Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 marzo 2019

Mauro Bottarelli - 1 - 2 - Attendiamoci attentati terroristici mascherati fatti da paesi amici

SPY FINANZA/ Il mistero sul boom delle banconote da 100 dollari

Se ne sta parlando poco, ma c’è chi si interroga sul perché ci siano tante banconote da 100 dollari in giro per il mondo, per lo più fuori dagli Usa

07.03.2019 - Mauro Bottarelli

Image by piviso on Pixabay

La notizia è passata abbastanza sotto silenzio, coperta dal turbinio di polemiche politiche che volavano ben più in alto, nell’empireo dell’intelletto. Ad esempio, la scarsa preparazione di Lorella Cuccarini riguardo la frequenza degli appuntamenti elettorali nel nostro Paese. Povera Italia, come sei ridotta. Ma torniamo a noi. Stando a quanto rilanciato da Bloomberg e ripreso dal Sole24Ore senza particolare enfasi, in base agli ultimi dati forniti dalla Bce, le imprese italiane hanno ritirato più di 20 miliardi di euro dai loro depositi overnight presso le banche italiane in gennaio, come mostra il grafico. Motivo? Per il quotidiano di Confindustria, le ragioni potrebbero essere molteplici, spaziando dalle preoccupazioni che le tasse possano aumentare alle maggiori necessità di liquidità durante la recessione economica in arrivo fino a un fenomeno ciclico-stagionale slegato da fattori economici. Insomma, la qualunque. Resta il fatto che i deflussi registrati a gennaio sono stati i maggiori da quando i dati hanno cominciato a essere tracciati – 16 anni fa – dall’Eurotower.


Nel dare la notizia, il Sole24Ore registrava poi l’intervenuto del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, il quale si è soffermato in particolare sui massicci acquisti di titoli di Stato italiani effettuati negli ultimi anni dal sistema bancario nazionale. Poi, in vista del board della Bce e dalla conferenza stampa di Mario Draghi di oggi, nella quale potrebbero essere annunciate nuove aste di rifinanziamento Tltro, il governatore si chiedeva: «Come sono stati usati questi prestiti Bce da parte delle banche? Le critiche alle nostre sono state quelle che invece di finanziare l’economia hanno acquistato i titoli pubblici. Questo è stato positivo all’indomani della crisi, ma non può essere una caratteristica strutturale». Di fatto, l’argomento del mio articolo di martedì scorso. Il fatto che Bankitalia se lo domandi, mi porta a due valutazioni.

Primo, meglio tardi che mai. Secondo, qualcosa puzza di bruciato. E non solo per le tensioni fra governo e palazzo Koch. A farmi pensare, allarmato, su quali siano le prospettive future, ci ha pensato anche un’altra notizia, emersa in corrispondenza con il dato della Bce sui prelievi. A riferirla ci ha pensato questa volta Cnbc, ponendosi a sua volta una domanda che porta con sé parecchie risposte implicite. Stando a uno studio curato dal capo economista di Deutsche Bank, Torsten Slok su dati ufficiali della Federal Reserve, infatti, nel mondo sarebbe in misterioso aumento la circolazione di banconote da 100 dollari. E la dinamica non è da poco: si tratta di un raddoppio netto dalla crisi finanziaria a oggi, tanto che non solo oggi si sono oltre 12 miliardi di pezzi di carta da 100 dollari in giro per il mondo, ma questi ultimi hanno superato anche la banconota più diffusa per antonomasia, quella da 1 dollaro. Questo grafico mette la questione in prospettiva visiva, tanto per capirci.


Ora, l’articolo di fatto si concentra essenzialmente su una tesi che è ampiamente diffusa ed è alla base della “lotta al contante” da parte di alcuni governi e, soprattutto, organismi sovranazionali: le banconote sono il mezzo preferito dal crimine organizzato, il quale tutto vuole tranne che lasciare tracce bancarie o elettroniche del suo business. C’è poi la lotta all’evasione fiscale e ai paradisi di diritto britannico che ne garantiscono il proliferare, altro cavallo di battaglia. Tutte tesi confermate da inchieste di organismi come Fbi, Dea, Interpol, Eurojust e via discorrendo. Soprattutto i cartelli della droga latino-americani siedono su montagne di contanti, riciclati spesso in attività legali che garantiscono lauti guadagni, una facciata “sociale” spendibile e veri e propri imperi economici, capaci di imporre la loro legge e le loro condizioni ai concorrenti.

Tutte cose note, nella cronaca come nelle fiction, un mondo quello di queste ultime che a certi boss dovrebbe pagare i diritti d’autore per centinaia fra serie tv e film. A conferma della tesi, il fatto che un research paper della Fed di Chicago pubblicato lo scorso anno confermasse come il 60% di tutti i dollari sotto forma di banconote si trovasse all’estero e addirittura l’80% di quelle da 100 dollari: un aumento di oltre il 20% dal 1980 che la curatrice dello studio, Ruth Judson, ritiene da collegarsi all’aumento della instabilità politica ed economica a livello mondiale, un vero driver della domanda.

Insomma, per quanto ci abbiano venduto per mesi la rivoluzione delle criptovalute come un’arma potenzialmente letale in mano alla criminalità organizzata mondiale (oltre che ai ben noti hackers, più o meno legati al Cremlino), i beni rifugio per antonomasia rimangono il dollaro contante e i lingotti d’oro. Studi statistici ci dicono che l’aumento esponenziale dell’utilizzo estero del dollaro come moneta parallela, ancorché non ufficiale, sia da collocarsi temporalmente dopo la guerra del Golfo e l’invasione statunitense dell’Afghanistan post-11 settembre, visto che parte dell’opera di stabilizzazione di quelle regioni sarebbe passata proprio da un minimo di ristoro economico, garantito a sua volta dal rimpiazzare le monete locali – pressoché senza valore o devastate dall’inflazione reale – con qualcos’altro. E per lo studio, quel qualcos’altro era appunto il dollaro.

C’è però dell’altro, pur se confinato in una parte residuale dello studio e dell’articolo. A gettare il sasso è Nicholas Colas, co-fondatore della DataTrek Research, personaggio che studia queste dinamiche da almeno un decennio e a detta del quale, l’aumento dei biglietti da 100 dollari in circolazione è un segnale chiaro che il mondo sta guardando a quell’asset come a un salvadanaio-rifugio di valore. “Non ha nulla a che fare con l’economia Usa o con i tassi di interesse. Ovviamente, abbiamo ampie prove che quelle banconote siano un veicolo di diffusione della corruzione, ma rappresentano anche un metodo che la gente utilizza per mantenere i propri assets al di fuori del sistema finanziario, seppur con modalità che possiamo definire ingombranti”, dichiara Colas.

Ed ecco il parere al riguardo di Torsten Slok: “Ci sono molti fattori che possono spiegare l’aumento del circolante in banconote da 100 dollari. Potrebbe essere mosso dalla paura a livello globale per tassi di interessi negativi o potrebbe essere anche un veicolo di risparmio dei cittadini americani spaventati da un’altra crisi finanziaria oppure ancora un segnale dell’aumento della domanda da parte dell’economia sommersa”. Non a caso, nel 2016 l’ex segretario al Tesoro Usa, Larry Summers, pubblicò un articolo sul Washington Post dal titolo molto esplicativo al riguardo, It’s time to kill the $100 bill, di fatto invocando l’abolizione della banconota da 100 dollari. A sua volta, Summers mutuò la provocazione dall’ex numero uno di Standard Chartered, Peter Sands, il quale dedicò al tema addirittura un research paper pubblicato dall’università di Harvard. Il cuore della questione? “Eliminando le banconote di alto valore si renderebbe la vita più difficile a chi compie evasione fiscale, crimine finanziario e corruzione”. La solita solfa.

Ma l’allarme lanciato da grossi calibri statunitensi sul rischio che il contante, nelle sue denominazioni più grandi, possa essere amplificatore di fenomeni criminali è divenuto narrativa. Non a caso, la Bce dallo scorso inverno non stampa più banconote da 500 euro, di fatto narco-notes, come le chiamano gli inquirenti. E la Fed? Difficile che possa seguire l’esempio dell’Eurotower, visto che Federal Reserve e Tesoro statunitense incassano 99 centesimi per ogni dollaro stampato e venduto fuori dagli Usa. Solo profitto? No. C’è dell’altro che ha molto a che fare con l’aumento esponenziale dei conflitti in giro per il mondo e anche con la guerra multipolare contro la Cina: da un lato la de-dolarizzazione del mondo, la messa in discussione dello status di valuta benchmark del dollaro. Dall’altro, un concetto ancora molto oscuro e di nicchia, ma che, state certi, non tarderà a far parlare di sé, in periodo di populismo al potere: il cosiddetto de-banking, ovvero il denaro come strumento di contrapposizione economica al sistema finanziario, il contante come arma contro i derivati, il mitico materasso in cui stipare le banconote contro il sistema bancario e i suoi trading desks. Vi sembra follia?

