Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 febbraio 2019

Il fanfulla Salvini morirà presto. La sua strategia non è combattere il Sistema massonico mafioso politico ma di essere integrato in questo sostituendosi al corrotto Pd. Sottovaluta la capacità critica del popolo italiano, sotto l'apparente il niente

La resistibile ascesa del secondo Matteo

di Leonardo Mazzei
30 gennaio 2019


Il 30 maggio 2014, cinque giorni dopo il suo grande successo alle europee, scrissi un articolo all'epoca controcorrente: «La resistibile ascesa di Matteo Renzi». Pare passata un'era geologica, ed invece non sono neppure cinque anni... Al tempo i più gli pronosticavano un ventennio al potere, oggi sappiamo tutti com'è andata.

Adesso c'è un altro Matteo. Non ha ancora i voti, ma solo sondaggi. Eppure son quasi tutti convinti che abbia anche lui un ventennio davanti. Non s'offendano costoro, ma chi scrive queste righe non lo crede neanche un po'.

Grandi le differenze tra il primo e il secondo Matteo. Il primo amato dalle èlite, il secondo no; il primo alla guida di un partito eurista, il secondo alla testa di una forza passata (pur contraddittoriamente) dal localismo al nazionalismo. Capo di un governo quasi monocolore il primo, ministro dell'Interno di un governo di coalizione il secondo. E potremmo continuare.

Assai diverso anche il contesto. Nel 2014 la riscossa delle èlite sembrava ancora possibile, ma solo con qualche invenzione simil-populista. Da qui il passaggio dal grigio pisano Letta al pirotecnico fiorentino Renzi. Oggi la partita si è spostata nel campo populista, nel quale il progressivo prevalere della sua ala destra sembra ai più inarrestabile. Ma è davvero così?

Non lo penso affatto. La crisi italiana è tutt'altro che risolta, ed il Salvini non ha proprio la stoffa del leader - dello "statista" neanche a parlarne - necessaria ad affrontare le prossime tempeste. Ha la forza ed il consenso dell'uomo odiato dalle èlite, ma non pare avere un briciolo di strategia che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.

In tanti considerano la sua ascesa inarrestabile perché credono - auto-razzisticamente - che gli "italiani vogliono l'uomo forte", quasi lo richiedesse il Dna della penisola. Io penso, invece, esattamente il contrario. Che tanto più il Salvini si fa onnipresente sui media, ossessivo nei suoi messaggi, irritante nella sua rozzezza, venerato dai suoi fedeli; tanto prima inizierà la sua parabola discendente.

A dispetto di quel che si crede gli italiani, proprio perché memori del vero ventennio, non amano affatto l'uomo solo al comando. Ho ricordato all'inizio la parabola renziana proprio per questo. Non scordiamoci mai la ragione profonda della sconfitta del Bomba nel referendum costituzionale del 2016. A mio parere, fu proprio il rifiuto di massa dell'accentramento del potere nelle mani di un uomo, divenuto nel frattempo insopportabile ai più proprio per la sua invasività di ogni spazio pubblico, il fattore davvero decisivo di quel risultato.

Lo so, è questo un giudizio che rischia di scivolare nel campo della psicologia. Ma anche la psicologia, in questo caso di massa, può divenire in alcune circostanze un potente fattore politico di cui tener conto.

Certo, con la Seconda Repubblica si è fatto di tutto per uccidere i partiti, in quanto soggetti non sempre totalmente controllabili a priori dalle oligarchie, esaltando invece i leader, da vendersi come più "liberi" al popolo, ma in realtà più facili da controllare per le èlite. Il fatto è che questa operazione ha funzionato solo a metà. La distruzione della credibilità dei partiti è perfettamente riuscita, quella dell'accreditamento della bontà dei leader all'americana no.

Naturalmente, il paragone con Renzi regge solo fino ad un certo punto. Salvini è pur sempre uno dei due capi sui quali si regge un governo che, pur se contraddittoriamente, ha aperto le ostilità con l'Unione Europea. E finché questo scontro resterà aperto, finché l'esecutivo gialloverde rappresenterà un elemento di oggettiva destabilizzazione del quadro europeo, esso manterrà di certo un forte consenso popolare. Ed è giusto e naturale che sia così.

Ma qui non parliamo del governo gialloverde, bensì del "fenomeno Salvini". Sono due cose diverse, per certi aspetti addirittura opposte. Perché, mentre la forza dell'attuale maggioranza sta proprio nella "strana" alleanza di due forze populiste, una chiaramente connotata a destra, l'altra largamente rappresentativa di un elettorato storicamente di sinistra; l'ipotesi di un Salvini pigliatutto si fonda proprio sulla rottura di questa alleanza.

Rottura che, giurano quasi tutti, avverrà dopo le elezioni europee del 26 maggio. La premessa di questa previsione si fonda sul fatto che Salvini potrebbe tornare ad un tradizionale governo di destra, con Forza Italia e Fdi, essendone divenuto nel frattempo l'incontestabile leader. In questo quadro l'attuale ruolo dei Cinque Stelle sarebbe semplicemente quello degli "utili idioti". Il tutto benedetto da un avvicinamento, a livello europeo, tra le forze populiste di destra ed un PPE spostato in quella direzione.

Questo scenario piacerebbe a quasi tutti. A Berlusconi ed alla Meloni, che tornerebbero così al governo. A piddinia e dintorni, dove (causa declino M5S) ci si illuderebbe sulla ricostruzione del bipolarismo. Alla Confindustria, desiderosa di celebrare nuovi fasti del mercato. All'Unione Europea che potrebbe così chiudere, almeno temporaneamente, il conflitto con un'Italia ricondotta all'ovile.

A quel punto, ritengono i più, Salvini - per quanto normalizzato - avrebbe davanti a sé se non un ventennio, di certo un'intera legislatura. Andrà davvero così? Nessuno può avere la sfera di cristallo, ma tanti sono i motivi per dubitarne. Vediamoli.

In primo luogo i voti per diventare il dominus della politica italiana Salvini ancora non li ha. Ha i sondaggi, ma i voti sono un'altra cosa. Nessun dubbio su una forte avanzata rispetto alle elezioni politiche. Ma di quanto? Di venti punti, come azzardano alcuni istituti demoscopici, di quindici, oppure di dieci come non mi sentirei di escludere? E poi, quanti di questi voti si riveleranno un semplice travaso dai tre alleati della coalizione di destra che si presentò il 4 marzo 2018?

Vedremo, ma se anche i sondaggi avessero ragione, resta il fatto che i consensi attuali la Lega li ha in alleanza con M5S. Siamo certi che rompendo questa alleanza, per tornare con Berlusconi e soci, quei consensi resterebbero? Certo, chi è convinto di un grande spostamento a destra del Paese non avrà dubbi. Ed in fondo il 46% che oggi viene attribuito alla coalizione di destra resterebbe pur sempre inferiore al botto dell'alleanza Pdl-Lega del 2008. Per cui impossibile non è.

Ma ci sono diversi problemi. Il primo è che dopo maggio viene giugno. Ed abbiamo visto lo scorso anno come la resistenza ad elezioni in estate sia pressoché invincibile: nel bene come nel male chist'è 'o paese d' 'o sole. Ma dopo l'estate c'è l'autunno, dunque la nuova Legge di bilancio. Di elezioni neanche a parlarne, e siamo così all'inizio del 2020. Un anno intero ha da passare, un anno particolarmente lungo, con l'elevata probabilità di una nuova recessione, o quantomeno il pantano di una persistente stagnazione. Sai quanto ci mettono i consensi a logorarsi!

Salvini potrebbe sfuggire a questa tempistica solo in un modo. Rompendo prima delle europee, andando all'incasso nel momento per lui più favorevole. Ma questo comporterebbe troppi rischi, ed una rottura con Mattarella che i pezzi da Novanta della Lega Nordista non vogliono di certo.

E qui fa capolino l'altro gigantesco problema. Perché, o si pensa che i Cinque Stelle siano del tutto fessi, oppure essi hanno l'arma atomica per calmare il loro ingombrante alleato. Quest'arma si chiama "regionalismo differenziato", più precisamente stop al regionalismo differenziato. In concreto, si tratterebbe di bloccare nelle prossime settimane l'accordo tra lo Stato (di fatto il governo) e le tre regioni che si sono messe su questa strada: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna.

Fare questa mossa non significherebbe affossare il governo. Eventualmente quella scelta andrebbe lasciata a Salvini. Il quale andrebbe messo davanti a questo dilemma: "prima gli italiani", come dici ogni dì, o "prima i veneti e i lombardi" come vogliono i tuoi capibastone del nord? Delle due l'una, perché le due cose assieme non stanno. Se sei per difendere l'unità nazionale, ti dovrai scontrare con un bel pezzo della Lega Nordista; se invece a veneti e lombardi non potrai dir di no, addio ai sogni di espansione al sud. In un caso come nell'altro un bel prezzo da pagare. Per i pentastellati un'occasione d'oro per riequilibrare i pesi interni alla coalizione.

