L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 aprile 2019

Venezuela - gli aiuti umanitari hanno un canale e si chiama Onu il resto sono tentativi di infiltrazione di paesi terzi per destabilizzare il paese

Venezuela, la lezione di Sun Tzu


di Geraldina Colotti

Il trattato sull'Arte della guerra, scritto oltre 2.300 anni fa dal generale cinese Sun Tzu, offre ancora spunti per intendere i conflitti moderni, anche quelli asimmetrici, non convenzionali: “Come l’acqua adegua il suo movimento al terreno, la vittoria in guerra si consegue adattandosi al nemico”, dice il generale. Un'indicazione assunta dal governo bolivariano per rompere l'assedio a cui è sottoposto, sia sul piano interno che su quello internazionale.

La strategia dell'assedio -attraverso l'asfissia economica, finanziaria, commerciale, diplomatica e mediatica -, risulta infatti fondamentale anche nelle guerre di IV generazione, che evidenziano comunque una costante: la reticenza dell'imperialismo a impegnare le proprie truppe in uno scontro di terra, ove certi conflitti potrebbero risolversi a proprio vantaggio in base alla superiorità numerica e tecnologica, ma le perdite risulterebbero difficili da far digerire nei paesi avvezzi all'opulenza.

Indubbiamente, gli USA non dimenticano la lezione ricevuta in Vietnam nel secolo scorso. C'è però anche un altro fattore: nella percezione del mondo occidentale, se risulta compatibile che aumentino i morti sul lavoro (operai in fabbrica o sulle impalcature), sta diventando inaccettabile che il soldato professionale o il poliziotto mettano in conto la morte come un rischio insito nel proprio mestiere.

Come si può morire se le guerre di aggressione sono “umanitarie” e “chirurgiche”, gli omicidi “selettivi” e “mirati”, e il sangue è tenuto ben distante dalla vista del cittadino medio “civilizzato”? Come si può morire se le missioni militari vengono presentate come atti di assistenza umanitaria verso popolazioni bisognose?Visto da lontano, il “bersaglio”, debitamente demonizzato e disincarnato, assume così connotati virtuali: uccidere “il tiranno”, sabotare il sistema elettrico dei paesi considerati “canaglia”, tirare ai ragazzini palestinesi che lanciano pietre, diventa un video-gioco come quelli messi sul mercato a proposito del Venezuela. Più le società occidentali diventano “complesse”, pregne di dubbi e chiaroscuri, soprattutto a sinistra, più i messaggi dominanti vengono semplificati. Così, i governi che non piacciono all'occidente imperialista, vengono definiti “regimi”, quelli conformi alle sue regole - gli alleati -, sono governi “democratici”, anche se segregano le donne o mettono in galera i bambini.

Contro il Venezuela, che ha osato contrastare “la voce del padrone”, si scatena ora una guerra dai contorni fluidi e allucinati, dietro la quale passano, però, scontri di interesse reali, rappresentati da gruppi e persone in carne e ossa. Prendiamo la grande menzogna sulla “catastrofe umanitaria” e i conseguenti “aiuti umanitari”, che abbiamo visto in occasione del 23 febbraio: un tentativo di mascherare l'invasione armata, che si è tentato di mettere in atto per mare e per terra.

Un aspetto poco raccontato è stato l'assedio per mare e il ruolo centrale avuto dall'Europa per interposta Olanda, paese che regge gli interessi imperialisti a partire da tre isole considerate suoi territori “autonomi”, molto vicine al Venezuela: Aruba, Bonaire e Curazao.

Un inviato della Bbc ha raccontato di un viaggio compiuto a bordo di una nave di “aiuti umanitari” organizzata da Voluntad Popular, proveniente da Porto Rico e battente bandiera australiana, con tanto di proclami politici, diffusi con la voce registrata di Leopoldo Lopez. A Curazao vengono tutt'ora stoccati gli “aiuti” provenienti da Miami. Le foto che vengono diffuse dai media svelano la loro vera finalità nella scritta esibita sulle casse: USAID.

Vista dall'Italia – paese in cui l'attacco al Venezuela ha messo d'accordo partiti di quasi tutto l'arco politico – l'operazione mostra i veri interessi a partire dal profilo di chi la dirige e dalle organizzazioni che la portano avanti.

Uno dei centri più attivi si trova in Abruzzo, dove risiedono grandi costruttori di origine italiana che hanno fatto fortuna in Venezuela e avversano il proceso bolivariano. In quella regione, pretesi giornalisti di ritorno dal Sudamerica descrivono un Venezuela allo sbando, preda di “squadroni della morte” identificati nei collettivi, e presentano il paese come se fosse a livello della Somalia. In Italia trovano appoggio e sostegno mediatico profughi della giustizia venezuelana dal profilo impresentabile. E' passato da qui anche il giovane nazista Lorent Saleh, nella nuova veste di difensore della “libertà di opinione” attribuitagli dal Premio Sakharov.

A sostenere questa pericolosa messinscena si dedicano personaggi di estrema destra dal percorso tutt'altro che “umanitario”. Il 13 febbraio, durante il viaggio in Italia della delegazione dell”autoproclamato”, si è svolta a Roma una riunione che ha messo insieme un parterre inequivocabile quanto a colore politico: l'ex sindaco della Gran Caracas Antonio Ledezma, ora ricercato, il deputato di opposizione José Sucre Gifuni, la francese Marie Le Pen, il rappresentante europeo del Venezuela per gli aiuti umanitari, Rodrigo Diamanti, e il segretario generale del sindacato Ugl, Paolo Capone, che si è recato a Cucuta a fine febbraio per distribuire gli “aiuti umanitari” con una sua delegazione.

Ora, la farsa degli aiuti umanitari ha ripreso quota, alimentata dalle affermazioni roboanti della Conferenza episcopale venezuelana, dell'”autoproclamato” e dal rappresentante della Croce Rossa italiana, che avevano dichiarato in una conferenza stampa realizzata a Roma una distribuzione degli “aiuti umanitari” di proporzioni maggiori a quella effettuata in Siria. Per disinnescare un nuovo siluro, bene ha fatto perciò Maduro a ricevere il rappresentati della Croce Rossa internazionale.

Adattandosi al nemico “come l'acqua si adegua al terreno”, il governo bolivariano da un lato lascia che l'autoproclamato “cuocia nel suo brodo”, dall'altro cerca di direzionare nei circuiti legali questo ennesimo tipo di operazione: ribadendo che i canali deputati all'ingresso di aiuti sono quelli stabiliti dalla cooperazione internazionale (con l'Onu o con L'Oms), che non sono mai venuti meno, e che possono dispiegarsi solo per volontà del legittimo presidente, Nicolas Maduro.

Un concetto ribadito all'Onu dall'ambasciatore Samuel Moncada, che ha denunciato i propositi criminali degli Stati uniti, il loro “macabro esperimento di distruzione”, ostentato all'interno di un organismo internazionale che avrebbe come compito quello di preservare la pace. Il Venezuela è al centro di uno scontro geopolitico globale tra il vecchio campo di forze in crisi di egemonia e nuovi attori decisi a contenerlo, nella riconfigurazione di un mondo multipolare. Adesso è sceso in campo anche il Fondo Monetario Internazionale che, per bocca di Christine Lagarde, ha detto che, “ di fronte alla crisi umanitaria” del Venezuela l'FMI sta valutando “se riconoscere Guaidó come presidente”.

Centrale sia per le sue immense risorse, sia per le relazioni sud-sud costruite in questi ven'anni, sia per la messa in campo di un modello alternativo al capitalismo, il Venezuela sta sperimentando una situazione inedita, e sedimentando elementi generalizzabili, che travalicano le sue frontiere e costruiscono un argine comune contro la barbarie imperante.

Notizia del: 12/04/2019

La sharia attraverso la Fratellanza Musulmana entra come nel burro nell'Europa degli euroimbecilli, non ditelo al fanfulla Salvini

QATAR: “UN LUPO TRAVESTITO DA AGNELLO”

12 aprile 2019


A ottobre, il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini si è recato in Qatar, il “colosso energetico”, dove ha elogiato l’emirato per “non sponsorizzare più l’estremismo“. Purtroppo, è vero il contrario. Il Qatar, “l’altro Stato wahhabita”, a quanto pare, è interessato non solo alle relazioni economiche con l’Europa, ma anche a esportare il suo brand di Islam politico.

Secondo un nuovo libro intitolato Qatar Papers: How the Emirate Finances Islam in France and Europe, scritto da due giornalisti francesi, Christian Chesnot e Georges Malbrunot, il Qatar ha distribuito 22 milioni di euro ai progetti islamici soltanto in Italia. Questo finanziamento ha avuto di fatto un unico beneficiario: l’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia (UCOII), accusata di essere vicina all’organizzazione preferita dal Qatar, quella dei Fratelli Musulmani, il cui portavoce è l’emittente televisiva del Qatar Al-Jazeera, con sede a Doha, la capitale dell’emirato.

“Il Qatar è oggi uno dei principali finanziatori dell’Islam in Europa”, ha dichiarato Malbrunot in un’intervista. Il suo libro, un importante reportage sulla penetrazione islamista in Europa, osserva che il Qatar ha finanziato 140 progetti di moschee e di centri islamici in Europa per la bellezza di 71 milioni di euro. Il paese con il maggior numero di progetti (50) è l’Italia, dove il centro al-Houda di Roma ha ricevuto 4 milioni di euro.

