L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 marzo 2019

Patrizia Cecconi - gli ebrei hanno creato in Palestina la nuova Auschwitz ma non vogliono ammetterlo

Patrizia Cecconi scrive alla Senatrice Segre

01.03.2019 - Redazione Italia

Quest'articolo è disponibile anche in: Spagnolo


Pubblichiamo la lettera che una delle nostre autrici ha indirizzato alla senatrice Liliana Segre esprimendole il suo rispetto per le posizioni assunte in merito al dramma dei migranti e chiedendo alla senatrice di esprimersi anche rispetto alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese. 

Confidiamo, come la nostra autrice, in una risposta della senatrice Segre, tanto più che in questi giorni l’Onu ha espresso una posizione inequivocabile circa i crimini commessi dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. 

La Redazione

Oggetto: Dica qualcosa, Senatrice, la prego!

Gentile Senatrice,
dopo aver letto l’articolo sull’Huffington Post di cui le copio il link in calce, ho ritenuto di condividerlo sulla mia pagina FB perché trovo importanti le Sue parole e gravissima la situazione in cui stiamo precipitando.

Mentre stavo aggiungendo un commento per ringraziarla pubblicamente, anche se Lei forse non lo avrebbe visto mai, mi hanno colpito in modo particolare le parole con cui veniva presentata la Sua intervista e quindi mi sono rivolta direttamente a Lei nel testo che segue e che Le copio anche se la forma non è quella propria della lettera, ma di un testo per FB.

Prima che Lei inizi a leggere, ammesso che voglia farlo, per onestà morale le dico che io da molti anni seguo la causa palestinese – oltre ad altre cause altrettanto tormentate, per la verità – e quelle cinque parole che presentavano la sua intervista (“respinti come me e mio padre”) mi hanno riportato alla mente non solo il dramma terribile dei migranti, ma quel che succede quasi quotidianamente nella prigione chiamata Palestina e in particolare nella Striscia di Gaza.

Anch’io sono stata respinta una volta ed altre volte sottoposta a umilianti interrogatori con tanto di perquisizioni corporali. Ed io sono italiana, cittadina di un governo amico e quindi, in qualche modo, protetta. Ciononostante ho avuto esperienze pesanti, come la simulazione di una fucilazione per puro divertimento di quattro sciocchi soldatelli mentre passeggiavo sola, di sera, per la via Dolorosa a Gerusalemme. Se fossi stata una palestinese forse avrei reagito scappando o urlando e ora sarei stata una martire per i palestinesi e una terrorista in meno per gli israeliani. Credo che Lei mi capisca e per questo Le scrivo. Quelle Sue parole mi hanno fatto pensare alle continue mortificazioni ed alla violazione della libertà del popolo palestinese e quindi mi sono rivolta a Lei, in FB, con le parole che seguono:

“Alla senatrice Liliana Segre, cui va tutto il mio rispetto per le sue posizioni aperte verso i migranti, vorrei dire che le sue esatte parole “RESPINTI COME ME E MIO PADRE…” sono un fatto con cui fa regolarmente i conti la popolazione palestinese e, spesso, anche amici dei palestinesi che VENGONO RESPINTI, come lei e suo padre, dai carcerieri israeliani che tengono le chiavi per aprire o chiudere l’accesso in Palestina. O, meglio, in quel che resta della Palestina dopo che lo Stato ebraico – supportato anche dal silenzio di ebrei per bene come lei – sta seguitando ad annettersi tutta la terra palestinese dal Giordano al Mediterraneo… Per ora!

Dica qualcosa, Senatrice, ci faccia capire che quel che Lei e tutti i suoi correligionari perseguitati dal nazismo avete subito NON può essere la giustificazione per tacere su quel che Israele fa da oltre settanta anni.

“A volte il silenzio è tradimento” diceva Martin Luter King, e il suo silenzio circa i crimini commessi dallo Stato che vuole essere Stato di tutti gli ebrei tradisce quei valori che, pure, per altre cause lei giustamente condivide e tutela.

Dica qualcosa, Senatrice, non solo per il popolo palestinese tormentato e schiacciato sotto il tallone israeliano, ma anche per quei valori universali che valgono solo se valgono per tutti, altrimenti riportano ad una forma di suprematismo di cui ognuno pagherà le tragiche conseguenze ad eccezione, è ovvio, almeno nell’immediato, di chi ha il potere che gli consente di ritenersi “razza” e razza eletta.

Senatrice, la sua sensibilità umana le fa sicuramente capire quanta sofferenza lo Stato di Israele impone ai palestinesi e le fa sicuramente capire che la violenza non può che generare violenza. Non chiuda la sua sensibilità umana dietro le cortine della hasbara che falsificano tempi ed azioni per tacitare le coscienze delle persone per bene e moralmente oneste.

Ma non faccio appello solo alla sua sensibilità umana, Senatrice Segre. Faccio appello anche al Suo sentire politico, inteso in senso alto e nobile e non chiuso in un’etichetta partitica, faccio appello al suo sentire politico per chiederle di parlare, di far capire che ciò che Israele fa da tanti anni comporta la corruzione morale degli stessi israeliani fino alla completa devastazione di quei principi, non solo in Israele, che, solo per parlare del nostro Paese, sono scritti sulla Carta Costituzionale nata dalla Resistenza.

Ecco, Senatrice, dietro quel “respinti come me e mio padre” c’è una memoria storica; bene, usi questa lente, la prego, anche per leggere i crimini di Israele contro il popolo palestinese.

La ringrazio dell’attenzione.

Patrizia Cecconi

Ps. Quello che ho appena copiato si trova sulla mia pagina FB, ma una cosa ancora vorrei dirle.
Io sono nata alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale, ma nella mia famiglia certi ricordi erano ricorrenti, soprattutto quando arrivava qualche vecchio zio che era stato al confino o quando sentivo i miei genitori e i miei nonni parlare di parenti e amici socialisti, ebrei, anarchici, comunisti spariti nei campi di sterminio.

Noi bambini eravamo cacciati a giocare in altre stanze, ma i bambini sono curiosi e in quei casi facevamo i turni per origliare. E’ così, forse, che si è formata la base della mia coscienza antifascista che poi, negli anni, si sarebbe affinata facendomi sentire come un imperativo morale reagire contro qualunque ingiustizia. Credo Lei mi capisca e per questo ancora Le chiedo: dica qualcosa, Senatrice. La ringrazio infinitamente. P.C.


La Sharia entra come nel burro nel governo italiano

Il Governo del cambiamento non cambia: prosegue deriva filo-islamista



Il governo del cambiamento non cambia, nel senso che continua a non cambiare niente, anche sul fronte della politica estera e di sicurezza, dove l’Italia prosegue nella sua deriva filo-islamista.

Nella Relazione sulla partecipazione dell’Italia all’UE presentata al Parlamento, l’esecutivo Conte intende “continuare ad assicurare sostegno al dialogo tra l’Unione Europea e la Turchia”, definendo quest’ultima “un partner strategico in molti ambiti” e l’allargamento della membership europea ad Ankara uno “strumento politico essenziale per garantire il consolidamento della democrazia”.

Si tratta, a ben vedere, della posizione tradizionale della diplomazia italiana in merito all’ingresso della Turchia nell’UE, una posizione che ha già mostrato di essere basata su presupposti errati. È stato infatti l’insistere sul rispetto dei cosiddetti standard democratici comunitari a consentire a Erdogan di smantellare la struttura laica su cui Ataturk aveva fondato la Repubblica turca, rimpiazzando i militari con l’establishment sì civile ma islamista espresso dal suo partito.

Ora che il danno è stato fatto, si vorrebbe anche consentire a Erdogan di mettere le mani sulle istituzioni europee. Immaginate il Parlamento con deputati islamisti turchi legati alla Fratellanza Musulmana? Non si tratta di fantasia, è quello che accadrebbe se la Turchia divenisse un paese membro dell’UE. Perché dunque il governo non è intervenuto per cambiare linea diplomatica?

Francia e Germania hanno posto il loro veto a un simile scenario e i negoziati sempre in ballo sull’ingresso nell’UE sono stati finora una leva tattica utilizzata nel complesso intreccio che caratterizza le loro relazioni bilaterali con Ankara.

Tuttavia, considerando la crescente arrendevolezza europea nei confronti dell’asse islamista composto da Qatar, Turchia, e Fratelli Musulmani, allargato all’Iran khomeinista, non ci sono garanzie che quel veto un giorno non cadrà come da oggi auspica ufficialmente anche l’attuale esecutivo.