Dice: ma così Salvini avrebbe il casus belli per far cadere il governo e tornare col Berluska. Giusto, ma gli converrebbe davvero presentarsi come l'uomo del nord, da milanese nuovamente accasato ad Arcore? L'uomo è scaltro, lo Stivale è lungo, e credo che certi conti li sappia fare. Se invece, come pensano i più, quel tragitto è già deciso - per scelta o per debolezza che sia -, meglio per i Cinque Stelle scegliere tempi e temi per staccare la spina.

Concludendo, ci sono dunque serie ragioni, sia soggettive che oggettive, per dubitare assai dell'irresistibile ascesa di Matteo Salvini.

La verità è che la crisi macina eventi, partiti (pensate al Pd) e personaggi (pensate a Monti) con una velocità impressionante. E pure i consensi elettorali si muovono con una rapidità ben diversa da quella dei periodi di morta gora. Salvini non ha ancora incassato quel che sondaggisti ed opinionisti gli danno, che già se ne intravvede il possibile declino.

Il fatto è che non si esce dalla crisi italiana facendo credere che il problema siano gli immigrati e la "legittima difesa", rinunciando così a spiegare qual è la posta in gioco nel confronto con l'UE, ondeggiando al primo picco dello spread e - quel che è peggio - restando ostaggio dei capibastone del nord.

A differenza del grosso di quella che ancora si autodefinisce "sinistra", noi non ci auguriamo però la fine del governo gialloverde. Quella la desiderano le èlite euriste per i motivi che sappiamo. Ma tanti, troppi, atteggiamenti salviniani vanno proprio in quella direzione.

Bene, quel che sarà, sarà. Ma la mia personale opinione è che per Salvini la rottura sarebbe rischiosa assai, non un agevole percorso sul tappeto rosso che oggi immaginano interessati opinionisti. Perché il disegno delle oligarchie è semplice: prima dividere Lega ed M5S agendo su ogni possibile contraddizione politica, poi sistemare la "pratica Salvini" come si conviene nei passaggi critici della politica nazionale. Alla fine della fiera la porta di Palazzo Chigi rischierebbe di aprirsi sì, ma non per lui, bensì per qualcun altro ben più digeribile per i despoti di Bruxelles, magari per un signore in rientro da Francoforte.

Venezuela - Gli Stati Uniti se vogliono aiutare umanamente il popolo venezuelano invece di mandare soldati possono mandare viveri e togliere i dazi. La loro ipocrisia e dei paesi servi è all'ennesima potenza

Sanzioni di distruzione di massa: la guerra degli USA contro il Venezuela

31.01.2019 - Countercurrents

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese

(Foto di theduran.com)

Le sanzioni economiche degli USA sono state il peggior crimine contro l’umanità dalla seconda guerra mondiale in poi: hanno ucciso più persone innocenti di tutte le armi nucleari, biologiche e chimiche mai usate nella storia dell’umanità.

Il fatto che per gli USA il problema del Venezuela è il petrolio, non la democrazia, sorprenderà solo chi segue i media mainstream e ignora la storia. Il Venezuela ha le più grandi riserve di petrolio del pianeta.

Gli USA cercano di controllare il Venezuela perché si trova nell’intersezione strategica fra i Caraibi, il Sud e il Centro America. Il controllo di questa nazione è sempre stato un modo molto efficace per proiettare il potere in queste tre regioni e oltre.

Dal primo momento in cui Hugo Chavez si insediò, gli Stati Uniti hanno cercato di rovesciare il movimento socialista del Venezuela usando sanzioni, tentativi di colpo di stato e finanziando i partiti di opposizione. Dopo tutto, non c’è niente di più antidemocratico di un colpo di Stato.

Alfred de Zayas, relatore speciale del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha raccomandato, solo pochi giorni fa, che la Corte penale internazionale indaghi sulle sanzioni economiche contro il Venezuela come un possibile crimine contro l’umanità perpetrato dagli USA.

Negli ultimi cinque anni, le sanzioni USA hanno tagliato fuori il Venezuela dalla maggior parte dei mercati finanziari, il che ha causato il crollo della produzione locale di petrolio. Di conseguenza, il Venezuela ha subito il più grande calo del tenore di vita di qualsiasi altro paese della storia latinoamericana.

Prima delle sanzioni USA, il socialismo in Venezuela aveva ridotto le disuguaglianze e la povertà, e le pensioni erano aumentate. Nello stesso lasso di tempo, negli USA si è verificato l’esatto contrario. Il presidente Chavez ha incanalato le entrate petrolifere venezuelane verso spese sociali come istruzione e servizi sanitari gratuiti, reti alimentari sovvenzionate e costruzione di abitazioni.

Per comprendere appieno il motivo per cui gli USA stanno conducendo una guerra economica contro il popolo venezuelano bisogna analizzare il rapporto storico tra il sistema dei petrodollari e le sanzioni per distruzione di massa: Prima del XX secolo, il valore del denaro era legato all’oro. Quando le banche prestavano denaro erano vincolate dall’entità delle loro riserve auree. Ma nel 1971 il presidente Richard Nixon ha liberato gli USA dal vincolo aureo. Nixon e l’Arabia Saudita raggiunsero un accordo (petrolio in cambio di dollari – petrodollari) che avrebbe cambiato il corso della storia e sarebbe diventata la causa principale di innumerevoli guerre per il petrolio. In base all’ accordo Petrodollari, l’unica valuta in cui l’Arabia Saudita poteva vendere il suo petrolio era il dollaro USA. Il Regno dell’Arabia Saudita, a sua volta, avrebbe garantito che i suoi profitti petroliferi tornassero alle tesorerie del governo e alle banche degli USA.

In cambio, gli USA si impegnarono a fornire protezione militare e hardware militare al regime della famiglia reale saudita.

Fu l’inizio di qualcosa di veramente grande per gli USA. L’accesso al petrolio ha definito gli imperi del XX secolo e l’accordo petrodollari è stata la chiave per l’ascesa degli USA come unica superpotenza del mondo. La loro macchina da guerra funziona, è finanziata ed esiste grazie al protezionismo in petrodollari.

Le minacce da parte di qualsiasi nazione contro il sistema petrodollari sono considerate da Washington come una dichiarazione di guerra contro gli USA.
Negli ultimi due decenni Iraq, Iran, Libia e Venezuela hanno tutti tentato di vendere il loro petrolio in altre valute. Di conseguenza, sono stati tutti soggetti a paralizzanti sanzioni statunitensi.

Nel corso del tempo il sistema petrodollari si è diffuso oltre il petrolio e il dollaro USA è diventato lentamente ma inesorabilmente la valuta di riserva per il commercio globale della maggior parte delle merci e dei beni. Questo sistema permette agli USA di mantenere la sua posizione di dominanza come unica superpotenza mondiale, nonostante abbia un debito sconcertante di 23 mila miliardi di dollari.

Con miliardi di dollari di minerali nel sottosuolo e con le più grandi riserve petrolifere del mondo, il Venezuela non solo dovrebbe essere ricco, ma anche il suo popolo potrebbe essere invidiato dai paesi in via di sviluppo. Ma la nazione è essenzialmente spaccata perché le sanzioni USA l’hanno tagliata fuori dal sistema finanziario internazionale e sono costate all’economia 6 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. Senza sanzioni, il Venezuela potrebbe riprendersi facilmente offrendo in garanzia alcune delle sue abbondanti risorse o gli 8 miliardi di dollari di riserve auree, per ottenere i prestiti necessari per rilanciare l’economia.

Per comprendere appieno la natura insidiosa della crisi venezuelana, è necessario comprendere la genesi delle sanzioni economiche. Al culmine della seconda guerra mondiale, il presidente Truman diede ordine ai bombardieri americani di far cadere “Fat Man” e “Little Boy” sulle città di Hiroshima e Nagasaki, uccidendo 140.000 persone all’istante. Le immagini raccapriccianti emersero dalle macerie sono state trasmesse attraverso i televisori di tutto il mondo e hanno causato uno scandalo senza precedenti. Il contraccolpo politico ha costretto i politici statunitensi a ideare un’arma di distruzione di massa più sottile: le sanzioni economiche.

Il termine “armi di distruzione di massa” (ADM) è stato definito per la prima volta dalle Nazioni Unite nel 1948 come “armi esplosive atomiche, armi con materiali radioattivi, armi chimiche e biologiche letali, e tutte le armi sviluppate in futuro che hanno caratteristiche comparabili in effetto distruttivo a quelle della bomba atomica o di altre armi di cui sopra”.

Le sanzioni sono chiaramente l’arma di distruzione di massa più letale del XXI secolo.

Nel 2001, l’amministrazione statunitense ci diceva che l’Iraq aveva armi di distruzione di massa; che l’Iraq era uno stato terrorista; che l’Iraq era legato ad Al Qaeda. Tutto questo non aveva alcun riscontro reale. Infatti, gli USA sapevano già che le uniche armi di distruzione di massa che Saddam aveva non erano di natura nucleare, ma piuttosto chimica e biologica. L’unico motivo per cui lo sapevano in anticipo era perché gli USA avevano venduto quelle armi a Saddam nel 1991 perché le usasse contro l’Iran.

