ue, Paolo Savona, ha lanciato un piano per modificare la politica economica europea, a partire dalla Bce che dovrebbe, a detta del ministro, coinvolgere maggiormente i singoli Stati ed essere votata, appunto, più agli investimenti. Lei cosa ne pensa?
“L’idea di Savona va assolutamente nella giusta direzione, specie in relazione all’esigenza di politiche differenti per quanto riguarda gli investimenti. Per di più, non c’è dubbio che se la Bce comprasse i titoli degli Stati non solo sul mercato secondario ma anche sul mercato primario, è chiaro che gli osservatori considererebbero l’economia dei singoli Paesi in maniera molto più stabile. Resta, però, una difficoltà di fondo in questo programma”.

Cioè?
“Tutta la storia dell’Unione europea e soprattutto della Bce non è finalizzata alla convergenza e alla crescita economica e sociale dei vari Paesi, ma esattamente al contrario”.

In che senso, professore?
“La Bce si è posta come obiettivo l’aumento delle esportazioni, per cui inevitabilmente qualcuno poteva vincere e qualche altro poteva perdere. E siccome a vincere sono stati sempre gli stessi e a perdere sempre gli stessi, alla fine il forte è diventato troppo forte e il debole troppo debole. Con tutte le conseguenze che sappiamo”.

E dunque? Come si esce dall’impasse?
“Bisogna rivedere i parametri europei. E, dunque, i trattati che colpevolmente abbiamo firmato”.

Un quadro macro economico

Dazi, gli Usa pronti a toglierli. Brexit rebus, riscossa Btp

18 Gennaio 2019, 8:51 | di Ugo Bertone

Tra conferme e smentite, l’amministrazione Trump sembra orientata ad archiviare i dazi anti-Cina, anche se non esclude una tassa sull’auto europea – Brexit resta una grande incognita – Prosegue il recupero dei Btp – Oggi il decretone all’esame di Piazza Affari


Il forum di Davos è stato uno dei simboli della globalizzazione, non a caso bersaglio privilegiato delle proteste non global. L’edizione di quest’anno in programma la prossima settimana, promette di offrire uno specchio delle difficoltà della situazione attuale. Non ci sarà Donald Trump, che ha deciso di sospendere il viaggio per non gravare sul bilancio federale, congelato per il braccio di ferro tra il presidente ed il Congresso.

MA SI TORNA A PARLARE DI TASSE SULL’AUTO EUROPEA

Ci sarà invece Steven Mnuchin, il segretario del Tesoro che ieri ha elettrizzato i mercati anticipando la possibile fine delle sanzioni alla Cina in occasione del meeting di Washington con Liu He (il braccio destro di Xi per i commerci) fissato per il 30 e 31 gennaio. A riferire la notizia, è stato il Wall Street Journal che aggiungendo però che una parte dell’amministrazione (vedi il responsabile dei commerci Robert Lightizer) non è affatto d’accordo. A complicare il quadro è stata la successiva smentita del Tesoro riferita dalla Cbs. In compenso nello staff del presidente si torna a parlare di dazi sull’auto europea. Il presidente della Commissione Finanze della Senato, Chuck Grassley, ha detto che la Casa Bianca è intende andare avanti con l’iter che porterà al varo di sanzioni e dazi sulle automobili. Insomma, c’è un grande disordine sotto il cielo dell’economia globale.

SEGNO PIÙ PER TUTTE LE BORSE ASIATICHE

I mercati asiatici, intanto, preferiscono vedere il bicchiere mezzo pieno. Lo sviluppo positivo del confronto tra Stati Uniti e Cina sta alimentando il rialzo di quasi tutti i listini azionari dell’Asia: Nikkei di Tokyo +1%, Hang Seng di Hong Kong +1%, CSI300 di Shanghai e Shenzhen +1,1%, Kospi di Seul +0,6%.

Torna a salire il dollaro, alla quarta seduta positiva nei confronti dello yen a 109,4. Cross dollaro Yuan a 6,77. Meno reattivo lo yuan a 6,77 sulla valuta Usa: incombe l’incriminazione dei vertici di Huawei, sotto inchiesta negli Stati Uniti per furto di informazioni aziendali. Sui mercati pesa l’attesa dei dati della crescita del Pil nel quarto trimestre, previsti per lunedì.

A WALL STREET FRENA MORGAN STANLEY

La partita dei dazi ha dominato la scena anche a Wall Street: Dow Jones +0,67, S&P 500 +0,76%. Avanza anche il Nasdaq +0,71%. La smentita del Tesoro ha provocato una frenata nelle ultime battute.

