Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 15 febbraio 2019

L'euroimbecillità è di sinistra è avanza la consapevolezza che l'Unione Europea è una trappola per chi lavora, ci si avvicina alla logica conclusioni, hanno spremuto come limoni

PROTESTE IN FRANCIA
15 febbraio 2019
No, dietro ai gilet gialli non ci sono i troll russi: soltanto il vuoto lasciato dalla sinistra

Non sono violenti facinorosi aizzati da Putin, ma la spia di un problema enorme, legato in via casuale al diesel, che arriverà anche in Italia. E la sinistra, come sempre succede negli ultimi anni, non c’è, perché ha dimenticato i lavoratori in nome dei cittadini

Alain JOCARD / AFP

Il notizione del giorno, a quanto pare, è questo: una ricerca “internazionale” ha dimostrato che la protesta dei gilet gialli, in Francia, è stata infiltrata e appoggiata dalla destra, a volte estrema, che nella Rete ha contribuito ad amplificare gli effetti mediatici della contestazione al presidente Macron. È il solito minestrone di troll locali, hacker russi, suprematisti bianchi americani e altri babau senza i quali, a quanto pare, non si riesce più a far nulla.

L’enfasi che – in questo caso come in tutti i casi analoghi, dal Russiagate in giù – viene data ai pasticci, ai post, ai twitti e ritwitti della Rete dimostra quanto l’informazione tradizionale sia incline a cercare la pagliuzza nell’occhio dell’altro (Internet, ovviamente) e trascurare la trave che alloggia nel proprio.

Se così non fosse avrebbe avuto uguale o maggior risalto la ricerca pubblicata dalla Bbc, che denuncia il lavorìo di troll per creare consenso intorno al summit di Varsavia convocato dagli Usa per emarginare l’Iran dalla comunità internazionale e forse per spianare la strada a qualche intervento più deciso delle sole sanzioni econmiche. Ma soprattutto dimostra per l’ennesima volta quanto sia grande, più in generale, la voglia di parlar d’altro, di girare intorno ai problemi affrontandone solo i cascami e non la sostanza. Come un pranzo di gala fatto di carotine e spinaci ma senza arrosto.

Quello che oggi ci vorrebbe, a proposito di gilet gialli, è una bella ricerca (anche non internazionale, va bene anche comunale, purché ben fatta) sulle ragioni della loro arrabbiatura. Che cerchi di capire per esempio perché tanti francesi “normali” scendano da mesi in piazza a sfasciare vetrine, farsi menare dalla polizia e prendersi proiettili di gomma, mentre la République riesce solo ad approvare leggi vagamente repressive per restringere i margini alle proteste. Si scoprirebbe, forse, che dietro il problema delle accise sui carburanti c’è una questione molto più importante, anzi decisiva. Per decenni la complicità dei sistemi politici con quelli industriali ha riempito le nostre strade di motori diesel che adesso l’Europa non vuole più perché inquinano.

Ottimo, saggio, era ora. Ma adesso chi paga per la ristrutturazione del parco motori? Chi finanzia l’avvento delle energie pulite? I gilet gialli stanno dicendo a Macron che non vogliono essere loro, con quei vecchi diesel puzzolenti da pendolari delle periferie o con i quei camion da padroncini, ad aprire il portafoglio. Ci pensassero gli amici del Presidente, con le loro auto di lusso e le ibride delle mogli. È una questione enorme, che prima o poi arriverà anche in Italia. Già adesso, se uno visita una concessionaria, si accorge che c’è l’ansia di liberarsi dei diesel. Ma tutto ciò che sentiamo dire è che i gilet gialli sono brutti, sporchi e cattivi. E infiltrati dalla destra e dai russi, cioè lo stigma oggi distribuito a tutti coloro che non fanno parte della buona società. Ai parvenu.

E qui ci avviciniamo al punto politicamente interessante. La sinistra non dovrebbe essere presente in forze là dove si discute e si combatte un riassetto economico e sociale che cambierà il volto dei nostri Paesi, dei modi di produrre e di consumare per chissà quanto tempo a venire? Certo che sì. E invece non c’è. Latita. È assente. E se c’è stigmatizza, cerca il pelo nell’uovo, distingue.

E questo perché da decenni ha gettato le bandiere nella polvere e ha abbandonato al “nemico” (a qualunque nemico) la gestione dei temi che una volta erano il suo pezzo forte. Da decenni non si parla più di lavoratori ma di cittadini, di diritti e non di salari, si va in piazza per i migranti (bene) e non per i morti sul lavoro (malissimo), si protesta per la democrazia nella Repubblica di Kakania e non per il crollo del welfare, si difende la Ue ma non le pensioni.

Prendiamo la Francia: l’atto di governo più eclatante del socialista (socialista!) François Hollande fu l’approvazione dei matrimoni gay. Grande e legittima conquista per la piccola minoranza interessata, decisione del tutto ininfluente per i tanti che stentano ad arrivare a fine mese con lo stipendio o la pensione.

Succede anche in Italia. Non è un caso se, nel travagliato dibattito che scuote il Pd, il più deciso a far casino (seppure a modo suo) sui temi del lavoro sembra Carlo Calenda, un dirigente d’azienda che (beato lui) ha curato le relazioni con i clienti per la Ferrari, ha diretto il marketing per Sky ed è stato l’assistente del presidente di Confindustria, nel caso specifico Luca Cordero di Montezemolo.

La sinistra se ne va ma pretende che nessuno venga al suo posto. Purtroppo il vuoto in natura non esiste. E se dei gilet gialli non vi interessate voi, se ne interesserà qualcun altro. Magari appunto la destra che vi fa paura. O i “populisti” che guardate con tanta di quella puzza sotto il naso da perdere anche gli altri quattro sensi.

La valorizzazione dell’immigrazione si realizza se l’economia va bene, se così non è potrebbe peggiorarla



Gotti Tedeschi: “Il pensiero politicamente corretto è un inganno”

15 febbraio 2019


La crisi economica e quella della fede, la stima per Benedetto XVI, le banche e l’attualità: Ettore Gotti Tedeschi ha scelto Telelibertà per presentare il suo nuovo libro in uscita a breve e nell’intervista andata in onda nella serata di giovedì 14 febbraio, ha espresso la propria opinione su diversi argomenti. “Colloqui minimi. L’arte maieutica della polemica” è il titolo del saggio in cui l’illustre piacentino, presidente dello Ior (Istituto opere di religione dal 2009 al 2012) intervista oltre 200 personaggi a partire da San Michele Arcangelo per arrivare al filosofo contemporaneo David Oderberg, passando per Aristotele, Maometto e Mussolini. Ci sono dialoghi con filosofi, economisti, papi, politici e scrittori. I piacentini “intervistati” sono l’economista Melchiorre Gioia e il cardinale Giulio Alberoni.
“Papa Benedetto XVI concludeva l’enciclica Caritas in veritate con un messaggio: le cose non funzionano non sono gli strumenti che vanno cambiati ma il cuore dell’uomo che li usa – ha spiegato Gotti Tedeschi – Oggi parliamo sempre di effetti: povertà, immigrazione, ambiente, lui invece partiva dalle cause”. A proposito della turbolenta presidenza dello Ior: “Sono stato cacciato con infamia e persino perseguitato. Il papa decise dopo poco la mia riabilitazione ufficiale, ma non fu obbedito, “as usual”. Fino a quando Benedetto è in vita, per rispetto, non parlerò di quanto accaduto”. L’economista ha sempre indicato nel crollo delle nascite e conseguente invecchiamento della popolazione un freno alla crescita del Pil. Gli immigrati di cui si discute tanto possono contribuire alla crescita? “Solo a lungo termine e se si risolvono prima una serie di problemi. La valorizzazione dell’immigrazione si realizza se l’economia va bene, se così non è potrebbe peggiorarla”. Da tempo Gotti Tedeschi parla della crisi della fede, Libertà di recente si è occupata della parrocchia di Borgotrebbia affollata anche da tanti giovani. “Don Pietro Cesena, dà loro ciò di cui hanno bisogno: il senso della vita Suggerisco a tanti sacerdoti di andare da lui per capire cosa è bene fare per evangelizzare”. L’economista piacentino sta già pensando al prossimo libro dedicato al valore del pensiero politicamente scorretto contrapposto a quello politicamente corretto.

Alberto Negri - in Polonia tutti insieme ai sionisti per preparare la guerra

Un altro giorno da pecora: tutti contro l’Iran a Varsavia, anche Moavero


di Alberto Negri 

Il ministro degli Esteri Moavero ha partecipato al vertice di Varsavia, disertato dai ministri di Francia e Germania, contro l’Iran, definito la “principale minaccia del Medio Oriente”.

In accordo ovviamente con Israele e i sauditi del principe assassino Mohammed bin Salman. Questa è la politica di un governo che si dice sovranista ma è fatto da pecoroni accompagnati da un'opposizione.altrettanto belante.

