Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 6 aprile 2019

3 aprile 2019 - Sen. Alberto Bagnai: anche l'ovvio vuole la sua parte «Lo Stato non è i...

Il burocrate Zingaretti non sposta nulla. La politica ha regole e il corrotto euroimbecille Pd continua a essere il primo servo dei padroni niente idee e uomini vecchi e logori che non sanno esprimere niente di nuovo


Altro che Pd allargato, c’è spazio solo per gli amici. Il maxi-Centrosinistra di Zingaretti si riduce al ritorno di Speranza & C. 

6 aprile 2019 di Carmine Gazzanni


Un nuovo centrosinistra. Che raccolga tutte le voci e guardi, dopo la fallimentare esperienza renziana, più a sinistra che al centro. Sulla scia di quest’intento programmatico Nicola Zingaretti è diventato il nuovo segretario del Pd. E su questa scia, come si sa, i primi sondaggi post-nomina hanno dato un Partito democratico in forte ascesa, quasi pari al Movimento cinque stelle con cui pure Zingaretti ha detto di voler dialogare. Insomma, dopo una stagione inclusiva com’è stata quella di Matteo Renzi, il nuovo segretario pare proprio voler dialogare con tutti. Specie a sinistra.

I fatti, però, dicono tutt’altro. La ragione per cui i dem starebbero guardando ad altre formazioni sarebbe da ricondurre, come si sa, alla morìa di candidatura interne ai dem. Gli occhi sarebbero rivolti, però, solo ai figliol prodighi di Mdp. “Roberto Speranza e Nicola Zingaretti sono amici di lunga data: è quello il gruppetto a cui punta il Pd”, si mormora in Transatlantico. Anzi: più di qualcuno sarebbe pronto a giurare di aver visto personaggi vicini a D’Alema, Bersani & C. andare a votare alle primarie per Zingaretti. “D’altronde – aggiunge qualcun’altro – Mdp o si aggancia al Pd oppure sparisce”.

Insomma, il tornaconto se così si può dire è biunivoco. Quel che non si può dire, invece, è che l’obiettivo sia una famiglia allargata. A quanto risulta a La Notizia, infatti, nessun colloquio sarebbe stato mai avviato dal “nuovo” Pd di Zingaretti con le altre due formazioni che formavano alle scorse politiche Liberi e Uguali: Possibile e Sinistra Italiana. Né con Dema di Luigi de Magistris, né tantomeno con Potere al Popolo et similia. Segno, evidentemente, che la paventata coalizione “de sinistra” in realtà è solo teoria e poca pratica. Ma c’è di più. Come fa notare più di qualcuno, paradossalmente la formazione che porterà il Pd alle europee è più stringata di quella che ha portato Renzi alle politiche.

In quella circostanza insieme ai dem c’era +Europa di Emma Bonino e “Insieme”, lista che teneva assieme Psi e Verdi. Oggi, invece, +Europa correrà con Italia in Comune, la formazione che fa capo a Federico Pizzarotti. E i Verdi, invece, si sono alleati con Possibile, in un progetto alternativo alle solite schermaglie e che guarda a tematiche tanto reali e urgenti quanto sottovalutate dai soliti schieramenti. “Europa Verde – questo il nome della lista – è un progetto ecologista e progressista che vuole rispondere alle istanze dei giovani scesi in piazza, aderendo allo sciopero globale per il clima, per chiedere nuove politiche. Ma in questa lista ci sono anche proposte concentrate sul protagonismo femminile, per rovesciare gli schemi”, ha spiegato la segretaria di Possibile, Beatrice Brignone.

Al Pd, a questo punto, tra i tanti no raccolti, non resta che Carlo Calenda (il cui progetto elefantiaco alla fine ha partorito un topolino) e qualche sparuto accordo qui e lì, a cominciare da Giuliano Pisapia. Per il resto la mega coalizione di centrosinistra, ad oggi, si è ridotta alla solita ditta che di nuovo ha ben poco. A Zingaretti, a quanto pare, non resta che provare a “sfilare” candidati qui e lì. Così, secondo alcuni ben informati, andrebbe letta la proposta avanzata dai dem di candidare Elly Schlein, la giovane eurodeputata di Possibile. Nessuna smentita è arrivata dall’europarlamentare. Nel partito, però, nessuno ha notizie in tal senso, vista l’alleanza appena fatta con i Verdi. Insomma, amici di vecchia data, solita ditta, movimenti sottobanco e zero aperture alle altre formazioni. Benvenuto nuovo vecchio Pd.

Il fanfulla Salvini alcune regole della politica le ha acquisite per questo si tiene stretto stretto il M5S e vuole governare per tutta la legislatura, il suo potere è effimero e come velocemente l'ha conquistato così velocemente lo può perdere

Com’è finita con le ammucchiate di Centrodestra. Nelle regioni hanno stravinto ma governare è un calvario

6 aprile 2019 di Carmine Gazzanni


Il Centrodestra ha riconquistato Abruzzo, Basilicata, Sardegna. Urrà. Urla di giubilo. Tutti felici e contenti per l’ondata di cambiamento che ha investito, nel giro di poche settimane, tre regioni italiane. Tutti felici e contenti – specie dai vertici di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – finché non finiscono i festeggiamenti, finché non si deve cominciare a lavorare. Ed è lì che l’accozzaglia con cui si corre alle amministrative, un coacervo di liste e listarelle che durano il tempo di raccogliere qualche sparuto voto qua e là, mostra tutto il suo lato grottesco.

L’invincibile armata della narrazione pre-elettorale dei capoccia del centrodestra scesi per l’occasione in terre mai visitate prima e mai più visitate dopo, si manifesta per quella che è: una misera Armata Brancaleone il cui unico pensiero è capire come restare in piedi il più a lungo possibile. E così, tanto in Abruzzo quanto in Sardegna e Basilicata, se è vero che il centrodestra ha schiacciato centrosinistra e Movimento cinque stelle, è altrettanto vero che governare adesso è praticamente impossibile. Figuriamoci governare bene: una chimera.

Il caso più eclatante arriva dalla Sardegna. Il neo governatore Christian Solinas (che ha vinto dopo essere stato sostenuto da qualcosa come undici liste in coalizione!), per risolvere l’impasse, ha deciso di fare le cose a metà. Dopo giorni di trattative con le forze politiche del centrodestra che lo hanno sostenuto, ha presentato la sua giunta. Peccato sia, per l’appunto, dimezzata: solo 5 assessori su 12. Otto le deleghe (Agricoltura, Industria, Lavori pubblici, Cultura, Urbanistica, Affari generali, Trasporti) che Solinas ha trattenuto a sé. Due sono le cose: o il governatore ha tentazioni dittatoriali oppure la quadra è ben lontana dall'essere definita. Ed è abbastanza curioso se si pensa che le regionali in Sardegna si sono tenute il 24 febbraio. Un mese e mezzo fa.

Chi ha vissuto uguale delirio è stato il collega di Solinas, Marco Marsilio, presidente della Regione Abruzzo. Dopo le elezioni regionali tenutesi il 10 febbraio, il 12 marzo il governatore ha formato la sua giunta. In quel mese si sono susseguite liti furibonde, minacce, fuoriuscite dalla coalizione, ricatti. Il modo migliore per cominciare una consiliatura all'insegna del cambiamento, insomma. Tanto che il povero Marsilio ha pensato all'unica soluzione possibile: nominare una prima giunta, cambiare lo statuto regionale e allargare il numero massimo dei componenti della giunta stessa.

“Segnalo – aveva detto un Marsilio in evidente difficoltà per giustificare una manovra che per tanti è figlia dell’accozzaglia elettorale – che la Regione ha solo 6 assessori, io questo lo considero un problema di funzionalità, perché una normale città ha 9, 10, a volte 12 assessori. Io credo che affidare a sole 6 persone questo compito immane sia alla radice di tante disfunzionalità. Porrò questa riflessione al Consiglio regionale, nella prima seduta”. Per fortuna (almeno per ora) non se n’è fatto più nulla: la giunta abruzzese è rimasta con 6 assessori. Ma chissà che un bel giorno non ci ritroveremo con una giunta che conta più membri del consiglio.

Infine c’è la Basilicata, ultime terra chiamata al voto prima dell’appuntamento atteso a fine maggio con le europee. A 14 giorni dalle elezioni regionali del 24 marzo, il neo-governatore Vito Bardi ancora non ha una giunta. E, a dire il vero, ancora non ha neanche un consiglio. La Corte di Appello, infatti, non ha ancora terminato l’esame dei verbali relativi alle elezioni che hanno decretato la vittoria del centrodestra. E se il consiglio latita, figuriamoci la giunta: “Sto lavorando sul programma da sottoporre alla maggioranza. Solo dopo mi dedicherò all'esecutivo, previo consulto con gli alleati”, ha detto Bardi cercando di guadagnare tempo e sperando in un esito più felice rispetto ai colleghi presidenti di Sardegna e Abruzzo.