Negativa dopo i conti Morgan Stanley (-4,4%). In netto rialzo i titoli della difesa dopo che Trump ha reso nota l’intenzione di finanziare un nuovo programma di difesa anti-missili: Northrop Grumman sale del 3,3%, Lockheed Martin +2,4%.

PIÙ ABBONATI, MA NEL DOPO BORSA SCIVOLA NETFLIX (-4%)

Scivola Netflix (-4%) nel dopo Borsa nonostante conti brillanti, l’incremento degli abbonati e previsioni ottimistiche per l’anno in corso. Nel quarto trimestre del 2018 l’utile netto è stato di 134 milioni di dollari, in calo dai 186 milioni dello stesso periodo del 2017. Gli utili per azione sono scesi a 30 centesimi da 41 centesimi, comunque sopra il consenso. Tra ottobre e dicembre Netflix ha detto di avere registrato 8,8 milioni di nuovi abbonati che pagano per il servizio offerto dall’azienda, un rialzo annuo del 33% e sopra i 7,6 milioni attesi dal gruppo ma sotto i 9,2 milioni delle previsioni più esigenti.

Il petrolio tipo Brent ha chiuso in calo dello 0,3%, stamattina è in rialzo dell’1% a 61,8 dollari. A Piazza Affari Saipem -0,7%. Eni -0,2%.

HARD BREXIT, CORBYN DICE NO

Listini piatti o quasi nell’Eurozona, frenati dal profit warning di Société Générale (-5,66%), che ha gettato un’ombra sull’avvio della campagna dei conti, e dagli sviluppi della Brexit, la crisi più grave del Regno Unito da almeno mezzo secolo. Il no del leader laburista Jeremy Corbyn alla hard Brexit ha ridimensionato le paure sugli sviluppi, sempre più caotici, della situazione on attesa del piano B che la premier May dovrà presentare lunedì in Parlamento.

PIAZZA AFFARI CHIUDE IN PARITÀ

Piazza Affari ha chiuso quasi in parità: -0.04% a 19.470 punti, assestandosi sui massimi da 6 settimane. Copione simile a Madrid (-0,02%). Deboli Francoforte (-0,14%) e Parigi (-0,34%). Londra -0,4%.

Sul fronte macro da segnalare la buona salute della bilancia commerciale italiana, in novembre ha registrato un avanzo di 3,843 miliardi a fronte dei 4,668 miliardi nello stesso mese del 2017. Le importazioni sono salite del 3,4% e le importazioni dell’1%.(?!?)

CONTINUA LA RISCOSSA DEI TITOLI DI STATO, SPREAD A 257

Ancora una giornata di riscossa per l’obbligazionario italiano, dopo il successo del collocamento per 10 miliardi di euro del nuovo Btp 15 anni. I rendimenti di alcuni segmenti della curva si sono così ridotti ai minimi di vari mesi.

Lo spread tra Btp e Bund sul tratto decennale si è ristretto in seduta fino a 254 punti base per poi chiudere a 257 dai 259 della vigilia e dai 272 di martedì sera.

Il rendimento del titolo italiano ha toccato un minimo intraday appena sopra 2,7%, fermandosi poi a 2,76%. Il tasso del due anni è sceso in giornata sotto lo 0,3%, ai minimi da fine maggio, e quello del 5 anni è scivolato al livello più basso degli ultimi sei mesi.

Il rally ha interessato anche altri mercati della periferia della zona euro: la Spagna, che ha collocato 4,6 miliardi di euro con rendimenti di sotto delle aste precedenti e la Grecia, dopo che il premier Alexis Tsipras ha passato indenne il voto di sfiducia in Parlamento.

MILANO BRINDA A CAMPARI +4,1%

Il titolo migliore del listino è stato Campari (+4,1%), al nuovo record storico di 7,9150 euro, sull’onda dell’ascesa dei consumi americani di vino (+0,4%) e di superalcolici (+1,9%) a fronte di un calo delle vendite di birra. Il titolo ha chiuso in positivo anche il 2018 con un guadagno del 14%, in netta controtendenza rispetto al -16% registrato dall’indice FtseMib.

BANCHE CONTRASTATE, IN DISCUSSIONE IL FUTURO DI MPS

A Piazza Affari il comparto bancario ha tenuto meglio del resto d’Europa frenato da SocGen e dall’eco dei conti deludenti di Morgan Stanley: l’indice di settore è sceso dello 0,7% contro -1,2%.