L’Italia in realtà sembra già operare in vista del realizzarsi di tale prospettiva. Non è infatti passato molto tempo dallo scorso 19 novembre, giorno della famosa cena al Quirinale in onore degli emiri del Qatar, al cui servizio si è posta la quasi totalità della classe dirigente, compresi quei ministri che in precedenza avevano giurato, o spergiurato, di voler contrastare il regime di Doha a causa delle sue politiche di finanziamento del terrorismo. Salvo poi intraprendere, una volta al governo, inopportuni viaggi d’affari proprio a Doha, per di più in vesti istituzionali, e farsi portavoce della propaganda dei suddetti emiri, definendo il Qatar un esempio di moderazione dopo averlo ripetutamente bollato come estremista.

È interessante notare la crescente divergenza della politica estera italiana con quella del Vaticano. La visita di Papa Francesco ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, e la firma del documento sulla Fraternità Umana con l’Imam di Al Azhar, Egitto, segnala una netta scelta di campo operata dalla Santa Sede a favore del mondo arabo moderato. Mentre l’Italia, o meglio la sua classe dirigente, pensa forse che porsi sotto la protezione del fronte islamista potrà valergli la salvezza, o soprattutto lauti guadagni nell’immediato.

Ma sottomettersi al Qatar, alla Turchia e ai Fratelli Musulmani non è un buon affare. Significa aprire le porte del paese all’avanzata dell’agenda islamista, che già si avvale per fare proselitismo e reclutare nuovi adepti di migliaia di moschee (principalmente illegali), pseudo-centri culturali e di aggregazione sparsi da nord a sud nella penisola. Perché tanta indifferenza, o compiacenza, verso questo grave fenomeno da parte dell’attuale esecutivo?

Per alcuni tra i suoi massimi esponenti si tratta di un vero e proprio tradimento delle aspettative degli elettori ed è lecito attendersi una spiegazione soddisfacente del perché non siano stati effettuati cambiamenti in merito alla posizione dell’Italia sull’ingresso della Turchia nell’UE. Attendiamo fiduciosi.

Antonino Galloni - l'Euroimbecillità domina ancora l'Italia

Il ricatto tedesco non sorprende. L’Italia per anni suddita dell’Ue. Parla l’economista Galloni: “La storia del bail-in era nota. Juncker & C. irrecuperabili, ormai vanno alla deriva”

28 febbraio 2019 di Carmine GazzanniL'intervista


La notizia, rivelata ieri dal ministro Giovanni Tria in audizione, secondo cui l’ex titolare dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, sarebbe stato ricattato dalla Germania al momento dell’introduzione del bail-in (la normativa che impone di gestire la risoluzione delle banche in crisi senza far gravare i costi dei salvataggi sulle casse pubbliche, ma sui singoli correntisti), non scompone Antonino Galloni. “È una voce che si rincorreva già allora: si diceva tra di noi che non poteva che essere andata così”, spiega l’economista e presidente del Centro Studi Monetari.

Cosa è accaduto in quel frangente nel 2013?
“Nelle menti malate di Europa e Germania si voleva fare in modo che, se una banca andava in crisi, non era lo Stato a dover intervenire, ma dovevano essere correntisti e azionisti a pagare. L’Italia ha accettato queste condizioni.

Per quanto detto dal ministro Tria, ha ceduto a un ricatto.
“È sempre stato tutto un ricatto. Non è che c’erano gli italiani che volevano farsi del male. Da anni siamo stati in una posizione in cui abbiamo ceduto il passo su tutta la linea. Siamo stati per anni e anni in una posizione di sudditanza”.

Da questo dipenderebbe l’accettazione del bail-in?
“Assolutamente sì: è la prova, l’ennesima, della nostra sudditanza”.

Qualcosa è cambiato con questo Governo?
“Vedremo. Il nuovo esecutivo ha detto chiaramente che, se dovesse metterci un solo euro per salvare una banca piuttosto che un’altra, queste diventerebbero di proprietà pubblica. Vedremo se i nuovi governanti saranno più agguerriti e di parola rispetto ai loro predecessori”.

L’Europa intanto ieri ci ha bacchettato. Ora il problema sarebbe che l’Italia pone barriere agli investimenti. Il che fa un po’ sorridere in effetti…
“Beh, come minimo. Finora l’Ue ha sempre favorito politiche di tipo deflattivo, secondo cui bisognava abbassare i salari e accettare la riduzione dell’occupazione. Adesso improvvisamente pone all’ordine del giorno l’importanza degli investimenti pubblici”.

Illuminazione sulla via di Damasco?
“È evidente che è un pretesto. Magari se avessimo portato avanti una politica di grandissimi investimenti e poca restrizione, ci avrebbero detto “cari italiani, questi investimenti non ve li potete permettere”.

Da cosa nasce secondo lei tale pretesto?
“Questa Commissione veleggia sulla propria deriva: fino a ieri hanno raccontato che bisognava ridurre i salari e puntare tutto sull’esportazione, e ora cambiano idea. La verità è che questa Commissione ha una visione del mondo che è completamente sbagliata, è errata dal punto di vista della teoria macro-economica e direi anche della pratica sociale”.

In che senso?
“Si sa che se non cresce la domanda, pubblica o privata, non può crescere l’economia. E se il privato non investe perché non vede ripresa, è il pubblico che deve investire. Ma l’investimento del pubblico può essere anche nel sostegno ai disoccupati, ai giovani o ai pensionati. È questo quello che non capisce Bruxelles. Il problema vero era: vogliamo che l’Italia si riprenda o no? La loro idea è che l’Italia non deve riprendersi”.

Per quale ragione?
“Vedono un governo contrario ai loro interessi e sperano che alle europee non succeda nulla di eclatante”.

Secondo lei ci sono margini per una procedura d’infrazione?
“L’unico parametro che esce da quelli di Maastricht potrebbe essere quello tra debito e Pil. Per il resto in teoria non c’è alcun sforamento e dunque nessun rischio. Ma se andiamo a fare le pulci all’Italia, dovremmo farle anche ad altri Paesi come Francia e Germania. La prima ha approvato una Manovra sforando il rapporto deficit-Pil; la seconda ha mantenuto un avanzo commerciale che è un elemento di squilibrio oltre il 6%. Il punto è un altro”.

Quale?
“Il Governo dovrebbe ritrattare i parametri di Maastricht e, nello specifico, proprio il rapporto debito pubblico-Pil. Se si prendesse a riferimento il debito pubblico più il debito privato, si vedrebbe come l’Italia starebbe tra i Paesi più virtuosi. Se noi abbiamo un’economia privata meno indebitata di altri, non si capisce perché dovremmo fasciarci la testa”.

http://www.lanotiziagiornale.it/il-ricatto-tedesco-non-sorprende-italia-per-anni-suddita-ue-parla-leconomista-galloni/

La Fiat non ha più niente di italiano. Il Piemonte ha perso la Fiat, pensa di sostituirla con il Tav un buco nella montagna, infantile. C'è ancora qualche imbecille, che di italiano non ha più niente, che ancora osanna la figura di Marchionne

Fiat delocalizza (ancora): 6000 posti di lavoro sottratti all’Italia

1 marzo 2019

Mike Manley insieme allo scomparso ad Sergio Marchionne

La Fiat annuncia l’apertura di un nuovo stabilimento di produzione. Peccato che tale investimento non riguardi l’Italia, ma rientra nella più ampia strategia di delocalizzazione portata avanti ormai da anni dal Gruppo (torinese?).

In Italia ne hanno dato notizia solo il Corriere della Sera e La Stampa, senza peraltro entrare nel merito della scelta, discutibile, presa da Fca. 

6000 posti di lavoro, il regalo di Fca agli Stati Uniti

La multinazionale guidata ora dall’ad Mike Manley ha deciso di investire ben 4,5 miliardi di dollari nel lontano Stato del Michigan, per la costruzione di un nuovo stabilimento produttivo a Detroit. Le stime danno per certa la creazione di oltre 6000 posti di lavoro e Donald Trump non può far altro che ringraziare cinguettando su Twitter.

La scelta di Fca è perfettamente coerente con tutte le azioni intraprese nell’ultimo periodo, nonché nella più ampia strategia che il Gruppo ormai non ha vergogna di nascondere. Qualche settimana fa davamo infatti notizia di come Fca avesse in un certo senso avvertito (per non dire minacciato) il Governo italiano sulla questione dell’ecotassa. “Con ecotassa il nostro piano di investimenti in Italia va rivisto”, aveva dichiarato Mike Manley. Detto fatto. Miliardi investiti negli Stati Uniti e sottratti all’Italia. 

Fiat fa utili da record, ma continua a delocalizzare

Lo storico stabilimento di Mirafiori, come appariva una volta

Eppure il Gruppo non se la passa di certo male a livello finanziario, visto che nell’aprile 2018 l’utile era cresciuto del 59% e alcuni giornali, come Repubblica, parlavano addirittura di “conti da record“. Insomma, quella vecchia storia secondo cui l’azienda taglia solo nei periodi di crisi economica non è nient’altro che una bella favola per far addormentare bambini e adulti. Le aziende ottimizzano i costi e basta, a prescindere dal quadro economico circostante. Cosi, invece che investire questi utili “da record” del 2018 nell’ammodernamento della linea di produzione, magari per renderla in linea con le nuove direttive italiane ed europee in fatto di ambiente, Fca sceglie di scappare. Legittime scelte aziendali?