Ma resta un quesito che aleggia sull'immobilismo delle prime settimane di non-governo regionale: costoro non sono stati eletti perché, a loro dire, non si è fatto nulla nella sanità, sul lavoro, per i giovani? La partenza a zero allora lascia a maggior ragione perplessi. Specie se si pensa che l’unico motivo per cui vige lo stop assoluto sono le nomine e la spartizione per l’accozzaglia. Vengono in mente le parole di Brancaleone da Norcia, magistralmente interpretato da Vittorio Gassman, che rivolto alla sua Armata diceva: “Dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche”. Appunto.

http://www.lanotiziagiornale.it/come-finita-con-le-ammucchiate-di-centrodestra-nelle-regioni-hanno-stravinto-ma-governare-e-un-calvario/

Gaetano Pedullà, il grande inganno dei social network e la nostra educazione


Il Grande fratello delle toghe. I magistrati si cancelleranno dai social network? E’ molto improbabile 

6 aprile 2019 di Gaetano Pedullà


L’ex ministro e sindaco di Roma Francesco Rutelli pare che abbia provato a dissuadere la figlia a non partecipare alla prossima edizione del Grande Fratello usando argomenti più espliciti di quelli con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sconsigliato i social network ai magistrati.

Stare sulla rete e in genere sui media – ha detto ieri il Capo dello Stato – può offuscare la credibilità e la terzietà dei giudici. Risultati? Così come la nuova concorrente del programma Mediaset ha dato il due di picche al padre, anche per le toghe è molto improbabile che si cancellino tutte da Facebook e da domani comincino a parlare solo con le sentenze.

Per quanto autorevoli e forti della loro saggezza, gli argini a una spettacolarizzazione della vita (e di tutto quello che facciamo, che mangiamo, che godiamo, che decidiamo) sembrano destinati a cedere, esattamente come un Salvini qualunque di fronte alla milionesima richiesta di un selfie. Oggi nelle pagine interne di questo giornale riveliamo che tra i regali più richiesti dai giovani ci sono i ritocchini estetici per comparire meglio nelle foto di Instagram da condividere, alimentando l’illusione di essere tutti influencer, anche se a mettere il like sono solo mamma e papà.

Il punto non è dunque alzare inutili barriere rispetto a un richiamo irresistibile, quasi una certificazione di esistenza in vita che spetta solo a chi sta nella grande piazza virtuale, consumatrice voracissima di tutto ciò che trasgredisce e che ci indigna, da Fabrizio Corona agli abusi del potere. Meglio allora seguire un’altra strada: educarci tutti all’uso dei social e della vita che non è sempre uguale tra palco e realtà, insegnando l’alfabeto di questa nuova scrittura come a noi e ai nostri avi è stato fatto a scuola con le lettere.

Uno sforzo che i colossi della rete non si sognano di fare, anche per non perdere il giochino con cui fanno affari d’oro, ma che dovrebbe esigere la politica, se esiste qualcosa che possa definirsi tale, al di là delle beghe di cortile o dei talk show, guarda caso pure questi in tv e rilanciati dalla rete.

Giulio Sapelli - Libia - mentre il fanfulla Salvini a Parigi si godeva le sbrodolate lodi del ministro francese Macron continua ad aumentare il proprio potere per gli interessi della Francia. Il fanfulla Salvini incapace di giocare a scacchi

La crisi libica giova alla Francia. L’Italia non resti alla finestra. Parla Sapelli: “L’Onu ha sbagliato a puntare su Sarraj. Macron lavora contro Roma guadagnando dal conflitto”


6 aprile 2019 di Caris VanghettiL'intervista

“I francesi traggono benefici dall’instabilità che hanno creato in Libia” secondo l’economista Giulio Sapelli è questa la chiave di lettura per comprendere quello che sta accadendo nel paese che fu di Gheddafi.

Il generale Khalifa Haftar ha iniziato la marcia su Tripoli, cosa cambia nello scenario libico adesso?
“E’ una cosa attesa, ha già occupato diversi porti petroliferi e lo fà forte di un alleanza ampia, d’altronde è un uomo ben sponsorizzato. E’ cittadino americano, ha vissuto vent’anni in Virginia, a pochi chilometri da Langley dove c’è il quartier generale della Cia. Ha un rapporto molto forte con il ministro degli Esteri francese Yves Le Drian, che ha appena incontrato, credo”.

L’Italia cosa può fare?
“La conferenza di Palermo non si è risolta con un gran risultato. Non parliamo della figura che ha fatto l’Onu, dimostrando la mia tesi che le organizzazioni internazionali funzionano se gli Stati nazionali che le sostengono, cooperano. In questo caso c’è una sostanziale conflittualità e quindi Antonio Guterres (Segretario Generale dell’Onu ndr) appoggiava un uomo, questo Al Serraj che non è sorretto neppure dai sauditi, che hanno appena ricevuto Haftar. Lì la situazione si sta capovolgendo e lo smacco principale è per le Nazioni Unite che hanno sempre puntato sul cavallo sbagliato”.

Vede delle responsabilità francesi dietro a quanto sta accadendo in Libia?
“Ogni Stato fa la sua politica e cerca di ampliare la sua sfera di influenza, gli obiettivi lì sono il petrolio e il gas. I Francesi fanno da sempre questo tipo di politica. Sono stati loro a bombardare Gheddafi, insieme agli inglesi, e con la disattenzione americana, hanno fatto cadere un elemento di forte stabilizzazione della situazione non solo libica, ma anche centroafricana, che era il potere Gheddafi. Questo significa che loro (i francesi ndr) traggono vantaggio dalla instabilità che hanno creato. Pensano (i francesi ndr) di continuare a approfittare di questa situazione nell’Africa subsahariana perché il Fezzan è la cerniera tra il Mediterraneo e il centro Africa, e lì la Francia ha ingenti interessi. In quella zona ci sono 15 Stati che sono organicamente ed economicamente legati alla Francia. E ovviamente tutto ciò lo fanno contro l’Italia, danneggiando i nostri interessi lì”.

Cosa potrebbe fare l’Italia per tutelare i propri interessi in Libia?
“Credo che il ministro degli Esteri (Enzo Moavero, ndr) dopo il fallimento del convegno di Palermo avrebbe dovuto essere molto più attivo. Sarebbe dovuto andare in Libia e avrebbe dovuto fare una politica estera anche più visibile perché in questi casi, c’è una diplomazia segreta che è la base di tutto, però quando ci si trova davanti a una manifestazione militare così aggressiva come quella di Haftar che va in spregio all’Onu, forse una politica un po’ più attiva del nostro ministro degli Esteri ci avrebbe giovato”.

E’ troppo tardi per correre ai ripari?
“Direi di sì, ma non tutto è perduto. Noi lì abbiamo l’Eni che opera con Total, e non è detto che un cambio di strategia e di potenza militare, oltre che di influenza diplomatica, voglia dire una perdita di posizioni delle nostre aziende. Certo che un po’ più di presenza diplomatica e maggior attivismo militare posso aiutare. A questo bisogna aggiungere una riduzione dei contrasti con la Francia”.

La situazione libica attuale rischia di aumentare il flusso di migranti verso l’Europa?
“No, assolutamente no. La Libia è in questa situazione da anni”.

La Sharia poggia su due gambe quella dei Fratelli Musulmani e quella wahabiti dominante in Arabia Saudita


Essere donne in Arabia Saudita: vietato per legge prendere decisioni

APR 5, 2019 

“Le donne dovrebbero essere considerate cittadini a pari diritti”, aveva dichiarato l’attivista saudita Aziza Al-Yousef al Guardian, nel 2016. Era stata lei a guidare una campagna in cui a migliaia avevano firmato la petizione per sradicare il sistema dittatoriale di tutela maschile vigente nel paese – una battaglia che Aziza ha combattuto, senza tregua, per oltre dieci anni.


“Tutti hanno affermato che non si tratta di religione, sono solo norme governative, e dovrebbero essere cambiate”, aveva insistito.

Nel 2018, Al Yousef è stata incarcerata, lasciata a languire in una cella e, si sospetta, sottoposta a torture crudeli – a causa del suo impegno in favore dei diritti delle donne. Martedì scorso le è stata garantita la scarcerazione temporanea, dopo aver passato quasi un anno in prigione. Almeno 10 attiviste per i diritti femminili rimangono in stato di detenzione e sono in attesa di conoscere la propria sorte, a seguito delle udienze che dovrebbero tenersi la settimana ventura.