Notizia del: 14/02/2019

Guerra - Le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche insieme ai servi sciocchi euroimbecilii e alla sharia araba preparano sangue e distruzioni del popolo persiano


BIBI A VARSAVIA – Per la “guerra all’Iran”, twitta

Immagine Maurizio Blondet 14 Febbraio 2019 

Bibi Netanyahu ha prima scritto, poi cancellato in fretta, un twitter

PM di Israele
@IsraeliPM
• 12 ore
Rispondendo a @IsraeliPM
Da qui andrò ad un incontro con 60 ministri degli esteri e inviati di paesi di tutto il mondo contro l’Iran.
PM di Israele
@IsraeliPM
Ciò che è importante in questo incontro – e non è in segreto, perché ce ne sono molti – è che questo è un incontro aperto con i rappresentanti dei principali paesi arabi, che stanno sedendo insieme a Israele per far avanzare l’interesse comune: la guerra all’Iran.
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8:08 PM – 13 febbraio 2019

L’incontro da lui annunciato è quello che Mike Pompeo e la lobby ebraica americana al potere (segnalata anche dalla ricomparsa di Elliott Abrams) hanno imposto si tenga a Varsavia, come prezzo della “protezione” militare USA contro il pericolo russo. Così adesso sappiamo per certo quello che tutti avevano già capito: l’’incontro di Varsavia, con 60 ministro degli esteri e delegati “di tutto il mondo” consiste nella formazione dell’alleanza per incenerire l’Iran, e vi partecipano i re, reucci ed emiri sunniti.
Ma non bisogna dimenticare la Francia di Macron: che anzi è già in guerra. I suoi caccia partecipano, fra Siria e Irak, alle operazioni delle “forze democratiche siriane” che con la scusa di debellare “l’ultimo bastione di Daesh” che si trova proprio sulla frontiera tra Siria e Irak, vogliono formare una base militare permanente ravvicinata per l’attacco a Teheran. Aerei francesi portano armi e munizioni ai “liberatori”.

Macron è già in guerra

Che Macron sia al soldo dei Sauditi può non essere universalmente noto. Ancor meno noto che il principale lobbista dell’Arabia Saudita a Parigi, ma soprattutto a Bruxelles, è il Gruppo Publicis, la multinazionale francese da 9 miliardi di fatturato diretta da Maurice Lévy (j) e di cui la principale azionista è Elisabeth Badinter (j). La ditta agisce da lobby saudita, in ossequio alla nuova alleanza del criminale Bin Salman con Sion per distruggere Teheran, attraverso la sua filiale delle pubbliche relazioni MSL (di cui è stata appena nominata direttrice Diana Littman, j), a Bruxelles; ha un altra ditta del genere, Qorvis, che agisce a Washington.
MSL organizza a Bruxelles, per i sauditi, incontri con i decisori e i parlamentari europei, insomma con l’oligarchia UE- ai quali l’Arabia Saudita viene presentata come l’ultimo bastione contro il terrorismo la sua guerra di sterminio in Yemen come un intervento umanitario, per cui si devono opporre – con successo – a tutti i tentativi europei di vendere ai sauditi armamenti: cosa in cui si sono illustrate Michele Alliot-Marie e Rachida Dati (j), due importanti esponenti dell’ala saudo-israeliana nella UE. La MSL è stata accusata dal Corporate Europe Observatory di violare gli obblighi di trasparenza nelle sue attività di lobby nella capitale della UE. Mica si è padroni del discorso per niente.
I soldati francesi stanno già cominciando a pagare il prezzo di questo servaggio a Bibi: il 12 febbraio, a Rakka, una potente esplosione ha distrutto il quartiere generale dello spionaggio militare francese, uccidendo un numero imprecisato di commandos di Macron. Nessuno ha dato la notizia, tranne il benemerito Palestina Felix:




E’ ovvio che in quella zona sta succedendo “qualcosa”che Mosca preferisce non riferire, visto che Sputnik non ne ha parlato. Qualcosa che spiega che, mentre l’esplosione colpiva la centrale francese a Rakka, ben 30 veicoli militari USA sono scappati, di notte, da Tabka, portando soldati americani verso Rakka; le truppe delle Forze Democratiche Siriane (i curdi che “combattono Daesh sotto la guida USA”) hanno liberato la strada da ogni altro veicolo per consentire ai soldati USA quella che appare una fuga. Cosa li abbia spaventati non si sa. Magari la guerra all’Iran, sul terreno, non è così facile come sembra a Varsavia.
Per tornare a Varsavia: la stampa britannica ha annunciato che gli Stati Uniti hanno offerto di aumentare le truppe americane da insediare a”Fort Trump” , ad una condizione: che il governo polacco tagli i legami con Huawei (aveva già firmato i contratti per la rete 5G), si ritiri dal “16+1” che è una organizzazione con cui la Cina sta rafforzando la sua influenza d’affari sui paesi est-europei. E tagliare soprattutto i rapporti con l’Iran. Dopo che Washington ha stracciato l’accordo sul nucleare iraniano, la Polonia ha fatto del suo meglio per preservare le relazioni con l’Iran; il vice capo del ministero degli Esteri polacco che si è recato a Teheran il mese scorso per prevenire un conflitto aperto. Ora gli Stati Uniti stanno energicamente premendo perché anche Varsavia, in cambio della protezione anti-russa, entro nella “guerra all’Iran” decretata da Bibi.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha visitato anche Budapest, lunedì, come parte del suo tour a più tappe in Polonia , Ungheria e Slovacchia, per rafforzare i rapporti con questi paesi aumentando la presenza militare degli Stati Uniti, per garantire che la crescente influenza cinese, iraniana e russa venga “contrastata”.

Sono tutti preparativi della “guerra all’Iran” di Bibi.

Fa parte dei preparativi anche la eccezionale proposta dello European Jewish Congress per “finirla una volta per tutte con l’antisemitismo”: ogni paese europeo deve lanciare un programma “che si estenda per generazioni”, e correggere tutti i settori dove l’antisemitismo si annida: gli studi universitari di storia, antica, di storia medievale, di storia moderna; gli studi biblici; i corsi di filosofia, di etica; la psicologia; la sociologia – e il controllo delle espressioni antisemite sul web. Adeguare il codice penle per rendere un delitto ogni espressione di antisemitismo, quale è definitra da loro.
Per questo scopo, detta lo European Jewish Congress, “ogni paese deve dedicare lo 0,02 % del suo prodotto interno lordo a combattere l’antisemitismo”

Leggere per credere:


Armin Lange, Ariel Muzicant, Dina Porat,
Lawrence H. Schiffman, Mark Weitzman
an end to antisemitism!
a catalogue of policies to combat ANtisemitism
Based on the contributions of participants to the
international conference “An End to Antisemitism!”, Vienna, February 2018,
organized by the European Jewish Congress, New York University,

https://www.maurizioblondet.it/bibi-a-varsavia-per-la-guerra-alliran-twitta/

La finanza strumento delle comunità

MODENA 15 FEBBRAIO

Maurizio Blondet 14 Febbraio 2019 


ADDOMESTICARE (DOMESTICATION)

Cominciamo ad imparare un nuovo termine …..
Non si tratta di rinchiudersi negli angusti confini nazionali ma di porsi attivamente nel contesto internazionale con scelte e strumenti di politica economica e industriale decisi da Governi legittimi a beneficio delle imprese e della comunità nazionale, e non imposti dai mercati a beneficio del settore finanziario.

Tratterà questo tema Alberto Micalizzi insieme a Giovanni Zibordi, in modo tecnico ma alla portata anche dei non-esperti, in occasione del prossimo convegno a Modena, questo Venerdì sera, alle 21,00, presso il Circolo La Terra dei Padri.

I due relatori presenteranno dati empirici macro-economici e finanziari e indicheranno scelte di debito pubblico, di risparmio privato, di mercato del credito, di sistema bancario, di politica monetaria e industriale che sono possibili e necessarie per uscire dalla grande menzogna della crisi economica e dell’austerità.

Vi aspettiamo a Modena!

Banca Etruria - di notte come ladri in pochi minuti hanno rapinato i risparmiatori. La mano dello zombi Renzi, Consob e Banca d'Italia che non sapevano, la catena di comando delle banche che coscientemente rubava la fiducia ai clienti, gli euroimbecilli a Bruxelles silenti

"La ferita Etruria sanguina ancora: la fine della banca fu un tragico errore. E' ora di chiedere scusa"

Le parole di Fabio Faltoni, sindacalista Fabi 

Redazione
14 febbraio 2019 12:57

"Con molti lavoratori a giudizio per la vendita delle obbligazioni subordinate e con i processi in corso agli ex vertici della banca, anche dopo l’uscita dei libri dell’ex ministro Padoan e del Governatore della Banca d’Italia Visco, fa ancora specie vedere il rimpallo delle responsabilità fra le varie istituzioni all’epoca coinvolte (Governo, Consob, Banca d’Italia, Autorità europee) per la risoluzione - nel novembre 2015 - di BancaEtruria, Banca Marche, CRChieti e CrFerrara. Un rimpallo che notammo sconcertati anche durante i lavori della Commissione Parlamentare sulle banche della scorsa legislatura, in attesa della nuova Commissione già annunciata". Attacca così Fabio Faltoni, dipendente bancario Ubi ex Etruria e sindacalista Fabi.

Un decreto - possiamo dire un unicum normativo? - che, come sappiamo bene, venne approvato in pochi minuti una domenica sera e che produsse, pur non coinvolgendo grosse banche, gravissimi effetti in tutto il settore bancario e anche nel Paese, senza parlare dei danni agli obbligazionisti e azionisti (più di sessantamila nell’Etruria), ai lavoratori, ai territori di riferimento e ai clienti.

A proposito dei territori, a distanza di tre anni e mezzo possiamo benissimo parlare di una ferita che ancora sanguina, nonostante l’impegno e le note capacità dei dipendenti oggi del Gruppo UBI, dipendenti che – oggi, ieri e domani – ci mettono tutti i giorni la faccia e la propria dignità.

Il rimpallo delle responsabilità fra i rappresentanti dei vertici istituzionali coinvolti, fa pensare che più o meno tutti abbiano capito che le modalità e i tempi scelti per far uscire la banca di Arezzo dalla crisi sono stati tragicamente sbagliati. E allora, anche se non pretendiamo che venga seguito il rito pubblico a favore di telecamere “alla giapponese”, non sarebbe male se tutti i “portatori di interesse” della vecchia BancaEtruria, dai clienti ai dipendenti ai territori - ricevessero pubbliche e ufficiali scuse.

