Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 27 aprile 2019

Sulle Terre Rare, forse, la Cina ha sbagliato strategia

TECNOLOGIA
Terre rare, guerra fredda con la Cina per i materiali che servono all’hi tech

di Danilo Taino27 apr 2019


Spesso, mostrare i muscoli non è una buona idea. Al vertice del Partito Comunista Cinese lo aveva ricordato Deng Xiaoping, il leader che nel 1978 aprì l’economia dell’Impero di Mezzo al mondo: tenete un profilo basso, aveva consigliato. Da qualche anno, però, gli alti dirigenti di Pechino si sono infatuati di altre frasi famose del grande uomo. Per esempio questa: «Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare». Ritenendo evidentemente di potere spadroneggiare in un settore strategico importantissimo per la tecnologia di oggi, hanno inteso utilizzare la posizione di monopolio che avevano fino dieci anni fa nella produzione di terre rare per imporre prezzi, quote di esportazione e termini di scambio. Il risultato è questo: nel 2009-2010, la Cina produceva tra il 95 e il 97% delle rare earths mondiali, nel 2018 meno dell’80%, secondo certe statistiche, il 58% secondo altre.


Quando ha mostrato i muscoli, gli altri Paesi si sono spaventati e sono corsi ai ripari. Per un verso, hanno enormemente intensificato l’attività di ricerca. Il Giappone, uno dei maggiori clienti di Pechino nel settore, ha scoperto un giacimento enorme di terre rare — per alcuni con prospettive di estrazione semi-perpetue — nei fondali fangosi attorno all’atollo Minami-Toroshima, a circa 1.850 chilometri a Sud-Est di Tokyo. Un consorzio presieduto dal professor Yasuhiro Kato, al quale partecipano aziende come Toyota, Modec, Shin-Etsu Chemical, sta ora studiando il modo di estrarne i metalli in modo redditizio. Per un altro verso, in altri Paesi si è rimessa in moto l’estrazione, ad esempio nella miniera di Mountain Pass, in California, che in precedenza era stata chiusa per gli alti costi. 

Le terre rare sono 17 elementi chimici della Tavola Periodica di Mendeleev poco conosciuti: dallo Scandio all’Ittrio, dal Neodimio al Cerio e al Terbio. Grazie alle loro proprietà e versatilità sono utilizzati in produzioni hi-tech: in molte tecnologie verdi, ad esempio nelle turbine a vento, nelle batterie per auto elettriche, negli smartphone, nelle tecnologie a microonde, negli schermi tv, nei superconduttori, nei tablet, nei laptop computer. Nell’industria bellica sono insostituibili: sistemi di guida missilistici, laser, satelliti, jet. Hanno insomma una indispensabilità strategica. Non è che trovarli in natura sia così raro come si direbbe dal nome: il problema è che separarli dalle rocce in cui sono contenuti e raffinarli è un processo complesso, che richiede una serie di passaggi chimici e comporta rischi di inquinamento, in alcuni casi radioattivo (molto di frequente il composto prima della separazione contiene Torio). I costi sono in genere elevati.

Fino al 1985, la maggior parte delle terre rare era prodotta in California, nella miniera di Mountain Pass. Gli Stati Uniti erano il maggior produttore al mondo, con Brasile, India, Malesia, Cina distanziati per volumi estratti. Poi, una serie di normative antinquinamento e nuovi regolamenti di estrazione portarono a un calo della produzione, al punto che nel 2002 Mountain Pass chiuse. Nel frattempo, la Cina aumentò enormemente l’estrazione: il Paese possiede circa il 30% delle riserve conosciute (escluse quelle di Minami-Torishima) e già negli anni Novanta realizzava il 90% della produzione globale. È in quel periodo che esplode la domanda internazionale, sostenuta dalle innovazioni tecnologiche. Una domanda così portentosa nella Cina stessa che, nel 2004, tre anni dopo essere entrata nella Wto ed averne accettato le regole, Pechino decise di imporre quote e tariffe all’export di terre rare. In più, per motivi ambientali, nel 2006 introdusse anche quote alla produzione. Sul mercato internazionale, i prezzi entrarono in tensione.