Storie di questo tipo continuano ad emergere, quali amari promemoria della severità delle restrizioni cui sono tuttora soggette le donne nel paese islamico, e da tempo gli oppositori invocano lo smantellamento del “sistema di tutela maschile”.

Sotto la monarchia saudita, ogni donna deve avere un “wali” – un tutore di sesso maschile – che di solito è il padre, un fratello, il marito o uno zio. Alle donne è proibito prendere decisioni quali richiedere un passaporto, viaggiare, firmare contratti, studiare all’estero, avere libero accesso alle cure mediche, o sposarsi senza il permesso del tutore maschile. Quante fuggono da situazioni di violenza domestica o da abusi sessuali devono innanzitutto ottenere l’approvazione del tutore per poter sporgere denuncia alla polizia – il che risulta problematico, nel caso in cui l’autore degli abusi sia il tutore stesso.

La tradizione prende forma da un ambiguo versetto del Corano, che afferma: “Gli uomini sono i protettori e manutentori delle donne, poiché Dio ha concesso di più agli uni [quanto alla forza] rispetto alle altre, e perché spendono per esse i loro beni.”

Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente per Amnesty International, ha spiegato che, per questo motivo, in Arabia Saudita le donne e le ragazze devono tuttora fare fronte a una società intrinsecamente discriminatoria e vivere in uno stato di subordinazione legale agli uomini, cosicché è un parente maschio a dover prendere per loro ogni decisione.

“Le attiviste fanno campagna per le fine delle norme tutelari da molti anni. Nel 2016, l’attivista per i diritti delle donne Aziza al-Yousef ha consegnato alla corte reale una petizione corredata da 15,000 firme, che chiedeva la fine del sistema di tutela maschile,” ha detto.

“Nel Maggio dell’anno scorso, un certo numero di attiviste di spicco nell’ambito della difesa dei diritti delle donne sono state arrestate, nel continuo inasprimento dell’azione del governo saudita contro la comunità di difensori dei diritti umani. Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono state tutte incarcerate arbitrariamente per le loro attività di militanza pacifica, senza un reale capo d’accusa, e questo va avanti da Maggio.

In seguito al loro arresto, il governo ha dato via a una spaventosa campagna di diffamazione per screditarle in quanto “traditrici”.”

Le donne in questione sono state accusate di aver promosso i diritti delle donne e chiesto la fine del sistema di tutela maschile. Fra le accuse vi è anche quella di aver contattato organizzazioni internazionali, media stranieri e altri attivisti, compresa Amnesty International, che ha lanciato una petizione online per il loro rilascio.

Maalouf ha affermato: “Le attiviste sotto processo sono tra le donne più coraggiose che difendono i diritti umani in Arabia Saudita. Non solo sono state diffamate dagli organi d’informazione filo-governativi per il loro impegno pacifico in favore dei diritti umani, ma hanno anche subito orrende violenze fisiche e psicologiche in carcere. Sollecitiamo le autorità saudite ad annullare queste accuse oltraggiose e a rilasciarle immediatamente e senza condizioni.

“Le autorità devono inoltre garantire indagini indipendenti e imparziali intorno alle accuse di tortura sollevate delle attiviste e sostenere il diritto di queste alle riparazioni per la detenzione arbitraria e altre violazioni dei diritti umani”.

L’Arabia Saudita al momento occupa il 138esimo posto fra i 144 stati annoverati nel rapporto sul Gender Gap globale, e rimane uno dei paesi al mondo con le peggiori condizioni di segregazione sulla base del genere.

Nel 2000, il paese ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (Cedaw), il che implica che l’obbligo legale e morale a porre fine alla discriminazione nei confronti delle donne si estenderebbe a comprendere il sistema di tutela maschile. L’Arabia Saudita ha dichiarato che “la parità di genere è garantita nel territorio del paese secondo le misure della Shari’a islamica, che risultano generalmente allineate con gli standard internazionali per quanto concerne i diritti umani”.

In un’intervista con The Atlantic, il principe ereditario Mohammed bin Salman, responsabile della rimozione del divieto alla guida per le donne, ha riconosciuto che c’è bisogno di continuare a lavorare al miglioramento dei diritti femminili.

“Prima del 1979 esisteva la tutela come tradizione sociale, ma non c’era nessuna legge tutelare in Arabia Saudita”, ha affermato, facendo riferimento alla rivoluzione iraniana e all’occupazione della Grande Moschea alla Mecca da parte della fazione estremista sunnita, che condusse all’inasprimento della legge islamica nel paese.

“La norma non risale all’epoca del Profeta Maometto. Negli anni Sessanta, le donne non viaggiavano accompagnate da un tutore maschio. Ma oggi è così, e vogliamo lavorarci su e trovare una soluzione al problema che non danneggi le famiglie, né la cultura.”

Ha spiegato che esistono aspetti più profondi e complessi, che trovano fondamento nelle differenze sociali e culturali.

“Ad alcune famiglie piace mantenere l’autorità sui propri membri, e alcune donne non vogliono la possibilità di controllare i parenti maschi. Ci sono famiglie a cui il sistema va bene così com’è. Ci sono famiglie più aperte, che concedono alle donne e alle figlie ciò che desiderano. Quindi se acconsento a queste richieste, significa che sto creando problemi per le famiglie che non vogliono dare libertà alle proprie figlie.”

Nel 2016 l’Arabia Saudita ha annunciato il proprio progetto “Vision 2030”, che elenca i dettagli per la proposta strategica di crescita nazionale nel corso dei prossimi 15 anni. Nel progetto si affermava che il paese “continuerà a sviluppare il talento [femminile], investendo nelle capacità produttive delle donne e permettendo loro di rafforzare la propria posizione futura e di contribuire allo sviluppo della nostra società ed economia”.

Considerate le condizioni restrittive del sistema di tutela maschile, sarà il tempo a rivelare quanto possano definirsi plausibili o sostenibili aspirazioni di questo tipo.

Libia - Haftar è un militare e vuole trattare con i rapporti di forza determinati sul campo


Libia, ecco qual è il vero obiettivo di Haftar

APR 5, 2019 

Dopo i proclami bellicosi, da cui arriva l’annuncio ufficiale dell’avvio delle operazioni militari per la presa di Tripoli, Haftar lancia anche dichiarazioni più distensive e lo fa affidando il suo pensiero al portavoce Ahmed Al Mismari. Quest’ultimo a Bengasi nel pomeriggio di questo giovedì indice un’attesa conferenza stampa, seguita ovviamente da molti giornalisti locali. Ed è in questa sede, per l’appunto, che emerge il “tratto politico” dell’operazione messa in piede dal generale per la presa della capitale. 

“La conferenza nazionale si farà e noi la sosterremo” 

Il primo pensiero quando ben si comprende, durante le fasi di maggior tensione di questo giovedì, che tra Haftar e le forze fedeli al governo di Tripoli si rischia lo scontro frontale, inevitabilmente va alla conferenza nazionale di Ghadames. Programmata per metà aprile, mentre sul web si diffondono immagini di avanzate dell’esercito di Haftar e di milizie misuratine che convergono su Tripoli, dalla Libia circolano voci su un possibile rinvio dell’appuntamento voluto dall’Onu. La conferenza di Ghadames infatti, è la prima tappa del percorso ideato a novembre dalle Nazioni Unite e dall’alto rappresentante Ghassan Salamé per giungere alla pacificazione del paese africano. Ma con uno scontro militare sempre più evidente a dieci giorni dall’apertura dei lavori, è difficile immaginare in che modo essa possa raggiungere i suoi obiettivi. 

Ed invece Al Mismari riporta le intenzioni propositive di Haftar: “Noi crediamo in questa conferenza – afferma il portavoce del generale nella conferenza stampa, così come riporta l’AdnKronos – Lavoreremo perchè si riveli un successo importante”. Del resto, secondo Al Mismari, quella in corso a Tripoli altro non è che un’operazione anti terrorismo: “Vogliamo ripulire anche l’ovest della Libia da miliziani ed estremisti”, prosegue infatti il portavoce dell’uomo forte della Cirenaica. Quasi a sottolineare come, in realtà, da parte di Haftar c’è solo la voglia di giungere nella capitale non per controllarla ma per attuare l’ultimo piano della sua azione anti terrorismo. 