Un nipote del fondatore dei Fratelli Musulmani Hasan al-Banna, Tariq Ramadan, che diverse donne hanno accusato di stupro e di abusi sessuali, ha ricevuto dal Qatar 35mila euro al mese per essere un “consulente”. Il Complesso culturale musulmano di Losanna, in Svizzera, ha ricevuto 1,6 milioni di dollari. Il Qatar, nel 2015, ha donato al St Antony’s College di Oxford, dove insegna Ramadan, un nuovo edificio da 11 milioni di sterline.

Il Qatar è stato anche molto attivo in Francia. L’emirato, secondo il libro, ha finanziato il Centro islamico di Villeneuve-d’Ascq e il Lycée-Collège Averroès, la prima scuola privata musulmana ad essere finanziata dallo Stato francese. Il Lycée-Collège Averroès è stato al centro di uno scandalo quando uno dei suoi insegnanti rassegnò le dimissioni dopo aver scritto che la scuola “era un focolaio di antisemitismo e ‘promuoveva l’islamismo’ agli alunni”.


Il Qatar ha inoltre finanziato altre moschee in Francia. La Grande Moschea di Poitiers, ad esempio, si trova nelle vicinanze del sito della battaglia di Tours (nota anche come battaglia di Poitiers), quella con cui il capo dei Franchi Carlo Martello fermò l’avanzata dell’esercito musulmano guidato da Abdul al-Rahman, nel 732. La moschea Assalam a Nantes e la Grande Moschea di Parigi sono altri esempi.

Nel loro precedente libro, Nos très chers émirs, Chesnot e Malbrunot avevano denunciato lo stretto rapporto esistente tra l’establishment politico francese e la monarchia qatariota. Tra i beneficiari del Qatar figurava l’Institut Européen de Sciences Humaines – una struttura islamica vicina al ramo francese dei Fratelli Musulmani – che offre corsi di teologia islamica.

Tra gli islamisti descritti nel libro c’è il leader religioso residente a Doha, Yusuf al-Qaradawi, che ha giustificato gli attentati suicidi nella seconda Intifada; ha emesso una fatwa che autorizzava l’uccisione di americani in Iraq e ha incoraggiato i musulmani a recarsi all’estero a combattere nelle guerre civili in Siria e in Libia. Qaradawi ha inoltre invocato la “conquista di Roma” e nel 2013 ha annunciato alla televisione egiziana che senza la morte come punizione per aver abbandonato la religione (apostasia), “l’Islam non esisterebbe oggi”.

“Sono anni che segnaliamo la penetrazione ideologica e religiosa di Doha”, ha dichiarato Souad Sbai, originaria del Marocco, presidente del Centro Studi Averroè, in Italia. “Sotto forma di investimenti e operazioni finanziarie, il Qatar estende ogni giorno la propria rete di proselitismo, con gravi danni per le società europee, Italia inclusa”. Sul quotidiano L’Opinione delle Libertà la Sbai ha definito il Qatar “un lupo travestito da agnello”.

Elzir Izzedin, l’imam di Firenze e presidente dell’UCOII, ha ammesso tre anni fa che “dal Qatar sono arrivati 25 milioni di euro”.

C’era inoltre il Qatar dietro il progetto di creare un’università islamica per 5 mila studenti, in una piccola città meridionale come Lecce.

Anche due anni fa, con un investimento di oltre 2,3 milioni di euro, il Qatar stava portando avanti importanti progetti islamici in Sicilia, dove l’emirato pare sostenga circa un quarto delle moschee.

Secondo il presidente del Middle East Forum, Daniel Pipes, “Doha non si affida soltanto alla diaspora islamista in Occidente per promuovere la sua agenda; lavora anche per influenzare direttamente l’opinione pubblica e i responsabili politici occidentali”: “Le sue stazioni in lingua inglese producono una viscida propaganda contro i nemici del Qatar, mascherata da retorica liberale occidentale. L’ultima iniziativa di Al-Jazeera – il suo canale digitale AJ+ – è rivolto ai giovani americani progressisti. I suoi documentari sui mali di Israele, dell’Arabia Saudita e dell’amministrazione Trump sono inseriti tra brillanti servizi delle campagne sui diritti dei transgender e i toccanti appelli per il dramma dei richiedenti asilo sul confine meridionale degli Stati Uniti – argomenti apparentemente incoerenti per un’emittente controllata da un regime wahhabita”.

“Doha cerca anche di influenzare le istituzioni educative occidentali. La Qatar Foundation controllata dal regime elargisce decine di migliaia di dollari a scuole, college e ad altri istituti d’istruzione in Europa e nel Nord America. In effetti, il Qatar è ora il più grande donatore straniero alle università americane. I suoi finanziamenti sovvenzionano i costi per l’insegnamento della lingua araba e delle lezioni sulla cultura mediorientale e la loro inclinazione ideologica è talvolta sfacciatamente evidente, come nel modulo didattico delle scuole americane intitolato ‘Esprimi la tua fedeltà al Qatar’”.

Il più grande quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, ha descritto l’attivismo qatariota nel Paese come segue: “Il 24 maggio scorso il principe sceicco Hamad Bin Nasser Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar era a Piacenza, dove a fianco delle principali autorità cittadine ha inaugurato il nuovo centro islamico; lo stesso giorno si è spostato a Brescia, per tagliare il nastro dell’ampliamento della locale moschea. ora dotata di ampio parcheggio. Tempo due giorni ed ecco ricomparire un sorridente principe Al Thani a Mirandola, in provincia di Modena: anche qui inaugurazione del nuovo centro di preghiera dei musulmani, danneggiato dal terremoto del 2012 e rimesso in piedi come nuovo, al contrario della chiesa parrocchiale locale. Il 28 maggio lo sceicco viene immortalato invece a Vicenza, sempre per l’apertura di un centro islamico. Si salta poi al 5 giugno, quando persino il sito di notizie in lingua inglese del Golfo The Peninsula dedica un articolo allo sceicco e all’ennesimo taglio del nastro, stavolta di un complesso per la preghiera e per una scuola coranica a Saronno (Varese), addirittura affiancato dal vicario episcopale del luogo”.

Un analista dell’Instituto Español de Estudios Estratégicos del Ministero della Difesa, il colonnello Emilio Sánchez de Rojas, ha accusato tanto il Qatar quanto l’Arabia Saudita di lanciare “campagne d’influenza in Occidente”. L’emirato ha finanziato mega-moschee in tutta Europa. L’obiettivo del Qatar sembra essere quello di islamizzare la diaspora europea.

Come affermò nel 2016 Rolf Mützenich, parlamentare tedesco ed esperto di Medio Oriente: “Da tempo abbiamo indizi e prove che i salafiti tedeschi ricevono assistenza con l’approvazione dei governi di Arabia Saudita, Qatar e Kuwait sotto forma di denaro, imam inviati e costruzione di scuole coraniche e moschee”.

Anche The Economist ha focalizzato l’attenzione sull’acquisizione da parte del Qatar delle moschee europee.

Nel 2014, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha designato il Qatar come fonte di finanziamento per al-Qaeda e sembrerebbe anche che Doha sia stata, con qualche pausa, una principale sostenitrice di Hamas, l’organizzazione terroristica palestinese che persegue l’obiettivo di distruggere lo Stato di Israele. Durante la “Primavera araba” del 2011, il Qatar, che – attraverso Al-Jazeera – si è visto riconoscere il ruolo avuto nella “creazione di un ambiente propizio alla Primavera araba”, appoggiò gli islamisti, presumibilmente per rimpiazzare i dittatori laici in Tunisia, in Libia e in Egitto.

Il Qatar è stato inoltre accusato di finanziare lo Stato islamico (Isis). Il generale Jonathan Shaw, già vice-capo di Stato Maggiore inglese, ha dichiarato che il Qatar e l’Arabia Saudita sono responsabili della diffusione dell’Islam radicale. “Questa è una bomba a orologeria che, sotto il pretesto dell’educazione, il salafismo wahhabita sta accendendo sotto il mondo. È finanziata dal denaro saudita e qatariota e va fermata”, ha affermato il generale Shaw.

Se le folli spese ideologiche del Qatar in Occidente si moltiplicano, molti europei, che sembrano ancora persi dietro una cecità ostinata, danno corso alle loro futili accuse di “discorsi di incitamento all’odio” di “razzismo” e di “islamofobia”, mentre i musulmani radicali si infiltrano nelle loro democrazie e continuano ad accerchiarli.


Berlusconi Monti Letta Renzi Gentiloni ci hanno ucciso con la loro austerità da euroimbecilli anno dopo anno per 10 anni, traditori del popolo italiano è dir poco

L’economia italiana a 10 anni dalla grande crisi

13 aprile 2019


L’analisi di Fulvio Coltorti, già direttore del servizio studi di Mediobanca, pubblicata su Nuova Antologia

Il 14 settembre 2008 giornali e televisioni pubblicarono le immagini dei dipendenti della Lehman Brothers che lasciavano la sede della banca portando con sé le proprie cose tenute in scatole di cartone ondulato. La banca era stata lasciata fallire e le ripercussioni furono planetarie a causa dell’interconnessione di operatori e mercati finanziari. L’economia statunitense subì un contraccolpo durissimo con minacce di fallimento di imprese considerate sino a pochi giorni prima vere e proprie icone: Citigroup, Goldman Sachs, Merrill Lynch, General Motors, Chrysler, AIG… Era l’emblema della grande crisi finanziaria provocata dalle big banks internazionali (americane innanzitutto, ma non solo) che si erano ingolfate di titoli tossici alla ricerca di facili e crescenti profitti. La crisi si trasferì presto dalla finanza all’economia reale e in tutti i paesi sviluppati crebbe la disoccupazione.