A grande potere, e stipendio, deve corrispondere grande responsabilità, nella buona come nella cattiva sorte.

Restiamo in fiduciosa attesa. “


giovedì 14 febbraio 2019

Bolsonaro - Sergio Moro l'accusatore diventato ministro - Deforestazione in Amazzonia

AMAZZONIA, INDIOS E AMBIENTE SOTTO ATTACCO NEL BRASILE DI BOLSONARO

Il 15 febbraio 2019 alle 17.30 nella sala della Municipalità di Marghera-Venezia si terrà un evento dal Titolo "Demarcação jà: Amazzonia, Indios e Ambiente sotto attacco nel Brasile di Bolsonaro" che segna anche la ripresa delle attività culturali dei Verdi Veneziani, su un tema da sempre all'attenzione del movimento ambientalista e delle ONG internazionali.


da La Redazione13 Febbraio 

Il 15 febbraio 2019 alle 17.30 nella sala della Municipalità di Marghera-Venezia si terrà un evento dal Titolo“Demarcação jà: Amazzonia, Indios e Ambiente sotto attacco nel Brasile di Bolsonaro” che segna anche la ripresa delle attività culturali dei Verdi Veneziani, su un tema da sempre all’attenzione del movimento ambientalista e delle ONG internazionali.

Partecipano Francesca Casella direttrice della sede italiana del movimento mondiale per i popoli indigeni Survival International, Lucia Capuzzi giornalista della redazione esteri del quotidiano Avvenire, Paolo Perlasca del WWFVenezia e Territorio e Don Gianni Fazzini della Pastorale degli Stili di Vita del Patriarcato di Venezia, che ci aggiornerà anche su quello che sta avvenendo in preparazione del Sinodo straordinario sull’Amazzonia di fine 2019 voluto, con grande lungimiranza da Papa Francesco.

Si confronteranno varie esperienze per spiegare cosa sta succedendo in Brasile al polmone del mondo, la foresta tropicale pluviale e ai suoi abitanti originari, i popoli nativi che li abitano da millenni. Ma che sembrano costituire un problema per molte categorie economiche che si stanno espandendo in Amazzonia in modo legale e il più delle volte in modo illegale, anche adesso nel 2019. E del nuovo governo Brasiliano che li appoggia completamente. Bolsonaro in campagna elettorale aveva dichiarato “Neanche un cm più di terra assegnata agli indios….” per favorire lo sfruttamento privato di quelle terre.

Il governo Bolsonaro vuole mettere una pietra tombale non solo sulla tutela integrale della foresta Amazzonica, indebolendo il Ministero dell’Ambiente e tentando di mettere sotto controllo dei militari gli organismi che sono deputati a sostenere la conservazione della biodiversità animale e botanica di queste aree straordinarie. Cosa ancora più importante ha messo il FUNAI, il Dipartimento brasiliano agli Affari Indigeni, nelle mani del Ministro dell’Agricoltura che è per l’80 l’attività principale causa della deforestazione in Amazzonia (grandi latifondi coltivati a soia e immensi allevamenti di bovini per produzione di carne anche da esportazione). Ministro dell’Agricoltura che è diretta espressione della “bancada ruralista”, cioè anche delle aziende agricole che in Amazzonia chiedono di espandersi radendo al suolo la foresta pluviale.

Compito principale del FUNAI era mappare, demarcare e proteggere le terre indigene abitate da popoli nativi sopravvissuti alla colonizzazione del Brasile più profondo, soprattutto in Amazzonia. Fenomeno che è avvenuto in ritardo ma con circostanze che ricordano la sorte dei Nativi Americani di Toro Seduto e Cavallo Pazzo nella frontiera del West USA. Purtroppo questo compito è stato del tutto depotenziato con la misura n° 870/2019 del 1 gennaio 2019, il primo atto governativo , e non è una casualità, con cui l’appena insediato Presidente del Brasile Jair Bolsonaro sta tentando di demolire una legislazione ambientale e culturale faticosamente costruita dopo 30 anni dalla fine della Dittatura e che ha garantito un minimo di legalità per proteggere l’Amazzonia, a partire dalle storiche battaglie di Chico Mendes – assassinato nel 1988 da un fazendeiros – e dei seringueros e degli altri popoli che vivono della foresta.

Il problema riguarda quindi i Diritti sacrosanti dei popoli nativi, sanciti da 2 articoli della Nuova Costituzione Brasiliana del 1988, e anche la sopravvivenza e l’integrità della Foresta Pluviale brasiliana, e quindi tutti noi. Perchè tutti i Rapporti Scientifici dell’IPCC ribaditi tra mille difficoltà anche all’ultima COP 24 in Polonia concordano in modo unanime che la Foreste Tropicali possono ridurre fino al 25% l’aumento di CO2 in atmosfera e i cambiamenti climatici sul Pianeta Terra. E fatalità le aree meglio protette in Amazzonia sono quelle dove ci sono gli indios che vivono dei prodotti della Foresta e ne hanno garantito la conservazione in modo sostenibile fino ai giorni nostri. Nel manifesto l’immagine mostra nella regione del Mato Grosso a sinistra una zona non demarcata ma coltivata e quasi desertificata, a destra un’area forestale demarcata dal FUNAI e dove vive il popolo Mebengokre / Kayapó.

Latte sardo - e il fanfulla Salvini ne ha fatta un'altra

POLITICA
14/02/2019 14:53 CET | Aggiornato 5 ore fa

M5s contro Salvini: "Prende in giro i pastori, specula sulla loro pelle"

Il vicepremier leghista convoca Coldiretti e gli industriali: "Non mi alzo se il prezzo del latte non sala a un euro". Per il candidato presidente M5s Desogus: "Gioca col fuoco"


HUFFPOST ITALIA

Il latte entra al Viminale e i 5Stelle non ci stanno: "Matteo Salvini vuole mettere il cappello anche sulla protesta dei poveri pastori speculando sulla loro pelle". Luciano Cadeddu, il deputato grillino che nei giorni scorsi si è occupato dell'arrivo in Sardegna del premier Conte e dei ministri Lezzi e Centinaio che hanno incontrato i pastori, adesso ha perso la pazienza: "Non amo apparire, sono un pastore anch'io ma non posso stare zitto di fronte a questa entrata a gamba tesa di Salvini".

Il ministro dell'Interno incontra nel suo dicastero i rappresentanti di Coldiretti, dopo aver partecipato a un loro evento a Roma, una delegazione di pastori e gli industriali. Garantisce che sarà trovata una soluzione per mettere fine alla protesta, che ancora oggi va avanti di fronte ai caseifici dell'isola. Tra cui quello di Thiesi, il cui titolare Pinna solo ieri sera ha proposto un aumento del latte di cinque centesimi: "Ridicoli", gli urlano i pastori.

Sta di fatto che le parole del vicepremier sono a effetto: "Non mi alzo se il costo del latte non arriverà a un euro come chiesto dai pastori", annuncia qualche ora prima della riunione che secondo il leader leghista sarà risolutiva anche se Coldiretti rappresenta solo una parte dei pastori. Salvini però, secondo gli M5s, guarda più al voto regionale sardo del 24 febbraio che ai contenuti e alla reale possibilità di trovare un accordo. "Sul prezzo del latte Salvini sta giocando col fuoco", sostiene il candidato presidente M5s Francesco Desogus mentre in Sardegna la protesta dei pastori andrà avanti se non arriveranno le dovute garanzie.

Inevitabilmente la protesta dei pastori si intreccia con le elezioni regionali e nessuno di loro nasconde che la scelta di bloccare l'intera isola in questo periodo non è un caso. "Purtroppo è così, nessuno ci ha ascoltato e noi blocchiamo i seggi", dice uno dei leader al settimo giorno di protesta in un'isola paralizzata dove l'asfalto è imbiancato di latte e di rabbia. "Non si può prendere in giro un'intera categoria, io non me la bevo, mi dispiace", dice ancora Cadeddu all'Huffpost: "Salvini regala l'illusione che dall'oggi al domani il prezzo del latte salga ma è impossibile che avvenga. Non bisogna creare false aspettative, servono soldi da dare agli industriali, tanti soldi. Per questo il suo comportamento è scorretto".

I pentastellati, neanche a dirlo, restano fuori dal tavolo. Tutti i rappresentanti grillini dell'esecutivo giudicano quanto mai scorretto il comportamento dell'alleato. Fuori dal tavolo resta anche una parte dei pastori sardi che non si sente rappresentata da Coldiretti perché qui la protesta è variegata. Ad oggi tutto sembra essere nelle mani di Salvini, dopo che il tavolo tecnico regionale a guida Pd ieri sera si è chiuso con una fumata nerissima. Ora è il vicepremier leghista, che si appresta alla campagna elettorale del week end in giro per la Sardegna, a voler dare l'annuncio, nonostante la competenza sia del ministro dell'Agricoltura Centinaio.

Ma il vicepremier leghista ha battuto tutti sul tempo. Il 21 febbraio al ministero dell'Agricoltura, come ha annunciato lo stesso Conte in Sardegna, ci sarebbe dovuto essere un incontro dopo un vertice con il commissario europeo Hogan, ma Salvini ha anticipato tutto e tutti convocando la riunione al Viminale per ragioni di ordine pubblico. Anche su questo punto i 5Stelle non ci stanno: "E' una motivazione fittizia perché non ci sono stati episodi di violenza".