La grande crisi del 2008 e la recessione seguente mantennero il problema sotto controllo. Ma non poteva durare molto: l’export dalla Cina, che era ormai il monopolista del settore, scese dalle 65 mila tonnellate del 2004 alle 50 mila del 2009 e poi a 30 mila nel 2010. A quel punto, scoppiò con il Giappone la disputa territoriale sulle Isole Senkaku (Diaoyutai in cinese) e Pechino impose un embargo alle esportazioni di rare earths contro Tokyo. Il prezzo sul mercato mondiale salì fino al 1.500% per alcuni metalli. È a questo punto che la comunità internazionale si rese conto della delicatezza della situazione, del pericolo che il monopolio cinese costituiva e delle pratiche che Pechino utilizza incrociando le decisioni commerciali con quelle politiche. Europa, Stati Uniti e Giappone ricorsero alla Wto e vinsero il caso contro la Cina, la quale dal 2015 ha terminato la politica delle quote. Nel frattempo, però, tutta una serie di Paesi ha cercato fonti alternative, ha rimesso in attività miniere dismesse, tanto che i prezzi sono caduti (per questo Mountain Pass ha chiuso di nuovo).  I giacimenti di Minami-Torishima non saranno commercialmente utilizzabili ancora per qualche anno.

Avere un’alternativa alle forniture cinesi, rimane un’arma di pressione sottratta a Pechino. Dall’altro lato del Pacifico, Donald Trump si è più volte detto preoccupato della catena di fornitura di elementi indispensabili alla sicurezza e alle strategie militari americane. E Michael Silver, il presidente della società di produzione e distribuzione di materiali avanzati American Elements, ha chiesto alla Casa Bianca di introdurre la questione delle terre rare nelle trattative commerciali in corso tra Washington e Pechino. Anche gli strateghi cinesi certe volte falliscono. Hanno seguito il consiglio sbagliato di Deng e invece della modestia hanno seguito la volontà di potenza. Il mondo non è rimasto a guardare.

La Cina continua l'implementazione delle Vie della Seta, promuovere il commercio internazionale, una strategia precisa e seria

Cina, Xi Jinping: Trasparenza lungo le Nuove Vie della seta

Forum One Belt One Road, enunciati principi green di investimento

Mosca, 26 apr. (askanews) – La Cina si apre al mondo e lancia i principi della One Belt One Road. Con discorso di mezz’ora, davanti a 37 capi di Stato e di governo, al segretario generale dell’Onu, alla direttrice del Fondo Monetario Internazionale, un centinaio di ministri stranieri, 5 mila delegati, il presidente cinese Xi Jinping ha inaugurato a Pechino il secondo Forum sulla Belt and Road.

Si tratta di un incontro multilaterale organizzato dalla Cina per promuovere l’iniziativa omonima, ossia la nuova Via della Seta. Con lo scopo di migliorare la qualità della cooperazione economica, aumentare l’interconnessione dei trasporti, promuovere la crescita comune, elaborare progetti prioritari di cooperazione infrastrutturale.

Xi Jinping ha assicurato trasparenza e rilanciato la promessa di costruire un futuro di condivisione dopo l’ondata di critiche per un piano sospettato di voler creare una egemonia cinese e di alimentare la trappola del debito in Paesi in via di sviluppo.

“The Belt and Road non è un club esclusivo, il verde è il colore fondamentale, promuoviamo progetti di intrastrutture verdi, di investimenti verdi per proteggere la terra che tutti noi chiamiamo casa, Tutto deve essere fatto in modo trasparente e dovremmo avere tolleranza zero contro la corruzione” ha detto Xi parlando di sostenibilità ambientale, progetti verdi e puliti.

Ci sono sei corridoi e sei canali che serviranno a connettere i Paesi sulle Vie della seta, questi principi sono stati sviluppati dal China Green Finance Committee e dalla City of London in collaborazione con altre organizzazioni internazionali.

Gli Stati Uniti nostri invasori con le 100 e passa basi militari pagate con i nostri soldi vogliono tenerci con un guinzaglio sempre più corto

Il forcing anti-Cina dell’ambasciata Usa in Italia (mentre Conte è a Pechino)

27 aprile 2019


L'Ambasciata non ha voluto lasciare spazi di complicità: il retweet del video del Dipartimento di Stato contro il “progetto del secolo” di Xi, la visita a Genova, la posizione sul 5G

È piuttosto interessante notare che mentre il premier italiano Giuseppe Conte è in visita a Pechino per partecipare al Forum internazionale sulla Nuova Via della Seta – come leader dell’unico paese del G7 firmatario di un memorandum d’adesione all’infrastruttura geopolitica cinese – l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma rilanci su Twitter un video studiato dal dipartimento di Stato per spiegare come l’iniziativa, che Xi Jinping promuove come il “progetto del secolo”, sia piena di costi e rischi.