Quello che l’amministrazione statunitense non ci ha detto è che Saddam Hussein era un forte alleato degli Stati Uniti. La ragione principale per rovesciare Saddam e imporre sanzioni al popolo iracheno fu il fatto che l’Iraq aveva abbandonato le vendite in petrodollari.

Le Nazioni Unite stimano che, a causa delle sanzioni di Bill Clinton, sono morti 1,7 milioni di iracheni, 500.000 dei quali erano bambini. Nel 1996, un giornalista interrogò l’allora Segretario di Stato, Madeleine Albright, su questi rapporti delle Nazioni Unite, in particolare sui bambini. Albright, il più importante funzionario USA per la politica estera, rispose: “Penso che questa sia una scelta molto difficile, ma il prezzo – noi pensiamo che il prezzo ne valga la pena. Chiaramente, le politiche di sanzioni degli Stati Uniti non sono altro che genocidio sanzionato dallo stato.

Negli ultimi cinque anni, le sanzioni hanno causato un calo del 40 per cento del reddito pro capite venezuelano, un calo simile a quello della guerra che ha lacerato l’Iraq e la Siria, al culmine di quei conflitti armati. Milioni di venezuelani hanno dovuto fuggire dal paese. Se gli USA sono così preoccupati per i rifugiati, Trump dovrebbe smettere di promuovere le disastrose politiche estere che di fatto li creano. Sotto Chavez, il Venezuela aveva una politica di accoglienza dei rifugiati. Il presidente Chavez aveva trasformato il Venezuela nella società più ricca dell’America Latina, e con la forbice di reddito meno divaricata.

Un altro leader molto diffamato, che usò la ricchezza del petrolio per arricchire il suo popolo, e fu sottoposto a severe sanzioni, è Muhammar Gheddafi. Nel 1967 il colonnello Gheddafi ereditò una delle nazioni più povere dell’Africa; tuttavia, quando fu assassinato, Gheddafi aveva trasformato la Libia nella nazione più ricca dell’Africa. Forse, il più grande crimine di Gheddafi, agli occhi della NATO, era la sua ricerca di smettere di vendere petrolio libico in dollari statunitensi e denominare le vendite di greggio in una nuova valuta africana comune, sostenuta dall’oro. Infatti, nell’agosto 2011, il presidente Obama confiscò alla Banca Centrale Libica 30 miliardi di dollari che Gheddafi aveva stanziato per la creazione di una Banca Centrale Africana e della moneta africana dinaro, garantita dall’oro.

L’Africa ha l’industria petrolifera in più rapida crescita al mondo e le vendite di petrolio in una valuta comune africana sarebbero state particolarmente devastanti per il dollaro USA, per l’economia statunitense, e in particolare per l’élite a capo del sistema petrodollari.

È per questo motivo che il Presidente Clinton firmò il famigerato Iran-Libia Sanctions Act che, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha causato sofferenze diffuse tra i civili “limitando severamente le forniture di carburante, l’accesso al denaro contante e i mezzi per rifornire le scorte di cibo e di farmaci essenziali”.
Chiaramente, le sanzioni statunitensi sono armi di distruzione di massa.

Non molto tempo fa, l’Iraq e la Libia erano i due stati più moderni e laici del Medio Oriente e del Nord Africa, con i più alti standard di vita regionali. Oggi, l’intervento militare degli Stati Uniti e le sanzioni economiche hanno trasformato la Libia e l’Iraq in due delle nazioni più fallite al mondo.

“Vogliono impadronirsi del petrolio libico e non si preoccupano per la vita del popolo libico”, osservò Chavez durante l’intervento occidentale in Libia nel 2011.

Nel settembre 2017, il presidente Maduro mantenne la promessa di Chavez di quotare le vendite di petrolio in Yuan piuttosto che in dollari USA. Qualche settimana dopo, Trump firmò un ciclo di sanzioni paralizzanti per il popolo venezuelano.

Lunedì scorso, il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale John Bolton ha annunciato nuove sanzioni che, in sostanza, vanno a rubare 7 miliardi di dollari alla compagnia petrolifera statale venezuelana. In quella conferenza stampa Bolton esibiva, sfacciatamente, un blocco note su cui c’era il minaccioso appunto “5.000 truppe in Colombia”. Alle domande dei media, Bolton ha semplicemente risposto: “Il presidente Trump ha dichiarato che tutte le opzioni sono sul tavolo”.

I media USA sono senza dubbio l’istituzione più corrotta d’America. Quei media possono opporsi alle politiche interne di Trump ma cantano tutti con notevole concordia quando si tratta di lanciare guerre all’estero per il petrolio. Nella guerra contro l’Iraq, Fox News, CNN e New York Times prendevano in giro la nazione sulle armi di distruzione di massa, che in realtà non esistevano, mentre gli USA stava davvero usando sanzioni di distruzione di massa contro il popolo iracheno. Hanno fatto lo stesso in Libia, e ora lo stanno facendo di nuovo in Venezuela. Democrazia e libertà sono sempre state la cortina fumogena a fronte dell’espansione capitalista per il petrolio, e la macchina del fumo è in mano ai media occidentali. La guerra economica è in corso da tempo contro il Venezuela, ma la guerra militare è ormai imminente.

Trump ha appena assunto come inviato speciale degli Stati Uniti per il Venezuela Elliot Abrams, che ha una lunga e tormentata storia in America Latina. Abrams si dichiarò colpevole di aver mentito al Congresso sull’affare Iran Contra, che coinvolse gli USA nel finanziamento di feroci ribelli comunisti, e fu il peggior scandalo dell’era Reagan. Abrams fu poi graziato da George Bush Senior. Questo riciclato uomo di punta degli USA contro il Venezuela aveva mentito anche sulla più grande uccisione di massa nella recente storia latinoamericana, in El Salvador da parte di forze addestrate dagli Stati Uniti.

Non c’è niente di più antidemocratico di un colpo di stato. Un relatore del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Alfred de Zayas, ha sottolineato che l’obiettivo dell’America in Venezuela è “schiacciare questo governo e portare un governo neoliberista che privatizzerà tutto, andrà a svendere, molte società di intermediazione realizzeranno enormi profitti, e gli Stati Uniti sono governati dalle società transnazionali”.

Dal 1980 in poi, gli Stati Uniti sono passati dallo status di principale paese creditore del mondo a quello di paese più indebitato del mondo. Ma grazie all’enorme domanda globale di dollari USA sostenuta artificiosamente dal sistema petrodollari, gli USA possono sostenere le loro espansione militare esponenziale, il deficit da record e le spese illimitate.

Le maggiori esportazioni degli USA erano sempre state prodotte con orgoglio negli USA. Oggi, la loro più grande esportazione è il dollaro USA. Qualsiasi nazione come il Venezuela che minacci quell’esportazione si scontra con la seconda esportazione USA: le armi, tra cui spiccano le sanzioni di distruzione di massa.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente qui

Garikai Chengu è uno storico dell’Africa antica.
Ha insegnato alla Harvard, alla Stanford e alla Columbia University.
Si può contattare su garikai.chengu@gmail.com

Traduzione dall’inglese di Leopoldo Salmaso

Immigrazione di Rimpiazzo - in Australia “Lì chi arriva in barca non può arrivare, non può sbarcare. Non si può arrivare con la barca, non puoi mai essere ammesso. Vieni subito deportato“

“Le Ong? Gente che non vuole lavorare”. L’attacco del politologo Luttwak

-31 Gennaio 2019

Roma, 31 gen – Edward Luttwak è intervenuto ai microfoni de La Zanzara sul tema dell’immigrazione. Il politologo statunitense ha avuto parole molto dure per le Ong come la Sea Watch, la politica degli sbarchi e anche contro il “nostro” Gino Strada.

Durante la trasmissione in onda su Radio 24, Luttwak innanzitutto si è dichiarato contro quello che lui definisce un “ricatto” sugli immigrati: “Non è questione di essere carini, simpatici, compassionevoli, cristiani, dolci, ma di applicare la legge. Altrimenti si vive in balia di chi fa la voce grossa…”. Secondo l’economista americano l’esempio da prendere per il nostro Paese è quello australiano “Lì chi arriva in barca non può arrivare, non può sbarcare. Non si può arrivare con la barca, non puoi mai essere ammesso. Vieni subito deportato“.

Il consulente strategico del governo degli Stati Uniti non manca anche di condurre un attacco a Gino Strada, fondatore di Emergency e presenziatore tv: “In Italia ci sono persone che sono in estrema povertà e disagio, e estremo pericolo, ma non è mai andato da loro è andato in Afghanistan. Se tu vai a Palmi o a Canicattì o a Voghera, la stampa non ti segue, devi andare in Afghanistan, in Calabria non è chic“.

Luttwak continua il suo affondo e questa volta tira in ballo le Ong come la Sea Watch: “Quella delle Ong è gente che non vuole andare a lavorare; qualche volta salvano altre volta no, altre volte vanno a spasso a mangiare il pesce in qualche trattoria”.

