Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 16 marzo 2019

Mauro Bottarelli - 2 - nel decadente Stati Uniti ti devi indebitare per studiare, se non hai soldi non accedi all'istruzione. E' la spia di una crisi di sovraproduzione che i padroni per mantenere aumentare i profitti ti fanno indebitare in una spirale senza fine perchè non hai reddito per comprare per campare

SPY FINANZA/ I dati che smontano la “rivoluzione” ecologista dei millennials

La generazione dei Millenials, piena di debiti, è quella che protesta in piazza contro i cambiamenti climatici. E non è un caso

16.03.2019 - Mauro Bottarelli

La manifestazione degli studenti a Milano (Lapresse)

E se in Europa abbiamo mezze verità spacciate come rivoluzioni e una 16enne come capopopolo, con tanto di candidatura al premio più screditato della storia contemporanea, Oltreoceano non sono messi meglio. Mi riferisco ad Alexandria Ocasio-Cortez e al suo Green New Deal, il quale in base a un sondaggio condotto dalla prestigiosissima Università di Yale vede favorevole addirittura l’80% degli elettori statunitensi. Di più, siamo di fronte a qualcosa di straordinariamente (e strategicamente) bipartisan come supporto, visto che il 92% di chi si dichiara Democratico e il 64% di Repubblicani si sono detti pronti a supportare in maniera più o meno decisa il pacchetto di riforme che trasformerà completamente il settore energetico Usa su modello “verde” nel prossimo decennio. Se il sondaggio è stato condotto da un’istituzione come l’Università di Yale, ci sarà da fidarsi.

Sicuri? Quella che leggete di seguito è la nota introduttiva, uguale per tutti, al sondaggio: Some members of Congress are proposing a “Green New Deal” for the U.S. They say that a Green New Deal will produce jobs and strengthen America’s economy by accelerating the transition from fossil fuels to clean, renewable energy. The Deal would generate 100% of the nation’s electricity from clean, renewable sources within the next 10 years; upgrade the nation’s energy grid, buildings, and transportation infrastructure; increase energy efficiency; invest in green technology research and development; and provide training for jobs in the new green economy (Alcuni membri del Congresso stanno proponendo un “Green New Deal” per gli Stati Uniti. Dicono che un “Green New Deal” produrrà posti di lavoro e rafforzerà l’economia americana attraverso l’accelerazione della transizione da carburanti fossili a fonti rinnovabili e pulite. Il Deal potrebbe generare il 100% dell’energia della nazione da fonti rinnovabili e pulite entro i prossimi 10 anni; migliorare la rete energetica nazionale, gli edifici e le infrastrutture di trasporto; aumentare l’efficenza energetica; investire in ricerca e sviluppo di tecnologia verde; garantire tirocinio e preparazione per posti di lavoro nella muova economia verde, ndr). Scusate, chiunque non sia un inquinatore per scelta o per perversione, il figlio di un petroliere o un feticista dello smog, potrebbe dirsi contrario a un presupposto simile, a una prospettiva di futuro del genere? Di fatto, non si chiede un parere sul Green New Deal, si offre una sinopsi iniziale che è un concentrato di senso di colpa e magnifiche sorti e progressive, roba da regno degli unicorni e poi si finge di voler conoscere il punto di vista dell’intervistato! Cosa dite, un paragrafo simile posto prima delle domande dirette, può configurarsi come vaghissima volontà di indirizzare il parere del rispondente?

Ma tutto questo mica finisce sui giornali o nelle iniziative parlamentari, il messaggio è soltanto quello che si ottiene dal calcolo statistico delle risposte ottenuto: l’80% degli statunitensi è favorevole al Green New Deal, all’impegno per un’energia verde e contro i cambiamenti climatici, a un nuovo approccio. Il quale, ovviamente, oltre a richiedere una decina d’anni almeno, presuppone qualche triliardo di dollari di investimento pubblico e privato in opere di riconversione. Insomma, serve spesa pubblica. Serve deficit, perché è per una buona causa. Nessuno ti fa le pulci, non esiste al mondo un Dombrovskis così cattivo e insensibile da richiamarti perché spendi in difesa dei pinguini o degli organismi monocellulari del Borneo: la strada è spianata. E, cosa più importante, la coscienza collettiva anestetizzata ed euforizzata per bene. Se poi tenti ancora di fare resistenza in nome del buon senso e della scienza, intesa come dati reali, ti piazzano davanti un bambino con la mascherina per l’asma, tipo figurante di un falso attacco chimico in Siria e il gioco è fatto: la nomea di Erode non te la leva nessuno.

Non sarebbe più onesto dire che, visto che anneghiamo nel debito (è dell’altro giorno la rottura di un nuovo record a livello globale e congiunto pubblico-privato, 178 triliardi di dollari, dati Bis) e il sistema non può più disintossicarsi a questo punto, occorre andare oltre, approssimarsi alle rive faustiane del Qe strutturale e perenne? O, quantomeno, decennale e senza la Fed che rompa l’anima, se non per dare una sgonfiata controllata agli eccessi di mercato? No, non si può. E non a caso, i paladini di questa battaglia sono giovani. Sono millennials o poco più grandi. Come la Ocasio-Cortez. Come Greta. Perché solo un giovane può venderti questa balla, senza che tu ti ponga domande e scopra quanto appena confermato proprio dalla Fed. Senza che tu scopra ciò contro cui davvero dovresti ribellarti e chiedere conto. Ovvero che proprio i millennials rappresentano, prima ancora di cominciare la propria vita lavorativa, la generazione più indebitata della storia.

Qualche numero? Ce lo offre appunto la Federal Reserve di New York e parla chiaro: la generazione under-30, solo negli Usa, già oggi annega in oltre 1 triliardo di debito, un aumento del 22% solo negli ultimi 5 anni. Ma non basta. Stando a quanto riportato da Forbes, certamente una fonte non autorevole quanto Greta, le ultime statistiche relative ai debiti scolastici per il 2019 mostrano quanto la crisi di questo comparto stia diventando con il passare del tempo, attraverso la disaggregazione demografica e di gruppi sociali, cronica e sistemica. A oggi, negli Usa ci sono più di 44 milioni di giovani che congiuntamente fanno capo a oltre 1,5 triliardi di dollari in debito studentesco, una voce che è la seconda categoria debitoria nel Paese dopo quella dei mutui immobiliari ed è maggiore di quelle relative a carte di credito e prestiti per l’acquisto di automobili, il tutto in un Paese dove le spese per consumi pesano per il 70% del Pil. Prendendo in esame il dato relativo alla classe debitoria del 2017, la media è di 28.650 dollari a persona, stando a rilevazioni dell’Institute for College Access and Success.

E non basta, perché proprio a causa di questo stato di schiavitù debitoria fin dagli anni della formazione, ecco che la conseguenza è che nel Paese dove normalmente al compimento della maggiore età si esce di casa (in prima istanza, proprio per andare al college) e si tende a comprarsene una propria, attraverso il mutuo, il tasso di proprietari di immobili nella categoria degli under 35 nell’ultimo trimestre del 2018 era al 36,5% contro il 61% del range 35-44 anni e il 70% di quello fra 45 e 54 anni. Di più, il 63% dei millennials che hanno comprato casa o acceso un mutuo per farlo, stando al sondaggio di Bankrate.com, si è pentito della propria scelta, poiché ha difficoltà nei pagamenti di rate, anche non esorbitanti. E con i tassi ancora ai minimi, rispetto alla media storica. E se il 79% di tutti i rispondenti ritiene ancora che l’essere proprietario di casa sia parte integrante del “sogno americano”, la maggior parte dei millennials definisce la scelta di aver acquistato casa “la ricetta per il disastro”.

Capite perché conviene, contemporaneamente, vendere un nemico di lunga durata e facile presa mediatica come il riscaldamento globale, una sorta di fantasma spaventoso, ma inafferrabile e farlo attraverso dei coetanei della generazione più disagiata della storia recente, quella che per la prima volta rischia davvero di stare molto peggio di quella dei propri genitori e che rischia di rimanere letteralmente schiacciata dall’ascensore sociale in caduta libera? E capite perché, in un mondo basato sul debito (e non solo negli Usa), serve un’enorme piano Marshall di spesa pubblica e deficit di lungo termine, non fosse altro per piazzare tutti i titoli di Stato necessari a rifinanziare e servire quel debito contratto, da cittadini come da aziende come da Stati, come un cane globale che continua a mordersi la coda?

Anche perché, signori, mica si possono fare guerre o inventarsi conflitti e nemici immaginari tipo la Corea del Nord o la Russia tutte le settimane, non vi pare? Et voilà, casualmente da qualche settimana il clima impazzito ha sostituito l’Isis, gli hacker russi, i missili di Kim Jong-un e tutto ciò che ci hanno venduto finora come emergenza, come nemico permanente. Casualmente proprio ora, con il rischio di recessione globale che sale e le Banche centrali che, stamperia a parte, non sanno più come uscire dall’impasse. Occorre agire ora, quasi le prossime tre settimane siano fondamentali per salvare il pianeta: sembra la pantomima del countdown perenne verso il giudizio universale del Brexit, non vi pare?