Difficile rispondere in maniera affermativa, quando lo stesso Gruppo ha beneficiato di notevoli aiuti da parte dello Stato italiano lungo tutto l’arco della sua storia. Non è così lontano dalla realtà affermare invece che Fiat abbia ben usufruito delle agevolazioni statali, monopolizzando la produzione e l’economia di interi nuclei urbani, si veda Torino, per poi abbandonare il territorio dal giorno alla notte. 

La profezia di Sapelli

Una scelta che un esperto come Giulio Sapelli non aveva tardato ad analizzare, come riportato in un suo intervento all’interno del libro di Filippo Astone “La disfatta del Nord”.

“Fiat è sempre stata una grande impresa motoristica. Ora però è stata ceduta alla Chrysler per mezzo di un contratto che prevede condizioni tanto più favorevoli quanto meno si produce in Italia. Da lì in poi è stato evidente che sarebbero usciti dall’Italia. Non è possibile stipulare un contratto così e poi dichiarare che si vuole restare in Italia”.

Fiat (ormai acronimo di Figuratevi Io A Torino) non ha più nulla di italiano a partire dal nome, Fiat Chrysler Automobiles, passando per il suo Amministratore Delegato, Mike Manley, di cittadinanza inglese, fino alla sua strategia votata all’espansione in ogni angolo di mondo, eccetto lo stivale. 156 stabilimenti nel mondo, di cui solo 35 italiani. Di italiano alla Fiat sono rimasti ormai solo più i soldi statali.

http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/fiat-delocalizza-ancora-6000-posti-di-lavoro-sottratti-allitalia.html

Giulio Sapelli - c'è un ma, abbiamo una capacità di produzione che satura qualsiasi tipo di aumento della domanda aggregata e allora serve la riduzione dell'orario di lavoro, reddito di cittadinanza, spostare la produzione sui beni e servizi pubblici, riconvertire l'economia mettendo al centro il benessere della persona e questo lo può fare solo uno stato centrale che tenga conto dell'esigenze delle comunità


Sapelli. Un neo-socialismo comunitario contro la globalizzazione neoliberista

GIANFRANCO SABATTINI DEL 1 MARZO 2019 CULTURA

Giulio Sapelli, già docente di Storia economica presso l’Università di Milano, in “Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro, proprietà”, adottando un approccio interdisciplinare, svolge una riflessione critica sulla globalizzazione e sul capitalismo finanziario; si tratta di una critica che, per ammissione dello stesso autore, è formulata affrancata dal “pensiero unico” che, a partire dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, è valso ad allontanare il mondo dalla “conoscenza della società e delle sue relazioni economiche”.
Ciò che spinge Sapelli ad estraniarsi dal pensiero unico riguardo alla valutazione della globalizzazione e del capitalismo finanziario, è il fatto che esso si sarebbe formato in “una prospettiva analitica metodologica individualistico-comportamentista”, che lo avrebbe condotto ad una “ipostatizzazione antropologica materialistico-acquisitiva dei componenti i sistemi sociali, unicamente orientati ad agire secondo una “razionalità illimitata […] massimizzante le utilità pecuniarie”.

L’ipotesi che supporta tutto il pensiero critico di Sapelli è invece che “l’economia sia una parte e non il tutto della società e che dalla società e quindi dalle relazioni interpersonali e dai comportamenti personali essa sia determinata”; tutto il contrario delle ipotesi standard, sia di quelle propriamente marxiane, che di quelle della teoria economica neoclassica, “ideologicamente neoliberiste”. Questa posizione metodologica personale spinge Sapelli a dichiarare che, con il nuovo libro, intende porre le basi per una ricerca scientifica sui fenomeni della globalizzazione e del capitalismo finanziario che vada oltre le “riduzioni” della loro complessità analitica, assumendo che la loro conoscenza non sia mai un “processo lineare”, ma un percorso “frastagliato e tortuoso” che concorre a formare “delle culture in senso pienamente antropologico”.
Aver ignorato la storia nella spiegazione di fenomeni sociali, quali sono quelli della globalizzazione delle economie nazionali e la finanziarizzazione dei mercati, ha causato una “deprivazione” della comprensione della loro natura, in quanto si è cercato di presentarli, fuori da ogni prospettiva storica, come fenomeni assoluti e non già transeunti. Se la storia fosse stata tenuta presente – afferma Sapelli – sarebbe stato possibile capire che la globalizzazione e la sua finanziarizzazione non erano altro che il “ciclico riproporsi di eventi” già conosciuti.
Il fatto che, a partire dagli anni Novanta, la globalizzazione (finanziaria e non) si sia riproposta dopo la fine della Guerra Fredda e il crollo del Muro di Berlino non è che la dimostrazione che essa è “più un fenomeno dalle radici storico-culturali che economiche”; in quanto tale, perciò, la globalizzazione (finanziaria e non) non può essere ridotta soltanto ai grafici che ne misurano gli effetti, senza la considerazione delle cause storiche che concorrono a determinarli.

E’ la rappresentazione riduttiva della complessità del fenomeno della globalizzazione che motiva Sapelli, nel formulare il suo pensiero critico del capitalismo neoliberista, a dichiarare di preferire di rimanere fedele “all’impostazione classica”, in luogo di quella neoclassica nella sua coniugazione neoliberista. Ciò perché, la prima è quella che, a suo parere, consente di considerare l’economia per “ciò che essa realmente è” e non, come gli establishment dominanti vorrebbero, come un insieme di “teorie separate dalla morale, perché separate dall’umano, in cui la persona è assente”.
Per Sapelli, l’economia è, al contrario, la “concretizzazione di una filosofia morale che si fonda su un’immagine antropologica dell’uomo”. Da ciò discende che essa (l’economia), in teoria e nella prassi, deve essere “un’economia non per il profitto, ma per la persona”, mentre il mercato “non può che essere “un evento probabilistico […], dominato spesso dall'imperfezione dilagante e soprattutto soggetto della ciclicità della crescita come della depressione e della crisi”.

Fedele all’impostazione economica classica, Sapelli afferma che la globalizzazione delle economie nazionali, ripropostasi dopo la fine della Guerra Fredda, era da ricondursi al fatto che i gruppi dominanti nella gestione dell’economia globale si sono convinti che “la lotta all’inflazione e in primis al debito pubblico” era diventata il fattore fondamentali della crescita mondiale. Oggi, però, proprio per effetto della Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, la globalizzazione (finanziaria e non) si è trasformata, poiché nel corso del lungo ciclo economico-politico durante il quale essa si è espansa, la crescita è diminuita, mentre il reddito si è “spostato dal lavoro al capitale”, con conseguente crollo della domanda aggregata.

Ciò ha fatto sì che le risorse finanziarie abbandonassero le forme tradizionali del loro impiego nell’economia reale, “generando stagnazione occupazionale, che la produzione dei neo-servizi dell’economia finanziaria non è riuscita a compensare”. La fine del lungo ciclo economico-politico della globalizzazione ha determinato che il mercato internazionale, tradizionale luogo regolatore degli scambi e dei meccanismi della crescita, divenisse prevalente sul “consenso elettorale”, e perciò sull’attività politica, annunciando – afferma Sapelli – “l’inizio del totalitarismo liberistico”, che ha dato origine alla decadenza in cui il mondo capitalistico è precipitato, governato da forze politiche totalmente prone ai diktat dei gruppi economici dominanti.
Sapelli, col suo libro, propone una “fuoriuscita dalla crisi del mondo attuale, attraverso la “riattualizzazione di un socialismo neo-comunitario non statualistico”, diverso da quello perseguibile con la “riproposizione di un’economia pianificata, regolata grazie alle eccezionali potenzialità tecnologiche” di cui oggi si dispone. Sapelli ritiene impossibile una riforma del capitalismo neoliberista fondata su queste potenzialità, sostenendo che la disoccupazione di massa strutturale e l’aumento della povertà siano fenomeni che possano essere meglio contrastati ancora con “la lotta politica e la realizzazione di segmenti economici alternativi alla logica dominate”.
Se tali “segmenti” si volessero praticare nella prospettiva di un’economia pianificata, allora, secondo Sapelli, ciò può avvenire solo “nel contesto di un socialismo comunitario fondato su forme di allocazione dei diritti di proprietà non capitalistiche democraticamente e non tecnocraticamente gestite”. In altre parole, deve trattarsi essenzialmente di un “neo-socialismo con un mercato sempre più ben temperato dalla crescita”, supportato dalla “creazione di nuove forme di allocazione dei diritti di proprietà” e da un nuovo ruolo dello Stato imprenditore, dal rilancio dei corpi intermedi e delle organizzazioni dei lavoratori. Si tratta di una forma di socialismo che Sapelli dichiara di mutuare dal pensiero di Adriano Olivetti, le cui linee fondamentali sono quelle contenute in due sue opere: “L’ordine politico delle Comunità” (1945) e “Stato federale delle comunità” (1942-1945).