Ilaria Paoletti

Separazione tra banca commerciale e quelle d'investimento , c'è pronunciazione vedremo se seguiranno i fatti. Chiaramente il fanfulla Salvini è silente e questo ha un significato

Di Maio: separeremo banche d'affari e banche commerciali


di Askanews

Roma, 1 feb. (askanews) - Il vice premier Luigi Di Maio annuncia nuove norme per il settore bancario per "spezzare il legame deleterio tra partiti e politica" e per "evitare nuovi casi di dissesto". Le nuove norme arriveranno nei prossimi mesi, dunque non saranno inserite nel dl Carige.Di Maio ha annunciato l'introduzione del Glass-Steagall Act, il nome della riforma bancaria americana degli anni '30 dopo la grande depressione con la quale vennero separate le attività di banca d'investimento da quelle di banca d'affari. Insomma lo smantellamento del modello di banca universale che si è affermato a livello globale da oltre 20 anni.Il vice premier ha poi annunciato che sarà istituito un fondo di garanzia alimentato trattenendo fino al 60% dei bonus dei manager per 5 anni. Inoltre nuovi vertici Consob, norme sulle porte girevoli e il conflitto di interesse, la riforma della vigilanza bancaria a livello europeo e l'istituzione di un fondo di garanzia a livello comunitario.

1 febbraio 2019

NoTav - Il progetto del fanfulla Salvini è semplice e chiaro nella sua linearità. Vuole sostituirsi nel Sistema massonico mafioso politico al corrotto euroimbecille Pd

"Riduce traffico e inquinamento". Sulla Tav Matteo Salvini usa argomenti Cinquestelle
(e il Freyus è sottoutilizzato il fanfulla Salvini non è capace neanche a copiare i concetti)

Il vicepremier va in visita nel cantiere di Chiomonte e incalza gli alleati di governo, da sempre contrari al progetto dell'alta velocità Torino-Lione. "Ci sono in ballo 50 mila posti di lavoro, tra diretti e indiretti", dice il ministro. Di Stefano: "Chiacchiere inutili su un'opera inutile, non si farà"

02 febbraio 2019,06:50


Matteo Salvini va a Chiomonte in visita al cantiere dell'Alta velocità Torino-Lione e agita le acque, già mosse, della maggioranza M5s-Lega. Gilet arancione, stivali e caschetto di protezione, indossati per motivi di sicurezza, il vice premier leghista ribadisce che la linea della Lega è da sempre a favore della realizzazione della "incredibile ed eccezionale opera pubblica di cui l'Italia dovrebbe avere vanto in giro per il mondo". "Prima si fa, meglio è", insiste il ministro dell'Interno, secondo il quale "ci sono in ballo 50 mila posti di lavoro, tra diretti e indiretti".


Salvini fa leva anche un su tema, caro agli alleati di governo M5s, ovvero quello ambientale: la Tav serva anche per "togliere un milione di Tir sulle strade italiane" e diminuire, quindi, le emissioni inquinanti. La visita al cantiere, contornato dalla neve, non dura più di un'ora e mezza. Lasso di tempo durante il quale fioccano le dichiarazioni dei Cinquestelle, notoriamente contrari. Da Roma, il capo politico dei pentastellati Luigi Maio subito puntualizza: "Io non vado a Chiomonte perché ancora non è stato scavato un solo centimetro, c'è solo un tunnel geognostico. Per me il cantiere di Chiomonte non è un'incompiuta ma una mai iniziata". 

I lavori sul cantiere della Tav (è la galleria di servizio, non riescono proprio a dirla tutta )

Seguono le dichiarazioni di numerosi esponenti 5 stelle, tra cui il sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, che chiede di fermare le "chiacchiere inutili su un'opera inutile, perché tanto non si farà". Mentre la sottosegretaria all'Economia Laura Castelli si rivolge a Salvini auspicando che la Tav non sia "strumentalizzata per fare campagna elettorale".

"È una tratta morta", tagliano corto, in una nota, i deputati M5s in commmissione Ambiente alla Camera. Ma Salvini ostenta tranquillità e respinge al mittente le critiche di chi lo accusa di voler provocare strappi coi 5 stelle. "Sono qui non in polemica ma per costruire. Siamo un governo che fa squadra", sostiene e aggiunge: "Il rapporto con i Cinque Stelle è positivo e costruttivo: abbiamo fatto tante cose in otto mesi e altre ne vogliamo fare. L'opera può essere rivista ma va fatta", insiste.


Chi legge uno scontro in atto, è l'opposizione. "È in corso nel governo uno scontro surreale e indecente sulla Tav mentre Salvini visita il cantiere di Chiomonte. Di Maio prima e il sottosegretario Di Stefano dopo danno del bugiardo al ministro dell'Interno perché il cosiddetto buco non ci sarebbe. Ossia perché i lavori della Tav non sarebbero stati avviati. Si può fare propaganda ma negare l'evidenza è diabolico. Salvini sta provando sulla sua pelle l'affidabilità dei suoi contraenti di governo", attacca la capogruppo di Forza Italia al Senato, Anna Maria Bernini.

Agf
Tav Torino-Lione, il cantiere

"Ora Salvini si mette a pontificare sulla Tav. Basta parole al vento", lamenta Maurizio Martina, candidato alla segreteria del Pd. "Come vicepremier la prima cosa che deve fare è dare corso ai bandi per andare avanti coi cantieri. Poi se il governo volesse modificare qualcosa sul serio deve dire bene dove e come, senza far saltare o pregiudicare il progetto fondamentale. Ma passerelle come quelle di oggi non servono a niente".

"Mentre si moltiplicano ancora le polemiche tra Lega Nord e 5 Stelle sulla prosecuzione della Tav, ribadiamo la necessità di un'infrastruttura strategica come la Torino-Lione. Dirimente perforare la corona alpina per raggiungere la parte ricca e intermodale dell'Europa. Un passaggio fondamentale, perché se non mettiamo in contatto i prodotti italiani con la dorsale Lisbona-Kiev si sommerà un altro handicap per le aziende italiane, già provate da tasse e crisi", chiede Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera e deputato di Fratelli d'Italia.

(Afp)
Tav Torino Lione 

Intanto, i deputati di Forza Italia in commissione Trasporti alla Camera hanno chiesto al presidente della commissione Alessandro Morelli di poter audire quanto prima il professor Marco Ponti, a guida del pool di esperti esterni nominati dal ministro Danilo Toninelli per redigere l'analisi costi-benefici relativa al Terzo valico.

Immigrazione di Rimpiazzo - la magistratura ferma la nave che fa la tratta degli schiavi ma interviene il Partito dei Giudici che la dissequestra perchè il mercimonio deve continuare senza soluzioni di continuità

teorema SEA WATCH

Maurizio Blondet 31 Gennaio 2019 

Una volta avevamo giudici abilissimi nel concepire “teoremi” giudiziari.

Per loro beneficio, copio e incollo:

Il personaggio intervistato dall’ottimo Machiavello è il fondatore di SeaWatch. Si chiama Harald Hopper o Hoppner, si diceva che aveva messo a disposizione 60 mila euro per comprare, insieme a un socio, un vecchio peschereccio olandese. “Questo 5 anni fa. Ora l’organizzazione ha oltre alle due unità navali (una battente bandiera olandese e l’altra neozelandese), un aereo che ha il compito di pattugliare dall’alto il Mediterraneo. Impossibile conoscere la provenienza dei soldi. Con un curiosità: tra i partner di Sea Watch e di Life Boat spicca la Fc St.Pauli, una società sportiva di Amburgo, che è stata la prima squadra a vietare l’ingresso allo stadio ai tifosi di destra”.


#StaseraItalia: il giornalista ha incontrato il fondatore di @SeaWatchItaly,e come al solito non è stato "accogliente".
Nell'ultimo anno, #SeaWatch ha incassato 1 milione e 800 mila euro in donazioni e sponsor, ma nulla di più trapela.
Solo per il @sole24ore la #ONG è trasparente

Naturalmente si vede subito che questo è un idealista animato da alti valori morali, che ha dedicato la vita al salvataggio e all’accoglienza dei poveri negri minorenni non accompagnati che sfuggono alle guerre e che affogano al largo delle coste libiche – si vede subito che non è quello che appare qui, un losco personaggio reticente e spaventato dall’essere stato scoperto, che deve telefonare a qualcuno prima di parlare – No, è una persona onesta e pulita. Si vede ad occhio: l’occhio con cui l’ex ministro Martina ha immediatamente visto che 17 negri della Sea Watch sono minorenni, ma appena appena – i quali infatti hanno confermato tutti di esere nati nel 2002. Lo hanno confermato al magistrato salito sulla nave. Ora, se il magistrato non sente di esesre stato preso per il k, affari suoi.

Però vediamo: se una ONG in cinque anni si compra una nave in più e un aereo privato, si può dedurre che il mestieree dei salvatori in mare rende? Parecchio? A meno che qualcuno paghi. Chi?
Comunque, un business in cui tutti vogliono entrare:
Possibile che magistratti, e i giornalisti che intervistano in ginocchio l’Apostolo del Bene Gino Strada, non ricordino che il luglio scorso si fece sfuggire una strana ammissione?

