Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 febbraio 2019

14 febbraio 2019 - BASTA SANZIONI AL VENEZUELA

La sharia entra come nel burro a Milano - e non poteva essere altro che un'esponente del corrotto euroimbecille Pd a trasmettere il Politicamente Corretto del Pensiero Unico

Sabato 16 febbraio 2019 - 13:19
Islam, Sala a milanesi: c’è diritto a pregare, luogo deve esserci

Sindaco di Milano in video messaggio su Facebook dal Palasharp


Milano, 16 feb. (askanews) – I milanesi possono “essere contrari alle moschee, certo, ma la Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di pregare: un luogo ci deve essere”. Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, in un video messaggio pubblicato sulla sua pagina Facebook registrato dal Palasharp di Milano.

Quell’edificio storico per la musica e lo sport in città è ora un palazzetto abbandonato. Sala ha ricordato che si pensa “con un equivoco” che il Palasharp sia “il luogo dove gli islamici pregano: non è così, c’è un tendone di fronte che stiamo cercando di mettere in sicurezza”, ha spiegato il sindaco. In ogni caso, ha poi aggiunto il numero uno di Palazzo Marino, “ricordo ai milanesi che possiamo essere contrari alle moschee, certo, ma la Costituzione dice che tutti i cittadini hanno diritto di pregare. Un luogo ci deve essere: se non li vogliamo lì, saranno da un’altra parte”, ha chiosato il sindaco.

Alberto Negri - Le consorterie Guerrafondaie statunitensi ed ebraiche preparano la guerra costruendo fake news

[Il retroscena] Così Usa e Israele stanno costruendo una fakenews per fare la guerra all'Iran

Viene così usata la propaganda, la più micidiale della armi di distruzione di massa. Non fa niente se l’Arabia Saudita e gli Emirati con il sostegno Usa conducono una guerra in Yemen con l’uccisione di migliaia e di civili. Di questo è meglio non parlare anche perché pure l’Italia vende a Riad bombe, di marca tedesca ma fabbricate in Sardegna



Gli Stati Uniti insieme a Israele e alle monarchie del Golfo stanno fabbricando una nuova devastante “fake news”, come quella che nel 2003 portò all’attaccò contro l’Iraq di Saddam Hussein. La notizia falsa allora era che Baghdad avesse armi di distruzione di massa che non furono mai trovate. Vennero corrotti politici, pagati esperti e i media furono inondati di informazioni fasulle e distorte, salvo poi _ dopo anni e avere compiuto un disastro senza rimedio _ ammettere di avere imbrogliato l’opinione pubblica mondiale.

Adesso l’idea è quella di stringere d'assedio e muovere guerra all’Iran affermando, come è stato fatto giovedì scorso alla riunione di Varsavia, “che si tratta della peggiore minaccia alla pace nel Medio Oriente”. In realtà l’Iran era già il bersaglio della guerra per procura in Siria, maggiore alleato di Teheran, ma quel conflitto è stato vinto dal regime di Bashar Assad con l’aiuto di russi, iraniani e delle milizie libanesi Hezbollah. Insomma si tratta per gli Usa, Israele e i sauditi di prendersi la rivincita mirando stavolta al bersaglio grosso.

Viene così usata la propaganda, la più micidiale della armi di distruzione di massa. Non fa niente se l’Arabia Saudita e gli Emirati con il sostegno Usa conducono una guerra in Yemen con l’uccisione di migliaia e di civili. Di questo è meglio non parlare anche perché pure l’Italia vende a Riad bombe, di marca tedesca ma fabbricate in Sardegna. L’Iran viene denunciato come un regime oscurantista: cos’è allora la monarchia saudita rappresentata dal principe Mohammed bin Salman, mandante, secondo la stessa Cia, dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi? La verità è che come al solito si adotta un doppio standard. I nemici sono quelli che non comprano armi dell’Occidente, gli amici sono sauditi e le monarchie assolute del Golfo che da decenni riempiamo di armamenti e che sono state anche sponsor di estremisti islamici e jihadisti.

Al summit di Varsavia Francia, Germania e Unione europea hanno mandato delegazioni di basso livello mentre l’Italia si è presentata con il ministro degli Esteri Moavero Milanesi. Vale la pena ricordare che prima delle nuove sanzioni americane, seguite all'abbandono da parte di Trump dell’accordo sul nucleare del 2015, l’Italia era comunque il maggiore partner commerciale di Teheran e che le nuove sanzioni americane hanno cancellato commesse italiane in Iran per 25 miliardi di euro. Mentre Parigi e Berlino hanno messo a punto uno strumento per aggirare l’embargo _ per altro assai difficoltoso _ l’Italia è andata a Varsavia contro i suoi stessi interessi economici. Non solo: pur avendo l’Italia un periodo di sei mesi di esenzione concesso da Washington, ha già rinunciato all’acquisto di petrolio iraniano.

In sintesi l’Italia, che era stata scelta da Teheran come partner privilegiato in Europa, è il solito Paese di voltagabbana e che per di più non porta a casa nessun vantaggio. Così come aveva già dimostrato nel 2011 con la Libia di Gheddafi. Il 30 agosto del 2010 il raìs libico veniva ricevuto a Roma in pompa magna firmando contratti per dozzine di miliardi e sei mesi dopo l’Italia si univa ai raid della Nato contro Tripoli. Sappiamo tutti cosa ha significato il crollo del regime: ondate di migranti e destabilizzazione.

L’Italia si sta dimostrando un paese da operetta. Litighiamo con i francesi sui gilet gialli ma intanto il generale Khalifa Haftar, alleato della Francia della Russia e dell’Egitto, sta conquistando i pozzi petroliferi libici nel Sud del Fezzan. Adesso con l’Iran dimostriamo ancora una volta la nostra incapacità di manovra: perdiamo soldi e mandiamo pure il nostro ministro a fare la figura del cameriere degli Stati Uniti a Varsavia. Ma c’è di peggio. Per fabbricare una fake news credibile, ovvero che l’Iran è il diavolo e i suoi nemici sono angeli, bisogna mobilitare al massimo l’apparato di propaganda. Così sulle nostre tv stanno comparendo sedicenti esperti che ci raccontano come l’Iran sia un Paese terrorista e sponsor del terrorismo.

Ricordiamo a questi signori che nel 2014, quando l’Isis ha fatto la sua avanzata in Iraq e in Siria, i primi a opporsi ai tagliagole del Califfato sono stati proprio i pasdaran iraniani e le milizie sciite mentre i jihadisti venivano sostenuti dalla Turchia, dalle monarchie del Golfo e anche dall’Occidente pur di abbattere il regime di Assad in Siria, poi salvato dall’intervento della Russia di Putin. Quel terrorismo sunnita, ispirato per decenni dall’ideologia oscurantista di sauditi, Qatar, Emirati, è stato quello che ha colpito anche in Europa.

I veri terroristi sono gli Stati Uniti e i loro alleati che vorrebbero adesso la guerra all’Iran anche contro la volontà dell’Europa che rispetta l’accordo del 2015 sul nucleare con Teheran voluto da Obama. Quindi stanno accelerando sulla propaganda per convincere l’opinione pubblica occidentale che abbiano un nuovo mostro da combattere. Non importa se in caso di conflitto arriveranno altri milioni profughi e l’intera regione sarà destabilizzata, l’obiettivo è avere un nemico che giustifichi gli affari legati all’apparato militare industriale americano. Del resto il maggiore cliente di armamenti Usa è l’Arabia Saudita: bisognerà in qualche modo darle soddisfazione, non è vero?

All’Italia si pone il problema di sempre: concedere o meno le basi militari per eventuali raid contro l’Iran. Insomma lo stesso interrogativo della guerra in Libia nel 2011 quando le abbiamo date per far fuori il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo. Con l’Iran si attende una tragica replica, la coazione a ripetere gli stessi errori di un Paese che blatera di sovranismo senza sapere neppure di cosa si tratti.

16 febbraio 2019

Roberto Pecchioli - La musica è cultura e la giuria degli esperti di Sanremo, esperti in che?, ci hanno propinato la solita polpetta avvelenata derivante dal Pensiero Unico del Politicamente Corretto che deve distruggere la tradizione, le identità

TRAP: COLONNA SONORA DEL NICHILISMO ADOLOSCENTE.

Maurizio Blondet 14 Febbraio 2019 
di Roberto PECCHIOLI

Il sistema di intrattenimento è il veicolo privilegiato per far passare i messaggi voluti dall’oligarchia dominante. Il recente festival della canzone di Sanremo ne è la dimostrazione. Almeno tre obiettivi conseguiti in un colpo: sdoganare il genere musicale Trap, sotto i riflettori dopo la tragedia dei ragazzini di Corinaldo; inviare un nuovo segnale multietnico, multiculturale e multitutto con la vittoria imposta di Mahmood, cantante “moroccan pop”; far capire al popolaccio, alla plebe televisiva che la sua opinione non vale nulla, giacché la vittoria è stata decretata dagli “esperti” , vil razza dannata postmoderna, i quali sanno, comprendono e giudicano meglio di qualsiasi altro. Il televoto, parodia della democrazia, non conta, proprio come quello della scheda elettorale. Grazie di avercelo ricordato.