Per questo serve una generazione in piazza contro la siccità o le inondazioni, per evitare il triplice effetto. Primo, il rendersi conto di essere schiavo del debito che garantisce al sistema di sopravvivere. Secondo, smettere di foraggiare quel debito, cambiando il telefonino ogni tre mesi, comprando l’auto con il finanziamento, chiedendo prestiti per andare una settimana in ferie. Insomma, rompendo il giocattolo del consumismo da necessità. Terzo, ribellarsi davvero.

(2- fine)

16 marzo 2019 - Il Trattato di Aquisgrana: nasce il nuovo impero franco-tedesco? Gianand...

16 marzo 2019 - A Repubblica festeggiano l’ambiente e poi vogliono il Tav...

15 marzo 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

Patrizia Cecconi - Auschwitz in Palestina - Gli ebrei nelle terre dei palestinesi sono un cancro da estirpare. Gli ebrei sono maestri a inventare pretesti vedi due aerei tre torri 11 settembre del 2001 per usare violenze e sopraffazioni

Elezioni in Israele, bombe su Gaza

15.03.2019 - Gaza 15 marzo 2019 - Patrizia Cecconi

(Foto di Al Quds)

Tutto è cominciato nella tarda serata di ieri, 14 marzo, quando due razzi del tipo Fajar sono stati lanciati su Tel Aviv. Uno dei due è stato intercettato e neutralizzato dall’iron dome e l’altro è caduto in zona disabitata senza creare danni né a persone né a cose.

I razzi Fajar hanno una gittata capace di raggiungere il centro di Israele, sono in possesso del partito della Jihad Islamica a cui sarebbero forniti dall’Iran. Infatti la prima dichiarazione israeliana ha tirato in mezzo proprio l’Iran che, come tutti sanno, è la bestia nera di Netanyahu. Per la prima volta Israele non ha accusato Hamas del lancio, bensì la Jihad proprio in quanto questa sarebbe foraggiata dal paese islamico che il premier israeliano sogna di distruggere e non ne fa mistero. Così, grazie ai due razzi Fajar, Israele ha potuto accusare al tempo stesso due nemici assoluti: l’Iran e l’islam, ottenendo i consensi che sa di ottenere quando gioca sulla confusione tra islamici e islamisti mettendo nello stesso cesto l’Isis e i suoi avversari musulmani, cosa che fa abitualmente riferendosi ad Hamas il quale, in realtà, è il vero baluardo contro l’Isis. Ma la storia dei razzi fajar questa volta ha del giallo, visto che il partito della Jihad, per voce del suo rappresentante Dawod Shihab, ha categoricamente smentito ogni implicazione ed altrettanto ha fatto il partito al governo, lasciando trapelare nell’aria l’idea che possa essersi trattato di “missili elettorali”.

Per esperienza pluriennale, ogni analista politico sa che tutte le azioni contro Israele partite da Gaza vengono rivendicate con orgoglio e come esempio di resistenza attiva, per cui suona veramente strano che quest’azione non abbia rivendicazioni dall’interno della Striscia. Dopo i recenti episodi di infiltrazioni straniere, non stupisce l’ipotesi che questo lancio possa essere stato pilotato a distanza, una distanza che qualcuno legge come servizi speciali israeliani e qualcuno come mano palestinese profondamente avversa sia alla riconciliazione che al partito al governo nella Striscia.

Al momento ogni opinione ha una sua possibilità di accoglimento, ma nessuna di queste si fonda su basi documentate. Ciò che invece è sotto gli occhi di qualunque lettore minimamente attento, è l’uso elettorale pro-Netanyahu che i due Fajar stanno giocando. A poche settimane dalle elezioni , con cause pendenti per frode e corruzione e con avversari politici che dirigono il loro consenso elettorale sul dichiarato impegno genocidario verso i palestinesi, cosa può essere più indicato – per la risalita nel gradimento elettorale del premier uscente – di una punizione collettiva all’incubo-Gaza, anticipando i vari Gantz, o Bennet, o Lieberman nell’uso dell’aviazione di guerra?

Per quanto Israele ci abbia abituati ad agire in totale libero arbitrio e quindi a uccidere quasi quotidianamente, arrestare adulti e bambini, rubare terra e, non ultimo, bombardare senza doverne mai rispondere, l’ultimo rapporto Onu deve aver influenzato il primo ministro il quale, secondo la comprovata ratio del lupo e dell’agnello, ha avuto bisogno del casus belli per trovare il consenso mondiale alla sua azione, riconquistando, attraverso la punizione collettiva contro Gaza, l’elettorato israeliano.

Interessante notare la correlazione suggerita da diversi media più o meno filo-israeliani, tra le manifestazioni dei gazawi contro il carovita, represse dalla polizia governativa, e il lancio dei razzi su Tel Aviv, come fossero non semplici concomitanze ma frutto di una stessa strategia. Ma se così fosse, la strategia mirerebbe ad accrescere il dissenso verso il governo e a far considerare la “punizione collettiva” come indotta dal partito che governa la Striscia. Ovvero mirerebbe all’abbattimento dall’interno, grazie ad una serie di azioni combinate, della componente che governa Gaza. Chi beneficerebbe di questo, oltre a Israele? E, prima di tutto, ha basi reali per essere presa in considerazione una tale ipotesi o è pura fanta-politica basata su connessioni non troppo dissimili da quelle create da statistici fantasiosi capaci di correlare l’aumento delle vendite di lavatrici in Scozia con l’aumento delle nascite in California?

Per evitare di essere trascinati nella spirale del caos, che impedisce di vedere i fatti nella loro concretezza contestuale, partiamo dalla situazione reale ponendo, metaforicamente, su una superficie piana l’avvicendarsi degli eventi. Da una parte Israele, con le prossime elezioni e gli elementi considerati vincenti dai vari candidati. Dall’altra parte Gaza, come parte della Palestina che rivendica la fine dell’assedio e il rispetto di una Risoluzione Onu, la 194 che Israele calpesta da sempre e che riguarda tutti i palestinesi. Per quanto riguarda le elezioni in Israele, basta una rapida occhiata a quanto successo in tutte le tornate elettorali per capire che il consenso va a chi mostra maggior truculenza, possibilmente genocidaria, verso i palestinesi. Netanyahu è sempre stato uomo di parola, ha rispettato le sue promesse elettorali con espropriazioni di terre palestinesi, incremento degli insediamenti ebraici su terreno palestinese, politiche di arresti e di demolizione di case palestinesi e solenne promessa che con lui al potere non ci sarebbe mai stato uno Stato palestinese. Ciò nonostante, nel democratico Stato ebraico c’è chi promette di più. C’è chi, ignaro dei fondamentali tanto della politica che dell’economia, promette che col suo eventuale governo si arriverebbe alla “soluzione finale” della Striscia di Gaza, senza l’uso di camere a gas, perché quelle appartengono a un passato che non tutti gli ebrei accetterebbero, ma con l’uso di armi moderne già sperimentate nei terribili massacri – ovviamente impuniti – di “piombo fuso” e “margine protettivo”. Questi dichiarati fascisti ebrei ignorano quanto Gaza possa servire economicamente e politicamente a Israele o, forse, non lo ignorano ma contano sull’ignoranza e l’odio viscerale dei loro potenziali elettori.

In questa gara in cui “vinca il migliore” si trasforma in “vinca chi offre maggiori garanzie antipalestinesi” anche il falco Netanyahu sembra poco affidabile ed ecco quindi la necessità di dar prova del suo coraggio da leone nel bombardare in poche ore – ovviamente dall’alto, sapendo che Gaza non ha né aviazione, né unità di contraerea – ben 100 strutture dette, ad usum delphini, postazioni di Hamas, vale a dire uffici pubblici, caserme, palestre, posti di guardia e così via.
Come iniziare un bombardamento così possente, durato un’intera notte? Forse senza il rapporto ONU non ci sarebbe neanche stato bisogno dei missili, comunque i due missili sono stati lanciati, seppur senza danni, e tutto rientra perfettamente nel quadro della risposta del povero Israele aggredito dal terrorismo palestinese. Bugia che ormai non dovrebbe più reggere ma che viene alimentata dai media trasmettitori della narrazione israeliana ormai senza più neanche bisogno di istruzioni. Se qualche operatore dell’informazione stesse qui ora, in Gaza city, scrivendo mentre i droni volano bassi e il loro insopportabile ronzio avverte, da oltre 12 ore, i gazawi che l’occupante guarda dall’alto e può decidere in ogni momento un bombardamento addizionale, forse scriverebbero altro che non la narrazione israeliana, sebbene in salse diversamente colorite come si addice alla forma democratica che accantona la sostanza. Questo tormento di “zannana” cioè dei droni, come vengono chiamati qui per il loro ronzio insopportabile, viene ripreso e rimandato sui canali televisivi israeliani in modo che i telespettatori sappiano che Netanyahu sa come tenere a bada la popolazione assediata di Gaza e in tal modo le pesanti accuse di frodi e corruzioni passino per peccati veniali.