Invece "evocare i manganelli, come fa Salvini non serve", spiega il candidato Desogus per il quale se "il tavolo era previsto per il 21 febbraio evidentemente c'era bisogno di tempo per avvicinare le tante posizioni e giungere ad una soluzione condivisa. Nessuno può cavalcare elettoralmente questo problema dell'economia sarda perché è controproducente". Cadeddu parla di "protesta triste, ma anche molto poetica" quella pastori. Una protesta che comunque la si pensi si intreccia fortemente con il voto di domenica prossima su un'isola che questa volta non sembra voler fare sconti.

Evangelici: americanismo incondizionato, feroce anticattolicesimo, islamofobia viscerale, dovere morale e teologico di sostenere il sionismo

Il secolo israeliano

Dal 1948 ad oggi molto è cambiato: Israele non è più un piccolo paese circondato da nemici che ne chiedono la distruzione, ma una potenza in divenire guidata da collabora un’agenda estera di portata globale. Ecco come affari, evangelicalismo e diplomazia segreta hanno ripulito, agli occhi del mondo, l'immagine di Israele e del sionismo.
di Emanuel Pietrobon - 14 Febbraio 2019 

Benjamin Netanyahu verrà ricordato dai posteri come uno dei più importanti statisti della storia di Israele. A lui gli israeliani devono il ritorno in auge del sionismo religioso, il graduale riconoscimento internazionale di Gerusalemme quale capitale unica ed invisibile d’Israele, il miglioramento delle relazioni con i partiti di destra occidentali ed un aumento, senza precedenti storici, del controllo sulla regione medio-orientale. Tutto ciò avviene sullo sfondo di un lungimirante lavoro di diplomazia segreta che sta riscrivendo gli equilibri di potere tra lo stato ebraico ed il vicinato arabo-islamico con l’ambizione di trasformare degli acerrimi nemici in dei partner strategici. 

Marocco, Egitto e le petromonarchie della penisola arabica non addestrano più milizie paramilitari e soldati da inviare al fronte come nel 1948 o nel 1967, il supporto incondizionato alla causa palestinese ha smesso di essere una priorità delle loro agende nazionali, gli affari hanno preso il sopravvento sul panarabismo e sul solidarismo islamico, e le più importanti guide spirituali non incitano più i fedeli all’odio antigiudaico e all’antisionismo. Si è trattato di un lavoro durato più di un decennio, ma che oggi sta portando i primi frutti: le leadership delle principali potenze del mondo islamico si stanno lentamente scoprendo interessate a rafforzare i legami con Israele, dall’economia all’energia, fino alla sicurezza. 

I motivi di questa convergenza di interessi sono essenzialmente due: il primo è la consapevolezza che Israele è una grande potenza in divenire, sede di corporazioni internazionali, centro di investimenti, un’economia fiorente, un comparto tecnologico ultra-avanzato, soprattutto nel campo militare, protetto da una schiera di alleati che lo rende inattaccabile; il secondo è l’ascesa dell’Iran. 

Ed è proprio quest’ultima ragione la più importante. La rivoluzione iraniana del 1979 non ha cambiato soltanto il volto del Medio Oriente, ma anche delle relazioni internazionali. Il tradizionale equilibrio dei due pilastri fondato su Riyadh e Teheran quali difensori degli interessi americani nell’area persica è venuto meno, ed insieme ad esso è nata una guerra fredda parallela, intestina al mondo islamico. 

La minaccia dell’espansionismo iraniano e l’ambizione di dar luogo ad un corridoio sciita da Teheran a Damasco hanno reso possibile l’impossibile: la formazione di un’alleanza tra Israele e le principali potenze islamiche avente il comune obiettivo di contenere la rivoluzione khomeinista e la proliferazione dello sciismo. 

L’Arabia Saudita non è più il nemico esistenziale di Israele e degli ebrei, ma ne è il miglior partner nella regione. Lo dimostrano diversi eventi: la collaborazione rivista di agitazione culturale
segreta nel campo dello spionaggio e della sicurezza, la rimozione della causa palestinese dalle priorità dell’agenda estera saudita, le aperture di Mohammad bin Salman al dialogo bilaterale e la sua visita a New York nell’aprile scorso per parlare ad un evento organizzato dai più importanti gruppi d’interesse ebraico-americani come American Jewish Committee, Anti-Defamation League e B’nai B’rith, e le pressioni sul clero nazionale per depurare i sermoni da riferimenti antiebraici ed antisionisti. 

Ma non è solo Riyadh ad essere nel mirino della geopolitica israeliana, perché nell’ultimo periodo la diplomazia segreta ha lavorato duramente per approfondire il dialogo, esistente da decenni ma coperto all’opinione pubblica, con Egitto, Marocco, Pakistan, Oman, Bahrein, Ciad ed Emirati Arabi Uniti. 

Per capire la visione che muove le mosse di Netanyahu e quale sarà l’obiettivo ultimo di questa rivoluzione diplomatica è fondamentale parlare del piano Yinon. Si tratta di una strategia che deve il nome al suo ideatore, Oded Yinon, la sconosciuta eminenza grigia di Ariel Sharon, e risale agli anni ’80. 

Yinon aveva compreso che l’odio presente nei paesi islamici per Israele, considerato un invasore estraneo e ladro di terre, avrebbe portato a nuove guerre, trasformando il paese in uno stato-caserma asfissiato dall’incertezza verso il proprio futuro. L’unica soluzione per permettere allo stato ebraico di prosperare era quella di sfruttare le divisioni settarie presenti nel mondo islamico a proprio favore, egemonizzando una regione balcanizzata attraverso una saggia politica basata sul divide et impera

La strategia di Yinon era molto chiara: imparare dal Libano, un ex paradiso multiconfessionale collassato sotto il peso degli scontri interreligiosi e della polarizzazione confessionale, come alimentare le divisioni settarie in tutta la regione, riducendo il potenziale minaccioso dei paesi nemici impegnandoli in casa loro. 

L’obiettivo ultimo di Yinon era la creazione del “Grande Israele” così come descritto nella Bibbia ebraica, perciò non sorprende che il suo piano sia ancora oggi al centro dell’attenzione dei sostenitori del sionismo religioso e che sia stato ripreso dai neoconservatori americani per guidare l’agenda per il Medio Oriente durante l’epoca Bush Jr, come sostenuto dai politologi Ted Becker e Brian Polkinghorn. 

La religione è la chiave della strategia espansionistica israeliana: dividere l’islam per creare un cordone di sicurezza lungo i confini nazionali, sfruttare il sionismo cristiano degli evangelici protestanti per migliorare la propria posizione internazionale. Mentre cattolicesimo, protestantesimo luterano ed ortodossia arrancano, perdendo capacità d’attrazione e potere, l’evangelicalismo avanza a passo spedito, trattandosi della religione con il più alto tasso di crescita mondiale secondo il Pew Research Center. Una delle principali caratteristiche dell’evangelicalismo, che non è un blocco monolitico bensì una galassia molto variegata, è sicuramente il filosionismo. 

L’avanzata dell’evangelicalismo interessa apparentemente soltanto il Vaticano, essendo che sta espandendosi in luoghi storicamente di forte tradizione cattolica come America Latina e Africa sub-sahariana, ma non è così. Il caso dell’America Latina mostra come gli evangelici rappresentino un potente bacino elettorale e gruppo d’interesse capace di muovere voti e denaro e di plasmare il pensiero delle masse in maniera profonda. 

I sermoni di potenti leader evangelici come il guatemalteco Cash Luna o il brasiliano Edir Macedo sono poveri di religione e carichi di politica: americanismo incondizionato, feroce anticattolicesimo, islamofobia viscerale, dovere morale e teologico di sostenere il sionismo. 

Quest’ultimo punto è il più interessante, perché il sionismo cristiano persegue obiettivi politici favorevoli agli interessi israeliani. Infatti, non è un caso che i paesi latinoamericani con la più elevata quota di evangelici siano anche gli stessi che hanno abbandonato l’antiamericanismo di fondo ed il terzomondismo (simpatie filopalestinesi incluse) per guardare agli Stati Uniti come un punto di riferimento morale a cui aspirare ed Israele come un alleato da difendere ai fini della salvezza ultraterrena. 

Gli evangelici sono i migliori amici di Israele, 
ha dichiarato Netanyahu durante l’insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, ed è proprio vero: da alcuni anni sono i principali finanziatori dell’Agenzia Ebraica per l’Aliya (fonte Fellowship and Jerusalem’s International Christian Embassy) e chiedono ai loro governanti una politica estera incardinata sulla difesa degli interessi israeliani. 

Se Netanyahu ed i suoi successori saranno capaci di concretizzare le idee di Oded Yinon ed egemonizzare il Medio Oriente, annullando le minacce provenienti dall’Iran e rovesciando il neo-ottomanesimo turco, continuando ad attrarre investimenti e capitale umano da tutto il mondo, simultaneamente aiutando gli Stati Uniti nella loro strategia georeligiosa basata sull’espansione dell’evangelicalismo, è molto probabile che questo sarà ricordato come il secolo israeliano.

L'Euro è un Progetto Criminale chi si è opposto è caduto. - quasi tutti - tolti di mezzo, in un modo o nell'altro: Moro, Baffi, Caffè, Craxi, Donat-Catin... E Andreotti, forse, fece solo da notaio all'accettazione di un male che - erroneamente - venne ritenuto minore, l'adesione all'euro pilotata dagli estremisti

L’INDIPENDENZA DI BANKITALIA E’ SACRA. TRANNE UNA VOLTA.