Il riferimento al socialismo dell’imprenditore di Ivrea vuole essere per Sapelli “una testimonianza di fedeltà intellettuale”, che ha profondamente influenzato – egli dice – tutta la sua vita. L’attuazione del socialismo olivettiano, per quanto possa implicare un percorso lungo e impervio, conclude lo stesso Sapelli, merita di essere sperimentata, “a dispetto di ogni offensiva reazionaria, quale quella che ogni giorno si dispiega contro coloro che non si piegano alla regressione imposta dal pensiero unico dominante”.
Ma quali sono i tratti essenziali del neo-socialismo che Adriano Olivetti ha elaborato nei primi anni Quaranta del secolo scorso? E’ lo stesso Sapelli a descriverli nell’ultima parte del suo libro, intitolata “Olivetti ritrovato, ossia grammatica della speranza”. I tratti essenziali del socialismo olivettiano prefiguravano una “terza via”, compresa tra il socialismo realizzato di stampo sovietico e il liberalismo identificato nel funzionamento del mercato senza controlli.
Alla base della terza via sta la concezione di una società socialista (fondata sulla democrazia politica e la libertà individuale), orientata a consentire all’uomo di vivere in una “Comunità concreta”, costituente un corpo intermedio definito dai rapporti economici e da quelli culturali e sociali che si dispiegano tra i componenti la “Comunità”. La dimensione di questa deve essere a misura dell’uomo e riferita alle possibilità organizzative degli enti locali (comune o gruppo di comuni) che la comprendono, in quanto strumenti di autoregolazione dal basso degli organismi economici che agiscono cooperando all’interno della Comunità. Inoltre, quest’ultima deve essere la “cellula” dell’organizzazione su basi federalistiche dello Stato, formato da tutte le Comunità in quanto circoscrizioni politico-economiche. All’interno dello Stato federale, la società socialista è edificata attraverso la socializzazione dal basso della base economica di ogni Comunità, resa possibile dal trasferimento della maggioranza della proprietà all’ente politico (comune o gruppo di comuni) che governa la Comunità. In sostanza, la società socialista olivettiana si riduce ad essere la municipalizzazione della maggior parte delle strutture economie di tutte le Comunità.

Giudicando la configurazione succintamente descritta della società socialista, secondo la visione di Adriano Olivetti, non sfugge il fatto che il suo impianto ricalca, quasi per intero, la configurazione della società socialista (libera e democratica) ipotizzata da Giuseppe Mazzini. Le sole differenze sono riconducibili al fatto che, contrariamente al socialismo olivettiano, quello mazziniano non trasfigura la natura cooperativa dei rapporti economici nella municipalizzazione dei mezzi di produzione, né prevede un’organizzazione dello Stato su basi federalistiche.
L’”avversione” di Mazzini per lo Stato federale (certo, non per il decentramento amministrativo a livello regionale o locale dello Stato unitario) era dettata dal convincimento (non infondato) che la soluzione del problema dell’Unità nazionale su basi federalistiche potesse porre seri ostacoli alla liberazione dal dominio dello straniero di quella “espressione geografica”, l’Italia, intesa da Mazzini come Patria di tutti i suoi cittadini; a ciò andava aggiunto il pericolo che potesse essere compromessa anche la possibilità di realizzare, su basi solidaristiche e non conflittuali, un’equità distributiva nella ripartizione tra le comunità degli ex Stati preunitari delle opportunità economiche ed extraeconomiche nascenti dalla raggiunta costituzione del nuovo Stato italiano indipendente.
Tuttavia, la realizzazione di una società socialista, sia essa quella di Olivetti o quella di Mazzini, richiede, come osserva in generale Sapelli, che risulti conforme ai problemi posti della globalizzazione; entrambi, Olivetti e Mazzini, nel formulare la loro proposta di società socialista, avevano come punto di riferimento “un mondo in cui il mercato non era ancora globale” e l’attività economica, ora per lo più finanziarizzata, non era ancora caratterizzata da una capacità espansiva del prodotto sociale sorretta dal continuo miglioramento dei processi produttivi; causa, questi ultimi, del fenomeno (inimmaginabile per Olivetti, e ancor più per Mazzini) della disoccupazione strutturale irreversibile della forza lavoro e dalla diffusione della povertà.
Tenuto conto di ciò, quando si ipotizza di porre rimedio ai problemi del mondo contemporaneo, adottando una determinata forma di organizzazione politico-economica della società, occorre verificare se la forma organizzativa della società che si propone di sostituire a quella esistente risulta conforme alla soluzione dei problemi contemporanei. Una riforma politico-economica dell’organizzazione sociale esistente, per essere desiderabile e realizzabile, deve poter consentire di risolvere, non solo i problemi periferici, ma anche quelli a livello unitario che, per loro natura, com’è noto, possono essere risolti solo in modo alternativo al mercato.
L’ordinamento politico, cioè l’organizzazione dello Stato, costituisce un contesto alternativo a qualsiasi ordinamento economico autodiretto per la soluzione di tutti i problemi che quest’ultimo non può risolvere, quali la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi pubblici, la ridistribuzione del prodotto sociale complessivo e la stabilizzazione dell’attività produttiva. Queste tre grandi classi di problemi richiedono infatti, pur in presenza della municipalizzazione dei mezzi di produzione o della conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, un ruolo attivo ed insostituibile dell’organizzazione complessiva dell’ordinamento politico; richiedono, cioè, un ruolo attivo e complementare dello Stato rispetto all’autogoverno dell’attività economica da parte dei cittadini.

La municipalizzazione dei mezzi di produzione e la conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, così come ipotizzate, rispettivamente, da Olivetti e da Mazzini, presentano anche un limite restrittivo riconducibile all’assunzione dell’ipotesi che sia possibile il pieno impiego della forza lavoro, o quanto meno che il fenomeno della disoccupazione sia solo temporaneo e congiunturale. La realtà attuale concernente il funzionamento dell’ordinamento economico complessivo è ben diversa, nel senso che la disoccupazione si manifesta non più in termini congiunturali, ma in termini strutturali e irreversibili.
Ciò comporta che, a livello dell’ordinamento politico, il problema distributivo debba essere risolto in modo da tener conto anche dei fenomeni della disoccupazione e della povertà, nonché della necessità di garantire all’ordinamento economico una stabilità di funzionamento, idonea a garantire un reddito anche a chi non riesca a conservare la qualità di membro attivo del mondo municipalizzato dello Stato federale (Olivetti), o la qualità di membro attivo del mondo cooperativistico dello Stato unitario (Mazzini).
Riguardo alla soluzione del problema della disoccupazione strutturale all’interno di un’organizzazione sociale fondata su “segmenti economici alternativi alla logica dominante” dei quali parla Sapelli, il contributo delineato da James Edward Meade in “Agathotopia”, appare essere quello più efficace ed efficiente. Egli individua e descrive una forma di organizzazione sociale che, secondo le espressioni linguistiche da lui utilizzate, consente di realizzare, in sostituzione di un “luogo perfetto in cui vivere” (Utopia), un “buon posto in cui vivere” (Agathotopia); così, Meade delinea le modalità organizzative dell’ordinamento politico e di quello economico, fondate sull’erogazione (decisa su basi democratiche) ad ogni cittadino, indipendentemente dal proprio status occupazionale, di un reddito di cittadinanza incondizionato, sufficiente a garantirgli la possibilità di realizzare nella libertà il proprio progetto di vita.
Un siffatto ordinamento, inglobando le originarie intuizioni di Mazzini e di Olivetti, delinea un’organizzazione socialista della società, idonea a consentire la rimozione dei disagi del mondo globalizzato attuale. D’altra parte, la municipalizzazione dei mezzi di produzione, ipotizzata da Olivetti, e la conduzione su basi cooperativistiche dell’attività economica, ipotizzata da Mazzini, implicando per tutti i cittadini una partnership paritaria, sia alla proprietà, che alla gestione dei mezzi di produzione, legittima lo Stato, democraticamente espresso, ad effettuare una ridistribuzione del prodotto sociale complessivo, attraverso l’erogazione a tutti i cittadini di un reddito di cittadinanza incondizionato che, in quanto finanziato dalla partnership paritaria alla proprietà e alla gestione dei mezzi di produzione, ha la natura di un “dividendo sociale”, il cui scopo è appunto quello di porre rimedio a tutte le disfunzioni del mercato globale delle quali parla Sapelli.