Banca Carige ha inoltrato al Tesoro la richiesta di garanzia pubblica su obbligazioni di nuova emissione. Lo ha confermato ieri il ministro Giovanni Tria auspicando per l’istituto ligure “una soluzione privata” alla crisi.

L’ipotesi di un possibile intervento in Mps (-0,9%) ha frenato Ubi (-0,9%) e Banco Bpm (-0,5%). La Lega vorrebbe procedere con un’altra iniezione di denaro nell’istituto, propedeutica ad un’aggregazione: la Sga, secondo il progetto potrebbe acquistare i crediti in sofferenza di Mps ad un prezzo “ragionevole”, contenendo così la necessità di capitale a meno di 2 miliardi. Se Sga comprasse npl anche dal potenziale acquirente della banca, servirebbero 2,5-3 miliardi.

Realizzi sul risparmio gestito in attesa della nuova legge sui Pir: Fineco -1,7%, Azimut -1,6%. Poco mossa Generali (+0,2%): Citigroup ha ridotto la raccomandazione da neutral a sell.

AVANCES CINESI SU CNH, TAIWAN PESA SU STM

Giù il settore auto (Euro Stoxx Auto -1,1%), dopo che il presidente della Commissione Finanze del Senato, Chuck Grassley, ha parlato di dazi sulle auto: Donald Trump sarebbe in procinto di introdurli, per spingere l’Europa ad accettare un nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti.

Fiat Chrysler -0,4%. Sale invece Cnh Industrial (+1,15%) sull’onda delle voci di un interesse della cinese Geely per alcuni asset della società.
In ribasso Stm (-1,9%) sull’onda del profit warning di Tsmc, fornitore taiwanese di Apple.

PRENDE IL VOLO IMA (+5,5%), PREMIATA DA EXANE

Nel giorno del Cda dedicato alle linee guida del piano industriale rimbalza Telecom Italia (+2%).

In forte flessione invece Mediaset che cede il 3,26% dopo il downgrade a “underperform” da “neutral” di BOFA con target a 1,7 da 4 euro.

Da segnalare il balzo di Ima (+5,5%). Exane Paribas ha promosso il leader mondiale nella produzione di macchine per imballaggio a Outperform da Neutral. Target alzato a 66 euro da 59 euro.

Francia&Germania sanciscono definitivamente la morte dell'Unione Europea

Finalmente è stato pubblicato il Trattato di Aquisgrana tra Francia e Germania: alcune considerazioni


di Giuseppe Masala 
18 gennaio 2018

Finalmente è stato pubblicato il Trattato di Aquisgrana che Francia e Germania firmeranno il 22 Gennaio. Un Trattato ferale, per l'Italia, per l'amata Francia, per l'Europa tutta. Da non crederci, i francesi si sono consegnati a Berlino. Per l'Italia gli spazi di manovra all'interno della costruzione europoide si restringono sempre di più. 

Alcune considerazioni sul Trattato Franco-Tedesco:

1) Strettissimo coordinamento sulle politiche europee. In pratica secondo voi se Francia e Germania si mettono d'accordo ex-ante (ovviamente tutelando i loro interessi nazionali) al Consiglio Europeo quale linea passa? E' inutile pure farli.

2) Coordinamento per far ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell'ONU ai crucchi. Leggi: superamento degli assetti post seconda guerra mondiale con tutte le conseguenze del caso.

3) Istituzione del Consiglio dei Ministri franco-tedesco che si riunirà almeno una volta l'anno. Facoltà per un ministro tedesco di partecipare al Consiglio dei Ministri francese e viceversa per un ministro francese presso il Consiglio dei Ministri tedesco.

4) Istituzione di un Consiglio degli Esperti per le politiche economiche fondate sulla "competitività" (mica sulla solidarietà, i tedeschi avrebbero preferito spararsi). Piccola nota a margine: questo benedetto consiglio sarà di nominati e proclamati esperti. La democrazia, come piace ai tedeschi, è solo un inutile orpello. Del resto essendo l'economia una scienza esatta possiamo immaginare che tutti i sedicenti esperti saranno del medesimo orientamento ordoliberista (come la dichiarazione di principio che fonda tutto sulla competitività lascia intendere).