Maurizio Blondet 13 Febbraio 2019 

(MB. Copia e incolla)
Per apprezzare la notizia, il lettore tenga presente la deificazione in corso da anni, ed ora all’apice, di Mario Draghi, la sua sacralizzazione mediatica e politica: l’infallibile, il perfetto, depositario di una carica eccelsa, pontificale, a cui nessuno deve mancare di rispetto. Tenga presente le urla e le minacce di tutti gli ambienti politici e mediatici quando il governicchio ora presente ha provato a discutere le nomine direttive a Bankitalia (per poi rimangiarsi vilmente il tutto): scandalo! Orrore sui media nazionali e negli enti internazionali,nella Europa di Verhofstadt e di Emma Bonino. La “indipendenza” della banca centrale è stata violata! Essa era vergine e pura, ed ora i populisti l’hanno macchiata! Essa non deve essere criticata, nemmeno sfiorata con un petalo di rosa! Essa è sacra nella sua intangibilità …eccetera.
Ebbene, ci fu una volta in cui tutta questa inviolabilità, di colpo, sparì. Ed un direttore della Banca d’Italia – si chiamava Paolo Baffi – fu incriminato per favoreggiamento e se sfuggì all’arresto, fu solo per la tarda età; ma il suo vice, si chiamava Sarcinelli, fu effettivamente tradotto a Regina Coeli per ordine di un giudice istruttore (Alibrandi) e un semplice sostituto procuratore, Infelisi.
Avvenne nel 1979, i giovani non possono ricordare. Ebbene: ecco qui sotto un rapporto della CIA, recentemente declassificato. Dice che nel novembre ’78 “il governatore Baffi, parlando con l’ambasciatore USA, s’è detto fortemente contrario all’entrata nel Sistema Monetario Europeo (SME), a meno che non vi entri anche il Regno Unito, e non vengano previsti “sostanziosi trasferimenti” all’Italia.




Insomma semplifico: nel novembre ’78 Baffi mostra perplessità sull’entrata nella moneta unica; a marzo ’79 viene incriminato dalla “giustizia italiana”, a ottobre deve dare le dimissioni. La Bankitalia resta nelle mani dei Ciampi – l’intoccabile, il divino, il vergine – e l’Italia entra nel tunnel che porta al “divorzio” fra banca centrale e Tesoro, e sboccherà nell’euro.
Un altro rapporto CIA poco posteriore (novembre ’79) riferisce addirittura di una “rivolta dei tecnocrati” di fronte alla pretesa tedesca di entrare nel sistema monetario con cambi rigidissimi. “i tecnocrati, forti del bastione di Bankitalia, ribattono che la rigidità del tasso di cambio è la formula sicura per il disastro economico”…E infatti Baffi e Sarcinelli, in dure trattative con i banchieri centrali tedesco e francese, erano riusciti almeno a strappare una oscillazione “larga” del 6% invece di una stretta.


Quindi allora i tecnocrati di Bankitalia erano alquanto diversi.

Da quelli che oggi si sono aumentati lo stipendio nella loro indipendenza, e spendono quanto voglio senza dover rendere conto della gestione abnorme dell’istituto (vedi sotto); da quelli che hanno dato l’oro italiano in garanzia alla Germania per i debiti presunti che abbiamo contratto acquistando beni tedeschi.
Baffi e Sarcinelli furono non assolti, ma addirittura prosciolti: non c’era un minimo fondamento per la loro incriminazione. I due giudici violatori della verginità di Bankitalia, tuttavia, continuarono la loro carriera indisturbati, non furono nemmeno sfiorati dal Consiglio Superiore della Magistratura con una, che so , minima censura. Un rimprovero. Uno schiaffetto sulle mani. Niente.
Ora, non correte a concludere che “è stata la CIA”. Basti pensare che Baffi lo difese il New York Times, paragonando l’attacco giudiziario al governatore ad un attentato delle Brigate Rosse, e che dopo le sue dimissioni 126 esponenti della finanza mondiale, fra cui una mezza dozzine di Nobel americani e banchieri centrali, tributarono pubblica stima. E’ stata evocata ovviamente la P2, un asse Andreotti-Sindona, ma le tracce sono state così battute e rivoltate dalla narrativa giudiziaria, che è impossibile dirlo.
Resta qualcosa come la sensazione di una forza indecifrabile ed onnipotente, luciferina. Che negli anni ’70 aveva già deciso tutto sulla moneta unica europea, e aveva la forza spietata di spazzare via ogni ostacolo – fosse un uomo rispettato dai premi Nobel. E colpisce non tanto la dura spregiudicatezza e l’assenza di scrupoli nell’infangare uno uomo specchiato, fino a distruggerlo, ma la certezza di poter condurre operazione in totale impunità, senza temere conseguenze – per esempio – giudiziarie, penali o politiche, tanto da poter compIere un’operazione del genere per sostituire Baffi con Carlo Azeglio Ciampi – che ovviamente fece quel che gli veniva chiesto, e fu premiato come sappiamo, fino alla salita al Quirinale.
Non so definire questa Loggia e i suoi contorni. Perché è una delle realtà veramente più taciute, e quando hai dubbi su chi comanda, guarda a chi non viene mai nominato. Si tratta probabilmente di poteri a cui, chi sa, tributa silenzio ed ossequio, magari col profondo inchino.


Sono alcuni dei motivi che mi inducono a credere che gli insulti rivolti da Guy Verhofstadt al nostro primo ministro Conte e attraverso di lui all’Italia tutta, in un atto di umiliazione pubblica e internazionale, siano molto più che un volontà di ingiuria. Quando Verhofstadt invita Conte a imitare illustri italiani, Ciampi, Napoletano, Draghi, Emma Bonino”, invia un messaggio e una minaccia. Dalla cupola che può promuovere – come ha promosso Ciampi, Draghi, Napoletano, la Bonino – e abbattere. “La sceneggiata europarlamentare di Verhofstadt getta le basi concettuali per una “soluzione alla venezuelana”.


L’allegra Bankitalia post-Baffi

Oggi, Bankitalia ha quasi 7 mila dipendenti. Paga media, 95 mila euro l’anno. Strepitoso: il numero dei dirigenti è praticamente uguale a quello degli operativi. Ossia c’è un dirigente per ogni impiegato.

Un generale per ogni soldato.

E le spese? Non chiedete, non osate mettere in discussione i grandi esperti e tecnocrati infallibili, le vergini dai candidi manti. Vediamo: la banca centrale dichiara di spendere 65 milioni per la fabbricazione delle banconote; ma 107 milioni per hardware e software (l’anno prima ne aveva già speso 111: che fa, rinnova computer e software ogni anno?), e 22 milioni per “mense e pulizie”. La voce più incrediibile è Altri”: 66 milioni. Più di quanto spenda per la fabbricazione dei soldi. Ma che “altri” sono? Nessuna specifica, nulla. Un vaso della marmellata dove i fortunati si servono senza obbligo di rendiconto.


Ma questo è ancora nulla. Vedete le operazioni finanziarie? Negoziazioni sui cambi, sui titoli in euro e in valuta, sui derivati – è il loro campo, sono loro gli esperti, i tecnocrati infallibili e perfetti, che i poltici non devono permettersi di criticare. Ebbene: ogni anno, nelle speculazioni, questi signori perdono circa 3 miliardi. Che importa. Tanto pagate voi.


Gli ebrei di Milano non sopportano che le loro azioni vengono messe a confronto con opinioni che non provengono dal Pensiero Unico del Politicamente Corretto



Carlo Freccero e “L’ottavo blog”: se Rai 2 sdogana gli antisemiti

13 Febbraio 2019 Italia
di Nathan Greppi

Nel gennaio 2019 il giornalista Carlo Freccero, a due mesi dalla sua nomina a nuovo direttore di Rai 2, ha annunciato in una conferenza stampa di voler creare dei nuovi programmi di informazione; tra questi, ha fatto discutere il suo desiderio di crearne uno chiamato L’ottavo blog, che consisterebbe, attraverso “una traduzione dell’attualità secondo internet”, in una rassegna stampa settimanale in terza serata di notizie pubblicate su testate online ritenute complottiste.

Tra le testate di riferimento da lui citate figurano “L’Intellettuale Dissidente, L’Antidiplomatico, Il Nodo Gordiano,” che secondo lui “non hanno ufficialità nell’informazione mainstream ma agiscono profondamente e hanno una competenza fondamentale.”

È emerso che alcuni dei siti citati da Freccero hanno ospitato articoli fortemente antisemiti e/o antisionisti. È emblematico in questo senso il caso dell’Intellettuale Dissidente: come riportava Bet Magazine in un’inchiesta dell’ottobre 2018, questo periodico, fondato a Roma nel 2012, il 27 gennaio 2013 ha definito il Giorno della Memoria “Giornata della Cicoria”, tanto che un anno dopo Il Messaggero li ha inseriti nella lista dei siti emergenti dell’estrema destra romana; nel novembre 2018, invece, lo stesso periodico ha elogiato come “esempio virtuoso” il caso di Eugenio Zolli, rabbino capo di Roma che dopo la Shoah si convertì al cattolicesimo. Il legame tra Freccero e questo sito è già emerso nell’ottobre 2018, quando il direttore di Rai 2 era relatore di un dibattito a Libropolis, una fiera editoriale organizzata dall’Intellettuale Dissidente a Pietrasanta, in Provincia di Lucca.

Alla base delle posizioni dell’ID vi è anche il percorso del suo fondatore, Sebastiano Caputo: 26 anni, romano, a 18 ha esordito come giornalista sul quotidiano neonazista Rinascita: quest’ultimo ha più volte pubblicato editoriali dei più famosi negazionisti della Shoah come Robert Faurisson, il quale sulle pagine del quotidiano ha definito le camere a gas “centri di disinfestazione”. In seguito, Caputo ha più volte elogiato gli Hezbollah, tanto da indossare a un evento una maglietta con il loro simbolo. Nel luglio 2014, durante gli scontri tra Hamas e Israele, Caputo ha accusato lo Stato Ebraico di pulizia etnica, oltre ad affermare che in Italia “gli organi d’informazione e le istituzioni sono sioniste.”