Oggi, a 10 anni di distanza possiamo valutare gli effetti combinati di tale crisi e delle politiche messe in atto per combatterla.

Se osserviamo le dinamiche del prodotto interno lordo nei singoli Paesi (Fig. 1) troviamo forti differenziazioni. Intanto, il reddito mondiale ha sostanzialmente proseguito la sua crescita. In base ai dati del Fondo Monetario Internazionale, l’indice del Pil mondiale a prezzi costanti, fatto 100 il 2005 e tenendo conto delle ultime proiezioni, si fissa a 165,5 nella stima del 2019. I ritmi sono crescenti, tra il 3% e il 4% secondo il FMI (proiezioni al 2018 e al 2019). Tirano di nuovo i paesi emergenti e in via di sviluppo (5% annuo). Gli Stati Uniti seguono con tassi tra il 2% e il 3%. Nel primo semestre 2018 essi sono saliti al +4% circa; si trovano praticamente in piena occupazione (disoccupati maschi e femmine scesi al 3,7% e al 4% tra gli immigrati). L’eurozona ha arrancato sino al 2016 riprendendosi nel 2017 e nelle proiezioni del biennio successivo (2,4% nel corrente 2018).

L’Italia appartiene all’area mondiale a minore crescita ed è essa stessa il paese che procede più stentatamente. Nel 2017 ha segnato un progresso dell’1,5% ma resta in una situazione poco confortevole, gravata da una disoccupazione del 10-11% prevista quasi invariata al 2019. Gli Stati Uniti, il paese che ha generato e ha fatto da epicentro della grande crisi, oggi mostrano l’economia più spumeggiante con un indice pari a 135,1 nel 2019 (proiezione). Qui, come detto, il sistema è di fatto in piena occupazione e mostra tensioni che la Fed ha iniziato a correggere aumentando i tassi.

L’eurozona è l’area rimasta indietro: chiude nel 2019 a 117,8 e al luglio 2018 l’Eurostat vi registra 13,4 milioni di disoccupati pari all’8,2% della forza lavoro, percentuale che sale al 17% circa tra i giovani2. Tra i grandi Paesi dell’eurozona l’Italia tocca il fondo: chiude il 2019 a 100,8 (praticamente al livello di partenza), conta quasi 3 milioni di disoccupati pari al 10% della forza lavoro; tra i giovani il tasso di disoccupazione è al 31%. Si può dunque dire che siamo praticamente in ristagno con rilevanti problemi sociali (si tornerà su questo dato). Qui occorre dire che questo ristagno non è stato visto dai nostri governanti i quali hanno dichiarato sempre un paese in ripresa, incuranti dei dati di fatto dai quali ciò non risultava.
Perché il ristagno

Le situazioni descritte sono conseguenza della citata grande crisi finanziaria del 2008 che si è trasferita sull’economia reale negli anni successivi. E delle diverse politiche messe in atto per affrontare tale crisi. Intanto, occorre precisare che la crisi è stata (e in parte è tuttora) una crisi da insufficienza di domanda globale. La restrizione degli sbocchi ha messo in difficoltà le imprese le quali hanno cominciato a sospendere il pagamento dei debiti generando allarme nel sistema bancario che ha stretto il credito forse più del dovuto. Fallimenti di imprese e disoccupazione hanno generato aspettative sfavorevoli le quali hanno da un lato ridotto ancor più la propensione a consumare delle classi lavoratrici e, dall’altro, fatto venir meno la propensione degli imprenditori ad investire. Le economie si sono dunque spostate in un tipico equilibrio di sotto occupazione; lo stesso che aveva generato la grande depressione negli anni ’30 che spinse John Maynard Keynes a proporre la sua General Theory (1936). La reazione a fronte di questo stato di fatto è stata indicata dallo stesso Keynes: se il sistema si adagia in un equilibrio insoddisfacente per mancanza di domanda globale è lo Stato che deve intervenire agendo sulla spesa pubblica per compensare (temporaneamente) il deficit di domanda. Questo è quello che hanno fatto Stati Uniti, Regno Unito e Germania con pacchetti fiscali ad hoc (Fig. 2).

Stati Uniti e Regno Unito hanno mobilitato le proprie banche centrali. L’eurozona è invece rimasta prigioniera della sua stessa “zoppìa” e dell’errata costruzione di una moneta unica priva di uno Stato sottostante e di una banca centrale degna di questo nome. Inoltre, commettendo errori molto gravi, invece di attivare politiche di espansione della domanda globale sono state imposte politiche regressive che non potevano che combinare seri guai nei Paesi più deboli.
La Germania ha potuto evitarle grazie alla robustezza delle proprie finanze pubbliche le quali hanno consentito un pacchetto fiscale pari all’1-1,5% del Pil del 2008/09. L’Italia ha invece avuto la peggio e sotto questo aspetto non è riuscita ad attivare nessuna decente politica di stimolo. Ciò porta l’attenzione sull’importanza di una “sana” gestione delle pubbliche finanze in tempi ordinari.

Ritengo notevole l’esempio degli Stati Uniti: considerata la limitatezza della politica monetaria (i tassi si possono abbassare al massimo a zero) nel febbraio 2009 è stato realizzato un piano di stimolo economico (Obama stimulus) con un pacchetto fiscale di 787 miliardi di dollari su due anni (5,5% del Pil, 2,7% annuo); 505 miliardi per nuove spese pubbliche (energia, infrastrutture, educazione, sanità) e 282 miliardi di tagli fiscali. Tutto all’insegna del buy American per quanto riguarda i fabbisogni di beni e servizi dei singoli progetti. I tagli fiscali furono giustificati sia dalla maggiore rapidità di azione sia dal fatto che la selezione delle spese da effettuare per produrre stimoli adeguati avrebbe potuto tralasciare settori importanti; con i risparmi di imposte le singole imprese potevano invece disporre di risorse finanziarie per completare più efficacemente l’azione diretta del governo. Parallelamente la Fed agiva sulla moneta con il Quantitative Easing.


Il successo di questo stimolo si misura attraverso la ripresa dell’economia che si è poi rafforzata sino all’attuale stato assai positivo. Se, a titolo puramente indicativo, dovessimo immaginare oggi uno stimolo simile per l’economia italiana dovremmo pensare ad un’operazione di circa 46-47 miliardi di euro distribuiti su due anni; ma ovviamente occorrerebbe individuare con precisione le spese pubbliche da effettuare con la massima prontezza.

Gli ebrei in Palestina sono un cancro da estirpare. Continuano azioni di guerra in terra siriana

Siria, Israele bombarda chi combatte contro l’Isis: feriti 6 soldati

Almeno sei soldati sono rimasti feriti in un raid israeliano

- 13 aprile 2019


Almeno sei soldati sono rimasti feriti in un raid israeliano lanciato contro obiettivi militari nella provincia siriana di Hama. Lo riferisce l’agenzia di stampa Sana che cita un funzionario militare. Nell’attacco sono stati distrutti diversi edifici. L’Osservatorio per i diritti umani in Siria, con sede a Londra, afferma che i jet israeliani hanno colpito tre obiettivi e ferito 17 soldati nell’operazione. Secondo l’Osservatorio, ci sarebbero anche dei morti, ma non è ancora chiaro quante siano le vittime e se fossero iraniane o militanti sponsorizzati da Teheran.
Gli attacchi aerei hanno colpito un sito per la produzione di missili in un villaggio vicino a Masyaf e una base militare gestita dai combattenti sostenuti dall’Iran. Secondo quanto si è appreso, i jet israeliani hanno sparato missili verso la Siria dallo spazio aereo del Libano e il sistema di Difesa siriano ne ha abbattuti alcuni.

Guido Salerno Aletta - spendere 100 miliardi l'anno in investimenti per diversi anni

Vi spiego il boomerang della Commissione Ue sul Def

13 aprile 2019


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Attenzione al cambio di data: anziché il 23 maggio come è accaduto sempre in passato, quest’anno il giudizio della Commissione europea sui Programmi di stabilità degli Stati sarà espresso il 7 maggio. Su questa inusuale anticipazione, e non è certo una voce dal sen fuggita trattandosi di una affermazione del competente Commissario agli affari economici Pierre Moscovici, si giocherà la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Anziché dibattere liberamente sul futuro dell’Europa, concentrandosi sui pessimi risultati economici dell’Unione, e tenere sulla griglia la Commissione che scade il prossimo 31 ottobre, saranno gli Stati membri, e soprattutto l’Italia, ad essere messi sotto accusa.

“La situazione dell’Italia, riguardo a deficit e debito, pesa sui conti dell’Eurozona”, così ha dichiarato Moscovici a Class Cnbc a margine degli Spring Meetings del Fmi, a Washington. Ed ancora: “Servono misure strutturali, vere e credibili, e misure per la crescita. E non è questione di essere duri, ma il debito deve calare”. La minaccia di dare corso alla procedura per debito eccessivo, tenuta nel cassetto solo per buona volontà da un anno all’altro, è sicura.