Tra forza militare e velleità politiche

Ecco quindi l’emergere del “doppio lavoro” di queste frenetiche ore da parte di Haftar. Da un lato si erge a comandante in capo di una delle battaglie che potrebbe risultare tra le più decisive per le sorti della Libia, dall’altro invece appare come un uomo politico pronto a trovare soluzioni diplomatiche alla crisi. Una strategia dal doppio binario dunque, che sottintende quelli che potrebbero essere i veri obiettivi del generale alla base della sua avanzata verso Tripoli. In particolare, pur rompendo gli equilibri instauratisi all’indomani del vertice di Palermo, Haftar non vuole interrompere del tutto il percorso avviato con l’Onu e certificato anche dal recente vertice avuto con Al Sarraj ad Abu Dhabi

Più semplicemente, ad Haftar basta arrivare alla periferia di Tripoli per poter rivendicare ancora più forza proprio a Ghadames e passare all’incasso prettamente politico in sede di conferenza nazionale. Niente deposizione di Al Sarraj, niente stravolgimento dell’attuale quadro istituzionale e niente stop al piano delle Nazioni Unite: non c’è da aspettarsi nessuna di queste ipotesi. Il generale vuole solo dimostrare la sua capacità nel prendersi il paese anche sparando pochi colpi. L’eventuale avanzata definitiva su Tripoli prima dell’appuntamento di Ghadames, altro non è che l’ultimo tassello prima di presentarsi al cospetto degli altri attori libici come unico soggetto realmente indispensabile per il futuro della Libia. E, in fondo, a lui preme quasi esclusivamente questo.

Alberto Negri - Libia - abbiamo ereditato pesantemente la politica del corrotto euroimbecille Pd e nonostante gli aggiustamenti in corso d'opera più avanti non si è potuto andare

Vi spiego chi festeggia (e chi si preoccupa) per l’avanzata di Haftar in Libia



Ecco perché l’offensiva di Haftar in Libia contro Serraj a Tripoli è uno smacco per Onu, Usa, Nato e Italia. Il commento di Alberto Negri, già inviato speciale di esteri ed editorialista del Sole 24 Ore.

Se cade Serraj, che avevamo portato in nave da Tunisi a Tripoli, per l’Italia è una sconfitta secca. In Tripolitania l’Italia ha il 70% dei suoi interessi economici e del petrolio dell’Eni, insieme al gasdotto Green Stream che copre una parte delle nostre forniture: questo è il vero motivo per cui ci troviamo ad appoggiare un governo sostenuto da Turchia, Qatar e Fratelli Musulmani che non vuole più nessuno.

Se è vero che il Qatar ci ha ricompensato nell’ultimo anno e mezzo con una decina di miliardi di dollari di commesse militari, tra navi elicotteri e aerei, è altrettanto vero che il fronte internazionale anti-Tripoli e anti-Fratelli Musulmani si è rafforzato e ampliato dando appoggio ad Haftar, che per inciso oltre che libico è pure cittadino americano.

Sarebbe una figuraccia anche per le Nazioni Unite, perché ufficialmente quello di Tripoli è il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Mentre Haftar teneva impegnato Serraj e i suoi rivali con il fantasmatico dialogo politico mediato dalle Nazioni Unite, sul campo il generale spostava i suoi soldati verso Tripoli, facendoli avanzare oppure stringendo alleanze con le milizie di città utili ad aggirare la capitale.

Il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, è una brava persona ma non sveglissima in termini di strategie: è arrivato a Tripoli ieri twittando di essere «totalmente determinato a sostenere il processo politico in questo Paese per guidarlo verso la pace, la stabilità la democrazia e la prosperità». Che Libia ci sarà domani però dobbiamo ancora capirlo.

Nono possiamo dire che non fossimo informati, pur nel silenzio generale di governo e opposizione, dell’avanzata militare e diplomatica del generale Haftar. Per altro sono un paio d’anni che i russi si sono offerti ai governi italiani di mediare con l’uomo forte della Cirenaica senza mai ottenere un risposta.

Come si stavano mettendo le cose si era capito durante e dopo il vertice euro-arabo di Sharm el Sheik del 25 febbraio scorso dove era emerso che:

1) al generale egiziano Al Sisi, sponsor di Haftar insieme a Francia, Russia, Emirati e Arabia Saudita, era stato assegnato il ruolo di «guardiano» del Sud e della Libia.

2) il generale Haftar, alleato della Francia, della Russia e dell’Egitto, stava avanzando anche nel Sud libico e aveva iniziato una manovra di aggiramento per conquistare la capitale e comunque stingerla in una morsa

3) Haftar è stato ricevuto dal principe saudita Mohammed bin Salman, il mandante dell’assassinio del giornali Jamal Khashoggi, che è l’ufficiale pagatore anche di tutte le operazioni contro i Fratelli Musulmani, dall’Egitto alla Libia.

4) in Libia erano arrivati il comandante dell’Africom americana Thomas Waldhauser e il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, e quest’ultimo aveva avuto anche un lungo colloquio proprio con il generale Haftar.

Per i francesi Haftar è una sorta di «De Gaulle libico» ma a Parigi non hanno trascurato neppure i rapporti con il clan di Gheddafi e il figlio del Colonnello Saif Islam. Insomma ci hanno scavalcato da tutti i lati.

E se uno fosse proprio duro d’orecchio bastava guardare cosa stava accadendo sul terreno. Haftar aveva preso il controllo dell’importante giacimento libico El Feel, operato da Eni assieme alla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc), un’operazione avvenuta nell’ambito della campagna di conquista del Sud-Ovest con cui si era già impadronito dei pozzi di Sharara, i più importanti della Libia.

Le recenti conquiste avevano cambiato rapidamente le relazioni di potere in Libia. Persino in Germania avevano intuito che la Libia stava cadendo in altre mani. Al punto che l’Istituto tedesco per gli affari internazionali e di sicurezza (Swp), mentre la Germania si sfilava dalla missione Sophia, in un rapporto reso pubblico scriveva: «Haftar per Tripoli è diventato una minaccia esistenziale».

La minaccia è arrivata e in Libia, come avviene da tempo, non tocchiamo palla.

(estratto di un articolo pubblicato sul Manifesto; qui la versione integrale)

venerdì 5 aprile 2019

La Russia non rinnega la sua storia

Mosca e Nur-Sultan: il sogno della Grande Eurasia

5 aprile 2019 


di Vladimir Rozanskij AsiaNews)

Russia e Kazakistan, Mosca e Nursultan – come è stata rinominata l’antica capitale Astana in onore di Nazarbaev – hanno deciso di rafforzare la loro partnership strategica in vista del prossimo summit giubilare dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE): è quanto deciso durante la visita a Mosca del nuovo presidente kazako Kasym-Zhomart Tokaev, arrivato qui ieri.

Per il delfino di Nazarbaev, insediato da lui stesso come successore lo scorso 20 marzo, si tratta del primo viaggio all’estero del nuovo capo di stato centrasiatico. Secondo il comunicato dell’ufficio stampa del Cremlino, i colloqui con Putin e la dirigenza russa hanno affrontato i rapporti bilaterali e “le prospettive di sviluppo dei processi di integrazione nello spazio eurasiatico”.


La prossima riunione della UEE è prevista il prossimo 29 maggio proprio a Nur-Sultan, “incrocio dell’Asia”, e sarà il quinto incontro dalla fondazione, avvenuta il 29 maggio 2014. L’idea della UEE, una “risposta asiatica” all’Unione Europea, fu lanciata dal presidente kazako Nazarbaev già nel 1994, un anno dopo l’entrata in vigore degli accordi europei di Maastricht.

Ad essa aderiscono Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan, con il Tagikistan in attesa di entrare e l’ipotesi di allargarla a est e a ovest, coi Paesi europei ex-sovietici fino a Mongolia e Cina, per formare la “Grande Eurasia, pietra angolare del mondo multipolare”, secondo un’espressione di Nazarbaev.


La visita di Tokaev a Mosca era stata concordata il giorno stesso della sua investitura, in un colloquio telefonico a tre con Putin e Nazarbaev, come lo stesso Tokaev ha raccontato ai giornalisti. Nazarbaev ha “benedetto” il viaggio del suo delfino: incontrando lo scorso 2 aprile i suoi concittadini nel villaggio natale di Shamalgan (Almaty).

“Sono convinto – ha detto – che al mio posto il nuovo presidente Tokaev, insigne cittadino del Kazakistan, realizzerà tutte le mie aspettative”. A sua volta Tokaev ha rilasciato un’intervista ai giornali locali Eremen Kazakhstan e Aikyn, dichiarando che la priorità della sua politica estera sarà “una strategia multivettoriale, nella collaborazione con Russia, Cina, Europa, Stati Uniti, Asia centrale e mondo islamico”.


Escludendo solo Africa e America del Sud, il presidente cerca quindi di assicurare la continuità “ecumenica” del suo mentore.