Sebbene si presenti come una voce indipendente, politicamente Caputo è considerato da anni vicino alle posizioni dei Cinque Stelle: nel 2013 la prefazione del suo primo libro è stata scritta dal deputato M5S Carlo Sibilia, mentre il 13 giugno 2018 ha esultato su Twitter per la nomina di Manlio Di Stefano a Sottosegretario agli Esteri. Da notare, invece, che nel 2013 Caputo si candidò per il Municipio 2 di Roma con il Popolo Della Libertà, senza essere eletto.

L’Intellettuale Dissidente non è l’unico sito, tra quelli citati da Freccero, ad aver pubblicato articoli “controversi”: l’Antidiplomatico, ad esempio, è un sito complottista diretto da Alessandro Bianchi, ex-collaboratore di Alessandro Di Battista, che nel giugno 2018 ha pubblicato un articolo in cui si sostiene che dietro all’omicidio di Kennedy ci sia il Mossad. Inoltre, secondo un’inchiesta de La Stampa del novembre 2016, in passato l’Antidiplomatico annoverava tra i suoi collaboratori il terrorista di estrema sinistra Achille Lollo: quest’ultimo nel 1973 prese parte all’attentato noto come Rogo di Primavalle, in cui venne appiccato un incendio doloso che uccise i due figli di un dirigente dell’MSI.

Per quanto riguarda il Nodo Gordiano, basta citare il titolo dei suoi ultimi due pezzi pubblicati: “L’arte della guerra – Israele, licenza di uccidere” di Manlio Dinucci (che è anche una firma del Manifesto) e “Gheddafi: Dittatori che non lo erano” del filosofo Diego Fusaro.

NoTav - se ne sono accorti gli euroimbecilli europei ma quelli italiani non hanno recepito. E' solo un buco non è sviluppo

13 febbraio 2019
L’Europa ha già condannato a morte la Tav, ma in Italia non se n’è accorto nessuno

Un’analisi della Corte dei conti europea dello scorso anno boccia senza appello il sistema dell'alta velocità europea, ritenuto inefficiente e costoso oltre misura. Quello stesso sistema nel quale dovrebbe rientrare la Tav Torino-Lione su cui ci stiamo scannando da vent’anni

La rete ferroviaria ad alta velocità in Europa non è una realtà, bensì un sistema disomogeneo e inefficace”. E ancora: “Il processo decisionale non poggia su analisi costi-benefici affidabili”. E ancora: “Le linee ad alta velocità sono investimenti costosi, pertanto è fondamentale analizzare correttamente in anticipo tutti i principali costi e benefici prima di decidere se procedere o meno alla costruzione”. No, non sono parole di un Cinque Stelle piemontese, né di un rappresentante dei No Tav. Sono parole messe nero su bianco su un documento della Corte dei conti europea, l'istituzione dell'Unione europea preposta all'esame dei conti di tutte le entrate e le uscite dell'Unione e dei suoi vari organi, accertandone la sana gestione finanziaria. Che, in poche pagine, senza mai citare la Tav Torino-Lione, pone seri dubbi su tutto il sistema di alta velocità ferroviaria europea, definito inefficace e costoso oltre ogni ragionevolezza.

Nonostante dica che “la linea ferroviaria ad alta velocità è un modo di trasporto comodo, sicuro, flessibile ed ecosostenibile” la Corte dei conti europea afferma anche “che l’attuale piano a lungo termine dell’Ue non è sostenuto da un’analisi credibile, manca di un solido approccio strategico a livello dell’Ue ed è improbabile che venga realizzato”. Al contrario, “esiste solo un sistema disomogeneo di linee nazionali ad alta velocità, progettate e costruite dai singoli Stati membri in maniera isolata”. In altre parole, comunque la vediate sulla Tav Torino-Lione, la possibilità che tra dodici anni sia parte di un grande corridoio che ci porterà in tutta Europa è piuttosto remota. Lo dice l’Europa, peraltro.

Un male? Non necessariamente. Secondo la Corte, ci siamo fatti irretire dalla fregola futurista del treno super-veloce, quando invece “la qualità della valutazione dei bisogni reali degli Stati membri è scarsa e la soluzione alternativa, che consisterebbe nel potenziare le linee convenzionali esistenti, spesso non è stata debitamente considerata, sebbene i risparmi conseguiti ricorrendo a tale opzione possano essere significativi”. Tradotto: sistemare le linee esistenti, anziché farne di nuove, sarebbe costato molto, molto meno e avrebbe portato a guadagni di efficenza e velocità analoghi, se non superiori: “Non tutte le linee ad altissima velocità costruite sono necessarie. In molti casi, i treni viaggiano su linee ad altissima velocità a velocità medie di gran lunga inferiori alla velocità prevista per la linea”, argomenta ancora la Corte dei conti europea.

Ci potremmo pure fermare qui. Senza aggiungere numeri impietosi come quelli dell’alta velocità Milano-Venezia, che insieme alla Stoccarda-Monaco detiene il record di opera più inutile e costosa d’Europa: 241 milioni di euro di costo per ogni minuto risparmiato nel viaggio (i tedeschi arrivano addirittura a 370 milioni). O considerazioni che non chiamano in causa la Torino-Lione, ma è come se lo facessero, quando ricordano che i tracciati meno efficienti e più costosi sono quelli misti, che trasportano sia merci sia persone. E che se c’è pure da fare un traforo, il costo aumenta esponenzialmente ed è molto raro che vi sia un significativo guadagno d’efficienza.

Ci potremmo fermare qui, e non perché questo documento metta la parola fine a ogni contrapposizione manichea sulla Tav, tra sviluppisti senza se e senza ma, e movimentisti contrari a prescindere alle grandi opere. No, la questione è un’altra. È che ci stiamo scannando per un piccolo tratto di strada ferrata nel contesto di un progetto di corridoi ferroviari europei che l’Europa stessa definisce fallimentare, se non addirittura fallito. Che è l’Europa stessa che ci dice che quel progetto, al netto dei costi sostenuti per realizzarlo o abbandonarlo, non produrrà alcun beneficio per il sistema Italia, perché ha gli stessi difetti di tutti gli altri progetti dell’alta velocità europei. Che, aggiungiamo noi, pensare al trasporto ferroviario come orizzonte del futuro - il primo treno solcherà la Tav Torino-Lione nel 2030, come minimo - con la rivoluzione delle automobile elettriche e della guida autonoma ormai alle porte è quanto meno miope.

Questo non vuol dire che sia economicamente più conveniente tappare il buco in val di Susa, o finire il lavoro. Le analisi costi-benefici le lasciamo ai tecnici. La questione, semmai, è che quel buco è parte di un progetto infrastrutturale che non funziona, che l’Europa ha già bocciato, e che con ogni probabilità verrà sepolto dall’innovazione tecnologica. E che è su questo progetto fallimentare che ci stiamo scannando tra guelfi e ghibellini, per pura convenienza elettorale. Contenti noi.

E' lotta di classe

La guerra, passato e futuro di una costante umana Intervista a Piero Visani, autore di 'Storia della guerra dall’antichità al Novecento'. 

di Valerio Alberto Menga - 13 Febbraio 2019 

Quante volte ci siamo chiesti se la guerra sia una costante umana, che eternamente si ripete nello scorrere della storia, oppure se un giorno avrà fine? A porsi queste e altre domande sul tema troviamo Piero Visani, storico e pubblicista, ex consulente del Ministero della Difesa (dal 1988 al 2006) e del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica (dal 1990 al 1992), nonché animatore – insieme ai vari Marco Tarchi, Stenio Solinas e Gennaro Malgieri – del movimento metapolitico passato alla storia col nome di Nuova Destra. Già autore del saggio Lo stratega mediatico, è ora autore di una Storia della guerra dall’antichità al Novecento per la casa editrice Oaks (di cui è uscito il primo di due volumi). Dato che i conflitti non hanno smesso di sconvolgere il mondo, abbiamo voluto intervistarlo per meglio comprendere il fenomeno. 

Piero, ho il piacere di darti del tu. Quindi, prima di tutto, parliamo un po’ di te. Come ha avuto origine questo tuo interesse, questa tua passione per la guerra? 

Potrei risponderti citando James Hillman: sono un uomo nato in Occidente, quindi non è sorprendente che io provi “Un terribile amore per la guerra” (Adelphi, Milano 2005), intesa come pulsione umana primaria, quale ad esempio l’amore. Come tale io la intendo. Quanto all’origine di tale passione, non saprei. Ho cominciato a giocare ai soldatini e a interessarmi di cose militari quando avevo 4-5 anni, e non ho più smesso. Fin da bambino, mi interessavano soprattutto gli aspetti tattici. Così ho messo insieme grandi collezioni di soldatini, poi vendute (e ancora me ne pento), poi mi sono appassionato di wargames (e ne ho una ricca collezione) e successivamente anche di uniformologia. Né dimentico la mia collezione di libri di storia militare (ormai intorno alle diecimila unità, in continua crescita) o la mia passione per il turismo militare (sono stato a visitare molti campi di battaglia, da Waterloo a Gettysburg). Non saprei dare una risposta alla tua domanda: tutto ciò che è guerriero e bellico è sempre stata la mia passione, direi consustanziale. Per chi ci crede, potrei farla risalire a una vita precedente… 

E come mai hai sentito il bisogno di scrivere un saggio sulla storia della guerra, dato che le pubblicazioni e le variazioni sul tema non mancano? Quale vuoto hai cercato di colmare con questa tua opera? 