GINO STRADA: ‘La MOAS voleva 400mila euro per operare sulle loro navi’
Più specificatamente, il fondatore di Emergency ha sostenuto che l’organizzazione umanitaria operava in una barca di proprietà della ONG ‘Moas’ e pagava 150mila euro al mese. In seguito, la stessa MOAS ha richiesto dai 180 ai 230 mila euro e gli operatori di Emergency hanno accettato.

Poco dopo, la stessa MOAS ha fatto sapere che la Croce Rossa era pronta a dare 400mila euro al mese e da allora l’organizzazione fondata da Strada è stata costretta a mollare”.

Se una organizzazione benefica volta a curare i feriti nel mondo spende 230 mila al mese per accogliere migranti, si può dire che essa “investe” quei quatrini perché si aspetta un “rendimento” magggiore? Quanto maggiore? Sicuramente più dei 400 mila che la Croce Rossa è disposta ad investire per stare su una nave ONG.

Magari è un teorema troppo azzardato riconoscere che lo scopo di lucro è un movente dei “salvataggi”? Basta spulciare sul web e trovare che : “Emergency, al 31 dicembre 2015, ha chiuso un bilancio dove i ricavi sono del 33% circa superiori al 2014. Gli utili sono di 7 milioni di euro. Ma la cosa che colpisce di più, su un bilancio di questa portata, è la “liquidità”. In pratica, quanto ha in “pancia”, di non investito, Emergency. Ben 19 milioni di euro: 13 milioni e 776mila euro in depositi bancari o postali”. Una Onlus da quotare in Borsa, commenta il giornalista.

Dev’esserci qualcosa di vero, perché (grazie Francesca Totolo che l’ha ricordato) la Sea Watch ebbe tanta furia di strappare alla Guardia Costiera libica i “migranti” che detta guardia costiera aveva già recuperato, da provocare ” 5 migranti morti nel tentativo di raggiungere #SeaWatch. (Tutto confermato da @EUNAVFORMED_OHQ)


In attesa dello sbarco a #Catania, ripropongo il video dell'irruzione di @SeaWatchItaly durante un salvataggio della Guardia Costiera libica.
Era il 6 novembre 2017, il bilancio fu di 5 migranti morti nel tentativo di raggiungere #SeaWatch
(Tutto confermato da @EUNAVFORMED_OHQ)

Fancesca Totolo può fornire ai magistrati una quantità di interessanti indizi



Video trasmesso da #QuartaRepubblica, che documenta ancora una volta la collaborazione delle #ONG(@MSF_ITALIA e @SOSMedFrance su #Aquarius)con i #trafficanti in #Libia.
Tutto ciò avvenne sotto gli occhi della @guardiacostiera,che allora rispondeva al Ministro @graziano_delrio

Ma facciamola corta.
Finalmente la Sea Watch ha ottenuto il permesso di attraccare in Sicilia e scaricare maggiorennni e i fanciulli, così duramente provati da 10 giorni a bordo , come è stato documentato dall’occhio infallibile di Martina, dalla Prestigiacomo, dalle decine di giornalisti che sono riusciti a commuoverci raccogliendo le voci di questi adolescenti e infanti non accompagnati. Grazie ai tg, abbiamo seguito giorno per giorno, col fiato sospeso, l’inesorabile intasarsi del terzo WC della nave, che avvicinava il momento dell’emergenza sanitaria che avebbe piegato lo spietato Salvini a consentire lo sbarco per sventare una strage epidemia da cacca infetta.

Occhio infallibile.

Era imminente, signori, il “SOS da cesso intasato” – una novità assoluta nelle storie di mare e di costa, ignorata da Melville non meno che da Conrad, che entrambi conoscevano le funzioni del bugliolo…
Infine “l’Europa” ha consentito la spartizione dei 47 “migranti”. E dunque la Sea Watch avrà fretta di sbarcarli, direte voi – non fosse che per disintasare le toiletese. Invece no.
Il comandante della Sea Watch vuole sbarcae a Siracusa, dove c’è tanta accogliena pronta a festeggiarli. Il PDintero sul molo, trepidante per le foto opportunities.
Una volta ricevuto l’ordine di sbarcare a Catania,la nave ha avuto dei problemi. Qualcosa alle ancora, che non vogliono venire sù. Loro non hanno più tanta fretta di affidare il dolente carico umano alle cure dei medici e dei soccorritori. Mandano messaggi in cui si legge che hanno la morte nel cuore.

Ci è stato chiesto di andare a Catania scortati dalla Guardia Costiera. Non siamo ancora partiti per un problema all’ancora che stiamo cercando di risolvere con 2 tecnici mandati dalla Capitaneria. Non ci è pervenuta comunicazione scritta su POS. Lo sbarco è previsto domattina.
14:13 – 30 gen 2019

Ovviamente stanno spingendo per il trasbordo dei migranti su motovedette italiane, per evitare “problemi”, commenta la Totolo, che è malfidente.
Perché a Catania il procuratore è Zuccaro. I “problemi”: temono che questo faccia sequestrare la nave, sai le spese.

Poche ore dopo, rassegnati, dirigono verso Catania. E mandano un messaggio disperato che dice:

Sea-Watch International
‏ @seawatch_intl

We have to go to Catania now. That means, we are moving away from a port of safety, towards a port where there is a prosecutor, known for his agenda regarding sea rescue NGOs. If this is not a political move, we don’t know what is. We hope for the best and expect the worst.
14:55 – 30 gen 2019

@SeaWatchItaly: “Dobbiamo andare a #Catania.Ciò significa che ci stiamo allontanando da un porto sicuro, per un porto dove c’è un Procuratore noto per i suoi pregiudizio sulle ONG di salvataggio in mare” .

Giustamente la Totolo sottolinea cosa intenda la Sea Watch per “porto sicuro”: una concezione di “sicuro” mai prima indicata nelle marinerie di salvatori. Qualunque porto italiota, purché non sia Catania. Non è “sicuro”, quello.
…” Quindi un “porto sicuro” per #SeaWatch non è quello dove ha giurisdizione #Zuccaro? Da quando la Procura etnea tortura i migranti?

Ma no, perché preoccuparsi. Ci sono i media già pronti a montare una campagna di linciaggio contro il procuratore Zuccaro, come hanno già fatto in passato. Ci sono mgistrati pronti a cassare le sue decisioni, per liberare le nave mandarle a raccogliere i negru, 800 mila, che aspettano sofferenti nelle carceri libiche, col telefonino in carica, il messaggio dell’ONG di riferimento. Si parte! Si parte”!

Appena arriva la primavera, la Sea Watch – dissequestrata per ordine del GIP o GAP o GUP – ne porterà 600 per volta. E poi altri 600, e seicento, e seicento. E sappiamo già come finirà, vero? Anzi, lo ha detto alla BBC proprio uno di loro povere vittime che scappano dalla guerra per venire da Martina:

Parla trafficante nigeriano: “Faccio un sacco di soldi, basta telefonare”, grazie a Ong – VIDEO



Lui è Igharo, un trafficante nigeriano che sta facendo soldi grazie si suoi colleghi delle ONG e dello Stato italiano. E’ stato intervistato dalla BBC, come una celebrità, e ha spiegato quanto sia facile, ormai, traghettare i clandestini verso l’Italia. E noi tutti sappiamo perché.

I soldi, tanti, li fa esportando in Italia migliaia di suoi connazionali: che non fuggono dalla guerra, ma pagano profumatamente lui e altri trafficanti, per attraversare prima il deserto del Sahara fino in Libia, poi sul barcone per poche miglia, fino alle navi delle Ong:

Quando gli è stato chiesto se sentisse quello che sta facendo come sbagliato, il nigeriano ha detto: “Non è sbagliato perché non costringo nessuno”. E ha ragione: pagano, e fanno parte della borghesia locale.

“Nessuno dei miei passeggeri è stato costretto a venire in Libia, la famiglie sono sempre state consapevoli del loro viaggio, anche quando sapevano che era 50/50 il rischio”.

Io non so ma chiedo ai magistrati esperti, se non vedono in questi fatti un “Teorema”.

Il Partito dei Giudici abbatte con una mannaia la magistratura la giustizia e fa sentenze scandalose irreali

Omicidio Vannini, rabbia e dolore in Rete: la petizione online per riesaminare il caso ha già 160.000 firme
venerdì 1 febbraio 11:18 - di Martino Della Costa


Il web si mobilita sul caso Vannini: e sono già oltre 160.000 le firme raccolte su Change.org per la petizione in cui si chiede che il procedimento venga riesaminato e che ai colpevoli sia comminata la giusta punizione. Una vicenda umana che ha toccato il cuore e indignato le coscienze di milioni di italiani, sconcertati ancora di più dall’ultima sentenza d’appello.

