L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 30 marzo 2019

Alceste il poeta - ricordi - le Brigate Rosse morirono nel 1975 poi ci fu un'altra storia. Nel 1981 i traditori Andreatta e Ciampi rendendo indipendente la Banca d'Italia dal Tesoro fecero scoppiare il debito pubblico per gli interessi dati in pasto al libero mercato del fanfulla Salvini

Negri


Roma, 28 marzo 2019

I primi negri furono i Polacchi.
Si era allo smiagolare degli anni Ottanta, ultima decade spensierata.
Dominava, incontrastato, quale Pontefice della Romana Chiesa, Karol Wojtyla, noto come Giovanni Paolo II. Egli succedeva a Giovanni Paolo I, ultimo Pontefice Italiano, rimasto in classifica un mese circa (33 giorni di regno), sino al ritrovamento nel suo letto, con le unghie nere, schiantato da un provvidenziale infarto. Il 28 settembre 1978.
Aldo Moro, ultimo pontefice italiano, primo papa polacco.
Forse sarà meglio tradurre in date, ascendenti, questi fatti: 9 maggio 1978, 28 settembre 1978, 16 ottobre 1978. E 33, come i giorni di pontificato di Albino, uno degli ultimi conati dell’irredentismo italiano.
Si potrebbero fare altri nomi, a caso: Ivo Zini, Lupi Grigi, pista bulgara, Leonardo Sciascia, Gladio, Cristiano Fioravanti.
Vi dicono nulla questo?
A gran parte di voi no: il passato, infatti, è una terra straniera e necessita di aruspici ben più del futuro.
Ci dimentichiamo velocemente di tutto. E poi leggiamo troppo in fretta. Ora nemmeno leggiamo più. Scorriamo le parole degli altri in attesa di trovare riscontri al nostro narcisismo. Se non li troviamo incendiamo le tastiere con rampogne sconclusionate oppure esterniamo fredde delusioni (io credevo che Lei, caro Alceste, e invece … et similia). Che il prossimo sia fonte di verità o innesco, anche casuale, di una ricerca della verità è fatto da non prendersi davvero in considerazione: sarebbe una fatica rovinosa; e poi: la convinzione me la porto da casa, non serve la tua, caro mio.

Formidabili quegli anni!
In un biennio, 1978-1980, si gettano le basi del nostro presente di cui, temo, dovrò bere la feccia sin all’ultima stilla.
I cadaveri di Aldo Moro e Albino Luciani sanciscono la fine del pur limitato orgoglio italiano; l’Anschluss epocale ci sottrae persino il ghiribizzo d’avere un Papa dal cognome fraterno.
Dal simbolico 1978 comincia a correre la rapida dissoluzione del katechon sovietico: dissoluzione variamente interpretata e, però, impossibile da negare nel proprio valore decisivo.
S’ingrossa, parallela, la rinuncia alla politica, all’arte, al cinema, all’educazione, alla religione, all’esercito. La Rivoluzione Colorata e Lisergica del Sessantotto esige l’attuazione; i Maestri muoiono; Fellini gira l’ultimo vero capolavoro italiano, il Casanova; cala il buio sui teatri, gli sceneggiati RAI, le Quadriennali; da allora solo import per noi! Anche le lotte sindacali e il “fiore violento della lotta armata”, considerate di troppo, sono ramazzate con decisione, in pochi mesi: la marcia dei Quarantamila a Torino è del 1980, gli arresti di Morucci e Moretti (vezzeggiativi sbarazzini di Moro) vengono eseguiti, rispettivamente, nel 1979 e nel 1981 (gioverà sapere che Morucci Valerio sarà scarcerato nel 1994, Moretti Mario si vedrà riconoscere la semilibertà nel 1997: sono entrambi vivi, insomma: mangiano, defecano, amoreggiano, si soffiano il naso e guardano le partite della Champions League, come tutti voi; dalla parte opposta Giusva, accusato e condannato per novantatré omicidi è, del pari, libero: di soffiarsi il naso e amoreggiare: dal 2009).

I semi della globalizzazione, per l’Italia almeno, fiorirono potentemente in quel tempo glorioso. Eventi indotti scientemente e favoriti da leggi e regolamenti precisi. La morte del cinema italiano, ridotto oggi a quattro compagni guitti incapaci persino di una dizione accettabile, ha lì la propria scaturigine. L’Italia si apre. A chi? Al mondo. Quindi, aprendosi, sparisce. Come faranno tutti. Il monito di Eugenio Cefis, d’altra parte, risaliva ad appena sei anni prima. Rileggetelo. E Cefis non dice: forse l’Italia sparirà; lo afferma; anzi, lo dà per scontato così come il sacrestano registra lo spegnersi d’un mozzicone di candela.
Dal 1972 a oggi non una virgola può aggiungersi a quelle devastanti notazioni. Da autentico dominante egli conosceva la verità. Il resto dell’umanità politica si divise, perciò, da allora, in due categorie: chi sapeva tanto da imbonire il poppolo; chi sapeva, si oppose e venne eliminato. La prima categoria ingrossò da subito sino a esaurire i posti, persino quelli in piedi.
L’Italia si apriva, sempre più, alle folate della Monarchia Universale.
E arrivarono i negri.

Sin a metà degli anni Ottanta gli unici negri eran stati i meridionali. Rocco e i suoi fratelli. I meridionali intraprendenti divennero, col tempo, polentoni intransigenti. Come un leccese di mia conoscenza, dalla calata meneghina spietata, che raccattava un Berlusconi giovane e allegrotto fuori dei night-club.
E però i primi veri negri furono, come detto, i Polacchi.
I Polacchi arrivarono in massa: “Wojtyla, è Wojtila che li manda” divenne il tormentone di quegli anni. I Polacchi.
Solidarnosch, Danzica, Lech Wałęsa, Jaruzelski, sciopero, Premio Nobel per la Pace.
Vi ricordate di Danzica? No? Male.

I Polacchi lavavetri, i Polacchi ubriaconi. Il Polacco Lavavetri, in agguato presso i semafori, assurse a tipo da Maschera dell’Arte. Francesco Nuti ne riassume razzisticamente la figura nel suo Willy Signori e vengo da lontano. I Polacchi, Roma è piena de Polacchi, il Vaticano ce manna i Polacchi, dagli al Polacco. I Polacchi che il sabato sera si scolavano centinaia di bottiglie di birra e le abbandonavano, in perfetta fila, lungo via delle Botteghe Oscure, allora sede del PCI, nei pressi della chiesa di Santo Stanislao. E così noi, che, la domenica mattina, passeggiavamo lenti per arrivare alla libreria comunista Rinascita, proprio sotto il Bottegone, esornata dalla cassiera Carmen Llera Moravia, ammiravamo stupiti i primi effetti della globalizzazione: centinaia di vuoti verdognoli a lordare la via che ospitava la Crypta Balbi, la sede del maggior Partito Comunista d’Europa e, dieci anni prima, la Renault rossa in cui si rinvenne il cadavere rattrappito della nazione. Il futuro in cento metri!

Poi fu la volta dei Russi. I Russi fuggono, i Russi scappano. Ucraini, bielorussi, lituani, georgiani. Si sottraevano al pulviscolo delle macerie del novembre 1989 in cui fu decisa la spoliazione dell’Est. Le cavallette russe. Le colonie russe in Italia. L’invasione degli ex comunisti. Ladispoli è piena di Russi, le Russe sono bone, i Russi ubriaconi.

Intanto la classe dirigente si avviava alla decimazione. Generali, colonnelli, tenenti e marescialli della politica sparirono dalla circolazione. L’esercito si trovò in mano a caporali bighelloni e sergenti promossi all’ultimo momento. La ciurmaglia di terzo o quarto rango subentrava per meglio vendere la nazione. In un curioso volumetto lo storico negro Jerome Nriagu (Lead and lead poisoning in antiquity, 1983) ipotizza il lento avvelenamento da piombo del ceto patrizio romano. Saturnismo. Piombo nel sangue. Tubature, pentoloni piombati; e, soprattutto, dolcificanti del vino: sali di piombo in polvere, un lento stingere nel sangue. Imperatori dapprima saggi, di quella razionalità pratica e screziata di buon senso tipica dell’uomo romano, improvvisamente mutano costume assumendo pose eccentriche, sin al pazzo esibizionismo o alla mancanza di ragion pratica; oppure declinano nella gotta; si scoprono infecondi; rammolliti e viziosi; Claudio e le sue flatulenze, Caligola, le spintriae di Tiberio, Nerone, Commodo, Domiziano, Eliogabalo: un museo del bislacco buono per Hollywood e che sfinì la perfetta organizzazione imperiale. La follia e la decadenza fisica dell’aristocrazia dirigente, intossicata dal piombo, afferma Nriagu, affondò il Regnum millenario della latinità. Una tesi da dimostrare, certo, ma da non additare al totale rifiuto. Al fondo d’essa si ritrova la verità: se decapitate le prime file intellettuali recidendo la tradizione logica e politica, il poppolo verrà necessariamente dietro al primo straccione col flauto che passa per la via.

I sali di piombo si macinarono a Milano. Mani Pulite. L’operazione fu così raffinata da risultare inattaccabile dal punto di vista morale e documentale. La tecnica applicata è sempre la stessa. Si tollera la corruzione quando fa gioco; la si scongela quando il potere vuole rinnovare la carta da parati istituzionale.
Si tollera Antelope Cobbler nel 1976 e Teardo nel 1985; non si tollererà più Mario Chiesa nel 1992. Il potere esigeva, allora (non nel 1976 e nemmeno nel 1985), una mano di bianco maggioritario. E la ottenne, in pochi anni. Non sapete chi fossero Antelope Cobbler e Teardo? Male.

So che sei un lestofante, come tanti, ma vai avanti, ora mi servi, ti copro le spalle io! Poi, al momento opportuno, la delazione. I sali di piombo. E allora via Craxi, Fanfani, Leone, Natta, Nenni, Saragat, Andreotti, Moro, Lama. Bettino Craxi presagì i sali di piombo al limitare d’una pista d’atterraggio di Ciampino, nei primi anni Novanta. Ne ho già parlato.

