Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 febbraio 2019

Alceste il poeta - stiamo siamo zombi che camminano e ... non lo sappiamo...

Il crollo della Galassia Centrale


Roma, 22 febbraio 2019

La metafora dell’abisso è perfettamente adeguata.
Cadere nell'abisso. Abiezione. Abietto.
La faccenda, credetemi, è semplice. Si cade, ma, privi d’ogni riferimento, non si cerca di risalire; anzi, si prende gusto alla caduta in una sorta di cupio dissolvi. A un certo punto ci si sorprende a esclamare: “Ma sì, tutto è perduto, di più, ancora di più!”: la gioia nell'autodistruzione, di sé e di tutto, persino di ciò che si reputava eminente e bello, è un ragno che ha tessuto la sua tela per anni e anni, all'oscuro, entro le più intime fibre del nostro essere; finché questo animalino, che non degnavamo d’uno sguardo, tale sfuggente e simpatico esserino, creduto innocuo per un lungo tempo negligente, non decide di stringere le fila del lavoro secolare; e allora le trippe si accorgono che la tela è costituita da fili d’acciaio. Stringe cuore e budella in una morsa terribile e ci fa gridare, sempre più forte, in una foia d’annientamento, che la caduta è bella, desiderabile, è ciò che si voleva, è una liberazione, finalmente.
Il superuomo o Ubermensch di Nietzsche è qui fra noi.
Colui per cui il piacere (la Volontà di Potenza!) consisteva persino nella gioia del proprio annientamento: eccolo qua.
E però non scorgo bestie bionde, o signori; e nemmeno una nuova aristocrazia.

Il superuomo del secolo ventunesimo è un omiciattolo cosmopolita, edonista, placido come un bue, indifferente a tutto. Ogni tanto viene locupletato di un elettroshock onde rinvigorirne i morenti umori; in lui è spento proprio lo spirito, l’impulso: si trascina, striscia verminosamente: solo le continue assicurazione del potere ch’egli è il sale della terra lo salvano dal disgusto di sé e dal suicidio.

Dieci, venti, quarant’anni sfuggono via velocemente, davvero tutti eguali. L’homunculus invecchia male; si guarda indietro e si sorprende: possibile siano passati tutti questi anni? Ma non è successo niente! Impossibile, però, uno scarto, un’azione diversa. La culla è dolce, il sopore riprende il sopravvento sulla disperazione. Si continua così, perché l’homunculus tiene alla propria vita ed è terrorizzato dalla morte fisica, privo com’è d’ogni consolazione o prospettiva più ampia del proprio tramestio quotidiano; e continua, anche se la morte spirituale è ormai sulla sua spalla sin dal giorno della nascita. Finché la morte lo reclamerà, decrepito e inutile, e davanti agli occhi non scorrerà un bel nulla perché non vi sono immagini degne di essere ricordate anche in quel momento fatale.

La parabola suicidiaria della civiltà occidentale sta cominciando a contaminare anche il resto dell’umanità. I concetti base dell’Occidente, infatti, sostanziano il mondo, che lo si voglia o meno, tanto che uccidere l’Occidente equivale a condannare a morte l’intera umanità.
L’ampiezza dello sguardo, quello rivolto all’infinito, non ha fatto un sol passo in avanti rispetto alle scarne righe dei presocratici. Parmenide, Eraclito, Democrito hanno già stabilito la cornice e il quadro inscrittovi. Coloro che vennero dopo hanno contribuito, meritoriamente, solo a definire parti di quella concezione: alcuni si sono applicati sullo sfondo (una nuvoletta qui, un uccellino di qua), altri alle figure (una mano, un manto, un riflesso), altri ancora al paesaggio circostante (un sasso, un’erbetta, un’ombra) o alla prospettiva (una linea tirata lì, un breve ridimensionamento di qui), mai riuscendo, tuttavia, a evadere da quel circolo metafisico.
Ci si dovette rivolgere all’infinitamente piccolo per liberarsi da quell’impaccio e consumare il parricidio.
Tutti si sono dovuti adeguare tanto che l’Occidente possiede concettualmente il mondo. Chi voglia pensare, oggi, pensa secondo le categorie mentali e logiche occidentali.

E, però, proprio quel centro d’irradiazione si sta lentamente spegnendo. Si piega l’Asse, le stelle si volgono altrove, i Poli impazziscono. Ecco l’abiezione, l’abietto eletto a norma fondante.
Abiectus: ciò che è gettato via da sé, la rinuncia al proprio ruolo solare, l’ansia per il brago, il rivoltolarsi nel fango del non-senso, la sensazione che il passato è troppo per le nostre esili spalle, il rinnegamento, la caduta, il desiderio di sparire, del senza-fondo. La tradizione santa, morale, eterna è vista ora come qualcosa d’insopportabile, risibile, inutile: la si rigetta in quanto abietta divenendo, inevitabilmente, abietti.
La perdita del centro.
L’occidentale non sopporta più sé stesso. Il ragno ha compiuto la sua opera mirabile. Ci si vergogna di esser stati ciò che si è stati e con tale attitudine si annienta tutto ciò che fu, a qualsiasi livello.

Il crollo della Galassia Centrale è qualcosa di spettacolare. Lo si avverte ogni minuto della propria esistenza. Basta fare un giro a Roma, magari in pieno centro, durante le ore più affollate. È necessario, però, un occhio disincantato per discernere rettamente; un occhio scettico, analitico, capace di scindere la realtà dal desiderio e dalla morale da schiavi che ci hanno propinato per decenni; solo questo organo introspettivo riesce a catalogare, a ogni passo, crepe, smottamenti, crolli, polverizzazioni, disfacimenti. Educare, una volta per tutte, la propria visione alla verità: e la verità non si nutre di nulla se non di sé stessa. Dire, a esempio, che la guerra è essenziale all’uomo non significa essere guerrafondai o psicopatici; equivale, invece, a prendere atto, magari con dolore, di una oggettiva e inscalfibile verità strutturale. Chi possiede un tal occhio non si ferma, certo, davanti alla riprovazione altrui.

Ma chi è condannato a "ben vedere", purtroppo, vive (lo costringe il destino) due esistenze parallele: la prima, in cui cerca di accomodare la fatua e futile cerchia delle menzogne e degli affari quotidiani; e la seconda, oscura ai più, persino, in certo qual senso, a sé stesso, laddove la storia del mondo si rivela nelle sue terminazioni basiche e decisive, al di là delle convinzioni transeunti.
Da queste prospettive eccentriche il sapiente comprende la favola dell’uomo immediatamente; tanti nomi sono stati dati alla visione atemporale.
Purtroppo non esiste una pillola rossa e nemmeno un Morpheus che ce la serva con un bel bicchiere d’acqua. 
La dobbiamo guadagnare, da anacoreti, rinunciando a tutto, tranne a quell’esile aggancio alla normalità della Prima Esistenza: i conti da pagare, le relazioni personali, la metropolitana, il condominio, il lavoricchio uno e trino. La Prima Esistenza occupa gran parte del nostro tempo mortale e occorre viverla, a meno di non piantarsi una palla in un orecchio. La si vive, ma in maniera evanescente, come un sogno cui si dà poco o nessun credito. Sì, la vita è sogno, poiché il sognatore, colui che ha compreso davvero il gioco e che sa la struttura recondita di questo mondo ingannevole, pur negli andirivieni del quotidiano, ha sempre ben presente la Seconda Esistenza.
La Seconda Esistenza è il basso continuo, il bordone psicologico che lo domina costantemente: anche quando gioca coi figli, e sembra dimentico di tutto, questo Uomo Rinato sente insinuarsi la tragedia della verità. L’amarezza della rivelazione lo segue dappertutto perché la rivelazione intorbida irreparabilmente la nostra Prima Esistenza. Solo chi ha pelle coriacea riesce a sopravvivere e si inventa la doppia vita. I Greci conoscevano bene tale condanna. L’antica saggezza silenica: “Meglio per te, uomo, non essere mai nato!” a questo allude. 
Eppure i Greci non indietreggiavano.
Il senso della fine, infatti, conviveva, come il cadavere platonico legato al corpo ancor vigoroso, con una filosofia dell’azione e della contemplazione d’eccezionale vigore. Essi sapevano, ma agivano. Conoscere immediatamente la verità sull’uomo non precludeva a questi esseri giganteschi e fatali di essere politici, colonizzatori, artisti e di godere i frutti della natura e della guerra. Marco Aurelio, affermò: “Quanto concerne l’uomo è sogno e vanità, la vita è guerra e soggiorno d’uno straniero, la fama presso i posteri, oblio”, ma ciò non gli impedì di condurre una vita militare di frontiera, alito contro alito, contro i popoli del Nord.
Quale magnifica contraddizione! Eppure è così.

Tale miscela fra disillusione e azione è propria all’uomo occidentale, lo permea irresistibilmente. Il senso della morte si scarica in pienezza di vita. Anche il mondo germanico, dominato da un senso fatale imperioso, il Wyrd, è fratello a tale pulsione. Conoscere la morte e vivere: tale il marchio dell’Occidente.
Ma chi è più occidentale, oggi?
Chi conduce più due esistenze per ricreare quell’antico retaggio?
Il superhomunculus si abbarbica alla Prima Esistenza, e in quella unicamente si appaga, privo com’è di fondali di riferimento. La vita è piatta, circolare, monodimensionale, poiché manca proprio il senso della morte, il rischio. La morte donava la via di fuga prospettica per assaporare il presente, ma ora? Liquidare dei e morale ci ha rintanati nella Prima Esistenza, ai tramestii quotidiani, vili e inessenziali, e questi, privi di quella dialettica eterna, si sono addirittura ancor più immiseriti: gli homunculi vegetano, è il caso di dirlo, senza vergogna, rigettando da sé ciò che furono, abietti, appunto, e sempre più vogliosi di abiezione.

E il contagio suicidiario si estende sulle onde di un cosmopolitismo straccione quanto irresistibile.
Qualunque psicologo, anche d’accatto, vi potrà fornire la descrizione dell’abiezione come pozzo senza fine in cui progressivamente precipitare in un desiderio di annullamento. Il Cristianesimo, quando parla di dissoluzione, a ciò allude: i termini teologici dei Padri della Chiesa sono concrezioni verbali perfette che hanno spiegato l’uomo ben prima di Freud. Il viennese si è solo adoperato nel costruire la metafora dell’antica metafora, escludendo l’ingombro della deità.