(1- continua sabato 9 marzo) 

SPY FINANZA/ Usa e Cina, la sfida ora passa dalle banconote

La scelta fra yuan e dollaro sta arrivando a toccare i gangli del sistema globale. E l’Europa dovrà schierarsi o con la Cina o con gli Usa

09.03.2019 - Mauro Bottarelli

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Se vi sembra follia quanto ho scritto nella prima parte di questo articolo chiedetevi allora perché il capo economista di Deutsche Bank e un’emittente come Cnbc si siano interessati al fenomeno, ben guardandosi dal caricarlo eccessivamente di importanza, ma inserendolo nel contesto più ampio e molto discusso dell’eccessiva circolazione del contante in un mondo che si vorrebbe elettronico e cash-less. E chiedetevi il perché di quei 20 miliardi di contanti prelevati dai conti bancari dalle aziende italiane. E chiedetevi perché Bloomberg abbia rilanciato con grande enfasi la notizia del presunto coinvolgimento delle principali banche europee (fra cui Deutsche Bank ma anche Abn Amro, Reiffesen, Nordea, Swedbank e Dnb Asa) nel riciclaggio di denaro di dubbia provenienza russa. Addirittura, lo scandalo ha visto coniato un neologismo ad hoc: Laundromat, crasi fra lavaggio (laundry) e bancomat.

C’è puzza di qualcosa di grosso in arrivo, dalle parti del Cremlino. La riprova? Guardate questo grafico, il quale fa riferimento all’ultimo sondaggio compiuto da Statista e relativo alla percezione da parte dell’opinione pubblica Usa su chi sia il nemico più temibile per il Paese. Come vedete, il Venezuela non è nemmeno contemplato, John Bolton deve lavorarci ancora su. L’Iran tanto sbandierato? Poco roba, nemico da rissa al bar. L’Iraq? Praticamente uno Stato amico. La propaganda, però, ha lavorato molto bene in questi mesi, basti vedere l’andamento di Cina e Russia, il loro impennarsi nella percezione di paura e ostilità dell’americano medio.


Paradossalmente, però, Pechino con i suoi dazi e le sue tariffe che pesano sui beni di largo consumo acquistati dagli americani nei malls dovrebbe essere odiato più della Russia, la quale ufficialmente non ha fatto nulla contro gli Usa, se non reagire tit-for-tat all’abbandono statunitense del Trattato sulle armi nucleari. Eppure, Mosca stacca di oltre 10 punti Pechino nella classifica dell’ostilità. Quali messaggi staranno veicolando i media statunitensi, all’interno dell’Impero? Non pensate che questa sia guerra, senza frontiere ma con il chiaro intento di spostare la Russia verso un equilibrio di polarizzazione che la costringa all’abbraccio mortale e definitivo con la Cina, in modo da sgombrare il campo da “contaminazioni” in vista del voto del 2020? Il vecchio, caro e maccartiano “noi contro loro”, perfetto terreno di coltura in cui far rigermogliare il proverbiale orgoglio patriottico americano dei tempi di crisi?

E chi è sceso in campo accanto alla Russia in Venezuela a difesa di Maduro, mandando all’aria il bel piano di John Bolton per un golpe a tempo di record e senza praticamente colpo ferire? La Cina. E chi sta lanciando, oltre a un progetto infrastrutturale senza precedenti come la Nuova Via della Seta, anche un sistema parallelo di pagamenti internazionali in yuan e valute locali, spesso con Stati ritenuti “canaglia” come l’Iran, bypassando bellamente il dollaro? E chi ha lanciato i petroyuan per regolamentare il commercio di greggio senza scomodare i biglietti verdi? La Cina. La stessa Cina che ora è alleato nella guerra commerciale, perché primum vivere e quindi occorre puntellare il sistema prima che crolli, garantendo un alibi credibile e abbastanza allarmistico alle rispettive Banche centrali per tornare, ognuna a suo modo, in azione. Ma poi?

Lo schema è quello usato nel 1998 per rimandare di due anni lo scoppio della bolla tech, quindi il calcolo è che la recessione globale vera andrà a impattare pesantemente dopo il 2020 (attraverso gli aumenti dei tassi d'interessi). Di fatto, dopo il voto presidenziali Usa. Guardate questo grafico: compara l’andamento dell’indice Standard&Poor’s nel 1937 con quello attuale. Perfettamente sovrapponibile. Sicuramente è soltanto una coincidenza finanziaria, una replica assolutamente casuale e meramente statistica. Però cosa è accaduto due anni dopo il 1937? Tranquilli, qui sarà guerra, ma senza padri al fronte, bombardamenti e guerre di trincea. E nemmeno atomiche, nessuno è così idiota da distruggere il mondo che vorrebbe governare. Ma sarà guerra per decidere chi comanderà l’ordine mondiale nei prossimi 50 o 100 anni.



Nel frattempo, c’è un mondo da colonizzare day-by-day con il denaro, più che con i missili. Quanto pensate che ci vorrà prima che lo yuan diventi moneta parallela e para-ufficiale di molti Stati africani, gli stessi che Pechino sta di fatto colonizzando a colpi di investimenti e infrastrutture (altro che il franchetto di Macron)? Vi pare un caso che l’altro giorno, il numero uno del Dipartimento di Stato ed ex capo della Cia, Mike Pompeo, in visita nelle Filippine abbia apertamente minacciato la Cina di reazione militare Usa in caso le forze armate del Dragone dovessero operare azioni ostili contro mezzi di Manila nel Mare Cinese del Sud? Pompeo è stato chiaro: “Visto che il Mare della Cina del Sud è parte del Pacifico, ogni attacco armato contro forze filippine, aerei o scafi civili in quell’area farà scattare gli obblighi di mutua difesa sottoscritti all’articolo 4 del nostro Trattato”. Queste parole non le ha dette un funzionario troppo zelante o con qualche drink di troppo in corpo dopo una cena di gala, le ha proferite in un intervento ufficiale su suolo estero il Segretario di Stato statunitense.

Ora, avete capito cosa sta bollendo in pentola nel mondo, quando gli altri cominciano solo ora a porsi il problema se la cosiddetta Trumpnomics sia stata reale o solo frutto di una spesa a deficit tutta di propaganda e se la Fed davvero taglierà corto e si rimetterà in modalità da pressa, come questo grafico di fatto conferma già oggi plasticamente, a meno che non si sia ciechi o totalmente in malafede (o idioti, scegliete voi l’opzione)? Pensate davvero che gli Usa non intendano minimamente limitare la circolazione del contante, solo perché Fed e Tesoro ne ottengono un profitto dalla stampa o perché in qualche modo ostili alla lotta contro evasione fiscale e crimine organizzato? O forse il dollaro rappresenta un’arma meno sanguinaria e letale, ma assolutamente efficace quanto – e forse più – di un missile?


Paradossalmente, la ri-affermazione di un ruolo benchmark del biglietto verde passa anche dal suo utilizzo come bene rifugio al di fuori del sistema bancario-finanziario. Anzi, ancora di più, perché legittimato dall’alveo di giustizia sociale e opposizione all’establishment così in voga in tempo di populismo collettivo, quello che vorrebbe la Bce in modalità da buon samaritano che presta i soldi a banche private senza chiedere nulla in cambio. Tanto, signori, il casinò della Borsa non morirà certo per qualche centinaio di miliardi in contanti che esce da conti bancari o vincolati. Anzi. L’importante è che da Milwaukee a Kabul passando per Baghdad, quando si apre un portafoglio si scorga subito il verde del dollaro e non il rosso dello yuan.