Giovanni Leone, il presidente delle corna e della Cassia bis: una barzelletta napoletana, corrotto, nepotista e pulcinella, come lo descrisse Camilla Cederna nel suo best seller, via anche lui. Leone Giovanni, ex tenente colonnello, beneficiario di un encomio solenne per aver sottratto dei dissidenti alla furia crucca nel 1944, già ordinario di Diritto Penale, sin dagli anni Trenta, nonché estensore, fra le altre sue memorabili e studiatissime opere giuridiche, d’un Manuale per l’udienza penale e di un Trattato di diritto processuale penale - in tre volumi - tale uomo, ferocemente dileggiato, sopravanza i maggiori intellettuali italiani d'oggi con la statura di un gigante. Il suo messaggio alle Camere, a metà degli anni Settanta, fu un concentrato di prudenza istituzionale e uno dei rarissimi tentativi di riscattare la democrazia italiana abbeverandosi alle sorgenti della democrazia stessa. Macché, niente. Via Giovanni Leone, allora, e avanti Mariotto Segni, il referendario del maggioritario; e poi avanti altri figuri delle retrovie politiche che non sapevano neanche come tenere la penna in mano, ma lisciavano il padrone con le piume di un servilismo nuovissimo.

Leone divenne un breve sogno del passato: the great replacement vide Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Giorgio Napolitano, Claudio Petruccioli; e, al versante opposto del teatrino, Pierferdinando Casini, Gianni Letta, Gianfranco Fini, a loro volta futuri sodali di Bossi Umberto, quello del profumo Dur, dei carri armati di latta a Venezia e della “bonazza” rivolto al ministro socialista Margherita Boniver (la Lega, infatti, ce l’aveva duro: si cospargeva dell’essenza di cui sopra come il ragionier Ugo Fantozzi in attesa diColpo grosso).
Così andò il mondo globalizzato.

La favola dei russi in fuga durò poco. Iniziò, quindi, la telenovela degli Albanesi. I barconi degli Albanesi. Gli Albanesi fuggono dalla miseria, dalle ingiustizie del comunismo. Striscia la Notizia li dileggiò ribattezzandosi Striscia la Berisha (s’intendeva parodiare Sali Berisha, acclamato presidente post-comunista, al centro di uno scandalo da schema Ponzi). Gli Albanesi naufraghi. Silvio Berlusconi, ex nightclubber e politico, allora, in momentaneo disarmo, li accolse con salse lacrime al porto di Brindisi. Cos’era capitato? Una nave della Marina Italiana, per errore, aveva speronato un naviglio della speranza: 81 morti. L’ONU si unì alle lacrime assoldando per l’occasione dei lacrimatori di professione. I potenti semi giuridicamente modificati sui limiti di sovranità d’una nazione vennero gettati, per l’Italia, in quei giorni di lutto.

Gianni Amelio ci fece pure un film sugli Albanesi pezzentoni col sogno dell’Italia: Lamerica. Poiché noi, cioè l’Italia, rappresentavamo, per loro, l’America, la Bengodi che, tutte le sere, rigurgitava, circonfusa di luci e paillettes, dai quiz di Bongiorno Mike (che americano lo era davvero) e Baudo Pippo, il Nazionalpopolare. L’America! Il bene-stare! E chi eravamo noi per impedire questo sogno? Nessuno. Il mondo, infatti, e, a fortiori, l’Italia, non era più in mano agli abitanti millenari che si ostinavano a reputarsi legittimi e soli: il mondo (questo venne stabilito senza referendum) era, ormai, di tutti. Il mondo è di tutti: ecco il primo articolo di una Costituzione approvata a nostra insaputa e che Giovanni Leone mai avrebbe firmato.

L’Albanese, questa variante zozzona dello zingaro, ladro e straccione, svaporò lentamente - pure lei! - senza che ce ne accorgessimo. Altri negri all’orizzonte: gli slavi, i Romeni. Forse più i Romeni che gli slavi. Gli slavi rappresentavano la forza lavoro del Nord Est, i Romeni venivano un po’ meglio come bersaglio.

In questo excursus non va dimenticata una cosa: nessuno, mai, si oppose minimamente al libero flusso di uomini e merci. Questi razzismi che descrivo son solo pagliacciate ordite per voi, minchioni con la matita copiativa dietro l’orecchio. Al pari dei dazi: i dazi bossiani, contro la paccottiglia cinese che avvelena la nostra economia. Presto finirà la pacchia, ebbe a dire Bossi Umberto, presto torneranno i gazebo, poi la devolution e quindi, risolutori, i dazi. E Berlusconi si dia da fare! Prenda in mano la situazone polittica che il poppolo lo vuole! La devolution, la ricordate? La devolution, ragazzi, si vota per la devolution.

La sinistra, di fronte a tante smargiassate, aveva agio a rispondere. Col naso rosso piantato direttamente sul naso, l’arte del commediante cosmopolita, i sinistri cicalavano inesausti, senza cedere alle risate, di razzismo: basta col razzismo. Loro, infatti, avevano da tempo aperto i confini, come a Prato e a Macerata. Il protezionismo non paga, dobbiamo aprirci, ancora un poco, che la fessura non è mai abbastanza: le correnti della globalizzazione hanno da circolare indisturbate, a costo di pigliarci la broncopolmonite fulminante e la quartana. E così via.

E poi i Romeni. I Romeni ladri, ovviamente, i Romeni ubriaconi, non come i Filippini che manco li senti camminare per casa. O come i Cinesi che si fanno gli affari propri e basta: casa e bottega, bottega e casa. E pensare che pure i Romeni, questi zoticoni della Dacia traianea, hanno nostalgia del bel tempo che fu. Con Ceausescu avevamo debiti zero! Con Ceausescu i ladri avevano le mani mozze! Con Ceausescu avevamo un pollo con cui fare il brodo, ma lo avevamo tutti! Cose del genere. Ceausescu. Mi chiedo spesso cosa sappiamo davvero della storia. Ceausescu, i morti di Ceausescu, le stragi di Ceausescu, il tetro comunista Ceausescu, il dittatore Ceausescu. Via Ceausescu. Via i negri dalla Romania chez Italia.

Poi arrivò un negro ancora più negro: l’islamico. Diciannove buontemponi di varia nazionalità (fra cui nessun iracheno o afgano) tirarono giù due brutti condomini a New York. Apriti cielo. Cambia la storia! Attacco al cuore della democrazia! Ci odiano perché siamo liberi! Perché siamo multietnici! Perché siamo ricchi e prosperi!
Mi ricordo, come per suonno, l’articolo d’un tizio di “Repubblica”. Diceva pressappoco così: oggi ero seduto nel parco di questa bella città, Nuova York, l’ombelico dell’Occidente; risplendeva il sole, la vita riprendeva il suo corso. Osservavo soprattutto i giovani, belli e spensierati, stoici nella disgrazia; d’un tratto ecco un ragazzo dai tratti asiatici allenarsi nel footing, alto, bello, forte, forse uno studente universitario, il frutto d’un amore interraziale, il frutto della pace, della concordia e della verità. In questo ragazzo ho intuito la ragione dell’odio dell’Islam: la nostra libertà, la democrazia, l’apertura mentale, la globalizzazione del sapere. Ecco perché ci odiano. Avete ben compreso?

La risposta all’attacco ordito né da iracheni né da afgani fu: invadiamo l’Iraq e l’Afghanistan. E sia! Non mi oppongo all’illogica stringente. Fate come volete. Ma c’era bisogno di imbastire questo can can? L’Islam: mente locale, ragazzi. Quando mai, nella vostra vita, vi venne mai il ghiribizzo di credere al pericolo della Mezzaluna prima del 2001? Mai. Si era, appunto, spensierati. E, invece, da quel momento, la vostra massima preoccupazione, di italiani intellettuali blogger e berciatori assortiti, fu di contrastare l’Islam. La migrazione islamica, l’invasione islamica. Favorite i cristiani: si distendano i rossi tappeti cattolici a filippini e romeni, a contrastare l’Islam, ebbe a dire il buon Giacomo Biffi. E tutti ad accendere la canea. Oggi del cardinal Biffi non rimane che cenere ideologica. Il cardinal Giacomo Biffi, sbadiglia il sovranista, e chi era costui? Fiorì, in quei tempi da imbecilli, una imponente trattastica contro l’Islam, oggi ovviamente dimenticata, la cui capofila, in Italia, fu una giornalista brillante e concettualmente vacua, Oriana Fallaci. Non che altrove se la passassero meglio: uno dei best seller del periodo venne mantecato, con scarti di altre orge, da un tal Kagan (Of paradise and power). Robert Kagan sosteneva questa tesi: gli Americani sono forgiati dalla guerra, gli Europei dalla pace; i primi devoti del corrusco Marte, i secondi della discinta Venere. Ai marziani, quindi, il dominio del mondo. Si era nel 2003. Questo Kagan, l’ennesimo ebreo al contrario, un altro che vendeva cubetti di ghiaccio agli Eschimesi, senza arrossire, e questi glieli compravano pure, militava nell’inesauribile esercito dei circonventori di incapace a livello globale. Oggi se ne son perse le tracce assieme a Giuliano Ferrara l’Intelligente, alle fialette di Carnevale di Colin Powell e ai calzini di Paul Wolfowitz. Non ricordate i pedalini di Wolfowitz? Male.

La scatenata sardana sugli islamici cattivi, i negri del Duemila, ebbe un successo planetario tanto da durare, adeguatamente ravvivata, sino ai nostri giorni. La Lega cavalcò a pelo, forsennata. Oggi la sit-com batte un pochino la fiacca, a dire il vero. Nonostante qualche massacro di tanto in tanto la vedo appassire. Telefilm, film, trasmissioni fiume e invettive hanno saturato il teleelettore medio. I tagliatori di teste, va bene, l’Imam pazzo va bene anche questo, i dinamitardi del Duomo di Milano e di San Pietro e di via Veneto: indagini a tappeto, intelligence sotto pressione, squadre antiterrorismo con cani molecolari crociati e satelliti spia, task force di indefessi magistrati e pool d’attacco, traslitteratori e traduttori H24. Risultato: un paio di isolati belinoni al gabbio.

L’Occidente alla conquista del Santo Sepolcro. A custodirlo, però, non c’è alcun Saladino, anzi, a ben vedere, ci siamo noi. Ci risparmieremo altre sceneggiate? Il format è agli sgoccioli? Dove trovare altri negri da distrazione?
Ed ecco la trovata. Perché non sostituire i vecchi negri con negri nuovi di zecca, magari negri veri? E così arriviamo a oggi.