Figuriamoci se ci saranno "esperti" di orientamento marxista o keynesiano, e del resto a che servono? L'economia è una scienza esatta come la fisica. Non ce ne frega nulla però faccio sommessamente notare che la Francia si presenta a questo tornante della storia con una bilancia commerciale e con il saldo delle partite correnti in fortissimo passivo ormai ultradecennale. Chi siano i competitivi tra i due attori protagonisti lo lascio immaginare: semplicemente i tedeschi li macinano nel tritacarne.

4) Strettissimo coordinamento militare in Africa: quindi i francesi si alleano con i crucchi che già hanno aperto alcune basi, una molto grossa in Niger. Ovviamente in contrapposizione a italiani (da notare che Conte l'altro giorno ha fatto la prima visita in Niger e Ciad per un P. del Consiglio italiano), americani, russi (che si sono presi la Repubblica Centrafricana nel silenzio generale) e cinesi che stanno letteralmente comprando tutto.

5) Istituzione di un Consiglio di Difesa franco-tedesco. Bon, i francesi mettono a disposizione il loro dispositivo militare alla Germania che come si sa, saggiamente fu disarmata dopo la seconda guerra mondiale. Dunque di nuovo, superamento degli assetti post seconda guerra mondiale.

6) Istituzione di distretti "europei" tra le regioni confinanti dove si favorirà il bilinguismo e si amministreranno comunemente. Inutile dire chi sia il paese economicamente egemone e chi farà dunque la parte del leone in queste regioni unite.

7) Un'ultima considerazione dal punto di vista italiano: abbiamo dato ai francesi di tutto per evitare che ci fosse un asse franco-tedesco che è un danno enorme per noi (oltre che per i francesi). Tutto inutile.

La Rèpublique est morte. Vive la République

Dazi - La Cina fa una proposta che non si può non accettare

Cina a Usa: più import di vostri prodotti per eliminare squilibri

Askanews18 gennaio 2019

New York, 18 gen. (askanews) - La Cina avrebbe offerto agli Stati Uniti di aumentare sensibilmente l'acquisto di beni 'Made in Usa' nei prossimi sei anni per eliminare gli squilibri commerciali. Lo sostengono Bloomberg News e Cnbc, alimentando ulteriormente le speranze degli investitori sui negoziati commerciali tra le due maggiore economie al mondo.

L'offerta sarebbe stata presentata durante i recenti colloqui a Pechino; le trattative, poi, riprenderanno alla fine del mese a Washington. Gli Stati Uniti hanno registrato, nel 2018, un deficit commerciale con la Cina di 323 miliardi di dollari. La Cina ha proposto di aumentare i sui acquisti per un valore complessivo di oltre 1.000 miliardi, in modo da riportare in equilibrio la bilancia commerciale entro il 2024.

venerdì 18 gennaio 2019

Diego Fusaro - giornalisti giornaloni Tv l'informazione è diventata ideologia al servizio del neoliberismo


Oggi non c’è vero giornalismo, ma solo cani da guardia del liberismo

-17 Gennaio 2019

Roma, 17 gen – Non mi stancherò di ribadirlo. Il vero giornalismo dovrebbe essere quello che rende pubblico ciò che il potere vuole resti segreto. Ecco perché oggi, salvo rare e preziose eccezioni, non v’è vero giornalismo: solo cani da guardia, con guinzaglio più o meno lungo. Solo apologeti dello status quo, anche se con rari casi di non allineati. Per questo, propongo di definire l’odierno giornalismo, in senso generale, con una formula desunta dalla “Società dello spettacolo” di Debord. Il giornalismo – questa la definizione – è oggi il “monologo elogiativo” che la società totalmente amministrata canta senza posa di se stessa. Il ceto giornalistico è, pur con le sue preziose eccezioni, il clero regolare – come disse Costanzo Preve – che celebra con cadenza quotidiana le virtù onnipotenti del nuovo dio della società del mercato idolatrico, il Mercato deregolamentato e cosmopolitico, apolide e senza frontiere.

Basti anche solo sfogliare i principali rotocalchi turbomondialisti del nostro Paese: vi troverete ogni giorno ribadite le solite geremiadi demofobiche, le immancabili preci ipermercatistiche e le ininterrotte omelie liberiste. All’unisono, quasi si trattasse di un unico messaggio che si finge plurale moltiplicandosi in tutti i canali, i giornali al servigio della società dello spettacolo e delle classi dominanti della mondializzazione infelice vanno ripetendo un’unica filastrocca: quella in cui viviamo è la migliore, nonché la sola, società possibile. Adattatevi, consumate merci e sopportate il mondo così com’è. Questo, con estrema ma plausibilissima sintesi, il messaggio a senso unico del pensiero unico politicamente corretto ed eticamente corrotto. La finzione ad alto tasso ideologico del messaggio unico fintamente pluralizzato si lascia cristallizzare nella tesi numero 105 della già citata “Società dello spettacolo“: “Tutto ciò che essa [la società dello spettacolo] dice è tutto ciò che è”.