Giornalisti giornaloni Tv politici d'accatto tutti in difesa di Banca Italia quella che ha permesso la truffa del Monte dei Paschi di Siena, Banca Etruria, Banca Marche ecc.


La Banca d’Italia

Davide 1 Marzo 2019 , 16:52 
DI GIOVANNI ZIBORDI


“Banca d’Italia e Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una o due persone. Azzerati….” ha detto sabato Matteo Salvini a Vicenza, davanti alla platea di risparmiatori della Popolare Vicenza e Di Maio nella stessa occasione “Chiediamo discontinuità e quindi non possiamo confermare le stesse persone che sono state nel direttorio di Bankitalia…” Sono dichiarazioni bellicose a cui non viene dato seguito, come quelle riguardo alla revoca della concessione ad Autostrade dei 5Stelle dopo il crollo del Ponte Morandi ?

Nel caso di Autostrade c’erano dei vincoli contrattuali a cui Di Maio e compagni non aveva pensato bene prima di parlare, mentre nel caso di Bankitalia il governo può invece decidere la revoca dei vertici senza problemi e qui anche Salvini si è sbilanciato.

Come era prevedibile il ministro Tria ha subito parlato a difesa di Bankitalia ed è partita la raffica di editoriali e commenti a difesa della famosa “indipendenza” di Banca d’Italia, senza la quale l’Italia rischierebbe di avere…. scandali come quelli di Monte Paschi-Antonveneta in cui sparisce una decina di miliardi e lo Stato deve mettere 5 miliardi, fallimenti come quelli delle banche Etruria, Marche, Vicenza ecc.. in cui lo stato deve rimborsare i risparmiatori e poi un crollo del credito di 200 miliardi…e la cessione “selvaggia” di quasi 150 miliardi di crediti deteriorati a fondi speculativi esteri di cui parla ad esempio proprio oggi un reportage di Myria Longo sul Sole24ore.

Se con “l’indipendenza” di Bankitalia abbiamo avuto questa serie senza fine di disastri, non è chiaro come un maggiore controllo e responsabilità verso il parlamento possa peggiorare le cose.

Questa è allora un occasione allora per parlare di questo undicesimo comandamento che si è aggiunto ai primi dieci, “Non Avrai Altro Dio al di fuori della Banca Centrale” cioè tu governo, parlamento e la società che rappresentate lascerete il potere vero (in economia) alla Banca Centrale e non vi azzardate neanche a criticarla.
Di Maio e Salvini si riferivano nel loro attacco, al non aver vigilato e aver lasciato fallire alcune piccole banche italiane, ma in altre circostanze sia la Lega che il M5S hanno criticato anche la Banca Centrale Europea, ad esempio perchè lasciava che lo “spread” si allargasse contro l’Italia (abbiamo una Bce che non è prestatore di ultima istanza, assurdo è dire poco) e di recente la Lega ha anche sollevato la questione se l’oro di Bankitalia sia ancora sotto il suo controllo o sia finito sotto la BCE

Come si sa, con l’euro le funzioni più importanti sono state tolte ora però a Bankitalia, sia sul lato della moneta che della supervisione delle banche, per cui ad es. nel caso della Carige la decisione su come ristrutturarla è arrivata dalla BCE. In questo senso che rimuovere i vertici di Bankitalia può essere un gesto importante, ma che non cambia molto l’equilibrio di potere, come avverrebbe in altri paesi fuori dall’eurozona.

Se parliamo della Banca Centrale in generale in eurozona la maggioranza dei poteri sono passati alla BCE che poi delega a Bankitalia alcune cose come il QE cioè l’acquisto di Btp sul mercato, tanto è vero che alcuni critici paragonano ora Bankitalia ad un mega centro studi con centinaia di alti funzionari molto ben pagati che però hanno sempre meno cose di cui occuparsi (a questo proposito e parlando di sprechi, l’enorme budget di miliardi della BCE a Francoforte, non ha fatto diminuire il budget delle singole Banche Centrali nazionali moltiplicando i posti da dirigente anche se le funzioni che si assolvono sono le stesse)-

Tornando a Salvini e Di Maio questo sabato hanno violato il primo comandamento della politica economica “Non Avrai Altro Dio al di fuori della Banca Centrale” con corollario: “Non Nominerai il Nome della Banca Centrale e del suo Governatore invano” (e non lo criticherai) Questo credo prevede che la Banca Centrale nella sua saggezza e totale “indipendenza” faccia funzionare il sistema bancario e fornisca la liquidità che manca all’economia tramite complesse politiche con nomi tipo SSP, TLTRO e QE che da soli scoraggiano il politico medio per non parlare del cittadino medio dall’interferire.

Nella realtà, dietro la facciata, hai un gruppo di funzionari che provengono da una carriera nei ministeri e nel settore bancario i quali hanno il potere di emettere centinaia di miliardi di euro che creano dal nulla con il computer e a loro discrezione possono usarli per sostenere o meno le banche in crisi o per comprare o meno BTP. Devono anche vigilare sul credito che le banche erogano e questo gli hanno rimproverato Salvini e Di Maio ma nella realtà gli scandali dovuti a mala gestione delle banche sono stati globali e di dimensioni colossali e nessuna Banca Centrale salvo forse quella del Canada è rimasta indenne. L’Italia è entrata però nelle classifiche mondiali con i miliardi di euro spariti intorno a MontePaschi e l’acquisizione di Antonveneta (da 9 a 12 miliardi secondo le stime), una vicenda che ha visto anche la defenestrazione (nel senso di caduta non accidentale dalla finestra) del povero Davide Rossi, il capo delle relazioni pubbliche di MPS). Questa vicenda
da sola avrebbe dovuto portare alla sostituzione dei vertici di Bankitalia anni fa.

Sul lato della politica economica la nostra Bankitalia è più che altro esecutrice ora della BCE, ma ha potere di influenzare l’opinione pubblica con le sue dichiarazioni e ad esempio questa settimana Visco è apparso sui giornali perchè ripeteva la tesi che è un bene che lo Stato non possa più emettere moneta dal 1981 (e questo potere sia passato di conseguenza solo a Bankitalia). Purtroppo nessuno nel Ministero dell’Economia lo ha contraddetto come avrebbe dovuto visti i programmi elettorali dei partiti che sono al governo che hanno sempre invece parlato di come lo Stato italiano debba recuperare questo potere (la “sovranità monetaria”).

Parlare di queste cose, delle responsabilità dei vertici di Bankitalia, del controllo del suo oro, del potere di emettere moneta è da “populisti” e provinciali ? Allora potremmo ricordare che in Giappone alle ultime elezioni il premier Shinzo Abe ha centrato la campagna elettorale sulla minaccia di togliere alla Banca Centrale del Giappone il suo potere autonomo se non avesse monetizzato il debito pubblico. Se si va a leggere sulla stampa internazionale articoli sulla politica di Shinzo Abe si può imparare che c’erano titoli di prima pagina del tipo ”..Shinzo Abe minaccia la Bank of Japan di far passare una legge che le toglie la sua indipendenza..” (vedi il 24/12/2012 ad es sul Daily Telegraph). In altre parti e parti importanti del mondo industriale quindi i governi eletti non temono di far passare le politiche per le quali hanno ricevuto un mandato anche a costo appunto di farsi obbedire dai funzionari di un’istituzione pubblica come la Banca Centrale. Si, perchè se si tratta di un’istituzione pubblica, deve allora rispondere al governo e al parlamento eletti delle sue azioni discrezionali che nel caso delle banche e della moneta sono molto importanti e in pratica sono delegate a lei.

Non si tratta come della magistratura che applica delle leggi. Nel caso della Banca Centrale la discrezionalità per quello che riguarda la politica monetaria e le regolazione delle banche è enorme. E’ un bene allora seguire l’esempio dei paesi più “avanzati” come si suol dire, ma allargando il campo anche a buoni esempi di “sovranismo” come quelli del Giappone.

Giovanni Zibordi



12.02.2019

Rai - Salini forse riuscirà ad imporre le sue competenze nel mare magnum delle prebende che funzionari giornalisti si sono accaparrati per anni facendola diventare da azienda pubblica a politica privatistica


Primi segni di cambiamento. Ecco la nuova Rai targata Salini. Accolto positivamente dal Cda il piano editoriale. L’obiettivo: una Tv pubblica dinamica e competitiva 


1 marzo 2019 di Carmine Gazzanni


L’obiettivo dichiarato è approvare il piano editoriale il 6 marzo. Un giorno prima del termine ultimo. E, a quanto pare, i margini ci sono tutti. Nella riunione di ieri l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, ha illustrato il nuovo piano di cui tanto si è parlato nei giorni scorsi: una riunione fiume, durata più del previsto, durante la quale i membri del consiglio hanno dimostrato apertura nella discussione, con l’obiettivo di trovare una quadra su un piano che, di fatto, rivoluzionerebbe la Rai così come la conosciamo.