A questo punto mi devo fermare perché avrò già innescato l’equivoco: urge, quindi, una pausa didascalica. Questa: il succo delle mie tribolazioni di scrittura non consiste nel dire: sono per l’immigrazione o l’Islam. Au contraire. Qui occorre sottilizzare: le figurine dell’islamista cattivo, del nigeriano bevitore di sangue, dell’albanese zozzone, del polacco e del rumeno ubriaconi e ladri, così come i santini della propaganda democratica liberale, dalla donna vessata in Iran al progressista fucilato in Arabia, servono solo a placare il dissenso contro la globalizzazione - che è vera e ci sta distruggendo - dissolvendo intelligenze, strategie e sorgivi risentimenti nel falso conflitto elettorale. Chi vota Salvini crede davvero che questi contrasterà l’immigrazione; allo stesso modo, chi vota Landini o Zingaretti ha davvero fede ch’essi, invece, si opporranno al razzismo strisciante della destra, inesistente. Le figurine ingenerano speranze recitando, sull’impiantito d’un palco ormai marcito, i copioni sempre efficaci di Pulcinella e del Diavolo.

Il Programma Globale va avanti, come sempre, inarrestabile. Chi se ne rende conto davvero ha due soluzioni: ritirarsi nella misantropia a testimoniare il passato o suicidarsi. Il nostro mondo è perduto. Cerchiamo almeno di salvare l’onore. Come si possa credere alle statistiche di questi gaglioffi, per me, è incomprensibile. Le industrie del Nord hanno bisogno di immigrati per reggere la concorrenza; li anelano; e li hanno avuti, col consenso della destra. Vaticano e sinistra reclamano immigrati di diversa natura per nutrire le lamprede delle risorse pubbliche: ed ecco l’invasione opposta. Ognuno tira dalla sua il migrante giusto: con le smorfie convenienti alla bisogna: facce angelicate dall’antirazzismo, volti ultorii da sovranista. Chi si oppone alla dicotomia sparisce. La magistratura serve a questo. Sugli orientali, invece, meglio lasciar stare: c’è da imbonire, oggi, a differenza dello ieri, sempre al micco, la via della Seta, i porti rigurgitanti di merci, di visori e panatine a buon mercato. E i dazi? Son cose lontane: servirono i dazi, allora, per recitare una parte. Ora ci apriamo, invece, ancor di più: al Catai, all’Europa. Porti stellari, montagne perforate, scali internazionali. L’Italia si apre inesausta “as leaky as un unstanched wench”.

Desirée e Pamela, le nostre San Simonino, e i bimbetti nel bus in fiamme, sono i grumi simbolici della disfatta, ma è inutile sventolarne le sindoni: esse incendiano la speranza rovinosa in un sistema truffaldino, non altro. Votate, votate, fate votare, portate al voto! Cambiamento! Rivoluzione! Yes we can! Change! Regime change! Nessuna forza politica, in quanto parte di un gioco democratico falso, possiede la volontà di fermare la disintegrazione italiana programmata dal mondialismo e dalla globalizzazione. Tutto è doppio. Il bianco cela l’opposto e viceversa. I negri, dai Polacchi ai Nigeriani, hanno la funzione di dissolvere l’Italia, spaesare, disarticolare la cultura, miscelare, idiotizzare, suscitare un buio rancore da incanalare, poi, nel rivolo sbagliato: il voto liberale! A perpetuare l’inganno! Zingaretti o Salvini, ecco il duo che si darà bastonate di gomma al Gianicolo della vostra insipienza! E ancora, ancora! Dopo vent’anni di Berlusconi, Prodi, centrodestra e centrosinistra, dopo le delusioni, le patenti prese in giro, l’Italiano è ancora lì, non si è mosso di un millimetro dalla rassicurante faziosità, confortato dal maggioritario, ovviamente, il sistema psicologico più allettante, basico; via il quartetto d’archi, arrivano i petomani! E ci si cade, nel 2019! La magistratura, intanto, pota i dissidenti, come nel 1992; se c’è un ostacolo ecco la motosega degli avvisi di garanzia: via arbusti e fogliame molesto: il poppolo ha da gustare il Felpato Optimo Maximo e Mister “A Me Hanno Imparato”, col loro codazzo di confindustriali edaci, buffoni di corte, tangentari statali, funzionari da imparaticcio! Privatizzare l’acqua! Si farà, con calma, al riparo dalla canea sui negri, sugli autobus in fiamme, sulla regressione micidiale dell’Italiano a balbuziente fàtico da trecento parole.

Jorge Bergoglio ritira la mano ai baci dei fedeli. Egli è umile? No, non c’è umiltà in lui. Al contrario qui rileva una protervia smisurata; la certezza d’essere nella pienezza del giusto: il suo è solo ribrezzo ideologico verso chi rappresenta la propria tradizione, la stessa ch'egli finge nella venerazione e che, invece, ha deciso d’annientare con un atto epocale di parte, forzando, altrettanto smisuratamente, i tempi. Bergoglio intende solo dissacrare, abbassare, livellare, polverizzare, ridurre a cenere postatomica duemila anni di storia e fede. Ciò ne spiega l’ignoranza e l’arroganza dell’operato, il disgusto per chi ancora crede, l’urto per le simbologie profonde e le complessità dei rituali. Si veste del francescanesimo per meglio operare da lupo: i Fabiani, amati da Marco Pannella, non avevano forse per stemma un lupo travestito da agnello? Nell’intimo egli anela una Emma Bonino Papessa quale colpo di grazia definitivo; purtroppo dovrà solo accontentarsi d’essere l’ultimo papa cristiano assecondando, a malincuore, le profezie di Máel Máedóc, San Malachia d’Irlanda. L’Agnello viene a redimere i peccati del mondo colla semplice allusione a un dio snervato e buono per tutti: il perdono è tale poiché, in realtà, non v’è più nessun peccato da assolvere. Egli ritira la mano schifato e spinge da parte, con sgraziata maleducazione, quei pochi che ancora si prostrano: nessuno, nella sua ideologia mediocre, dovrà più prostrarsi perché tutti, in egual misura, saranno dio di sé stessi. Il Cristianesimo si apre a tutti cessando di essere tale, estinguendosi lentamente nella palude dissolutoria dell’infinita libertà e dell’eterno presente, priva d’ogni gerarchia o emozione.

Da ultimo, signori, voglio presentarvi colui che, non a torto, è stato definito “negro tra i negri”. Il negro più negro di tutti, insomma, un Ciandala che sguazza fra i liquami della propria passata protervia abbeverandosi alle pozze dell’umiliazione più abietta: l’Italiano. L’Italiano, tale figura oramai ridotta a un servaggio strisciante e ignominioso, aborrita dalla luce, degradatasi a un diportamento da cercopiteco fuori di testa: l’Italiano, l’ultimo inveramento, il più sordido e formidabile, del negro.

Nella sua forma pura ne ritroviamo gli ultimi rappresentanti nella vita di coppia di cinquant’anni prima: ecco il padre di famiglia, placido e autoritario, mentre porta a spasso i figlioli, la domenica mattina, ascoltando distratto il lascito dei campanili che s’invola nella brezza fresca e pulita; la femmina della specie, intanto, anch’essa, oggi, pressoché estinta, accomoda, con solerzia, pasta al forno e pollo al tegame con carciofi. L’essere mitologico, tornato al covo, aspira, a pieni polmoni, i confortanti effluvi di rosolature e gratinature; la paredra, invece, apparecchiato il desco, rampogna i cuccioli della specie, coi pantaloni un po’ lordi d’erba: l’erba tagliata di fresco sui prati gianicolensi. I vecchi della tana, replica psicologica perfetta della coppia anzidetta, sovraintendono, invece, alla scena vezzeggiando e ammonendo i discendenti con bonaria e finta severità: impossibile il malanimo nei giorni di festa.

Il negro Italiano è stato oggetto, nell'ultimo mezzo secolo, di una caccia spietata riducendosi nelle riserve di blog e canali mediatici di quarta fascia. Nonostante i pochi elementi non ancora in cattività, permane nei suoi riguardi il nulla osta all’ostilità venatoria.


NoTav - tanto il Tav lo paga l'Italia e non la Francia, questo hanno sancito in trent'anni gli attuali euroimbecilli. Non ditelo al fanfulla Salvini ci potrebbe rimanere male

Tav Torino-Lione a costo zero per la Francia, ma non per l’Italia

Per lo Stato francese con i ritorni di IVA e imposte i lavori avranno costo “zero

[29 Marzo 2019]


Le recenti richieste del Governo italiano e le repliche da parte francese impongono qualche chiarimento.

Anzitutto l’asimmetria del contributo italiano al 57,9% non è nata dal maggior costo della tratta nazionale interamente francese, come ha recentemente affermato un emendamento votato dal Senato francese, ma dall’accordo del 5 maggio 2004 tra Raffarin e Berlusconi in merito alla divergenza se iniziare con un solo tunnel, come chiedevano i francesi, o partire subito con due. Si decise che il tunnel di base avrebbe avuto subito due canne, come voleva l’Italia, che però ne avrebbe pagato i maggiori costi accollandosi il 63% dell’intera opera anche se, con l’uscita a Venaus, il tunnel era, per l’87%, in territorio francese. Questa percentuale venne rivista solo otto anni dopo, il 30.01.2012: in questa occasione, i francesi non sollevarono più la questione sul doppio tunnel, ma la spesa rimase comunque per il 57,9% a carico dell’Italia contro il 42,1% della Francia anche se, anche nell’ultima versione, l’80% del tunnel continuava ad essere in territorio francese.

A questa incredibile generosità del nostro Governo, se ne aggiunge un’altra, non dichiarata, per cui, nell’asimmetria della territorialità delle opere, all’attuale livello del contributo europeo, la Francia, con i ritorni di imposte per i lavori fatti nel suo territorio, compensa il suo contributo. In pratica è a “costo zero” e questo spiega perché non abbia mai voluto mettere in bilancio gli stanziamenti per gli anni futuri ed anche molte dichiarazioni del Governo francese, da Hollande a Macron. Grosso modo la Francia versa quanto ha incassato dalle imposte sui lavori precedenti.

Il maggior ritorno è costituito dall’IVA (TVA) che è una partita di giro: se lo Stato italiano dà contributi per la costruzione di una infrastruttura, finanzia anche l’IVA relativa ai lavori di qualunque tipo, che poi gli ritorna e sostanzialmente azzera la partita. (*)

Ma la situazione è molto diversa se lo Stato italiano versa contributi per lavori che vengono realizzati in territorio francese: in questo caso l’IVA (TVA) va alla Francia.

L’ultima delibera CIPE sulla parte transfrontaliera comune della Torino-Lione, pubblicata sulla G.U. del 28.2.2018, ha stabilito che il costo dell’opera è 9,6 miliardi. Di conseguenza si può ipotizzare un costo originario di 9 miliardi per i 57 chilometri del solo tunnel di base.