Cari lettori, occorre già ragionare in ottica 2020, in ottica di voto per le presidenziali Usa. E occorre farlo in maniera distopica, perché ormai viviamo in quella realtà di percezione e prospettiva. Perché ormai è guerra a due, l’Europa è morta nella culla, il livello della campagna elettorale in atto per il voto di maggio e la gestione del Brexit ne sono la sconfortante ma non più ignorabile conferma. Quindi, può solo accodarsi, fare una scelta di campo. O Usa o Cina, tertium non datur. E signori, pare che la scelta sia stata fatta. E che sia ricaduta su Pechino, come rilanciava il Financial Times nella sua edizione del 6 marzo scorso con un’inchiesta che raccontava della decisione italiana di supportare ufficialmente il progetto infrastrutturale Belt and Road cinese, addirittura con la possibilità di un patto formale da siglarsi nel corso della prossima visita a Roma del presidente Xi Jinping, atteso nel nostro Paese il 22 di questo mese.

A confermare al quotidiano della City l’esistenza di un memorandum d’intenti a tal fine, il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, a detta del quale la scelta sarebbe finalizzata a garantire una corsia preferenziale al “made in Italy” presso il mercato a più alto tasso di crescita e domanda al mondo. O, forse, un do ut des affinché Pechino ponga la sua implicita garanzia rispetto all’acquisto di Btp, come millantato mesi fa dal ministro Tria e garantisca investimenti diretti nel nostro Paese, di fatto una tagliola che apre la strada alla colonizzazione? Oppure ancora, una rischiosissima ripicca per il viaggio diplomatico del sottosegretario Giancarlo Giorgetti negli Stati Uniti presso le istituzioni che contano davvero, le quali si sono affrettate a rendere nota la loro preoccupazione per il freno verso le opere infrastrutturali da parte della componente grillina di governo?

Una cosa è certa, certificata dal Financial Times: sia a Bruxelles che a Washington, la questione allarma. E non poco. Tanto più che, proprio questa settimana, l’Unione europea ha adottato un framework regolatorio senza precedenti proprio rispetto agli investimenti esteri diretti, di fatto una sorta di firewall contro l’espansione economica cinese nell’eurozona, soprattutto nel campo di tecnologie chiave e strategiche. Come vedete, la scelta fra yuan e dollaro sta arrivando a toccare i gangli del sistema globale, sta abbandonando la periferia colonizzata per arrivare a coinvolgere quello che fino al 1989 era il Paese-ponte fra Ovest ed Est, fra Nato e Patto di Varsavia. L’Italia. In mano ai Di Maio del caso. Dio ci aiuti.

(2- fine)

NoTav - Di Maio studia da statista il fanfulla Salvini cosa vuol fare da grande?


A Salvini scappa la ruspa. Aria di crisi sul Governo. Ma sul Tav Di Maio non molla e ricompatta il M5S 


9 marzo 2019 di Alessandro Righi


Il grillino Stefano Buffagni non si nasconde dietro un dito. “Cosa stia succedendo è chiaro: non è che ci sia da aprire una crisi, la crisi è già aperta”, ammette il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E ad aprirla, per l’ala M5S del Governo gialloverde, è stato Matteo Salvini. Nello scontro muscolare sul Tav Torino-Lione scatenato dal leader della Lega, Luigi Di Maio non cede di un millimetro. “Quando su tre, due la pensano in un modo, io e Conte, poi non decide solo uno, altrimenti avremo problemi in futuro”, avverte il leader dei Cinque Stelle.

Ennesimo round a distanza di una giornata iniziata con i saluti di Salvini: “Ne riparliamo lunedì”. Un proposito tradito in serata quando il ministro dell’Interno è invece tornato sulla questione: “Nessuna crisi di Governo e nessuna nostalgia del passato, lavoriamo per unire e per dare lavoro, sviluppo e futuro all’Italia – assicura -. Col buonsenso si risolve tutto”. Di Maio prende atto, ma le condizioni del Movimento restano sul tavolo: “Il Governo e la sua tenuta sono una cosa seria, stiamo parlando del Paese. Io voglio solo che si rispetti il contratto e non si faccia cadere il Governo, questo è buon senso: pensare che c’è ancora molto da fare”.

Il premier Giuseppe Conte prende tempo. A Palazzo Chigi un team di esperti è al lavoro per cercare una via d’uscita dal tunnel dei bandi entro, entro lunedì, il Governo dovrà decidere se bloccare (come chiede Di Maio) o far partire (come pretende Salvini). Da lunedì inizierà il giro d’Italia del presidente del Consiglio tra i cantieri “per controllare e verificare” la situazione. Ma le posizioni dei due azionisti della maggioranza restano irremovibili. E anche sul possibile compromesso di far partire i bandi con la possibilità di revocarli successivamente Di Maio chiude la porta.

“E’ chiaro ed evidente che se stai per ridiscutere un’opera non puoi vincolare i soldi degli italiani – taglia corto -. Prima ridiscuti l’opera e poi vincoli soldi”. Un messaggio (e un avviso) a Salvini: “Serve serietà. Cosa sarebbe successo se avessi messo in discussione la legittima difesa e altri provvedimenti in quota Lega? Vi sareste arrabbiati, per questo c’è disappunto tra di noi. Non si rischia il Governo venendo meno agli impegni del Contratto”. Ma tiene socchiusa la porta del dialogo. Domenica, i due vicepremier saranno entrambi a Milano. Che sia l’occasione per un chiarimento last minute? Si vedrà. Per ora di certo c’è che le lancette corrono: lunedì è fissato il Cda di Telt. E, gioco forza, una decisione, qualunque essa sia dovrà essere presa.

Intanto, dal Quirinale il presidente Sergio Mattarella segue a distanza – e senza interferire – lo scontro in atto nella maggioranza con preoccupazione. scegliendo di non interferire. Interverrà se e solo se la situazione dovesse precipitare. Mentre indiscrezioni sulle possibili vie d’uscita percorribili non trovano, per ora, conferme. Avviare i bandi ma senza vincolare risorse da parte dello Stato – punto su cui Di Maio è stato categorico – sarebbe possibile, in base al codice degli appalti francese, che non prevede penali né ripercussioni legali qualora dovessero essere successivamente revocati. “Ma chi lo spiega alla base? Sarebbe percepita come una resa a Salvini”, ammette un parlamentare M5S. O andare allo scontro con un voto in Consiglio dei ministri, dove i Cinque Stelle sono in maggioranza. Ipotesi. Con molte incognite.

9 marzo 2019 - Altro che TAV!

NoTAV - Telt un'altro fanfulla si afferma nella scena politica economica, già ha fatto perdere 300 milioni di soldi degli euroimbecilli europei

Il Governo rinvia i bandi sul Tav: le gare Telt non partiranno lunedì. Passa la linea Di Maio: “Situazione risolta”. Proroga di 6 mesi per trattare con la Francia


9 marzo 2019 dalla Redazione Politica

“Si va verso il rinvio dei bandi” di Telt per il Tav Torino-Lione. A precisarlo è Palazzo Chigi aggiungendo che i bandi “non partiranno lunedì”. La precisazione del Governo è arrivata dopo la diffusione da parte del Sole 24 Ore del contenuto della lettera inviata dal premier Giuseppe Conte alla società Telt. Nella missiva si sarebbe prospettato lo sblocco dei bandi, nella giornata di lunedì, con una clausola di dissolvenza che permetterebbe di bloccarli in futuro. In vista, tuttavia, ci sarebbe una proroga di 6 mesi per trattare con la Francia.

“Sulla Tav – scrive il vicepremier Luigi Di Maio sulla sua pagine Facebook – la situazione si sta risolvendo positivamente. Quindi ora parliamo di altro e andiamo avanti. Andiamo avanti con altre opere, con Quota 100, con investimenti produttivi per le imprese, con il Reddito di Cittadinanza e con tutto ciò di cui il Paese ha bisogno, ora. Ce lo chiedono gli italiani. Le ‘teste dure’ o frasi come ‘vediamo chi va fino in fondo’ non mi appartengono, sono folklore che non fa bene all’Italia. Siamo stati eletti per servire gli italiani ed è quello che faremo con responsabilità”.

Il quotidiano economico aveva dato notizia che il Governo aveva autorizzato l’approvazione degli avvisi, per 2,3 miliardi di euro, riguardanti i lavori del tunnel di base del Tav. I contenuti della direttiva e dei bandi non sono ancora noti – ha riferito ancora il Sole 24 Ore – ma sarà comunque presente un riferimento alla volontà di Roma di chiedere a Parigi e Bruxelles di rivedere il Trattato. La lettera, sempre secondo il quotidiano economico, è frutto dell’intesa raggiunta in extremis da Lega e M5S e terrebbe conto delle condizioni avanzate ieri da Di Maio, che aveva chiesto di non impegnare soldi pubblici in questa fase.