Secondo quanto appurato da La Notizia, peraltro, i margini di trattativa sarebbe ampi anche per una convergenza – non sempre trovata finora – tra Salini e lo stesso presidente Marcello Foa, che avrebbe avuto nei giorni scorsi uno scambio proficuo e intenso con l’ad. La misura di Salini è prettamente aziendalistica: svecchiare Viale Mazzini, rendendo la Tv pubblica più dinamica e competitiva, con un chiaro obiettivo di razionalizzazione dei costi. “Il piano – fanno notare dal cda – è a metà tra quanto proposto a suo tempo da Gubitosi e quanto proposto da Verdelli”.

In entrambi i casi il progetto di renovatio naufragò. E, in effetti, i punti di contatto sono diversi. Al centro del piano c’è la volontà di affiancare alla struttura che conosciamo, un’altra orizzontale, suddivisa per aree tematiche: ai canali resterebbe solo un responsabile, non un direttore come oggi. Ci sarebbero, dunque, nove nuovi direttori: intrattenimento prime-time; intrattenimento culturale; intrattenimento day-time; fiction; cinema/serie tv; kids; documentari; nuovi format.

Polemiche nei giorni scorsi c’erano state perché non era stato inizialmente previsto nel piano un responsabile per i programmi di approfondimento. Ma, secondo quanto risulta a La Notizia, intenzione del cda sarebbe quella di aggiungere alle otto direzione elencate una nona, specifica per i programmi di approfondimento. In questo modo i direttori dovrebbero diminuire rispetto agli attuali con una razionalizzazione delle spese. E – altro aspetto secondo Salini fondamentale – una minore dipendenza dalla politica poiché, inevitabilmente, le strutture “orizzontali” dovranno essere guidate da persone competenti. I direttori in carica difficilmente digeriranno questo cambiamento. Ed è per questo che sul tavolo pare ci sia anche la possibilità di affidare le direzioni “orizzontali” a chi oggi è a capo delle reti. Una sovrapposizione che, tuttavia, potrebbe essere “accettata” solo in una prima fase.

La partita è aperta. Anche perché, nel frattempo, le pressioni politiche restano. Se da una parte il Movimento 5 stelle professa assoluta libertà d’azione per l’ad, la Lega, nei corridoi parlamentari, storce il muso. Dopo il niet a Maria Giovanna Maglie, il Carroccio teme di non avere pedine decisive da giocare a Viale Mazzini, con l’aggravio che chi oggi è vicino risulterebbe molto meno determinante. Il tema su cui potrebbe scoppiare il caos – non tanto in Cda quanto in commissione di Vigilanza – è la previsione, centrale nel piano, a partire dal 2023 di una newsroom unica.

L’idea, che fu di Carlo Verdelli, viene riproposta oggi da Salini: le singole testate e i direttori rimarranno, ma anche in questo caso il contenuto sarà in parte prodotto da un’unica struttura destinata ad alimentare tutte le piattaforme. In altre parole sarà questa piattaforma (e dunque chi la guiderà) ad aprire e chiudere i rubinetti delle singole testate, che – assicurano tuttavia dal Cda – continueranno ad avere linee editoriali differenti, di modo da garantire comunque il pluralismo. “L’obiettivo – spiega un consigliere – è semplicemente evitare che, per esempio, una singola conferenza venga seguita a ‘fotocopia’ da più giornalisti Rai. Poi ogni testata potrà costruire il servizio e approfondirlo come meglio crede e con la propria redazione”. Razionalizzazione, dunque. E competenza.

Sharia Fratellanza Musulmana Erdogan

01/03/2019, 09.50

TURCHIA - STATI UNITI

Fetullah Gülen: Dietro il fallimento della democrazia turca c'è il tradimento dell’islam

di Fethullah Gülen

Agli inizi del ‘900 la Turchia era un modello nel contesto del mondo musulmano. Per il predicatore islamico, accusato di essere la mente del golpe del 2016, il fallimento è da imputare alla “rapida discesa” verso il totalitarismo. La campagna di arresti basata sull’associazionismo. Serve un “risveglio” della “coscienza collettiva”.


Istanbul (AsiaNews) - Un tempo la Turchia era “modello di democrazia musulmana” in epoca moderna. Dal 2011, il partito di governo Akp e l’allora Primo Ministro (oggi presidente) Erdogan hanno impresso una svolta radicale finendo per tradire questi ideali. Resta il fatto che il “fallimento” di questa esperienza democratica turca “non è dovuto all’adesione a questi valori islamici, quanto piuttosto al loro tradimento”. È quanto scrive in una lunga riflessione, pubblicata da Le Monde, il predicatore islamico turco Fethullah Gülen, in esilio in Pennsylvania (Stati Uniti); egli è ritenuto dall’establishment di Ankara la mente del (fallito) golpe del luglio 2016, in cui sono morte 250 persone e che per alcune ore ha fatto vacillare il potere di Erdogan.

Gülen, nato nel 1941, è il fondatore del movimento Hizmet (Il servizio) contro il quale il governo ha lanciato una vera e propria caccia alle streghe. Secondo le ultime stime vi sono oltre 77mila persone in carcere in attesa di processo, mentre continuano gli arresti. Le autorità hanno inoltre sospeso o licenziato 150mila funzionari pubblici o membri dell’esercito. Analisti ed esperti parlano di attacchi mirati contro decine di migliaia fra presunti oppositori, intellettuali, attivisti, personalità in patria e all’estero, militari e giudici, docenti e intellettuali, gente comune. Queste repressioni, sostiene il predicatore islamico, sono il segno del tradimento dei valori fondanti della moderna Turchia. 

Ecco, di seguito, la sua riflessione. Traduzione a cura di AsiaNews: 

Vi è stato un tempo in cui la Turchia era considerata un modello di democrazia musulmana di epoca moderna. Ed è vero che, all’inizio degli anni 2000, l’Akp [il Partito di giustizia e sviluppo, al potere] aveva attuato una serie di riforme conformi agli standard democratici dell’Unione europea (Ue) e migliorato il bilancio del Paese, per quanto concerne il campo dei diritti umani.

Sfortunatamente, le riforme democratiche sono svanite. Il processo si è interrotto qualche anno più tardi: verso il 2011, all’indomani della sua terza vittoria elettorale, l’allora Primo Ministro (oggi presidente) Recep Tayyip Erdogan ha compiuto una svolta radicale.

“Il fallimento dell’esperienza democratica turca non è dovuto all’adesione a questi valori islamici, quanto piuttosto al loro tradimento”

La rapida discesa verso l’autoritarismo ha tolto alla Turchia il suo essere “esempio”, al quale le altre nazioni a maggioranza musulmana potevano aspirare.

La democrazia è il sistema di governo più compatibile con i principi dell’islam, in relazione alla forma di governance. Alcuni possono essere tentati di invocare l’esempio negativo della Turchia sotto Erdogan, per dimostrare una incompatibilità tra i valori democratici e islamici. Eppure, nonostante un’osservanza di facciata dei precetti islamici, il regime di Erdogan rappresenta un tradimento totale dei principi e dei valori dell’islam.

Questi ultimi non si riducono a uno stile di abbigliamento o all’uso di slogan religiosi. Essi includono il rispetto dello Stato di diritto, con un potere giudiziario indipendente, la responsabilità dei dirigenti e la protezione dei diritti inalienabili e delle libertà di ciascun cittadino. Il fallimento dell’esperienza democratica turca non è dovuto all’adesione a questi valori islamici, quanto piuttosto al loro tradimento.

Far sentire la propria voce contro l’oppressione è anch’esso un dovere religioso.

Benché sia musulmana al 99%, la società turca resta pur sempre eterogenea. I cittadini turchi aderiscono a numerose ideologie, filosofie e credo differenti e si identificano come sunniti, allevi, turchi o curdi o di un’altra etnia, musulmana o no, religiosa o laica.

In un simile contesto di società, i tentativi di omogenizzazione sono non solo improduttivi ma soprattutto liberticidi. La forma di governo partecipativo in cui ciascun gruppo, maggioritario o minoritario, non domina sugli altri è la sola via percorribile per una popolazione così diversa. Si può dire lo stesso della Siria e di altre nazioni vicine della regione.

“La libertà è un diritto concesso da Dio, e nessuno - neanche i dirigenti di governo - lo possono cancellare”

In Turchia o altrove, i dirigenti autoritari hanno sfruttato le differenze all’interno della società per polarizzarla a oltranza, aizzare i diversi gruppi gli uni contro gli altri e mantenere così il loro imperio. Quali che siano il loro credo e la loro visione del mondo, i cittadini dovrebbero unirsi attorno all’elemento cardine dei diritti umani e delle libertà universali e opporsi in modo democratico a quanti violano questi diritti.