Abbiamo tentato, con modesti risultati, di capire qualcosa della musica Trap, di cui ignoravamo l’esistenza sino a pochi mesi fa. Disse una volta Indro Montanelli che il giornalista è un tizio che cerca di far capire agli altri quel che non ha compreso lui stesso. Nel caso di specie, inquadrare il fenomeno Trap è difficile per motivi generazionali, ma è facile rendersi conto che si tratta dell’ennesima colonna sonora di una crisi di civiltà che dura da oltre mezzo secolo, ed ha imboccato decisamente il buio sentiero del nichilismo. L’unica definizione che ci viene in mente è questa: il Trap è la forma adolescenziale, puberale, del nichilismo vincente, unita all’adesione all’ideologia del liberismo libertario fondato sull’immagine, il denaro, la tecnologia, il consumo compulsivo, l’esibizione. I “trapper”, e, dolorosamente, i ragazzini che adorano tale genere musicale, sono una sottospecie particolarmente insidiosa di homo currens, la generazione che corre a perdifiato verso nessun luogo.

Il significato del termine dice già qualcosa: trap, nel gergo giovanile del sud degli Usa, è un luogo fisico, un edificio degradato dove si vendono droghe. Il rapporto con gli stupefacenti e con gli altri paradisi artificiali è il tema centrale dei testi, l’argomentario di fondo dei brani. Droga, sesso e denaro; a differenza del rock, che diffondeva un immagine di ribellione, pur se in buona parte falsa, i miti del consumo, della ricchezza, del successo sono al centro della visione di questa musica. Oltre la metà degli ascoltatori appartiene alla fascia di età da 13 a 24 anni. I bambini, non rilevati dalle ricerche di mercato, danno numeri ancora più schiaccianti.

Occorre dunque fare i conti con il fenomeno, a partire dalla sua dimensione “tecnica”. Si tratta di un sottogenere della musica hip hop, nato negli Usa fin dagli anni 70 del Novecento, caratterizzato da una ritmica stilizzata che accompagna testi cantati in forma di rime senza melodie. La subcultura hip hop ha generato tra l’altro il fenomeno dei “writers”, coloro che disegnano linee o graffiti sui muri urbani e all’esterno dei mezzi di trasporto (vagoni ferroviari, carrozze delle metropolitane), evoluti poi in disegni sempre più complessi. I più sono semplici imbrattamuri, altri sono oggi considerati artisti, come il mitico Bansky, writer inglese dall’identità sconosciuta le cui opere, rimosse dalle pareti su cui sono state realizzate,vengono esposte e vendute sul mercato dell’arte.

Sotto il profilo delle sonorità, il Trap si caratterizza per l’uso massiccio del Roland TR-808, lo strumento musicale elettronico (drum machine) che esegue ritmi ad imitazione del suono di strumenti a percussione, con bassi potenti e distorti. Le basi sono sempre elettroniche, sintetiche, con l’uso dell’autotune, l’effetto che robotizza la voce, i bpm (battiti al minuto) sono rallentati rispetto al rap, le atmosfere ipnotiche e oscure, i testi si caratterizzano per la ripetitività dei ritornelli. I brani non sono raccolti in CD, considerato un supporto in via di estinzione, la loro diffusione segna un balzo rispetto al passato. Sono caricati prevalentemente su Youtube e spesso i concerti sono pensati più per il pubblico che vedrà e ascolterà attraverso lo schermo di computer e telefoni mobili che per gli spettatori in carne e ossa: un altro elemento totalmente nuovo.

Il Trap si caratterizza più per ciò che rifiuta che per ciò che mostra. Poco nullo è l’impegno sociale, lontana è l’azione collettiva a cui, nel bene e nel male, chiamavano altri generi che hanno improntato la cultura giovanile degli ultimi cinquant’anni. Un ricercatore, che si definisce filosofo del Trap, afferma che la maggioranza degli artisti incarna i valori del liberismo senza saperlo. E’ fortissimo il rischio che i ragazzi nell’età della formazione, particolarmente influenzabili e privi di filtri culturali, si convincano che i due unici obiettivi della vita siano il sesso compulsivo, meccanico e i simboli del consumo – le puttane e le “lambo”, le auto di lusso, cantate da tanti trapper. Il Trap rappresenta nello stesso momento la sottomissione ai valori materialisti e l’incapacità di ottenere soddisfazione attraverso di essi.

Un altro tema riguarda il dubbio se questa musica rifletta la realtà giovanile o si limiti a riprodurre fantasie del mondo pubblicitario e dei video online. Il mito del denaro facile è cantato senza ritegno e senza alcuna riflessione critica. Un trapper, in un’intervista, ha raccontato di aver provato attrazione per un genere musicale che canta denaro, prostitute e droga dopo un lungo periodo di disoccupazione. “Bisogna sentirsi povero per desiderare di essere ricco in maniera ostentata”, ha aggiunto. Sfera Ebbasta indossa abitualmente due orologi Rolex e pare che ne possieda una ventina. Dobbiamo concludere che realtà generazionale e pubblicità coincidano, giacché questa occupa uno spazio centrale nell’immaginario trap. Una vittoria strepitosa del sistema di intrattenimento neoliberale che riporta alla teoria di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi” e al simbolismo di certi beni.

La musica Trap è ripetitiva e qualitativamente scadente; il messaggio è in negativo, i suoi eroi sono personaggi estremi. L’uso delle tecnologie la rendono artificiale, non si nota alcun tentativo di andare oltre, tutto deve essere facile, immediato. Una rappresentazione perfetta del primo scorcio del XXI secolo, in linea con la narrazione dominante, secondo la quale al modello vigente non c’è alternativa. Perché allora prendersela o cercare vie d’uscita? Ce ne sono a bizzeffe, offerte dal sistema stesso: la droga, innanzitutto, il sesso facile sganciato dai sentimenti, il denaro come mezzo per acquistare status symbol, tutto ciò che è “firmato” e per ciò stesso desiderabile e necessario.

Scorrendo i testi dei trapper italiani, sorprende la banalizzazione istintuale di tutto: “La mia ragazza segue la moda, io seguo i soldi e la droga”, canta la Dark Polo Gang. Un altro verso grida “mi tuffo verso i soldi con doppio carpiato”. Sfera Ebbasta racconta così del dopo concerto: “Stanza 26, io fatto in hotel/come Kurt Cobain, fumo Marlboro Red/ Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me/lancio i soldi in aria/ anche oggi sono il re./ Scelgo una tipa, nessuna dice di no/me la portano in camera con una Vodka”. Ci piacerebbe ascoltare il giudizio delle femministe sempre in cerca dell’eteropatriarcato. Il massimo dell’impegno è l’apologia del disimpegno, come in un testo dell’italo tunisino Ghali: Qual è la differenza tra sinistra e destra? /Cambiano i ministri, ma non la minestra/ il cesso è qui a sinistra, il bagno è in fondo a destra”.

Il turpiloquio è moneta corrente, come l’esaltazione esplicita della droga. Ne è un esempio il brano portato a Sanremo dal trapper che si fa chiamare Achille Lauro: il titolo, Rolls Royce, evoca non tanto l’automobile degli straricchi, ma una pasticca di ecstasy. Achille Lauro è pieno di tatuaggi, anche in viso, e la sua canzone parla di sexy shop, icone rock morte di droga come Amy Winehouse e simili. L’ultimo fenomeno è un ragazzo cesenate, Young Signorino, dal volto coperto di tatuaggi, che aspira a diventare il Marylin Manson italiano. Impressiona l’ambiguità di fondo di ognuno di loro, la scelta di ostentare, vivere e bruciare ogni esperienza. Aspirano, più o meno confusamente, a essere creatori di se stessi, lo dimostrano tatuaggi, capigliatura, abbigliamento.

I concerti mettono in crisi le convinzioni degli appassionati di lunga data: non è considerata importante la musica o la voce in diretta. Alcool e playback sono spesso protagonisti, alcuni concerti sono un misto di festa adolescenziale, performance e compulsione fotografica “photocall”, in cui è cruciale essere vicino all’artista, e rimanere sorpresi, storditi. Per tutti, il mezzo per arrivare al pubblico sono le piattaforme di streaming in rete. Il pezzo Peace and Love, che ha unito Ghali e Sfera Ebbasta ha avuto oltre un milione e mezzo di visualizzazioni su Spotify in un giorno. Alcuni puristi della musica contemporanea rimproverano al Trap di essere un genere per bambini. Ghali si è detto felice “di fare musica per ragazzini”, ma la dura realtà è che il messaggio per gli adolescenti è l’esaltazione di sesso, droga, denaro.

Nelle storie dei trapper figura spesso la purple drank, lo sballo da scuole medie a base di sciroppo di codeina (un alcaloide dell’oppio, etere metilico della morfina) e Sprite. Niente di nuovo, è dagli anni 70 che la droga è il filo conduttore di molta parte della musica, dai Velvet Undergound (Heroin), a Eric Clapton (Cocaine), senza dimenticare la vicenda di decine di protagonisti dalla vita breve e dannata. E’ però ridicola la giustificazione di Sfera Ebbasta: “ognuno deve ragionare con la propria testa, io parlo solo di me e chi ascolta deve capire che non sono esperienze ripetibili nella vita”. Peccato che i suoi adoratori, per i quali è un modello siano ragazzini e perfino bambini, privi di esperienza e non ancora in grado di discernere e comprendere i pericoli. Madri e padri li accompagnino ai concerti senza fiatare: le loro esperienze furono diverse solo in quanto mascherate da ribellione.

Spaventa la solitudine che emerge dalle esperienze dei trapper. A differenza del rap, che tendeva a riunire in gruppi, ciurme solidali contro il sistema (le fratrie postmoderne del gruppo dei pari), il Trap canta l’affermazione di sé, vi domina l’aspetto egocentrico, la ricchezza ostentata, il saperci fare con le ragazze. E’ una sorta di precipitato del sogno americano: vincere da soli, ragazzi difficili che scavalcano le case discografiche, i provini, lo studio e la preparazione e puntano tutto su Youtube, caricano un video e qualche volta diventano fenomeni. Spesso, non è che il quarto d’ora di celebrità alla Andy Warhol. Tutti puntano sull’immagine e sul forte impatto immediato, emozionale.