Dunque la lettera che il governo italiano ha inviato a Telt potrebbe essere all’esame del consiglio di amministrazione della società italo-francese già lunedì e, secondo fonti Telt citate dall’Agi, saranno poi prese delle decisioni. Il governo francese, senza intermediari, è socio al 50% di Telt e si è già espresso per la pubblicazione dei bandi. L’altro socio al 50% della società è Ferrovie dello Stato.

La clausola dissolvente consentirebbe di dichiarare all’occorrenza “senza seguito” una procedura di gara già pubblicata, ma per cui nel frattempo siano venute meno le volontà politiche di procedere. Stabilisce questo la norma “dissolvente” prevista dalla legislazione francese a cui farebbe riferimento la lettera con cui Palazzo Chigi ha autorizzato l’approvazione dei bandi 2,3 miliardi di lavori. La facoltà è prevista nel capito 5 del nuovo codice unico degli appalti francese, senza onori né obblighi per la stazione appaltante, né per gli azionisti, né per gli Stati.

“Io rimango convinto che la Tav si debba fare – ha commentato questa mattina il vicepremier Matteo Salvini -, per collegarci al resto dell’Europa. Stiamo lavorando per riaprire tutto quello che altri hanno bloccato per anni e io farò di tutto perché, coinvolgendo la Francia e l’Europa, l’opera si faccia. Gli italiani ci chiedono di lavorare e questo faremo. Però non è né questo né altro che mette in discussione un governo che in nove mesi ha fatto tanto. Molto semplicemente abbiamo su alcuni temi idee diverse”

“Nel contratto – ha detto ancora Salvini – c’è la revisione dell’opera, che arriva da lontano, si può rivedere, si può risparmiare, si può modificare. Noi ci stiamo concentrando sulla Tav. Sono dei fenomeni quelli che hanno governato per anni prima di me: penso a Delrio, a Renzi, al Pd, noi siamo qua da nove mesi e c’è gente che è stata lì anni con cantieri fermi ovunque. Noi regaliamo agli italiani 5 anni di Governo. Non c’è nessuna crisi in vista. La situazione economica – ha concluso il vicepremier – è tale che nessuno si può permettere di giocare sul futuro degli italiani”

“Felice che Salvini abbia cambiato idea, la crisi era stata minacciata da lui. Ci rincuora sapere che abbia a cuore il destino del governo come noi. Dobbiamo lavorare per gli italiani, c’è ancora molto da fare”, ha commentato il sottosegretario del M5S Stefanno Buffagni su Twitter replicando alle parole di Salvini.

http://www.lanotiziagiornale.it/il-governo-rinvia-bandi-sul-tav-le-gare-telt-non-partiranno-lunedi-passa-la-linea-di-maio/

NoTav - saturazione del Freyus non c'è, non c'è un centimetro di buco ma solo studi geologici. Kiev-Lisbona non c'è più e il Portogallo non ha pagato niente, non ci sono penali da pagare

Alberto Airola (M5S): "Lo Stato si e' comportato da dittatore, calpestando tutto e tutti per il Tav"



"Qui non ci sono solo in gioco miliardi sottratti a scuole, ospedali, ferrovie utili, qui c'e' una questione di ordine etico e morale". Cosi' nella dichiarazione di voto sulle mozioni Tav a nome del gruppo, il senatore M5S, Alberto Airola.

"Lo Stato ha spianato la volonta' popolare con la violenza. Lo Stato - ha aggiunto - non ha ascoltato i cittadini. Lo Stato si e' comportato da dittatore, calpestando tutto e tutti per il Tav. Ed e' scoccata l'ora di dare giustizia al popolo valsusino e riconoscere dopo quasi 30 anni che avevano ragione loro. Non solo vogliamo mantenere una promessa fatta tanto tempo fa da Beppe e tutti noi ma li ringrazieremo per quello che hanno fatto per il Paese e soprattutto per l'esempio che ci hanno dato. La sovranita' appartiene al popolo e quando il popolo e' unito - ha concluso - nessuno puo' batterlo"

"Sull'analisi costi benefici c'è scritto chiaramente che l'opera non conviene.

Non dimentichiamo che tra Italia e Francia c'è una ripartizione asimmetrica dei costi ed è indispensabile quindi che venga ridiscussa: un km italiano costerebbe 280 mln, quello francese 60. Quindi chi insiste su quest'opera non ha a cuore l'interesse del popolo, ma solo delle multinazionali e delle euromafie, che non aspettano altro che aggiudicarsi i ricchi appalti a disposizione". "Va anche ricordato che il cantiere italiano è in territorio francese. Per cui gli appalti verrebbero aggiudicati senza leggi antimafia. Gli interessati all'opera dovranno però aspettare ancora un pò, perché sull'intera fattibilità dovrà decidere entro il 2038. Allora perché spendere decine di miliardi se poi, come auspicato dai promotori, i lavori potrebbero essere consegnati tra 30 anni?", ha domandato Airola. 

Notizia del: 07/03/2019

NoTav - anche alla 'ndrangheta le prebende

Tav, Cassazione: ‘ndrangheta era interessata a lavori in Val di Susa

La ‘ndrangheta era (è) interessata ai lavori di costruzione in Val di Susa della Tav Torino-Lione. La vicenda già emersa nel 2014 durante l’inchiesta “San Michele” della procura di Torino ora è certificata dalla Cassazione nella sentenza di condanna, diventata definitiva, a carico di otto imputati.

CRONACA ITALIANA 8 MARZO 2019 10:30 di Susanna Picone

La ‘ndrangheta era interessata ai lavori di costruzione in Val di Susa della Tav Torino-Lione. La vicenda, già emersa nel 2014 durante l'inchiesta “San Michele” realizzata dalla procura di Torino, è stata ora certificata dalla Corte di Cassazione in una sentenza di condanna, diventata definitiva e depositata in questi giorni, a carico di otto persone. Il processo, che si è svolto con il rito abbreviato, riguardava l'attività della ‘ndrina di San Mauro Marchesato a Torino e nel circondario. Nella sentenza si fa riferimento a un tentativo di intimidazione ai danni di due proprietari di una cava ai piedi della Sacra di San Michele: l'obiettivo era evitare che sfrattassero un'azienda, la Toro srl, “vicina agli interessi della cosca nei lavori di costruzione della Tav Torino-Lione”. Il responsabile della ditta, che è stato condannato in primo grado in un altro filone del processo, nel 2011 aveva ottenuto in subappalto la posa dell'asfalto nel cantiere di Chiomonte.

E mentre il Governo continua a discutere sulla necessità della linea Tav ad alta velocità, la notizia della recente sentenza della Cassazione è stata diffusa su Twitter anche dal sottosegretario all’interno del Movimento 5 stelle Carlo Sibilia: “La ‘ndrangheta era interessata a lavori di costruzione del Tav Torino-Lione in Valle di Susa. La vicenda è ora certificata dalla Cassazione nella sentenza di condanna, diventata definitiva e depositata in questi giorni, a carico di otto imputati”, ha scritto Sibilia riportando il lancio d’agenzia.


Mai più un voto al corrotto euroimbecille Pd che ci ha riempito e ci vuole continuare a riempirci di sofferenza

CI HANNO IMPOSTO SOFFERENZE DEL TUTTO INUTILI

Maurizio Blondet 8 Marzo 2019 


Da leggere ANCHE l’intervista a Bagnai del 2018:

Alberto Bagnai: “Il PD ha distrutto l’economia. I disoccupati sono almeno il triplo”
“Le forze economiche che sostengono il PD non vogliono che scenda la disoccupazione, perché ciò che abbassa i salari aumenta le rendite. Il PD è il partito della rendita. Comprendendo sottoccupati e scoraggiati, l’Italia è in testa alla classifica sulla disoccupazione”

Marco Dozio di Marco Dozio- 7 Febbraio 2018 alle 20:44

Renzi ha detto che lei è un pericoloso estremista che vuole sfasciare tutto.