L’anticipazione dell’Assessment della Commissione, di ben due settimane, risulterebbe necessaria per evitare la concomitanza della pubblicazione con le votazioni, che si svolgeranno nel periodo 23-26 maggio. Rinviare tutto ai giorni successivi alla proclamazione dei risultati sottrarrebbe alla Commissione una micidiale arma di pressione mediatica, e soprattutto politica. Sulla illegittimità di una anticipazione rispetto al comportamento precedente si può certo discutere, ma non certo sulla sua assoluta inopportunità: nel corso della campagna elettorale, devono essere i partiti politici a suscitare il dibattito sull’Unione europea, non certo la Commissione. Senza contare l’effetto potenzialmente catastrofico che questa entrata gamba tesa nella campagna elettorale potrebbe suscitare sull’elettorato tendenzialmente euroscettico: l’irritazione verso l’Europa dei burocrati crescerebbe a dismisura.

È ben difficile, però, che la Commissione molli la presa, visto che anzi è balenata l’ipotesi di prorogarne la durata fino a che la vicenda della Brexit non si sia conclusa, in un modo o nell’altro. Un diverso negoziatore europeo, meno arcigno di Michel Barnier sulla questione della frontiera irlandese che ha reso inaccettabile per Westminster l’Accordo di recesso, avrebbe evitato lo stallo in corso.

Le vicende di questa settimana testimoniano l’aggrovigliarsi pericoloso delle vicende nazionali rispetto alle scadenze europee: il termine per la Brexit è stato differito al prossimo 31 ottobre, e non al 31 dicembre ovvero al 30 marzo 2020, al solo fine di evitare ogni inframmettenza della Gran Bretagna sulla composizione della nuova Commissione, che si insedierà il 1° novembre, data in cui soprattutto nel mondo anglosassone si festeggia Halloween. “Dolcetto o scherzetto?”: come risposta alla rituale domanda rivolta dai bambini che per l’occasione si recano di casa in casa in cerca di dolciumi, nella prossima notte delle streghe potrebbe materializzarsi a Bruxelles un teschio ben più minaccioso di quello ricavato dalle solite zucche.

La necessità che l’elettorato britannico partecipi alle prossime elezioni europee, a meno che entro la data prevista per il loro svolgimento il parlamento non abbia approvato l’Accordo di recesso concordato a Bruxelles dalla Premier Theresa May, provocherà in Inghilterra una radicalizzazione del dibattito, tra Remain e Brexit. Comunque vada a finire, la pattuglia guidata da Nigel Farage, già leader dell’UKIP e prossimamente del Brexit Party, contribuirà a trasformare l’assemblea di Strasburgo in una risaia vietnamita: completamente allagata, per impantanare il carro franco-tedesco.

C’è dell’altro, che riguarda il Def 2019 appena presentato dal governo Conte: nonostante la crescita miserrima per l’anno in corso, appena lo 0,2% nella versione programmatica, il deficit che è risalito al 2,4% ed il debito che ha invertito la tendenza a ridursi rispetto al pil, lo spread sui titoli di Stato italiani si è ridotto e la Borsa di Milano ha continuato a salire pur mantenendosi volatile. Il +18% dell’indice messo a segno da inizio anno, un andamento contraddittorio rispetto ai dati che confermavano l’ingresso in recessione della economia italiana, mostra quanto sia poco attendibile la narrazione corrente: si sono completamente spezzati i nessi tradizionali che collegavano gli andamenti azionari a quelli dell’economia reale, così come quelli che correlano gli spread all’andamento dei debiti pubblici.

Per far ripartire il mercato azionario e ridurre le tensioni sui debiti pubblici sono bastate, e non è cosa da poco, la vistosa marcia indietro della Fed americana sull’aumento dei tassi, seguita dal preannuncio da parte della Bce di una nuova immissione di liquidità a favore del settore bancario. Basta vedere di quanto, e quanto velocemente, si è ridotto il rendimento del decennale americano per comprendere che la politica monetaria è la loro vera stella polare. Il debito pubblico si trasforma in un buco nero, capace di attrarre a sé ogni risorsa, solo se le banche centrali lo abbandonano al suo destino.

Un ulteriore elemento, sempre più trascurato, è quello della inflazione che soprattutto in Italia rimane lontanissima dall’obiettivo di tornare vicina, ma non superiore, al 2% annuo. Nel Def 2019 si conferma che lo scorso anno i prezzi al consumo sono aumentati solo dell’1,1%, mentre quest’anno dovrebbero crescere ancor meno, dell’1% netto. Questo fenomeno influisce negativamente sui rapporti deficit/pil e debito/pil quanto la bassa crescita reale. Basta prendere la Nota di aggiornamento al Def 2018 per rilevare come gli errori di previsione circa le tendenze dell’inflazione, e soprattutto l’inefficienza della attuale politica monetaria della Bce, siano rilevanti quanto quelli relativi alla crescita: ancora a settembre scorso, infatti, si stimava un deflatore dei consumi pari all’1,3% nel 2018 ed addirittura all’1,4% nel 2019.

Ora, nel Def appena approvato, ci sono previsioni assai rosee solo per l’inflazione del 2020: mentre il deflatore del pil arriverebbe al 2% (rispetto all’1% di quest’anno), quello dei consumi schizzerebbe al 2,3% (rispetto all’1% di quest’anno). Guardando al passato, al periodo che va dal 1992 al 2008, si rileva che sulla riduzione del rapporto debito/pil influì positivamente un tasso di inflazione italiano sempre superiore a quello della media europea. Al contrario, il tasso di crescita reale più basso dipendeva dal drenaggio di risorse operato attraverso l’attivo del saldo primario, quello che si calcola al netto degli interessi.

Le previsioni del governo per il 2020, con una crescita reale dello 0,8% (+0,2% quest’anno), un deficit al 2,1% (-2,4% quest’anno), un avanzo primario all’1,5% (+1,3% quest’anno) ed una invarianza del peso degli interessi al 3,6% del pil, dimostra che il minor deficit dipenderà unicamente dall’aumento del saldo primario, ovvero della quota delle entrate fiscali che viene destinata al pagamento degli interessi.

Non c’è dubbio, a quest’ultimo proposito, che è stato molto positivo l’impatto della politica monetaria ai fini di una forte riduzione del peso degli interessi dopo il picco superiore toccato nel 2012 e poi di una sua stabilizzazione. Il differenziale del peso degli interessi a danno dell’Italia rimane però elevatissimo: da noi assorbono il 3,6% del pil, rispetto all’1,7% della Francia ed allo 0,6% della Germania. E ciò accade nonostante il debito pubblico francese abbia ormai superato in volume assoluto quello italiano.

Visto che ormai il 75% del debito pubblico è in mano agli italiani, ci sono le condizioni per riprendere il dibattito sul debito e soprattutto sulla rendita finanziaria che ne deriva: altro non è che una forma di redistribuzione prevalentemente interna delle risorse fiscali. Si tassa la produzione, il lavoro ed i consumi, a favore della accumulazione. La bassa inflazione in Italia, che è ormai pari alla metà di quella di Francia e Germania, rende ancora più pesante l’onere e ricca la rendita. Sono temi perennemente inattuali: per non vederli, basta chiudere gli occhi. E buona notte ai sognatori.

Excursus sulla Persia e la sua profonda influenza in medio oriente

GLI EQUILIBRI GEOSTRATEGICI MEDIORIENTALI A QUARANT'ANNI DALLA RIVOLUZIONE IRANIANA


(di Andrea Gaspardo)
13/04/19 

Quarant'anni fa, per la precisione l'11 febbraio del 1979, a compimento di un processo iniziato già nel 1963 e cresciuto mano a mano come un'onda di marea, gli ultimi soldati della Guardia Imperiale Iraniana ancora fedeli allo Shah Mohammad Reza Pahlavi deposero le armi di fronte alle forze rivoluzionarie facenti riferimento al Fronte Islamico guidato dal Gran Ayatollah Ruhollah Mūsavi Khomeini portando in tal modo al trionfo della Rivoluzione Islamica Iraniana e alla fine di 2500 anni di dominio monarchico in Iran.

Guardandoci indietro, il rovesciamento della dinastia dei Pahlavi in Iran nel 1979 e l'istituzione della Repubblica Islamica al suo posto ha avuto implicazioni considerevoli non solo per gli Iraniani, ma per tutti i popoli del “Medio Oriente allargato” negli ultimi decenni.

L'Occidente non solo perse il suo più grande partner regionale (una potenza nucleare emergente che, sotto la guida dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, aveva anche costituito quello che all'epoca era indiscutibilmente il più potente esercito del Medio Oriente e forniva agli Stati Uniti estese strutture militari proprio a ridosso del confine sovietico), ma assistette contemporaneamente all'ascesa di un formidabile avversario che si sarebbe opposto ai suoi disegni politici nella regione, forte di una piattaforma ideologica che (caso unico in quel momento storico) rigettava tanto il modello liberale e capitalista dell'Occidente quanto quello ateo e comunista dell'Unione Sovietica.