Facendo il calcolo secondo l’ottica dei promotori che prevedono un contributo UE del 40%.

L’onere del costo è sostenuto da:
  • UE 40% 3,6 miliardi
  • Italia 57,9% del 60% = 35% 3,1 miliardi
  • Francia 42,1% del 60% = 25% 2,3 miliardi
Ma la spesa dei 9 miliardi ricade poi:

– In Italia per 12 km, corrispondenti al 20% e cioè per 1,8 miliardi

– In Francia per 45 km corrispondenti all’80% e cioè è per 7,2 miliardi (o 8,1 miliardi nella indicazione data dall’ultimo bando della TELT)

Gli accordi italo francesi ed i protocolli allegati non parlano di questioni di IVA o di riscossione delle imposte e quindi lasciano la questione nei suoi termini, anzi, l’accordo del 30.01.2012 aggiunge che la territorialità va dal punto di attacco sino al punto in cui si incontra lo scavo proveniente dall’altro stato e questo fa si che il bando pubblicato da Telt lo scorso 15 marzo, che assegna al cantiere francese di Modane di 22 km, sui 29 km complessivi della tratta tra Villarodin/Modane e Susa, significa che la parte fiscalmente italiana scende al 12%. Nulla si dice su queste questioni né nel Regolamento contratti del 8.3.2016 né in tutti gli altri protocolli noti, dove non si parla neanche della divisione degli eventuali incassi, per cui la Francia non ha ancora accettato di dividerli con l’Italia al 50%.

Su queste basi:

con la sua TVA (IVA) al 20% la Francia incassa, sui 7,2 / 8,1 miliardi di lavori che vengono effettuati nel suo territorio, da 1,45 miliardi a 1,6 miliardi di euro.

In più per le società francesi o domiciliate fiscalmente in Francia, incassa l’imposta sulle società (Impot sur les Societès) del 33%, basata sui loro utili, ed i sostituti di imposta (Prelevement a la source) per dipendenti e professionisti, entrati in vigore quest’anno. In totale circa 0,5 miliardi di euro in 11 anni.

Vanno calcolate infine le tasse locali, anche se per noi non compensano i danni generati dai cantieri: la Taxe Foncière, la Taxe d’Habitation (equivalente all’IMU italiana) che, su una superficie di 4 grandi cantieri ed aree di pertinenza, possiamo credere che, in 12 anni, valgano circa 50 milioni di euro.

IN TOTALE LA FRANCIA, PER LA TORINO LIONE a fronte di una spesa di circa 2,25 miliardi per la sua quota del 42,1% al netto di un contributo UE del 40% ha un ricavo di 2,2 miliardi e quindi sostanzialmente SPENDE NULLA e poiché non le costa nulla ha rinviato al 2038 la decisione sulle vie d’accesso.

Ma anche nel contributo europeo c’è una situazione sfavorevole all’Italia, perché questo contributo, di fatto, è un “ritorno” obbligato, da parte dell’Unione Europea, di una quota di quanto ogni stato versa ogni anno alla UE. L’Italia che, come capofila del progetto, si è fatta titolare della quota maggiore del contributo comune, (che finirà nei lavori in Francia), ne avrà come conseguenza la diminuzione degli altri contributi UE a favore dell’Italia per i vari programmi che essa finanzia. Ed anche qui la Francia sarà favorita.

di Mario Cavargna, presidente Pro Natura Piemonte

(*) l’applicazione e la riscossione dell’IVA (TVA) risulta dai documenti relativa alla discenderia di Modane. Risulta anche dai documenti di TELT relativa ai recenti appalti francesi: la dizione usata del valore è di un importo “TVA/ IVA esclusa”. Questo vuol dire che l’IVA esiste ma è fuori del valore riconosciuto all’azienda in quanto poi va versata allo stato. Se l’IVA (TVA) non fosse stata applicata si sarebbe scritto: “esente IVA” od altre formule equivalenti.

Patrizia Cecconi - Carneficina annunciata - Gaza è Auschwitz dove gli ebrei usano proiettili e bombe al posto del gas

Rischio di carneficina e Medio Oriente in fiamme

29.03.2019 - Patrizia Cecconi

(Foto di Patrizia Cecconi)

Domani 30 marzo, Giornata della Terra e anniversario dell’inizio della Grande marcia per il ritorno, sarà un giorno importante, forse tragicamente importante, in Palestina. Gaza è sotto i riflettori perché lì si gioca la parte più dura della partita, ma ci saranno manifestazioni in tutta la Palestina e quel che succederà domani avrà ripercussioni in Israele, sempre più vicino alle elezioni, ma andrà anche oltre Israele.

Ormai tutto il Medio Oriente, tra accordi e disaccordi, alleanze che un tempo sarebbero sembrate improbabili e alleanze tradizionali, devastazioni per mano dell’Occidente e assestamenti precari, tutto il M.O. si è trasformato in una polveriera.

In tutto questo Israele ha una sua parte importante, in particolare in Siria dove, nel silenzio o con l’approvazione sia di alcuni paesi arabi che di paesi occidentali, ha effettuato circa 800 raid per colpire quello che è il suo nemico principale: l’Iran. E l’Iran prima o poi risponderà. Il giornale israeliano Haaretz oggi titolava che la repubblica islamica sta dichiarando guerra a Israele, ma in modo trasversale, attraverso Gaza. Praticamente lo farebbe fornendo armi ad uno dei partiti della resistenza armata, il Jihad islamico, i cui missili non sono più i “razzetti” artigianali che facevano solo boom. Ma anche Hamas, sebbene meno ricco di forniture simili, può contare su missili che non sono più solo razzetti artigianali e gli ultimi lanci, che siano stati accidentali, o pilotati da provocatori e strumentali ad altro come ad esempio le elezioni israeliane, o spediti come test deterrente – tutte ipotesi verosimili – lo hanno dimostrato, e la partita che si giocherà domani dovrà tenerne conto.

Israele ha già comunicato che farà fucilare chiunque si avvicini alla recinzione. Lo ha sempre fatto e domani forse lo farà con maggiore zelo. Lungo i circa 40 km che segnano la linea dell’assedio via terra, Israele ha dislocato mezzi corazzati in quantità impressionante e il premier dello Stato ebraico ha dichiarato che non esclude la possibilità di un attacco da terra (quindi contro la popolazione civile). Una minaccia contro ogni norma del Diritto internazionale, visto che la Striscia è sotto assedio, ma Israele può tutto.

Intanto la popolazione di Gaza si sta organizzando. C’è grande eccitazione. Parteciperanno sicuramente in tanti e non certo perché lo vuole Hamas come lascia intendere Israele. Anzi, si ha motivo di ritenere che Hamas avrebbe raffreddato e forse fermato la marcia, se avesse potuto. Questo ce lo ricordano anche alcuni degli intervistati.

Ricordiamo che la Marcia NON è “di” Hamas, per quanto ovviamente la componente del partito al governo abbia una voce importante all’interno del comitato organizzatore, come ci dice Yousef Hammash, giornalista di Gaza. Oltre a Y. Hammash abbiamo sentito molte altre voci dal nord al sud, interviste raccolte necessariamente per telefono visto che per motivi di sicurezza chi scrive è stata fatta uscire dalla Striscia. Alcuni degli intervistati hanno chiesto l’anonimato e rispettiamo, ovviamente, la loro volontà, mentre Y. Hammash e il dr. Said Sehweil dell’ospedale Al Awda ci hanno autorizzato a riportare i loro nomi.

Per tutti la giornata di domani è un’incognita, e tutti temono il peggio. Il dr. Said comunica che l’UHWC di cui fa parte l’ospedale Al Awda ha 6 punti di emergenza dislocati da Nord a Sud e sono tutti in stato di allerta temendo un grande afflusso di feriti. Inoltre vi sono i team di primo soccorso che, insieme a tutte le altre organizzazioni sanitarie, dalla Mezzaluna Rossa all’UHCC, saranno direttamente lungo il border. Il dr.Said dice anche che alla manifestazione parteciperà la delegazione egiziana responsabile della mediazione tra Gaza e Israele, con la chiara intenzione di monitorarla e di evitare che si verifichi la carneficina che molti temono.

La delegazione ha raggiunto alcuni risultati, ma ciò che viene offerto per tacitare i gazawi è lontanissimo da ciò che ha dato inizio alla Grande marcia e il governo locale si trova stretto ancora una volta in un cul de sac, tra l’accettare gli aiuti per migliorare la situazione economicamente critica della popolazione – motivo delle manifestazioni di malcontento – e rispettare gli obiettivi che hanno dato vita un anno fa a questa straordinaria iniziativa di protesta, sostanzialmente pacifica, da parte palestinese, costata finora 256 vite, di cui circa 50 bambini, e un numero impressionante di feriti.

Come dice Y. Hammash “gli accordi non rispettano quello che noi vogliamo e gli egiziani non sono onesti con i gazawi. Loro vogliono che domani sia una giornata calma, hanno ottenuto che Israele faccia passare tramite Erez il denaro del Qatar per pagare gli stipendi degli impiegati governativi. Per Israele è un periodo sensibile a causa delle elezioni del prossimo 9 aprile e questo determina molte scelte” . Quindi Hamas accetterebbe la mediazione egiziana? chiedo. “Hamas non può convincere 2 milioni di persone per un po’ di denaro. Gli egiziani stavano chiedendo ad Hamas di fare pian piano le mosse giuste per tenere i dimostranti sotto controllo e impedire loro di avvicinarsi alla recinzione.” Vuoi dire che verrebbe accettato il denaro contro la richiesta di dignità? “Esatto. Hamas deve capire che non è questione di denaro e se domani ci saranno più di 10.000 persone nessuno potrà tenerle sotto controllo e forse ci saranno un sacco di martiri”.

Chiedo a Yousef se appartiene a qualche formazione politica e la risposta è negativa, nessun partito né ora né in passato e aggiunge che domani andrà alla marcia “perché domani è un giorno speciale”. Domani, me lo hanno confermato molte altre persone, uomini e donne, di diversa e di nessuna appartenenza politica, andranno alla marcia perché domani è una questione di dignità e nessuno dei numerosi intervistati è disposto ad accettare il controllo sui partecipanti richiesto dall’Egitto (e quindi da Israele) ad Hamas. Andranno i ragazzi che hanno come interesse prioritario lo skateboard, andranno le donne che sono determinatissime e porteranno figli e figlie. Andranno fianco a fianco e con un’unica bandiera, militanti di Hamas e di Fatah. Per qualcuno domani sarà una specie di festa, così mi dice un vecchio militante di Fatah che andrà anche lui con i suoi figli.