….La mia candidatura è stata commentata dagli avversari politici come la dimostrazione del pericoloso estremismo della Lega. In particolare perché secondo i miei avversari politici io sarei uno che vuole sfasciare l’Europa. È divertente notare che immediatamente dopo, Toni Negri, forse leggermente più estremista del sottoscritto, ha rilasciato un’intervista a Vanity Fair nella quale auspicava che Bruxelles prendesse le redini del governo italiano. È la dimostrazione che esiste un provato estremismo tra i sostenitori del progetto europeo. Progetto che studiosi autorevoli come Vladimiro Giacchè, Luciano Barra Caracciolo e Giuseppe Guarino hanno dimostrato come sia incompatibile con la nostra Costituzione. Non a caso gli avversari che mi danno dell’estremista sono quelli che hanno cercato di cambiare La Costituzione. Da questo punto di vista i conti tornano. Per quanto riguarda l’estremismo: nessuno vuole la guerra e nessuno vuole sfasciare alcunchè. Studi come quello del Fondo monetario internazionale dimostrano che da quando siamo nell’eurozona è in atto una disgregazione delle strutture economiche dei paesi. Nel senso che l’euro avvantaggia i paesi forti e svantaggia quelli deboli. È assolutamente moderata e prudente la posizione di Salvini che si pone il problema di cosa fare ove mai uno scenario di disgregazione dell’eurozona non venisse arrestato. Quello che può arrestarlo, come dice Stiglitz, sarebbe la volontà politica dei paesi del centro dell’Europa di cooperare con la periferia dell’Europa. Ma vediamo ogni giorno di più che questa volontà non c’è. E anzi vediamo che Bruxelles si prepara a un’ulteriore stretta sul sistema bancario che rischia i metterci definitivamente in ginocchio, cosa di cui il nostro attuale governo pare essere inconsapevole. Questo non è essere moderati e prudenti, è essere estremisti: l’estremismo del mercato, l’estremismo del pensare che affidandoci totalmente ai mercati finanziari loro sapranno cosa fare di noi. E infatti lo sanno: carne di porco.

Renzi e il governo PD portano avanti questo tipo di disegno piegandosi ai diktat di Bruxelles?

È un dato oggettivo che ho analizzato nel mio blog in un post intitolato Renxit (uscita da Renzi): i governi a guida PD o quelli tecnici sostenuti dal PD hanno portato avanti il programma contenuto nella lettera della Banca centrale europea dell’agosto 2011. Tutto quello che la Bce chiedeva, punto per punto, è stato fatto. Ad eccezione di modificare la costituzione, lì non ci sono arrivati per il voto del dicembre 2016. Hanno fatto la riforma che rende più stringenti le regole di bilancio, introducendo il pareggio di bilancio in Costituzione. Hanno abolito strati amministrativi intermedi come le province, anche se in modo pasticciato creando confusione. Sono intervenuti ulteriormente sul sistema pensionistico, con la riforma Fornero. Hanno rivisto le norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, col Jobs Act. Queste misure sono state chieste dall’Europa 7 anni fa e dopo 7 anni vediamo quello che hanno prodotto: un disastro, un deserto nell’economia italiana. Questa agenda era sbagliata, perché impedisce allo Stato di avere quegli ammortizzatori che consentono di intervenire quando c’è bisogno di sostenere l’economia in caso di crisi.

[….]

Nel suo blog scriveva che i dati reali della disoccupazione sono molto più alti: sommando disoccupati, scoraggiati e sottoccupato si sfiora il 40%, saremmo in situazione peggiore rispetto a Grecia e Spagna. Ma in televisione ci raccontano che la disoccupazione diminuisce e che c’è la ripresa, gli elettori cosa devono pensare?

Salvini dice che lui vorrebbe un paese normale. Una mia definizione di paese normale: quello in cui viene considerato occupato solo chi guadagna abbastanza da mantenere se stesso e la famiglia. Io sono nato in un paese normale: a quel tempo lavorava solo mio padre, poi mia madre quando siamo cresciuti ha voluto dedicarsi a un’attività lavorativa, ma l’ha fatto per scelta, non perché costretta dalla fame. Adesso se non hai almeno due lavori non puoi mantenere una famiglia, e a volte non bastano nemmeno a mantenere un figlio. Le statistiche non sono truccate, si tratta di criteri statistici condivisi a livello europeo, ma come ho dimostrato nel post di agosto, l’Eurostat ha preso una decisione diversa rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, dove il Bureau of labour statistics (ufficio di statistica del lavoro) riporta sei definizioni del tasso di disoccupazione. La più ampia considera disoccupati anche i lavoratori che hanno un part time involontario, cioè coloro che vorrebbero lavorare a tempo pieno ma non gli è consentito, e anche i lavoratori scoraggiati, coloro che non risultano disoccupati perché non stanno cercando un lavoro avendo rinunciato a cercarlo. Se si adotta questo criterio, l’Italia è in testa alla classifica della disoccupazione.

Le stime ufficiali della disoccupazione, fornite dal governo per tranquillizzarci, sottostimano molto il fenomeno: i disoccupati veri, coloro che non mantengono una famiglia col proprio lavoro, sono circa il triplo di quello che ci viene raccontato. E lo sono in conseguenza di una serie di riforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro. Se sei in un sistema nel quale l’aggiustamento macroeconomico deve avvenire con l’abbassamento dei salari, perché il valore della moneta rispetto a tuoi partner commerciali è 1 a 1, essendoci l’unione monetaria, devi rassegnarti ad avere più disoccupati. Il PD è il partito che genera disoccupati, il partito della disoccupazione.

(Il resto si legge qui:


NoTav - I progetti … come la Torino-Lione … non sono vincolanti per gli Stati membri nelle loro decisioni di programmazione. La decisione di attuare tali progetti spetta agli Stati membri e dipende dalle capacità di finanziamento pubblico nonché dalla loro fattibilità socioeconomica” articolo 17 Regolamento europeo che finanzia la Torino-Lione

Più si scava e più materia purulenta esce fuori da questa ferita infetta, un puzzo ci sommerge e ci impedisce di respirare, sono trent'anni di menzogne è logico che pian piano escono allo scoperto e rendono vano il tentativo di far credere che sia sviluppo e non creazione di prebende per gli industrialotti e sorgente di clientelismo per certa politica. E' lotta ideologica in cui il Sistema massonico mafioso politico spera di annichilire il M5S ed eliminare quel tasso di cambiamento che scaturisce dai magma della sua pancia
martelun

Salvini servo di Macron: i due miliardi di € che Salvini vuole regalare ai francesi

08.03.2019 - Val di Susa - PresidioEuropa No TAV

(Foto di Giorgio Mancuso)

I Regolamenti europei consentono all’Italia di abbandonare il progetto. Tutti i nodi vengono al pettine dopo trent’anni di opposizione popolare ad una Grande Opera Inutile e Imposta.

Sulla Torino-Lione Salvini ha preso il testimone dal Partito Democratico, e il nuovo segretario (dal successo mediatico grazie al commissario Montalbano) è apparso subito il migliore alleato del ministro degli interni per fare la Torino-Lione.

Il M5S, dopo aver fatto il pieno dei voti contro le Grandi Opere, tentenna e si indebolisce con la sua sottomissione a Salvini che sui social è molto criticato dai suoi stessi fan per l’energia che impiega a sostenere lo sviluppo del Pese attraverso lo spreco di denaro pubblico, invece di battersi per creare vero lavoro con mille, diecimila piccole opere.

Salvini, forse non la Lega, è pronta a scaricare il M5S per affermare il suo dominio in tutti i campi. Vuole sfidare il M5S sulla quota 100, ma tutto ha un prezzo.

In questo caso il prezzo è la sottomissione dell’Italia alla Francia che, grazie ai maneggi del Governo Berlusconi del 2004 sostenuto dalla Lega, accettò (o addirittura offrì) di pagare la maggior parte dei costi del Grande Progetto.

Giriamola come si voglia, il risultato è lo stesso. L’Italia vuole regalare una montagna di soldi ai francesi, più di due miliardi di euro. È una storia vecchia, mai abbastanza raccontata, tanto che gli italiani non la conoscono.

Nell’accordo del 2012 furono fissate le percentuali: l’Italia paga il 57,9% del costo di tutto il tunnel, la Francia il 42,1%. E, per chiarire bene la disuguaglianza, occorre sapere che il tunnel sotto le montagne corre in Italia solo per il 21% (12,5 km) della sua lunghezza di 57,5 km.

Disse in quel tempo Berlusconi: “diamo una mano alla Francia che deve costruire sulla sua tratta nazionale due gallerie di accesso al tunnel di base di 33 km, mentre l’Italia ne dovrà fare solo una di 19,5”, contribuiremo noi a pagare i maggiori costi per arrivare ad una ripartizione equilibrata.

Successivamente, l’Italia (nel 2012) e la Francia (nel 2018) decisero senza confrontarsi, che queste tre gallerie “non s’hanno da fare”.