Il reale si risolve nel virtuale, l’esperienza nella rappresentazione e l’essere nella narrazione. In luogo del reale, v’è allora il reale mediatizzato, cioè adattato ad hoc per legittimare il rapporto di forza egemonico, ossia il dominio dei dominanti e la subalternità dei dominati. Questo, in effetti, fa oggi il giornalismo: con la sua narrazione a senso unico, opera affinché i dominati non insorgano ma, al contrario, amino le proprie catene. Per questo, non sarebbe fuorviante definire i giornalisti di oggi, nel loro complesso, i mediatori del consenso. Essi si fingono spesso imparziali e super partes, per occultare quanto è più possibile il proprio patteggiare per il partito di maggioranza, quello del mercato deregolamentato connesso con il nuovo ordine mondiale iperclassista a reificazione planetarizzata.

Diego Fusaro

17 gennaio 2018 - LA BCE AFFIDAVA A BLACKROCK GLI STRESS TEST ALLE BANCHE - Valerio Malvezzi

Italia - sistema costretto a sottostare a limiti alla produzione, normative che impediscono il lavoro, strette creditizie, divieti all’uso di moneta contante. Prosciugare i conti correnti, una forma di lotta che viene dalla Francia. In Italia c'è già chi lo fa in forma silente

ALTO TRADIMENTO BANCARIO

di Ruggiero Capone 17 gennaio 2019


Sembra ormai impossibile ridurre gli italiani che operano nel settore bancario, finanziario e d’intermediazione a vario titolo, a rispettare lo Stato, ovvero i cittadini che lo compongono. Una sorta d’emulazione all’alto tradimento sembrerebbe essere partita all’indomani della privatizzazione di Banca d’Italia. Non si contano le giustificazioni che il “sistema finanziario internazionale” fornisce a chiunque bruci (truffi) i risparmi dell’uomo di strada. Le banche per motivi fiscali (da sostituto d’imposta) devono sapere tutto di noi, ma al cittadino è ignota la riserva aurea della Banca d’Italia come la reale quota d’accantonamento della banca ove versano i loro risparmi.

Secondo la versione ufficiale dei fatti, la maggior parte dell’oro della Banca d’Italia si troverebbe nei caveau dell’istituto: in via Nazionale a Roma. E parte (non vogliono renderne pubblico il quantitativo) in altre banche centrali: si parla d’una importante scorta negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Le riserve auree hanno la funzione di rafforzare la fiducia nella stabilità del sistema finanziario italiano, soprattutto durante i periodi di crisi: ma la riserva aurea è disponibile o vincolata alle finalità di politica monetaria del “sistema finanziario internazionale”. La riserva di oro assicurerebbe che la nostra Banca centrale nazionale avrebbe quanto monetariamente basta per svolgere le proprie funzioni. Ma nei periodi di forte “turbolenza dei mercati” in troppi ci dicono che quelle riserve oggi sarebbero solamente virtuali, dall’uso limitato e vincolato alle volontà dei “poteri finanziari internazionali”. Allora di chi siamo ostaggio? Soprattutto, perché la nostra libertà economica è a tal punto limitata da impedire all’Italia di tornare a crescere? Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve (Usa), la Bundesbank (Germania) e il Fondo monetario internazionale: ma questo è ininfluente al fine d’alleviare i dolori del giogo finanziario che stritola la nazione.