Non diversa era la poesia del Seicento, epoca di passaggio, di manierismo dopo la straordinaria stagione rinascimentale, in cui Giambattista Marino, il rimatore più dotato, poteva scrivere “è del poeta il fin la meraviglia/ chi non sa stupir, vada alla striglia”. Intanto, i vocabolari segnalano la modifica del linguaggio. L’enciclopedia Treccani ha accolto un lemma del tutto sconosciuto, “bufu”, acronimo di by us, fuck you, per noi puoi andare a quel paese, utilizzato anche dagli “odiatori” (haters) sui media sociali. Il neologismo è stato introdotto in Italia dalla Dark Polo Band, che sta cambiando il gergo dei ragazzini con i suoi tormentoni. Le ragazze sono “bibbi”, fare soldi è eskere e flexare, i gioielli “ghiaccio ice”. Un indigeribile polpettone anglo borgataro da bassifondi che lascia interdetti, un analfabetismo di ritorno fiero di sé, in assenza di reazioni da parte della scuola e dei genitori.

Il Trap sta diffondendo presso la prima generazione nata nel Terzo Millennio un’anti identità fatta di poche decine di parole, disvalori esaltati come obiettivi di vita, tra ritmi ripetitivi distanti dalle qualità musicali dei cattivi maestri delle generazioni precedenti, borborigmi e simil grugniti, significati che possono essere decifrati solo dai destinatari diretti. Il panorama è una società spappolata che non sa esprimere un genere artistico, ma solo ripetere all’infinito gli schemi, alzare l’asticella dell’attenzione, dello stupore, della finta trasgressione diventata obbligo quotidiano. In più, colpisce l’assoluta mancanza di giudizio etico e ribellione sociale. Il Trap è la colonna sonora di una generazione che si lascia vivere e aderisce senza riflessione ai modelli di massa.

Nel tempo, “normalizzato” il sesso, banalizzato l’abuso di alcool, sostanze psicotrope e droghe che hanno reso deboli, manipolabili e imbelli intere generazioni, gli unici valori ammessi sono quelli mercantili. Bisogna fare denaro, subito e in qualunque modo, per soddisfare immediatamente i desideri e correre verso sballi sempre nuovi. La novità inquietante è che il sistema prende al laccio fin da piccoli. La madre del XXI secolo è la pubblicità, che diventa già a dieci, dodici anni maestra di consumo, protagonista dei modelli sociali. Dall’antico vietato vietare siamo passati all’obbligo di trasgredire (che cosa, poi?), all’imperativo di sballare, essere unici ma identici in un misto di istinti scatenati e consumi indotti, droga e sesso, pulsioni infere scandite dal prezzo in denaro. La vita come sabba, con l’i-phone che spara a tutto volume pseudo musiche da consumare fino all’estenuazione; un cortocircuito continuo che spaventa soprattutto in prospettiva.

Abbiamo verificato a quale degrado hanno condotto le culture post Sessantotto, musicali, sociologiche, politiche. Eppure, nonostante tutto, si fondavano ancora su visioni del mondo, ideali, sia pure sbagliati, come quelli di Imagine dei Beatles. Che cosa sarà di questa nazione, di questa civiltà tra dieci anni, quando i figli di Sfera Ebbasta, J-Ax, dei Migos, Drake e degli altri protagonisti di oggi saranno le icone rispettabili di una sottocultura che si sarà fatta potere, sistema di vita, senso comune? Per noi, colpevoli di non aver combattuto abbastanza, la generazione che ascoltò bambina le canzoni dei Nomadi con i testi di Francesco Guccini, belle voci, musiche di qualità, l’unica, amarissima consolazione è il titolo del primo memorabile album: noi non ci saremo. Grazie a Dio.

Erdogan il padre della Fratellanza Musulmana che vuole la sharia in Europa che utilizza la strategia della gradualità&dissimulazione

PUTIN RESPINGE LE MIRE DI ERDOGAN SULLA SIRIA

Maurizio Blondet 15 Febbraio 2019 

Lo ha fatto giovedì a Sochi durante un incontro bilaterale con il turco: la Turchia non ha il diritto di stabilire una zona-tampone in Siria senza il consenso di Damasco e l’invito del presidente siriano Assad.

Da notare: prima di entrare nella riunione a due, Erdogan aveva espresso davanti a giornalisti che contava di ottenere da Mosca (e dall’altro alleato, l’Iran) il coordinamento per ritagliarsi una zona di sicurezza in una fetta del territorio siriano a Nord.


Il bilaterale è avvenuto nel quadro della riunione dei tre stati “garanti” del processo di pace deciso ad Astana, in cui ha partecipato l’iraniano Hassan Rouhani. Putin ha invitato farla finita con l’ultima enclave di terroristi . Rouhani si è detto d’accordo, mentre Erdogan non ha risposto. Come poi ha confermato il portavoce presidenziale Peskov, nessuna operazione militare contro Idlib è stata decisa dai tre, evidentemente a causa della diserzione turca.

La Reuters vede giustamente in questo un intensificarsi delle tensioni fra Mosca ed Erdogan. Costui di fatto continua a non riconoscere Assad come legittimo governante. E di fatto i caccia americani che coprono dal cielo le milizie curde anti-Daesh, continuano a decollare dalle base (NATO) della Turchia. Commandos e comandi americani restano operative nella zona nord della Siria, a fianco delle milizie curde; Putin ha commentato che l’annuncio di Trump di ritirare le sue truppe è “un passo molto positivo”; ma ha subito aggiunto che il presidente Usa potrà non adempiere a queste promesse per ragioni di politica interna”. Erdogan: “Se il ritiro dlele truppe USA si realizza, questa decisione avrà numerose conseguenze nella regione”. Evidentemente vuole sostituire le sue truppe a quelle che usciranno, invece che restituire il territorio al governo legittimo di Damasco. Nella conferenza stampa finale, Putin ha nonostante tutto definito molto positivo il clima del trilaterale, e s’è detto fiducioso che la crisi “sarà risolta dal processo politico e dai negoziati”.

Noi ricordiamo padre Paisios dell’Atos: “Ci sarà una guerra tra Russia e Turchia. All’inizio i Turchi crederanno di vincere, ma ciò sarà la loro rovina. I Russi alla fine vinceranno e la Città (Costantinopoli) cadrà in mano loro. Poi la prenderemo noi… Saranno costretti a darcela…».
Gli Inglesi e gli Americani ci concederanno Costantinopoli.
Non perché ci amino, ma perché ciò concorderà con i loro interessi.»

I Turchi saranno distrutti. Saranno cancellati dalle mappe, poiché sono una nazione non scaturita dalla benedizione di Dio.


Il 5G che vuole imporre gli Stati Uniti non è migliore di quello di Huawei anzi e comunque sono tecnologie in mano a stranieri, allora tant'è

L'INTERVENTO
L’allarme Gsma: bandire Huawei in Europa ritarderà di anni il roll-out del 5G

L’associazione sta creando una task force europea per definire test più severi sulla cybersicurezza delle reti ma chiede ai governi di non perdere il focus su competitività e innovazione. A rischio 500 miliardi di euro di investimenti

15 Feb 2019
Patrizia Licata

Un bando totale contro le forniture di rete di Huawei sarebbe un grave danno per le aziende telecom europee, perché minaccia i rifornimenti sulla supply chain globale delle componenti, alza i costi e mette a rischio gli investimenti nel 5G; occorre invece istituire nuovi sistemi di test per le reti che garantiscano l’adesione ai più alti standard di cybersecurity. E’ quanto afferma la Gsma, l’associazione degli operatori mobili globali, in un comunicato pubblicato sul suo sito a due settimane dal più importante appuntamento dell’industria, il Mobile World Congress di Barcellona.

La Gsma riferisce che sta istituendo una task force di operatori mobili europei per identificare i modi migliori per potenziare ed ampliare gli attuali sistemi di verifica della cybersicurezza delle reti e raccomanda a governi e operatori in Europa di lavorare insieme per concordare gli elementi chiave dei nuovi test capaci di garantire la sicurezza delle reti ma anche, sottolinea l’associazione, la concorrenza sulla catena di distribuzione delle componenti di rete.

La Gsma interviene così direttamente sul “caso Huawei”. Il fornitore Tlc cinese è stato accusato dagli Stati Uniti vendere tecnologie che permettono il cyberspionaggio del governo di Pechino; il presidente Donald Trump è pronto a estromettere del tutto l’azienda dai contratti di rete negli Stati Uniti e il suo grido d’allarme è stato raccolto dai governi di alcuni paesi alleati, tra cui l’Australia, che ha già varato il bando contro le attrezzature di rete di Huawei.

L’Unione europea non ha ancora assunto una posizione ufficiale, ma Bruxelles si è mostrata propensa a valutare un bando. Per la Gsma si tratterebbe di una mossa contraria agli interessi dell’industria e dei consumatori. Entro il 2025, dice l’associazione delle telco mobili, sono previsti in Europa investimenti compresi tra 300 miliardi e 500 miliardi di euro da parte degli operatori nel roll-out del 5G; tale industria varrà il 4% del Pil del nostro continente. L’integrità e sicurezza delle reti e la fiducia degli utenti sono fondamentali per proteggere questi investimenti e oggi che i politici europei stanno considerando nuovi strumenti per garantire la cybersecurity,“chiediamo di non perdere di vista tutti gli importanti obiettivi strategici – sicurezza, concorrenza, innovazione, impatto sui consumatori. Ciò richiede un approccio basato sui fatti e sui rischi”,sottolinea la Gsma.