Dall’altra parte della nostra metaforica superficie piana abbiamo una popolazione di circa 2 milioni di abitanti di cui un’alta percentuale è stremata dal disagio economico crescente e dalla mancanza di prospettive; abbiamo al governo un partito che molti anni fa vinse legalmente le elezioni grazie anche al suo impegno a migliorare strutture sanitarie e sociali in genere che ora, però, non riesce più a offrire. Un governo oggettivamente intollerante e bigotto, ma anche ostacolato ed emarginato dal mondo in omaggio a Israele e, secondariamente, all’Anp. Abbiamo un lavorio subdolo portato avanti, anche in buona fede, da molti occidentali che indirettamente fanno cantare nelle menti dei gazawi le sirene del consumismo e, insieme, la frustrazione di non poterle raggiungere. Abbiamo una larga fetta di popolazione che non vuole neanche sentire la parola “politica” ormai considerata solo come clientelismo e rovina, che però sta perdendo il suo antico orgoglio, distruggendolo con continue richieste di elemosine a quell’Occidente che immagina tenutario di ricchezze infinite e dal quale, anche psicologicamente, finisce per dipendere. Ma abbiamo anche energie, minoritarie come numero, ma fortissime come volontà, che sono il vero incubo di Israele. Sono quelle che respingono con dignità e orgoglio il “deal of century” di Trump e il paternalismo del Qatar che pensava di tacitare la popolazione gazawa a beneficio di Israele offrendo denaro e caramelle. E’ questa minoranza che rappresenta la vera resistenza di Gaza, è questa minoranza l’incubo di Israele. Il cuore pulsante, attualmente, ce l’ha nell’organizzazione della Grande marcia del ritorno, anche se Hamas ormai cerca ti tenerne il controllo. L’innovazione politica ce l’ha la costruzione di “Alleanza democratica”, la nuova formazione che raggruppa tutti i partiti di sinistra unendo l’aspetto politico e quello sociale e ponendosi come terzo polo tra Fatah e Hamas. E’ con questa che Israele dovrà fare i conti anche se dovesse arrivare, grazie alla mediazione dell’Egitto, a un accordo con Hamas.

Proprio mentre la delegazione egiziana ieri sera era in riunione con Hamas per stabilire gli eventuali passi per una tregua di lunga durata sono partiti i “missili elettorali” che Gaza NON rivendica. E proprio l’immediato avviso dell’IDF alla delegazione egiziana di lasciare immediatamente la Striscia è stato il campanello d’allarme che ha permesso di svuotare le cosiddette “postazioni di Hamas” ed evitare martiri, nonostante i massicci bombardamenti.
Data la situazione particolarmente drammatica, la Grande Marcia oggi è stata eccezionalmente sospesa. Che sia un bene o un male lo diranno gli eventi. Al momento sappiamo che il governo di Gaza non vuole un’escalation militare. Sappiamo che la resistenza gazawa questa notte ha risposto ai pesanti bombardamenti israeliani lanciando una ventina di missili e sparando colpi di mortaio. Sappiamo che la stampa mainstream ha posto umana attenzione verso gli israeliani spaventati dai razzi i quali correvano nei rifugi – che loro fortunatamente hanno – e che 5 di loro sono stati soccorsi da personale paramedico per ansia da stress. Sappiamo che una donna di Rafah ha subito l’amputazione di una mano e che ci sono diversi altri feriti. Per quanto riguarda lo stress, questo per i palestinesi non è preso in considerazione. Sappiamo inoltre che se non fosse Israele, ma un altro paese ad agire così, non avremmo remore a definirlo Stato canaglia. Sappiamo anche che i droni che fanno impazzire per il loro ronzio sono l’occhio di Israele su Gaza, ma ciò che non sappiamo ancora è chi e perché ha lanciato quei due missili che hanno permesso a Netanyahu di mostrare agli israeliani la faccia che a loro piace di più. Altra cosa che non sappiamo ancora è se Israele è sazio o se stanotte ci sarà un’altra nottata “elettorale”.

Tra debito pubblico e quello privato stiamo messi molto meglio di tanti altri e ci invidiano

S&P: in Italia debito privato di famiglie e imprese ai minimi

15 Marzo 2019, di Alessandra Caparello

Che l’Italia abbia un grande problema chiamato debito pubblico è cosa nota. Tuttavia non tutti sanno che in realtà l’indebitamento complessivo del nostro paese, compreso quello dei privati, è pari a 5218 miliardi di dollari. Per un coefficiente del 256% del Pil contro il 222% nel 2018, e ben inferiore alla media, pari al 266%.

Picchi si registrano in Francia dove l’indebitamento complessivo tocca il 371% del Pil, il Regno Unito al 280% o il Giappone al 371 per cento. Il perché di tale differenza lo si spiega dal fatto che il nostro paese ha sì un elevatissimo debito pubblico ma un debito privato contenuto.

Come rivela l’agenzia di rating S&P il debito privato italiano è rimasto contenuto negli ultimi 10 anni contribuendo a mantenere basso il dato complessivo.
Debito privato cala, banche ripuliscono i bilanci

Nei dettagli, secondo i calcoli di Standard & Poor’s il debito delle società non finanziarie italiane si è ridotto in rapporto al PIL dal 78% del 2008 al 71% di oggi contro il 90% della media dei paesi sviluppati. A confronto il debito francese è al 143% del PIL e in crescita rispetto a dieci anni fa.

E a sorpresa questo calo del debito privato italiano è dovuto in parte alla crisi. Se da una parte ha portato a un aumento degli insolventi, dall’altra ha favorito un calo delle erogate dei prestiti. In più le banche hanno attuato un’operazione repulisti dei loro bilanci.

Uno dei punti di forza della nostra economia quindi è il basso debito di famiglie e imprese e l’elevata ricchezza privata. Ma il rovescio della medaglia è il debito pubblico che se dieci anni fa stava al 102% del Pil oggi è al 132 per cento.

Tutti gli euroimbecilli hanno fatto accordi con la Cina, quando tenta di farlo l'Italia si alzano alto i lai. C'è molto che non funziona

Perché Usa e Ue picchiano solo ora contro l’Italia sulla Cina?

16 marzo 2019


Che la Cina sia un paese comunista lo sanno anche i sassi. Ma soltanto ora, dopo dieci anni di affari con le società statali e le banche di Stato di Pechino, a Bruxelles scoprono che la Cina «è un avversario sistemico, che ha modelli di governance diversi» da quelli europei. L’approfondimento di Tino Oldani, firma di ItaliaOggi

Se avete cinque minuti, andate sul sito bloomberg.com e cercate il file «China business in Europe». Troverete un rapporto a più mani, redatto nell’aprile 2018, che fa il punto sulle acquisizioni della Cina in Europa, corredato da infografiche eloquenti. La prima informa che i paesi con cui la Cina ha fatto il maggior numero di acquisizioni negli ultimi dieci anni sono la Gran Bretagna (227 accordi) e la Germania (225), seguiti a distanza da Francia (89), Italia (85) e Olanda (82). Non meno eloquente la seconda infografica, che è interattiva e consente di vedere le fotografie satellitari di ciò che la Cina ha acquistato nei vari paesi.

Solo per la città di Londra, vi sono 15 icone: cliccando sulle prime 14 si possono vedere le moderne torri o i palazzi per uffici del centro di Londra comprati a suon di miliardi da aziende cinesi negli ultimi dieci anni; l’ultima icona si riferisce all’aeroporto di Heathrow, di cui i cinesi hanno preso una quota di minoranza. La stessa cosa si può fare per la Germania: qui l’attenzione dei cinesi per le grandi infrastrutture europee è confermata dal fatto che hanno comprato la maggioranza azionaria dell’aeroporto Hahn di Francoforte, città dove ha sede la Banca centrale europea. Le infografiche successive spiegano in quali settori si sono concentrati gli investimenti cinesi: 225 miliardi di dollari dal 2008 al 2018, per stipulare 678 accordi societari in 30 paesi europei, 360 dei quali si sono conclusi con il passaggio del controllo azionario in mani cinesi.

I LEADER EUROPEI IN CINA

Inutile ricordare che tutti questi accordi sono stati autorizzati, o addirittura patrocinati, dai governi dei vari paesi Ue. Tra i capi di governo che si sono recati a Pechino per agevolarli, la cancelliera Angela Merkel è stata tra i più attivi, imitata sia dalla collega britannica Theresa May che dal francese Emmanuel Macron, a cui si sono aggiunti negli ultimi mesi le visite a Pechino del ministro del Tesoro italiano, Giovanni Tria, e del vicepremier Luigi Di Maio.

CHE COSA HA FATTO GENTILONI

Prima di loro, il 15 maggio 2017, anche l’ex premier Paolo Gentiloni si era recato nella capitale cinese per incontrare il presidente Xi Jinping, e subito dopo il colloquio sulle prospettive economiche offerte dalla «Belt and Road», la «Nuova via della seta» cinese, dichiarò: «Porti, industrie e cultura italiani: un’occasione per la Cina». Ebbene, di fronte allo scenario disegnato da Bloomberg e all’attivismo pro-Cina di quasi tutti i premier europei, l’allarme lanciato ora dalla Commissione Ue sulla Cina, «che minaccia i valori europei», soprattutto se l’Italia aprisse i porti alla Cina, suona davvero strano, a dir poco ipocrita.