La Belt and Road Initiative cinese mira a ricreare e ampliare le famose rotte commerciali della #ViadellaSeta che collegavano la #Cina al mondo. Ma l'iniziativa comporta dei rischi e dei costi. Guarda il video


I contenuti del video prodotto da Share America – programma comunicativo con cui il dipartimento condivide le policy governative su macro-questioni internazionali – sono ben noti. Si parla di trappola del debito, pressioni politiche, “opacità”, “corruzione”, tutte critiche contro cui lo stesso Xi all’apertura del forum pechinese s’è dovuto schierare sulla difensiva, per trasmettere fiducia all’esterno (ma attenzione: l’apparente ritirata di Xi, molto meno autocelebrativo di due anni fa, quando nello stesso contesto spingeva al massimo il progetto, è anche una necessità propagandistica dal valore tattico; collegata anche al fatto che il presidente deve tornare a occuparsi di più di Cina, interna, che della sua proiezione esterna; sono i cinesi che glielo chiedono).

Ma al di là dei contenuti, l’interesse sta proprio in quella tempistica, perché significa che l’ambasciata americana non ha lasciato spazi di complicità sulla visita di Conte – che pure in questi giorni, e come fa da quando il suo governo ha aderito alla Belt & Road Initiative (Bri, definizione internazionale della Nuova Via della Seta) ha cercato di sottolineare come la presenza italiana all’interno sia tutt’altro che un problema ma anzi sarà una sorta di garanzia di un funzionamento più trasparente dell’enorme progetto cinese.

L’ambasciata però non solo rilancia la grafica interattiva contro la Bri, poi condivide anche un tweet di Morgan Ortagus, portavoce del dipartimenti di Stato, che a sua volta denuncia che 15 paesi di quelli che hanno aderito al piano cinese sono già a rischio indebitamento, e di questi sei sono europei. #DebtTrap è l’hashtag che usa il cuore della diplomazia americana, con la funzionaria di alto livello che linka un report del Center of Global Development che ha studiato la vulnerabilità di certe situazioni.


Non solo: il 26 aprile, giorno in cui il premier Conte è arrivato a Pechino, l’ambasciatore statunitense Lewis Eisemberg è andato a Genova (per la prima volta dall’inizio della sua missione) per incontrare il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale, Paolo Emilio Signorini e il sindaco Marco Bucci. La visita non è certo casuale: sabato 23 marzo, durante la cerimonia di firma dei trattati bilaterali tra Italia e Cina nell’ambito dell’adesione alla Bri, c’era anche Signorini a siglare, insieme a Bucci nelle vesti di commissario straordinario per la ricostruzione del Ponte Morandi, un accordo di cooperazione con la China Communication Construction Company (CCCC).

La Quattro C – che sul Morandi aveva avanzato un’offerta battuta da Salini-Fincantieri – è una società cinese, statale, specializzata in infrastrutture portuali. Genova è al centro degli interessi di Pechino perché potrebbe diventare uno dei principali terminal marittimi della Bri. Si tratta di un hub strategico per l’Italia (un’idea delle dimensioni: nel suo complesso rappresenta il 25 per cento del gettito nazionale sulle importazioni, con circa 2,2 miliardi di euro annui). Eisenberg, che ha svolto un ruolo identico a quello di Signorini per New York e New Jersey (ai tempi del 9/11), era nel capoluogo ligure con più di un interessamento quindi.

Il pattern contro Pechino è articolato e tocca vari argomenti che l’Italia non può ignorare. Sempre Ortagus per esempio, e sempre ieri, ne ha sottolineato un altro: “Gli Stati Uniti possono partecipare solo a reti 5G affidabili – ha scritto ancora su Twitter – Accogliamo con favore le decisioni dei nostri alleati come l’Australia e il Giappone di escludere dalle loro reti 5G le apparecchiature prodotte da venditori inaffidabili provenienti da nazioni contraddittorie”. Canberra e Tokyo hanno seguito il consiglio americano, e sono tra quei paesi che hanno deciso di escludere la Cina dai fornitori delle apparecchiature per dati di ultima generazione, il 5G appunto, considerato attualmente il massimo avanzamento tecnologico nel campo internet.

Sul tema invece l’Italia ha avuto un atteggiamento non chiarissimo: mentre il governo ha più volte dichiarato di aver messo al riparo le strutture – anche perché Washington minaccia di tagliare gli scambi di intelligence, ossia di tutto quel pacchetto di informazioni vitali che tiene in piedi uno stato – ci sono stati segnali che anche le telecomunicazioni potrebbero entrare a far parte dei settori di cooperazione con Pechino legati all’adesione alla Bri.