Per un'interessante coincidenza storica, la Rivoluzione Islamica Iraniana giunse al trionfo poco dopo il crollo del “Nazionalismo Arabo”, con la firma degli accordi di pace di Camp David (1978) e la successiva “defezione” dell'Egitto verso il blocco occidentale che pose fine all'unità tra gli Stati arabi, lasciando al contempo la Siria, la Libia e lo Yemen del Sud quali unici paesi alleati dell'Unione Sovietica nella regione.

L'adozione da parte della Repubblica Islamica di una politica estera mirante a contrastare sia il “Sionismo” israeliano sia quello che percepiva come “Imperialismo” occidentale portò alla sua immediata identificazione, da parte delle forze locali in Medio Oriente, come il principale pilastro dell'opposizione contro l'Occidente ed i suoi alleati. L'Iran avrebbe infatti gradualmente costruito una nuova alleanza centrata intorno a sé, creando forti legami con i resti del blocco nazionalista arabo comprendente la Libia socialista e nazionalista del colonnello Gheddafi, la Siria baathista degli Assad, elementi di sinistra nell'ex-Yemen del Sud comunista oltre a partiti e fazioni di ispirazione islamica Sciita sparse dovunque nell'area mediorientale.

L'impatto di questa nuova politica estera registrò il primo importante contraccolpo nel corso della Guerra del Libano del 1982, quando la disintegrazione pressoché totale dello Stato libanese e la corruzione ed il settarismo imperanti all'interno delle Forze Armate Libanesi fecero si che il “Paese dei Cedri” non riuscisse ad organizzare neppure una resistenza di natura simbolica all'invasione israeliana mirante tanto ad eliminare la presenza dell'OLP in terra locale che ad installare a Beirut un “regime cliente” nella persona di Bachir Gemayel.


Con la Libia impegnata nella sua guerra in Chad e con l'Egitto, l'Arabia Saudita e gli Stati del Golfo tutti saldamente allineati all'Occidente, il blocco nazionalista arabo non era che un pallido ricordo e l'unica opposizione militare degna di nota fu quella della Siria, appoggiata dai Sovietici. Tuttavia, la strapotenza militare e tecnologica israeliana nel contesto dell'operazione “Pace in Galilea” fu tale che sia le forze siriane che quelle dell'OLP vennero rapidamente travolte e costrette ad arretrare mentre le forze armate israeliane (Tzahal) avanzarono in profondità nel territorio libanese fino ad assediarne la capitale Beirut.

All'epoca della dinastia dei Pahlavi, l'Iran era stato ostile verso i regimi nazionalisti arabi (ostilità per altro “cordialmente” ricambiata) e, sebbene anche la nuova Repubblica Islamica vedesse il nazionalismo arabo come un'ideologia “empia” oltre che una potenziale minaccia per la propria sicurezza nazionale (vedi la coeva Guerra Iran-Iraq), essa era nondimeno disposta a cooperare con quanto restava delle potenze nazionaliste per combattere contro il comune nemico. Tale scelta di campo si tradusse nel sostegno finanziario e militare fornito da Teheran, in coordinamento con il governo della Siria baathista, a tutte le fazioni libanesi in lotta contro lo Stato ebraico.


Nel corso dei primi anni '80, i combattenti libanesi furono addestrati ed armati dall'Iran e condussero un'efficace insurrezione contro l'esercito israeliano, e l'ex-alleato persiano si dimostrò così per la prima volta una spina nel fianco per le ambizioni geopolitiche dello Stato ebraico, senza contare che, in tale frangente, anche le forze armate americane e francesi schierate in Libano furono prese di mira dagli insorti locali filo-iraniani tanto da essere obbligate al ritiro.

Dalla successiva amalgama di tutte queste variegate milizie sarebbe poi emerso nel 1985 lo Hezbollah che continuò ad attaccare implacabilmente per i successivi 15 anni le forze israeliane rimaste nel Libano del Sud a guardia della cosiddetta “Fascia di Sicurezza” fino a provocarne il ritiro nel 2000. Tuttavia, i successi militari di Hezbollah sarebbero stati altamente improbabile senza il sostegno iraniano e la stessa Teheran si accollò pure l'onere di pagare l'ampia assistenza che la milizia sciita ricevette dalla Corea del Nord dove gran parte della leadership militare del movimento si addestrò alle tecniche di guerriglia.

Parallelamente, Hezbollah si è anche costituita come organizzazione politica e, a partire dal 1992 ha partecipato a tutte le tornate elettorali nazionali in Libano. Sebbene sia stata dichiarata organizzazione terroristica sia da Israele che dagli Stati occidentali, essa ha continuato a veder crescere il suo profilo internazionale e ad instaurare una collaborazione proficua persino con la Russia.


Hezbollah ha inoltre ampliato la propria rete di sostegno interno facendo ampio utilizzo di programmi di assistenza sociale volti ad ottenere il sostegno della popolazione locale, rafforzando nel contempo le proprie capacità militari sia convenzionali che non convenzionali in previsione di futuri conflitti con Israele, diventando così una forza combattente di tutto rispetto, come gli stessi Israeliani impararono a proprie spese nel corso della guerra del 2006, quando lo Stato ebraico subì la sua prima e, finora, unica sconfitta militare. In tal modo, L'Iran è stato in grado di proiettare indirettamente la propria potenza attraverso il suo principale “proxy” regionale.

Dato che, se Teheran fosse rimasta alleata dell'Occidente, il Libano meridionale probabilmente non si sarebbe mai trasformato in un focolaio della militanza sciita, si può affermare che, per il tramite di Hezbollah, la Rivoluzione Islamica Iraniana ha causato allo Stato ebraico la prima sconfitta militare della sua storia e ha permesso al movimento sciita libanese di acquisire capacità militari che oggi superano quelle della maggior parte degli Stati mediorientali veri e propri.

La presenza iraniana come contrappeso strategico al potere del blocco occidentale si è infine manifestata in tutta la sua interezza a partire dal 2011 in tre diverse aree di guerra. Sul fronte siriano, quando il massiccio schieramento di milizie di Hezbollah e di altre fazioni sciite irachene, afghane e persino pachistane, oltre allo schieramento di unità militari sia dell'Artesh (le forze armate iraniane”) che del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) si è dimostrato determinante prima per contenere e poi per sconfiggere l'insurrezione islamista inizialmente sostenuta dall'Occidente e poi degenerata negli orrori dell'ISIS.


Prima che la Russia intervenisse a gamba tesa sul fronte siriano, a partire dal 30 settembre 2015, l'Iran, assieme a Hezbollah ed alla Corea del Nord, era stato uno dei pochissimi attori internazionali che avevano dispiegato ingenti risorse sul terreno a sostegno del governo locale. Parallelamente, a partire dal giugno 2014, Teheran ha fornito un determinate appoggio al fragile Stato iracheno nell'arginare l'avanzata dell'ISIS, riportando al contempo l'Iraq stabilmente nella zona d'influenza iraniana.

Infine, quando la strisciante guerra civile in Yemen si è tramutata in un conflitto internazionale in piena regola, la Repubblica Islamica non ha lesinato aiuti alla causa degli Huthi, movimento politico-militare espressione delle istanze della numerosa comunità sciita zaidita locale, sotto pesante attacco militare da parte dell'Arabia Saudita.

Il fatto che tutti questi focolai di guerra non si stiano estinguendo, ma anzi si stiano espandendo, è un ulteriore attestato che, gli effetti della rivoluzione che 40 anni fa sconvolse il mondo non sono ancora finiti.

Foto: web / IDF / MoD Fed. russa

Libia - i nostri soldati a protezione di Tripoli

Libia, chi c’è dietro l’avanzata di Haftar in Tripolitania



Il sostegno nei confronti del generale della Cirenaica si è materializzato con il sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e della Federazione Russa. E dalla Francia, in particolare. Ma altri sono, e saranno, gli amici futuri delle sue forze, se egli vincesse su tutto il territorio libico

L’avanzata di Khalifa Haftar, iniziata a Jufra il 4 aprile scorso, è passata dal Sud, dal Fezzan, e, in parte, dal Centro della Libia, partendo dal punto più ad ovest dell’area di influenza già guadagnata da lui stesso nelle scorse avanzate. Il sostegno alle sue azioni contro la Tripolitania, che nasce da antichissime tensioni (il Re senussita Idris si vantava di non aver mai messo piede a Tripoli) si è materializzato con il sostegno dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e della Federazione Russa. E dalla Francia, in particolare. Ma altri sono, e saranno, gli amici futuri delle forze di Haftar, se egli vincesse su tutto il territorio libico. Perché tanti alleati? Intanto, l’Arabia Saudita considera, in primo luogo, Haftar come un avversario del terrorismo islamico, il primo vero pericolo del Regno. Anche gli Emirati Uniti, comunque, partono da questa prima valutazione. Sia gli Uae che Riyadh hanno, peraltro, finanziato ampiamente il golpe di Al-Sisi contro la Fratellanza Musulmana dell’allora presidente Mohammed Morsi, nel 2013.