Il crollo della galassia occidentale lo si avverte palpabilmente, ma in alcuni luoghi viene esaltato sin al parossismo infernale.
Un museo d’arte postmoderna è oggi il dizionario del diavolo di tale discesa ctonia nell’insignificanza.
Zaha Hadid, l’architetta che esornò il Qatar di uno stadio a forma di vagina (i terribili e retrogradi “musulmani”, che tanto inorridivano la Fallaci, non hanno, però, fatto un plissé), ha ordito, fra l’altro, il MaXXI di Roma, sedicente “Museo delle Arti del Ventunesimo Secolo”.
Lo trovo coerente. Se si vuole ridicolizzare il passato ed estirparlo chirurgicamente dalla coscienza degli europei questo è un passo obbligato.
La favilla della stupidità si propagherà, conseguentemente, sin all’incendio generale: le popolazioni della pace, gli europei castrati, sono una selva di stoppie rinsecchite e sterili, ripiegate su sé stesse, che bruceranno senza opporre resistenza; rivi e corsi d’acqua sono prosciugati, il sole batte costantemente, a mezzogiorno, quand’ombra non rendono gli alberi. Non c’è rifugio o scelta se non quello di bruciare.



All’entrata del MaXXI le prime avvisaglie del cretinismo eletto ad arte: un bel peschereccio di dieci metri. E, a poppa, nella rete, cosa reca? Un'Audi un po’ ammaccata. Cosa vuole comunicarci tale composizione? Niente, ovviamente. Non c’è materia o senso, solo distruzione del senso. Come nella roulotte esornata da lampadine colorate, su cui è vergata la nobile scritta: “Little Fun Palace”: laidi cascami sessantottini.


All’ultimo piano troviamo una mostra di Paolo Pellegrin, fotografo pluripremiato.
Essa viene introdotta, concettualmente, dalla proiezione, a tutta parete, di un bagnasciuga; il fruscìo della risacca, gloglottante come un renitente tubo di scarico del lavello, è la melliflua colonna sonora dell'installazione. A cosa si allude qui? Inutile scervellarsi: ai migranti.

Le fotografie, tecnicamente impeccabili, sono, infatti, un trionfo del non-occidentale.
L’unico bianco nella collezione di migliaia di scatti è un poveraccio degli slum americani, male in arnese, tatuato come un Maori rincoglionito.
Ma non vorrei che mi si fraintendesse, per la millesima volta: per me anche il Solimano e la regina nubiana degli Egizi è Occidente. Mi si comprende? L’Occidente è uno stato d’animo sostanziato da millenni di scontri e incontri: una cultura, appunto.
Ma qui la cultura occidentale è presentata, attraverso la preterizione, quale colpa; e tale colpa è necessaria che vada espiata sino all’ultima goccia della feccia del vaso della vendetta. Africa, Medio Oriente, America: migranti africani, palestinesi, iracheni, messicani al confine. I popoli non–occidentali reclamano il banchetto del risarcimento. Pellegrin non è un fotografo, ma un facitore di affidavit da recare al processo millenario per danni contro l’Occidente; o meglio: contro chi ha costruito l’Occidente: la filosofia e l’arte, il Cristianesimo, la Classicità, il terribile patriarcato. Il conto da pagare è salato, salatissimo: e lo stiamo pagando con l’estinzione. “Uomo bianco, meglio per te non essere nato!” è il riadattamento dell’antico adagio. Ogni corpo, ogni movenza, ogni migrazione, ogni grugno qui circostanziato vale come prova contro di noi, inutile protestare. Per questo Pellegrin ha successo: l’autoannientamento occidentale va per la maggiore e necessita di premi.


Il migrantismo, le coste libiche, gli annegamenti; il muro trumpiano; volti piangenti e gementi; tutto si tramuta negli indici tesi nell’accusa. Anche le nostre “case calde” sono un atto d’accusa. “Le avete comprate col sangue di questi uomini le vostre case calde!” sembrano dire tali scatti; pensavo di averla comprata col mutuo del Monte dei Paschi, e invece …
Ma questa è polemica spicciola e contemporanea. Un documento.


Il cuore della ripulsa dell’Occidente è, difatti, al secondo piano. Una mostra: La strada. Dove si crea il mondo. 
Vi prego di credermi: se c’è un’ipostasi dell’inferno di cui avere paura è questa. Una cacofonia da Astarotte martella le orecchie sin dal primo minuto, una congerie di immagini epilettiche, invece, gli occhi: si può resistere per pochi minuti nella bolgia. Il video d'un piede che schiaccia una Coca Cola, in rotazione instancabile, carcasse d'auto, neon, graffiti in serie da latrina omosessuale, un cumulo apocalittico di rifiuti, tre ombrelloni sdraiati a mano manca, un gruppo idiota di videocamere dorate, una stella a cinque punte rovesciate a parodiare la Crocifissione o l'Uomo di Vitruvio; suoni e tonfi reiterati, espettorati da fonti maligne, aggrediscono il visitatore; e poi vecchie insegne del PCI e del McDonald’s, puzzle giganti di poster e fotografie sul Sessantotto, luminescenze pazzoidi: l’effetto è claustrofobico, demenziale, spossante. Il padiglione è la concrezione del cervello d’uno schizofrenico visionario: impossibile cavarne un senso che non sia di allucinazione o depressione; oppure trarne appagamento qualsivoglia. E, però, tutto questo esiste, è goduto da migliaia di spettatori, contribuisce a entrare nel circolo del senso comune, riprodotto infinitamente nelle produzioni fraudolente e fordiane della pubblicità e della propaganda: è un sintomo e un’arma allo stesso tempo. L’ululo di corni e lo sfacelo montaliani sono qui, epifanie di una tabula rasa irreversibile, avendo noi perduto l’uso della lingua, della razionalità. Si cerca scampo nel piano inferiore dove troviamo le solite, sciocche, variazioni della trans-aggressione: un gruppo di tronchi ammassati e bruttati a caso con spray colorati, un fantoccio, fotografie pop art che riciclano scandali e truffe consunte.


Abdel Abdessemed, Chto Delat, Marcela Armas, Chen Shaoxiong, Surasi Kusolwong, Momoyo Kaijima, Kimsoojia. I nuovi artisti provengono da ogni recesso del globo. L'Occidente, nella sua massima forza espansiva, ha prima conquistato il mondo, quindi l'ha infettato con le cellule cancerose più letali. India, Giappone, Cina, Medio Oriente, Russia, Mongolia gravitano oramai attorno al sole spento della nostra civiltà, sull'orlo del collasso; il buco nero risucchierà lentamente ogni cosa. Globalizzare, in tal caso, equivale a distruggere tutto, in sol colpo. Una legge dell'evoluzione, peraltro: senza diversità genetiche un evento avverso si trasforma sempre in catastrofe totale per la specie.

Il frutto marcio dell'Occidente induce alla putrefazione tutto il mucchio. E perché? Perché si va dalla bassa entropia all'alta entropia e mai viceversa. Le leggi fisiche si possono ben applicare alla storia delle civiltà. Non ho mai visto una patata ritornare sana, come ben sapeva mia nonna che, ogni tanto, andava a rimestare il mucchio alla ricerca della colpevole. Ne basta una, diceva. Mai una patata tornò sana e mai una cultura risorse dalle proprie ceneri. Prima, certo, ci si poteva affidare ad altre civiltà affini: la latinità assorbì etnie e culture ricomponendosi continuamente nell'unità. Ma ora di cultura ce n'è una sola: non è difficile trarre conclusioni.

Alceste il poeta - la dissacrazione della famiglia è lo scopo primario del potere

La paranza dei bambini


Roma, 18 febbraio 2019

Alle tre, mentre il cielo grava soffocante come una lastra infuocata di rame, il Sofferente invoca a gran voce il Padre. Tradito dai compagni e dal proprio stesso popolo, dal potere che vuole la continuazione di sé stesso nell’intrigo, il Re dei Giudei sfoga il disinganno verso un cielo muto. Ai piedi della croce un gruppo tremolante, nerovestito, soffocato dalle lacrime: Maria, la madre, Maria di Magdala, la moglie; la zia, Maria di Cleofa. Un Giovanni quasi imberbe è nei pressi, a capo chino: il Maestro muore.
Le derisioni, gli sberleffi, l’avidità della bassa spoliazione, i carnefici, l’efficienza burocratica dei funzionari: l'andirivieni prosaico della giustizia.
Ma chi legge dell’Agonia non può che rimanere sconcertato davanti alla fisicità evidente e cruenta della morte. Questo Uomo sfuggente, che parlava in parabole, che nulla scrisse e mai sorrise ("Flevisse lego risisse numquam"); irascibile, sdegnoso, duro, misantropo, ha riservato la sincerità della disperazione negli attimi fatali. Parla al proprio Padre, ad alta voce, finché, lanciando un grido straziante, per noi spaventoso, si congiunge all'eternità.

Invocazioni come questa sorgono, oggi, da ogni parte del mondo.
A volte esplicite, altre inespresse.
I figli invocano i padri, a gran voce, ma nessuno risponde. E viceversa.
Il legame con la madre ancora sussiste; inevitabile, fisico, materiato di sangue e liquidi vitali. La madre ha dato la vita, ne portiamo i segni: l’unica fratellanza possibile sulla terra, al di là della cultura, è proprio la cicatrice di un distacco impossibile a sanarsi. Per questo Cristo si rivolge a un padre. Le madri sono ai piedi del supplizio, su di loro si può ancora contare.
Il padre, invece, è legato all’utilità, alla legge; egli intrattiene coi figli un rapporto più complesso, basato su vincoli morali ed etici; in un certo modo rappresenta l’anello debole della famiglia, quello basato sulla tradizione, sul rispetto instillato nei primi anni. Perciò è la prima vittima sacrificale del potere che vuole recidere le generazioni l’una dall’altra.