“Specifiche azioni che sconvolgono la catena di distribuzione di attrezzature sui vari segmenti della rete (accesso, trasporto e core) faranno salire i costi per operatori europei, imprese e cittadini,ritarderanno la realizzazione del 5G per anni in tutta Europa e potrebbero anche mettere a rischio il funzionamento delle esistenti reti 4G”, prosegue la nota della Gsma. Si tratta di impatti pesanti, forse non tutti intenzionali, ma sicuramente “del tutto evitabili”tramite un rafforzamento della già esistente cooperazione tra aziende telecom e agenzie nazionali della cybersicurezza e un ampliamento della collaborazione internazionale.

L’associazione ricorda che ogni operatore mobile già conduce test di sicurezza e che ulteriori prove sulle reti sono affidate a terze parti; la Gsma stessa ha sviluppato il progetto Network equipment security assurance scheme in alleanza con la 3Gpp, l’ente internazionale di standardizzazione sul 5G. La strada da seguire è quella.

Huawei ha sempre negato qualunque rischio di cybersicurezza legato ai suoi prodotti e anche diversi esperti (tra cui l’ex capo dell’intelligence britannica) hanno fatto notare che le ragioni di ordine politico che hanno spinto l’azione di Trump in America non vanno confuse con quelle tecniche.

Al Mobile world congress, riporta Reuters, è previsto un incontro a porte chiuse tra Ceo delle grandi aziende telecom per discutere delle implicazioni per l’industria di un eventuale divieto totale sulle attrezzature di rete Huawei. In Germania Deutsche Telekom, il più grande operatore mobile europeo, ha espresso posizioni simili a quelle della Gsma: rafforzare i controlli, con verifiche indipendenti delle infrastrutture critiche e condivisione con i regolatori dei codici sorgente dei software usati dai vendor, ma nessun divieto assoluto contro i cinesi.

In Italia la questione Huawei divide i partiti di maggioranza su due fronti opposti. I leghisti, secondo quanto risulta a CorCom, sono orientati verso l’esclusione della compagnia cinese dalle reti 5G, per ridurre a zero il rischio cyber paventato dagli Usa, mentre i grillini starebbero studiando un sistema di certificazione per apparati e dispositivi di rete che consentirebbe di mettere al sicuro la rete core.

Ricerca&Sviluppo - Riciclo della plastica, si può

15 FEB, 2019

Plastica, una nuova tecnica per trasformarla in carburanti puliti

Un team di ricerca statunitense ha liquefatto alcuni composti, abbondanti nella plastica,, in nafta, solventi e altri carburanti puliti. Ben il 25% della plastica potrebbe essere riciclato con questa tecnica

(foto: Stephan Boehme/EyeEm via Getty Images)

Plastica, plastica e ancora plastica: ogni anno più di 8 milioni di tonnellate di questo materiale finiscono negli oceani, secondo le stime dell’Onu, mentre circa 5 miliardi di tonnellate si sono già accumulate negli ultimi 50 anni. Per questo scienziati da tutto il mondo cercano nuove strategie migliori per ridurre questo inquinamento, all’insegna del riuso e del riciclo. Oggi, un team di chimici dell’Università Purdue, negli Stati Uniti, ha trasformato un’ampia parte della plastica in composti utili, come la nafta, una miscela di idrocarburi liquidi utilizzata come combustibile nei motori diesel, solventi ed altri carburanti puliti. Il risultato è pubblicato sulla rivista ACS Sustainable Chemistry and Engineering.

In pratica, a partire da una busta di plastica, i ricercatori sono riusciti a riciclare ben il 25% della sua massa trasformandola in nuovi materiali, il tutto con una tecnica messa a punto da loro stessi. Per ottenere questo risultato hanno lavorato sulle poliolefine, ovvero polimeri (macromolecole), come il polipropilene, che costituisce quasi il 25% di tutti i composti della plastica e presente, ad esempio, nei bicchieri, nei tappi e nelle etichette delle bottiglie.

E sono riusciti a trasformare ben il 90% di questo materiale in carburanti puliti. A differenza di quelli fossili, i carburanti puliti sono carburanti naturali come il gasolio o i gas di petrolio liquefatti (gpl), che rappresentano alternative meno inquinanti. Ecco come.

Venezuela - encomiabile la resistenza del popolo venezuelano alle campagne spietate e le sanzioni inflitte dagli Stati Uniti da più di vent'anni, ancora ci chiediamo dove si trovano i fatti è da stupidi

La resistenza del Venezuela - di Gianni Minà


di Gianni Minà

Fra le tante frottole che vengono raccontate quotidianamente dai media occidentali riguardo al Venezuela ce n’è una che purtroppo è stata sposata anche dal nostro ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi.

Il ministro nel corso della sua esposizione alle Camere ha affermato che l’opposizione in Venezuela, quella facente capo a personaggi discutibili come Leopoldo Lopez, Maria Corina Machado ed Henrique Capriles, non aveva partecipato alle ultime elezioni perché la consultazione elettorale non era credibile, anzi era truccata.

Ora a parte che tutto il mondo, se non è in malafede, sa che la defezione fu invece dovuta all’incapacità dell’opposizione di reperire un candidato decente dopo i fallimenti dei presunti combattenti per la democrazia nel paese, è palese che la verità è un’altra.

Mortificare la validità delle ultime elezioni è stato il metodo consueto per giustificare il fallimento dell’opposizione.

Ricordo le campagne anti-Chávez, smentite dai fatti, e ricordo i fatti stessi che avevano come garanti, tra gli altri, Adolfo Perez Esquivel, premio Nobel per la pace, Eduardo Galeano, coscienza critica del Continente e addirittura la Fondazione dell’ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, gente la cui onestà intellettuale non era smentibile. E ricordo le numerose campagne elettorali, la cui validità democratica era monitorata da più di 150 osservatori internazionali. A maggio 2018, ad esempio, l’ex premier della Spagna, Josè Luis Zapatero aveva criticato l’atteggiamento sconsiderato della Comunità Europea che aveva lasciato il Venezuela al suo destino di isolamento.

Per questo è stata imbarazzante, fin dall’inizio, una realtà che il nostro ministro Moavero, per real politik, ha il diritto di ricordare come vuole, ma non di travisare la storia.

D’altronde il gioco di confondere le carte è più che mai in auge, attualmente, nella politica internazionale dove ha ragione (o si vorrebbe far passare come ragione) tutto quello che disturba gli interessi dei più potenti perché è difficile accettare o giustificare il prezzo della democrazia, se la democrazia è questa.

Quale offesa ha mai fatto il Venezuela agli Stati Uniti e al mondo occidentale per meritare l’assedio di cui è vittima? Ha soltanto difeso il suo petrolio di cui è la quinta maggior esportatrice al mondo.

Ma questo evidentemente è un gravissimo peccato che la nostra politica, oltre che l’informazione, non riescono a perdonare se è vero che negli ultimi anni tre diversi governi degli Stati Uniti le hanno inventate tutte per sovvertire una situazione che ancora non riescono a giustificare.

Questo ostracismo è iniziato tanto tempo fa: chi è in buona fede ricorda le campagne spietate e le sanzioni inflitte alla terra di Bolivar subito dopo la comparsa di Chavez. In molti erano addirittura arrivati a dar la colpa di quello che stava accadendo alla fastidiosa presenza di un nuovo leader che era riuscito, in poco tempo, a compattare tutti i paesi produttori di petrolio e stava provando con l’ALBA (l’Alleanza bolivariana per le Americhe) a fare lo stesso esperimento in America Latina.

Come se questo tentativo di affrancarsi fosse una bestemmia inaccettabile, un retaggio coloniale.

Sono passati vent’anni dalla prima elezione di Chávez e sei anni dal suo funerale a cui erano presenti due milioni di persone e 33 tra capi di Stato e di Governo. Uno schiaffo morale a chi, già allora, lo presentava come un usurpatore e Maduro, che gli era succeduto, come un inetto. Certo, l’attuale Presidente venezuelano non ha la capacità politica che aveva il suo predecessore, ha sbagliato molto, ma nessuno, come hanno sostenuto Perez Esquivel e tanti altri intellettuali del continente, può chiamarlo “dittatore”, e oltre tutto è quasi impossibile governare con la CIA che ti soffia sul collo.

Come ha scritto lo stesso Perez Esquivel nel 2014: “Con la vittoria di Maduro, ha vinto il progetto bolivariano avviato da Chávez, perché la maggior parte dei venezuelani capisce che il paese è migliorato ed è più egualitario.” Grazie a questo processo il Venezuela, per la prima volta nella sua storia, era riuscito ad essere padrone delle proprie risorse petrolifere e a metterle al servizio del popolo, del continente e addirittura anche degli Stati Uniti quando, nel 2005, furono devastati dall’uragano Katrina. Durante l’ultimo ventennio, poi, il governo aveva aumentato la spesa sociale di oltre il 60.6% ed era il paese della regione con il più basso livello di diseguaglianza, ridotta del 54%, e di povertà, ridotta del 44%. Il Venezuela, prima di Chavez, era un vero e proprio paradosso: sopra una enorme pozza di petrolio, vivevano, anzi sopravvivevano miseramente la maggior parte delle persone che non avevano mai visto nella loro vita un medico, tre pasti al giorno e figuriamoci un libro per l’istruzione. Chavez aveva dato al suo popolo non solo una dignità, ma soprattutto la sopravvivenza. E’ per questo e solo per questo che Chavez prima e Maduro poi sono stati votati e vengono votati in massa, malgrado l’assedio degli Stati Uniti da una parte, e gli errori di Maduro dall’altra.