Arduo che un soggetto forzatamente sovraindebitato possa sortire da una situazione usurante, se costretto a sottostare a limiti alla produzione, normative che impediscono il lavoro, strette creditizie, divieti all’uso di moneta contante: patti leonini che solo i colonizzatori erano capaci d’imporre nelle colonie, e per sfruttare al massimo risorse agricole, minerarie e umane dei paesi sottomessi. Il quadro è completo, se s’aggiunge che certe banche italiane sono state erette a controllori del sistema schiavistico. Intanto esplode il Francia il fragore dell’insofferenza alle regole Ue. E parte da Parigi la corsa a prosciugare i conti correnti, per togliere la liquidità alle banche e favorire l’interscambio economico (non tracciabile) tra comuni cittadini. Una strategia rivoluzionaria, che colpisce al cuore il “sistema bancario europeo”, decollata in Francia e presto (dicono gli osservatori privilegiati) potrebbe contaminare l’Italia e le zone più povere d’Europa. È partito da Parigi l’invito dei “gilet gialli” rivolto a sostenitori e gente di strada: “prosciugate i conti correnti”. Per alcuni soloni della Bce, i Gilet gialli potrebbero portare al default le banche dei paesi poveri ma non il “sistema bancario europeo”. Così i banchieri ostentano sicurezza, consci che il ritiro del contante potrebbe investire prima il sistema di credito francese e poi quello di altri stati membri. Il rischio è l’effetto domino, prima il fallimento degli istituti bancari e poi quello degli stati: ironia della sorte s’avrebbero cittadini in fruttuoso interscambio, mentre le banche dei loro paesi ed i rispettivi stati si ritroverebbero con procedure fallimentari presso le corti Ue. I Gilet gialli sono stati i secondi a lanciare la corsa al prelievo, già nel 2012 (in pieno governo Monti) i Forconi italiani invitavano i propri attivisti a prosciugare i conti correnti. Oggi sono i cugini d’Oltralpe ad invitare la gente a correre nei propri istituti di credito per prelevare tutto il denaro a disposizione. E se in Francia l’intento sarebbe colpire Emmanuel Macron ed il suo entourage, in Italia se ci fosse una crisi di governo il prosciugamento dei conti colpirebbe banche e vertice dello stato: nell’Ue l’anello debole (ma anche forte e restrittore di democrazia) è il sistema bancario: “per colpire la cattiva politica oggi necessita muovere guerra alle istituzioni creditizie” dicono i gilet.

Ma in Francia vige il “sistema a riserva frazionaria”, che non garantisce agli istituti finanziari di soddisfare un’eventuale corsa al prelievo: comunque è stimato che, le banche dei singoli paesi Ue dispongano di solo un quarto dei fondi necessari a soddisfare l’eventuale corsa totale al prelievo. Di fatto la corsa al contante potrebbe spingere i capi dei singoli stati a rispondere con la forza, impedendo i prelievi con i militari dinanzi alle banche: di fatto le banche rimarrebbero aperte solo in funzione virtuale e telematica, e per i grandi interscambi d’affari. Uno spauracchio che potremmo appellare come “‘48 cibernetico”: in pratica l’Europa rivivrebbe, sotto forma di rivolta finanziaria, le barricate del 1848.

Così se da un lato sembra impossibile che l’oro di Banca d’Italia possa tornare utile agli italiani, dall’altro s’assiste al fenomeno del danaro virtuale creato dalla banche commerciali (e d’affari). Montagne di danaro virtuale non contabilizzato, ma usato dagli istituti (col bene placet del “sistema bancario europeo” e mondiale) per fare leva d’usura su famiglie ed imprese italiane. Un denaro virtuale utile anche (secondo logiche perverse) ad ingrandire l’indebitamento privato italiano (i crediti deteriorati), rendendo lo Stivale ancor più vulnerabile alla speculazione internazionale. Mutui, prestiti e qualsivoglia forma di “lettre de patronage” viene partorita dalle banche d’affari con dubbia tracciabilità, ma certo è invece l’indebitamento di persone fisiche e società.

“Un viaggio attraverso… Il non mutuo bancario” (edizioni Sindimedia) è un libro scritto dal giurista fiorentino Silvio Orlandi. “Nessun settore dell’economia può ritenersi immune dalla necessità di rispettare trasparenza, fiducia, sincerità - spiega l’avvocato Orlandi - Ciò deve accadere anche per il denaro, oggi divenuto un bene simbolico pressoché totalmente smaterializzato. In Italia il denaro ormai circola con mere scritturazioni contabili, denominate in euro (o altre valute). Per il denaro poi il legislatore, al fine di scongiurare eventuale circolazione illegale di esso (ove proveniente da fonti illegali od illecite, da criminalità, in nero), ha introdotto severe norme in tema di riciclaggio ed autoriciclaggio. Di tutto il denaro che circola è necessario accertare origine e filiera - continua l’autore - Le banche, che lo maneggiano, e sono intermediari autorizzati a maneggiare tale bene, non sono certamente immuni da queste norme; viceversa sono (e dovrebbero essere) le prime destinatarie dei precetti normativi. In epoche passate le condotte illegali di creazione del denaro, venivano praticate mediante la creazione e stampa di banconote false; ovvero con banconote non emesse dalle banche centrali o dai soggetti a ciò abilitati per legge e con legge. L’accertamento sulla origine del denaro appare pertanto quanto mai obbligatoria - continua Orlandi - anzi imprescindibile, al fine anche di tutelare la collettività. Oggi le recenti graduali ufficiali ammissioni, in sede parlamentare, ed anche da parte di Banca d’Italia, - chiosa il giurista - del fatto storico che le banche commerciali italiane creano denaro, e pare che neppure lo contabilizzano”.