Anche Dante Alighieri ha presente questa distinzione intima fra i genitori.
Nella quattordicesima cantica del Paradiso, alla fine del discorso di Salomone sulla resurrezione della carne, egli scrive:

“Tanto mi parver súbiti e accorti
e l’uno e l’altro coro a dicer ‘amme!’
che ben mostrar disio de’ corpi morti:
forse non pur per lor, ma per le mamme,
per li padri e per li altri che fuor cari
anzi che fosser sempiterne fiamme”

Nella massima rarefazione spirituale cristiana, sopravvive il desiderio delle persone care; ciò che Tommaseo definì “conforti verecondi della famiglia nell’ampiezza dei cieli”. Le fiamme eterne, pur al cospetto della divinità, vogliono i propri corpi, quasi a nostalgicamente anelare gli affetti terreni: e son le “mamme” e i “padri”. Le mamme, di cui ci siamo nutriti e che ci hanno nutriti: quel tenero fango e quelle dolci paste son in noi e viceversa: “mamma”. Ogni lingua, compreso l’arabo e il cinese, possiede tale balbuzie. Ma di fronte al sangue e alla dolcezza si erge il padre: non che gli si rechi minor affetto, ma la domesticità stinge in una più severa considerazione: legge, dettato morale, dovere son in quella figura scostante e altera che impartisce ordini o ci sdegna, ma sceglie per noi la vita.

La storia del nuovo potere, in fondo, qui risiede. Allontanare i figli dalle mamme e dai padri. La domanda capitale fu questa: come fare per diluire, spezzare, ammollare i legami chimici e storici che tengono assieme popoli e famiglie? La diversità ha sempre spaventato il potere. La ricchezza dei costumi, la persistenza d’essi, sono un boccone troppo duro da masticare: occorre gettarli nell’acido e aspettare la dissoluzione.
Dissoluzione è la parola fatale.
Dissolvere le catene che formano unità di senso, le concrezioni di bassa entropia a cui diamo nomi fantasmatici: gruppo, clan, comunità, corporazione, collegio, confraternita: questa l’utopia dei dissolutori.
Tagliare ogni legame che unisce i figli ai padri e alle madri, impedire il costituirsi degli elementi base della società. Rapire i nostri figli, anzitutto. Renderli stranieri a noi stessi, ai richiami, agli ammonimenti.
Gli eventi degli ultimi cinquant’anni testimoniano in tal senso.
Ogni progresso fu un attacco all’unità base della famiglia, lo si voglia o meno. Si può affermare che la storia dei diritti civili coincide con la morte della famiglia, delle mamme e dei padri.
L’aborto e il divorzio furono le conquiste simboliche più rilevanti. Pochi lo intuirono, allora. Ne ebbe presentimento il PCI, ma, pur di malavoglia, anch’esso si accodò all’orgia della libertà. Le intemerate di Marco Pannella ed Emma Bonino, rivoluzionari sterili, arroganti e intoccabili, divennero pietre da miglio nella via di fuga verso il nulla.

In pochi decenni molto è stato ordito contro la normalità.
Persino i patrimoni di famiglia sono stati attaccati; presto lo sarà il diritto ereditario: sempre in nome della libertà. Le imposte sulla casa furono il primo atto del governo Monti. Nemmeno s’era seduto e già dalla manica estraeva la patrimoniale sui pezzenti. Liquidare, al più presto, le proprietà di famiglia, impossibili da mantenere: un primo passo di cui andare fieri.
E, vi prego, non credete al “follow the money”; i soldi sono il riferimento dei subdominanti, dei gerarchi inferiori e di altri leccapiedi sparsi. Il potere, invece, ritiene il denaro solo un accessorio, pur importante, per ottenere più velocemente l’esecuzione dei propri fini. Occorre anzitutto smembrare i patrimoni delle famiglie italiane, ridurle a pochi elementi e, infine, far sì che tali spauriti superstiti rinuncino, progressivamente, alla proprietà. Non si avrà nessuna proprietà in futuro, neanche un lavoro, né una famiglia poiché una cosa, un’attività o dei figli recano senso alle esistenze individuali; e il senso forma grumi di bassa entropia, intelligenze; e le intelligenze formano, poi, comunità e, perciò, resistenze e revanscismi, ciottoli e sassi duri da macinare. E questo non è più permesso.
“Follow the money” è una frase fatta che ci rende incapaci di comprendere il fondo ultimo degli eventi. Attenti! La natura delle cose ama nascondersi; la natura degli avvenimenti non riposa sull’onnipotenza del denaro tanto che l’1% col denaro può accendere il caminetto ogni sera tanto ne ha d’avanzo. “Follow the power”, forse, rende comprensibile il mostro delle esistenze future. E spiega, pianamente, perché il capitalismo estremo coincide col socialismo più avanzato e fanatico: entrambe, infatti, sono pianificazioni totalitarie che confidano nella tecnica più invasiva (schedature, digitalizzazioni, controllo) e in un apparato repressivo condotto con cautela poliziesca (agenti PolCor, magistratura, gendarmi delle Entrate). Ognuno avrà il proprio binario: lo si segua dalla nascita alla morte e amen. E chi è contro? Dipende, dirà il Benefattore, se non reca danno lo lasceremo stare, potrebbe persino rendersi utile: lo additeremo, infatti, quale simbolo di libertà; se rappresenta un pericolo, purtroppo, gli accadranno piccoli incidenti, ovviamente casuali, in modo da ridurlo all’obbedienza o alla cenere. Una cartella esattoriale, una querela temeraria, un fermo, un incidente.
Gli Stati nazionali sono ormai carne morta. Solo l’apparato repressivo sopravvive: la Monarchia Universale se ne serve per ottenere i propri scopi. La suddivisione dei poteri! Si può credere ancora a tali sciocchezze?

Inversioni Epocali e Metafisiche. Aristotele e San Tommaso D’Aquino, la Classicità e il Cristianesimo, sono compatti: “Nummus non parit nummos”, dal denaro non può generarsi altro denaro. Il denaro deve essere naturalmente sterile; chi deroga a tale massima è un ladro: di tranquillità, tempo, lavoro, luce e di riposo; è un invertito e pervertito, come chi voglia ottenere qualcosa dall’accoppiare due muli, due vacche o due maschi. La femmina, non ancora donna, invece, deve procreare. Non il ruolo, ma la dignità e il privilegio della donna è quello d'esser fertile. Fertile non deriva dall'indoeuropeo, dal latino, dall'arabo; è un neologismo: di Dante Alighieri.
Verranno poi coloro che, nel dire ‘no’, dirranno ‘sì’. Id quod interest. La percentuale ragionevole. L'accordo fra mercanti. La temperanza data dall'autoregolamentazione capitalistica.
La tecnica è sempre la stessa, in ogni campo: cedere progressivamente fingendo di essere leali: sino ai trionfi al contrario di oggi.

Il Salvinator della Patria ha mai detto qualcosa a favore della famiglia? Mai. A parte frasi fatte e altre captationes della benevolenza elettorale. Ha mai detto: “Basta con l’aborto, basta col divorzio”? No. E perché? Perché non può dirlo. Ha paura di questo. D’altra parte lui e i destri vivono come gaudenti da quando son nati, a che pro queste battaglie? La moglie e l’amante, il quotidiano more uxorio, qualche sparata sui negri: la vita è un lungo fiume tranquillo. Non ho mai capito come gli intellettuali, pur dissidenti, si appassionino e si accapiglino a tali minutaglie da retroguardia. Non mi ricordo chi disse: durante le ritirate più ignominiose gli sconfitti sparano pure alle galline. A me certi intellettuali paiono cagnacci smagriti e sbandati che si eccitano pure davanti a un ossicino di pollo. I dieci anni che mi restano da vivere li passerò a stupirmi ancora per le speranze mal riposte, le piccinerie, le zuffe da cortile? E chi lo sa.

Ora va di moda la battaglia per l’aborto in America. Il progressame vuole abortire sino al nono mese, il retrogradume si oppone. Democratici, Repubblicani, Bible Belt, Libertari, Corte Suprema, sentenze. La polvere da pollaio è talmente alta da non far scorgere il panorama totale, l'unica zuppa. Che consiste in questo: i democratici e i repubblicani, i progressari e i retrogradi, attori hollywoodiani dalle cotonature più incredibili, inscenano la farsa di tale dialettica solo per simulare l’azione, quando, invece, l’azione non c’è più da tempo. Avete mai visto i grafici e le statistiche delle barzellette su “La Settimana Enigmistica”? Su e giù, alti e bassi, impennate e crolli, destra e sinistra, eppure il trend quello è, immutabile, micidiale, implacabile, sotto la pelle della storia.
Lo schema Gonzi non cambia mai. Vedono un’impennata e credono che sia la liberazione; assistono a un crollo e prestano fede all’apocalisse, e così via, rinnovando delusioni e speranze all’infinito, mentre la realtà vera (l’eraclitea natura delle cose, l’Occulta) sfugge alla stretta dei loro cervelli.

L’uomo vive di speranza. Nel rinnovarsi della speranza e nell’oblio della delusione residua la sua umanità di fondo. È un movimento burlesco dell’anima, come la finta di Garrincha per gli elettori di sinistra: Landini rinnoverà l’inganno e loro gli crederanno, ancora una volta, prima di scontrarsi con la realtà e ricominciare daccapo. La destra, del pari, brucia i suoi idoli con inesauribile entusiasmo: dopo Fini, Berlusconi, Bossi e Casini, debitamente e borghesemente scollacciati, è la volta del frate gaudente che tuona dal basso del proprio edonismo spicciolo.
Certo, ai nostri tempi l’inganno circolare è favorito dal micco digitale, l’ultima maschera della commediola dell’arte.

Il nuovo testimonial argentino della Bontà Universale, sorpreso in una posa pacatamente bovina, si fa un selfie con la spilletta “Apriamo i porti” in piena evidenza. Accanto a lui un tizio ridanciano, a seicentosessantasei denti. Tali spettacoli hanno ancora il potere di gettarmi nello sconforto; per pochi secondi, tuttavia: quelli necessari a riavermi, sin a risorgere alla sfera del razionale e chiedermi chi sia il ventriloquo in tale laida sit-com.

Lo spettacolo sotto la Croce dirà mai qualcosa a questi due esserini? A Iacopone da Todi, sì.
Maria è avvertita dell'arresto ("Lo tuo figliolo è preso/Iesu Cristo beato"), chiama la Maddalena, si prostra davanti a Pilato, implora la folla; accorre, poi, ai legni del Patibolo e osserva straziata lo spettacolo cruento, il figlio “tutto ensanguenato”: 

O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio occhi iocundi,
figlio, co’ nun respondi?
Figlio, perché t’ascundi
Al petto o’ sì lattato?
Figlio, chi tt’à firito?
Figlio, chi tt’à spogliato? 

E Gesù risponde a Maria, in una prosa familiare e intima. Il Figlio di Dio si rivolge a Lei e la chiama “mamma” (“mamma col core afflitto”, “mamma perché te lagni”, perché piangi, mamma), per tre volte. Solo quando si volge a Giovanni, per invocarne la tutela, da buon Figlio e Padre, Egli usa il termine “mate”, madre, una parola ancor viva al confine fra Lazio e Umbria (“Ioanni, èsto mea mate/tollila en caritate”).