Del resto, al Cremlino egli non è certo un volto sconosciuto da cui attendersi sorprese, essendo stato anche ministro degli esteri del Kazakistan. Per Putin, in verità, Nazarbaev era un “pari grado” se non un fratello maggiore, tenendo conto dell’età e dell’importanza da lui acquisita già nella nomenclatura sovietica. Tokaev appare piuttosto come un collaboratore di secondo piano. Sarà importante capire se questi meccanismi “di corte” continueranno a funzionare con il ricambio generazionale; il rapporto Putin-Tokaev sarà uno degli indicatori più significativi nell’ottica della “fine dell’era post-sovietica”.


Al di là delle varie trattative su temi economici e militari (vedi articoli su missili S-300, sui caccia Sukhoi Su-30 e sugli elicotteri da attacco Mi-35acquisiti dal Kazakhstan – NDR ), o delle grandi infrastrutture dei trasporti (la cosiddetta “Via Luminosa”), una misura simbolica annunciata da Tokaev durante la sua visita sarà il cambio dell’alfabeto della lingua ufficiale (il kazako), che passerà dal cirillico all’alfabeto latino, “nel cammino di modernizzazione spirituale”.

Secondo il presidente, “la scelta dell’alfabeto non è solo una questione tecnica e linguistica; i Paesi vicini hanno scelto la grafia latina, e il 90% delle informazioni nel mondo sono diffuse in alfabeto latino”.

La questione era discussa da tempo in Kazakistan, ma essa appare comunque come una presa di distanza dal “mondo russo”. Già lo scorso anno, il vecchio presidente, che usa solo il russo cirillico, aveva approvato la variante latinizzata dell’alfabeto kazaco, una lingua turanica parlata ormai dalla maggior parte della popolazione. L’introduzione del nuovo alfabeto sarà portata a compimento entro il 2025.

Foto TASS, Russian Helicopters, Irkut e Forze Armate Kazake

La Jihad ha due gambe. La Fratellanza Musulmana che poggia sulla Turchia, Qatar e l'Isis-al Qaeda che poggia sull'Arabia Saudita, Emirati Arabi. Qui si confonde volutamente le due matrici terroristiche si fa un bel minestrone e lo si serve a tavola. Un dato è certo la Fratellanza Musulmana entra come nel burro nell'Eurimbecillità

IL TERRORISMO E LA MIOPIA DELL'OCCIDENTE (ITALIA COMPRESA!). DIFESA ONLINE INTERVISTA SOUAD SBAI

(di Maria Grazia Labellarte)
04/04/19

“L’Occidente e l’intera comunità internazionale dovrebbero prendere esempio dal mondo arabo moderato, che si riconosce nel Quartetto contro il terrorismo composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Questi paesi stanno compiendo enormi sforzi congiunti nel tentativo di spezzare la 'linea rossa del jihad'. In particolare, hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani in quanto organizzazione terroristica, mentre attraverso un blocco aereo, terrestre e marittimo stanno limitando le capacità di Doha di mettere in atto politiche di destabilizzazione a livello regionale.” Nasce così l’analisi di Souad Sbai, un’ analisi seria, indipendente e fonte di preparazione, nasce da un “di dentro” frutto di anni di lavoro e di impegno verso quel “mondo rifiutato dalla stragrande maggioranza della comunità araba” in cui non ci si riconosce.

Negli anni ‘70 e primi anni ‘80 anche il nostro paese ha vissuto le stragi, frutto di un “terrorismo nostrano” ma un “Not in my Name” fu la risposta della stragrande maggioranza di noi Italiani, diventati, in seguito, un esempio internazionale della migliore lotta al terrorismo.

Souad Sbai, ex parlamentare, scrittrice, giornalista, e promotrice del Centro Alti Studi Averroè per la diffusione delle culture del Mediterraneo, ci offre nuovi spunti interessanti per questa lotta internazionale e lo fa attraverso il suo libro “I Fratelli musulmani e la conquista d’occidente. Da Instanbul a Doha, la linea rossa del Jihad” edito da Curcio Editore.

Siamo nel 1928 al-Ḥasan al-Bannāʾ (foto) a Isma’iliyya, in Egitto, fonda una delle più importanti organizzazioni islamiste internazionali i Fratelli Musulmani, fulcro del messaggio socio-politico: un progetto di islamizzazione delle nuove generazioni, dal Marocco all’Occidente...


Ma chi sono i “Fratelli Musulmani”?

La Fratellanza è la principale organizzazione transnazionale islamista, nella quale affondano le proprie radici ideologiche Al Qaeda, ISIS e l’intera galassia dell’estremismo e del terrorismo contemporaneo di matrice jihadista. Sin dalle origini il suo principale campo d’azione è stato il Medio Oriente, ma oggi la sua vasta rete avvolge sempre più strettamente anche l’Occidente. Seguendo i dettami di Al Banna e, successivamente, di Sayyid Qutb, anch’egli egiziano, i Fratelli Musulmani hanno messo in atto una paziente e lunga opera di penetrazione nel tessuto religioso, sociale, culturale, politico ed economico dei paesi del mondo arabo.

Maghreb, Mashrek, Golfo: i Fratelli Musulmani hanno acquisito gradualmente in tutta la regione una forza tale da riuscire a sostenere la loro aspirazione di prendere il potere. L’occasione tanto attesa è arrivata con quella che è erroneamente passata alla storia come Primavera Araba.

E allora le chiedo... perché "erroneamente"? Quelle della Primavera Araba non sono state delle vere rivoluzioni democratiche?

L’esito delle rivolte scoppiate in Medio Oriente e Nord Africa tra il 2010 e il 2011 ha smentito completamente la narrativa che vedeva lo sbocciare di una primavera nel fermento che stava attraversando il mondo arabo in quel periodo. Sono stati infatti i Fratelli Musulmani a guidare quei tumulti, con l’obiettivo di rovesciare i regimi preesistenti e stabilire dittature fondamentaliste. L’illusione della primavera si è pertanto ben presto rivelata un inverno islamista, il risultato di un piano disegnato appositamente per portare la Fratellanza al potere in Egitto, Tunisia, Libia, Siria, innescando un effetto domino che avrebbe dovuto travolgere tutta la regione, come piattaforma per un’espansione a livello globale e verso l’Occidente in particolare.


I Fratelli Musulmani non hanno certamente agito in solitudine. L’alleanza islamista con il Qatar degli emiri Al Thani e la Turchia di Erdogan ha fornito alla Fratellanza il supporto finanziario, politico e mediatico - basti pensare al ruolo di Al Jazeera - indispensabile ad assumere la guida delle rivolte e a far credere che fossero democratiche, soprattutto agli osservatori occidentali.

Attenta a questo “nuovo spunto” vorrei un approfondimento: A cosa si riferisce quando nel suo libro parla di “linea rossa del jihad da Doha a Istanbul”?

Mi riferisco esattamente alla linea che unisce Qatar, Turchia e Fratelli Musulmani nell’alleanza islamista che ha già seminato morte e distruzione sotto le mentite spoglie della Primavera Araba, e che costituisce oggi la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza della comunità internazionale. Il loro piano è fallito, ma le ambizioni e gli obiettivi restano immutati e continuano a essere perseguiti, tanto in Medio Oriente quanto in Occidente. Perché l’alleanza islamista non intende sottomettere solo il mondo arabo.

Il punto di partenza del suo libro infatti è il ritrovamento di un documento contenente le linee guida per la conquista dell’Occidente da parte dei Fratelli Musulmani...

È il cosiddetto “Progetto”, rinvenuto a breve distanza dagli attacchi terroristici dell’11 settembre durante una perquisizione nella dimora svizzera di un banchiere egiziano, Yusuf Nada, considerato un esponente di spicco dei Fratelli Musulmani in Europa e sotto inchiesta con l’accusa di essere tra i finanziatori di Al Qaeda. Il documento risale al 1982, ma dopo la sua scoperta non è mai stato reso pubblico. A illustrarne i contenuti è stato nel 2005 il giornalista franco-svizzero Sylvain Besson in un libro-inchiesta. Ebbene, tali contenuti sono ancor più inquietanti perché corrispondono a quel che sta accadendo oggi in Europa, Italia compresa, senza che i Fratelli Musulmani incontrino ostacolo alcuno. In nome di un malinteso multiculturalismo, l’Europa si rifiuta infatti di riconoscere la vera natura dei Fratelli Musulmani e continua a considerarli “moderati”, consentendo alle organizzazioni e alle figure che fanno capo alla Fratellanza di fare proselitismo e accrescere la propria influenza all’interno delle comunità islamiche, grazie al supporto finanziario del Qatar.


A questo punto sorge spontanea la domanda : "qual è la situazione in Italia?"

In Italia sono migliaia le moschee (legali ma soprattutto illegali), gli pseudo-centri culturali e di preghiera, i luoghi di aggregazione sociale permeati da imam e militanti affiliati ai Fratelli Musulmani, che - con soldi provenienti dal Qatar - svolgono attività d’indottrinamento e reclutamento dei giovani appartenenti alla seconda generazione, indotti ad abbracciare posizioni radicali e fortemente identitarie, contrarie all’integrazione.