LA SORPRESA SORPRENDENTE DI BRUXELLES

Che la Cina sia un paese comunista lo sanno anche i sassi. Ma soltanto ora, dopo dieci anni di affari con le società statali e le banche di Stato di Pechino, a Bruxelles scoprono che la Cina «è un avversario sistemico, che ha modelli di governance diversi» da quelli europei. Modelli che obbligano l’Ue a «difendere i propri principi e valori». Da qui, alla vigilia della visita di Xi Jinping a Roma, l’invito tacito all’Italia a non fare da sponda a un’ulteriore espansione cinese in Europa, negoziando la messa a disposizione di alcuni porti (come Genova e Trieste) che faciliterebbero la penetrazione delle merci cinesi in Europa.

LA BALDANZA DELLA CINA

Un rischio vero, inevitabile in un contesto di mercato libero e globalizzato, le cui regole sono state decise dai paesi occidentali del Wto, e non dalla Cina. Di certo, un rischio di gran lunga inferiore a quello rappresentato dalla partecipazione azionaria cinese ai grandi porti di Rotterdam in Olanda e di Zeebrugge in Belgio: operazioni sulle quali Bruxelles non ha mai aperto bocca in passato.

IL TOSTO MONITO DI TRUMP

Non è chiaro quale sarà la risposta del governo italiano, confuso e contraddittorio come al solito, soprattutto se si considera che all’allarme di Bruxelles si è aggiunto il pesante monito di Donald Trump, contrario a coinvolgere la cinese Huawei nello sviluppo del G5, per ragioni di sicurezza. Da un lato, la linea del M5s di Luigi Di Maio e del premier Giuseppe Conte è di firmare gli accordi già previsti con la Cina, quando il 23 marzo Xi Jinping sarà in Italia; dall’altro, la Lega di Matteo Salvini ha tirato il freno, con un esplicito riferimento all’invito americano perché l’Italia non sia il primo paese del G7 ad aderire al progetto Belt and Road di Pechino. Una mossa a dir poco contraddittoria, visto che il principale sponsor della visita cinese in Italia è stato proprio un leghista, Miche Geraci, sottosegretario allo Sviluppo economico, banchiere e docente in Cina per dieci anni (parla il mandarino).

I CAPITALI CINESI IN ITALIA

Finora i capitali cinesi hanno fatto comodo a molte imprese italiane. Le statistiche dicono che sono 168 i gruppi cinesi che hanno investito in Italia, per un totale di 12,8 miliardi di euro. Le partecipazioni sopra il 10% riguardano 398 imprese, con 21.500 dipendenti e 12,7 miliardi di fatturato. Nel 90% dei casi in cui una società è partecipata dai cinesi, il controllo è passato a questi ultimi. L’elenco delle aziende partecipate comprende nomi noti: Fca, Telecom, Enel, Generali, Terna, Ansaldo Energia, Cdp Reti, Berio, Krizia, Esaote. L’investimento maggiore è stato sulla Pirelli, di cui il gigante China National Chemical ha acquisito la quota di controllo per 7,3 miliardi di euro. Operazioni avvenute quasi tutte nel biennio 2014-2015, quando la crisi economica era al picco e molte imprese italiane in difficoltà.

LO SCENARIO

Il commento, allora, era: «La Cina si sta comprando l’Italia, e noi glielo lasciamo fare perché siamo nei guai». E Alberto Rossi, della Fondazione Italia-Cina, riconobbe che i cinesi, a differenza di altri, «non fanno acquisti per appropriarsi dei marchi e poi chiudere i battenti. Più di frequente, l’investimento cinese riesce a scongiurare la chiusura dell’azienda». Ma ora, dopo i veti di Trump e Bruxelles, i valori da salvare sembrano cambiati. Se in meglio o in peggio, resta da vedere.

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

Lo stregone maledetto ha dato e continua a dare soldi alle banche, affossando quelle italiane ma non ha speso una lira per far ripartire l'economia, è un fallimento totale

Ecco i veri obiettivi della nuova Tltro della Bce

16 marzo 2019


L’analisi di Fabio Dragoni e Antonio Maria Rinaldi

Il consiglio direttivo della Bce – uno degli ultimi presieduti da Mario Draghi – ha deliberato l’introduzione di una nuova serie di operazioni di rifinanziamento a lungo termine (TLTRO III), da attuarsi con cadenza trimestrale a partire da settembre 2019 fino a marzo 2021, tutte con scadenza biennale.

Non essendo sicuramente le prime né probabilmente le ultime operazioni del genere (iniziate nel 2014 e proseguite fra il 2016 ed il 2017 per oltre 700 miliardi) quale giudizio è lecito dare in merito alla loro utilità?

Tenuto conto che l’obiettivo dichiarato è quello di rifornire a costo zero le banche della liquidità necessaria per alimentare i prestiti all’economia reale, il responso è quanto mai inequivocabile.

Fra il novembre 2015 ed il gennaio 2019 i crediti a favore di famiglie ed imprese italiane sono scesi da oltre 1.420 miliardi a circa 1.300. Quindi i TLTRO sono serviti essenzialmente a poco e che fossero destinati a fallire era del resto più che prevedibile.

Più della liquidità alle banche oggi servono tre cose che Francoforte non potrà mai dare: (a) il patrimonio per fronteggiare i rischi di credito derivanti da perdite attese ed inattese; (b) una domanda di prestiti da parte del settore privato cui rispondere; (c) soprattutto la ragionevole aspettativa che il credito erogato possa essere restituito.

La realizzazione a tappe forzate dell’unione bancaria con la miope applicazione della BRRD unita a una scellerata imposizione di ricette per lo smaltimento delle sofferenze (NPL) attraverso cessioni obbligate ha quindi assestato il colpo di grazia alla salute delle nostre banche. Le cessione di crediti che “hanno principalmente riguardato posizioni in sofferenza, si sono pesantemente riflesse, sui conti economici delle banche.

Il costo di queste dismissioni avrebbe potuto essere ben inferiore se fosse stata consentita dalla Commissione europea la tempestiva costituzione di una società di gestione dei crediti deteriorati supportata dallo Stato (cosiddetta Asset Management Company di sistema), similmente a quanto avvenuto in altri paesi europei prima del 2013”.

Ripetere quindi continuamente la stessa cosa, inondando le banche di liquidità aspettandosi risultati diversi dal passato, come ad esempio la ripresa del credito, appare quanto meno folle se si tiene conto che oggi le banche italiane hanno già oltre 70 miliardi di riserve in eccesso rispetto al minimo regolamentare depositato in Bce. Nel momento più critico del credit crunch del 2008 erano appena 43 milioni. Durante la crisi del debito sovrano del 2011 erano poco meno di 90 milioni.

Le insulse politiche fiscali restrittive imposte dalla Commissione Ue finiscono infine per sotterrare ogni possibile speranza di recupero. Vi sono infatti strade diverse per aumentare la spesa totale cioè la “crescita economica”. La prima compete normalmente ad un Governo ed è quella di spendere a deficit. L’altra compete alle banche e consiste nel concedere prestiti. Per le famiglie e le imprese, il deficit del bilancio pubblico –nonostante l’assurda cattiva reputazione– è decisamente preferibile poiché mette denaro nelle tasche dei privati contribuendo quindi ad aumentare “ricchezza finanziaria netta” al contrario del debito bancario per definizione “risorse non proprie e non gratuite”.

Sostituire il debito privato con reddito non appare mai una buona idea come testimonia del resto la grave crisi dei mutui sub prime. Detto in altri termini la moneta è come una corda: serve a tirare e non a spingere. E’ il grande limite della politica monetaria. Innalzando i tassi di interesse l’economia può essere raffreddata mentre non vale necessariamente il contrario per il semplice motivo che se le condizioni del ciclo economico sono tali per cui la moneta immessa non verrà poi spesa l’economia non ripartirà.

Ma essendo Draghi uomo accorto, viene da pensare che se fa una cosa che non serve a nulla dovrà necessariamente servire a qualcos’altro. Ed oltre che dare alle banche i fondi necessari a rimborsare i precedenti TLTRO del 2016 e del 2017, questo qualcos’altro altro non è che alimentare la domanda di titoli di Stato proprio ora che la Bce ha dovuto politicamente abbandonare il quantitative easing.

Fra un paio d’anni scriveremo quindi che le banche sono imbottite di titoli sovrani che dovranno necessariamente essere venduti alla Bce che per l’occasione sarà costretta ad inaugurare un nuovo quantitative easing così iniettando nelle banche i fondi con cui rimborsare il TLTRO e nel contempo puntellando il loro bilancio con le agognate plusvalenze. A meno che nel frattempo succeda qualcosa sui mercati finanziari per il quale saremo costretti a vedere un altro film girato però da un altro regista.