Gli Emirati hanno, poi, partecipato alle negoziazioni segrete, la scorsa estate, per far esportare il petrolio libico attraverso canali esterni da quello approvato dall’Onu, ovvero la National Oil Corporation di Tripoli. Le forze di Haftar hanno già re-direzionato le spedizioni di petrolio dai porti da esse controllati, per diverse migliaia di barili di petrolio. I sauditi e gli emiratini hanno, inoltre, finanziato le campagne elettorali dei candidati del generale di Bengasi, e questo è un problema vicino a noi, perché le prossime elezioni, che l’emissario dell’Onu Ghassam Salamè, alla Conferenza di Palermo, ha annunciato per la prossima primavera, saranno comunque decisive, chiunque le paghi. E che, comunque, saranno bloccate, sempre sine die, dalla ormai evidente guerra civile per procura che si sta svolgendo in Libia. Inoltre, Haftar ha iniziato l’offensiva del 4 aprile non senza aver prima avvisato il principe emiratino Mohammed bin Sayed al Nayan il 2 aprile e il re (ma non il principe facente funzione) saudita Salman bin Abdulaziz il 27 marzo scorso. La penetrazione in Tripolitania era già stata programmata, militarmente, da Haftar con entrambi i dirigenti, sauditi e emiratini, con cui ha avuto segretissimi contatti.

La volontà politica dei due stati arabi della penisola è quella di porre il governo di Al Serraj a Tripoli sotto una tale pressione, e così forte, da far accettare a Al Serraj l’accordo che era stato definito negli incontri in Abu Dhabi con lo stesso Haftar il febbraio 28 scorso. Ad Abu Dhabi si doveva discutere in primo luogo, del campo petrolifero di Sharara, il più importante della Libia, in mano alle forze di Haftar, poi della unificazione progressiva delle due strutture statali. La firma di questo comunicato che affermava, sine die, l’unione burocratica delle due Libie è stato accolto con favore ovunque, ma era, evidentemente, scritto sulla sabbia del deserto. Per Sharara, il premier Al Serraj ha accettato la cessione di 300mila barili/giorno, gestito dalla Noc libica, dalla spagnola Repsol, dalla Total, dalla Omv austriaca, e dalla norvegese Equinor.

Ma, per ora, non ci sono progressi. La “conferenza nazionale libica”, che la precedente Conferenza di Palermo aveva definito per la fine del gennaio 2019, non si è comunque mai tenuta, malgrado la passione per essa dimostrata da Ghassan Salamè, inviato dell’Onu per la Libia. La Francia ha inviato i suoi operativi della Dgse nell’area di Haftar alla fine del 2015, accampati vicino alla base aerea di Bengasi. Cosa vuole la Francia da Haftar? Chiudere lo spazio maghrebino alle influenze altrui, soprattutto italiane, per costruire un grande spazio della Françafrique dal centro-Africa a tutte le coste africane del Mediterraneo salvo l’Egitto, che è un boccone troppo grosso per quelle forze (Francia e Gran Bretagna) che dovettero perfino fermarsi, per mancanza di munizioni, durante la prima fase della “conquista” della Libia gheddafiana, e chiamarono gli Usa.

Poi, certamente, Parigi vuole, tutto intero, il petrolio libico, che è ormai nelle mani del generale di Bengasi. E la Federazione Russa? Mosca sostiene, ma molto sui generis, Haftar, che infatti, mentre scrivo, è proprio in colloquio con Vladimir Putin, per due motivi: vuole vendere armi all’Esercito Nazionale Libico, ma anche evitare la concorrenza dell’Arabia Saudita, che è anch’essa grande produttore di petrolio e potrebbe associare gli idrocarburi libici ai propri, diventando, rapidamente, il massimo, senza confronti, esportatore di greggio del mondo. Qui, Opec o non-Opec, la situazione non cambia: il prezzo del barile lo farebbe Riyadh. Gli alleati di Mosca in loco non sono omogenei, nelle loro alleanze. Turchia e Algeria sostengono Al Serraj, gli altri sul terreno, lo abbiamo visto, Khalifa Haftar.

E c’è anche la possibilità di una base militare russa sulle coste della Cirenaica, quando Haftar vincerà completamente la partita. Ma già si dice che siano presenti, nell’area delle forze di Bengasi, gli uomini, russi, del Gruppo Wagner, il principale gruppo militare privato utilizzato da Mosca. Alla fine del 2018, il quotidiano russo Rbc riportava che vi erano “truppe russe in Libia”. Le forze di Khalifa Haftar, l’Esercito Nazionale Libico, sono passate dal Fezzan, attraverso i territori delle varie tribù del posto, in due modi: con le buone, e non solo recenti, buone relazioni con quel modo tribale, oppure con grossi pagamenti in denaro. La prima linea di avanzata dell’Esercito Libero di Bengasi è stata tra i Bani Walid e i Sabratha, verso Gharyan, il punto di passaggio da Sud verso Tripoli. Alla fine di marzo, molte brigate locali, tribali e non, avevano cambiato fronte, a favore di Haftar, soprattutto grazie all’esempio della 7° Brigata “Al Khaniat” da Tarhouna, che ha iniziato a combattere con l’Esercito Nazionale di Bengasi che è infatti avanzato attraverso i quartieri meridionali di Tripoli. L’attacco della 7° Brigata ha sortito, probabilmente l’effetto inverso, facendo rimanere fedeli, ma non si sa per quanto, alcune brigate tripoline al governo di Al Serraj.

Anche i “moderati” di Misurata, comandati dall’attuale ministro degli Interni di Tripoli, Fathi Bachaga, che fino ad oggi erano aperti a trattative future con Haftar, si sono irrigiditi a difesa di Tripoli. Le truppe di Misurata, la “Sparta” libica, contano 15.000 uomini, e farebbero la differenza in ogni futuro scontro. Misurata ha peraltro già mobilitato le sue forze militari, ma per ora c’è solo una piccola forza misuratina a fianco delle altre forze di Tripoli. La Bengasi Defence Brigade, che peraltro include alcuni elementi originari di Misurata, e la milizia Halbous hanno invece accettato di far parte della controffensiva di Tripoli. I soldi (altrui) contano. Le Forze di Zintan, altro centro militare di rilievo delle forze armate di Tripoli, sono divise tra il gruppo ancora fedele al governo tripolino del Gna, comandate da Oussama Al Jouili e Emad al Trabelsi, mentre tutti gli altri sono passati dalla parte di Haftar. E Haftar è ancora pieno di munizioni, peraltro.

La Milizia Rada, comandata da Abdelraouf Kara, non ha ancora compiuto alcuna scelta. Oggi si chiama “Unità per la Prevenzione del Crimine Organizzato e del Terrorismo” e controlla i punti nevralgici di Tripoli. Quindi, se vincerà Haftar, la vecchia Rada starà dalla sua parte. Haftar ha già avuto contatti con questa organizzazione, che è affiliata allo stesso movimento salafita makhdalista che già opera a favore del generale di Bengasi a Est. La forza della setta africana salafita, che mira ad un jihad africano e libico, non deve essere certo sottovalutata. La strategia di riproporre, con la forza, l’accordo di Abu Dhabi ad al Serraj, che ne risulterebbe, ovviamente, indebolito, è sostenuta, dalla parte di Haftar, dalla Russia, che, guarda caso, ha votato una mozione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che condanna l’avanzata di Haftar.

L’Egitto stesso ha qualche timore per l’attuale avanzata delle forze di Bengasi, che teme possano avere ripercussioni sia sui molti lavoratori egiziani ancora presenti in Libia, sia per gli equilibri interni al Paese. La Francia ha sostenuto, anche con i suoi operativi, e non solo della Dgse e del Service Action dei loro Servizi, l’avanzata di Haftar, che Parigi ritiene l’unico argine contro il terrorismo, ma anche il modo per riprendersi la Libia dopo il disastro delle operazioni seguite alla detronizzazione di Gheddafi nel 2011. E Haftar è un dichiarato gheddafiano, come ha dimostrato facendo imprimere l’immagine del rais sulla sua carta-moneta, stampata in Russia. La Francia, peraltro, ha grandemente favorito la avanzata di Haftar nel Fezzan raccogliendo, e cedendo al generale di Bengasi, l’intelligence raccolta da un aereo-spia fornito dalla Cae Aviation, una società che appartiene alla Dgse e, in particolare, al suo Service Action.

C'è molto da lavorare sulla logistica semplificazione in un comparto che ci potrebbe dare delle grandi soddisfazioni

Venerdì 12 Aprile 2019 


Salvi, vi spiego perché la Cina è strategica

Burocrazia, costo del lavoro, imposizione fiscale. Fruitimprese, l’associazione delle imprese ortofrutticole, si aspettava un “maggior coraggio” da parte del nuovo Governo giallo-verde per favorire la competitività aziendale di un comparto all’avanguardia nel mondo per rispetto dei lavoratori, ma anche per sicurezza alimentare e ambientale. La competitività, secondo l’associazione, è uno dei gap che ha penalizzato maggiormente il nostro export nel 2018. "Il calo delle nostre esportazioni è preoccupante perché hanno fallito tre prodotti in cui l'Italia è leader al mondo, quali mele, kiwi e uva da tavola; solo la pera ha registrato una lieve ripresa", ha detto ieri a Roma il presidente Marco Salvi durante la 70esima Assemblea nazionale di Fruitimprese.

"Per il Governo sarebbe il momento - come ha suggerito Francesco Daveri, direttore del programma Mba dell'Università Bocconi di Milano - di premere l'acceleratore sulla competitività e sul costo del lavoro. Tuttavia sembra che la politica, per ora, stia guardando altrove. L'Italia, secondo le previsioni del Centro Studi di Confindustria, continuerà a perdere competitività tra il 2019 e il 2020. Le nostre imprese, pertanto, rischiano di avere costi aggiuntivi in futuro” ha avvertito Daveri.