Chiedo se non hanno paura che la giornata di domani inneschi la temuta escalation che porterebbe al disastro minacciato da Netanyahu ed una delle persone intervistate, che preferisce mantenere l’anonimato, mi dice che “i razzi su Tel Aviv hanno avuto la loro efficacia e Netanyahu, seppure nella propaganda elettorale, deve sempre mostrare durezza contro i palestinesi come elemento vincente, non potrebbe vincere se si trovasse una pioggia di razzi su Tel Aviv, neanche se come risposta sterminasse un milione di gazawi.” Quest’affermazione mi porta a rivedere le precedenti valutazioni circa i potenti missili non rivendicati né da Hamas né dalla Jihad e che ufficialmente sarebbero partiti per errore o per colpa di un fulmine. La stessa persona dice che “se domani alla marcia gli israeliani uccidessero un quadro di Hamas o della Jihad la faccenda si complicherebbe molto.” Ma tutto resta un’incognita e molto dipende dai risultati della mediazione egiziana. Un’altra delle persone intervistate mi conferma che sono tutti estremamente preoccupati e mi dice testualmente “siamo tutti preoccupatissimi ma tutti altrettanto volenterosi di voler partecipare, donne e bambini in prima linea”. Insomma sembra proprio lo spaccato della cultura gazawa, cultura in senso antropologico, quella per cui riescono a convivere situazioni contrastanti anche nella quotidianità.

Un altro degli intervistati mi ha detto che dalla mediazione egiziana si sono avute una serie di condizioni positive quali la promessa che il valico di Rafah resterà aperto, che i pescatori potranno arrivare a 12 miglia marine (lo prevedevano già gli accordi di Oslo!), che verrà fatto passare un alto numero di camion con merci, ovviamente israeliane, così i gazawi avranno le merci, magari non tutti avranno i soldi per comprarle, ma Israele avrà il suo mercato di sbocco a Gaza e, infine, pare che sia stata accettata la possibilità di esportare merci da Gaza. Ma, conclude, “alcuni saranno arrabbiati ed altri vorranno accettare, però non è questo quello che noi vogliamo”.

Infatti l’obiettivo della marcia, quello sintetizzato nello slogan “o grandi sulla terra o martiri sotto terra”, è la libertà di movimento, quindi la rottura dell’assedio e il diritto al ritorno nelle case da cui i palestinesi sono stati cacciati. Ma questo Israele non sembra proprio volerlo accettare, anche se è nell’ordine del Diritto internazionale e dovrebbe già essere da molti anni un fatto e non una richiesta.

Domani forse sarà una carneficina o forse si avvererà il miracolo, ma una cosa è chiara a tutti coloro che pur senza appartenenza partitica hanno una visione politica della situazione, e questo lo riconferma il giornalista intervistato all’inizio, quando dice che “seppure davvero si rompesse l’assedio resterebbe il grave problema della divisione politica interna” e aggiunge “ora Israele grazie a Trump prende il Golan, domani prenderà la West Bank e lascerà Gaza a due milioni di persone . No, abbiamo bisogno di una situazione interna di cambiamento e di unità” praticamente quello che la Grande marcia ha praticato e ha provato a insegnare alle leadership che finora non hanno imparato.

Intanto oggi, a dimostrazione del fatto che la grande marcia appartiene al popolo, nel senso che è veramente un’espressione popolare e non decisa dalle autorità locali, un buon numero di gazawi ha realizzato la marcia del venerdì in attesa di domani. Ci sono stati feriti, perché gli sniper hanno comunque sparato, ma non molti e non gravi.

Domani si capirà se il Medio Oriente aggiungerà altre fiamme a quelle che già ardono e l’Iran entrerà in gioco in forma più determinata attraverso il Jihad, come ipotizza Haaretz, o se i missili forniti alla resistenza avranno avuto il loro effetto deterrente e, quindi, anche gli sniper avranno avuto indicazioni conseguenti e l’impressionante ammasso di artiglieria lungo il confine sarà solo una esibizione di forza potenziale nel braccio di ferro tra popolo assediato ed esercito assediante.

Betlemme, 29 marzo 2019

Non se ne può più di questi euroimbecilli del corrotto Pd che scrivono libri e pensano di sapere tutto sull'argomento e dispensano pensieri al limite della comicità. L'Energia pulita è il primo punto dell'agenda italiana al diavolo le armi di Francia-Germania del trattato di Aquisgrana. Come al diavolo il gasdotto EastMed sostenuto da Giorgetti lasciando in mezzo al mare l'Eni e il gas egiziano. Esperti dalle lenti ideologiche puah

Consigli utili per una sovranità energetica italiana con mix gas-rinnovabili (rottamando i No Tutto)

30 marzo 2019


Il commento di Gianni Bessi, autore del saggio “Gas Naturale – l’energia di domani” (Innovative Publishing)

L’Offshore Mediterreanean Conference OMC2019 di Ravenna non è solo uno degli appuntamenti dove si incontrano i protagonisti del settore oil&gas, dalle imprese al mondo accademico fino alla politica, ma anche un’occasione unica per capire quali sono le strategie in materia di energia dei Paesi avanzati. È stato così anche per l’edizione delle tre giornate di quest’anno, che come sempre ha regalato molte suggestioni e indicazioni utili per il futuro. Ed è stato un bene che tra gli ospiti principali ci fosse anche il sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti.

Delle tante suggestioni ne voglio citare una per tutte, perché ho avuto l’onore di essere stato chiamato a partecipare in veste di relatore: ‘Energia nazionale, the italian upstream is not dead’. È stato tra gli eventi conclusivi di Omc e il titolo scelto è molto di più di un semplice richiamo a tenere conto dell’attività di estrazione di risorse energetiche italiane. Ma, almeno questa è stata la lettura di molti fra cui il sottoscritto, è un’importante sottolineatura di quale debba essere il metodo politico con cui affrontare le questioni energetiche: non si possono compiere scelte in un settore strategico e delicato senza tenere conto della realtà. E nel nostro caso, la realtà è fatta di migliaia di imprese e lavoratori che permettono a questo Paese di ‘funzionare’ provvedendo, nello stesso tempo, anche a garantire la sicurezza nazionale.

Il sottosegretario pare sia stato colpito favorevolmente dal mondo dell’oil&gas – o forse lo era già in precedenza e aveva solo bisogno di una conferma – al punto che ha dichiarato che «Non si può parlare di sovranità di un paese quando non c’è sovranità energetica». Sarebbe facile commentare che una ‘politica energetica nazionale’ – che non deve condurre per forza a una ‘sovranità’ per i motivi che spiegherò dopo – è stata invocata da molti negli ultimi anni, tra cui anche il sottoscritto, che su questo tema ha anche prodotto un libro. E che sono state indicate anche le strade per procedere in questa direzione, sfruttando le risorse a disposizione e quindi ottenendo due risultati importanti: alleggerire la bilancia dei pagamenti, che vede in quella energetica una voce ‘pesante’, e fare lavorare imprese e maestranze nazionali che sono all’avanguardia nel mondo.

Ma perché questa scelta strategica non dovrebbe avere come fine una sovranità energetica o, comunque, un consolidamento di quella politica? Perché ogni decisione strategica in materia energetica deve avere l’Europa come riferimento: solo in questo caso sarebbe efficace. Deve essere inquadrata insomma in una politica di sistema che veda procedere le scelte italiane all’interno delle politiche dell’Unione europea. Un esempio? La creazione di un coordinamento che gestisca l’approvvigionamento dalla rete dei gasdotti e dai rigassificatori, un po’ come succedeva agli albori dell’Ue con la Comunità europea del carbone e dell’acciaio ma sostituendo il carbone con il gas naturale.

Angela Merkel in un recente discorso di fronte al parlamento di Strasburgo ha indicato le forze armate come il primo passo per dare alla costruzione europea una vera unione politica e non solo economica. A mio parere il sistema energetico sarebbe buon secondo in questa lista delle ‘cose da fare’: un strategia condivisa da tutti i Paesi dell’Ue per mettere insieme risorse, infrastrutture, realtà di ricerca e innovazione. Si potrebbe così compiere quello che è l’atto più importante verso un mondo più sostenibile: la transizione energetica verso un uso esclusivo delle fonti pulite che si appoggi sul mix gas naturale-rinnovabili.

Ma per fare questo servirebbero alcuni aggiustamenti alla politica nostrana. Il primo è che il 26 maggio riusciamo a eleggere a Strasburgo persone in grado non solo di manovrare questi temi, ma che siano pronte a battersi per sostenere una nuova via italiana all’energia che abbia, non gusta ripeterlo, come base il mix energetica gas naturale-rinnovabili. Servirebbe però anche un cambio di prospettiva del governo, che finora ha penalizzato il settore energetico italiano invece di sostenerne la crescita: la sostenibilità si raggiunge, come ci insegna l’esempio norvegese, solo per citarne uno, utilizzando l’economia garantita dall’estrazione e dalla commercializzazione delle fonti fossili per fare crescere l’alternativa ‘pulita’. Senza passaggi traumatici, che non funzionerebbero, ma con gradualità: servono tempo e denaro per risolvere i problemi che le fonti pulite ancora presentano – uno per tutti, la discontinuità dell’erogazione – e fare nascere una vera cultura condivisa delle rinnovabili.

Riflettere su queste cose mi ha fatto venire in mente una proposta, che a questo punto, vista la sua disponibilità, giro a Giancarlo Giorgetti. Se davvero crede nell’esigenza di una ‘sovranità energetica’ perché non porta all’attenzione del governo un esempio virtuoso di come ci si possa arrivare? Mi riferisco a quello dell’Emilia-Romagna, che da anni sostiene un sistema che si basa sulla ricerca e l’innovazione in campo energetico e che ha scelto di basare il proprio sviluppo sul mix gas-rinnovabili e può vantare uno dei settori oil&gas all’avanguardia nel mondo, sia nell’estrazione sia nell’impiantistica. E immaginiamo di ampliare questo modello a tutta l’Italia. Tra i tanti, voglio citare solo un effetto positivo di una maggiore indipendenza energetica: si potrebbero usare le royalty derivate dalla produzione di gas naturale per sostenere il percorso scolastico, universitario e formativo dei giovani che vogliono studiare le tecnologie che ci permettano di pensare a un domani in cui accendere la luce sarà al cento per cento un atto sostenibile.

Guido Salerno Aletta - Gli euroimbecilli di tutte le razze nascondono le grosse magagne spagnole sotto il tappeto, fino a quando?

Come sta davvero la Spagna?