(estratto di un articolo pubblicato su Scenari Economici; qui l’articolo integrale)

Guido Salerno Aletta - seguire le circonvoluzioni sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea denota la cattiva fede degli Euroimbecilli di tutte le razze

Il punto sulla Brexit: chi, dove, quando e perché

16 marzo 2019


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

LA STRATEGIA DELLA PREMIER THERESA MAY

Non intende rinunciare al suo schema di Accordo, e chiede di farlo votare per una terza volta mercoledì 20 marzo, nonostante sia già stato bocciato a larga maggioranza: vuole mantenere la pressione su Westminster, evitando ad ogni costo che la iniziativa politica le sfugga di mano. Se verrà finalmente approvato, la Brexit sarà differita di tre mesi, per completare l’approvazione delle normative necessarie a sostituire le fonti comunitarie. Se venisse ancora bocciato, si chiederà un lungo rinvio della Brexit per nuove trattative, dall’esito imprevedibile.

I CONSERVATORI

Sostengono il governo insieme ad una pattuglia di Unionisti nordirlandesi, ma sono divisi al loro interno, tra una maggioranza di Brexiter ed una minoranza di sostenitori del Remain, particolarmente forte nell’ambito del Gabinetto. Dodici parlamentari hanno votato, insieme all’opposizione, un emendamento che mercoledì ha stravolto la mozione governativa sulla Brexit, escludendo in ogni caso l’ipotesi di una Brexit senza Accordo

I LABURISTI

Pur votando contro il testo dell’Accordo raggiunto da Theresa May, sono favorevoli alla prospettiva di rimanere nell’Unione doganale e, comunque allo svolgimento di un secondo referendum popolare.

LA COMMISSIONE EUROPEA

Ha giocato di sponda per favorire l’approvazione dell’Accordo da parte di Westminster, ma inutilmente: i tre documenti che sono stati concordati tra Theresa May ed il Presidente Jean Claude Junker, e che avrebbero dovuto rassicurare Westminster rispetto al rischio di rimanere invischiati in una trattativa senza esito sulla questione della frontiera irlandese, da cui non ci si può ritirare unilateralmente dovendo invece ricorrere ad un complicato arbitrato internazionale, sono stati giudicati insufficienti dall’Avvocato generale del Regno Unito, Geoffrey Cox, che ha reso il suo parere ufficiale a Westminster. Dover dimostrare che la Unione europea non si comporterebbe in buona nel corso delle trattative è un onere improbo.

I FAUTORI DEL REMAIN

Vogliono tenere comunque la Gran Bretagna legata ad una estenuante trattativa con l’Unione europea, in attesa che il vento anti-europeista si plachi. Usano strumentalmente la questione della frontiera irlandese, che rimane aperta per via del backstop. Un secondo referendum, o una nuova maggioranza, ribalterebbero il gioco a loro favore

NUOVO REFERENDUM

La speranza di un secondo referendum a breve è svanita. Westminster ha bocciato, con 334 voti contrari e 85 favorevoli, l’emendamento presentato da Sarah Wollaston, iscritta all’Indipenden Group di nuovissima costituzione, che chiedeva il rinvio della Brexit in attesa dello svolgimento della nuova consultazione popolare.

LA GERMANIA E LA FRANCIA

Berlino non si espone, nonostante il suo attivo commerciale stratosferico: lascia a Parigi il compito di pressare Londra, affinché rimanga comunque nella Unione doganale: per entrambi, l’obiettivo è di tenerla legata dal punto di vista commerciale, mentre si rafforza l’asse egemonico.

IL PRESIDENTE AMERICANO TRUMP

Ha ribaltato la posizione del suo predecessore Barak Obama, che aveva minacciato la Gran Bretagna di escluderla dal TIIP, il Trattato trans Atlantico sulla protezione degli investimenti e la liberalizzazione dei commerci, che aveva messo in cantiere: l’Unione europea, secondo Trump, non solo non rispetta gli impegni della Nato in tema di partecipazione agli oneri di bilancio, ma approfitta della maggiore apertura del mercato statunitense per collezionare attivi commerciali esorbitanti.

IL TERMINE PER LA BREXIT

Scade il 29 marzo. Può slittare, su richiesta della Gran Bretagna. In questo caso, occorre che il Consiglio europeo, composto dai Capi di Stato e di governo degli altri 27 Paesi membri dell’Unione, la approvi all’unanimità. Si prevede già uno slittamento tecnico, di tre mesi, nel caso che Westminster approvi l’Accordo di recesso.

Se invece l’Accordo di recesso venisse respinto, il rinvio sarebbe a lungo termine. In questo caso i cittadini inglesi manterrebbero il diritto di eleggere i propri rappresentanti nel Parlamento di Strasburgo, partecipando alla tornata già indetta per il 23-26 maggio. Questi rappresentanti decadrebbero successivamente, ma solo al momento della uscita effettiva della Gran Bretagna dall’Unione.

Il corrotto euroimbecille Pd contro Nicola Gratteri

Oliverio-Gratteri, mercoledì 20 marzo la resa dei conti in Cassazione

-15 Marzo 2019


Mercoledì 20 marzo la Cassazione si riunirà per decidere sul ricorso presentato dagli avvocati Enzo Belvedere e Armando Veneto per conto del Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio per chiedere la revoca dell’obbligo di dimora. Il presidente della Regione era rimasto coinvolto nell’inchiesta “Lande desolate” con l’accusa di abuso di ufficio su presunti appalti “pilotati”, coordinata dalla Procura di Catanzaro retta da Nicola Gratteri. Oliverio è stato quindi sottoposto all’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore, il centro del cosentino in cui risiede, dal 17 dicembre scorso. Al centro della vicenda, due appalti gestiti dalla Regione per la realizzazione della sciovia di Lorica e dell’aviosuperficie di Scalea.

Banca Etruria - Arezzo in mano ai massoni fa di tutto per depistare sentenze

Truffa Banca Etruria, colpo di scena nelle battute finali del processo: spostato giudice, forse sentenza dopo l'estate

Truffa Banca Etruria, colpo di scena nelle battute finali del processo: spostato giudice, forse sentenza dopo l'estate

Angela Avila è stata temporaneamente assegnata alla sezione Gip Gup. Ieri è stato il primo giorno del nuovo incarico che dovrebbe protrarsi per sei mesi.

Redazione Arezzo Notizie15 marzo 2019 07:00

Un colpo di scena nelle battute finali del processo per truffa che vede sul banco degli imputati alcuni funzionari e direttori di filiale dell'ex Banca Etruria. Su decisione della presidente del Tribunale di Arezzo, Clelia Galantino, il presidente del collegio giudicante di questo procedimento, Angela Avila è stata temporaneamente assegnata alla sezione Gip Gup. Ieri è stato il primo giorno del nuovo incarico che dovrebbe protrarsi per sei mesi. I tempi andranno perciò a sovrapporsi a quelli del delicato procedimento che il prossimo 21 marzo sarebbe potuto arrivare a sentenza. Stando ad alcune indiscrezioni, il giudice non sarà sostituito, pertanto il processo per truffa potrebbe subire una battuta d'arresto ed essere rinviato alla fine dell'estate. 

Lo spostamento alla sezione Gip-Gup sarebbe dovuta ad una mancanza di personale: pare che il giudice Avila fosse l'unica al momento ad avere i requisiti per ricoprire tale incarico. 


Energia Pulita - Fotovoltaico è conveniente

Arriva il sole a rate Ecco la nuova frontiera dell'energia pulita

Boom in Italia del fotovoltaico privato. Grazie a formule di contratto innovative (e redditizie)

Camilla Golzi Saporiti - Ven, 15/03/2019 - 06:00

In Svezia installano pannelli solari su balconi, finestre e persino tende, persiane e frangisole dei condomini. Si tratta di sistemi modulari trasparenti, sottili, efficienti, in grado di sfruttare ogni superficie papabile del palazzo per produrre energia rinnovabile, senza il minimo impatto sull'estetica del complesso. Alla Michigan State University ci sono team di scienziati alle prese con una tecnologia sperimentale che, applicata a normalissimi vetri e addirittura a superfici trasparenti di oggetti comuni, tipo tablet e smartphone, permetterebbe la produzione di energia solare da parte dell'oggetto in questione, senza intaccarne la trasparenza e, ovviamente, l'utilizzo.

In Italia non siamo a questi livelli, ma ci stiamo dando da fare anche noi sul fronte del fotovoltaico. A confermarlo gli ultimi dati, secondo cui nel 2017 i nuovi impianti installati sono stati 43.913, mentre l'anno scorso hanno sfiorato le 50mila unità, per un totale di quasi 900mila impianti a fine 2018 (fonte dati: Terna). Un numero, questo, che buona parte del mondo vede come traguardo ancora lontano. Dà soddisfazione, insomma, la diffusione in costante crescita del fotovoltaico nel Belpaese, ancor più che ha margini di crescita a doppia cifra di qui a dieci anni, secondo gli esperti. A spingerla è la complicità del sole, che splende da Nord a Sud gli impianti sono diffusi in tutta Italia e non solo nelle regioni a maggiore insolazione: la maggiore concentrazione si rileva al Nord (55%), con Lombardia e Veneto in testa, mentre nel Centro è installato circa il 17% e nel Sud il restante 28% - come in pochi Paesi in Europa. Ma sole e geografia da soli non bastano. A capirlo (incredibilmente) è stato anche il Governo. Tanto da aver appena varato il Piano Nazionale Energia e Clima a favore della causa.