Insomma, quando si affrontano argomenti complessi sarebbe augurabile che chi esprime giudizi abbia una conoscenza seria di quello che accade in un paese martoriato come il Venezuela che avrebbe il diritto di scegliere da solo il proprio destino senza vederselo imporre da chi pensa che gli interessi della grande economia debbano sempre prevalere.

“Abbiamo avuto i rapporti con l’Argentina e la dittatura di Pinochet, in America Latina abbiamo avuto rapporti con i peggiori dittatori e nessun Parlamento italiano si è mai sognato di dichiarare l’illegittimità delle elezioni. (…) Non si può tirare la coperta della sovranità dei Paesi e del diritto internazionale solo perché gli Stati Uniti combattono una nota e ventennale guerra per il controllo del petrolio contro il Venezuela. E non mi sta bene” ha dichiarato il collega Alessandro Plateroti vice-direttore del Sole 24 ore.

E non sta bene neanche a me. Gli Stati Uniti non hanno sempre ragione, anche se ci hanno divertito per anni con il jazz e il rock’n’roll.

Notizia del: 14/02/2019

14 febbraio 2019 - "Più assurda del TAV è la rissa sui calcoli"

NoTav - fare il Tav è una scelta ideologica e non di convenienza, dopo trent'anni è un progetto superato ed arcaico


'Non fare il Tav significa non voler abbassare lo smog di Torino'. E' davvero così?

Secondo alcuni sostenitori dell'onda “Sì Tav per l'ambiente" gran parte dell'inquinamento del capoluogo piemontese arriva dal traffico stradale del Frejus. Abbiamo provato a raccogliere qualche elemento di verifica

15 febbraio, 2019

"Comunque oggi Torino è al 45esimo giorno di sforamento dei limiti di inquinamento dall'inizio del 2019 e noi ci opponiamo ad un opera che ha lo scopo di togliere i tir dalla strada? La Val di Susa è la principale valle che immette aria su Torino, che sorge al suo sbocco. Inoltre l'autostrada che conduce al Frejus, costeggia per metà la città."

Così dice uno degli innumerevoli post su Facebook dell'onda “Sì Tav per l'ambiente" apparsi in questi giorni. Abbiamo provato a raccogliere qualche elemento di verifica.

Secondo il dossier costi-benefici sulla Tav da poco pubblicato, in realtà è molto difficile sostenere quest’argomento. Premesso che “i flussi veicolari internazionali rappresentano una quota molto modesta del totale dei traffici a livello locale/regionale”, come recita il capitolo 4, i numeri parlano chiaro: “A fronte dei circa 5.000 veicoli giornalieri al traforo del Fréjus di cui poco più di 2.000 mezzi pesanti, sulla tangenziale di Torino transitano ogni giorno oltre 300mila veicoli di cui circa il 20% sono mezzi pesanti”. Sessanta volte in più. “Anche una
significativa riduzione dei flussi di lunga percorrenza – prosegue il documento - avrebbe dunque un impatto marginale sui livelli di inquinamento che peraltro sono destinati a ridursi ulteriormente in futuro grazie al naturale rinnovo del parco veicolare e nonostante l’aumento di traffico previsto”.

Il documento contiene anche i dati sulla qualità dell'aria, relativi alle stazioni di misurazione “più a ridosso del confine fra Italia e Francia lungo gli assi che conducono ai trafori del Fréjus e del Monte Bianco”, che si trova più a nord ma che secondo i favorevoli all'opera dovrebbe anch'esso beneficiare notevolmente della riduzione del traffico.

Sono state monitorate otto stazioni. Quattro in ambito urbano o suburbano di fondo, “ossia ubicate in posizione tale che il livello di inquinamento non sia influenzato prevalentemente da emissioni da specifiche fonti (industrie, traffico, riscaldamento residenziale, ecc.), ma dal contributo integrato di tutte le fonti poste sopravento alla stazione rispetto alle direzioni predominanti dei venti nel sito”. Altre quattro sono di tipo suburbano traffico ossia ubicate in posizione tale che il livello di inquinamento sia influenzato prevalentemente da emissioni da traffico. In sostanza si trovano a ridosso delle infrastrutture stradali che conducono ai due trafori alpini.

Aosta 
Chamonix 
Susa 
Saint-Jean de Maurienne 
Courmayeur - Entreves 
Chamonix Route Blanche 
Oulx 
Vallée de la Maurienne 


Ebbene per quanto riguarda il PM10 in tutte le stazioni prese in considerazione l’attuale media annua si attesta su valori significativamente inferiori al limite previsto dalla normativa vigente pari a 40 g/m3. Nel periodo che va dal 2007 al 2017 si è registra una significativa tendenza di riduzione della concentrazione che era pari in media a 23 g/m3 nel 2007 e si è attesta a 17 g/m3 nel 2017.

Com'è possibile dunque che l'aria di Torino sia inquinata anche a causa di un traffico veicolare che non supera la soglia massima di emissioni nocive neppure nei luoghi stessi in cui si concentra di più?

http://www.ecodallecitta.it/notizie/390723/non-fare-il-tav-significa-non-voler-abbassare-lo-smog-di-torino-e-davvero-cosi

Li-Fi - trasmissione dei dati attraverso led

Quando la luce incontra la tecnologia: Li-Fi, frontiera del futuro

Aerei, ospedali, strade e sottomarini: tutte le possibilità della nuova tecnologia che permette di trasmettere le informazioni con la luce

15 Febbraio 2019


Si chiama Li-fi, ovvero Light-fidelity, per assonanza con la wireless-fidelity del Wi-fi e permette di connettere al web un computer tramite una lampadina a LED. È quanto ipotizzato per la prima volta nel 2011 da Harald Haas, dell’Università di Edimburgo, poi sperimentato con successo alla Fudan University di Shanghai e quindi sviluppato negli ultimi anni da start-up e grandi brand.

La velocità? Fino a 220 Gbps per cento persone contemporaneamente connesse. Oltre alla velocità, pratica e teorica, i vantaggi del Li-fi sono legati alla disponibilità di frequenze libere (essendo lo spettro luce circa 10 mila volte più grande di quello radio) e al superamento di problemi come le interferenze, che limitano l’uso delle normali trasmissioni radio in aerei e ospedali. Il Li-fi si fa preferire anche per la disponibilità di punti di connettività: ovunque ci si trovi, ogni lampadina a LED può trasformarsi in un hotspot. E pazienza che un ostacolo e la conseguente interruzione del fascio luminoso facciano interrompere la comunicazione. A favore di questa tecnologia giocano, del resto, sia la sostenibilità economica, che quella ecologica: dal momento che non inquina, la Li-fi può essere definita una tecnologia green per la comunicazione device-to-device nell'Internet of Things (IoT).

Fra gli ambiti che potrebbero trarre vantaggio dalla Li-fi, c'è quello stradale: semafori e veicoli con fari a LED comunicheranno fra loro per prevenire gli incidenti stradali e gestire il traffico in maniera più intelligente. La facilità della trasmissione subacquea può inoltre aprire nuove strade anche alla navigazione. Non è un caso che la light fidelity stia avendo sviluppi sempre maggiori e che sia destinata a crescere nei prossimi anni a un tasso annuo del 55,4 per cento. Più veloce, più comoda, più green: il futuro sta già arrivando, alla velocità della luce.

Ricerca&Sviluppo - altro che buco in una montagna, i tempi nella vita sono importanti, dopo trent'anni basta


L'energia del futuro arriva dal sole. L'Università di Trento chiede il sostegno dei cittadini e lancia la campagna 5X1000

Si chiama “Solo Sole” il nuovo progetto green del Dipartimento di Fisica scelto dal Senato accademico per essere sostenuto con la campagna 5 per mille del 2019. Sempre nell'ambito della ricerca è arrivata un'ulteriore maxi donazione da un' imprenditore milanese Gino Del Bon. Servirà per alimentare un'altra ricerca del tutto nuova, dedicata a trovare una cura ad una malattia rara: la sindrome di Cornelia de Lange


Pubblicato il - 15 febbraio 2019 - 17:45

TRENTO. Non si ferma nemmeno un attimo il lavoro di ricerca dell'Università di Trento. Si chiama “Solo Sole” il nuovo progetto green del Dipartimento di Fisica scelto dal Senato accademico per essere sostenuto con la campagna 5 per mille del 2019.

Da ormai alcuni anni l'Università presenta il progetto che verrà sostenuto con i proventi raccolti con il 5 per mille dei cittadini. Fino ad ora i progetti erano stati sempre nel campo biomedico ma quest'anno, invece, si è scelto di puntare sul green.

Il progetto del Dipartimento di Fisica punta dritto al cuore dei tanti problemi economici, sociali e ambientali che affliggono il nostro Pianeta. E propone di risolverli con l’aiuto di un unico grande motore di cambiamento: l’energia. Non quella prodotta dai tradizionali combustibili, ma quella che viene dal solee che, con l’aiuto di tanta scienza e tecnologia e copiando un po’ dalla natura potremmo un giorno utilizzare per alimentare qualsiasi attività umana.