Ma torniamo ai dati. Il 2018, come ha specificato Salvi, sarà ricordato come “l'anno dei record negativi": l'export ha perso circa 450mila tonnellate e oltre 300 milioni di euro. Allo stesso tempo, poi, le quantità importate hanno superato per la prima volta le spedizioni all'estero. "Secondo Fruitimprese - ha aggiunto - è arrivato il momento di cambiare passo e, a questo proposito, credo che il Tavolo ortofrutticolo al Mipaaf possa essere la chiave di volta, soprattutto se ci sarà la possibilità di coinvolgere anche altri ministeri, l’Ice e società di servizi come Ismea e Cso Italy".

Per il futuro, Frutimprese guarda alla Cina come principale obiettivo, "un mercato strategico dove la nostra ortofrutta è ferma al palo, andando ad escludere le circa ottomila tonnellate di kiwi che esportiamo annualmente. Abbiamo bisogno, per prima cosa, di sbloccare in tempi ristretti il protocollo pere con le autorità cinesi, per poi passare a discutere di mele e uva da tavola".

L'associazione nutre un forte interesse per il progetto della Via della Seta, che coinvolge 60 Paesi del mondo, affinché si possa iniziare a spedire i prodotti via ferrovia dimezzando i tempi di trasporto. "L'Italia deve pensare in grande, riempiendo navi, treni e aerei diretti in Cina; non ci possiamo accontentare dei kiwi e di piccole quantità di arance rosse".


Parlando della Spagna, primo esportatore europeo con quasi 13 miliardi di euro l’anno, Salvi ha evidenziato come le imprese spagnole esportino ogni anno in Italia quasi un miliardo di euro di ortofrutta. “Noi - ha detto - dobbiamo cominciare a fare altrettanto”. 

Rimane sempre irrisolto il problema europeo dell’embargo russo. “La Russia non è stata sostituita con altri mercati esteri e le compensazioni per le imprese italiane sono state ampiamente insufficienti. Ogni anno, a causa dell’embargo, più di due miliardi di euro di merci ortofrutticole rimangono sul territorio Ue, con conseguenze sui prezzi e danni per i produttori, che rappresentano l’anello più debole della filiera”.

Sul fronte interno, Salvi ha invece auspicato che la direttiva Ue sulle pratiche sleali venga “recepita dalla normativa nazionale, conservando gli aspetti positivi dell'articolo 62”, e che le “catene distributive italiane, senza venir meno al principio di libero scambio, pongano maggiore attenzione all’ortofrutta nazionale, come del resto avviene in Francia, Germania, Austria e Scandinavia per i prodotti locali”.


In conclusione, il presidente di Fruitimprese ha indicato quattro linee guida per rilanciare il settore: innovazione varietale, innovazione tecnologica, riorganizzazione logistica (“chi controlla la logistica - ha detto - controlla il commercio”) e, soprattutto, comunicazione (“elemento fondamentale per conquistare nuovi mercati e per incentivare i consumi attraverso nuovi metodi e strumenti”).

Anche Paolo De Castro vicepresidente Comagri del Parlamento Ue che, nel corso dell’assemblea, ha ufficializzato la sua candidatura alle elezioni europee di fine maggio, ha posto l’accento sul valore della comunicazione: “Oggi viviamo in un’epoca difficile dove la comunicazione sta diventando sempre più importante. I consumatori europei sono bombardati di notizie contro le sostanze chimiche, quando oggi se ne utilizzano meno della metà rispetto agli anni Settanta”. Il settore ortofrutticolo, secondo l’onorevole, deve quindi reagire cercando di promuovere i grandi passi avanti che sono stati fatti in materia di sicurezza alimentare e ambientale durante gli ultimi decenni.

La 70esima assemblea di Fruitimprese si è conclusa con una tavola rotonda, moderata dal giornalista Rai Franco Di Mare, che ha visto gli interventi di Davide Vernocchi, coordinatore del settore ortofrutticolo dell’Alleanza delle cooperative italiane (Aci), Mattia Onofri della direzione di Euler Hermes – società del gruppo Allianz specializzata nell’assicurazione del credito alle esportazioni - e due rappresentanti di imprese protagoniste dell’import-export: Luca Battaglio della Battaglio spa e Luigi Mazzoni della Mazzoni Spa. Al termine dei lavori sono intervenuti la sottosegretaria all'agricoltura Alessandra Pesce e gli sponsor Unitec (Angelo Benedetti) e International Paper/Bestack (Luca Molari e Claudio Dall'Agata).


Libia - se non usiamo le nostre forze armate per difendere Tripoli cosa le abbiamo a fare?

CABINA DI REGIA: L’ITALIA IN LIBIA È UN PAESE INUTILE
Pubblicato 12/04/2019

DI ALBERTO NEGRI

In Libia a Misurata ci sono 400 militari italiani, una nave è alla fonda a Tripoli, altre sono al largo delle coste, con aerei e droni forse sarebbe stato facile fermare le non tetragone colonne militari di Haftar destinate a sbalzare Sarraj, che la stessa Italia ha portato a Tripoli. Ma questo non è avvenuto nonostante l’Italia contro l’alleato Gheddafi nel 2011 abbia fatto 4.500 missioni aeree. Inutile piangere con francesi o americani: alla prova dei fatti siamo un Paese inutile. Altro che “cabina di regia”.

Cassese un uomo piccolo piccolo servo del neo-liberismo, propone di buttare sotto il tappeto lo sporco proveniente dalla sua parte ideologica. Profitti a noi perdite a quella massa che pretende lo stato forte ed equo

La commissione d’inchiesta sulle banche, Cassese e la Costituzione

Scritto da Fortunato Vinci 12 Aprile 2019


(ASI) In un lungo editoriale sul Corriere della Sera, Sabino Cassese si mostra preoccupato per il fatto che il Parlamento abbia disposto, con la legge n. 28 del 26 marzo scorso, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sul personale e le disposizioni delle autorità di vigilanza, la gestione degli enti creditizi e delle imprese di investimento, l’operato delle agenzie di rating.

Ed estende la sua azione ai fondi assicurativi e assistenziali, ai confidi, al debito pubblico e all’utilizzo dei derivati, alle norme sulle fondazioni ex bancarie. “Non è una commissione d’inchiesta conoscitiva (intende forse riferirsi a quella inutile e alla camomilla di Pierferdinando Casini) ma può disporre - spiega ancora Cassese - dei poteri dell’autorità giudiziaria, ordinare l’accompagnamento coattivo di persone, superare le norme sui diversi segreti, sanzionare in caso di rifiuto di comparizione e di false dichiarazioni. Per la durata e l’ampiezza del mandato, le finalità e i poteri, una superprocura sui reati finanziari sul modello dell’Autorità antimafia e antiterrorismo. Si può essere sicuri che la commissione sarà al centro di una guerriglia contro banche e istituzioni finanziarie perché mette sotto accusa il sistema bancario e finanziario e i suoi controllori, senza distinzione tra “buoni” e “cattivi”, tra “colpevoli” e “incolpevoli”. Non si era mai visto un Parlamento che mettesse sul banco degli imputati un intero settore dell’economia, importante come quello finanziario”. Non la penso affatto come Cassese. Non capisco, tanto per cominciare, lo stupore per una commissione “mai vista prima”. Non si era mai visto prima nemmeno quello che hanno combinato le banche, cominciando dal Monte dei Paschi per finire alle Banca Etruria, Banca delle Marche, Carife, Carichieti, Banca Veneto, Banca Popolare di Vicenza con i fallimenti che hanno costretto lo Stato a sborsare già una decina di miliardi. E con le truffe ai risparmiatori, che sono più di 300 mila (vedi Il Sole 24 Ore e il Corriere) e non 25 mila come sostiene Cassese. L’ultimo miliardo e mezzo è pronto (il decreto è in discussione in queste ore) per risarcire i clienti vittime, appunto, di “violazione massiva” delle norme sul risparmio. Mi pare, poi, del tutto incomprensibile come si faccia a dire che si deve indagare solo sui cattivi e i colpevoli. Chi sono i cattivi e i colpevoli? Non si sanno prima. Si sapranno - se ci sono - solo dopo, appunto dopo le inchieste, che servono per questo. I magistrati, con l’ausilio della polizia giudiziaria, non indagano solo sui delinquenti, anche perché non possono saperlo prima, indagano su tutti per scoprire - se ci sono e chi sono - gli eventuali delinquenti. Sorprende anche, su quanto scrive Cassese, il richiamo che fa alla Costituzione. Per lui questa commissione d’inchiesta sarebbe addirittura incostituzionale. E perché? Cassese richiama l’art. 47 “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. E, però, aggiunge l’editorialista del Corriere, “non che lo mette sotto accusa”. Ma la commissione non ha la finalità di mettere sotto accusa il risparmio, che sarebbe peraltro una cosa piuttosto stravagante e complicata, mette sotto accusa chi questo risparmio non lo ha tutelato, facendone scempio, e violando, tra le altre norme, anche per non dire soprattutto, proprio l’art. 47 della Costituzione sopra richiamato. Cosa che sembra abbiano fatto alcune banche, con la noncuranza della Banca d’Italia e la Consob, che non hanno controllato, visto e capito nulla.

Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia

Pierluigi Fagan - gli Stati sono sistemi che debbono fornire adattamento all’ambiente geo-storico in cui si trovano

Lo stato della sinistra europea
[post molto complicato]

di Pierluigi Fagan
10 aprile 2019

Stato come istituzione giuridica comune ad una popolazione di un dato territorio, viene dal latino status che significava “condizione”. Il titolo del post quindi alluderebbe a “la condizione della sinistra europea rispetto al problema dello Stato”.

Il problema è che la sinistra è quella parte politica che storicamente, per lo più proviene dal pensiero marxista e Marx, sebbene figlio di un avvocato ed introdotto all’università proprio agli studi di diritto, nonché impegnato come prima prova di pensatore-scrittore in una Filosofia del diritto che mai terminerà (terminerà invece la critica di quella hegeliana ma una concezione positiva non si forma di per sé da una negativa per semplice inversione), non sviluppò una significativa visione dello Stato.

La lacuna nel sistema teorico venne avvertita da Lenin che, alle prese con il pragmatico problema di uno Stato reale (quello russo), dovette farci una riflessione meno elusiva in Stato e rivoluzione. Ma poiché l’impianto teorico di Marx era social-economico-filosofico, la natura dello Stato, rimase un imbarazzante punto interrogativo nella parte politica che da lui discese. Sebbene in aperta competizione con gli anarchici ai tempi della Prima Internazionale, un certo alone di critica assoluta dello Stato, era genetica di quei tempi. Lo Stato era avvertito come istituzione borghese ma l’origine dello Stato precede la nascita della borghesia di più di tre millenni.

Engels aveva provato a ricondurre la nascita dello Stato a ruolo giuridico dell’affermazione della prima proprietà privata, ma il testo di Engels del 1884 era molto ideologico poiché le conoscenze archeologiche del tempo sulla nascita delle società complesse mesopotamiche non erano sviluppate come poi sono state sviluppate. Quella di Engels è ciò che propriamente potremmo definire una “narrazione”, un’ipotesi razionale, com’era d’uso già dai tempi di Rousseau. Si è poi scoperto che lo Stato non nacque esattamente per quel motivo (né la proprietà privata), non era quella la sua genetica e quindi non è quella la sua unica natura, il suo ruolo e funzione.

W. Streeck, che da tempo io personalmente stimo molto, pur essendo una punta avanzata di lucidità, qui mostra nello sviluppo del suo pensiero, tutto il rovello che la sinistra ha nei confronti del concetto di Stato. La UE è una istituzione economica, se è economica non è politica, se non è politica non può esser democratica. Giusto. Allora il giornalista speranzoso domanda: ma allora la sinistra non potrebbe battersi proprio per uno Stato europeo democratico? Al che il tedesco risponde: ma non si è mai visto nella Storia che sovranità eterogenee devolvano il loro potere ad una sovranità di ordine superiore.

Questa risposta è un po’ strana perché la sinistra nasce e si batte per cose che non si sono mai viste nella storia, questo realismo forte può e deve esser messo a base di un progetto politico consapevole delle difficoltà dei compiti ma non può diventare il divieto a pensare un nuovo modo di fare le cose politiche altrimenti addio sinistra tout court.

Penso che la risposta giusta sarebbe stata: non si può fare. Non si può fare non perché contingentemente non ci sono le condizioni, non si può fare perché non funzionerebbe, non si possono unire popolazioni con storia e cultura troppo diversa, non potrebbero convivere. Qui emerge il problema etno-antropologico dell’analisi economo-giuridica dello Stato in Marx, una analisi strutturalista che non esamina a grana fine la natura dei diversi popoli, dei territori, della storia e geografia. I capitalisti sono inter-nazionali? Allora anche i lavoratori debbono esser inter-nazionali! Sì ma non lo sono e prima di lavoratori sono cittadini di questa o quella tradizione storico-culturale. Se fai lo Stato dell’euro, parlamentare-democratico e quindi non potere di decidere tutto per via politica, scopri che i cinque paesi latino-mediterranei sarebbero due terzi di quel parlamento. I tedeschi sarebbero sistematicamente minoranza. Sarebbe la via latino mediterranea all’euro che notoriamente, non è quella tedesca prima ancora che esser o non esser neo-liberale o ordo-liberale o socialista. I tedeschi ed i paesi del Nord Europa, scapperebbero dopo pochi secondi, tanto quelli di destra che quelli di sinistra. Quella di classe non è l’unica partizione della società.

Di contro, confusa la natura dello Stato quattro-cinquecentesco con quella dello Stato ottocentesco già in modalità capitalista, Streeck pensa che l’unico problema in agenda sia quello di riportare la decisionalità politica nei singoli Stati. Ma gli Stati sono sistemi che debbono fornire adattamento all’ambiente geo-storico in cui si trovano. L’ambiente planetario del 2050, non ha niente a che vedere con l’ambiente europeo del XIX secolo che aveva anche poco a che fare con l’ambiente europeo del XIV-XV secolo che è il tempo in cui si formarono i primi Stati europei nell’Europa occidentale (Francia, Inghilterra, Spagna, e Portogallo prima di tutti gli altri). Stati impotenti, non si salvano perché sono “democratici”, la potenza è una cosa, il modo in cui la si gestisce un’altra.

Credo che il problema sia che la sinistra non è in grado di pensare lo Stato e se oggi, In Europa, non si fa un ragionamento su questa forma istituzionale in cui si organizzano i popoli da almeno quattro migliaia di anni, non si ha una strategia politica che possa sostenere un’azione politica conseguente. Da cui la condizione smarrita della sinistra. Tutte le contorsioni tra confini aperti e chiusi, internazionalismo o cosmopolitismo, democrazia o dittatura del proletariato, Stato sì ma nazione no, europeismo o sovranismo e molto altro, discendono a mio avviso da questo buco nero dal quale ci si tiene alla larga per non andare in conflitto con un corpus teorico che non si sa come evolvere senza sgretolarlo.

[Il post è ardito, le tesi schematiche, la materia molto complicata, i singoli temi tendono ad infiammare il dibattito. Si prega di criticare e contribuire allo sviluppo del ragionamento in maniera costruttiva. E’ una riflessione aperta anche se scritta in forma assertiva. Grazie]

venerdì 12 aprile 2019

Roma - Mattè, magna tranquillo

Giovedì, 11 aprile 2019 - 14:08:00
M5s, Virginia Raggi sfotte Matteo Salvini: "Magna tranquillo"

M5s, Virginia Raggi non le manda a dire...


"A Roma si risponderebbe così: Salvini magna tranquillo". Così il sindaco di Roma, Virginia Raggi, in merito alle dichiarazioni del ministro dell’Interno con cui ha aperto alla possibilità che la Lega si candidi alla poltrona di primo cittadino del Campidoglio. Raggi questa mattina ha preso parte a Palazzo Chigi alla presentazione della 76/a edizione degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis.


Leader Lega, "quando giro per Roma mi dicono 'Daje Mattè'"


© ANSA

Redazione ANSAROMA
11 aprile 201916:53NEWS

(ANSA) - ROMA, 11 APR - "A Roma si risponderebbe così: Salvini magna tranquillo". Così il sindaco di Roma, Virginia Raggi, in merito alle dichiarazioni del ministro dell'Interno con cui ha aperto alla possibilità che la Lega si candidi alla poltrona di primo cittadino del Campidoglio. "Roma è una città complicata da governare, è immensa. Ha bisogno di un'attenzione quotidiana -aveva detto Salvini- Quando ho due minuti preferisco comunque fare due passi per la città, tra la vita reale e i romani che mi dicono 'Daje Mattè!'".

I radical chic sono decisamente in malafede

Sul fascismo o sono ignoranti oppure in malafede

11 aprile 2019

Il nuovo mantra della sinistra in questi giorni è che l’Italia non ha veramente fatto i conti con il fascismo. L’hanno scritto giornali, Repubblica, l’hanno detto trasmissioni televisive come Otto e mezzo e politici. Ma io mi chiedo: come si fa a sostenere questa tesi? Se c’è un Paese in cui non si parla d’altro che di fascismo è proprio l’Italia. Sul tema, abbiamo avuto letture e riletture da parte degli storici di sinistra (che sul tema hanno avuto per anni una specie di esclusiva) e di quelli di destra.

Sul primo fascismo abbiamo degli studi fondamentali di Emilio Gentile, che ci spiegano come all’inizio fosse un movimento ancora senza un’ideologia ben definita; per gli anni successivi abbiamo gli studi altrettanto fondamentali di Renzo De Felice e quelli di Francesco Perfetti, Giuseppe Parlato e tantissimi altri storici che hanno sviscerato il tema sotto ogni punto di vista.

Dunque, sostenere che non abbiamo fatto i conti con il fascismo vuol dire essere in malafede o ignoranti: non c’è una terza soluzione. La destra, peraltro, ha fatto i conti anche con il peggio del fascismo: le leggi razziali e l’ideologia razzista. Al punto che la nuova destra ispirata da Alain Benoist e altri intellettuali non solo ha rinnegato il razzismo, ma ha assunto persino posizioni terzo mondiste e multiculturaliste.

Ma tutto questo è completamente sconosciuto agli intellettuali di sinistra, che vengono insigniti di questo titolo anche quando mostrano un’ignoranza clamorosa di quello che è stato detto, studiato e pubblicato negli ultimi settant’anni.