Fatto sta che anche questa dovrebbe essere un'ottima annata sia per gli impianti industriali sia, e questa è una novità, per quelli residenziali, via via più diffusi. È proprio in questo percorso che rientra l'attività di E.ON, tra i leader nel settore energetico in Italia, in Europa e nel mondo e tra i primi a lasciare le attività convenzionali alla volta di sistemi sostenibili e interconnessi. Il Gruppo tedesco - che conta 42mila dipendenti e 31 milioni di clienti in Europa, di cui oltre 800mila sono italiani sta dimostrando il forte impegno verso le rinnovabili, a partire dalla diffusione del fotovoltaico in ambito residenziale. Se i pannelli solari sono spesso considerati fuori dalla portata a causa dell'alto costo, oltre che dei lunghi processi di installazione e manutenzione, E.ON scardina l'approccio, rendendo il fotovoltaico più accessibile e democratico. Come? Con SoleSmart, un pacchetto chiavi in mano che consente di scegliere l'impianto fotovoltaico ad alta efficienza più adatto alle proprie esigenze, senza spendere follie. Anzi, l'utente alla fine ci guadagna pure. Perché l'azienda mette a disposizione un credito a tasso zero che consente di pagare l'investimento in 120 rate mensili da 89 euro, cifra che si traduce in una fonte di reddito grazie al risparmio e alle detrazioni fiscali.

Il pacchetto permette di acquisire un sistema fotovoltaico completo e modulare e, dettaglio interessante, include il sopralluogo, la progettazione, le pratiche burocratiche, l'installazione e il monitoraggio delle performance, in pratica include tutte quelle faccende che spesso frenano in partenza, mentre ora diventano dei non problemi.

Energia Pulita - non si vuole proprio investire in energie rinnovabili, come muli si seguono vecchie strade come idrocarburi e gas

Turbina record da 2 MW, un gioiello tecnologico che produce energia dalle maree

16 Marzo 2019

Lo sfruttamento delle correnti marine potrebbe soddisfare fino a un terzo del fabbisogno elettrico mondialeLEGGI PIÙ TARDI

AR2000: la mega-turbina

L’ultimo progetto di turbina della SIMEC Atlantis Energy, produttore britannico di turbine di maree, si chiama AR2000 e ha 2 MW (megawatt) di potenza: è la più grande turbina a singolo rotore mai messa in produzione. L’eolico off shore, si sa, sceglie taglie giganti, ma oggi anche gli impianti che sfruttano correnti e onde sono progettati in grande.

La Simec Atlantis Energy (Australiana di nascita e poi trasferita a Singapore) ha da poco annunciato il progetto: «L’AR2000 segna il culmine di 15 anni di investimenti, incessante sperimentazione, test rigorosi e operazioni sottomarine», ha detto Drew Blaxland, direttore dei servizi di ingegneria e turbine dell’azienda che vanta oltre i 1.000 MW di progetti energetici da fonti rinnovabili in varie fasi di sviluppo – compresi i progetti che utilizzano il flusso di marea.

L’AR2000 sarà montato in opera come parte di un sistema di generazione delle maree da rotore più grande e consentirà la connessione multi-turbina su un unico cavo elettrico «con un’architettura che consente di collegare più turbine in parallelo, riducendo i costi e l’impatto dell’infrastruttura sottomarina». SIMEC Atlantis prevede che la turbina fornirà 25 anni di funzionamento.

La sperimentazione dell’AR2000 è stata effettuata durante più di 13.000 ore di funzionamento della turbina Marine Current Turbines SeaGen situata in Irlanda del Nord e di 4.000 ore di funzionamento dell’AR1500 (modello di potenza minore) effettuate in Scozia.
Lo sfruttamento delle maree

Fino a un terzo del fabbisogno elettrico mondiale potrebbe essere soddisfatto grazie allo sfruttamento delle maree. Ma la strada per raggiungere questo obiettivo è ancora tutta da percorrere perché se è vero che ci sono grosse potenzialità dall’energia marina, queste convergono per lo più in 5 Paesi al mondo.

Anche se la prima centrale elettrica mareomotrice è stata realizzata già nel 1966 – la bretone Rance, sull’estuario dell’omonimo fiume – a oggi esistono nel mondo solo 5 impianti in funzione: oltre a quello francese, uno in Canada, uno in Russia, in Corea del Sud (il più grande al mondo per capacità installata) e uno in Cina. Se a queste strutture si aggiunge una serie di aree identificate come idonee per lo sfruttamento dell’energia marina, tra cui il Golfo del Mezen’ nel mar Bianco e il Golfo del Tugur nel mare di Ochotsk, per i quali il governo russo ha calcolato una potenza sfruttabile di, rispettivamente, 15 e 6,8 GW, gli esperti sono arrivati a stimare che le centrali mareomotrici potrebbero generare teoricamente fino a 5792 Twh (terawatt ora) l’anno. Ma, resta il fatto che, il 90% della risorsa è distribuito in Australia, Canada, Regno Unito, Francia, Russia e Stati Uniti (Alaska).

Nel rapporto “Energia dalle correnti” marine edito da ricercatori CNR ENEA e RSE è stato calcolato che entro il 2050 la produzione Europea dall’insieme di onde e correnti potrebbe arrivare a circa 100 GW (pari a circa il 10% del consumo elettrico dell’UE), la maggior parte proveniente dalle correnti marine. L’energia da correnti marine presenta il vantaggio di essere prevedibile anche a lungo termine con estrema precisione, con evidenti benefici pratici in termini di pianicazione dell’approvigionamento energetico e dei flussi di rete.

Nonostante il Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso e quindi con scarso sviluppo di correnti, esiste un numero limitato di siti che hanno un notevole potenziale energetico, primo tra tutti lo Stretto di Messina.

Fonti:



Guido Salerno Aletta - Bce - Se una banca non è prestatore di ultima istanza cosa ci sta a fare?

Rottamare la BCE

Solo sussiego, ostentato tecnicismo, superiorità intellettuale fondata sul nulla

15 marzo 2019
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa


Per anni ha gettato al vento migliaia di miliardi, senza che l'economia reale ne traesse alcun beneficio: il QE è stato il programma più inutile della storia della politica monetaria mondiale. Per anni ha bacchettato i governi sulle riforme strutturali, per adottare un modello di competizione economica basata sui bassi salari e la precarizzazione del lavoro.

Per anni ha sottoposto le banche ad una vigilanza preventiva del tutto inutile, con le Asset Quality Rewiew e gli Stress Test, adottando decisioni precipitose sulle ricapitalizzazioni e lo smaltimento dei Non Performing Loans. Tra i tassi a zero e le perdite per la svendita degli NPL, hanno sfondato il sistema bancario italiano. Senza capire, poi, che era proprio la politica economica restrittiva adottata con il Fiscal Compact a provocare i fallimenti di migliaia di imprese, la disoccupazione di massa e quindi le crisi bancarie.

L'impostazione di politica monetaria e la vigilanza bancaria centralizzata a Francoforte si sono dimostrate un clamoroso fallimento. 

Ora, finalmente qualcuno si è svegliato ai piani alti, e critica il bail-in affermando che è stato adottato senza le necessarie cautele e che rende ingestibili le crisi. Quando lo abbiamo sostenuto noi, su questa testata, siamo rimasti soli, inascoltati: "Bail-in una barbarie", "Banche, chi soffia sul fuoco?", "Banche sotto assedio", "La Banca è sfinita!"

Gli Illuminati, proprio coloro che pretendono di avere in sé la luce della Ragione, ora si rendono conto di non capire niente, ma proprio niente di ciò che accade intorno a loro. 

"Ci muoviamo a piccoli passi in una stanza buia!"

Queste sono le parole che hanno accompagnato la decisione della BCE di lasciare i tassi a zero ancora fino alla fine del 2019 e di lanciare una asta per liquidità a lungo termine (LTRO) a settembre. L'economia rallenta, l'inflazione non si è mai fatta viva, i fattori di rischio si moltiplicano: la solita Italia, che non può mai mancare, ed il comparto automobilistico tedesco. Guarda un po'!

La BCE si dimostra ancora una volta una istituzione vuota, priva di qualsiasi senso della realtà ed a maggior ragione della Storia, incapace di prevedere le dinamiche economiche ed ancor più di indirizzarle.

Il Qe, con l'acquisto sul mercato di oltre 2600 miliardi di titoli di Stato, non ha aumentato affatto la liquidità del sistema bancario. Siamo ritornati al dicembre 2011.

In Italia, il credito al settore privato è diminuito ed il rallentamento della economia si deve a questo. Le banche, intanto, vedono aumentare i depositi a vista e ridurre continuamente la sottoscrizione delle obbligazioni: i risparmiatori non hanno più fiducia nella solidità del sistema. Il bail-in fa paura. 

A settembre scorso li abbiamo visti tutti all'opera, all'attacco dell'Italia. E' stato strumentalizzato lo spread, è stata evocata l'ira dei mercati, e tutto questo solo per una decina di miliardi di deficit nel 2019. 

La sola ipotesi di spendere una decina di miliardi in più per investimenti ha scatenato l'inferno. Si sono mossi i diavoloni, quelli che hanno incassato gli oltre 2600 miliardi di euro di liquidità con il QE.