Dato che lo squilibrio della ripartizione della lunghezza delle gallerie di accesso al tunnel di base è di circa 14 chilometri, ai costi di scavo odierni il prezzo è di circa 2,3 miliardi di euro a totale carico dell’Italia, questo il regalo alla Francia.

Come la mettiamo? Facile, pensa Salvini, abbassiamo la testa e diciamo Sì alla Francia, Sì alla TAV, Sì al nostro regalo alla Francia di 2,3 miliardi.

Salvini potrebbe anche dire anche Sì a migliorare il potere d’acquisto degli italiani tagliando spese folli, ma non lo fa, gli Italiani se ne ricorderanno.

Ma Salvini pare irriducibile, un buco nella montagna vale più di un Governo Giallo Verde: gli italiani lo aspettano al varco.


Il Governo dovrebbe zittire la Commissione, richiamandola all’osservanza del Regolamento europeo che finanzia la Torino-Lione (art. 17 del CEF) che afferma che I progetti … come la Torino-Lione … non sono vincolanti per gli Stati membri nelle loro decisioni di programmazione. La decisione di attuare tali progetti spetta agli Stati membri e dipende dalle capacità di finanziamento pubblico nonché dalla loro fattibilità socioeconomica”


La volontà di TELT di lanciare dei bandi di gara, non ha alcuna relazione con la perdita di 300 degli 813 milioni di euro stanziati nel 2015 dall’Unione europea, né tanto meno con la costruzione del tunnel di base.

Insistendo per il lancio dei bandi, TELT vuole in realtà nascondere i ritardi, dovuti alla sua incapacità di gestione, che hanno già causato nel 2013 il ritiro da parte della UE di circa 300 milioni di fondi

Un importo analogo, e per gli stessi motivi, a quello che la Commissione ha deciso di fare nelle prossime settimane.

Ma è una mossa che non porta da nessuna parte, ricordiamo che i lavori definitivi non possono essere iniziati fino a momento in cui Italia e Francia non avranno stanziato tutti i fondi (9,6 miliardi di euro) per costruire il tunnel.

Questo è il contenuto dell’art. 16 degli Accordo con la Francia del 2012 che deve essere rispettato dall’Italia e dalla Francia, e quindi anche da TELT. Ad oggi l’Italia ne ha messi pochi, la Francia nessuno. L’Europa li stanzierà forse nel 2021.

Powell la Fed perseguono gli aumenti dei tassi d'interesse è la strategia sempre usata dagli Stati uniti per scaricare la propria crisi sul resto del mondo, difficilissimo che Trump riesca a cambiare questo comportamento standardizzato

Usa, Fed sui tassi di interesse: inflazione debole


9 Marzo 2019 - 10:11 

Le pressioni di Trump non hanno effetto su Powell che prosegue con il suo percorso sui tassi di interesse attraverso un’attenta analisi del paese.


Durante l’intervento alla Stanford University, Jerome Powell, presidente della Fed, si è dimostrato risoluto sulle decisioni da prendere in merito ai tassi di interesse, nonostante gli attacchi che Trump gli sferza da tempo.

Non è la prima volta che Powell stringe i denti per far valere la sua opinione su come giostrare il denaro statunitense. Ma il panorama economico americano è ancora incerto, dunque rimangono instabili le idee su quali azioni intraprendere.

Fed, la pazienza di Powell

Sembra una storia destinata a ripetersi all’infinito quella di Powell sui tassi di interesse, il quale è chiamato a stabilire se rialzarli o meno. Il presidente Fednon si lascia intimorire dalle pretese di Trump che da tempo sostiene la necessità di un dollaro non troppo forte.

Attualmente non ci sono della condizioni così gravi da dover prendere una decisione immediata, perciò Powell continuerà con la strategia della pazienzagià collaudata nei mesi precedenti.

Però, ora, i motivi sono ben diversi. Uno sguardo all’economia americana ha messo in luce che l’inflazione è debole, dunque è necessario attendere gli sviluppi per capire meglio come muoversi sui tassi di interesse.

Questo nonostante si sia registrato un andamento positivo riguardo gli indicatori di forza del mercato del lavoro e la prospettiva transitoria sull’inflazione bassa dovuta all’abbassamento dei prezzi sull’energia.

Tuttavia Powell si appresta a rassicurare gli investitori, affermando che non verranno fatte delle manovre invasive. Si muoverà “in modo trasparente e prevedibile in modo tale da minimizzare turbolenze sul mercato rispetto al doppio obiettivo” del mandato, ossia la stabilità dei prezzi e la piena occupazione.

Trump, dollaro troppo forte

Sono mesi che Trump sferza duri attacchi contro Powell, in quanto per il presidente americano non si registra la necessità di alzare i tassi di interesse. Infatti impaurisce la possibilità di avere un dollaro troppo forte e una politica monetaria restrittiva.

Infatti, nel caso si verificassero le due ipotesi, si metterebbero a repentaglio gli affari commerciali (e non) con i paesi esteri bruciando l’economia del paese.

Il fatto stesso che non ci sia inflazione è sintomo della non necessità di avviare la normalizzazione dei tassi.

Decadentismo degli Stati Uniti - non sanno far altro che minacciare, intimare paesi sovrani a non perseguire gli Interessi Nazionali ma solo quelli statunitensi

GEOPOLITICA
Sabato, 9 marzo 2019 - 00:44:00
Turchia, test militari con Russia. Usa: gravi conseguenze se comprano missili
Gli Usa intimano alla Turchia di non portare a termine il piano di acquisto del sistema anti-missili russo. Ma intanto Ankara conduce test militari con Mosca




Usa, minacce alla Turchia: "Gravi conseguenze se compra missili della Russia"

Gli Usa intimano ad Ankara di non portare a termine il piano di acquisto del sistema anti-missili russo. "Ci sarebbero gravi conseguenze relativamente alle nostre relazioni militari" con la Turchia, ha ammonito il Pentagono, tramite il portavoce Charlers Summers. La Turchia ha trovato un accordo con Mosca per l'acquisto di sistemi anti-missile russi S-400 che ha preferito ai Patriot americani. I Pentagono ha minacciato di bloccare la consegna alla Turchia dei suoi caccia F-35 se l'accordo con Mosca sul sistema di difesa aereo sara' finalizzato. "Non avranno gli F-35", ha detto Summers ai cronisti. All'inizio della settimana era stato il capo del comando Usa in Europa, il generale Curtis Scaparotti, ascoltato in Congresso, a raccomandare di non fornire i caccia F-35 ad un alleato Nato che lavora con sistemi russi. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha commentato il monito, mercoledi' scorso, dichiarando che l'accordo con la Russia sul sistema anti-missili "e' cosa fatta".


Turchia: esercitazione navale Russia-Turchia nel Mar Nero

Tra l'altro, proprio poche ore prima dell'avvertimento di Washington, la marina turca e la marina russa hanno effettuato un'esercitazione congiunta nelle acque del Mar Nero. In base a quanto reso noto dal ministero della Difesa di Ankara, la corvetta turca "Burgazada" e la nave per la ricerca di mine "Akcay" insieme alle russe "Vasily Bykov" e "Valentin Pukil" si sono ritrovate nel porto di Novorossisk dove hanno dato vita a una giornata di esercitazioni mirate alla navigazione sicura in acque bonificate da mine. Questa esercitazione arriva otto giorni dopo la piu' grande e importante manovra della storia della marina turca. Una quattro giorni di esercitazioni, terminata il 2 marzo, che ha visto impegnate 103 navi nel mar Egeo, nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. Denominata "Blue homeland 2019", alla manovra hanno preso parte 13 fregate, 16 navi da assalto, 6 corvette, 7 navi per la ricerca di mine, 14 pattuglie e 7 sottomarini, sorvolati dai droni prodotti dalle compagnie turche Anka e Bayraktar.

http://www.affaritaliani.it/politica/geopolitica/turchia-test-militari-con-russia-usa-gravi-conseguenze-se-comprano-missili-592599.html

Un governo che vuole salvaguardare gli Interessi Nazionali è nella logica che si scontra con l'Euroimbecillità che gli ha impedito di uscire fuori dalla crisi del 2007/8, dalla gabbia dell'Euro con il suo cambio fisso. L'Unione Europea la figlia prediletta della Globalizzazione, fallita questa, imploderà gli elementi ci sono tutti e solo chi non vuole vedere fa finta che nulla sta succedendo

Italia e UE, rapporto in crisi: la battaglia è inevitabile

8 Marzo 2019, di Daniele Chicca

I rapporti tra Italia e Unione Europea non sono mai stati così incrinati. A compromettere le relazioni tra il blocco europeo e uno dei suoi paesi fondatori sono stati una serie di episodi critici. A esacerbare i quali contribuisce l’avvicinarsi dell’appuntamento con le elezioni europee per rinnovare l’europarlamento a fine maggio.