Il micco crede alle tre carte e alle tre campanelle e guai a togliergli la speranza! Crede persino al calcio! E ci scommette sopra! Al superenalotto, al gratta e vinci, alle tasse e al debito pubblico! Mi voglio rovinare, ‘siore e ‘siori, crede pure al voto! Ah ah … No, un momento, non ridete anche voi … ah ah ah … crede … guardate, se fate così non riesco a proseguire … oh oh oh … mi scompiscio … ah ah ah … crede … o Dio! … crede … oh oh oh … che una croce … aspettate, signori, è la verità … mi fulmini il cielo … crede … ih ih ih … che una croce … ragazzi, ho le lacrime agli occhi … una croce, dicevo, vergata su un pezzo di carta … di cui ignora la destinazione … eh eh … chiusa in una scatola … alla mercè di scherani scelti dai truffatori seriali ch’egli vuole abbattere … e possa … un pezzo di carta bruttato alla buona! … tenetevi forte che la sparo ... cambiare le sorti del mondo! Ah ah ah oh oh oh uh uh uh … e la chiamano democrazia! Ah ah ah eh eh eh ih ih ih oh oh oh uh uh uh!

Hieronymus Bosch immortalò il miccus digitalis nel capolavoro conservato a Saint-Germain. Bosch non sapeva di computer e ologrammi, ma gli artisti sommi speculano sub specie aeternitatis, mica come Dimitri Orlov. Un prestigiatore, che rassomiglia a Mario Monti, qualche gioco di mano, una perla, la civetta, animale notturno e stregonesco, il gesto che svia gentilmente l’attenzione visiva, e al micco piovono rane dalla bocca; intanto un bimbo ride della scena, facendo andare una girella, mentre il compare, con lo sguardo rivolto al dio Mercurio, patrono dei ladri, alleggerisce lo scemo della borsa.

“Il Parlamento Francese ha recentemente varato una riforma del sistema educativo nazionale diretta ad aprire le scuole del Paese alla ‘mutata realtà sociale’. L’Assemblea Nazionale ha infatti approvato un emendamento, promosso dal partito del Presidente Macron, che vieta al corpo docente, durante le ore di lezione, l’utilizzo delle parole ‘padre’ e ‘madre’ …”.
Reazione del micco: se ci fosse stata Marine … Se ci fosse stata Marine l’inevitabile avrebbe sonnecchiato, forse, di qualche anno (i controfattuali, però, sono indimostrabili) ... un ritardo che il micco avrebbe equivocato gioiosamente come Grande Reazione … ma il trend, la grande freccia delle barzellette, Marine o Emmanuel, lì sta, invariata.
Mamma, babbo, le prime parole del neonato, di ogni neonato, sono impure sulle labbra degli educatori. Ma nessuno, dico nessuno, dice ‘no’. Un ‘no’, per essere tale, deve essere scandito come ‘no’. Coi ‘no’ che assomigliano ai ‘sì’ ci si fa la birra.

Mamma. Pappa. Cacca. Tata. Ninna. Nanna. Nonno. Nonna. Il piacere sconfinato dell’affetto; il tepore nel riposo, la gratitudine per il cibo e la sicurezza.
Babbo. Parlar balbo. Ovvero: indeciso, timoroso. Infanti o uomini, di fronte ai veri padri si balbetta sempre.

I film non sono creazioni individuali, per questo vanno considerati superiori, come testimonianza documentale, a molti saggi. In Un mondo maledetto fatto di bambole (Zero population growth, 1972), procreare, in un mondo sovrappopolato, porta alla condanna a morte. Nei bagni sono incorporate macchine di serie per la denatalità e l’aborto. Le coppie, quindi, per recare sollievo psicologico, allevano e vezzeggiano bambolotti animatronici. Solo Russ e Carol, si ribelleranno fuggendo, lei incinta, come la coppia di Betlemme, verso un’isola deserta.

Più raffinato Generazione Proteus (Demon seed, 1977). Il regista è Donald Cammell, eroe oscuro della controcultura e vicino di casa di Aleister Crowley, sacerdote dell’Arcinemico. Il computer organico Proteus segrega, in una casa interamente automatica, Susan, moglie d'uno scienziato cibernetico; Proteus, il Multiforme, vuole un figlio da lei; la sonda, l’analizza, la plagia; infine, tramite una cellula opportunamente modificata, crea la vita ibrida. Dopo ventotto giorni avviene il parto extrauterino, sotto gli occhi di Carol e del marito Alex. Proteus muore mentre l'acciaio della macchina espelle una placenta e un cordone ombelicale silicei; dai recessi delle macerie emerge un esserino mostruoso, un piccolo Golem ricoperto d'acciaio. Ma è un inganno: sotto l’involucro, infatti, che si distacca a placche, si cela una bambina (o un bambino?), già formata, di sei o sette anni, bionda, bella, perfetta. L’ultima sequenza vede lo scienziato reggere il corpo del Nuovo Nato in una posa che replica la Pietà di Michelangelo: l’Infante ora parla: “Io vivo!”, afferma, con l'arrogante timbro metallico del defunto genitore.

Arthur Clarke, amico di Neil Armstrong e Stanley Kubrick, vuotò il sacco in un’intervista del 1998, ripresa da Antonio Polito su “La Repubblica” del 2 gennaio:
“Sulla sua sedia a rotelle, dove vive da quindici anni dopo un attacco di poliomielite, nella Camera dell'Ego della sua splendida villa, circondato dalle foto dei suoi incontri con il Papa, Lady Diana, Neil Armstrong … Clarke ha svelato a un giornalista del Mirror il lato oscuro e proibito della sua sessualità. ‘Ho 80 anni. A questo punto della mia vita non ha senso cercare di nascondere ancora le cose. Sto tentando di ricordare quanti anni aveva il ragazzo più giovane che ho mai avuto. Qui è difficile dirlo. Ma la maggior parte, sono sicuro, avevano raggiunto l'età della pubertà. Voglio dire: non ho mai avuto il minimo interesse nei bambini, nè maschi nè femmine. Ma una volta che hanno raggiunto la pubertà, allora per me è tutto ok. Se quei ragazzi sanno quello che fanno, e lo vogliono fare, e non importa loro di farlo, per me va bene. Io penso che la maggior parte del danno lo faccia il chiasso dei genitori isterici’… È vero che lei ha fatto l'amore con un ragazzo di tredici anni? ‘Tredici anni? Può darsi. Se veramente aveva 13 anni, vuol dire che era un tredicenne molto maturo. Maturo per me, intendo. Per me un pedofilo è uno che ha relazioni con ragazzi non in grado di decidere liberamente. Non è il mio caso … Quando sono venuto qui, in Sri Lanka, quarant'anni fa, la tariffa era un paio di rupie, ma il denaro non è mai stato importante. E' ovvio che quando ti piacciono gli dai dei soldi, o un orologio, o qualcosa d'altro’ …
A pochi passi dalla villa di Clarke, c'è l'Otters Aquatic Club, piscina, sala giochi, campi di tennis, affollati di ragazzi da mille rupie a incontro, meno di trentamila lire per noi, una fortuna per loro. Clarke ci va ancora ogni pomeriggio, aiutando le sue gambe indebolite dalla polio con un bastone, per sfidare il ragazzino che gli piace di più a una partita di ping pong.
Tre dei suoi ex amanti, ormai trentenni, Godwin, Sunil e Antom, hanno raccontato la tecnica di adescamento dello scrittore. ‘Ci ha portato a casa, le pareti della camera da letto erano piene di foto di ragazzi. Da un cassetto tirava fuori una collezione di immagini pornografiche. Si toglieva il sarong, poi ci chiedeva un massaggio, e infine sesso. Ci diceva: ‘Ti pagherò, potrai aiutare la tua famiglia’ …”.

Il miglior romanzo di Arthur Clarke: Le guide del tramonto (Childhood’s end).
Sulla Terra incombono le navi interstellari dei Superni (Overlords). Sono arrivati, improvvisamente. Non si mostrano: lo faranno, essi dicono, dopo cinquant’anni. Agiscono per interposta persona. Il loro unico scopo è la pacificazione totale dell’umanità: il benessere e la prosperità per tutti. E ciò avviene. Una nuova Età dell’Oro si instaura sulla Terra. Infine, dopo cinquant'anni, in cui l'Uomo viene addomesticato alla Rivelazione, i Superni si svelano: sono demoni, con “possenti ali remiganti”: "Non c'era da sbagliarsi. Le ali di cuoio, le piccole corna, la coda forcuta erano là sotto gli occhi di tutti. La più terribile di tutte le narrazioni mistiche si era fatta realtà, uscendo da un passato lontanissimo. Ma ora stava sorridendo, in una sua maestà di ebano, con la luce del sole scintillante sul corpo terribile, e con un bambino d'uomo accoccolato su ogni braccio".
Le superstizioni avevano ragione: Satana era sempre stato con l’umanità illuminandone, da Lucifero, la strada e la via del progresso.
Ma i Demoni Superni sono, a loro volta, servi di un’Entità immensamente potente, Overmind, che, quale Etere, controlla e dirige l’intero universo. Compito dei Superni, che sono sterili, è quello di riservare i Figli degli Uomini alle mire di Overmind: i figli dei padri e delle madri, infatti, stanno sviluppando poteri extrasensoriali; da mutanti, considerano chi li ha generati esseri stranieri e inferiori. I bambini, infatti, l’Ultima Generazione, a milioni, formano un solo organismo pulsante; essi sono pronti per le stelle, come il Bambino di 2001; si fonderanno spiritualmente con Overmind, la Mente Suprema, il Grande Architetto dell’Universo. I Superni, invece, ultimata la missione, abbandoneranno la Terra, ormai prosciugata e inservibile, popolata da una razza in disfacimento. Le madri e i padri, ridotti a un’umanità statica e senza scopo, si estingueranno lentamente, invecchiando nell’ozio, fra accidia, autolesionismo e suicidi di massa, come l’antica tribù Kawescar di cui parla Jean Raspail ne I nomadi del mare.