30 marzo 2019


Lo stato dell’economia spagnola secondo l’editorialista Guido Salerno Aletta

La Spagna torna alle urne, per la terza volta in quattro anni, con le elezioni politiche già fissate per il prossimo 28 aprile. Il governo presieduto da Pedro Sànchez, leader del Partito socialista spagnolo (PSOE), si è dimesso dopo la bocciatura del bilancio per il 2019 da parte delle Cortes. Fosse accaduto in Italia, avremmo visto lo spread sul debito pubblico schizzare alle stelle: per Madrid, invece, tutto tace. E ci sono ben serie ragioni per mettere la sordina.

Per l’intanto, i fatti. Il 13 febbraio scorso, l’eterogenea maggioranza che sosteneva il Premier Sanchez, composta dal raggruppamento di partiti di sinistra Unitos Podemos (UP), e dai rappresentanti di due partiti indipendentisti catalani, la Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) ed il Partido Demócrata Europeo Catalán (PDeCAT) è andata in frantumi, ma per ragioni che nulla avevano a che fare con il contenuto della manovra: questi ultimi pretendevano che Sánchez, in cambio del loro voto favorevole, avviasse i negoziati che avrebbero dovuto portare alla convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Una richiesta irricevibile, una provocazione bella e buona.

Il Premier Sànchez ha chiesto di andare alle urne, stretto in una tenaglia. Da una parte c’è stata la forzatura dei Catalani, che si fa risalire al ritorno sulla scena sin dal luglio scorso dell’ex Presidente della Generalitad di Barcellona, Carles Puigdemont: costui ha infatti beneficiato del rifiuto da parte della magistratura tedesca di concederne l’estradizione in Spagna, per rispondere alla accusa di attentato alla unità nazionale che gli era stata mossa dal Tribunale Supremo di Madrid. Dall’altra parte, la rinnovata richiesta di autonomia da parte della Catalogna, che era già sfociata nella dichiarazione di indipendenza da parte di Puigdemon, e che è stata poi soffocata con la forza dal governo di Madrid, è un pericolo per la unità nazionale spagnola: per reazione, ha dato luogo ad una nuova formazione di estrema destra, identitaria e sovranista, Vox, contrarissima a qualsiasi concessione nei confronti di Barcellona, con un consenso per ora concentrato nelle aree più povere della Spagna Il suo pur limitato successo elettorale, visto che a dicembre in Andalusia ha raccolto appena il 10% dei voti, è stato sufficiente per dare vita ad una inedita maggioranza di destra, composta da Vox, dai Popolari e dai liberali di Ciutadanos.

I sondaggi relativi alle prossime elezioni politiche non forniscono nessun pronostico certo, né è facile prevedere che tipo di alleanze parlamentari potrebbero emergere, se fondate ancora sulla contrapposizione tra schieramenti di centrodestra e centrosinistra. Mentre i Socialisti guidati da Sanchez sono dati in crescita, i Popolari sarebbero in caduta per via della erosione di voti da parte di Vox. Ed ancora, mentre Ciutadanos guadagnerebbe voti, Unitos Podemos ne perderebbe: c’è un generale rimescolamento di carte, sia a destra che a sinistra.
Dal punto di vista economico e finanziario, la situazione della Spagna è molto più precaria di quanto non si dia a vedere. Ci si occupa sempre e solo del bilancio e del debito pubblico e non della situazione complessiva di Un Paese: questo è il vizio di origine del Trattato di Maastricht, aggravato dal Fiscal Compact. La moneta unica, per di più, ha nascosto e continua a celare squilibri enormi, che il mantenimento delle valute nazionali avrebbe immediatamente palesato.

Il caso della Spagna è emblematico: tra il 2000 ed il 2008, mentre il pil reale cresceva del 28,9% ed il debito pubblico crollava passando dal 59,9 al 39,8 % del pil, la bilancia dei pagamenti correnti accumulava passivi pari al 46 per cento del pil e l’indebitamento dei privati schizzava dal 122,3 al 219,5 % del pil. Squilibri folli, nel tripudio generale.

Non basta. All’inizio del 2001, data di entrata in circolazione dell’euro, la posizione finanziaria netta della Spagna era complessivamente passiva per 225 miliardi di euro, un ammontare pari al 34,8% del pil. Un passivo già consistente, visto che sfiorava già la soglia del 35% che viene considerata come squilibrio macroeconomico rilevante da parte della Unione europea. Nel dicembre 2009, la posizione netta era arrivata a -1.009 miliardi di euro, pari al 93,5% del pil. A settembre scorso, il passivo si era ridotto, ma di una inezia, a 965 miliardi di euro, pari all’86,5% del pil. Alla stessa data, i soli debiti netti di portafoglio della Spagna verso l’estero ammontavano a 525 miliardi di euro, una somma pari alla metà del pil. La Spagna è oberata di debiti verso l’estero: i creditori non hanno nessuna voglia di destabilizzarla.

Si è maramaldeggiato solo con la povera Grecia, schiacciata dal medesimo meccanismo. Fra il 2000 ed il 2007, il suo pil crebbe del 32,4% in termini reali; ma nel frattempo la sua bilancia dei pagamenti aveva accumulato un deficit pari al 67% del pil, mentre il debito dei privati era esploso passando dal 55,4 al 118,4 % del pil. Per ogni euro di pil in più, ce n’erano stati due di squilibrio sull’estero ed altrettanti di debito.

Non è acqua passata, perché anche il debito estero greco è imponente: una questione di cui non si parla.

Nell’ambito europeo, le pesantissime passività estere della Spagna e della Grecia non rappresentano un caso isolato: nella classifica mondiale dei Paesi che a fine 2017 avevano la peggiore posizione finanziaria netta, calcolata in percentuale sul pil, troviamo, a partire dal fondo: Islanda (-398%), Irlanda (-185%), Grecia (-135%), Cipro (-125%), Portogallo (-105%), Spagna (-81%), Croazia (-71%), Nuova Zelanda (-65%)
, Polonia (-62%), Ungheria (-59%), Lettonia (-58%), Slovacchia (-58%). Ben 10 dei 12 Paesi messi peggio al mondo sono aderenti all’Unione Europea. Basta guardare in alto, nella classifica, per capire come sono andate le cose: la Germania campeggia per saldo attivo (+54%), mentre anche la Francia traccheggia (-16%). La vera sorpresa è l’Italia, che ha ridotto costantemente le passività nette sull’estero: rispetto ai 109 miliardi di euro del 2017 (-6,3% del pil), alla fine del 2018 si sono ridotte a 55 miliardi (-3,1%).

Meglio parlare solo di deficit e di debiti pubblici, come fa la Commissione europea. A fine novembre, si è dimostrata ancora una volta straordinariamente comprensiva nei confronti del governo spagnolo, nonostante la sua manovra di bilancio fosse tutta impostata sul binomio “tassa & spendi”: per il 2019, si prevedevano nuove entrate, stimate pari al +0,6% del pil, e maggiori spese valutate nel +0.2%, con la conseguente riduzione del deficit dello 0,4%. Figuravano un aumento della tassazione diretta sui profitti delle imprese, la introduzione di nuove tasse sulle transazioni finanziarie e sulle attività digitali, insieme a misure volte a contrastare le frodi fiscali. Si prevedeva anche un incremento delle entrate contributive per via dell’aumento del salario minimo. Tra le misure di spesa: indicizzazione delle pensioni ai prezzi al consumo del 2018 e del 2019; incrementi delle pensioni minime e di quelle integrate al minimo; maggiori spese nel settore dell’istruzione, della assistenza sociale ed a favore della R&S. La Commissione aveva stimato diversamente l’impatto macro, considerando un +0.4% del pil per le entrate ed un +0.3% per le spese, con la conseguente riduzione del deficit allo 0.1%.

Guanti di velluto anche per quanto riguarda la riduzione del debito pubblico. Dopo aver ricordato che secondo il governo spagnolo il progetto di bilancio avrebbe comportato una riduzione del rapporto sul pil dal 97% del 2018 al 95.5% del 2019, la Commissione ha rettificato anche questa riduzione, portandola al 96.2%. Si è quindi limitata a rilevare che non ci si attendono sufficienti progressi, anche considerando che è previsto un miglioramento strutturale del bilancio pari allo 0.6% del pil. In conclusione, il piano finanziario della Spagna è a rischio di non conformità rispetto alle previsioni del Patto di Stabilità e Crescita per quanto riguarda l’aggiustamento verso l’obiettivo di medio termine: poiché non si registrano sufficienti progressi sul versante della riduzione del debito, ha invitato il governo spagnolo ad adottare le necessarie misure nel corso dell’anno. Baci ed abbracci.

Se la Spagna avesse mantenuto la peseta, tutti si sarebbero tempestivamente preoccupati degli squilibri accumulati dalla sua bilancia dei pagamenti correnti, e delle crescenti passività finanziarie sull’estero: il rischio di cambio avrebbe agito da freno. Non lo immaginavano proprio, gli spagnoli così entusiasti di aderire alla moneta unica tra i primi, trascinando l’Italia, il disastro a cui andavano incontro. Peggio di una guerra: hanno debiti che non ripagheranno mai. Nel silenzio generale, sotto la mantiglia dell’euro, si nascondono macerie enormi.

Gli ebrei in Palestina una razza da estirpare

FINE DELLE MEZZE STAGIONI: LA GUERRA PERENNE DEGLI ARTEFICI DELLA DESTABILIZZAZIONE

Pubblicato 29/03/2019

DI ALBERTO NEGRI


Il Financial Times annuncia che il pubblicizzato piano di pace di Kushner, genero di Trump, è scomparso: come se da questo giovanotto e dal suo amico assassino, il principe Mohammed bin Salman, potesse venire fuori qualche cosa di buono. L’unico piano Usa è stato riconoscere Gerusalemme e il Golan a Israele contro ogni risoluzione Onu, mentre quello di Netanyahu, in vista delle elezioni, è bombardare tutto quello che passa nel mirino dei suoi caccia, in Siria e nei Territori palestinesi. Guerra dunque all’Iran, guerra allo Yemen, al Libano e agli Hezbollah, guerra ai palestinesi perché ci deve essere un solo stato dominante: Israele. Erdogan è già occupato dai curdi mentre a Putin in fondo non va male: qualche missile lo vende anche lui. Quanto all’Europa non viene citata neppure tra gli spettatori. Vende armi con la testa voltata da un’altra parte. Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni dei negoziati di pace, infiniti e inconcludenti. Ditelo pure a Greta.