“Il Sole – ha spiegato il professore Paolo Tosi nel laboratorio al Dipartimento di Fisica - produce ogni giorno 10mila volte l’energia che ci serve sulla Terra per vivere, produrre e consumare, spostarci, riscaldarci, comunicare. Come fonte di energia è altamente democratica: è disponibile a tutti senza bisogno di essere distribuita. Ma è intermittente, quindi il suo utilizzo è limitato”.

Una soluzione innovativa potrebbe arrivare dall’osservazione della natura. Durante un temporale, il fulmine attraversa l’atmosfera e con la forza della sua scarica elettrica dissocia l’ossigeno e lo trasforma in ozono. Allo stesso modo, si può usare l’energia elettrica rinnovabile per produrre una scarica nell’anidride carbonica (CO₂) miscelata ad altri gas. Questa scarica dissocia la CO₂ e produce composti chimici e combustibili: gli stessi generati da fonti fossili. A differenza di questi, però, quelli prodotti riciclando CO₂ consentono di chiudere il ciclo del carbonio azzerando le nuove emissioni. Inoltre sono pronti per essere immagazzinati e distribuiti in modo efficiente e in grandi quantità. Questa idea, copiata dalla natura, permette di aggirare la produzione di idrogeno e convertire direttamente l’energia del sole (o di altre fonti rinnovabili come vento e acqua) in idrocarburi. Quindi, in energia per le nostre case e per le fabbriche, e in moltissimi beni di consumo.

Il primo passo per rendere economicamente più conveniente questo approccio è lavorare sul processo di dissociazione della CO₂ per renderlo ancora più efficiente. “Finora osservare il fenomeno di dissociazione durante l’esperimento in laboratorio è stato come guardare in una scatola nera. Impossibile misurare quanta CO₂ sia stata dissociata nella scarica”, spiega Paolo Tosi. “Ma grazie a una tecnica innovativa di spettroscopia laser di nostra invenzione le cose sono cambiate. Questa tecnica diagnostica si basa sull’uso di uno stato quantistico come sensore. Proprio come un 'agente sotto copertura', la molecola 'sensore' è sensibile all’ambiente circostante, ne capta tutte le informazioni utili. Osservando questa molecola, otteniamo informazioni indirette sul fenomeno di dissociazione che sta avvenendo all’interno. Lo possiamo misurare. È come se dell’evento girassimo un video a fotogrammi super ravvicinati, con altissima definizione”.


Le scoperte portate avanti dal gruppo guidato dal professor Tosi non sono però finite qui. “Siamo riusciti a lavorare sulla durata delle scariche elettriche - spiega - raggiungendo impulsi di durata molto breve, circa 10 miliardesimi di secondo. Sono scariche brevi, molto più efficienti perché potenti. Questo dimostra che la tecnologia funziona. È possibile e potrà essere presto molto conveniente trasformare l’energia del sole in idrocarburi attraverso la dissociazione della CO₂. Ora dobbiamo lavorare per ingegnerizzare questo processo affinché possa essere realizzabile anche fuori dai laboratori”.

La scommessa è dunque di portare questa tecnologia fuori dai laboratori per metterla a servizio del sistema economico e produttivo. Ovviamente questo processo non è semplice ed è per questo che è quanto mai fondamentale l'aiuto di tutti i cittadini che credono nella ricerca.

Sempre nell'ambito della ricerca l'Università di Trento ha annunciato oggi un'ulteriore maxi donazione da 336 mila euro, arrivata tramite l’imprenditore milanese Gino Del Bon. L’importo, già in parte erogato all’Ateneo, servirà per alimentare un'altra linea di ricerca del tutto nuova, dedicata invece a trovare una cura ad una malattia rara: la sindrome di Cornelia de Lange.


"Si tratta di una malattia dello sviluppo – chiarisce Alessandro Quattrone, direttore del Dipartimento Cibio – causata, nella metà dei casi, da mutazioni inattivante del gene NIPBL, i cui effetti si manifestano sotto forma di forte ritardo della crescita, anomalie fisiche, problemi cognitivi e difetti funzionali in diversi organi». La linea di ricerca su questa sindrome è già stata avviata e prevede il finanziamento per tre anni di due nuove posizioni di ricerca (una senior e una junior).

Energia pulita - l'unico neo che abbiamo regalato ai francesi la Edison

Voglia di vento per Edison, pronto il maxi-parco con F2i



La controllata di Edf torna all'utile dopo cinque anni e ora scommette 2 miliardi sull'Italia. Obiettivo, diventare leader nell'eolico portando la quota di energia rinnovabile al 40%

Chiamiamola recessione, o più semplicemente crisi. Ma non basterà a scoraggiare chi ha deciso da tempo di investire in Italia. Magari, come nel caso di Edison, la società dell’energia dal 2012 controllata dal gigante francese Edf. I vertici di Edison hanno deciso di puntare forte sullo Stivale, anche in vista della fine, quest’anno, del mercato tutelato, l’ultimo testimone dell’era dei monopoli. Gli investimenti messi in cantiere da Edison, che si avvarrà del sostegno del pirmo fondo infrastrutturale italiano, F2i, parte però da una premessa: conti in ordine, la solida base per ogni operazione industriale che si rispetti.

Il gruppo ha infatti chiuso il 2018 con il ritorno all’utile per la prima volta dal 2014. Il risultato netto di competenza dell’utility controllata dal colosso francese Edf è positivo per 54 milioni di euro contro la perdita di 176 milioni di euro nel 2017. L’ebit è aumentato a 199 milioni da 42 milioni dell’esercizio precedente, mentre l’Ebitda è sceso a 793 milioni (erano 803 milioni un anno fa). I ricavi si sono cresciuti a 9,16 miliardi di euro, in aumento del 4,3% rispetto al 2017. L’indebitamento finanziario netto a fine 2018 è di 416 milioni di euro rispetto ai 116 milioni di fine 2017, a seguito delle operazioni strategiche che riguardano principalmente le acquisizioni delle società Gas Natural Vendita Italia, Attiva e Zephyro, che hanno inciso per 409 milioni di euro incluso il debito. “A permettere il raggiungimento di questo risultato, che è frutto delle scelte strategiche degli ultimi anni, è stata la buona performance operativa di tutte le aree di business”, si legge in una nota della società. In particolare, “l’andamento della filiera elettrica e dell’E&P ha portato a un margine operativo lordo significativamente superiore alle attese. Sul risultato netto ha inciso in maniera particolarmente positiva il contenimento dell’impatto della volatilità legata all’attività di copertura su commodity e cambi”.

Su queste basi Edison ha pianificato una serie di investimenti in Italia con cui rafforzare la propria presenza e allargare il bacino clienti. La road map è stata tracciata proprio questa mattina dal ceo Marc Benayoun in un’intervista a Sole 24 Ore. “Il gruppo è pronto per la sfida più importante. Essere un leader nella trasformazione del mercato italiano dell’energia. I risultati dell’anno appena concluso, e il ritorno ai profitti, testimoniano la validità delle scelte strategiche degli ultimi anni. Questo sviluppo è stato possibile grazie a investimenti importanti che nel 2018 hanno superato gli 800 milioni. Vogliamo avere un ruolo di leadership nella transizione energetica italiana. Per farlo abbiamo in programma investimenti in Italia per il triennio 2019-2021 pari a 2 miliardi di euro”, ha fatto notare il manager.

“Il nostro percorso di sviluppo – continua – coinvolge tutti i settori in cui il gruppo Edison opera. Vogliamo rafforzare il nostro ruolo di operatore di riferimento su tutto il mercato nazionale di energia elettrica, gas e servizi energetici sia per le linee interne che per acquisizioni, come è stato con Gas Natural Vendita Italia In particolare, sui servizi energetici, abbiamo recentemente perfezionato l’acquisizione di Zephyro, che rappresenta una grande opportunità di sviluppo nel segmento della pubblica amministrazione”. Punta di diamante di questa strategia, la realizzazione di un maxi-parco eolico, insieme a F2i. “Puntiamo molto sulle rinnovabili, confermando il nostro ruolo nell’idroelettrico e valutando di fare un altro passo importante nell’eolico, insieme ai nostri partner F2I ed Edf Renewables, per diventare il primo operatore di energia eolica in Italia. L’obiettivo è portare la nostra produzione nel mondo delle rinnovabili dal 20 al 40% del totale”. D’altronde, nel caso non lo si fosse capito, Edison vanta “una capacità finanziaria molto alta in questo momento, con un debito che è sceso da oltre 1 miliardo a fine 2016 ai 416 milioni di fine 2018″.

Avere una visione paese, sviluppare le piccole e medio aziende, avere un Piano industriale è alla nostra portata la politica diventi servizio delle comunità


Feb 15, 2019

Trasformare l’energia. E farlo al Sud. La sfida di Getra, multinazionale “tascabile”

Abbiamo intervistato Ludovica Zigon, direttore commerciale e figlia di Marco Zigon, presidente di Getra

Getra è un’azienda particolare. Una delle cosiddette multinazionali tascabili che ha radici in Italia, ma si proietta sui mercati esteri. Con qualche specificità in più. Ha due stabilimenti nel meridione, in un territorio problematico sotto al profilo sociale come quello di Marcianise, fa il 70% del proprio fatturato all’estero e realizza sistemi per la trasmissione elettrica, settore quest’ultimo che vedrà uno sviluppo certo in un prossimo futuro visto l’incremento delle rinnovabili che necessiteranno di reti ad alta efficienza. Abbiamo parlato di questa realtà, e del suo rapporto con il territorio, con Ludovica Zigon, direttore commerciale e figlia di Marco Zigon, presidente di Getra.
Intervista a Ludovica Zigon, Sales Manager Getra


Ci descrive l’azienda e suoi numeri?