Economie in difficoltà, banche in debito di ossigeno. 

Hanno sbagliato tutto.

Vadano a casa.

Decadentismo statunitense - sempre più in picchiata, oltre a subire le basi nel nostro territorio in cui non abbiamo giurisprudenza ora dovremo anche pagarli...

L’Italia tra l’Aquila yankee e il Dragone cinese

15 marzo 2019 


La possibile firma di un Memorandum of Understanding (MoU) tra Cina e Italia in relazione a una nostra adesione alla BRI (Belt & Road Initiative, da noi più conosciuta come Nuova Via della Seta) ha scatenato reazioni non positive da parte dell’UE e reazioni quasi isteriche da parte USA.

Aldilà del giudizio positivo o negativo sui contenuti del MoU, se le critiche da Bruxelles (in un’ottica UE) appaiono giustificate (il ché non significa che debbano farci desistere ove si fosse convinti di vantaggi “reali” e duraturi per l’Italia), quelle di Washington appaiono decisamente arbitrarie.


In sostanza, Bruxelles nel ricordare che la Cina ha regolarmente disatteso i patti commerciali sottoscritti e che, altrettanto regolarmente, i benefici economici per il Paese che riceve investimenti cinesi si trasformano “in un alto livello di indebitamento e nel trasferimento del controllo di risorse e assets strategici”, afferma che, per una complessa serie di situazioni incontrovertibili (dalle asimmetrie sulle condizioni di penetrazione nei rispettivi mercati al diverso sistema degli appalti, dalle barriere imposte all’ingresso di imprese europee in Cina fino all’assoluta assenza di parità di condizioni, dai sussidi pubblici di cui godono le aziende cinesi alle discutibili pratiche commerciali di Pechino) soltanto una UE compatta, secondo mercato mondiale con mezzo miliardo di abitanti, può sperare di negoziare e ottenere condizioni favorevoli per tutti i suoi membri con un minimo di certezza di reciprocità.

Se i singoli Stati facessero a gara ognuno per ritagliarsi accordi su misura, da un lato non avrebbero la forza di conseguire obiettivi duraturi in Cina e dall’altro comprometterebbero le possibilità d’azione comunitarie. In sintesi, farebbero la fine dei fratelli Curiazi di Albalonga.


Legittimo da parte UE, dato che all’Unione risale la competenza per la negoziazione e la definizione di regole commerciali comunitarie e che Genova e Trieste sarebbero solo inter-porti da cui procedere verso Parigi, Vienna, Berlino, ecc.

Resta la perplessità sul perché la Commissione non si sia dimostrata altrettanto solerte quando il porto del Pireo divenne de facto un avamposto commerciale cinese o quando l’Ungheria si legò a filo doppio con Pechino o riguardo agli accordi negoziati dalla Germania, soltanto per restare nel campo dei rapporti con la Cina, o perché non vi siano mai stati richiami a Parigi affinché coordinasse la propria politica economica in Nord Africa con i partner europei.

Ben diverso il caso di Washington. Trump minaccia addirittura ritorsioni che si manifesterebbero, tra l’altro, nel compromettere il nostro ruolo nella NATO! Mettiamo in chiaro che se esistono dei vincoli alla nostra attività economica che discendono dall’appartenenza all’UE, non ve ne sono che discendano dall’appartenenza alla NATO.

La NATO non intrattiene rapporti di alcun genere con la Cina e anche le varie forme di “partenariato” in essere (inclusi l’Istanbul Cooperation Initiative e il Mediterranean Dialogue) non riguardano paesi nella sfera d’influenza politica o economica della Cina.

Gli unici contatti sinora intercorsi tra l’Alleanza e la Cina riguardavano l’operazione antipirateria condotta a suo tempo dalla NATO nel Golfo di Aden e al largo del Corno d’Africa. Pertanto, eventuali rapporti commerciali italiani privilegiati con la Cina non preoccupano di certo la NATO, che, peraltro, non ha fiatato riguardo alla presenza cinese al Pireo.


Ove si trattasse di accesso a dati sensibili, telecomunicazioni eccetera, il discorso sarebbe sicuramente diverso, ma il Governo sembra aver escluso che tali tematiche possano essere parte del MoU. Comunque, pare che l’UE stia autorizzando in questi giorni la concessione 5G a Huawei, nonostante le minacce di ritorsione USA. I motivi dall’irritazione di Trump nulla hanno a che vedere con la fedeltà atlantica.

Si tratta soltanto del suo desiderio di bloccare iniziative commerciali cinesi in Europa sia perché, ovviamente, concorrenti con quelle USA sia per disporre di un’arma in più nel quadro dei propri negoziati bilaterali con Xi Jinping. D’altronde, gli USA non si sono mai preoccupati di coordinarsi con l’UE o con l’Italia prima di fare accordi commerciali con la Cina. Accordi che inevitabilmente impattano anche su di noi.

Soprattutto, però, Trump ha decisamente compromesso, se non ucciso, l’idea che l’Alleanza Atlantica potesse posare le proprie basi su una condivisione di ideali democratici, sul libero mercato e sulla collaborazione economica tra i paesi membri.


Le posizioni anche aggressive assunte in materia economica nei confronti degli “Alleati” europei non possono non minare il legame trans-atlantico su cui dovrebbe reggersi la NATO.

L’atteggiamento plateale di considerare gli “alleati” quasi alla stregua di “colonie” che devono attenersi alle indicazioni in materia economica impartite da Washington, anche quando non attinenti alla politica dell’Alleanza, non hanno precedenti nei 70 anni della NATO (se non altro per le modalità poco diplomatiche con cui si manifestano) e mal si conciliano con un’Organizzazione che istituzionalmente si basa sul dialogo tra i paesi membri.

Anche se non attinente ai rapporti con la Cina, pare interessante per capire il cambio di registro a Washington l’informazione riportata da Bloomberg un paio di giorni fa: “Su indicazione della Casa Bianca, l’amministrazione sta approntando richieste che Germania, Giappone e ogni altro paese che ospiti truppe USA paghi il 100% del costo dei soldati schierati sul proprio territorio oltre al 50% o più per il privilegio di ospitarli”.

Difficile dire se la cosa giungerà in porto o sarà bloccata prima ma è il concetto che conta! I soldati USA non starebbero più, ad esempio in Sud Corea, in Lettonia o anche in Italia, per una condivisione degli oneri di una comune visione di sicurezza. Sarebbero un asset pregiato che ci difende e che non deve pesare sul contribuente americano. Asset che si sarebbe chiamati a pagare, come una formazione mercenaria, ma che continuerebbe a rispondere solo a Washington e non a chi ne dovrà sostenere l’onere economico.


Il progetto è indicativo di una mentalità che, se applicata nei confronti dei Partners NATO, violerebbe totalmente i principi alla base del trattato di Washington, che il prossimo 4 aprile compirà 70 anni. Tra l’altro, nel caso italiano, gli assetti USA (non assegnati alla NATO) presenti sul territorio nazionale (da Vicenza a Sigonella) sono essenzialmente a supporto degli interessi nazionali USA in Africa.

In conclusione, salvaguardiamo in primis la nostra sicurezza, sovranità e i nostri interessi economici commerciali, facendo ovviamente attenzione a non diventare “debitori” di Pechino. Coordiniamoci con l’UE, come è giusto che sia in questioni di politica commerciale, pretendendo al contempo che ciò sia richiesto a tutti i paesi membri nelle loro trattative con Partners extraeuropei.

In merito agli USA, forse è il caso di incominciare a percepirli principalmente come concorrenti in campo economico tenendo conto che i loro interessi geo-strategici sono ben più ampi dei nostri.

Quando il mondo bipolare era incentrato su una contrapposizione tra USA e URSS, l’Europa e l’Italia avevano per gli USA un valore strategico e geo-politico che, oggi, nell’ottica di una contrapposizione USA – Cina si sono molto affievoliti. Gli USA di Trump non esitano a dimostrarci di essersene resi conto. Noi cosa aspettiamo?

Foto: Daily China, AP, Il Giornale e Startmag

venerdì 15 marzo 2019

Mauro Bottarelli 1- Se i giornalisti giornaloni Tv pompano Greta c'è una puzza di bruciato pestifero che si alza e ammorba l'aria

SPY FINANZA/ Greta Thunberg e i grandi affari dietro gli scioperi sul clima

Oggi si sciopera per fermare i cambiamenti climatici, seguendo l’esempio di Greta Thunberg. Ma è bene fare attenzione a queste iniziative

15.03.2019 - Mauro Bottarelli

Greta Thunberg (Lapresse)

Oggi esordisce in grande stile l’ultima pagliacciata politically correct che il sistema si è inventato per rendere non solo accettabile ma anche socialmente apprezzato il proseguire di default nella politica di spesa pubblica indiscriminata e deficit come unica religione laica: la lotta ai cambiamenti climatici. Vi ho già parlato di questa nuova campagna globale, quando ho messo tutti in guardia dalla profilo da rock-star che la stampa globale sta riservando ad Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata democratica, figli di portoricani e cresciuta nel Bronx facendo la cameriera per pagarsi gli studi (sembra un film di Netflix, d’altronde le lobbies i candidati li cercano per bene, fanno i provini e si affidano a esperti di comunicazione e marketing), che ha lanciato il suo Green New Deal, ovvero un colossale piano di indebitamento a fondo perso spacciato per riconversione del sistema in nome della sostenibilità ecologica che, nei fatti, rappresenta la versione non direttamente monetaria del piano di espansione della Fed. Insomma, il Qe con altri mezzi. E, soprattutto, con l’alibi di salvare orsi polari, balene e bambini vittime dell’enfisema da smog.