Roberto Pecchioli - L'Euroimbecillità si è creata la sua bolla e vuole obbligarci a vivere li dentro, ma non tutte le ciambelle riescono con il buco

L’UE E IL DIRITTO D’AUTORE. LA CENSURA DELLA RETE.

Roberto Pecchioli 27 Marzo 2019 

La direttiva dell’UE sul diritto d’autore è stata approvata dal Parlamento europeo con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Una volta di più le istituzioni comunitarie si sono dimostrate nemiche della libertà concreta dei cittadini e spudorati servitori dei grandi gruppi di interesse. Non stupisce l’impegno dei grandi raggruppamenti politici – popolari, socialisti, liberali – a favore della nuova normativa, tantomeno l’unanime entusiasmo della cosidddetta “grande stampa”, i cui editori sono i maggiori beneficiari della nuova normativa.

E’ bene rammentare che le direttive dell’UE non diventano subito legge degli Stati membri, ai quali è lasciato un tempo per adeguare le rispettive legislazioni. L’opposizione compatta alla direttiva di Lega e Cinque Stelle, oltre a quella di diversi esponenti di altro orientamento, lascia qualche debole spiraglio di speranza nel Parlamento italiano.

Ha ragione Julia Reda, deputata tedesca del movimento dei Pirati, animatrice dell’opposizione alla normativa, quando afferma che sono giorni oscuri per la libertà della rete. Cerchiamo dunque di orientarci nel labirinto di polemiche che hanno accompagnato il cammino della direttiva. L’obiettivo dichiarato, condivisibile, è quello di riformare e modernizzare le regole relative ai contenuti che circolano in rete soggetti a licenza (diritti d’autore, proprietà intellettuale, ecc.).

La direttiva stabilisce una serie di misure il cui risultato sarà vietare,rendendole impossibili, alcune abitudini quotidiane degli internauti: condividere notizie sulle reti sociali o postare “memi”, i contenuti creati dagli utenti, se soggetti in tutto o in parte a licenze o diritti. La privatizzazione della rete a vantaggio di pochi grandi è cosa fatta, con tutte le conseguenze in termini di limitazione della libertà.

La polemica investe soprattutto due articoli. L’articolo 15 stabilisce il pagamento di una somma, già definita link tax, per poter condividere contenuti attraverso il collegamento ad altri siti. Si obbliga cioè a pagare per diffondere contenuti; il risultato sarà che non si potranno più mostrare gli estratti e moltissimi contenuti (e siti) o cesseranno di essere disponibili.

Ancora più controverso è l’articolo 17, che obbliga i grandi media sociali (Twitter, Facebook, Instagram, Youtube) e i motori di ricerca a stabilire filtri per bloccare automaticamente tutto quanto è coperto da diritto d’autore. Secondo molti esperti, l’imposizione della link tax è assurda, specie se riferita al contenuto di mezzi di comunicazione, che in molti casi sono i maggiori interessati alla diffusione e condivisione delle loro notizie. Altri, come la Piattaforma in Difesa della Libertà di Espressione, sottolineano l’impatto negativo sul pluralismo informativo, oggi assicurato quasi esclusivamente dalla rete, per la dipendenza dell’intero sistema di comunicazione dalla cupole oligarchiche di potere.

I media interessati, a partire da Google, faranno largo ricorso ai cosiddetti “filtri di caricamento”, strumenti complessi assai costosi a disposizione di pochi, potenti software di intelligenza artificiale incaricati di ispezionare immense quantità di dati. Per quanto la normativa esenti dagli adempimenti i soggetti con modesto volume d’affari, ciò espellerà dal mercato chi non è in grado di svolgere i controlli prescritti. Rimarranno attivi, come in tutti gli altri settori economici, i colossi, alla faccia del totem della concorrenza e del libero mercato. Il rischio più evidente, già manifestatosi in numerosi episodi con protagonista Facebook, è che la censura – poiché di questo si tratta – sia realizzata non da soggetti umani, ma da algoritmi, equazioni e modelli matematici.

I professionisti del settore ammettono che le grandi corporazioni tecnologiche, i soliti Google, Facebook, Apple, faranno largo uso di quelli che chiamano “falsi positivi”, ovvero eserciteranno la massima censura al minimo dubbio per evitare cause e richieste di indennizzo.

La direttiva riconosce una certa libertà nell’ambito di semplici citazioni, ma è ben difficile che le sfumature di giudizio raggiungano i modelli matematici, che finiranno per generare meccanismi automatici di blocco. La macchina ha un unico interesse, riconoscere il contenuto in cui compaiono estratti coperti da diritti.

La normativa prevede che si possa ricorrere contro la censura “tecnologica”, ma indica come responsabili i gestori di servizi che permettono di condividere contenuti, obbligandoli di fatto a porre in essere filtri di cancellazione, cioè praticare una gigantesca censura. Solo la supervisione sarà di competenza umana, per cui l’esito è scontato: prima la chiusura, poi la richiesta di intervento su reclamo dell’utente “bannato”. Risultato, meno libertà, spazi chiusi per i “piccoli”, ostracismo agli oppositori.

I primi sondaggi d’opinione segnalano una forte irritazione, sette europei su dieci intervistati ritengono che il parlamento europeo abbia utilizzato la proprietà intellettuale come alibi per tagliare la libertà di espressione. Si sono mossi intellettuali, docenti, scienziati, cittadini comuni. Una lettera aperta è stata firmata da oltre centotrenta manager di primo piano, convinti che le nuove disposizioni finiranno per danneggiare l’economia. Tra loro, spicca il nome di David Kaye, relatore delle Nazioni Unite per la libertà di espressione. La verità è che il testo votato è un abile compromesso sulla nostra pelle tra i colossi digitali e le lobby dei titolari di diritti d’autore, licenze e proprietà intellettuale.

Solo in superficie la direttiva è contraria agli interessi dei giganti di Silicon Valley. Non dimentichiamo che alcune settimane fa è stata rinviata a data da destinarsi la questione dell’imposizione di una (modesta) tassa europea a loro carico, i maggiori elusori ed evasori fiscali del pianeta attraverso meccanismi di deterritorializzazione e creazione di caroselli di imprese e giri di fatturazione che impediscono il prelievo fiscale. L’esultanza per l’approvazione della direttiva di Antonio Tajani, il giornalista già portavoce berlusconiano assurto alla presidenza dell’europarlamento, dimostra l’asservimento delle maggiori forze politiche europee.

Certo, desta sorpresa l’inedita alleanza tra settori d’opinione pubblica non conformista e i signori del web, ma i fatti dimostrano che le nuove norme, oltre ad attaccare pesantemente la libertà d’espressione, quindi il pensiero critico, sono un nuovo mattone nell’edificazione di un mondo totalmente privatizzato, in cui ogni cosa, a partire dalla cultura, è sottomessa a un osceno diritto di proprietà sovraordinato a tutto.

Non crediamo alla sincerità dell’opposizione alla direttiva di Google, Mozilla, Twitter e Wikipedia, ma non hanno torto gli animatori di XNet, piattaforma specializzata in diritti digitali, ad affermare che quello votato a Strasburgo è un testo tecnofobo, cucito su misura per i monopolisti del copyright, per di più non in grado di garantire il diritto degli autori a vivere degnamente del loro lavoro. La remunerazione, infatti, arriverà loro solo in scarsa misura, restando in capo agli editori, come osserva la delegazione della Lega all’Europarlamento.

Ecco chi ha votato per la censura. Per Lenin, il comunismo era “I soviet più l’elettrificazione”, per i piddini, la UE è “censura sovietica più le nozze gay”

Un portavoce di Twitter ha dichiarato: “manteniamo la nostra preoccupazione per le implicazioni della votazione sulla natura creativa, aperta, volta al dibattito, propria di Internet”. Da Google, la cui piattaforma Google News si nutre di collegamenti esterni, si dicono preoccupati per gli aspetti confusi del testo, destinati a generare infinite controversie giuridiche. Mozilla, creatrice del popolare browser multipiattaforma Firefox, dichiara apertamente che la norma serve a blindare i guadagni dei grandi titolari di diritti (editori, majors musicali), a detrimento del pubblico, con scarsa tutela per milioni di autori e piccole e medie imprese.

Il livello di pessimismo è grande, e riguarda sia l’impatto sugli utenti sia la pratica attuazione. E’ opinione corrente che l’articolato contenga contraddizioni palesi, alimentando una confusione tale da non poter fare previsioni, se non prendere atto che modificherà nel profondo il modo di vivere Internet. L’UE offre ai grandi motori di ricerca e alle reti sociali globali un nuovo potere e una grave responsabilità, in cambio di denaro da distribuire a editori, detentori di marchi, licenze e diritti d’autore, i loro grandi clienti pubblicitari. E’ una partita di giro, alla fine, in cui i grandi attori tecnologici ed economici se la cantano e se la suonano tra loro. Lottano per giganteschi profitti, come la raccolta pubblicitaria in rete, in mano per tre quarti a due soli soggetti, Google e Facebook, si scannano, o fingono di farlo, per la divisione della torta, ma il prodotto che vendono, una volta ancora, siamo noi, con fattura a nostro carico.

Nessun riguardo, da parte loro, per i nostri interessi e per il diritto a sapere, diffondere, produrre contenuti, cioè idee, conoscenza, cultura. Entro certi limiti possiamo comprenderlo, sono privati dediti unicamente al profitto. Ciò che maggiormante indigna è il servile atteggiamento di chi, il dannoso parlamento europeo, diventato organo interno delle grandi lobby, dovrebbe rappresentare la voce dei popoli, l’interesse generale, la dimensione pubblica. C’è solo da sperare nella capacità di mobilitazione popolare- che procede principalmente dalla Rete! – e nel castigo degli elettori alle forza politiche “di sistema” alle elezioni europee del 26 maggio, tale da rimettere in forse la direttiva. A livello italiano, conforta la presa di posizione governativa, da verificare quando la norma dovrà diventare legge dello Stato, ma colpisce negativamente il voto europeo favorevole pressoché unanime dei deputati di sinistra, solo a chiacchiere sensibili al tema della libertà dei cittadini.

La vigilanza deve essere massima, unita all’informazione più puntuale, assicurata- finché sarà possibile- da quei settori della Rete il cui bavaglio è l’obiettivo finale dei grandi centri di potere. Di certo, dal 26 marzo 2019 mezzo miliardo di europei sono meno liberi e hanno perduto parte del diritto a un’informazione libera. In compenso, sono più forti le oligarchie, specialmente i grandi gruppi editoriali, costola delle cupole di potere, e l’industria culturale orientata al profitto. Quanto ai giganti della tecnologia, continueranno a esercitare il loro monopolio, pagando qualcosa ai titolari di diritti di proprietà intellettuale. Faranno il lavoro sporco del potere, decideranno per tutti e continueranno a non pagare le tasse. Il conto, come sempre, quello economico e quello della minore libertà, dell’informazione censurata, delle idee vietate dagli strozzini postmoderni, è a carico dei popoli e dei cittadini.