Non ho cercato di colmare alcun vuoto. Ho solo cercato di scrivere un saggio che risultasse affrancato dalle banalità moralistiche sulla guerra, onnipresenti nella cultura italiana (e non solo…). Non credo che in tutto il libro ci sia una sola deplorazione di maniera del fenomeno bellico. C’è solo una presa d’atto della sua esistenza. Cruda e tragica, come la vita umana, la vita vera, non quella che ci raccontano i “beati possidentes”. 

E quale tra i grandi classici della polemologia consiglieresti a un pubblico di neofiti per approcciare il tema, L’arte della guerra di Sun-Tzu, Dell’arte della guerra di Machiavelli, il Della guerra di von Clausewitz, o quale altra? Qual è l’opera che trovi meno invecchiata tra tutte, la più attuale nonostante il tempo? 

Io sono un grande ammiratore di von Clausewitz, così come sono un grande appassionato del pensiero astratto. Al grande teorico prussiano va tutta la mia simpatia, perché è riuscito a scrivere di guerra facendo filosofia, non precettistica militare. Amo molto anche Carl Schmitt, il grande politologo tedesco, e i due sono strettamente connessi, visti i rapporti che entrambi vedono in atto tra guerra e politica (“la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, per Clausewitz; “l’essenza del ‘politico’ è la contrapposizione amico/nemico”, per Schmitt). Per non dimenticare l’eccellente sintesi del filosofo greco Eraclito: “la guerra è la madre di tutte le cose”… 

Ma ora veniamo al tuo libro. Nella tua Storia della guerra hai deciso di partire dal mondo greco per iniziare il tuo racconto. Come mai proprio dai greci? È forse lì che va individuata l’origine di ogni conflitto? 

Una semplice scelta tematico-cronologica, dettata peraltro proprio dal celebre riconoscimento di Eraclito che ho appena citato. L’origine di ogni conflitto va individuata nella natura umana. Da nessuna altra parte, ritengo. 

Anche se nel tuo saggio tratti quasi esclusivamente degli eventi bellici in Occidente, si trova un capitolo dedicato agli Arabi. A cosa si deve questa tua scelta? 

La scelta occidentalocentrica è frutto delle mie competenze, che non si estendono al mondo orientale. Ho parlato degli Arabi perché alcuni, in Occidente, li considerano nemici, commettendo un tragico errore prospettico. Le loro vicende si sono incrociate a lungo con quelle dell’Europa, per cui mi è parso giusto parlarne, facendo anche qualche riferimento alle loro tattiche e alla loro concezione della vita e della morte. 

Tra tutte le guerre (storicamente) recenti, qual è a tuo avviso quella che è più vicina a noi, la partita che non si è mai realmente conclusa? 

Ce ne sono molte. Dovendo scegliere, propenderei per la guerra mediatica, perché oggi più che mai qualsiasi conflitto si combatte per la conquista “delle menti e dei cuori” della gente, utilizzando ogni tipo di mezzi, anche i più bassi e scorretti. Quella è “la madre di tutte le guerre”. Ad essa si affianca – e sarà forse la principale protagonista dei conflitti del futuro – la guerra per bande, vale a dire la guerra che sta prendendo piede dopo la progressiva eclissi della “forma Stato” e la sua sostituzione con crescenti fenomeni di privatizzazione, dove la linea divisoria sta già incominciando a passare tra la parte elitaria e ricca delle società, e quella popolare e priva di mezzi, in una riproposizione di un conflitto sempiterno: la lotta di classe

Qual è lo scacchiere più importante, il punto più caldo nei conflitti odierni? 

Non penso che ne esista uno in particolare. Direi piuttosto il rapporto tra molte classi dirigenti ormai meramente criminal-cleptocratiche e la maggior parte della gente. Mi piacerebbe poter dire che, da molti punti di vista, stiamo correndo verso un nuovo 1789 – e la prospettiva non mi dispiacerebbe affatto – ma penso che, ancora per un po’, il mio resterà un wishful thinking. Ma non lo rimarrà per sempre. Troppa è la cecità delle classi dominanti attuali. 

E come si è evoluta la guerra? Davvero si combatte sui campi di battagli come un tempo, dichiarandola come tale, o si è trasformata in qualcosa di diverso? 

La guerra è cambiata moltissimo e si è trasformata nella realizzazione dell’affermazione eraclitea. Oggi TUTTO è guerra, anche se in Italia la cosa è più difficile da comprendere, stanti le tonnellate di melassa sparse a piene mani dalla cultura imperante. In ogni caso, la guerra si combatte oggi nelle menti e nella vita delle persone, ed è terribile, dura, assolutamente priva di pietà. Oggi si parla di “guerra post-eroica”, combattuta coi droni, come fosse un videogame. 

Mi viene in mente Ezra Pound, quando diceva che le guerre in futuro si sarebbero dovute combattere semplicemente giocando a scacchi, risparmiando così vite umane. Ti pare un futuro plausibile o una affermazione ingenua? 

A mio avviso, si tratta sia di un futuro plausibile sia di un’affermazione molto ingenua. Da un lato, è evidente che la guerra post-eroica (come definita da Edward Luttwak) è la massima aspirazione delle borghesie occidentali, onde non rischiare di perdere i propri figli in un contesto di crescente crisi demografica. Dall’altro, è chiaro che ci sono sempre più guerre, anche se raramente assumono forme di tipo tradizionale e conosciuto, per cui diventa davvero difficile – per chi non è abituato ad affrontare questi problemi – districarsi in un universo confuso, dove non trova riscontri concreti di ciò che gli era noto. “Guerra è sempre”, ha scritto di recente un docente universitario di Firenze, Ugo Bardi, riflettendo su natura, frequenza e capacità risolutive dei conflitti. Sono pienamente d’accordo con lui. Mi permetto di sottolineare che lo dico da quando avevo poco più di venti anni, dunque da prima della metà degli anni Settanta, ma non posso rivendicare primogeniture: sono “figlio di un dio minore” e, a me, la scoperta dell’acqua calda la rimprovererebbero come tale. 

Ma dato che, citando Pound, siamo scivolati volentieri nel politicamente scorretto, ricordo che a Milano, qualche tempo fa, durante un’intervista con Maurizio Cabona nel ciclo di incontri promosso dall’UNUCI, ti dichiarasti futurista. Davvero per te la guerra è la “sola igiene del mondo”, per dirla con Marinetti? 

Le relativamente rare volte in cui parlo in pubblico, a me piace molto “épater le bourgeois”. Questo perché viviamo un’esistenza talmente narcotizzata e conformistica che l’unica cosa che un (presunto) intellettuale può fare di positivo è introdurre elementi di stimolo, evitando di nascondersi dietro la “banalità del Bene”, tanto comoda e utile per parlare molto senza dire niente. Ideologicamente sì, probabilmente sono futurista e davvero penso che la guerra sia non la sola igiene del mondo, ma una delle poche ancora possibili, uno di quei ambiti esistenziali in cui si pratica un confronto virile e guerriero, non la comoda e vigliacca sodomia tipica di questi tempi saturi di menzogna e viltà. Quel che è certo è che la guerra è un terribile acceleratore di situazioni e, pur se impone costi umani e materiali terribili, talvolta riesce a cambiare qualcosa. Del resto, non è che nelle società pacifiste contemporanee non si muoia. Si muore tantissimo e molto dolorosamente, anche se l’arma scelta in genere per procurare tali morti è l’asfissia, la violenza sottile, lo strangolamento progressivo, la perdita della speranza, la deprivazione del futuro. Molte persone, nel mondo occidentale, sono ormai puri zombies, cioè morti viventi e, nell’eventualità in cui venga loro desiderio di ribellarsi, come nel caso dei gilet gialli in Francia, il trattamento loro riservato è durissimo, per nulla pacifico e tanto meno pacifista. Si spara loro contro ad altezza d’uomo, perché ritornino in gregge il più presto possibile. Anche quella è una forma di guerra. Partendo da questa premessa, mi affianco a Edward Luttwak, invece che a John Lennon, nel dire: “Give war a chance”… 

Facendo cadere un velo e un tabù, a volte anche i più distratti capiscono… Per quale motivo hai deciso di dedicare la prima parte del tuo lavoro, che abbraccia più di 2000 anni di storia, in un agile volume di meno di 200 pagine, e il secondo comprendente solo un secolo? Non ti pare una scelta un po’ troppo squilibrata o arbitraria? 

Tutte le scelte sono arbitrarie, anche quando ci dicono “stiamo lavorando per voi” stanno lavorando solo per sé, ma sono figli di una cultura sodomitica di massa, che a molti ex-cittadini, ora sudditi-schiavi, piace ancora parecchio, sia pure molto meno di un tempo. Dunque ho compiuto una scelta arbitraria, cercando di sintetizzare in un libro di agevole lettura alcuni concetti che ritenevo essenziali. Ovviamente, poiché lo studio del XX secolo interessa mediamente molto di più il lettore medio, ho preferito dedicargli maggiore attenzione. Se di scelta squilibrata ed arbitraria si tratta, ne vado fiero: a mio giudizio, infatti “in medio [non] stat virtus”… Conclusioni… Non ne ho, non ne ho mai, le detesto. Ho cercato di reagire al mare magnum di banalità che ci vengono comminate, da mattina a sera, per 365 giorni l’anno, sulla guerra, facendo per contro riferimento a un po’ di sano realismo politico. Nessuno mi ha invitato da nessuna parte a parlarne e questo perché, nelle sofisticate “democrazie totalitarie” attuali non ti vietano di dire le cose, ma fanno solo in modo che tu non possa raggiungere un microfono…

6 febbraio 2019 - Il Vaso di Pandora - ECCO I PIANI BELLICI USA 2019 2024

Banca d'Italia - bisogna essere audaci altrimenti ci si invischia nella melma. La banca centrale ha meno poteri nessuno problema di cambiare e dare il segnale di discontinuità

GIOVEDÌ 14 FEBBRAIO 2019, 00:02, IN TERRIS

Cosa (non) c'è dietro la polemica M5s-Bankitalia

LUCA LIPPI

La sede della Banca d'Italia

Si accende la polemica tra il M5s e Bankitalia riguardo ruoli, compiti e funzioni. Se da una parte quanto scritto sul Blog delle Stelle può essere condiviso, dall’altra c’è l’esigenza di analizzare con competenza il ruolo della banca centrale italiana.