Getra è gruppo industriale manifatturiero basato in Italia che da circa 70 anni opera nel campo della trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica. Produce trasformatori elettrici di grande e media potenza, di distribuzione e sistemi di interconnessione delle reti di alta tensione. E’ composto da cinque aziende, dispone di due stabilimenti in Italia e 2 branch all’estero per presidiare i mercati di riferimento: oltre a quello domestico, Nord Europa e Gran Bretagna, Africa, Medio Oriente e America Latina. L’80% del fatturato è generato dall’export, una quota importante del volume d’affari viene investita in ricerca e sviluppo.


Qual è la funzione dei trasformatori nel sistema delle reti elettriche?

I trasformatori servono a interconnettere l’energia, comunque sia generata, ai gangli vitali delle reti elettriche. Assolvono cioè al compito di portare l’energia agli utenti finali consentendo di gestire i nodi della trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica in condizioni ottimali di risparmio energetico ed ai migliori rendimenti di efficienza, affidabilità, sicurezza e impatto ambientale.


Di recente avete fatto 30 milioni d’investimento. In che settori, come mai e su quale territorio?

L’investimento è stato portato a termine nel 2016 ed ha riguardato i nostri due stabilimenti, oggetto di un importante upgrade tecnologico e logistico. Più tecnologia e più spazi per meglio accompagnare l’internazionalizzazione del Gruppo ampliando la gamma di prodotto con i trasformatori di grandissima potenza, destinati alle grandi reti di trasmissione elettrica del Continente asiatico e di quello latino-americano. La Sala Prove dello stabilimento di Marcianise, cuore tecnologico del processo produttivo, è in grado oggi di effettuare il collaudo di trasformatori di grande e grandissima potenza fino a 3 milioni di volt: una struttura tecnologica unica in Italia e tra le prime in Europa. Dal suo canto lo stabilimento di Pignataro Maggiore è divenuto un presidio di automazione e robotizzazione di settore più importante in Italia e tra i più attrezzati al livello europeo.

Voi lavorate nel settore energetico a livello internazionale che è soggetto a una grande trasformazione dovuta alle rinnovabili. Cosa significa ciò per voi?

Il mondo di oggi è impegnato in una sfida senza precedenti: produrre energia per sostenere lo sviluppo economico globale, ma senza provocare conseguenze irreversibile all’ambiente. L’energia elettrica è anche la chiave per le prospettive di crescita economica nei Paesi industrializzati ed emergenti. A maggior ragione lo sarà a per la quota di popolazione mondiale che si affaccerà allo sviluppo nei prossimi decenni. Si calcola che oggi nel mondo ci sono ancora 1,5 miliardi di persone che vivono senza elettricità e circa 4 miliardi di persone – la metà degli abitanti del pianeta – vive in Paesi a economia non sviluppate o in ritardo di sviluppo. Sono i consumatori del futuro. Ma ad oggi circa l’80% della domanda di energia a livello mondiale è prodotta da combustibili fossili, valore che deve essere rapidamente ridotto. Ed è per questo che le reti elettriche dovranno assumere la struttura di un sistema dinamico e integrato, capace di produzioni di energie pulite e rinnovabile, affiancate da tecnologie di accumulo.
Sul fronte della formazione interna, vista la trasformazione degli scenari nei quali lavorate, come agite?

La formazione interna si sviluppa in varie direzioni indispensabili alla crescita di competenze e tecnologie della Getra. Su essa si riverbera la connessione strutturata con il sistema accademico. In tale ambito le attività sono principalmente rivolte alla partecipazione in progetti di ricerca nazionali e internazionali, al miglioramento dei nostri prodotti e dei nostri processi manifatturieri, lo sviluppo di software brevettati e, in particolare, l’innesto in azienda dei processi e dei requisiti tipici di Industria 4.0


Voi lavorate in Campania, un territorio socialmente problematico. Cosa significa?

Significa indubbiamente scontare un gap in termini di criticità ambientale che, tuttavia, non incide in maniera significativa sulle attività di un’azienda la quale si avvale di struttura internazionalizzata e il cui fatturato è per la quasi totalità derivante da mercati extra territoriali. Ma nella valutazione di cosa toglie e cosa offre il territorio, un fattore fondamentale risiede nelle risorse umane, che sono cruciali per una produzione ad alto contenuto tecnologico. “Territorio” in Campania significa tante cose. Vuol dire anche sette università, numerosi centri di ricerca, il know how sedimentato nella prestigiosa scuola di Ingegneria elettrica. Sono fattori di cui non potremmo mai avvalerci in altre aree a più competitivo costo del lavoro. Aggiungo anche che la nostra azienda, come del resto altre realtà di eccellenza campane, è impegnata da tempo a sostenere le iniziative più meritorie volte a divulgare la conoscenza del patrimonio enorme di valori artistici, culturali, architettonici di cui dispone la nostra terra. Ultimo, in ordine di tempo, il sostegno assicurato al progetto di recupero e rilancio dei Giardini storici di Piazza Carlo III antistanti la Reggia di Caserta.


La vostra attività interessa circa 700 addetti tra diretti e indiretti, ed è ad alta tecnologia. Ci descrive quali sono le competenze che cercate sul territorio e come le trovate?

Monitoriamo continuamente le candidature che pervengono alla opzione “Lavora con noi” del nostro sito, attenti a valutare e scegliere i profili con migliori skill. Naturalmente svolgiamo un’ampia attività di formazione con i nostri partner scientifici e accademici, per consolidare le competenze in azienda e adattarle ai nostri progetti.

Un’azienda come la nostra, che punta a fare dell’ottimo tecnologico il suo vero differenziale competitivo, ha bisogno di una un’interazione costante con la comunità scientifica di riferimento. Un duraturo rapporto di collaborazione con mondo accademico e centri di ricerca consente a Getra di proporre prodotti sempre più performanti dal punto di vista tecnologico. Possiamo dire anci che il nostro Gruppo svolge un ruolo di raccordo fra ricerca e applicazione industriale, con lo sguardo rivolto agli scenari futuri della trasformazione e della distribuzione dell’energia elettrica. Le collaborazioni ad oggi attive con Università, centri di competenza, enti di ricerca fanno dell’azienda un presidio industriale attento ai nuovi scenari di smart grid e smart city. Non a caso Getra dedica all’attività di ricerca il 20% della forza lavoro. Le risorse dedicate sono indirizzate soprattutto allo sviluppo e all’impiego di materiali e tecnologie innovativi per il risparmio energetico.


Avete una produzione ad alta tecnologia che va in massima parte all’estero. Cosa pensate che si dovrebbe migliorare sotto al profilo del sistema Paese, secondo voi?

Sotto questo profilo c’è tantissimo da fare, poiché il nostro Paese per anni non ha svolto un lavoro strutturato nell’ottica del sistema compatto nel promuovere le sue aziende e i prodotti del Made in Italy sui mercati emergenti. A parte le gradi aziende del sistema pubblico e privato, non si è fatto abbastanza per promuovere capacità, competenze, produzioni delle medie imprese, che sono il vero traino della seconda economia manifatturiera d’Europa. Gli imprenditori sono spesso lasciati soli nel lavoro di accreditamento e penetrazione all’estero e ciò si traduce in un grave handicap per chi intende sviluppare business su mercati lontani e difficili, dove il confronto con i concorrenti, che in partenza si avvalgono del vantaggio di costo del lavoro favorevole, si esprime quasi sempre in termini di competizione molto combattiva.

Per finire. Come immagina la sua azienda tra una decina d’anni?

In futuro le reti elettriche dovranno assumere la struttura di un sistema transnazionale o transcontinentale per localizzare le produzioni di energia rinnovabile nelle aree in cui il loro funzionamento è più continuo, più costante e quindi più efficace. Vedo la Getra integrata in questo scenario in cui diviene concreta la prospettiva della nascita dell’hub euromediterraneo dell’energia elettrica, per interconnettere il potenziale delle fonti di energia del Continente africano, la disponibilità di energia idroelettrica dell’area dei Balcani, la continuità di produzione dell’energia eolica delle piattaforme offshore del Mar del Nord.

Energia pulita - La tecnologia c'è manca il coraggio politico di fare scelte

Bio2energy, presentato a Firenze il progetto su rifiuti ed energia rinnovabile

15 Febbraio 2019
Dai rifiuti organici è possibile produrre energia rinnovabile: un perfetto esempio di economia circolare. Lo sostengono i ricercatori del progetto ‘Bio2energy’, realizzato dal dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Firenze, dal Pin di Prato e dal Cnr Iccom e finanziato dalla Regione Toscana con tre milioni. ‘Bio2energy’, coordinato da Sea Risorse (in collaborazione Alia e Cavalzani Inox), è stato presentato oggi a Firenze.

Un’idea che è partita da Viareggio ma che può essere estesa in tutta la Toscana: nel dettaglio si tratta di un modello per il trattamento dei rifiuti in grado di produrre biometano e bioidrogeno dalla sinergia tra materiale organico (proveniente dalla raccolta differenziata) e fanghi di depurazione (provenienti da impianti di depurazione dell’acqua), attraverso un processo che si definisce di codigestione anaerobica: in assenza di ossigeno si ottiene la degradazione del materiale organico e la produzione di biogas. I residui di questo processo, hanno spiegato i ricercatori, possono essere utilizzati come fertilizzanti naturali per l’agricoltura.