Il forcing statunitense anti-Cina, in questi giorni in cui Pechino ha concentrato su di sé diversi leader di stato e di organizzazioni internazionali (Onu, Fmi, Banca Mondiale), è ampio e intenso: per esempio ne fa parte anche un op-ed per Foreign Policy firmato dal direttore dello USAID Mark Green in cui la Bri viene messa a confronto col programma del dipartimento di Stato per il sostegno allo sviluppo di altri paesi.

La Cina rischia di gravare le nazioni con debito facendole diventare dipendenti attraverso accordi predatori, invece gli Stati Uniti con lo USAID aiutano i paesi ad adottare le necessarie riforme per raggiungere l’autosufficienza e la prosperità, dice in sintesi Green (USAID è il programma che per esempio nei giorni scorsi ha spedito viveri in Mozambico, colpito da un ciclone: il materiale dell’agenzia statunitense era stoccato alla base di Camp Darby, Pisa).

Decadentismo degli Stati Uniti - La storia ci dirà che già da oggi questo paese è in piena fase di discesa anche se loro non ne sono consapevoli


Il professore di Harvard commenta la fine dell’era degli Stati Uniti
© AP Photo / Andy Wong
10:24 27.04.2019

Il professore di relazioni internazionali dell'Università di Harvard negli Stati Uniti, Stephen Walt, ritiene che gli Stati Uniti perdano la loro posizione sulla scena mondiale.

Ha espresso la sua posizione in un articolo per la rivista Foreign Policy. A suo avviso, con l'arrivo dell’amministrazione del presidente Donald Trump, del consigliere per la sicurezza di John Bolton e il segretario di stato di Mike Pompeo, Washington ha preso una posizione, che consiste nel fatto che gli USA sono così potenti che possono risolvere molti problemi da soli, e gli altri stati possono essere intimiditi dalla dimostrazione della loro potenza.

Gli USA fanno non solo una guerra commerciale con la Cina, ma anche con molti loro partner economici. Per la soluzione delle questioni diplomatiche con l'Iran e la Corea del Nord, Washington avanza pretese irrealistiche, e quando queste non vengono rispettate, impone sanzioni.

Walt sottolinea che l'attuale situazione del paese permette di aderire a questo tipo di approccio, ma durante la presidenza di Trump non ci sono stati veri successi nella politica estera.

Secondo il professore, ora gli Stati Uniti sono potenti e sono in una posizione privilegiata, ma tutto ha un limite.

In precedenza nel mese di aprile, l'esperto del centro studi sui problemi di sicurezza Ran, Kostantin Blokhin ha detto in un'intervista a Izvestia, che la politica estera di Washington è in contrasto con la dichiarazione del presidente USA Donald Trump che riguarda tutti i paesi, compresi gli Stati Uniti, compresi Russia e Cina, che devono sbarazzarsi delle armi nucleari.

Iran - Stati Uniti deragliano, sono al completo sbando, c'è un'approssimazione e un presa pochissimo pauroso, rappresentano un vero pericolo per l'umanità

26/04/2019, 12.12
IRAN - STATI UNITI

Zarif: non Trump, ma la ‘banda delle 4 B’ vuole la guerra con l’Iran

In un intervento all’Asia Society il capo della diplomazia iraniana attacca quanti premono per un conflitto. Fra i fautori della guerra vi sarebbero Bolton, “Bibi” Netanyahu e i principi ereditari di Riyadh (bin Salman) e Abu Dhabi (bin Zayed). Il pericolo di un “incidente” per innescare una crisi più profonda. La linea dura favorisce solo l’ala radicale ed estremista iraniana. 


New York (AsiaNews) - Il presidente americano Donald Trump non vuole davvero una guerra con l’Iran, ma potrebbe essere spinto nella direzione di un conflitto sotto l’influenza negativa della “banda delle quattro B”: il consigliere per la sicurezza nazionale Usa John Bolton, il premier israeliano “Bibi” Benjamin Netanyahu e i principi ereditari di Arabia Saudita (bin Salman) ed Emirati Arabi Uniti (bin Zayed Al Nahyan). È quanto ha affermato il ministro iraniano degli Esteri Mohammad Javad Zarif, nel contesto di un lungo faccia a faccia con la presidente di Asia Society Josette Sheeran che si è tenuto il 24 aprile scorso nella sede dell’ong a New York. 