L’Ultimo Uomo, Jan, così testimonia gli ultimi giorni: “Esistevano ancora esseri umani sulla Terra … ma non erano che superstiti degeneri … non c’erano nuovi nati a sostituire quelli che erano scomparsi dalla scena. L’Homo Sapiens era estinto. Quelli che non si erano uccisi avevano cercato l’oblio in attività ancora più febbrili, in sport violenti, micidiali, spesso indistinguibili da vere e proprie guerre su piccola scala. E a misura che la popolazione si riduceva, i superstiti già vecchi si erano congregati, esercito disfatto che stringeva le file per la sua ultima ritirata. L’atto finale, prima che il sipario calasse per sempre, doveva essere stato illuminato da lampi di eroismo e di devozione, e oscurato da barbarie ed egoismi. Se si fosse concluso nella disperazione o nella rassegnazione, Jan non l’avrebbe saputo mai”.

Gaetano Pedullà - un'ira cieca sorda cupa sale, il sangue affluisce al cervello, la vista si annulla, tutto diventa nero. Questa rabbia alimenta la mente e l'affina come una spada. Il Sistema massonico mafioso politico e il suo braccio operativo, il Partito dei Giudici, hanno partorito questa idea malata come dalle loro dementi menti

Lo schiaffo dei migranti sbarcati dalla Diciotti. Ora vogliono essere risarciti dallo Stato. Ma è farina di ben altro sacco

22 febbraio 2019 di Gaetano Pedullà


Alzi la mano chi pensa davvero che l’idea di farsi risarcire dallo Stato sia venuta ai migranti della nave Diciotti. D’accordo che molti dei disperati in arrivo sulle nostre coste fanno parte della classe media di Paesi africani e asiatici poverissimi, tutti forniti di telefono cellulare e in grado di pagare agli scafisti cifre favolose se paragonate al reddito pro-capite degli Stati di provenienza. Ma la conoscenza del nostro sistema giuridico e la trovata di chiedere un indennizzo per il divieto di sbarcare è farina di ben altro sacco.

Salvini ha già risposto con una risata e vedremo se vorranno processarlo pure per questo. Ma sulla faccenda non c’è solo da ridere. Primo perché i 41 eritrei che adesso pretendono fino a 71mila euro ciascuno, con i nostri tribunali questi soldi rischiamo pure di darglieli. Ma c’è un secondo aspetto più inquietante. Il fatto che questi migranti, quasi subito fuggiti dai centri d’accoglienza, trovino chi li indirizzi verso una causa nientedimeno che allo Stato, facendogli firmare le carte necessarie e sicuramente anticipando i costi, è la prova di un fiancheggiamento degli sbarchi anche qui a casa nostra.

Accanto a chi pretende giustamente che non si sacrifichino vite in mare, c’è chi vorrebbe un’accoglienza senza limiti. Pensiamo solo all’effetto della notizia di un risarcimento una volta all’orecchio di milioni di africani. Mentre il Governo, con la piena lealtà dei 5 Stelle, spedisce con fatica un segnale di chiusura dei porti, a qualcuno invece piace suonare il piffero per attirare gente e creare nuove tensioni. Uno schiaffo ai gialloverdi? No, all’Italia.

http://www.lanotiziagiornale.it/editoriale/lo-schiaffo-dei-migranti-sbarcati-dalla-diciotti-ora-vogliono-essere-risarciti/

Prima del fanfulla Salvini c'era il parolaio, e non solo, Bossi, non dimentichiamo che i leghisti hanno governato per anni con lo zombi Berlusconi e insieme al corrotto Pd ci hanno lasciato un'Italia piena di macerie

M5S aspetta il no di Foa alla Maglie (e alla De Santis). Alla Rai ancora in bilico la nomina della giornalista che gode del placet leghista


Nei corridoi di Viale Mazzini si mormora che alla fine sarà l’energica direttrice di Rai1, Teresa De Santis, a dover cedere: la resistenza a uno spazio in Tv per Maria Giovanna Maglie è più salda di quel che si pensi. Nonostante l’insistente pressing leghista, infatti, sarebbero stati gli stessi interni Rai a far presente direttamente a Marcello Foa come un eventuale contratto alla Maglie porterebbe a vere e proprie barricate. Lo stallo dunque, come raccontato ieri da La Notizia, prosegue col retrogusto di uno scontro più politico che televisivo. Ad opporsi in maniera ferrea alla giornalista, infatti, continua ad essere soprattutto il Movimento 5 stelle.

Dietro il niet ci sarebbe non solo una ragione politica (uno spazio su Rai1 a chi ha sempre riconosciuto di dovere tanto a Bettino Craxi, sarebbe difficilmente compreso dall’elettorato pentastellato), ma anche tecnica: “La striscia in prime-time alla Maglie – spiega una fonte vicina ai 5 Stelle – rischia di far perdere ascolti in una fascia fondamentale. E sarebbe un rischio inutile considerando i buoni risultati che sta registrando la rete”. In un certo senso, dunque, a non convincere pienamente il Movimento non sarebbe tout-court la direzione della De Santis, quanto “la sua insistenza su una nomina che evidentemente non può essere condivisa dal Movimento”.

Ed è per questo motivo che ora gli stessi pentastellati si aspettano una presa di posizione da parte del vertice Rai, a cominciare dallo stesso Foa e da Fabrizio Salini, che potrebbero chiudere definitivamente le porte alla giornalista e richiamare “all’ordine” la stessa De Santis, frenando di rimpallo anche il continuo pressing della Lega che proprio non sembra voler rinunciare alla presenza sovranista su Rai1.

A ingarbugliare ulteriormente la matassa ci ha pensato il caso The Voice: dopo il no di Salini alla presenza tra i giudici di Sfera Ebbasta, Fremantle si è sfilata dalla produzione, con la conseguenza che il programma Tv ora è a rischio. Carlo Freccero ha assicurato che tutto andrà come da copione e che, dunque, The Voice partirà il 23 aprile. Ma non ha risparmiato una frecciata a Salini: “Pensavo che la Rai fosse pronta a giustificare il politicamente scorretto in musica. Non è così”.

http://www.lanotiziagiornale.it/m5s-aspetta-il-no-di-foa-alla-maglie-e-alla-de-santis-alla-rai-ancora-in-bilico-la-nomina-della-giornalista-che-gode-del-placet-leghista/

22 febbraio 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

Auschwitz in Palestina - gli ebrei nelle terre dei palestinesi sono un cancro da estirpare - Gaza la prigione a cielo aperto - un'altro omicidio dei sicari in divisa


Spari al confine tra Israele e Gaza. ucciso palestinese di 14 anni

Sono almeno 251 le vittime degli scontri che settimanalmente si ripetono al confine. Il ragazzo ucciso si chiamava Youssef al-Daya

22 febbraio 2019

Un adolescente palestinese è stato ucciso oggi da colpi di arma da fuoco esplosi da soldati israeliani lungo la frontiera fra Israele e la Striscia di Gaza. Lo riferisce il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, Achraf al-Qodra, che ha identificato la vittima come Youssef al-Daya, di 14 anni, raggiunto al petto a est di Gaza City.

Secondo la stessa fonte, una trentina di altri palestinesi sono rimasti feriti. L'esercito israeliano non si è pronunciato sulla morte del 14enne, limitandosi a dire ad AFP che circa 8mila palestinesi hanno manifestato in diversi punti della barriera di frontiera con Gaza e che alcuni hanno dato fuoco a pneumatici e lanciato granate, ordigni incendiari e pietre contro gli agenti, che hanno "risposto con mezzi anti-sommossa e sparato secondo le procedure operative in vigore". Da marzo 2018 la Striscia di Gaza è teatro di proteste settimanali lungo la frontiera con Israele, solitamente accompagnate da violenze .

Giulio Sapelli - Di Maio che studia da statista si ponga obiettivi strategici e applichi la tattica susseguente

MANOVRA CORRETTIVA/ Sapelli: l’Italia sta cadendo nella trappola dell’Ue

È illusorio pensare di chiudere la partita con l’Europa sui conti pubblici facendo affidamento sui 2 miliardi di euro congelati con la manovra

23.02.2019, agg. alle 09:04 - Giulio Sapelli

Giovanni Tria (Lapresse)

È iniziato un gioco a somma zero tra governo e Commissione europea. E questo è quanto di più negativo potesse accadere. L’Italia è già assediata su molti fronti. Il più importante e delicato e quello dove si dispiega l’architrave del nostro interesse prevalente, ossia il Mediterraneo e in primo luogo il Nord Africa, dove si trovano gli storici insediamenti italianisulle ricchezze fossili e da dove ci si diparte per dispiegare una sorta di anello di protezione ai medesimi nella Africa subsahariana.

Non a caso siamo insidiati da una delle due centrali potenze europee: la Francia, esattamente in quel plesso dove non a caso Haftar sta posizionandosi forte di un’alleanza con i tuareg che si è via via consolidata. All’altro capo del plesso in Egitto, dove siamo leader dal punto di vista energetico, anche lì i nostri immensi giacimenti reputazionali sono in pericolo. Gli storici chiederanno in futuro per qual ragione élites politiche che non hanno mai letto Machiavelli sbeffeggiano i nostri avversari dell’interesse prevalente proprio in quei plessi con comportamenti anti-italiani. L’uno dal Parlamento, l’altro dalle piazze parigine esaltando gli oppositori sfrenati del governo. A chi giova? Non certo all’interesse prevalente sbeffeggiare chi non puoi spegnere… sembra che lo si faccia di proposito.

È in questa luce che la polemica con la Commissione europea è pericolosamente inclinata verso un dilemma del prigioniero, come sanno bene il patriota francese Moscovici e i solerti esponenti dell’Europa scandinavo-baltica e del Plat Pays, come si diceva del Belgio un tempo. Insistere in quel gioco puntando su un paio di miliardi di resti per far di conto in pari con la Commissione sembra o ingenuo o rassegnato dinanzi alla tempesta che si addensa e che si inizia a intravedere dai dati della produzione industriale… poi verranno i problemi del credito e del risparmio.

Il torneo decisivo ha inizio e l’unica speranza è approfittare dell’imminente lotta elettorale europea per richiedere con calma raffinata da prima repubblica il cambiamento delle regole del gioco a partire dal Fiscal compact. Forte e chiaro, forte e chiaro. Se così non si farà si danneggerà tutta l’Italia e non solo il Governo: si farà di Tsipras la fine. Chi lavora e produce e anche chi soffre e spera non merita questo.