Come avrete notato, negli ultimi giorni siamo in piena esplosione del fenomeno. E oggi è il giorno del primo sciopero globale per la lotta contro i cambiamenti climatici, il D-day della nuova arma di distrazione di massa. Non più tardi di mercoledì è stata l’Onu a lanciare l’allarme: l’inquinamento provoca un quarto dei morti nel mondo. Peccato che altri due quarti siano frutto di guerre che l’Onu finge di non vedere, tipo quella in Yemen. Poco importa, il commercio di armamento val bene un po’ di ipocrisia. Tipo, casualmente, mettere i sauditi – i quali donne, bambini vecchi yemeniti li massacrano quotidianamente – a capo del Comitato Onu per i diritti umani.

Il giorno precedente, ricordando la tragedia del Vajont, è stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a metterci in guardia: siamo alle soglie di una catastrofe climatica. Ma il Presidente – con tutto il rispetto dovuto – lo fa per obbligo formale di moral suasion, visto che è politico di esperienza e grande equilibrio, finissimo studioso di diritto, ma, appunto, uomo dalle competenze accademiche giuridiche. Non un fisico, né un climatologo. E poi, ecco saltare fuori l’anello di congiunzione di due paure: avanti di questo passo, i cambiamenti del pianeta potrebbero portarci entro il 2050 ad avere 50 milioni di migranti climatici. Quindi, se si vuole fermare l’immigrazione clandestina, oltre ad “aiutarli a casa loro”, occorre intervenire su desertificazione e alluvioni, carestie ed epidemie.

A fare da collante a tutti questi allarmi in ordine sparso, Greta Thunberg, la 16enne svedese che con i suoi scioperi del venerdì in nome della lotta ai cambiamenti climatici sta diventando la vera e proprio guru globale della battaglia del secolo. Ieri, poi, la certificazione della pagliacciata, ma anche del carattere di colossale mistificazione della campagna in atto: la sua proposta di candidatura al Nobel per la Pace. Il quadro è completo. E via, quindi, in grande stile al #fridaysforfuture anche in Italia, ovvero il giorno della settimana dedicato all’impegno ecologista. Non bastavano gli scioperi strategici dei mezzi pubblici, di fatto weekend lunghi assicurati a fronte di tavoli di trattativa aperti da secoli per rivendicazioni fotocopia, adesso c’è una nuova scusa per allungare il fine settimana e, finita la manifestazione in piazza, caricare l’automobile (la quale, ontologicamente, non inquina) e andarsene al mare o in montagna o a fare shopping al centro commerciale.

Ora, io sono notoriamente cinico e disincantato, ma non ho mire di proselitismo: non mi importa che la gente la pensi come me, voglio solo che sia informata, che senta tutte le campane. E conosca i fatti. Per questo, mi chiedo e soprattutto vi chiedo: se, giustamente, lottiamo per le vaccinazioni e ci affidiamo a medici e specialisti e non a stregoni e accademici da ricerca su Google per evitare il ritorno di malattie che pensavamo debellate, se chiediamo a ingeneri e architetti di fare in modo che non accadano più tragedie come quella del Ponte Morandi, in base a quale coerenza e criterio scientifico dovremmo intraprendere una battaglia, la cui capofila è una studentessa 16enne svedese con le sue teorie catastrofiste e le sue accuse da ribellismo adolescenziale verso il “sistema”?

Sarà certamente un genio, bravissima, con un QI degno di un docente universitario di Harvard di 55 anni, avrà divorato migliaia di testi scientifici e seguito centinaia di conferenze: ma resta una studentessa di 16 anni, cari lettori. Affidarsi alla sua guida, fosse anche solo simbolica e di testimonianza, in quella che viene dipinta come la battaglia del millennio, equivale a farsi operare di peritonite da qualcuno con la licenza media, ma che non ha perso nemmeno una puntata di ER o Grey’s Anatomy, ne siete consci vero? Davvero siamo sicuri che la sua crociata, al netto delle buone intenzioni e del genuino e appassionato impegno per il prossimo, su cui non nutro dubbi almeno fino a prova contraria, si basi su fondamenti reali e non sull’ennesima suggestione collettiva, la stessa che seguì per qualche mese la campagna di Al Gore? Salvo finire in fretta nel dimenticatoio e fuori dalle agende politiche di intervento di organismi proprio come l’Onu, quando la Cina minacciò tutti di far deragliare il commercio globale (e i mercati), se si continuava a romperle l’anima con la questione delle emissioni inquinanti.

Vi faccio qualche esempio, tanto per rifletterci su nella giornata dell’impegno ecologista e nel suo day after. La prossima panzana che vi refileranno sul tema, a occhio e croce, sarà quasi certamente legata alla decisione presa venerdì scorso dal Fondo sovrano norvegese, un gigante da 1 triliardo di dollari di assets con forte concentrazione sul comparto energetico fossile, di scaricare i titoli azionari che ha in portafoglio legati ad aziende petrolifere. Ovviamente, vi verrà spacciata come una decisione frutto di nuova coscienza ecologica di fronte alla catastrofe ambientale che abbiamo di fronte. Una vittoria di Greta e dei suoi venerdì di protesta silenziosa e solitaria. Balle. È soltanto puro hedging finanziario nei confronti di un comparto che vede i propri prezzi al palo dal 2014 e che all’orizzonte non garantisce prospettive di rinnovato profitto. Anzi, lo scorso anno, bilancio alla mano, è costato al Fondo norvegese un bel -6,1% di return-on-equity, pari a una perdita di 485 miliardi di corone.

E che l’operazione non abbia nulla di “verde” non lo dice il sottoscritto, bensì lo stesso Fondo sovrano nel suo comunicato stampa. Il quale venderà sì titoli azionari legati al comparto, ma soltanto quelli di aziende puramente esplorative, mentre terrà quelle delle big con operatività integrata su più comparti della filiera. Insomma, 134 compagnie vedranno le loro azioni scaricate, ma giganti come Royal Dutch Shell ed Exxon Mobil, ad esempio, potranno dormire sonni tranquilli. Ecco le parole del ministro delle Finanze norvegese, Siv Jensen: «L’obiettivo è ridurre la vulnerabilità del nostro benessere finanziario comune da quello che è ormai un permanente calo del prezzo del petrolio. A tal fine, è più accurato vendere aziende che esplorano e producono gas e petrolio che vendere un settore energetico ampiamente diversificato». D’altronde, parliamo di un Fondo cui fa capo un controvalore di titoli azionari petroliferi da 37 miliardi di dollari, da BP a Shell fino a Total.

E sapete quale sarà l’obiettivo principale del tanto declamato disinvestimento “ecologista”? Piccole aziende indipendenti, i cui titoli hanno un controvalore di 8 miliardi di dollari circa nel totale del portafoglio norvegese. Insomma, il Fondo vende, ma lo fa con accuratezza finanziaria, non iconoclastia ambientalista. Meramente per un calcolo finanziario. E, attenzione, in base alle regole statutarie di investimento, anche l’eliminazione di quei titoli richiederà anni. La ragione? Semplice, il Fondo è controllato al 67% da Equinor, il gigante petrolifero e del gas norvegese, un tempo noto come Statoil, il quale non ha la minima intenzione di ridimensionare il suo business e concentrarsi sull’eolico o la raccolta di margherite, quindi venderà i titoli a piccoli blocchi e diluendo nel tempo le operazioni proprio per non creare caos nel comparto, scaricando posizioni eccessive in un momento di grande delicatezza, fra Opec allo sbando, prezzo bassi e nuove dinamiche geopolitiche tutte da ridisegnare. Di ambientalista, nonostante le Ong e i Partiti verdi di mezza Europa gridino alla vittoria e alla svolta epocale, non c’è proprio niente nella decisione di Oslo. Nemmeno a medio-lungo termine.

Anzi, qualcosa c’è. Ed è terribilmente strategico. Non solo i grandi operatori petroliferi nei giacimenti di shale statunitense hanno appena annunciato la loro intenzione di aumentare la produzione al massimo, ma hanno, di fatto, aperto la porta ai prodromi della nascita di un cartello petrolifero indipendente a stelle e strisce, una sorta di Opec americana tutta incentrata sullo scisto. Ecco come Micheal Wirth, presidente e amministratore delegato di Chevron, ha prospettato la situazione: «I produttori ed esploratori indipendenti stanno per essere spremuti dalle banche, le quali vogliono che producano maggiori profitti o escano del tutto dal grande gioco di scala del Permian». Insomma, cannibalismo delle majors sui piccoli. Casualmente, gli stessi piccoli che il Fondo norvegese ha messo in cima alla lista di vendita del suo portafoglio azionario. Ecologismo?

(1- continua)