Manifestare contro l’oppressione è un diritto democratico, un dovere civico e un dovere religioso per i fedeli. Il Corano chiede ai credenti di non restare in silenzio di fronte alle ingiustizie: “Voi che credete, attenetevi alla verità in modo rigoroso quando testimoniate davanti a Dio, anche nel caso in cui lo facciate contro voi stessi, contro i vostri genitori o le persone più vicine a voi” (Sura 4, versetto 135).

Il fatto di credere o di non credere, di vivere secondo le proprie convinzioni o la visione del mondo con la convinzione che essa non nuoccia agli altri ed esercitare le libertà fondamentali, in particolare la libertà di espressione, fa di una persona un essere umano. La libertà è un diritto concesso da Dio, il Misericordioso, e nessuno - nessun leader politico - lo può negare.

Il termine “Stato islamico” è in se stesso una contraddizione

Contrariamente alle rivendicazioni dei politici di ispirazione islamica [religiosa], l’Islam non è una ideologia, ma una religione. Certo, esso comporta alcuni principi relativi alla modalità di gestione del governo, ma questi non costituiscono più del 5% del totale del corpus islamico.

Ridurre l’Islam a una ideologia politica è il più grande crimine commesso contro il proprio spirito. Tutti coloro i quali hanno riflettuto sull’approccio islamico alla politica e allo Stato hanno commesso tre errori. Primo, essi hanno confuso l’islam sancito dal Corano e la sunna [l’insieme dei detti del profeta Maometto] e l’islam dell’esperienza storica dei musulmani. Del resto è importante effettuare svolgere una analisi critica dell’esperienza dei musulmani e dei principi che se ne traggono, per arrivare alle fonti primarie, al fine di proporre un nuovo orizzonte a tutti i musulmani nel campo dei diritti umani, della democrazia e della cittadinanza.

“La sovranità popolare non significa che la sovranità sia stata strappata a Dio e che essa sia stata affidata alle mani degli uomini”

Secondo, un altro errore consiste nel basarsi su traduzioni del Corano o di certi hadith per legittimare una ideologia. Se lo spirito del Corano è, per così dire, la “filosofia” che irrora la vita del profeta e non può essere percepito che con una intenzione sana, serve al contempo un approccio globale e la ricerca della volontà di Dio.

Infine, il terzo errore postula una incompatibilità tra la religione e la democrazia, argomentando che la prima si fonda sulla sovranità di Dio e la seconda su quella del popolo. Nessun musulmano dubita che Allah sia il signore di tutto su un piano cosmologico. Ma questo non significa che noi, sue creature, non disponiamo della volontà, della dipendenza, della capacità di fare delle scelte. Parlando di volontà popolare non si vuole dire che essa sia stata sottratta a Dio e che sia stata affidata agli uomini; essa significa che una questione la cui competenza sia stata affidata agli uomini da Dio, non può essere ipotecata da un dirigente autoritario o un oligarca.

Inoltre, quello che noi chiamiamo “Stato” non è nient’altro che un sistema che gli uomini hanno messo in piedi per proteggere i loro diritti fondamentali e le loro libertà, al fine di assicurare la giustizia e la pace. Lo Stato non è uno scopo in se stesso, ma è un mezzo che permette agli uomini di raggiungere il benessere, qui e nell’aldilà. Il termine stesso di “Stato islamico” è in sé una contraddizione. L’Islam non essendo stato fissato da un clero, implica che la teocrazia sia per forza estranea al suo spirito più profondo. Lo Stato, una costruzione frutto di un contratto sociale, è formato da esseri umani. E quindi non può essere islamico o sacro.

Erdogan ha rovinato la promettente democrazia turca

Le democrazie sono tanto numerose quanto varie. L’ideale che sottende tutte queste forme, vale a dire che nessun gruppo domina sugli altri, è esso stesso un ideale islamico. Il principio di uguaglianza fra i cittadini si fonda sul principio del riconoscimento della dignità di ciascun essere umano e del rispetto che a questi è dovuto in quanto creatura di Dio. Una forma di governo partecipativa o repubblicana è molto più affine allo spirito islamico che le altre forme di governo, come la monarchia o le oligarchie.

“In Turchia si consuma una vasta campagna di arresti basata sull’associazionismo”

L’immagine attuale dei leader turchi assomiglia più a una oligarchia, che a una democrazia. Come si è arrivati a questo punto?

Erdogan ha rovinato la promettente democrazia turca, facendo man bassa dell’apparato statale, confiscando imprese e ricompensando i suoi fedelissimi. Per serrare le fila dietro di sé e rafforzare la presa del potere, egli mi ha dichiarato nemico dello Stato, accusandomi insieme ai miei simpatizzanti di essere la causa di tutti i mali. Un tipico esempio della ricerca di un capro espiatorio. Il regime di Erdogan mi ha perseguito, insieme a centinaia di migliaia di altri sostenitori: critici di ogni parte, ma soprattutto del movimento pacifico di Hizmet. Ambientalisti, giornalisti, universitari, curdi, Alevi, non musulmani e certi gruppi sunniti critici di Erdogan hanno subito i contraccolpi della sua agenda politica. Vite sono state rovinate dal carcere, da licenziamenti e altre ingiustizie.

A causa della persecuzione in corso, migliaia di volontari di Hizmet hanno chiesto asilo nei Paesi d’Europa, fra i quali la Francia. E come nuovi cittadini residenti, essi devono rispettare le leggi di quel Paese, aiutare a trovare soluzioni ai problemi di queste società e condurre una lotta attiva contro la diffusione di interpretazioni radicali dell’islam in Europa.

In Turchia è in atto una vasta campagna di arresti fondata sulla presunzione di colpevolezza per associazionismo. Più di 150mila turchi hanno perso il lavoro, oltre 200mila sono stati incarcerati e 50mila rinviati a giudizio. Alle persone perseguite per motivi politici e che vogliono lasciare il Paese sono privati del loro diritto fondamentale di entrare e uscire, perché il loro passaporto è stato invalidato.

Erdogan macchia la reputazione conquistata dalla Repubblica turca sulla scena internazionale dal 1923, sfruttando le relazioni diplomatiche e mobilitando il personale e le risorse del governo per molestare e sequestrare i sostenitori di Hizmet in tutto il mondo.

I valori democratici non sono mai stati radicati nella società turca

In questi ultimi anni, a fronte di persecuzioni di così ampia portata, i cittadini turchi sono rimasti passivi nelle loro rivendicazioni democratiche di fronte ai loro dirigenti. L’obiettivo della stabilità economica è una delle ragioni di tale comportamento.

Ma vi è anche una ragione storica. Sebbene la governabilità sia stata un ideale della Repubblica turca, i valori democratici non sono mai stati radicati nella società turca. L’obbedienza a un leader forte e allo Stato è sempre stato un tema ricorrente nei programmi scolastici.

I colpi di Stato militari, che si susseguono ogni 10 anni, non hanno permesso alla democrazia di mettere radici, né di progredire. I cittadini hanno dimenticato che lo Stato esiste per il popolo, e non il contrario. Erdogan ha approfittato di questa psiche collettiva.

“Credo fermamente che la Turchia ritroverà un giorno il cammino della democrazia” 

La democrazia turca è forse in una situazione di coma a causa del regime attuale, ma resto ottimista. L’oppressione non dura mai a lungo. Credo fermamente che la Turchia ritroverà un giorno il cammino della democrazia. Ciononostante, perché la democrazia possa attecchire e resistere nel tempo vanno prese diverse misure.

Innanzitutto, vanno rivisti i programmi scolastici. Temi come l’uguaglianza di tutti i cittadini e la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali della persona umana devono essere insegnati agli studenti fin dai primi anni, di modo che possano diventarne i guardiani una volta che diventano adulti.

In secondo luogo, è necessario elaborare una Costituzione che non consenta il dominio di una minoranza, né quello della maggioranza e che protegga i diritti fondamentali dell’uomo proclamati in particolare dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. La società civile e la stampa libera devono essere protetti dalla Costituzione, affinché possano fungere da contrappesi al potere dello Stato. Infine, gli opinion leader devono enfatizzare i valori democratici nei loro interventi e azioni.

La Turchia ha ora raggiunto un punto in cui la democrazia e i diritti umani sono messi da parte. Ha perso un’opportunità storica per raggiungere una democrazia di stile europeo, con una popolazione prevalentemente musulmana. Solo un decennio fa, questa prospettiva era considerata una possibilità reale.