Sul blog dei pentastellati si legge: “l’art.47 della Costituzione italiana impone la ‘tutela’ del risparmio ‘in tutte le sue forme’ richiedendo alla Repubblica di disciplinare, coordinare e controllare l’esercizio del credito. Questo dovrebbero fare Banca d’Italia e Consob: la prima vigilando in particolare sul contenimento del rischio, la stabilità patrimoniale e la sana e prudente gestione dei singoli istituti”.

Dunque, il M5s contesta a Visco e Bankitalia disattenzione nella prevenzione degli scandali bancari degli ultimi anni, da quello della Popolare dell’Etruria sino al Monte dei Paschi di Siena, passando per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, in questo modo mettendo a rischio il risparmio degli italiani. 

Tra le funzioni dell’authority guidata da Ignazio Visco c’è anche quella di vigilare sulla sana gestione delle banche. Tuttavia questi poteri nel 2014 sono stati drasticamente ridimensionati e trasferiti a Francoforte. Il Meccanismo di vigilanza unico (Mvu o Single Supervisory Mechanism, Ssm) ha accentrato presso la Bce i controlli sulle banche continentali. Più nel dettaglio, gli istituti di credito più grandi sono vigilati direttamente dalla Banca centrale europea mentre a Bankitalia è rimasto il ruolo di controllo degli istituti minori, ma sempre nell’ambito di regole stabilite a livello continentale.

In sintesi, l’attuale Bankitalia ha molti meno poteri di quella guidata da Carlo Azeglio Ciampi e questo non vuole proprio entrare in testa al M5s e al Pd che oltre un anno fa sollevava le medesime perplessità più per esautorare Visco che per una reale cognizione di quanto fosse legittimo avanzarle.

Rimane attuale il ruolo di Bankitalia come authority di vigilanza che, come si legge nel suo sito web, “persegue la sana e prudente gestione degli intermediari, la stabilità complessiva e l’efficienza del sistema finanziario”, oltre ad avere un ruolo importante nel contrasto al riciclaggio.

Tutta la polemica risiede nell’esigenza di ricomporre una nuova commissione d’inchiesta sulla debacle di alcuni istituti di credito. Il reale problema che alimenta lo scontro tra i Cinque Stelle e Bankitalia non esiste. Piuttosto il vero "vulnus" è da ricercare nella gestione piuttosto "disattenta" da parte degli amministratori delle banche che hanno necessitato di interventi drastici soprattutto da parte della politica europea. Visco poteva mettere sotto controllo i bilanci delle banche ma non si può e non si poteva pretendere che quest’ultimo ne curasse la redazione contabile. È come se la colpa del fallimento di un’impresa fosse del commercialista che ha redatto il bilancio sulla "comunicazione" dei dati contabili fatta dall’imprenditore (peccato che la Banca d'Italia non è il commercialista).

Come al solito la questione si risolverebbe parlando meno e facendo di più. Per i corti di memoria tutto il polverone prese consistenza dopo questa dichiarazione: “Penso che in due mesi si possa arrivare a un piano di risoluzione su Banca Etruria”. Così parlava Antonio Pironti, commissario di Bankitalia mandato a risolvere la grana dell’istituto di credito aretino. Le parole sono datate 17 novembre 2015, poco più di un mese, prima dell’esplosione mediatica della vicenda. Da questo però, mettere sotto inchiesta Bankitalia sarebbe veramente troppo audace e pericoloso.

Alberto Negri - Gli intellettuali, giornalisti giornaloni Tv tutti insieme a sparare imbecillagini

Dal M5S alla Siria: gli intellettuali italiani non ne azzeccano una

Parafrasando Longanesi, i nostri intellettuali sono come gli italiani, vogliono fare la rivoluzione ma con il permesso dei carabinieri. In fondo ce li meritiamo. Il commento di Alberto Negri

Di Alberto Negri 13 Feb. 2019
Murales comparso a Roma raffigurante il premier Conte con i presidenti di Usa, Donald Trump, e Russia, Vladimir Putin. Credit: TIZIANA FABI / AFP

Gli intellettuali italiani, che sciorinano da anni editoriali su Corsera, Repubblica e Stampa si pentono di avere votato i grillini e si accorgono che il Pd ha spianato loro la strada. Ora si svegliano improvvisamente e spalancano gli occhioni come sonnambuli. Ma loro in questi anni dov’erano?

Diciamo che per quanto riguarda la politica estera sono degli incompetenti: hanno appoggiato tutte le più devastanti imprese degli americani, compresa la guerra in Iraq nel 2003, e i raid in Libia nel 2011. Sono dei sonnambuli veri e propri, con movimenti e gestualità complesse ma senza averne assolutamente coscienza.

I nostri intellettuali, affetti da questo benigno e innocente disturbo, hanno una caratteristica fondamentale: non ci beccano mai.

Pur non sapendo nulla di Siria, in cui mai hanno messo piede, si sono accodati per anni alla cantilena occidentale e delle monarchie assolutistiche del Golfo: “Bashar Assad se ne deve andare”. Salvo poi ammettere che la Russia di Putin era diventata un attore di primo piano in Medio Oriente e accettare che Assad resti dov’è.

Se fosse stato per loro, l’Isis e i jihadisti avrebbero fatto colazione sulle rovine di Damasco: non si sono neppure accorti che i pasdaran iraniani e le milizie sciite hanno fermato il Califfato a settanta chilometri da Baghdad, prima che gli americani decidessero di fare la guerra ai jihadisti.

Si dicono portatori della cultura cristiana e occidentale. Evitano persino di ammettere, ma forse non lo sanno neppure, che i cristiani in Siria sono stati salvati dalle milizie sciite libanesi Hezbollah, le quali naturalmente sono da considerare dei “terroristi”. Prima lo erano anche i talebani ma da quando hanno avviato trattative con Washington sono diventati la “guerriglia”.

Devo dire che sulla Siria o l’Iraq brillava negativamente anche la nostra diplomazia, per lo meno quella ufficiale, perché nei corridoi i diplomatici più informati e accorti avevano idee diverse e più realistiche, così come le hanno sull’Iran: soltanto che non possono esprimerle perché sarebbero immediatamente tacciati di anti-americanismo e persino di anti-semitismo.

I nostri diplomatici scrivono dalle loro sedi ottimi rapporti ma nessuno li legge. E non sia mai che i loro resoconti, basati sui fatti, non coincidano con la versione ufficiale della storia: vengono emarginati e messi da parte.

Gli intellettuali del nostro Paese, che dovrebbero in qualche modo sostenere la discussione di idee un po’ diverse rispetto a quelle ortodosse, andate persino contro il nostro interesse nazionale come in Libia, se ne stanno di solito muti e allineati sulle posizioni atlantiste senza osare andare oltre.

Hanno cattedre universitarie e spazi sulla stampa che non devono essere messi in discussione: forse, a furia di battere ribattere, ci credono pure nelle loro balzane idee sul mondo. Il che è anche peggio della malafede, proprio non vogliono sforzarsi.

Sull’Iran poi danno la massima prova di asservimento perché Teheran è considerato il nemico numero uno non solo degli Usa ma anche di Israele e delle monarchie petrolifere. C’è da augurarsi che Francia e Germania non si accodino alla conferenza anti-Iran voluta dagli Stati Uniti che comincia oggi in Polonia perché l’Italia è già pronta a inchinarsi a Washington.

Cosa faremo se un giorno gli Usa ci chiedessero le basi per bombardare l’Iran? Sarebbe questo un buon argomento di analisi e discussione ma preferiamo discettare sulla sorte di Maduro che sta a 10mila chilometri di distanza. Tanto sappiamo benissimo che di lui sono altri a occuparsene.

Mai che gli venga in mente di chiedere un voto in Parlamento, o per lo meno un dibattito, sul principe saudita Mohammed bin Salman, considerato un assassino anche dagli americani della Cia. In Arabia Saudita non ci sono elezioni, è una monarchia assoluta, proprietà di una famiglia. Il principe Mohammed bin Salman, secondo la Cia, è il mandante dell’assassinio di Jamal Khashoggi, oltre che responsabile dei massacri dei civili in Yemen. Perché non c’è un voto parlamentare contro questo criminale? Semplice: i sauditi pagano il nostro silenzio a colpi di commesse militari.

A dare bastonate a Maduro sono buoni tutti. Su questo principe tenebroso i nostri intellettuali però non hanno niente da dire. Seguono una massima aurea: non disturbare il manovratore, cioè il potere. Che non è soltanto italiano ma soprattutto americano, atlantico, saudita, israeliano.

Hanno votato i grillini o la Lega perché somigliano loro: ogni tanto li assale come in un soprassalto di febbre il brivido del cambiamento ma al primo spiffero corrono a ripararsi sotto le coperte della Nato. Parafrasando Longanesi, i nostri intellettuali sono come gli italiani, vogliono fare la rivoluzione ma con il permesso dei carabinieri. In fondo ce li meritiamo.