(Il vero scopo: censura alle notizie vere)

venerdì 29 marzo 2019

Mattarella Mattarella non vuole la Commissione parlamentare sulle schifezze che hanno fatto le banche e chi doveva vigilare e non l'ha fatto

Banche: Italia chiede danni a Ue, alt di Mattarella per difendere Bankitalia

29 Marzo 2019, di 

La controffensiva dell’Italia sul caso banca Tercas è in arrivo: come rivela oggi Il Fatto Quotidiano ieri la maggioranza giallo-verde ha depositato in Senato una mozione con cui si impegna il governo a chiedere i danni alla Commissione europea per il suo no all’uso del Fitd, il Fondo interbancario, per il salvataggio di Banca Tercas prima e poi delle quattro banche in risoluzione dopo.

Che il governo era in procinto di presentare una richiesta di risarcimento all‘Unione europea lo si era capito dalle parole chiare del ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi che all’indomani della sentenza del Tribunale Ue che ha accettato il ricorso dell’Italia sul salvataggio di Tercas, aveva affermato:

L’Italia esaminerà l’importante sentenza, che chiarisce molti aspetti che si erano sostenuti all’epoca, e farà tutte le valutazioni”.

Intanto sul tema banche si delinea un nuovo caso che promette di far discutere. E’ preoccupato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla prossima commissione parlamentare di inchiesta sulle banche. Una preoccupazione che nasce dalla volontà manifestata dalla maggioranza di partire puntando il dito sulla vigilanza di Bankitalia. Da qui l’invito di Mattarella ieri al Quirinale del presidente del Senato e della Camera, Elisabetta Casellati e Roberto Fico che, secondo la stampa, è stata occasione per chiedere ai due di rendersi garanti di un andamento dei lavori compatibile con la Costituzione, che eviti conflitti di competenze e assicuri un’approfondita inchiesta senza strumentalizzazioni di parte. Ma soprattutto che si preservi l’indipendenza della Banca d’Italia.

A preoccupare il Colle anche il nome di colui che i Cinque Stelle vorrebbero mettere a capo della commissione banche, ossia il senatore Gianluigi Paragone anche se la Lega pare storca il naso. Da qui la legge che istituisce la commissione è arenata al Quirinale provocando le preoccupazioni di Mattarella a che non si trasformi in un processo a Bankitalia.

Le Vie della Sete e la visione di Di Maio e del M5S

Pino Arlacchi - L’economia reale è sulla Via della seta



È inutile minimizzare, e ridurre quanto accaduto nei rapporti tra Italia e Cina a un semplice scambio di cortesie commerciali e di finezze su Marco Polo e Matteo Ricci (il gesuita del 500 divenuto mandarino cinese). Una volta tanto, i governanti italiani l’hanno azzeccata in pieno, entrando per primi nel più grande gioco geopolitico messo in piedi dai tempi della Conferenza di Bretton Woods del 1944 in poi, e dalla fondazione delle Nazioni Unite l’anno dopo. Il progetto della Via della seta è l’impresa economica di maggiore respiro della storia umana. Per dimensione finanziaria (oltre 5 trilioni di dollari), impatto politico e ricadute culturali, esso incenerisce il Piano Marshall, che fu un affare da soli 130 miliardi di dollari tra Stati Uniti e un gruppo di 16 Paesi europei distrutti dalla guerra. L’esito dell’operazione lanciata da Pechino nel 2013 è scontato. La crescita della spina dorsale del mondo postamericano poggia infatti su forze di lungo periodo, quelle dell’integrazione eurasiatica, che è pressoché impossibile arrestare dopo il tramonto dei destini euroamericani. Le nuove forze superano di molto quelle che sono riuscite finora a bloccare l’apertura dell’Europa verso l’Iran e la Russia. La Via della seta è un gioco a somma zero solo per la parte perdente, rappresentata a) dalla finanza occidentale protetta dalla potenza americana e dai vertici dell’Ue, b) dal dollaro come valuta di riserva degli scambi mondiali, c) dalla concezione unipolare del governo del pianeta. Per i quasi 100 partecipanti (su 192 Stati membri dell’Onu), il progetto cinese offre vantaggi schiaccianti.

È la rivincita dell’economia reale, della produzione e del commercio di beni tangibili contro lo strapotere finanziario che lungo gli ultimi 50 anni ha condannato l’Occidente alla stagnazione e al regresso degli standard di vita del 90% della sua popolazione. Solo i banchieri che governano l’Unione europea attraverso Macron (banca Rothschild), Junker (lobby fiscale lussemburghese) e vari altri soggetti – commentatori di Repubblica inclusi – possono ignorare l’immensa opportunità che la Via della seta offre a nazioni manifatturiere come l’Italia e la Germania collegando direttamente l’Europa alla zona economica più vasta e dinamica del mondo, che produce la metà del Pil globale. Non si tratta infatti solo di Cina, ma di Asia Centrale, India, Indonesia, Vietnam, Corea del sud, e molti altri.

Paesi di industria e di commercio, non succubi della finanza privata, dove la potenza del risparmio e dei mercati viene messa al servizio della produzione e della società, generando tassi di crescita impensabili nell’Europa di oggi.

La Via della seta è la proiezione estera di una formula vincente del rapporto Stato-mercato che a ben guardare non è affatto estranea né all’Italia né all’Europa. I miracoli economici realizzati durante l’età d’oro del capitalismo europeo – tra il 1945 e il 1970 – furono basati sugli stessi ingredienti dei successi orientali odierni: sottomissione della finanza all’industria e guida dei mercati da parte dell’ autorità pubblica. Il capitalismo finanziario che impoverisce l’Occidente non può tollerare un progetto che non può controllare e dal quale non può trarre che benefici marginali.

La Via della seta è un’entità autosufficiente dal punto di vista finanziario, potendo contare su una banca creata ad hoc nel 2015 assieme a tutti i principali Paesi europei – l’Aiib, Asian Infrastructure Investment Bank – e su un’altra banca multilaterale – l’Ndb, New Development Bank – partecipata dal gruppo dei paesi Brics. Il capitale di entrambe è di oltre 200 miliardi di euro ed eguaglia già quello della Banca Mondiale. E a questi erogatori di credito vanno aggiunti gli istituti finanziari interni alla Cina, che traboccano di disponibilità ancora più rilevanti. Ma l’incubo più inquietante dei padroni dell’Occidente è una Via della seta che diventa nel giro di una ventina di anni l’asse portante di un commercio mondiale che avviene in euro, renminbi, rubli, rupie, yen e non più in dollari. Accelerando il crollo del pilastro fondamentale della supremazia americana sul pianeta. Il dollaro è la risorsa che ha consentito agli Stati Uniti di vivere al di sopra dei propri mezzi per almeno mezzo secolo, stampando moneta a volontà e inviando il conto al resto del mondo.

Un pianeta de-finanziarizzato, de-dollarizzato e multivalutario, sarà anche un pianeta politicamente multipolare, con almeno 6 diversi centri di influenza, e nessuna potenza egemone. Ma dotato di un sistema di regole comuni che già esiste. Centrato sull’Onu e sullo scarso appetito per le armi e per le guerre da parte dei suoi partecipanti, con in primis l’Europa e la Cina. E nonostante l’ eccezione americana. La Via della seta, perciò, non è solo la strada verso una benefica integrazione eurasiatica. È un passo cruciale verso un mondo più prospero, pacifico e inclusivo, che va intrapreso senza esitazione.

Notizia del: 27/03/2019

Ancora per breve tempo il mondo dovrà sopportare i soprusi statunitensi


Esperto: le sanzioni contro Iran e Venezuela hanno reso gli USA leader del petrolio
© AP Photo / Hussein Malla

22:06 28.03.2019

Le sanzioni contro Iran e Venezuela hanno permesso agli Stati Uniti di appropriarsi delle quote dei due paesi sul mercato globale del petrolio. Lo ha dichiarato oggi a Sputnik Omid Shukri Kalehsar, esperto iraniano indipendente di sicurezza energetica.

"Come risultato della rivoluzione dello scisto, gli Stati Uniti, che in passato importavano petrolio, sono riusciti a raggiungere l'autosufficienza nel settore energetico e diventare uno dei maggiori fornitori di gas e GNL, sia ai paesi limitrofi che ai loro alleati, principalmente in Europa. Gli Stati Uniti usano le esportazioni di energia come fattore di influenza nelle loro relazioni con gli altri paesi, e questo fattore, insieme all'uso di uno strumento come le sanzioni, è diventato decisivo nel plasmare la politica estera degli Stati Uniti”, ha detto l'esperto.

Egli ha sottolineato che le sanzioni contro l'Iran hanno portato a una significativa riduzione delle esportazioni iraniane.

“Se gli Stati Uniti continuano la politica di sanzioni e in maggio non prorogano l'esenzione dalle sanzioni concessa a otto paesi importatori di petrolio iraniano, è probabile che le esportazioni di petrolio dell'Iran diminuiranno ancora di più", ha spiegato.

Parlando degli obiettivi della politica statunitense, Kalehsar ha osservato che gli USA sono diventati leader nella produzione di petrolio a spese dell'Iran e del Venezuela, tenute fuori dal mercato petrolifero globale proprio dalle sanzioni americane.

"Gli Stati Uniti sono diventati uno dei maggiori produttori di petrolio, e le sanzioni petrolifere contro Iran e Venezuela consentiranno loro appropriarsi delle quote dei due paesi sul mercato mondiale. Ciò vale non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altri paesi produttori di petrolio, membri e non membri dell'OPEC. Se l'Iran e il Venezuela mantengono la produzione e le esportazioni di petrolio allo stesso livello, nessuno potrebbe prendere il loro posto; pertanto, le sanzioni contro Iran e Venezuela avvantaggiano non solo gli Stati Uniti, ma anche l'OPEC", ha concluso l'esperto.

Secondo JODI, gli Stati Uniti, per l'undicesimo mese consecutivo, sono al primo posto nella classifica mondiale dei paesi produttori di petrolio. Con 11.881 milioni di barili al giorno, a gennaio di quest'anno hanno superato l'Arabia Saudita, “ferma” a 10.243 milioni di barili al giorno.