Omicidio Vannini, oltre 160.000 firme per la petizione che chiede di riesaminare il caso

Una decisione che, come noto, ha scatenato le grida di dolore, disperazione e rabbia dei familiari in Aula alla lettura del dispostivo, e che ha indotto la Rete a reagire subito, rigettando la sentenza dei giudici della Corte d’Assise d’Appello che hanno ridotto la pena di Antonio Ciontoli a 5 anni (rispetto ai 14 decisi in Assise), riqualificando il reato a omicidio colposo. La petizione è indirizzata al ministro della Giustizia Bonafade che, in un video su Facebook, dopo aver ricordato di non poter «entrare nelle decisioni dei magistrati», ha detto di essere «indignato che un magistrato interrompa la lettura del dispositivo della sentenza per dire “se volete andare a fare un giro a Perugia ditelo”. Ho già attivato gli uffici perché vengano fatte tutte le verifiche e gli accertamenti necessari», ha aggiunto il guardasigilli.

E il ministro della Difesa Trenta promette: il signor Ciontoli non sarà mai reintegrato 

Nessuno del resto, ministro compreso, è potuto rimanere insensibile alla lettura della sentenza in aula, tutti compartecipi – guardando i servizi in tv, o i video postati e ritwittati sui social – della rabbia esplosa con la protesta dei familiari di Vannini e degli amici presenti che hanno urlato «è una vergogna, venduti, è uno schifo, strappiamo il certificato elettorale». Grida di indignazione che denunciano un dolore amplificato dalla sentenza, e offeso da quelle frasi pronunciate dal magistrato che, infastidito dalle recriminazioni, ha tuonato: «Non ho neanche finito di leggere il dispositivo; questa è interruzione di pubblico servizio ai sensi dell’articolo 40 del codice penale. Se volete farvi una passeggiata a Perugia, ditelo»… Non stupisce allora che, sul caso, sia intervenuta anche il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che su Facebook ha scritto: «Non posso entrare nei meriti della sentenza giudiziaria, poiché esula dalle mie competenze e prerogative, ma una cosa la posso fare: il mio impegno, il mio massimo impegno, fin quando sarò io a guidare il Ministero della Difesa, affinché al signor Ciontoli non sia concesso il reintegro in Forza Armata. Ho già in questo senso dato disposizioni alle competenti articolazioni della Difesa».

http://www.secoloditalia.it/2019/02/omicidio-vannini-rabbia-e-dolore-in-rete-la-petizione-online-per-riesaminare-il-caso-ha-gia-160-000-firme/

NoTav - il fanfulla Salvini pur di portare avanti le prebende per gli industrialotti e crearsi la sua clientela dice menzogne su menzogne. Non è mai iniziata la galleria per il Tav

POLITICA
01/02/2019 20:12 CET | Aggiornato 11 ore fa

Salvini sfida M5s e propone una Tav "light". I pentastellati non ci stanno e rilanciano col potenziamento del Frejus

La Ue vuole una risposta entro marzo

STEFANO GUIDI VIA GETTY IMAGES
CHIOMONTE, PIEMONTE, ITALY - 2019/02/01: Matteo Salvini, Italian Interior Minister speaks with journalists after the press conference during the official visit of Matteo Salvini in the TAV construction site in Chiomonte near Turin to evaluate the possibilities of continuing the TAV project in Italy. The TAV is a project of an international high-speed railway line of 235 km aimed at transporting goods and passengers between Turin and Lyon, which would support the existing line between the two cities. (Photo by Stefano Guidi/LightRocket via Getty Images)

La sfida che Matteo Salvini lancia a Luigi Di Maio da dentro la galleria Tav di Chiomonte, nel giorno della grande nevicata, è dirompente. Va a colpire due temi che stanno a cuore ai 5Stelle e che rappresentano il nocciolo della loro propaganda: l'ambiente e il lavoro. Poi mette sul tavolo un miliardo di risparmi che comunque per gli M5s sono insufficienti. E così la storia non si sblocca. L'unico punto fermo per i grillini è far sparire la parola "Tav" dalla circolazione. In che modo? Proponendo un'opera alternativa o l'adeguamento del traforo ferroviario del Frejus che collega la Francia all'Italia dai tempi di Cavour.

Posizione ancora troppo distante da quella di Salvini, arrivato sotto la neve nel cantiere italiano dell'Alta velocità Torino-Lione per rassicurare il suo elettorale e provocare una crisi di nervi ai 5Stelle. "È un governo che tiene all'ambiente, che vuole ripulire l'aria e togliere i tir dalle autostrade? Bene, la Tav lo fa ed io penso sia meglio avere meno inquinamento, meno auto in giro e più treni", è il fendente numero uno del vicepremier leghista. E Di Maio non è ministro del Lavoro? Sì che lo è. E "noi - incalza Salvini - non possiamo dire di no a una grande opera che produce 50.000 posti di lavoro. Sarebbe demenziale".

Nella sua sfida così pesante è sul tema ambientale che Salvini insiste ben conoscendo, nonostante dica di non averla visionata, l'analisi costi-benefici realizzata dalla commissione guidata da Marco Ponti, professore storicamente No-Tav scelto dal ministro Toninelli per realizzare lo studio. Studio che, spiegano ambienti ben informati, parte dalle perdite sull'accise della benzina, circa cinque miliardi e mezzo l'anno, se il trasporto delle merci venisse trasferito dalla gomma ai treni dell'Alta velocità. Da qui la tesi, sostenuta dagli M5s, più costi che benefici. Una contraddizione però, secondo Salvini, per un governo ambientalista che invece dovrebbe essere felice se ci fosse meno inquinamento atmosferico.

Quindi "un brindisi agli operai, affinché possano tornare presto a lavorare". E il ministro dell'Interno alza il bicchiere di vino rosso piemontese in mezzo agli operai e alle Forze dell'ordine. Quindi annuncia un miliardo di euro di risparmi nel tentativo di convincere i 5Stelle che però giudicano "scorretto il suo comportamento" oltre a far notare che non è il ministro competente e che sta forzando la mano per pura campagna elettorale.

Sta di fatto che dalla galleria, dalla quale inizierà il tunnel di base della Tav, il leader leghista deve rassicurare il suo elettorato e l'intero mondo imprenditoriale che iniziava a dubitare della determinazione del Carroccio sulle grandi opere. Ma la propaganda salviniana si scontra con quella del Movimento ai tempi della campagna elettorale delle Europee.

La riduzione della stazione di Susa e di una galleria sarebbero alla base della trattativa, tra bastone e carota, che Salvini vuole aprire con i 5Stelle dopo che i 40mila in piazza il 10 novembre scorso lo hanno convinto che la Tav non è un tema che un partito del Nord può trascurare. Non è un caso se sul ministro dell'Interno arrivano le pressioni dei due governatori leghisti Zaia e Fontana e se questa mattina nel cantiere si sono presentati diversi parlamentari e consiglieri.

Il risparmio di un miliardo resta comunque insufficiente per i grillini che del no all'Alta velocità Torino-Lione hanno fatto la loro bandiera. Basti pensare che nel 2013 appena eletti si presentarono proprio qui, nel cantiere di Chiomonte, con metro alla mano per prendere le misure della galleria scavata nella roccia e dimostrare che la grande opera non andava fatta.

Ancora oggi gli M5s sparano a pallettoni. "La Tav non si farà mai", dice Manlio Di Stefano. "Non esiste neppure la galleria in cui Salvini è andato", aggiunge Di Maio mentre l'alleato e vicepremier parigrado è sul luogo a dire che "il tunnel c'è". Nelle stesso tempo, dall'altra parte, oltre le Alpi, il ministro francese ai Trasporti Elisabeth Borne ricorda all'Italia che ci sono impegni finanziari da rispettare e che "il tempo sta finendo".

Nelle stanze del ministero dei Trasporti la tempistica è stata calcolata. Entro fine marzo il governo dovrà prendere una decisione e alla Ue bisogna dare una risposta. Dopo quella data sia l'Europa sia la Francia non ammetteranno più dilazioni e furberie all'italiana. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli prima di metà febbraio andrà a illustrare l'analisi costi-benefici in Francia, poi sarà resa pubblica in Italia e inizierà un dibattito dentro la maggioranza. Fino a qualche giorno fa speravano di poter andare oltre le elezioni Europee e di decidere dopo, ma ora il governo ha preso coscienza che la dead line è fine marzo perché entro questa data gli appalti, per ora congelati, dovranno ripartire. Oppure essere bloccati, ma questa volta per sempre con tutte le conseguenze che lo stesso Salvini illustra: "È insensato spendere soldi per ricoprire i chilometri di tunnel già scavati". E a ciò si aggiungono le penali e i soldi che l'Unione europea può volere indietro.

I 5Stelle insistono. "L'opera va rivista completamente", dice il viceministro all'Economia Laura Castelli, No Tav della prima ora e che adesso sembra essere discretamente duttile ma non è chiaro fino a che punto. Se un miliardo di risparmi è troppo poco e il tunnel di base va cambiato, difficilmente l'idea M5s andrà bene alla Lega e poi soprattutto alla Francia e al resto dell'Europa, che a marzo deve sapere cosa fare di quei soldi destinati alla Tav.