Il governo giallo verde, guidato da due partiti euroscettici, sta alzando i toni della campagna elettorale contro le forze filo europeiste. A crescere è anche la posta in palio. Mettendo in discussione l’unità europea, i cui trattati di Roma festeggiano questo mese i 62 anni, l’Italia spera di ottenere concessioni.

L’Europa da parte sua si troverebbe costretta a una scelta difficile nel prossimo futuro: salvare l’Italia oppure lasciare che esca dall’area euro. Una soluzione che Francia e Germania però non possono permettersi.

Crisi duplice: geopolitica e politico-economica

La crisi è duplice, geopolitica e politico-economica. Sul primo aspetto, Roma sta sfidando Bruxelles su più fronti. Correndo il rischio di rimanere isolata. Lo sta facendo con un accordo con la Cina per la costruzione della Via della Seta, preso in maniera indipendente. Con il rifiuto a riconoscere la legittimità del leader dell’Opposizione Juan Guaidò in Venezuela o con le divisioni sulla gestione dei migranti.

Oppure ancora opponendosi alle nuove sanzioni contro la Russia. Oppure ancora dando il suo sostegno alle proteste anti governative dei Gilet Gialli in Francia. Quest’ultima mossa, di cui è responsabile la leadership del MoVimento 5 Stelle, ha spinto il governo francese a richiamare l’ambasciatore a Roma. Si è trattato di una decisione drastica e grave, che ha raggelato i rapporti diplomatici tra le due potenze europee.

Da un’altro punto di vista la crisi poggia le sue radici nell’economia. L’Italia è scivolata ancora una volta in recessione tecnica. Dopo quelle del 2008, del 2011 e del 2012. Le banche non hanno ancora risolto i propri problemi finanziari. La crisi dell’economia italiana, che come ha detto Mario Draghi sta rallentando quella di tutta l’area euro, rischia di mettere a repentaglio il sistema bancario europeo.

Scenario peggiore: bivio tra emulare la Grecia o Italexit

Nello scenario peggiore, se le condizioni economiche e le tensioni politiche dovessero protrarsi nel tempo, Bruxelles a un certo punto dovrà prendere una decisione: salvare l’Italia e l’Europa da una nuova crisi, oppure dare una punizione esemplare al governo per le sue politiche economiche e geopolitiche indipendentiste e sovraniste. Nel primo caso si potrebbe aprire addirittura uno scenario simile a quello dell’ultima crisi in Grecia.

Anche il governo Conte si troverà davanti a un dilemma corneliano: piegarsi alla volontà europea e sconfessare l’opera compiuta fin qui, vendendo l’anima al “diavolo eurocrate”, oppure rifiutarsi di accettare l’aiuto di Bruxelles. In caso di Italexit, le conseguenze a breve termine sarebbero molto pesanti per gli italiani e i loro risparmi.

Entrambe le decisioni sarebbero dolorose. I problemi, come sempre, sono di natura principalmente economica. Negli ultimi 25 anni la crescita del Pil del’Italia è stata sottotono rispetto alla media europea. Ma prima, durante ilboom economico degli Anni 60 e 70, l’economia andava a gonfie vele. Nel 1987 il Pil ha fatto persino meglio del Regno Unito.
Italia, la crisi del 2008 non è mai stata superata

I tempi sono cambiati in fretta negli Anni 90 e già prima l’introduzione dell’euro nel 1999 l’economia era debole rispetto a quella degli altri stati membri fondatori dell’UE. La moneta unica e la globalizzazione hanno peggiorato le cose per un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni del Made in Italy e dagli affari delle piccole e medie imprese

Dall’avvento dell’euro l’Italia ha registrato un’espansione di appena il 9%.

La verità è che la crisi del 2008 in Italia non è mai stata veramente superata. Nonostante i tassi negativi in Eurozona, per le banche è più conveniente lasciare i soldi depositati presso i forzieri della Bce piuttosto che investire nelle aziende o famiglie italiane che potrebbero non riuscire a ripianare i debiti. I crediti deteriorati, sebbene siano stati ridotti negli ultimi anni, ammontano ancora a €185 miliardi (dati di fine 2017). È una somma record in UE e rappresenta un quarto dei non-performing loan totali dell’area euro.

La posizione dell’Italia da quando si è insediato il governo di M5S e Lega è quella di varare misure espansive malgrado i livelli alti di debito. Sfidando i vincoli di bilancio europei, la controversa manovra ha imposto un coefficiente deficit Pil più alto del 2% ne 2019 (2,04%).

L’idea dell’esecutivo è che per risolvere gli annosi problemi italiani bisogna aumentare gli investimenti, gli aiuti alla popolazione e gli incentivi del governo (vedi flat tax, reddito di cittadinanza e quota 100). Ma il debito è pari a più del 131% del PIL e la Commissione UE ha avvertito che potrebbe prendere provvedimenti disciplinari.
Banche francesi hanno centinaia di miliardi di debito italiano a bilancio

Alla luce della minaccia dell’organo esecutivo dell’UE di avviare una procedura di infrazione, l’Italia deve fare una scelta. Consapevole che l’UE non può e non vuole spingere il paese in default, visto che a rimetterci sarebbero le banche tedesche e francesi, che hanno in pancia centinaia di miliardi di euro di debito italiano, può provare a forzare la mano.

La Commissione europea potrebbe rischiare di spingere il paese sull’orlo della bancarotta per portare a un cambiamento politico a Roma. Approfittando delle piccole crepe che si stanno aprendo in seno alla coalizione della maggioranza, per esempio sul caso della linea TAV Torino-Lione. L’Italia da parte sua potrebbe minacciare di dichiarare default sul suo debito, o l’uscita dall’euro.

Insomma, alla luce degli ultimi sviluppi macro e geopolitici, una partita del gatto e del topo tra Italia e Unione Europea sembra sempre più inevitabile.



Gli Stati Uniti invece di pensare di togliere i 40-50 milioni dalla povertà della sua popolazione vogliono impedire a stati sovrani di fare scelte politiche per gli Interessi Nazionali. Chiaramente si accodano gli euroimbecilli di tutte le razze invece di pensare ai milioni di disoccupati esistenti nell'Unione Europea

Bufera sull’Italia per adesione a Via della Seta tra Cina e Ue

8 Marzo 2019, di Mariangela Tessa

Solleva forti preoccupazioni la decisione dell’Italia di aderire alla Belt and Road Initiative cinese, altrimenti nota come “nuova Via della Seta”. È il mega programma di investimenti infrastrutturali che comprende porti, linee ferroviarie, strade e corridoi marittimi con cui il presidente cinese Xi Jinpingpunta a connettere la Cina a Europa e Africa.

Per l’Italia è un ritorno ai tempi di Marco Polo che costituisce una sfida alle autorità europee. È infatti l’unico paese del blocco ad aver firmato un accordo del genere. Lo smacco è pesante soprattutto nei confronti della Francia, con cui da qualche mese non scorre buon sangue. Il porto di Genova, infatti, è in competizione diretta con quello di Marsiglia.

La prospettiva di un’intesa Roma-Pechino, che il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, come ha riportato il Financial Times due giorni fa, vorrebbe chiudere a fine marzo, ha già provocato la dura reazione non soltanto dell’Ue ma anche degli Stati Uniti.

“Continuiamo a sollecitare l’Italia ad esaminare attentamente gli accordi commerciali e gli investimenti per garantire che siano economicamente sostenibili, che si ispirino ai principi del libero mercato di apertura ed equo accesso, e che rispettino la sovranità e il ruolo della legge”: ha detto un funzionario del Dipartimento di Stato all’ANSA: “Rimaniamo preoccupati per l’opacità e la sostenibilità degli accordi per la Belt and Road Initiative (Bri)”.

Via della Seta cinese: Italia isolata, unico paese UE ad aver firmato

Altrettanto fredda la reazione di Bruxelles. Ieri un portavoce della Commissione ha commentato dicendo che “né la Ue né nessuno Stato membro può ottenere efficacemente i suoi obiettivi con la Cina senza piena unità. Tutti gli Stati membri individualmente, e nell’ambito della cooperazione sub regionale come il formato 16+1, hanno la responsabilità di assicurare coerenza con le leggi e le politiche Ue e di rispettare l’unità dell’Ue nell’attuare tali politiche”.