La costruzione di nuove moschee per mostrare apertura nei confronti dei fedeli di religione islamica, ma senza regole appropriate che ne garantiscano l’assoluta impermeabilità alla penetrazione dei Fratelli Musulmani e del Qatar, sono un regalo al proselitismo islamista della Fratellanza, che ha come sbocco ideologico e operativo il reclutamento nell’ISIS o Al Qaeda. Con articoli, interviste, pubblicazioni, e attraverso le conferenze e le attività di formazione del Centro Studi “Averroè”, ho divulgato per anni l’allarme Fratelli Musulmani in Italia e il nuovo libro risponde all’esigenza di tenere alta l’attenzione sul pericolo rappresentato dalla “linea rossa del jihad” anche in Occidente.

A proposito di Occidente, quali misure di contrasto dovrebbe allora prendere nei confronti dei Fratelli Musulmani e dell’alleanza islamista con Qatar e Turchia?

L’Occidente e l’intera comunità internazionale dovrebbero prendere esempio dal mondo arabo moderato, che si riconosce nel Quartetto contro il terrorismo composto da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein ed Egitto. Questi paesi stanno compiendo enormi sforzi congiunti nel tentativo di spezzare la “linea rossa del jihad”. In particolare, hanno messo fuori legge i Fratelli Musulmani in quanto organizzazione terroristica, mentre attraverso un blocco aereo, terrestre e marittimo stanno limitando le capacità di Doha di mettere in atto politiche di destabilizzazione a livello regionale.


Il Quartetto ha poi raggiunto l’obiettivo d’isolare il Qatar in importanti consessi diplomatici, come la Lega Araba e il Consiglio di Cooperazione del Golfo, e continua ad opporsi alle ingerenze in Medio Oriente e Nord Africa della Turchia e dell’Iran khomeinista, membro aggiunto dell’alleanza islamista poiché rappresenta la versione sciita dei Fratelli Musulmani.

L’Egitto, da par suo, prosegue nella lotta interna al proselitismo della Fratellanza, con strette misure di controllo sui sermoni nelle moschee e sul discorso religioso nel suo complesso. L’Occidente, tuttavia, resta sordo ai richiami del Quartetto e preferisce cedere alle lusinghe economiche del Qatar e alle minacce di Erdogan, lasciando che l’agenda islamista avanzi al proprio interno.

In questo scenario, il libro vuole essere non solo un atto di accusa, ma uno strumento per risvegliare la coscienza degli italiani e di tutti gli europei, affinché si oppongano al giogo dell’estremismo, acquisendo piena consapevolezza della vera natura, delle ambizioni e degli obiettivi dei Fratelli Musulmani e degli Stati canaglia che li sponsorizzano.

Foto: web / Al Jazeera / presidenza del consiglio dei ministri

Roma - 12 miliardi 12 miliardi di debito degli Alemanno,Veltroni, Rutelli trovano una soluzione finanziaria

Dal 2021 Roma non sarà più commissariata. L’annuncio della Raggi: “Conti in sicurezza e risorse per 2,5 miliardi fino al 2048. Restituiremo i soldi ai cittadini” 

4 aprile 2019 dalla Redazione




“Siamo qui per presentarvi una novità importante relativamente al debito commissariale. In campagna elettorale avevamo promesso di fare un audit su quel debito, oggi vi rappresentiamo i risultati di quella attività: dal 2021 saremo in grado di chiudere la gestione commissariale. Questa attività ci consente di mettere in sicurezza i conti da qui al 2048”. E’ quanto ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, nel corso di una conferenza stampa questa mattina in Campidoglio con il viceministro all’Economia, Laura Castelli, e l’assessore al Bilancio di Roma Capitale Gianni Lemmetti.

Entro il 2021 cesserà di esistere la struttura che fa capo alla presidenza del Consiglio dei ministri e che era stata istituita per definire e rimborsare i debiti contratti dal Comune di Roma fino al 28 aprile 2008, che attualmente ammontano a oltre 12 miliardi di euro. La norma messa a punto dal Governo, con la collaborazione del Campidoglio, individua una strategia finanziaria il cui primo obiettivo è la messa in sicurezza del piano di rientro fino al 2048: si dà piena copertura ai 12 miliardi di debiti e quindi si garantiscono pagamenti certi a cittadini, imprese e istituti di credito.

“Un ringraziamento doveroso – ha aggiunto Raggi – va al premier Giuseppe Conte che da subito ha capito l’importanza di lavorare sulla gestione commissariale dando pieni poteri al viceministro Castelli. La chiusura della gestione commissariale ci consentirà dal 2021 di iniziare la riduzione dell’Irpef. Questa operazione libererà risorse per 2,5 miliardi fino al 2048. I romani pagano un’addizionale dello 0,4%, la più alta di Italia per ripianare il debito storico. Se tutto andrà bene, restituiremo i soldi ai cittadini. Invertiamo la rotta – ha aggiunto la sindaca – come avevamo promesso in campagna elettorale”.

giovedì 4 aprile 2019

Mattarella Mattarella il tuo ministro dell'economia è stato colto con le mani nella marmellata è indifendibile

L’imbarazzante trincea di Tria: parla di attacco spazzatura ma sulla consigliera Bugno è indifendibile. E sui rimborsi ai truffati replica a Di Maio e Salvini: intimidazioni

4 aprile 2019 di Francesco Carta


Una vicenda imbarazzante. Che ha per protagonista il ministro voluto e imposto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a M5S e Lega come lasciapassare al Governo Conte. E chissà – se avesse accettato il nome di Paolo Savona per il dicastero dell’Economia – magari il Capo dello Stato non dovrebbe fare oggi i conti a sua volta con lo scivolone in cui è incappato Giovanni Tria. Ma l’inquilino di Via XX Settembre non ci sta.

Parla di “attacco spazzatura sul piano personale”, di “violazioni della privacy”, si preoccupa di chi “passa ai giornalisti queste cose”. In un’autodifesa affidata alla penna di Federico Fubini sulle colonne del Corriere della Sera che sommano all’imbarazzo per la nomina al Mef della fedelissima, Claudia Bugno, multata da Bankitalia per il crack di Banca Etruria nel cui cda sedeva all’epoca del dissesto, anche una nota di ridicolo. Quando dice che “le cose possono apparire molto diverse a seconda di come si presentano”.

Come se la prospettiva cambiasse il fatto che, subito dopo l’incarico alla Bugno, il compagno della super consigliera abbia assunto il figliastro del ministro in una sua società. O che, una volta venuta fuori la vicenda, nonostante la richiesta dei grillini di allontanarla dal Mef, Tria l’abbia blindata premiandola per di più con una poltrona nel consiglio d’amministrazione dell’Agenzia spaziale (previa rinuncia a quella in Stm). Di certo, non cambia la prospettiva del Movimento Cinque Stelle.

“Voglio vedere le dimissioni e mi domando come sia stata indicata per St Microelectronics visto che non ha quel tipo di percorso”, ripeteva ieri in un’intervista a Repubblica, il sottosegretario M5S, Stefano Buffagni. “Chi lavora per il Paese è benvenuto, chi lo fa per altre logiche si faccia un esame di coscienza”. Senza contare la disarmante replica del ministro a chi, come Di Maio e Salvini, gli chiedeva di sbloccare i risarcimenti ai truffati delle banche per i quali nella Manovra, firmata dallo stesso Tria, sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro. “L’intimidazione non passa”, avverte il titolare del Mef. L’intimidazione a chi aspetta da anni i rimborsi? Questione di prospettiva.

http://www.lanotiziagiornale.it/imbarazzante-trincea-di-tria-parla-di-attacco-spazzatura-ma-sulla-consigliera-bugno-e-indifendibile/

Gaetano Pedulà - Il partito delle prebende, il corrotto euroimbecille Pd, trema un'altra fonte di clientelismo cade


Il valore dei privilegi perduti. Rispettando il denaro pubblico la politica torna a rispettare i cittadini 

4 aprile 2019 di Gaetano Pedullà

Cosa volete che siano 150 milioni dentro il bilancio di uno Stato con 800 miliardi l’anno di spesa pubblica? Poca roba, è chiaro, ma come diceva Totò è la somma che fa il totale, e dunque i 150 milioni che si risparmieranno in cinque anni grazie all’abolizione dei vitalizi annunciata ieri per i consiglieri regionali sono un altro mattone di quella casa comune da ricostruire dopo decenni di privilegi della casta. I benefici di questo nuovo taglio agli sprechi, unito all’abolizione dei vitalizi di deputati e senatori, la prossima riduzione dei parlamentari, la sforbiciata sulle pensioni d’oro e tutte le altre economie introdotte in solo nove mesi dalla nascita del Governo gialloverde, oltre a preservare un tesoretto tutt’altro che banale portano in dote un messaggio ancora più prezioso: rispettando il denaro pubblico la politica torna a rispettare i cittadini e comincia a scendere da quel piedistallo sul quale si era issata. Per questo motivo non sbagliano i Cinque Stelle e il ministro della Lega Erika Stefani quando definiscono l’accordo raggiunto in Conferenza Stato-Regioni un risultato storico. Se non guardiamo i numeri come fanno gli economisti parlando solamente di spread o del Pil, in tutto questo denaro pubblico risparmiato possiamo trovare facilmente un dato che alla matematica sfugge: il valore di un riavvicinamento tra rappresentanti e rappresentati, elemento essenziale di una politica che pensa al bene comune e ai cittadini piuttosto che solo a se stessa.