Gaetano Pedullà - certo se aspettiamo di combattere la recessione con la ricetta proposta dal fanfulla Salvini di fare un buco in una montagna per uscirne fuori siamo al carissimo amico. In Italia i giornalisti giornaloni Tv Sistema massonico mafioso politico Partito dei Giudici Confindustria sindacati tutti uniti insieme appassionatamente a fare il tifo per abbattere questo governo. Muoia Sansone con tutti i filistei

Conte vede già la ripresa. Ma troppi gufi volano attorno. Per il premier il 2019 sarà un anno bellissimo. E in effetti ha ragione. Poteri forti permettendo

2 febbraio 2019 di Gaetano Pedullà Editoriale


L’ultimo dato sulle immatricolazioni delle auto si aggiunge alla lista dei numeri negativi e dei presagi persino peggiori per la nostra economia. La crescita è da due trimestri negativa e siamo in quella che si definisce recessione tecnica, cioè l’anticamera di una recessione vera e propria, da cui però è ancora possibile sfuggire, a patto di rispettare determinate condizioni. La prima è indubbiamente la partenza delle politiche per la crescita annunciate dal Governo.

La redistribuzione di importanti risorse e la spinta al lavoro attraverso il Reddito di cittadinanza avrà un effetto innegabile sui consumi. Quanto funzionerà e che impatto ci sarà davvero è troppo presto per dirlo, ma per ogni consumatore che acquista qualche bene o servizio c’è un’impresa che deve produrli, con la conseguente attivazione di un circuito economico virtuoso. In più, con la Quota cento, da subito gettonatissima dai lavoratori che possono rientrarci, si apriranno nuovi spazi per le assunzioni, alimentando un trend che è rimasto positivo persino nell’ultimo scorcio dell’anno scorso, tutt’altro che brillante per gli investimenti delle aziende. A queste due misure, e alle altre già inserite nella legge di bilancio dello Stato, vanno affiancate le due leve esterne di cui pochi parlano ma che sono il vero motivo del segno più sulla crescita vantato dai governi precedenti, malgrado questi abbiano realizzato riforme minuscole e in larga parte inefficaci.

Leve straordinarie che al momento stanno mancando, rendendo solo per questo imparagonabili i contesti di oggi e di ieri. Parliamo del massiccio acquisto di titoli pubblici e dell’immissione di liquidità monetaria da parte della Banca centrale europea dal 2015 fino all’estate scorsa, con una coda molto più ridotta fino a dicembre. È stato grazie a questa montagna di soldi – 80 miliardi di euro al mese del cosiddetto quantitative easing – che si è salvata la moneta comune, lo spread anche italiano è riuscito a scendere persino a 80 punti base (ora è a 255) e le banche hanno ricominciato a fare i mutui ed erogare il credito. Questo sostegno della Bce oggi è ancora necessario, perché l’economia non sta rallentando solo in Italia, ma come possiamo vedere facilmente se ne parla molto (lo fa anche Draghi) ma non si muove niente.

Ci sono poi altri due fattori determinanti. Il primo è una convergenza del mondo delle imprese e del lavoro sugli interessi del Paese e non sulla sterile contrapposizione politica verso un Esecutivo che chiaramente non garba tanto alla Confindustria quanto ai sindacati. Contestare le politiche che si ritengono sbagliate è un sacrosanto diritto di ciascuno, ma inventarsi ogni giorno un dato negativo o scendere in piazza per sabotare le azioni ormai comunque in atto non fa di certo gli interessi degli italiani. Tutti gli italiani.

Il secondo fattore è poi l’ottimismo. Prevengo la facile risata di qualcuno che sta più o meno comodamente seduto sulla sua poltrona da impiegato o da pensionato o ancor di più da disoccupato, ma chi fa invece economia, impresa e ancor di più finanza sa perfettamente che in questi mondi non c’è valore più grande dell’ottimismo e della fiducia. Se non avessimo fiducia nel valore di una banconota, per intenderci, quando mai l’accetteremmo in cambio di una prestazione o di una vendita? Ecco, l’esempio è il più semplice possibile, ma serve a far comprendere che una squadra impegnata a trainare una difficile crescita ha il dovere di dare questa fiducia.

Ovviamente ciò non giustifica la finzione, come all’epoca in cui Silvio Berlusconi ci raccontava che i ristoranti erano tutti pieni, ma spiegare come ha fatto ieri il premier Giuseppe Conte che l’attuale rallentamento economico (non inutilmente nascosto) è frutto delle vecchie politiche e con l’avvio di quelle nuove ci sarà una ripresa nel secondo semestre, è un atto di onestà verso le difficoltà di oggi e di spinta verso un domani possibilmente migliore. Tutto questo chiaramente a patto che i gufi oggi dilaganti in tv e sui giornali non convincano i mercati che qui stiamo affondando, non inducano le imprese a stare immobili e le banche a non prestare il denaro. Così presto o tardi qualunque governo viene giù, ma dopo una caduta provocata in questo modo restano solo le macerie, sotto le quali ci staremo tutti. Gufi e loro interessati sponsor economici e politici compresi.

Di Maio tuona imperterrito e mantiene saldo la direzione della rotta. La lega del fanfulla Salvini vuole salvare lo scandaloso incesto tra la politica e le banche

Intreccio perverso politica-banche. Di Maio non fa sconti su Carige. Il M5S insiste: si pubblichi l’elenco dei grandi debitori Ma sull’emendamento sarà battaglia con la Lega 

2 febbraio 2019 di Francesco Carta


La Lega si mette di traverso? I Cinque Stelle si portano avanti con il lavoro. L’ultimo fronte aperto nella maggioranza riguarda l’emendamento che i grillini vorrebbero inserire nel decreto Carige – ma che il Carroccio osteggia – per rendere pubblici i nomi dei grandi debitori delle banche. Amici degli amici, che magari con i buoni uffici della politica, hanno non solo ottenuto corposi prestiti senza particolari garanzie problemi ma non li hanno neppure restituiti, contribuendo al dissesto degli Istituti di credito.

E mentre continua il braccio di ferro sulla norma che fa tremare banchieri, imprenditori e politici di varia estrazione, Luigi Di Maio punta il dito contro il rapporto “incestuoso” tra vecchia politica e banche, andate a braccetto negli anni della prima e della seconda Repubblica, che ha provocando danni enormi per il Paese. “Per adesso, sono usciti fuori i nomi di Alessandro Scajola, fratello dell’ex ministro, Luca Bonsignore, figlio di un ex eurodeputato, Giovanni Marongiù, sottosegretario di Prodi, e Alessandro Repetto, parlamentare dell’Ulivo – attaccano i deputati M5S della commissione Finanze, commentando l’intervento del vicepremier che ieri ha risposto in Aula a Montecitorio alle interpellanze urgenti proprio sul caso Carige -. Proseguiamo su questa strada: in commissione Finanze della Camera abbiamo presentato un emendamento al decreto Carige, a prima firma Currò, che obbliga il Ministero dell’Economia e delle Finanze a trasmettere al Parlamento una relazione ogni 4 mesi”.

Una relazione nella quale, aggiungono, “si dovranno rendere pubblici i debitori della Banca ligure i cui crediti sono caduti in sofferenza. I cittadini hanno il diritto di vederci chiaro”. E non è tutto. “Siamo al lavoro affinché paghi il conto chi è responsabile di questi enormi buchi di bilancio e non più i risparmiatori – concludono i deputati M5S -. Quello che è successo negli scorsi anni non dovrà più accadere”.

La partita, tra Movimento e Lega si è aperta nei giorni scorsi, quando tra gli 87 emendamenti al decreto Carige, ne erano spuntati 8 a firma Cinque Stelle che proponevano modifiche sostanziali all’impianto del provvedimento. Un’iniziativa stoppata con un secco altolà dal viceministro all’Economia, Massimo Garavaglia. “Non c’è intenzione di modificare il testo”, ha avvertito l’esponente del Carroccio. Passando a toni decisamente più perentori con specifico riferimento alle proposte di modifica M5S: “Per noi non passa niente”.

Ma ieri è arrivata la risposta di Di Maio. “Sicuramente sulle modifiche al decreto Carige chi decide è il Parlamento”, ha detto chiaro e tondo il vicepremier correggendo la rotta tracciata da Garavaglia e confermando la volontà dei Cinque Stelle di andare avanti con gli emendamenti dichiarati ammissibili (4 su 8). Tra i quali quello che introduce il tetto ai compensi di manager e dipendenti, entro il limite previsto per la Pa, in caso di ingresso dello Stato nel capitale dell’istituto ligure, oltre a quello che prevede l’obbligo di informative periodiche alle Camere da parte del ministero dell’Economia e al dicastero stesso da parte della Guardia di finanza, sulle emissioni e crediti erogati dalla Cassa. Insomma, per Di Maio è “auspicabile” che il Parlamento “decida di fare trasparenza sui grandi debitori di Carige per cercare di ristabilire un po’ più di etica negli ambienti bancari” e che il decreto “venga modificato, migliorato e che si possano mettere norme antifurbetti come quella sui bonus dei manager”.