Di fatto il ‘sistema finanziario’, che ha messo sul banco degli imputati i ‘titoli spazzatura’, è il primo a favorire la creazione di zone di truffa bancaria. Un meccanismo utile alla creazioni delle ‘crisi di sistema’, che servono a mettere in mutande (e controllare finanziariamente) i paesi più deboli. Sarebbe terribile se Banca d’Italia decidesse di fucilare il popolo e salvare il sistema finanziario”.

NoTav - e lo sviluppo creato dal buco in una montagna

post — 16 Gennaio 2019 at 20:05


da presidioeuropa – Un gruppo di docenti universitari propone di fare qualche passo avanti su una questione che rischia di basarsi su una tifoseria tribale più che su elementi razionali.
Care Madamine,
abbiamo letto e ascoltato vostri interventi riguardo alla nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione. Ci sembra che attribuiate a quest’opera un valore del tutto simbolico, non ritroviamo nelle vostre parole né dati tecnici né scenari di futuro basati sulla realtà fisica, mentre compaiono soltanto aspettative generiche che nulla hanno a che vedere con un traforo sotto il massiccio dell’Ambin. Chi si oppone a tale opera lo fa da oltre vent’anni basandosi su grandezze fisiche e previsioni analitiche. Proviamo pertanto, come docenti universitari a proporre di fare qualche passo avanti su una questione che rischia di basarsi su una tifoseria tribale più che su elementi razionali.

Isolamento
Le affermazioni riguardo al “rompere l’isolamento” del Piemonte suonano paradossali e prive di fondamento. Nel 2017 le tonnellate di merci che hanno varcato il confine italo-francese sono state circa 44 milioni, pari approssimativamente ad un quinto di tutto quello che attraversa le Alpi ogni anno (216 milioni di tonnellate). All’aeroporto di Caselle sono transitati 3.814.000 passeggeri; sui treni Milano-Parigi che toccano Torino e transitano dal Fréjus c’è stata una presenza complessiva di circa 500.000 viaggiatori. Aggiungiamo il transito di autovetture ai valichi alpini da Ventimiglia al Monte Bianco ed è difficile capire in che senso il Piemonte e Torino siano “isolati”. Negli atenei torinesi ci sono quasi 10.000 studenti stranieri, circa il 9% del totale degli iscritti: per una città “isolata” non è male. Nell’era di Internet parlare di isolamento è sempre più un concetto marginale.

Sostenibilità
Se dunque non è l’isolamento di merci e passeggeri a caratterizzare il Piemonte, si potrebbe invocare la scarsa sostenibilità ambientale del traffico aereo e su gomma, quindi vedere il TAV Torino-Lione semplicemente come sostituzione di modalità di trasporto. Ma sostenibile non è un aggettivo magico da affiancare a qualsiasi cosa. La sostenibilità sta soltanto in un’economia circolare, promossa dalla stessa UE, che riduca i flussi di energia e materia, quindi con una minor circolazione di merci. Per la nuova linea Torino-Lione la narrazione favorevole ipotizza invece un cospicuo e duraturo aumento delle tonnellate da trasportare. A prescindere dalla realtà che si incarica di smentire sostanziali tendenze alla crescita quantitativa dei flussi attraverso la frontiera italo-francese, l’economia della crescita delle quantità materiali non è sicuramente circolare e si trova agli antipodi della sostenibilità perché è in conflitto con vincoli e leggi fisiche. Tutto ciò è ben noto alla comunità scientifica internazionale ed illustrato in documenti delle Nazioni Unite o nell’enciclica Laudato Si’ di Papa Francesco. La NLTL per essere realizzata consuma inoltre molta energia e materie prime, produce imponenti emissioni di gas climalteranti che promette di cominciare a recuperare solo dopo una ventina d’anni dall’apertura dei cantieri: per contenere i cambiamenti climatici dobbiamo ridurre le emissioni subito, non tra vent’anni, e il denaro stanziato per l’opera potrebbe essere diretto verso altre opere trasportistiche con ricadute immediate, anche occupazionali, come l’estensione della mobilità elettrica e il miglioramento di quella urbana e ferroviaria esistente.