Se gli Stati Uniti e l’Ue remano contro, la Cina invece plaude la decisone italiana, rimarcandone l’indipendenza.

“Storicamente, l’Italia è stata una fermata della Via della seta. Diamo il benvenuto all’Italia e ad altri Paesi europei che prendono parte attiva alla “Belt and Road Initiative”. L’Italia è un Paese indipendente e confidiamo possiate attenervi alla decisione presa da voi in modo indipendente” ha detto oggi il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, a una domanda sulle “pressioni esterne alla riflessione”, in particolare dagli Usa, sull’adesione di Roma alla “nuova via della Seta”.

In Italia il corrotto euroimbecille Pd e3 il fanfulla Salvini vogliono bucherellare l'adriatico in Norvegia il fondo sovrano elimina i titoli petroliferi dal suo portafoglio

Ci siamo: primo fondo sovrano al mondo scarica i titoli petroliferi

8 Marzo 2019, di Daniele Chicca

Una delle notizie di giornata riguarda il fondo sovrano norvegese. Il più grande del suo genere al mondo, con mille miliardi di asset in gestione, ha annunciato il taglio di alcune tipologie di titoli energetici all’interno del benchmark. Dopo il carbone è quindi il petrolio a fare le spese delle scelte strategiche del fondo più ricco del globo.

In concreto il colosso scandinavo che reinveste i ricchi proventi derivanti dalle risorse petrolifere della Norvegia da questo momento non potrà più avere titoli di società che operano esclusivamente nella produzione e trivellazione di petrolio.

La notizia indebolisce i titoli di Royal Dutch Shell (-2,45%), Eni e di altre compagnie petrolifere, che accusano il colpo in Borsa. Le azioni del colosso italiano al momento scivolano ai minimi di giornata in area 15 euro (-1,59%). La decisione di ridurre l’esposizione al settore grava anche sui corsi di Total (meno 2,02%), Chevron (-0,99%), ConocoPhillips (in calo dell’1%) e ExxonMobil (in ribasso dello 0,94%).

Il governo dice in un comunicato di voler proporre l’esclusione delle società energetiche che sono classificate come “esplorazione e produzione” dal “Government Pension Fund Global”. L’obiettivo è ridurre i rischi nell’economia legati a un eventuale calo dei valori petroliferi. In Italia a rischiare il delisting di fatto è Saras.

Norvegia: cambiamento graduale ma necessario

Il governo norvegese spiega che si tratta di una misura che sarà attuata gradualmente. Volta ad aumentare la diversificazione in portafoglio e non a un allontanamento definitivo dall’industria petrolifera. La decisione, inoltre, non riguarda una previsione specifica sull’andamento dei prezzi.

“Il settore petrolifero rimarrà un settore fondamentale e chiave per la Norvegia per ancora molti anni”, fanno sapere le autorità. “I ricavi statali registrati dalla piattaforma continentale sono in linea di massima la conseguenza della redditività di attività come produzione ed estrazione petrolifera”.

Detto questo, la presa di posizione è netta. Se l’idea è quella di salvaguardare l’economia nazionale, come già annunciato dal fondo un anno e mezzo fa, significa che il petrolio viene considerato meno redditizio e più rischioso di una volta.

La parola d’ordine è diventata diversificazione da quando le quotazioni del petrolio hanno iniziato a scendere, colpite da una offerta in eccesso. E dalle misure governative sempre più improntate alla riduzione delle emissioni inquinanti, con un’attenzione particolare al futuro dell’ambiente.

Il problema di Oslo è che un’ulteriore indebolimento dei prezzi e della domanda di petrolio avrebbe un impatto negativo su tutta l’economia del paese scandinavo, che dipende fortemente dagli affari associati al greggio. A novembre del 2017 aveva proposto al governo di vendere titoli del settore oil & gas per un valore complessivo pari a 35 miliardi di dollari.

NoTav - gli italiani non devono sapere che la Francia da anni ha disinvestito sull'opera e che se si procede è solo grazie ai miliardi stanziati dagli euroimbecilli italiani. Fanfulla se ci sei batti un colpo. La battaglia è ideologica, i miliardi sprecati non hanno importanza, conta solo mettere all'angolo annichilire il M5S

Lo sapete quanti soldi mette la Francia per la Tav Torino-Lione? Nulla. Ecco i puntuti tweet del prof. Ugo Arrigo

8 marzo 2019


I tweet del professor Ugo Arrigo, economista esperto anche di trasporti, su Tav e dintorni


Una domanda non banale: quanti soldi ci mette la Francia per la #Tav Torino-Lione?


Per la tratta nazionale francese al momento (e per i prossimi decenni) nulla.



Infatti la tratta nazionale è uscita dalla programmazione francese nel 2013 con il Rapporto della Commissione Mobilité 21, pubblicato il 27.6.2013. https://www.assisesdelamobilite.gouv.fr/file/1253/pour_un_schema_national_de_mobilite_durable.pdf …


Nel rapporto l'opera di accesso francese al tunnel transfrontaliero è giudicata non prioritaria (Tabella di pag. 48) e rinviata nel lungo termine.



La commission confirme l’intérêt à terme de la réalisation des accès... Toutefois, compte tenu des incertitudes sur le calendrier du tunnel de base, n’a pas pu s’assurer que les risques de saturation et de conflits d’usage .... interviendraient avant les années 2035 à 2040.


Elle recommande un suivi spécifique des conditions de développement du projet global, a minima selon la périodicité de 5 ans qu’elle préconise par ailleurs, afin de vérifier régulièrement l’horizon probable de réalisation des accès français (pag. 57).
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Altra domanda non banale: se i rischi di saturazione e conflitto d'uso non sono destinati a manifestarsi nei prossimi decenni nella tratta francese, come possono farlo nella tratta internazionale, molto meno trafficata di quella francese?


Il Rapporto del 1.2.2018 del Conseil d'Orientations des Infrastructures (COI), dal titolo Mobilités du quotidien, ha confermato la non inclusione della tratta nazionale francese della Torino-Lione tra i progetti infrastrutturali programmati sino al 2037.





In base al Report del COI il progetto di legge della Loi d'orientation des mobilités del 26.11.2018 ha programmato 8 progetti ferroviari tra cui la tratta internazionale della Torino-Lione ma non quella nazionale francese.https://www.ecologique-solidaire.gouv.fr/sites/default/files/2018.11.26_projet_loi_orientation.pdf …).
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Si legge a pag. 22: Concernant la section transfrontalière Lyon-Turin .... La France entend se placer dans le cadre des traités internationaux concernant la réalisation de la section transfrontalière.


Les échanges sont en cours avec l’Italie pour préciser les modalités de cette réalisation, dans le cadre de la société de projet binationale qui bénéficiera de ressources dédiées pour ce qui concerne la participation française au financement de la section transfrontalière.
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Infatti nell'appendice alla Loi Mobilités, in cui è stabilito lo stanziamento cumulato per l'agenzia statale d'investimento AFITF per il prossimo quinquennio, non compare mai la Torino-Lione transfrontaliera tra gli interventi finanziati.
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Questo non esclude ovviamente che l'agenzia possa stanziare tali fondi in un futuro prossimo, dovendoli tuttavia sottrarre, data la sua dotazione globale, ad altre opere previste, interamente francesi.


Sul sito AFITF si legge quanto segue: De même c’est l’AFITF qui apporte la part française du financement du projet de liaison transalpine Lyon-Turin : études, acquisitions foncières et travaux de reconnaissance, sur le tronçon international comme sur les accès côté français.
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La parola COSTRUZIONE non compare mai http://www.afitf.net/ferroviaire-r28.html …


Si perviene così alla terza e ultima domanda non banale: se a oggi i soldi francesi non vi sono neppure per la tratta comune, la società Telt quali soldi sta usando esattamente per finanziare i bandi annunciati per 2,3 mld. di lavori di costruzione dal lato francese?



Perché se stesse usando soldi dei contribuenti italiani, gli unici al momento stanziati in misura consistente, per realizzare i lavori francesi della tratta internazionale, questa sarebbe con tutta evidenza una perfetta manovra sovranista.


Ovviamente a condizione di vederla dal punto di vista dei cugini d'oltralpe.