Certo bisogna salvare l'azione di governo dall'attacco del Partito dei giudici sempre funzionali al Sistema massonico mafioso politico e quindi il fanfulla Salvini, ma la Lega si sta dimostrando quello che è un'apparato di governo che più che combattere il Sistema ne vuole far parte integralmente e sostituire al livello politico il corrotto euroimbecille Pd, noi pensavamo che questo sarebbe stato il ruolo del M5S che è invece più coriaceo delle presupposte aspettative


La base M5S grazia Salvini. Non va processato per 7 elettori grillini su 10. Il sondaggio Gpf sul dilemma dei Cinque stelle: “Meglio il No che far cadere il Governo” 

2 febbraio 2019 di Antonio Pitoni


Gli italiani si schierano con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Per il 62% del campione interpellato nell’ultima rilevazione di Gpf Inspiring Research per La Notizia, il vicepremier non va processato. Un verdetto arrivato al termine di una settimana segnata dal caso della nave Diciotti, con la richiesta di autorizzazione a procedere (per sequestro di persona) avanzata nei suoi confronti dal Tribunale dei ministri di Catania, che soffia vento nuovo in poppa alla Lega. Consentendo al Carroccio di capitalizzare un altro 0,4% rispetto alla precedente rilevazione e di proiettarsi al 32,2% nelle intenzioni di voto mentre resta sostanzialmente stabile (28,3%) il Movimento Cinque Stelle. Con la maggioranza gialloverde che veleggia saldamente al comando con un consenso del 60,5% (+0,5%).

Ma non è tutto. Se il 67% degli italiani si è detto a conoscenza della vicenda Diciotti e del rischio che Salvini possa finire sotto processo (il 22% non sa, l’11% è senza opinione), a sorprendere di più sono i risultati del secondo quesito (vedi grafico al centro) posto alla parte del campione informata della richiesta di autorizzazione a procedere pendente sul titolare del Viminale. Il 62% degli interpellati si è dichiarato “contrario a processare il ministro dell’Interno” (34% favorevole, 4% senza opinione). E non finisce qui. Ponendo infatti la stessa domanda alla sola base M5S, ben il 68% (quasi 7 elettori su 10) si è espresso contro il giudizio a carico del leader della Lega.

“Percentuale che tocca la quota più alta tra gli elettori del Centrodestra (88%) e, come era prevedibile, quella più bassa nell’elettorato del Centrosinistra (14%)”, spiega il presidente e amministratore delegato di Gpf, Roberto Baldassari. “Più complessa, invece, la lettura del sentimento profondo degli elettori del Movimento 5 Stelle – aggiunge – che, con il 68% delle preferenze, si schiera contro il processo a Salvini, forse temendo che possa minare in maniera irreversibile il futuro del Governo giallo-verde”.

Una lettura che potrebbe contribuire a sciogliere le riserve dei senatori M5S, alle prese con la grana dell’imminente voto (prima in Giunta poi in Aula) sull’autorizzazione a procedere, alimentate proprio dal timore che un No al processo per Salvini possa provocare contraccolpi negativi nel proprio elettorato, per di più a pochi mesi dalla sfida per le Europee. Quel che è certo è che il caso Diciotti e il dibattito sulla delicata posizione del ministro dell’Interno, hanno finito per condizionare anche le rilevazioni settimanali sulle intenzioni di voto dell’elettorato.

A cominciare dal nuovo passo in avanti del Carroccio, trainato dal diffuso sentimento pro Salvini nel Paese. “Di conseguenza registriamo nelle intenzioni di voto dell’opinione pubblica italiana un incremento dello 0,4% che porta la Lega, primo partito italiano, a quota 32,2% – spiega ancora Baldassari -. Tiene il Movimento Cinque Stelle, secondo al 28,3%, seguito dal Partito democratico che, questa settimana, lascia sul terreno elettorale lo 0,3%, scendendo al 16,5% in attesa del nuovo segretario”.

E sul fronte del Centrodestra? Dopo quasi un mese in crescita costante, si ferma la corsa di Forza Italia (-0,2%) che si assesta al 10,7%, mentre torna smuovere le acque Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni guadagna lo 0,2%, portandosi al 4,4%, rispetto all’ultima rilevazione. L’inaugurazione del nuovo corso, sotto la guida di Benedetto Della Vedova, frutta a +Europa uno 0,2% che porta le intenzioni di voto della formazione europeista al 2%. Ancora brutte notizie, infine, per Liberi e Uguali. “Dopo settimane di stasi, il partito della sinistra scende sotto quota 2,5% avvicinandosi pericolosamente alla soglia dei due punti percentuali”, conclude Baldassari.

NOTA METODOLOGICA. Vox Populi è il monitoraggio settimanale di Gpf Inspiring Research che descrive le tendenze e le opinioni degli italiani sui temi di attualità politica, economica, sociale e culturale. Audience: 816 interviste valide. Campione con estrazione casuale rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne articolato per sesso, età, professione, ampiezza centri, livello di istruzione e orientamento politico. Estensione geografica: Intero territorio nazionale. Metodologia di rilevazione: Cati – Cami – Cawi. Periodo di rilevazione: 28-30 Gennaio 2019.

Marcello Foa ha smarrito il suo essere di quando non era il Presidente della Rai

La Maglie è solo un casus belli. Cinque stelle delusi dalla Rai di Foa. Malumori per le invasioni di campo del presidente. “Serve un garante della Tv pubblica, non della Lega”

2 febbraio 2019 dalla RedazionePolitica


Ora si scopre che non c’è neppure un contratto. Nonostante da giorni, la notizia del debutto di Maria Giovanna Maglie alla guida della striscia di RaiUno che fu di Enzo Biagi– attribuita a non meglio precisate fonti di Viale Mazzini – rimbalzi, come cosa fatta, tra le pagine dei giornaloni e i lanci delle agenzie di stampa. Con tanto di data di partenza (l’11 febbraio salvo slittamenti) e compenso (240mila euro) alla giornalista, che per di più, stando alla denuncia del segretario dell’Usigrai Vittorio Di Trapani, risulta non essere più iscritta all’Ordine da tre anni.

E se i Cinque Stelle hanno iniziato a bombardare “Lady nota spese” (copyright della deputata M5S Carmen di Lauro via Twitter), rinfacciandole la vicenda dei rimborsi spese gonfiati quando era corrispondente Rai da New York (il caso si è chiuso con l’archiviazione chiesta dal pm per insussistenza del reato di truffa) e l’aiutino di Bettino Craxi “per entrare alla Rai” che lei stessa ha pubblicamente ammesso, la vera partita che si sta giocando dietro le quinte di Viale Mazzini è un’altra ed è tutta politica. Insomma, nonostante l’ingombrante profilo sgradito al Movimento, la Maglie è più che altro soltanto il casus belli. Da quanto risulta a La Notizia, infatti, la guerra vera è quella che i Cinque Stelle potrebbero dichiarare al presidente della Rai, Marcello Foa.

Tutti ricorderanno l’estenuante battaglia dei gialloverdi e l’andirivieni tra Cda e commissione di Vigilanza Rai per arrivare alla nomina di Foa alla presidenza di Viale Mazzini. Il Movimento 5 stelle, onorando i patti con la Lega, mantenne la parola: mai un passo indietro nei confronti di una figura che avrebbe dovuto essere garante della Tv del cambiamento. “E invece non si capisce a che gioco stia giocando Foa – è oggi, a distanza di qualche mese da quella complicata nomina, il ragionamento che circola tra i Cinque Stelle -. Quel che è certo è che le continue invasioni di campo di quello che doveva essere un presidente di garanzia stanno diventando un problema politico”. Ma la lista delle lamentele riferite a La Notizia, non finisce qui. “Foa incontra i giornalisti, interviene su eventuali promozioni e nomine, mette bocca sui programmi”, rivela una fonte interna a Viale Mazzini. Tutte prerogative che esulano dal ruolo di garanzia attribuito al presidente e che si traducono in reiterati sconfinamenti nella sfera di competenza dell’ad, Fabrizio Salini.

Insomma, altro che cambiamento. Il timore, fattosi ormai quasi certezza, è che la Tv pubblica stia diventando, in mano a Foa, terra di conquista di quella politica che i Cinque Stelle vogliono, invece, da sempre tenere fuori da Viale Mazzini. Un ritorno, in altre parole, ai vecchi metodi lottizzatori, ma con l’aggravante che il pluralismo rischia di essere soffocato dalla progressiva occupazione monocolore degli spazi dedicati all’informazione da parte della Lega attraverso il braccio armato del presidente Rai. Una situazione che ha spinto i 5 Stelle ad uscire allo scoperto, sollevando il caso Maglie perché Foa intenda che è ora di cambiare registro. Difficile che si arrivi a silurare il presidente. Ma altri passi falsi non gli saranno perdonati. Ed è per questo che è già stato messo alla prova: ieri ambienti parlamentari M5S hanno chiesto un suo intervento sulla questione Maglie, invitandolo a valutare “con la schiena dritta” l’opportunità della nomina. Che a questo punto sembra già tramontata.