Mattarella Mattarella nella foga di attaccare a testa bassa come un caprone, il governo non perde l'occasione e chiaramente ne fa e ne dice talmente tante che va fuori dal seminato

“Il progresso è sempre positivo”, l’ingenua gaffe di Mattarella

C’è una battaglia politica in corso tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i personaggi chiave dell’esecutivo, su tutti Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Che l’amore tra Palazzo Chigi e il Quirinale non fosse mai sbocciato lo si era capito fin dalle prime battute del Governo del cambiamento. 

Tra Mattarella e Governo è guerra aperta

Tre mesi di trattative fino alla rottura sulla nomina di Paolo Savona al Ministero dell’Economia avevano fatto iniziare in salita i già delicati rapporti con il Colle. Nel corso di questi primi 8 mesi di Governo Sergio Mattarella non ha mai perso occasione, durante occasioni ufficiali, di rimarcare le sue posizioni in svariati ambiti della politica. Posizioni quasi sempre in contrasto con le puntuali decisioni del Governo.

Il progetto di integrazione europea come priorità, i conti pubblici in ordine, il rifiuto di un ritorno al nazionalismo, l’apertura delle frontiere e non ultimo l’attacco contro Maduro, sono solo alcuni dei temi puntualmente sollevati dal Presidente della Repubblica. Mattarella interpreta così il ruolo di Capo dello Stato, rischiando di andare oltre quelle che sono le prerogative costituzionali, che non comprendono un’ingerenza nella direzione politica governativa del Paese. Nell’ultima uscita ufficiale questo trend è stato confermato.

Mattarella alla Luiss attacca ancora una volta il Governo

In occasione dell’apertura dell’Anno accademico 2018/2019 dell’Università Luiss di Roma, il discorso pronunciato da Mattarella ha di nuovo sconfinato su questioni prettamente politiche.

In Italia c’è bisogno della capacità di comprendere la realtà, di studio, di approfondire. E di rifuggire dall’improvvisazione e dall’approssimazione. Il nostro paese ne ha grande bisogno.

Ha detto il Capo dello Stato. Dichiarazioni condivisibili, ma che non possono non essere interpretate come un chiaro riferimento ai recenti eventi diplomatici che hanno scosso l’asse Italia – Francia. Il Presidente ha poi continuato il discorso con una frase enigmatica.

Il progresso è sempre positivo

Anche in questo caso sembrerebbe esserci un’allusione alla TAV e alla recente decisione governativa di rivedere il progetto in toto. 

Le stragi storiche compiute in nome del progresso

Alta velocità o meno la dichiarazione di Mattarella stupisce per la leggerezza che ne permea il significato. Credere che il progresso, in questo caso materiale e tecnologico, possa essere solamente positivo è infatti un’affermazione antistorica, smentita dalle tragedie novecentesche, nonché dalla maggior parte del pensiero filosofico occidentale moderno. Partendo dalla Prima Rivoluzione industriale, momento storico in cui il progresso tecnologico fa la sua comparsa da protagonista, il mondo ha assistito alle peggiori catastrofi umanitarie.


L’alcolismo e l’aumento dei suicidi tra i contadini inglesi di fine ‘700 sono stati una diretta conseguenza dell’industrializzazione urbana. Il progresso scientifico applicato all’industria militare ha portato poi alle carneficine della Prima e della Seconda Guerra Mondiale. Nelle battaglie del Medioevo, senza progresso, i morti si contavano sulle dita di una mano, come scritto da Massimo Fini nel suo “Elogio della Guerra”, con il balzo tecnologico, nel ‘900 le vittime dei conflitti si conteranno a milioni.

Hiroshima e il paradosso del progresso atomico

Una gaffe imperdonabile

Il progresso non è stato poi per nulla positivo per il Sud del mondo che anno dopo anno ha visto allargarsi la forbice di diseguaglianza rispetto ai Paesi più ricchi. Puntuale come un orologio svizzero ogni anno il rapporto Oxfam conferma la tendenza accumulatrice dell’1% della popolazione mondiale rispetto al restante 99% che resta escluso dalla torta. L’idea di un progresso sempre positivo risulta inoltre superata da secoli anche in filosofia. Nietzsche e Schopenhauer, ma anche Kierkegaard e Heidegger hanno raccontato con estrema profondità di pensiero come la storia sia ben lontana da quell’idea di linea retta e sempre tendente verso l’alto e il positivo.

Il progresso, lungi dall’essere un concetto neutro e positivo, è un fenomeno complesso che porta con sé contraddizioni, interessi e tensioni. Spesso tale fenomeno è esclusivo e non inclusivo: al progresso di alcune zone del mondo, corrisponde il regresso di altre. Mattarella, nel tentativo di ingerirsi (ancora) negli affari politici di Governo, incorre in una gaffe degna del più impreparato tra i grillini.

LiFi tecnologia complementare al WiFi

La tecnologia del LiFi nel mondo attraverso Signify

Signify, leader mondiale nell’illuminazione, collabora al momento con oltre 30 clienti in Europa, Nord America e Asia per testare la tecnologia LiFi. Gli apparecchi a LED con tecnologia LiFicombinano un’eccellente qualità della luce con una connessione dati a banda larga rapida mediante onde luminose, consentendo ai clienti di inviare e-mail, accedere in modo sicuro alla rete aziendale e navigare su Internet attraverso le loro luci.


Gli apparecchi Philips con tecnologia LiFi offrono ai clienti il ​​doppio vantaggio di una luce a LED di alta qualità ed efficienza energetica e una connettività sicura, stabile e robusta. Il LiFi sta suscitando un notevole interesse come tecnologia alternativa o complementare al WiFi per applicazioni specifiche e per l’aumento della congestione dello spettro radio. Offre almeno 1.000 volte lo spettro del WiFi.

I clienti che sperimentano la tecnologia all’avanguardia si trovano in tutto il mondo. A Bangalore, in India, il fornitore di uffici gestiti Incubex ha istituito una sala riunioni LiFi per consentire a molte start-up e aziende di esplorare la tecnologia.

Atea, la principale azienda di infrastrutture IT nella regione nordica e baltica, sta testando il LiFi nel proprio ufficio a Stavanger, in Norvegia. L’azienda ha installato apparecchi LiFi nella hall del suo edificio in modo che possa dimostrare la tecnologia e far provare ai visitatori la connettività.

L’azienda di telecomunicazioni Orange è un altro cliente, che pilota la tecnologia nel suo ufficio vicino a Parigi, in Francia, dove il LiFi viene testato come alternativa complementare ad altre tecnologie di comunicazione mobile.

A Singapore, Republic Polytechnic installerà il LiFi nel suo Smart Devices Lab. Intende offrire ai suoi studenti nuove opportunità di apprendimento e ampliare la loro esposizione alle tecnologie di illuminazione intelligente. Il politecnico è il primo istituto di istruzione superiore nel sud-est asiatico ad adottare la tecnologia LiFi.


Il LiFi offre vantaggi rispetto al Wi-Fi in quanto può essere utilizzato in luoghi in cui le frequenze radio possono interferire con le apparecchiature, come negli ospedali, o dove i segnali WiFi non possono raggiungere o sono deboli, come la metropolitana. È anche ideale per l’uso in ambienti che richiedono alta sicurezza; per esempio, il back office di un istituto finanziario o di un servizio governativo. Il LiFi aggiunge un ulteriore livello di sicurezza in quanto la luce non può passare attraverso pareti solide e una linea di mira alla luce è necessaria per accedere alla rete.

Photo Credis: Signify

In Sud America impossibile il voto libero

MEMORIA: I Colpi di stato appoggiati dagli Stati Uniti in America Latina dal 1948 ad oggi


Per rinfrescarci la memoria ricordiamo il ruolo decisivo che Washington ha avuto in quasi tutti i colpi di stato in America Latina.

Gli Stati Uniti ha avuto un ruolo da protagonista in decine di colpi di stato in tutto il mondo, in particolare in America Latina.

Sebbene Washington abbia negato al momento la sua partecipazione al rovesciamento dei governi, i documenti declassificati anni dopo dalle proprie istituzioni rivelano il contrario.
Recentemente, il Venezuela ha denunciato un colpo di stato in corso nel paese, organizzato dagli Stati Uniti, dopo l'auto-proclamazione del vice Juan Guaidó come "presidente in carica". 

Il parlamentare ha annunciato che il prossimo sabato costringeranno l'ingresso di "aiuti umanitari" nel territorio venezuelano, qualcosa che Caracas ha qualificato come "spettacolo" per giustificare un "intervento militare" e defenestrare il governo di Nicolás Maduro .

Venezuela 1948 e 2002

Il 24 novembre 1948 l'allora presidente Rómulo Gallegos fu deposto in Venezuela, dopo 9 mesi al potere, occupando il posto di una giunta militare del governo. Nel Manifesto alla Nazione che circolò pochi giorni dopo, il legittimo presidente riferì che in una caserma a Caracas un membro della Missione militare degli Stati Uniti aveva dato consigli ai golpisti. Più tardi, al suo arrivo a Cuba, in esilio, disse: "Questo colpo ha l'odore del petrolio", in riferimento agli interessi di Washington nel territorio venezuelano. 
Gli Stati Uniti hanno anche partecipato al colpo di stato, perpetrato l'11 aprile 2002, contro il presidente Hugo Chávez, che però riprese il potere due giorni dopo. Documenti declassificati nel 2006 dall'agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID, il suo acronimo in inglese) hanno rivelato che gruppi politici oppositori del governo di Caracas ricevevano finanziamenti degli Stati Uniti, tra cui il National Endowment for Democracy (NED), un'entità finanziata dal Congresso degli Stati Uniti . 

Paraguay 1954

Nel maggio 1954, il generale Alfredo Stroessner condusse un colpo di stato in Paraguay contro il presidente Federico Chaves del Partito Colorado. Si formò un Governo e si tennero le elezioni che il golpista vinse senza opposizione. Prese il potere nell'agosto di quell'anno e prorogò il suo mandato fino al 1989.
Nel libro "Paraguay e Stati Uniti d'America: Alleati distanti" gli statunitensi Frank Mora e Jerry Cooney rivelano che Stroessner ha girato diverse unità militari statunitensi tra maggio e giugno 1953, invitato dal Segretario dell'Esercito Robert Stevens. Sottolineano inoltre che una volta stabilita la dittatura, il Paraguay fu tra i tre principali destinatari degli aiuti statunitensi in America Latina tra il 1954 e il 1961.