Disuguaglianze
Le statistiche dell’OCSE e delle Nazioni Unite dicono che da decenni le disuguaglianze di reddito sono in crescita, sia all’interno delle nazioni che fra di loro. Ciò indica che si tratta non di un fenomeno congiunturale, ma strutturale. Di certo non sono i meccanismi della crescita materiale competitiva a poter perseguire l’equità sociale, né si può sperare di curare la malattia lasciando campo libero a multinazionali guidate esclusivamente dalla massimizzazione del profitto e che spostano i propri investimenti da un paese all’altro in cerca del luogo in cui incontrino meno vincoli ambientali e sociali mirando a minimizzare i costi. Quella logica non mitiga gli impatti ma li scarica sugli altri e di certo non ottimizza, anzi minimizza, la retribuzione del lavoro; l’occupazione è comunemente gestita come un ricatto nei confronti dei pubblici poteri onde poter avere mano libera. Certamente la soluzione al problema delle disuguaglianze non sono uno o più buchi nelle montagne, ma semmai la diffusione di nuovi modelli economici e sociali che contemplino sostenibilità e resilienza.

Futuro
Il futuro va costruito in maniera solidale, tenendo conto dei limiti e dei vincoli del sistema Terra-biosfera che oggi sono ben evidenti. Un ruolo chiave ce l’ha certamente l’innovazione e la frontiera possiamo trovarla nella chimica verde, nella biomimicry (biomimesi), nei processi circolari per minimizzare la produzione di rifiuti e massimizzare l’efficienza energetica, nell’internet of things (internet delle cose) e magari nel quantum computing (computazione quantistica); non nel movimento terra e nel cemento. Se il sistema imprenditoriale ha difficoltà a muoversi in questi campi non è certo perché manchi una galleria. La strada non è quella di guardare al passato riproponendo i vecchi modelli che hanno portato alla situazione presente di insostenibilità globale. Partendo da una base materiale che è comunque molto vasta, bisogna puntare sull’intelligenza e sull’immateriale, sulla qualità personale e sociale della vita piuttosto che su un impossibile aumento delle tonnellate da spostare qua e là.

Un’illusione proposta come soluzione
Ma a suscitare la curiosità più grande è proprio l’accostamento tra quest’opera e la salvifica risoluzione di problemi presenti e futuri. Anche lanciando oggi i lavori definitivi di costruzione (finora mai partiti) dovremmo attendere decenni prima di vedere transitare un treno sulla nuova linea ferroviaria da Torino a Lione. Il tunnel di base non sarebbe attivo prima della metà degli anni ’30 e i collegamenti nazionali non prima della fine degli anni ’40. E nel frattempo? Gli imprenditori dovrebbero attendere fino ad allora quest’unica ipotesi di rilancio dell’economia? Torino e il Piemonte continuerebbero a restare isolate (ammesso e non concesso che oggi lo siano)? I nostri giovani continuerebbero ad emigrare, con l’unica consolazione di un biglietto di ritorno datato 2050? Rimarremmo tutti per vent’anni in trepidante attesa, certi del miracolo?

Nel nostro lavoro siamo abituati a ragionare in termini concreti, saldamente ancorati ad elementi di realtà valutabili. Il progetto di nuova linea ferroviaria Torino Lione è notoriamente basato su presupposti proposti alcuni decenni fa, oggi rivelatisi errati e anacronistici. Pensare di puntare tutto su quest’opera ha più a che fare con il gioco d’azzardo che con la visione strategica. Per uscire tutti insieme dalle difficoltà presenti non solo il nuovo tunnel di base non c’entra nulla, ma è d’impedimento in quanto vorrebbe catturare risorse che dovrebbero molto più produttivamente essere impiegate altrove.

Seguono firme

Alessandra Algostino, docente universitario

Mauro Bonaiuti, docente universitario

Marina Clerico, docente universitario e membro della Commissione Tecnica Torino Lione

Elisabetta Grande, docente universitario

Sergio Foà, docente universitario

Ugo Mattei, docente universitario

Luca Mercalli, Associazione Meteorologica Italiana

Dario Padovan, docente universitario

Livio Pepino, già magistrato

Alberto Poggio, docente universitario e membro della Commissione Tecnica Torino Lione

Angelo Tartaglia, già docente universitario e membro della Commissione Tecnica Torino Lione

http://www.notav.info/post/docenti-alle-madamine-non-scambiare-lillusione-con-la-soluzione/