Tra i risultati di ‘Bio2energy’ la riduzione dei costi sia in termini economici che ambientali, l’inserimento del digestato sul mercato dei fertilizzanti quale fonte di nutriente, l’ottimizzazione del recupero energetico e efficientamento energetico dell’impianto di codigestione e depurazione.

Il vicepresidente della Regione Monica Barni ha sottolineato il valore di unire “ricerca pubblica con quella privata” con l’obiettivo di “rispondere a problematiche che sono fondamentali per la nostra società. ‘Bio2energy’ è stato il frutto di un accordo importante e complesso tra Regione, Mise e Miur”.

Soddisfatta l’assessore all’Ambiente della Regione Federica Fratoni secondo cui “il progetto costituisce una svolta non solo per le esigenze del mondo dei rifiuti ma anche per quelle dei gestori del servizio idrico integrato. ‘Bio2energy’ ha tanti aspetti di valore, la Regione con gioia ha offerto il proprio contributo”.

Secondo l’assessore all’Ambiente del Comune di Firenze Alessia Bettini “oggi diamo concretezza all’economia circolare”, il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro si è augurato che il progetto faccia “da esempio per tanti altri territori”.

Il prorettore alle relazioni internazionali dell’Università di Firenze Giorgia Giovannetti si è concentrata sul valore dell’economia circolare, “un modo diverso di pensare al mondo, un uso molto più efficiente delle risorse. E’ il futuro”.

venerdì 15 febbraio 2019

L'euroimbecillità è di sinistra è avanza la consapevolezza che l'Unione Europea è una trappola per chi lavora, ci si avvicina alla logica conclusioni, hanno spremuto come limoni

PROTESTE IN FRANCIA
15 febbraio 2019
No, dietro ai gilet gialli non ci sono i troll russi: soltanto il vuoto lasciato dalla sinistra

Non sono violenti facinorosi aizzati da Putin, ma la spia di un problema enorme, legato in via casuale al diesel, che arriverà anche in Italia. E la sinistra, come sempre succede negli ultimi anni, non c’è, perché ha dimenticato i lavoratori in nome dei cittadini

Alain JOCARD / AFP

Il notizione del giorno, a quanto pare, è questo: una ricerca “internazionale” ha dimostrato che la protesta dei gilet gialli, in Francia, è stata infiltrata e appoggiata dalla destra, a volte estrema, che nella Rete ha contribuito ad amplificare gli effetti mediatici della contestazione al presidente Macron. È il solito minestrone di troll locali, hacker russi, suprematisti bianchi americani e altri babau senza i quali, a quanto pare, non si riesce più a far nulla.

L’enfasi che – in questo caso come in tutti i casi analoghi, dal Russiagate in giù – viene data ai pasticci, ai post, ai twitti e ritwitti della Rete dimostra quanto l’informazione tradizionale sia incline a cercare la pagliuzza nell’occhio dell’altro (Internet, ovviamente) e trascurare la trave che alloggia nel proprio.

Se così non fosse avrebbe avuto uguale o maggior risalto la ricerca pubblicata dalla Bbc, che denuncia il lavorìo di troll per creare consenso intorno al summit di Varsavia convocato dagli Usa per emarginare l’Iran dalla comunità internazionale e forse per spianare la strada a qualche intervento più deciso delle sole sanzioni econmiche. Ma soprattutto dimostra per l’ennesima volta quanto sia grande, più in generale, la voglia di parlar d’altro, di girare intorno ai problemi affrontandone solo i cascami e non la sostanza. Come un pranzo di gala fatto di carotine e spinaci ma senza arrosto.

Quello che oggi ci vorrebbe, a proposito di gilet gialli, è una bella ricerca (anche non internazionale, va bene anche comunale, purché ben fatta) sulle ragioni della loro arrabbiatura. Che cerchi di capire per esempio perché tanti francesi “normali” scendano da mesi in piazza a sfasciare vetrine, farsi menare dalla polizia e prendersi proiettili di gomma, mentre la République riesce solo ad approvare leggi vagamente repressive per restringere i margini alle proteste. Si scoprirebbe, forse, che dietro il problema delle accise sui carburanti c’è una questione molto più importante, anzi decisiva. Per decenni la complicità dei sistemi politici con quelli industriali ha riempito le nostre strade di motori diesel che adesso l’Europa non vuole più perché inquinano.

Ottimo, saggio, era ora. Ma adesso chi paga per la ristrutturazione del parco motori? Chi finanzia l’avvento delle energie pulite? I gilet gialli stanno dicendo a Macron che non vogliono essere loro, con quei vecchi diesel puzzolenti da pendolari delle periferie o con i quei camion da padroncini, ad aprire il portafoglio. Ci pensassero gli amici del Presidente, con le loro auto di lusso e le ibride delle mogli. È una questione enorme, che prima o poi arriverà anche in Italia. Già adesso, se uno visita una concessionaria, si accorge che c’è l’ansia di liberarsi dei diesel. Ma tutto ciò che sentiamo dire è che i gilet gialli sono brutti, sporchi e cattivi. E infiltrati dalla destra e dai russi, cioè lo stigma oggi distribuito a tutti coloro che non fanno parte della buona società. Ai parvenu.

E qui ci avviciniamo al punto politicamente interessante. La sinistra non dovrebbe essere presente in forze là dove si discute e si combatte un riassetto economico e sociale che cambierà il volto dei nostri Paesi, dei modi di produrre e di consumare per chissà quanto tempo a venire? Certo che sì. E invece non c’è. Latita. È assente. E se c’è stigmatizza, cerca il pelo nell’uovo, distingue.

E questo perché da decenni ha gettato le bandiere nella polvere e ha abbandonato al “nemico” (a qualunque nemico) la gestione dei temi che una volta erano il suo pezzo forte. Da decenni non si parla più di lavoratori ma di cittadini, di diritti e non di salari, si va in piazza per i migranti (bene) e non per i morti sul lavoro (malissimo), si protesta per la democrazia nella Repubblica di Kakania e non per il crollo del welfare, si difende la Ue ma non le pensioni.

Prendiamo la Francia: l’atto di governo più eclatante del socialista (socialista!) François Hollande fu l’approvazione dei matrimoni gay. Grande e legittima conquista per la piccola minoranza interessata, decisione del tutto ininfluente per i tanti che stentano ad arrivare a fine mese con lo stipendio o la pensione.

Succede anche in Italia. Non è un caso se, nel travagliato dibattito che scuote il Pd, il più deciso a far casino (seppure a modo suo) sui temi del lavoro sembra Carlo Calenda, un dirigente d’azienda che (beato lui) ha curato le relazioni con i clienti per la Ferrari, ha diretto il marketing per Sky ed è stato l’assistente del presidente di Confindustria, nel caso specifico Luca Cordero di Montezemolo.

La sinistra se ne va ma pretende che nessuno venga al suo posto. Purtroppo il vuoto in natura non esiste. E se dei gilet gialli non vi interessate voi, se ne interesserà qualcun altro. Magari appunto la destra che vi fa paura. O i “populisti” che guardate con tanta di quella puzza sotto il naso da perdere anche gli altri quattro sensi.

La valorizzazione dell’immigrazione si realizza se l’economia va bene, se così non è potrebbe peggiorarla



Gotti Tedeschi: “Il pensiero politicamente corretto è un inganno”

15 febbraio 2019


La crisi economica e quella della fede, la stima per Benedetto XVI, le banche e l’attualità: Ettore Gotti Tedeschi ha scelto Telelibertà per presentare il suo nuovo libro in uscita a breve e nell’intervista andata in onda nella serata di giovedì 14 febbraio, ha espresso la propria opinione su diversi argomenti. “Colloqui minimi. L’arte maieutica della polemica” è il titolo del saggio in cui l’illustre piacentino, presidente dello Ior (Istituto opere di religione dal 2009 al 2012) intervista oltre 200 personaggi a partire da San Michele Arcangelo per arrivare al filosofo contemporaneo David Oderberg, passando per Aristotele, Maometto e Mussolini. Ci sono dialoghi con filosofi, economisti, papi, politici e scrittori. I piacentini “intervistati” sono l’economista Melchiorre Gioia e il cardinale Giulio Alberoni.
“Papa Benedetto XVI concludeva l’enciclica Caritas in veritate con un messaggio: le cose non funzionano non sono gli strumenti che vanno cambiati ma il cuore dell’uomo che li usa – ha spiegato Gotti Tedeschi – Oggi parliamo sempre di effetti: povertà, immigrazione, ambiente, lui invece partiva dalle cause”. A proposito della turbolenta presidenza dello Ior: “Sono stato cacciato con infamia e persino perseguitato. Il papa decise dopo poco la mia riabilitazione ufficiale, ma non fu obbedito, “as usual”. Fino a quando Benedetto è in vita, per rispetto, non parlerò di quanto accaduto”. L’economista ha sempre indicato nel crollo delle nascite e conseguente invecchiamento della popolazione un freno alla crescita del Pil. Gli immigrati di cui si discute tanto possono contribuire alla crescita? “Solo a lungo termine e se si risolvono prima una serie di problemi. La valorizzazione dell’immigrazione si realizza se l’economia va bene, se così non è potrebbe peggiorarla”. Da tempo Gotti Tedeschi parla della crisi della fede, Libertà di recente si è occupata della parrocchia di Borgotrebbia affollata anche da tanti giovani. “Don Pietro Cesena, dà loro ciò di cui hanno bisogno: il senso della vita Suggerisco a tanti sacerdoti di andare da lui per capire cosa è bene fare per evangelizzare”. L’economista piacentino sta già pensando al prossimo libro dedicato al valore del pensiero politicamente scorretto contrapposto a quello politicamente corretto.