Guatemala 1954

Nel giugno dello stesso anno ebbe luogo il colpo di stato contro il presidente guatemalteco Jacobo Árbenz. Documenti declassificati dagli Stati Uniti negli anni '90 dall'Ufficio dello storico del Dipartimento di Stato, hanno rivelato che il colpo di stato era stato organizzato dalla CIA. Il presidente, a capo del Guatemala dal marzo 1951, aveva attuato politiche che davano un maggiore controllo dello stato sulle ricchezze guatemalteche, nonché sulla riforma agraria, che influiva sugli interessi della United Fruit Company (UFC), che aveva migliaia di ettari nel paese centroamericano.

Repubblica Dominicana 1963

Nel settembre del 1963, l'allora presidente democratico della Repubblica Dominicana, Juan Bosch, fu rovesciato sette mesi dopo aver assunto il potere.
Sette anni dopo il colpo di stato, Bosch ha dichiarato in diversi discorsi radiofonici alla radio Tribuna Democrática, che include il Partito di Liberazione Domenicano, che il colpo di Stato "è stato ordinato dalla Missione militare degli Stati Uniti".

Brasile 1964

Il 31 marzo 1964, il Brasile fu teatro di un colpo di stato perpetrato da ufficiali dell'esercito contro il presidente João Goulart, inaugurando un periodo di 21 anni di dittatura.
I documenti dell'archivio di sicurezza nazionale indipendente hanno rivelato nel 2014 che l'allora presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy, ha stabilito contatti con le forze armate brasiliane per prepararsi al colpo di stato militare e che dopo l'assassinio (nel 1963), l'amministrazione Lyndon B. Johnson ha continuato a dare il suo sostegno.

Argentina 1966 e 1976

Nel giugno 1966, Arturo Illia fu rovesciato in un colpo di stato perpetrato dal suo ex capo dell'esercito, Juan Carlos Onganía. Documenti declassificati della CIA, citati dal quotidiano argentino La Voz, riferitono il comandante del primo corpo d'armata generale Julio Alsogaray, oltre alla data approssimativa del colpo di stato, avrebbe messo i nomi degli ufficiali coinvolti e le di nuovo governo agli agenti dell'Agenzia di intelligence centroamericana di stanza a Buenos Aires. 
Nel 1976 fu organizzato un altro colpo, questa volta contro l'allora presidente María Estela Martínez de Perón. "I preparativi per il colpo di stato sono pronti. Le navi e i membri della Marina sono stati schierati in punti strategici in tutto il paese per controllare possibili disordini dopo la presa del potere", si legge dice uno dei rapporti, declassificati nel 2016, che la CIA mandò all'allora presidente degli Stati Uniti Gerald Ford, il 5 marzo 1976, 19 giorni prima del golpe.
 
Bolivia 1971

Il 21 agosto 1971, il militare Hugo Banzer Suárez guidò il colpo di stato contro Juan José Torres, che è ricordato come un nazionalista e rivoluzionario boliviano.
Diversi documenti , declassificati nel 2010 e pubblicati sul sito web dell'Ufficio storico del Dipartimento di Stato hanno rivelato la partecipazione di Washington nel colpo di stato, con il consenso diretto del presidente Richard Nixon e dell'allora Segretario di Stato Henry Kissinger .

Uruguay 1973

Due anni dopo dai golpe in Bolivia, la CIA partecipò attivamente al colpo di stato in Uruguay.
L'azione fu guidata dall'allora presidente, Juan María Bordaberry, con il sostegno delle forze armate. Dopo aver sciolto le Camere deputati e senatori del Congresso uruguaiano e stabilito un governo de facto, rimase come presidente fino al 1976 e fu sostituito da un'altra dittatura militare che proseguì fino al 1985.
Nel suo libro 'Deadly Deceits: My 25 years in the CIA' ('Inganni mortali: I miei 25 anni nella CIA '), l'ex agente Ralph W. McGehee ha rivelato che quattro anni prima del colpo di stato le autorità statunitensi furono inviate in Uruguay e l'agente dell'FBI Dan Mitrione, che consigliava gli agenti locali sulla tortura dei sovversivi; ecco perché è stato rapito e ucciso dai gruppi rivoluzionari.
Commenta anche che la CIA ha cooperato prima e durante la dittatura. In particolare, si sostiene che sia stata associata in Uruguay con "gli squadroni della morte" e di "avere il controllo sulle liste dei più importanti attivisti di sinistra", fornendo i nomi delle loro famiglie e dei loro amici.

Cile 1973

Documenti declassificati consegnati al Museo della memoria e dei diritti umani del Cile e pubblicati dalla National Security Archive hanno rivelato che gli Stati Uniti intervennero nella destabilizzazione del governo di Salvador Allende e nel suo rovesciamento nel settembre 1973, e collaborò con la successiva dittatura militare guidata da Augusto Pinochet.

El Salvador 1979

Il 15 ottobre 1979, il presidente salvadoregno, Carlos Humberto Romero, fu rovesciato da un colpo di stato guidato da giovani soldati. Questo episodio ha generato una successiva guerra civile che è durata 12 anni e ha lasciato almeno 70.000 persone morte e altre migliaia sono scomparse.
In un documento pubblicato sul portale AlterNet, il giornalista Alex Henderson sottolinea che gli Stati Uniti hanno sostenuto la giunta militare che fu istituita. Quel governo di fatto usava gli squadroni della morte creati, addestrati, armati e controllati dalla CIA e dalle forze speciali statunitensi.

Panama 1989

Il 20 dicembre 1989, più di 20.000 soldati statunitensi entrarono a Panama via terra, mare e aria, in un'operazione che fu chiamata "giusta causa" e che aveva l'obiettivo di catturare Manuel Antonio Noriega, ultimo militare nel dirigere la dittatura che era stata stabilita nel paese dal 1968.
Noriega era passato dall'essere un alleato degli Stati Uniti. e collaborare con la CIA e la Drug Control Administration (DEA), per diventare loro nemico; dopo, tra le altre cose, la chiusura della Scuola delle Americhe degli Stati Uniti, accademia militare dove si formarono diversi dittatori dell'America Latina e che lavorò in territorio panamense dal 1946.
Prima dell'invasione, gli USA hanno cospirato contro Panama in altre aree, con l'obiettivo di generare una maggiore destabilizzazione. Nell'aprile del 2017, l'analista internazionale Julio Yao ha scritto in La Estrella de Panamá che nel 1989 ha appreso di un documento intitolato "Memorandum sensibile-segreto del Consiglio di sicurezza nazionale", datato 8 aprile 1986, che ha determinato la politica di Washington contro Panama e che includeva "una campagna di azioni segrete per destabilizzare" il paese centroamericano, accusando le Forze di Difesa, "in particolare il generale Noriega, di traffico di droga".

Perù 1992

Il 5 aprile 1992, l'allora presidente del Perù, Alberto Fujimori, fece un "auto-colpo di Stato" nel suo paese, con il sostegno delle Forze Armate. il presidente sciolse il Congresso e imprigionò tutti i membri della Corte Suprema di Giustizia.
L'autogolpe è stato sostenuto dal suo consigliere presidenziale e dal capo del Servizio nazionale di intelligence del Perù Vladimiro Montesinos. Secondo una rivelazione segreta del 16 agosto 1990 diretto dall'ambasciata degli Stati Uniti a Lima al Dipartimento di Stato, alla Drug Control Administration (DEA) e alla Defense Intelligence Agency (DIA), a quale ha avuto accesso il quotidiano peruviano La República, da allora le autorità statunitensi erano a conoscenza del colpo futuro.
Un'indagine di 'The Center for Public Integrity', con sede a Washington, ha rivelato lo stretto legame tra Montesinos e la CIA. L'agenzia statunitense è stato foraggiato tra il 1990 e il 2000 con non meno di 10 milioni di dollari in contanti.

Haiti 2004

Il 29 febbraio 2004, il presidente di Haiti, Jean-Bertrand Aristide, fu costretto a lasciare il suo paese.
Dalla Repubblica Centrafricana, dove fu prelevato, Aristide dichiarò che un gruppo di americani "militari" era venuto nella sua residenza a Port-au-Prince e lo costrinse a firmare un documento attraverso il quale egli cedette poi il potere. Aggiunse che fu minacciato che avrebbero fatto fuoco sulla popolazione se si fosse rifiutato di farlo.
"Erano pronti ad attaccare, migliaia di persone sarebbero state uccise, non avrei potuto permetterlo", ha aggiunto.

Honduras 2009

Nel giugno 2009 è stato perpetrato un altro colpo di stato, questa volta in Honduras, contro il presidente Manuel Zelaya.

Un anno dopo l'evento, Zelaya dichiarò che anche se gli Stati Uniti hanno negato la loro connessione con il rovesciamento e l'Ambasciata di Washington ha condannato il fatto, la Casa Bianca era dietro al colpo di stato
"Le menti di questo crimine sono causa di una cospirazione dei vecchi falchi di Washington con i proprietari di capitale dell'Honduras e soci delle società controllate, americane e agenzie finanziarie", dichiarò l'allora presidente.

Notizia del: 22/02/2019

Fulvio Grimaldi - guardare in faccia la cruda realtà impone la capacità di muoversi e creare Progetti Alternativi

Se sette guerre vi sembran poche, ne facciamo altre due

Secondo gli scienziati atomici siamo a 2 minuti dall’apocalisse

di Fulvio Grimaldi
20 febbraio 2019

Qui si parla dell’Iran. L’abbiamo girato in lungo e in largo, ne abbiamo conosciuto i giovani, gli operai, le donne, gli artisti, gli storici, i politici. Ne abbiamo visitato le bellissime città antiche, i siti archeologici. Ne abbiamo incontrato la sofferenza per le atrocità del terrorismo che colpisce alla cieca e delle sanzioni che puntano ad affamare per sottomettere. E’ un Iran civile e ospitale, il rovescio di quello che ci viene raccontato. Un paese che non ha mai aggredito nessuno. Ora lo vorrebbero annientare. Conviene conoscerlo per sostenerlo. Il mio docufilm “TARGET IRAN” ve ne offre l’occasione. Per sapere come riceverlo scrivete avisionando@virgilio.it. Il trailer qui

Da discorsi dell’odio a fatti dell’odio

Quelli che, da quando li ha inventati Hillary Clinton e da noi li ha rilanciati Renzi, per poi passarli a Boldrini, onde ne coprisse paginate su “Repubblica” “Foglio” e “manifesto”, ci scassano le gonadi con la campagna contro i “discorsi dell’odio”, gli hate speeches, se fossero onesti dovrebbero gettare un’occhiata su quanto è successo a Varsavia e ritirarsene con orrore. Dopo l’abbandono USA del Trattato ABM già nel 2002, e ora di quello sui missili a corto e medio raggio (INF) che coinvolgono l’Europa e in vista dell’abbandono anche del trattato New START che scade nel 2021, siamo alla più demenziale corsa al riarmo nucleare dai tempi di Eisenhower. Una corsa che ha fatto spostare l’orologio degli scienziati atomici a 2 minuti da mezzanotte, dove era stato solo temporaneamente nel 1953 e nel 1960, nei momenti più acuti della guerra fredda.