Spero, e prego, che la triste esperienza vissuta dai Paesi a maggioranza musulmana negli ultimi anni porterà a un risveglio della coscienza collettiva, al fine di sviluppare dirigenti animati da uno spirito democratico che difenda con tutta sincerità le libertà fondamentali dell’uomo. L’Islam non avrà nulla da ridire al riguardo.

venerdì 1 marzo 2019

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L'Olanda la mamma delle droghe

IL NARCOSTATO CHIAMATO OLANDA (“Più Europa”)

Maurizio Blondet 27 Febbraio 2019 

VIAGGIO NEI LABORATORI CLANDESTINI D’OLANDA DOVE SI PRODUCONO TUTTE LE PASTICCHE SPACCIATE DALL’ADRIATICO ALL’AUSTRALIA – UNA SFIDA IMPOSSIBILE PER LA POLIZIA: “QUI CI SONO UN SACCO DI PIZZERIE CHE NON FANNO PIZZE” – AI VECCHI CRIMINALI OLANDESI HANNO COMINCIATO AD AFFIANCARSI MAFIOSI TURCHI, GANG MAROCCHINE, BANDE ALBANESI O RUSSE, OLTRE CHE ESPONENTI DI ‘NDRANGHETA E CAMORRA – I TRAFFICI CON LA CINA
ECSTASY OLANDA

Alessandra Coppola per il Corriere della Sera

Pascoli, serre, canali e ancora pascoli. Cavalli tarchiati, pecore dal muso nero, un via vai di camion e furgoni. Se non lo scrivessero i rapporti di polizia, sarebbe difficile immaginare in questo cuore verde, umido e lindo d’ Europa il laboratorio mondiale di ecstasy e speed: «droghe pesanti» dunque illegali. Che circolino in una discoteca sulla Riviera adriatica, in un party a Ibiza, in un attico a New York, si può affermare con ogni probabilità che le pillole dello sballo sono state sintetizzate qui: tra il Brabante e il Limburgo, nel Sud dell’ Olanda, alla «triplice frontiera» con Belgio e Germania.

Un sentore acido, dice l’ agente Willem-Jan Uijtdehage, diverso dai vapori dei fertilizzanti o dal puzzo degli allevamenti industriali: è la prima spia. Frenetica attività notturna, secondo allarme, passaggio di veicoli costante; e poi finestre oscurate, addirittura con assi di legno, dov’ è invece tradizione tenerle trasparenti. Scatta un blitz che può portare a questo anonimo magazzino dietro a una pompa di benzina sulla strada per il villaggio di Lage Zwaluwe, acquitrini, barche da pesca, casette con le tende ricamate. Oppure a questo rivenditore d’ auto del paesino di Rijen, che espone vecchi modelli, carri da luna park con un cuoco grottesco e un pentolone sul fuoco, un rimorchio per friggere patatine. Il laboratorio, uno dei più grandi mai scovati, era nel capannone bianco che ora espone il cartello: «Chiuso su ordine del sindaco per violazione della legge olandese sulle droghe, vietato avvicinarsi». Era sotterraneo ed era appestato, racconta il poliziotto, mostrando un video girato dai colleghi: «Ci sono voluti giorni per bonificarlo». Enormi fusti di sostanze chimiche, tubi, ampolle, miasmi e incrostazioni.

Si chiamavano bokkenrijders , già nel XVIII secolo banditi con un’ aura diabolica che razziavano le campagne, nel folclore locale a dorso di capre volanti, in una terra di confini labili e molte vie di fuga. Quando il Trattato di Maastricht del 1843 fissa la frontiera tra Belgio e Paesi Bassi, diventano figure più concrete, dedite a un’ attività specifica: il contrabbando. Burro, sale, generi alimentari, per cominciare. Province povere ed emarginate d’ Olanda; cattolici in un Paese protestante; alloggi sociali negli anni tra le due guerre, poi dopo il secondo conflitto mondiale, un vigoroso taglio ai sussidi: «Al principio era gente che sbarcava il lunario come poteva», spiega Hessel de Ree, il più stimato dei cronisti di nera della regione. Poveri diavoli, in gran parte accampati in roulotte, che però con il traffico di jenever , sorta di gin autoctono, fanno un salto di qualità: cominciano a distillare.

«Cuocere» MDMA non è così diverso, ma è via via molto più remunerativo. Siamo oltre gli anni Ottanta, quando le capacità si affinano e gli olandesi diventano i più bravi di tutti. Fanno girare le pasticche per il mondo con l’ aiuto della mafia israeliana, accumulano patrimoni e foderano i caravan di banconote, regalano alla stampa personaggi carismatici come John Heijnen, generoso bon vivant della York-bende, protagonista degli anni Novanta, ricatturato a fine 2017.

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NoTav - Non riescono a saturare la linea ferroviaria del Frejus. Scompariranno i motori diesel dalle macchine come quelli sui tir, è scritto. Ma gli industrialotti bramosi di prebende vogliono fare un'altro buco nella montagna

Tav Torino-Lione: il traffico merci su rotaia verso la Francia è crollato (il confronto con Austria e Svizzera) Fact-checking

Lo studio dell’università Bocconi sulla movimentazione merci su gomma e rotaia, ambientalmente più sostenibile. La quota di trasporto su treno per i valichi al confine con la Francia è scesa al 6,7% in confronto al 30% circa dei trafori verso Austria e Svizzera

27 febbraio 2019

Lo shift modale della Svizzera

Nel trasporto merci il segmento stradale è quella che presenta maggiori costi per la collettività, rileva uno studio dell’università Bocconi di Milano. Per le spese derivanti da pedaggi autostradali e per le accise gravanti sul carburante. Sulle direttrici verso l’Austria e la Francia il traffico su gomma (tir e autorimorchi) resta la principale modalità di trasporto, con pesanti danni ambientali per il consumo di anidride carbonica derivanti dagli scarichi delle vetture. La Svizzera ha invece deciso il contingentamento dei tir privilegiando il traffico su rotaia sviluppando l’infrastruttura nei principali valichi di collegamento con l’Italia ed altri Paesi. Con l’apertura del tunnel Monte Ceneri e con il Corridoio 4 20 metri questa quota di shift modale è destinata ad aumentare

La valenza strategica per l’economia

Ecco perché realizzare il tunnel ad alta velocità Torino-Lione permetterebbe di operare questo cambiamento portando le merci su ferrovia ad una quota più alta rispetto a quello attuale, che verso la Francia si attesta al 6,7%. Ogni spedizione via ferrovia riduce ad un decimo le esternalità ambientali. E permette di ridurre fenomeni di dumping sociale perché contribuirebbe ad operare un reshoring (riportare in Italia) una parte della catena del valore degli interscambi commerciali ad imprese ferroviarie italiane. Con complessiva riduzione del costo di trasporto complessivo (-27% rispetto al traffico su gomma)


sistema basato sulla modalità stradale

Il sistema di trasporto su gomma dominante in Italia in realtà penalizza la nostra economica a causa dell’alto livello di esternalizzazione del servizio ad imprese dell’est Europa. Ciò significa, rileva la Bocconi, un deficit di 3,2 miliardi per la nostra bilancia dei pagamenti internazionali ed elevato dumping sociale per i nostri autotrasportatori. Le imprese di autotrasporto italiane e francese hanno la quota di mercato relativa più bassa in assoluto negli scambi intra-Ue. Lo shift modale verso ferrovia permetterebbe un allungamento della catena del valore negli interscambi


Siria - Stati Uniti monnezza maleodorante che ha invaso il mondo

Mosca e Damasco sollecitano gli USA a ritirare dalla Siria le loro forze schierate "illegalmente"


Una dichiarazione congiunta delle due parti afferma che il comando militare statunitense impedisce ai rifugiati di lasciare il campo siriano di Rukban.

Mosca e Damasco hanno fatto appello, ieri, gli Stati Uniti di ritirarsi dal territorio siriano al suo esercito, "che sono lì illegalmente." Lo afferma in una dichiarazione congiunta del personale di coordinamento interministeriale russo-siriano.

"Esortiamo gli Stati Uniti, le cui unità militari sono illegalmente nel territorio della Siria a lasciare il paese", si legge nel documento.

La dichiarazione russo-siriano sottolinea inoltre che il controllo delle truppe statunitensi schierato nella zona di Al Tanf ostacola la partenza dei profughi. Il documento sostiene inoltre che gli Stati Uniti e le loro autorità militari disinformano "circa l'impossibilità di lasciare il campo" di Rukban e diffondono le "voci che il territorio controllato dal governo siriano è in rovina, e che l'esercito li arreste e li arruola forzatamente.

Il testo aggiunge che i combattenti controllati dagli USA, in particolare il gruppo armato Yeish Magavir a Saura, "estorcere ingenti somme in dollari" ai rifugiati per lasciare il campo. "I rifugiati non hanno quei soldi", dice la nota russo-siriana.

Le autorità siriane e russe hanno annunciato di essere pronte ad assumere il compito di trasportare gli abitanti del campo di Rukban nei loro luoghi di residenza abituale. A tal fine sono state abilitate due carovane di autobus. Il governo siriano garantisce la sicurezza degli sfollati e l'elaborazione semplificata dei documenti.

Fonte: RT Esp - Foto Reuters
Notizia del: 27/02/2019