La Cgil sancisce ancora una volta di essere il sindacato dei padrini. Distruggere la classe media

Landini rilancia le ricette della sinistra. Cambiano i segretari, ma non la musica: la Cgil invoca la patrimoniale per stangare il ceto medio

4 aprile 2019 di Alessandro Righi


Il vicepremier Luigi Di Maio non crede ai suoi occhi: “Apro i giornali e leggo che tra i sindacati, in particolare uno, c’è chi chiede l’introduzione di una patrimoniale. La stessa patrimoniale tanto cara al Pd”. E quell’uno in particolare, cui si riferisce il leader M5S, ha un nome e un cognome: Maurizio Landini, segretario generale della Cgil. Che, intervistato da Repubblica, ha lanciato la sua proposta al Governo: un “tributo di equità contro le diseguaglianze” per finanziare “un piano straordinario di investimenti pubblici e privati che si inserisca in un’idea di sistema Paese basata su un nuovo modello di sviluppo”.

Proposta respinta al mittente. “È sorprendente: questi qui dicono di aver cambiato volto e le prime due cose che fanno quali sono? Una legge per alzarsi gli stipendi (riferimento al discusso ddl presentato al Senato dal tesoriere Pd, Luigi Zanda, ndr) e la proposta di una patrimoniale! E poi dicono no al salario minimo…”, affonda il colpo di Maio. Prima di mettere in chiaro, via Facebook, la posizione dell’Esecutivo. Primo: “Mai una patrimoniale, mai fino a quando il Movimento 5 Stelle è al Governo!”.

Secondo: “Subito il salario minimo, lo approviamo presto, con o senza il Pd!”. Un attacco frontale che costringe il Partito democratico a prendere posizione. E, soprattutto, a prendere a sua volta le distanze dalla proposta di Landini. “Non so se è una proposta del sindacato, certo non è una proposta del Pd”, taglia corto il segretario dem, Nicola Zingaretti. Costretto ad intervenire dopo le sollecitazioni arrivate dal suo stesso partito. Anche perché, dopo l’ingresso in pompa magna di Landini al Nazareno, accolto dal nuovo vertice del Partito democratico, con Zingaretti a fare gli onori di casa, qualche dubbio, sull’effettiva linea del Pd, è venuto pure a qualcuno dei suoi.

A cominciare dall’ex sottosegretario, Antonello Giacomelli: “La patrimoniale sarebbe una misura sbagliata: è anacronistica ed inutile. Il tema più che di risorse è di scelte di politica economica, serve riaprire i cantieri, spostare il peso della tassazione dagli investimenti alla rendita finanziaria, incentivare le imprese che innovano e creano lavoro. Bisogna insomma riprendere la politica della crescita e dello sviluppo che questo governo ha abbandonato. E il tema della equità, che è questione vera, si affronta con politiche strutturali di redistribuzione non con misure che hanno l’ambizione di competere in demagogia con il Governo”. Ergo: “Credo che Zingaretti farebbe bene a chiarire qual è la linea del Pd e non lasciare che si alimentino pericolosi equivoci”. E, a stretto giro dalla sollecitazione di Zingaretti, è arrivata la precisazione di Zingaretti.

Che, però, non toglie il dubbio a Forza Italia. ‘’Le parole di Zingaretti sono molto ambigue. Dice che la proposta della patrimoniale è del sindacato, ma non dice che i democratici non la voterebbero. L’armata brancaleone di sinistra è tornata e, dopo le richieste dei giorni scorsi di Zanda, si vede”, accusa l’azzurra, Benedetta Fiorini. Che aggiunge: “Solo Forza Italia è rimasta a difendere i risparmi delle famiglie italiane, il reddito guadagnato con fatica da chi lavora e produce’’. La proposta del segretario della Cgil trova, invece, sponda a sinistra. “Landini parla della necessità di una patrimoniale sulle grandi ricchezze. Sono molto d’accordo con lui”, plaude il senatore di Liberi e Uguali, Francesco Laforgia.

Gaza è Auschwitz


Gli ebrei invece di usare i gas usano le bombe

4 aprile 2019 - La storia di Cairo è quella di un imprenditore che si appresta a scender...

3 aprile 2019 - Lo strano caso Tria, difeso dalle opposizioni e non dalla maggioranza

4 aprile 2019 - Lamberto Sposini e le cause che la RAI tira lungo (coi nostri soldi)

3 aprile 2019 - Votata la class action!!

3 aprile 2019 - Le ricette fallimentari dei competenti

2 aprile 2019 - Monumentale Barra Caracciolo a Firenze: "CI STANNO DISARTICOLANDO, SARÀ ...

Il Dio Scienza scende tra noi uomini ed è un bene

Franco Battaglia: il riscaldamento globale non è causato dall’uomo?

Maurizio Blondet 2 Aprile 2019 

Nelle ultime settimane il tema del “riscaldamento globale” è entrato di forza nel dibattito pubblico occidentale assumendo addirittura connotazioni di “emergenza” planetaria.

Sputnik Italia ha raggiunto il professor Franco Battaglia, docente di Chimica Fisica all’Università di Modena, autore di numerose pubblicazioni, che attraverso analisi tende a smontare la teoria ampiamente diffusa del “riscaldamento globale”.

Professore da dove partono le sue convinzioni nel contrastare la convinzione, continuamente ripetuta dal 97% degli scienziati, che il riscaldamento globale è antropogenico (RGA), cioè causato dall’uomo?

— Mi faccia chiarire questa narrazione del 97%. Tanto per cominciare non è vera. Vi sono migliaia di scienziati nel mondo che hanno espresso dissenso sul RGA. Qui, oltre 30mila scienziati americani hanno firmato una petizione contro la congettura del RGA. Il primo sottoscrittore fu il fisico F. Seitz, Presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana. Desidero sottolineare questo fatto per sottolineare le colossali bugie che ci narrano sul tema.

Ma, chiarita la bugia, mi faccia dire una cosa ancora più importante: anche se la bugia non fosse bugia, anche se il 100% degli scienziati fosse convinto dell’intervento umano sul clima, la cosa sarebbe irrilevante. Me lo faccia ripetere: irrilevante. Le dinamiche del metodo scientifico sono diverse da quelle della democrazia. Anzi, più precisamente, tutte le volte che la scienza ha fatto progressi hanno coinciso con le volte in cui la totalità degli scienziati è stata poi sconfessata nelle proprie convinzioni. Ai tempi di Galileo, la quasi totalità degli scienziati era convinta al riguardo di una Terra ferma al centro dell’universo, tant’è che Galileo fu imprigionato e dovette abiurare. Ai tempi di Einstein, la totalità degli scienziati era concorde con le conseguenze derivanti da convinzioni opposte a quelle che fecero poi sviluppare la “teoria della relatività”, che rimase poco creduta per un tempo sufficientemente lungo da impedire che ad Einstein fosse, per essa, assegnato il Nobel. Infatti lui ricevette il Nobel per la sua interpretazione dell’effetto fotoelettrico del 1905. E anche questa teoria quasi nessuno la condivise, tant’è che il Nobel fu dato ad Einstein dopo ben 16 anni, nel 1921. Il fisico Robert Andrews Millikan spese 10 anni di ricerca in un progetto avente l’obiettivo di sconfessare la proposta di Einstein. Dopo 10 anni Millikan pervenne ad una conclusione opposta a quella che intendeva dimostrare e per questo ricevette, egli stesso, il Nobel nel 1923. Insomma, furono i fatti, così come si presentarono a Millikan, che determinarono l’ultima parola, non le convinzioni iniziali di Millikan e della quasi totalità degli scienziati.