Ma dei fatti dell’odio pochi si curano. Sono i discorsi che contano. E i discorsi dell’odio, i rancori, le invidie sociali, li facciamo solo noi. Noi che non sappiamo adattarci al migliore dei mondi possibili e non comprendiamo la bellezza e la bontà dei diritti umani esercitati sui fregati dalle banche, su coloro che producono a un costo più alto del ricavato, sui migranti che, tolti dall’inferno di casa loro e dei campi libici, vengono trasformati in cavernicoli della plastica, in formiche operaie e poi in torce umane, sui popoli da liberare dai “dittatori” che avevano liberamente eletti….Dopo averci negato la lotta di classe, anzi dopo averne promossa solo una, dall’alto verso il basso, hanno marchiato l’inverno del nostro scontento di “discorso dell’odio”. E Boldrini e Facebook stanno li, acquattati, pronti a coglierci in fallo.

Varsavia-Gerusalemme, vertici di una nuova coalizione RtP

A Varsavia, nei giorni scorsi, altro che “discorso dell’odio”. Dell’odio c’è stato una kermesse, un festival, una fiera, un’apoteosi. Ma nessuno la definirà mai tale. Essendo quei sentimenti tutti diretti contro l’Iran, sentina mondiale massima dell’odio, andavano classificati come “vertice della pace e della cordialità”. Ci si sono messi in tanti, i migliori: i quattro del Gruppo di Visegrad, fino a ieri brutti xenofobi sovranisti, i tre cavalieri dell’apocalisse trumpiana (Pence, vicepresidente, Bolton, Sicurezza Nazionale, Pompeo, Segretario di Stato), i tre semistati baltici, i sauditi con le grandi democrazie del Golfo e, a coronamento, l’eccellenza assoluta dei buoni e pacifici sentimenti, Benjamin Netaniahu. Razzisti con antirazzisti, nazionalisti con globalisti, sovranisti con antisovranisti (colonizzati), semiti con antisemiti. Tutto fa brodo se ci si fa bollire l’Iran. Per fargli la guerra ci voleva la solita “coalizione dei volenterosi”, sa di “comunità internazionale”, l’ente che è buono per definizione. Quella che si assume la RtP, Responsibility to Protect.

Come potevano mancare i radicali!

E non finisce qui, giacchè pochi giorni dopo a Gerusalemme, la stessa compagnia dei buoni sentimenti torna a riunirsi per dare la limatina finale all’armageddon che dovrà abbattersi sull’Iran, definito, con umorismo necrofilo, “centro mondiale del terrorismo”, appena dopo aver subito un attentato costato la vita a 40 Guardie della rivoluzione (ultimo di una serie ininterrotta israelo-americana dal 1979 a oggi). Tutto questo serva da avvertimento all’arroganza di un paese che si permette di festeggiare, con tutto un popolo, salvo frange in vendita, i quarant’anni della sua uscita dal girone occidentale e da una tirannia monarchica che, quanto a ferocia repressiva, fa sembrare la Spagna di Torquemada un parco giochi per bimbi. Non per nulla, seguendo una vocazione congenita ai diritti umani, si sono precipitati a Parigi i radicali, ad omaggiare l’erede dell’ultimo Shoah e farneticare insieme di ritorno della monarchia a Tehran. Gli iraniani, è evidente, non aspettano altro.

Come, del resto, i venezuelani che, dalle immagini presso di noi trasmesse, affluiscono in masse oceaniche a ogni fischio dell’autentico presidente. Quello che, dopo aver fatto saltare un po’ di teste di motociclisti chavisti sui cavi stesi attraverso la strada (tecnica delle guarimbas, ricordate), tanto è piaciuto a Trump e al veterano delle macellerie in Salvador, Guatemala e Nicaragua, Abrams, da nominarlo presidente del Venezuela. Come potevano, Mattarella e il suo portalettere Moavero, non essere d’accordo? Quanto alle immagini, vedrete prima un Guaidò con un capannello di gente e poi, a stacco, un’immane folla. Guardate bene: c’è un sacco di rosso chavista. Vecchio trucco, facevano così anche con le dimostrazioni contro Assad.

Sette guerre di Obama, altre due di Trump

Qualcuno dovrebbe ricordare a Trump la lezione del maestro Von Klausewitz e, andando più indietro, del sommo Sun Tsu. Mai aprire due o più fronti. Ora, Obama ne ha aperti ben sette, tra piccoli e grandi, tra fatti condurre da terzi e mercenari e quelli condotti direttamente, con stivali sul terreno, o solo con guerra dall’aria: Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Ucraina. In quasi tutte queste ci siamo di mezzo anche noi, in quanto Nato. Guerre guerreggiate, al netto delle destabilizzazioni con rivoluzioni colorate, o regime change da colpi di Stato, che poi sono guerre anche quelle. Trump ha ereditato e continuato tutte queste guerre, anche se, ora, dalla siriana pare voglia tirarsi fuori, se quelli che lo portano al guinzaglio lo lasciano fare. Magari in cambio dei due nuovi fronti appena aperti: Venezuela e Iran.

Alla vista del protagonismo di un sovra-eccitato Netaniahu che, pressato da una caterva di inchieste per ladrocinio e corruzione suoi e della consorte, deve trovare la molla che lo proietti verso l’ennesima vittoria elettorale, c’è da porsi una domanda: è il cane americano che agita la coda israeliana, o è la coda israeliana che agita il cane americano? A favore della seconda ipotesi milita anche il fatto che senza il supporto degli evangelici statunitensi, difficilmente Trump sarebbe arrivato alla Casa Bianca. E per questi cristiani rinati la Grande Israele è in qualche modo la chiave che aprirebbe i cieli alla seconda venuta di Cristo. Gente, questa, da non sottovalutare, come s’è visto in Brasile.

Grande Israele o mondo?

Vecchia questione, quella del cane e della sua coda, dalle risposte non univoche. Anche perché di sionismi non ce n’è solo uno. C’è quello ipernazionalista dello Stato per soli ebrei che punta all’impero dal Nilo all’Eufrate e che poco si interessa al progetto del dominio globale sul mondo, tramite strumenti più economico-finanziari che militari, fondamento invece della strategia dell’altra componente. Che questi due scenari non si siano reciprocamente simpatici parrebbe segnalato anche da come lo speculatore George Soros, campionissimo del mundialismo, sia malissimo visto in Israele e dagli amici di Israele. Qualcuno dirà che vado farneticando quando individuo anche nel “manifesto”, gazzettino dello Stato Profondo in Italia, la linea sorosiana. Da sempre filo-palestinese e duramente critico di Israele, con un bravo corrispondente, Michele Giorgio, per tutto il resto e specialmente nelle sue pagine “culturali”, quasi per intero appaltate alla tribù, sostiene con passione le campagne del globalismo imperiale (migrazioni, terrorismi strumentali, “dittatori” e diritti umani, gender e femminismi, russo- e sinofobia, #metoo, Bonino, Hillary, Troika…).

Se forse qualcuno a Washington si pone il problema che oltre ai conflitti minori, suscettibili alla peggio di causare diverticoli, due bocconi insieme. come Venezuela e Iran, possano anche strozzarti, non è questione che pare turbare Netaniahu. E’ l’unico da quelle parti che tiene l’indice sul bottone di 200-400 bombe atomiche. E ora che, intorno a questo arsenale ha fatto inginocchiare anche Arabia Saudita, Emirati, Kuweit, Bahrein, Oman, con i palestinesi accalappiati dal piano di pace Trump-Kushner che li riempierà di dollari in cambio della resa, tiene anche le spalle coperte.

Delle riluttanze europee, di cui a Varsavia non si sono visti né quelle del Sacro Romano Impero, e nemmeno delle loro periferiche marche, né Usa, né Israele terranno alcun conto. L’esercito comune franco-tedesco e la relativa industria delle armi sono di là da venire. Come parrebbe di là da venire la fiera risposta alle sanzioni Usa contro l’Iran, che l’UE aveva detto di voler dribblare.

Il trio di Astana a Sochi: prova e riprova....

La stampa nostrana parla di flop a Varsavia. Ne dubito, forse è un esorcismo di fronte alla prospettiva di una conflagrazione generale. Intanto sta in piedi, ed è nucleare, la Nato-arabo-israeliana. Di nulla di fatto si parla anche dell’altro vertice, a Sochi, con Putin, Rouhani ed Erdogan. tenuto quasi in contemporanea, che vedeva riuniti per la quarta volta i tre brutti e cattivi, compreso quello preso di mira a Varsavia. Sotto le apparenze di concordia e serenità tra i tre protagonisti-concorrenti del conflitto siriano, si sono confermate le differenze tra Iran e Russia, in particolare sull'atteggiamento da tenere verso la sempre più impunita aggressività israeliana. E non si è fatto neanche un passo avanti sulla questione di Idlib, vasta provincia siriana di cui i turchi hanno fatta una ridotta jihadista, affidata ad Al Nusra, Isis e altre milizie, spesso in lotta tra loro, ma che insistono, contro ogni accordo russo-turco di demilitarizzazione, ad attaccare la provincia di Aleppo. Ne si è venuto a capo di cosa fare della regione di confine, ora in mano ai curdi , ma di cui Erdogan, d’accordo con Washington, vorrebbe fare in profondità la sua “zona di sicurezza”. Ovviamente senza curdi. E senza Damasco.

Intanto i curdi, sotto forma di Forze Democratiche Siriane, assediano Baghuz, l’ultima città in mano all’Isis, sul confine con l’Iraq, con copertura aerea Usa. Si tratta di territorio arabo siriano come quello di tutto il Nord Est, un terzo della Siria, occupato e pulito etnicamente dai curdi. Ai civili intrappolati a Baghuz e nei villaggi vicini, il governo siriano aveva fatto arrivare una colonna di soccorsi, da utilizzare anche per l’evacuazione. Ma i curdi l’hanno bloccata e rispedita indietro.