Il punto è che ciò che conta nella scienza non è quel che pensa la maggioranza, o anche la totalità, degli scienziati. Ciò che conta sono i fatti. Allora, le mie convinzioni derivano dall’esercizio del metodo scientifico, cioè dal guardare i fatti, senza alcuna concessione all’ideologia.

— E quali sono i fatti?

— Le affermazioni cruciali dei sostenitori del RGA sono le seguenti: 1) L’uomo sta immettendo in atmosfera una inaccettabile quantità di CO2, tant’è che la sua concentrazione atmosferica, che era di 300 ppm (parti per milione) nei tempi pre-industriali, oggi è 400 ppm. 2) Questi incrementi di CO2, che è un gas-serra, hanno causato un inaccettabile RG: la temperatura media globale è, oggi, quasi 1 grado Celsius superiore alla temperatura media globale del 1850. 3) Questo incremento di temperatura media globale sta causando un inaccettabile incremento di eventi meteorologici estremi.

Sconfessare queste congetture è facilissimo, se solo si guardano i fatti. Comincio dal punto 3). Al di là di quelle che possono essere le percezioni, v’è un caso di eventi estremi che sono regolarmente contati dal 1850 a oggi: gli uragani che hanno colpito l’America. Gli uragani sono classificati, secondo la loro intensità oggettiva, in cinque classi, da forza 1 a forza 5. L’America è stata colpita da 149 uragani negli 80 anni compresi fra il 1850 e il 1930, e da 135 uragani negli 80 anni compresi fra il 1930 e il 2010. Quindi, la verità è che il numero di uragani è diminuito! E la loro intensità? Quelli di forza 5 sono stati 3, troppo poco per farci una statistica. Quelli di forza 4 sono stati 10 negli 80 anni compresi fra il 1850 e il 1930, e sono stati 8 negli 80 anni compresi fra il 1930 e il 2010. Comunque si guardino le cose e in qualunque modo si analizzino i dati, il fatto è che gli uragani sono diminuiti in numero e in intensità. Possiamo tranquillamente concludere che le preoccupazioni del RGA sono infondate. A onor del vero, va anche detto che codesta diminuzione è troppo piccola per non considerarla una banale fluttuazione statistica, ma mai può essere spacciata come aumento.

Una volta definitivamente dimostrato, coi fatti, l’inconsistenza della preoccupazione del RGA, analizziamo anche le altre due affermazioni. 1) Un incremento di concentrazione di CO2 di 100 ppm (da 300 ppm a 400 ppm) è allarmante? Esercitiamo l’aritmetica elementare. Se il salone di casa nostra è di 100 mc, cioè di 100mila litri, 100 ppm sono 10 litri di CO2, corrispondenti a 3 grammi di carbonio: una candelina da torta di compleanno. Tutte le attività umane degli ultimi 150 anni hanno incrementato la CO2 nel salone di casa nostra della stessa quantità che si otterrebbe bruciandovi una candelina! (Me lo faccia ripetere: !).

E veniamo all’affermazione 2), secondo cui la temperatura media globale sarebbe “pericolosamente” aumentata da 288 K a 289 K. Ma stiamo parlando dello 0.3%! Un simile incremento per il piccolo corpo umano non è neanche febbre! E il corpo umano ha una variabilità di 7 gradi (temperatura corporea al di fuori dell’intervallo da 35 a 42 gradi Celsius ci è fatale). Il nostro pianeta ha invece una variabilità di 100 gradi (da –50 ai poli a +50 all’equatore) e una variazione di meno di 1 grado dal valore medio significa una sola cosa: stiamo vivendo un momento di clima straordinariamente stabile, al di là di ogni aspettativa. Altro che cambiamento climatico!

— Come commenta le reazioni del mondo agli exploit della giovane attivista svedese Greta Thunberg?

— La piccola Greta è perdonabile, proprio perché una bambina. Quanto ai suoi seguaci – i Gretini – è gente che è, o senza cervello, o senza cuore. Dovrebbero essere perseguiti per sfruttamento di minore, aggravato dal fatto che la piccola è anche leggermente disabile. Quando crescerà e si renderà conto delle sciocchezze che ha detto innanzi al mondo intero, se ne vergognerà e nutrirà risentimento verso i grandi, compresi i genitori, che non l’hanno protetta.

— Secondo lei cosa c’è alle spalle di questa “emergenza” climatica che sta conquistando il dibattito pubblico?

— Molto banalmente, gli interessi di chi intende profittare del mercato delle energie rinnovabili – un mercato da 1 miliardo di dollari al giorno! – che sono un fallimento della tecnologia, senza alcuna giustificazione di esistenza. Si sono inventati una ragione finta per imporre queste tecnologie fallimentari.

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Roma - Torre Maura - Le immagini nei Tg sono chiare ed univoche

Raggi: intervenuta per salvare vita bimbi Rom e tutelare cittadini onesti

di Redazione - 03 Aprile 2019 - 11:16


Roma – “Sono intervenuta questa notte per evitare che la situazione degenerasse. C’era un clima molto pesante, un clima di odio, e la Procura ha aperto un fascicolo proprio per odio razziale. C’e’ un clima molto pesante nel quartiere di Torre Maura anche perche’ e’ stato gravato per molti anni da problematiche e pressioni sociali”. Lo ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, in merito ai fatti di ieri a Torre Maura, a margine di un evento in Campidoglio.

“Sono intervenuta per tutelare i tanti cittadini onesti di quel quartiere e i 33 bambini rom che rischiavano la vita e l’incolumita’ personale- ha sottolineato Raggi- Li stiamo ricollocando in altri centri di tutto il territorio cittadino, perche’ il dovere dell’amministrazione e’ quello di tutelare la vita e l’incolumita’ delle persone”.

TORRE MAURA, RAGGI: NON CEDEREMO A ODIO RAZZIALE DI CASAPOUND E FN

“Non possiamo cedere all’odio razziale, non possiamo cedere contro chi continua a fomentare questo clima e continua a parlare alla pancia delle persone, e mi riferisco prevalentemente a Casapound e Forza Nuova”. Lo ha detto la sindaca di Roma, Virginia Raggi, in merito ai fatti di ieri a Torre Maura, a margine di un evento in Campidoglio.

Roma - Virginia Raggi - Monnezza&Trasporti

Virginia Raggi/ “Complotto a Roma? No ma qualcosa non quadra, con Salvini…”


Virginia Raggi parla di tutto a La 7: dai rifiuti a Salvini, passando per i migranti e l’Atac

Virginia Raggi, sindaco di Roma (LaPresse, 2019)

Difende Roma e l’operato della propria amministrazione, il primo cittadino capitolino, Virginia Raggi. Ospite nel salotto del programma di La7, “Di Martedì”, la grillina non grida al complottoper gli incidenti degli ultimi tempi a Roma fra incendi ai Tmb, ai cassonetti, i guasti alle scale mobili… ma quasi: «Complotto? No, non ho detto questo ma è innegabile che sto cercando di cambiare un sistema, e che se qualcuno non ci sta reagisce, ed ecco i risultati». E a proposito dei rifiuti la Raggi annuncia: «Con Ama stiamo lavorando per ridurre l’indifferenziata e aumentare la quantità di frazioni separate», precisando poi che «in Italia ci sono la camorra, la ‘ndrangheta, sui rifiuti indifferenziati c’è un sistema su cui hanno lucrato tutti». Crepe anche nel servizio di trasporto pubblico Atac, protagonista sua malgrado di continui incidenti, leggasi i pullman bruciati per guasti che sono ormai all’ordine del giorno in quel di Roma: «La stiamo risanando – afferma la Raggi – stanno tornando nuovi autobus, poi però all’improvviso si fermano le scale mobili in tre stazioni centrali della metropolitana».

VIRGINIA RAGGI OSPITE DI LA 7

La Raggi si riferisce al blocco nelle stazioni della linea A della metro, Repubblica, Barberini e Spagna: «Abbiamo cacciato il manutentore – dice a riguardo il sindaco della Città Eterna – che ha detto che ci sono i trolley che ci vanno sopra». Quindi si passa a parlare di Salvini, che spesso e volentieri non riserva frasi al “miele” per la capitale: «Andiamo d’accordo sulle cose concrete. Non riuscirete a farmi litigare con Salvini. Sono andata anche da lui per chiedergli il daspo per gli ultrà violenti e i turisti che imbrattano i monumenti. Era molto d’accordo». La Raggi sembra sposare anche la linea di Salvini e del governo sul tema migranti: «L’esecutivo ha il merito di essere andato in Europa a ricordare che è un problema da condividere fra tutti, l’immigrazione è una questione che riguarda tutti, non solo l’Italia». Infine la vicenda dell’arresto di Marcello De Vito: «Lo abbiamo cacciato subito, è questa la nostra differenza rispetto ad altri partiti».