Rispondendo all’invito di Asia Society, organizzazione pan-asiatica che opera per rafforzare i rapporti e favorire la comprensione fra dirigenti e istituzioni del continente e Stati Uniti, il capo della diplomazia di Teheran ha attaccato i falchi dell’amministrazione Usa. Secondo Zarif vi sarebbero persone che starebbero organizzando un “incidente” per innescare una crisi più profonda, ma Teheran agirà “con ancora maggiore cautela” in risposta alle mosse pericolose degli Stati Uniti.

“Quanti hanno tratteggiato in contorni della politica [americana verso l’Iran] - ha dichiarato il ministro degli Esteri - non vogliono davvero negoziare una soluzione”. Egli ha quindi aggiunto che “l’Iran non cerca lo scontro, ma farà di tutto per difendersi”. Al momento non vi è una situazione di vera e propria “crisi”, ma il quadro resta “pericoloso” e la politica statunitense che mira a impedire la vendita di petrolio degli ayatollah comporterà “delle conseguenze”. 

Secondo Zarif, la Repubblica islamica continuerà a trovare dei compratori per il proprio petrolio. “Esistono dei mezzi per aggirare le sanzioni” ha aggiunto e l’Iran “vanta un dottorato in questo senso”. Continueremo a utilizzare lo Stretto di Hormuz come punto di passaggio” ha avvertito e se gli Stati Uniti tenteranno di impedirlo, dovranno “essere pronti a subirne le conseguenze”.

Nel maggio 2018 il presidente Usa Donald Trump ha ordinato il ritiro dall’accordo nucleare (Jcpoa) voluto dal predecessore Barack Obama, introducendo le più dure sanzioni della storia contro Teheran. Una decisione che ha provocato un significativo calo nell’economia iraniana - confermato da studi Fmi - e un crollo nel petrolio, obiettivo della seconda parte delle sanzioni in vigore dal 4 novembre scorso. Una linea dura, sebbene la Repubblica islamica continui a mantenere fede agli impegni presi nel contesto dell’accordo nucleare, come certificato dagli esperti Aiea. 

Ne contesto dell’intervento all’Asia Society, il capo della diplomazia di Teheran ha più volte sottolineato la differenza fra Trump e la sua amministrazione, in particolare il “falco” John Bolton fra i grandi fautori (assieme a Netanyahu e ai sauditi) di un “cambio di regime”. Di contro, il presidente si mostrerebbe più attento a evitare un’altra “costosa e stupida” guerra in Medio oriente. 

Gli Stati Uniti con l’attuale amministrazione non si comportano più come “il poliziotto del pianeta”, ma come una banda di “gangster” che spinge gli altri Paesi a violare la legge e le stesse risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu, di cui Washington è membro permanente. E la politica delle sanzioni impressa dalla Casa Bianca è, di fatto, una dichiarazione di guerra [economica] all’Iran. 

Analisti ed esperti sottolineano un duplice rischio che si cela dietro questa politica aggressiva degli Stati Uniti: da un lato il rischio di spremere i fornitori di petrolio e di far schizzare alle stelle il prezzo del greggio, stravolgendo i mercati globali; dall’altro, con il proposito di perseguire un “cambio di regime” egli potrebbe favorire l’ascesa al potere a Teheran di un fronte ancor più aggressivo, dietro il quale vi sarebbe il sostegno della frangia più dura e radicale dell’esercito.

http://www.asianews.it/notizie-it/Zarif:-non-Trump,-ma-la-%E2%80%98banda-delle-4-B%E2%80%99-vuole-la-guerra-con-l%E2%80%99Iran--46860.html

Alberto Negri - Libia - Ancora una volta i nostri invasori, gli Stati Uniti, ci rendono consapevoli di quanto siamo loro succubi e che serviamo solo alla bisogna dei loro mutevoli interessi

Gli Usa e la Francia con Haftar: l'Italia è pronta a saltare sul carro del vincitore in Libia

Al Sarraj è un leader debole e non ha più il sostegno di Trump. Il premier Conte vuole un'altra sconfitta dopo la caduta di Gheddafi nel 2011



Si profila un'altra sconfitta italiana dopo la caduta di Gheddafi nel 2011 e forse noi siamo già pronti a saltare sul carro del vincitore. Sulla Libia l’Italia appare sempre più isolata, soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Francia che, nonostante l'apparente riavvicinamento a posizioni europee, continua a sostenere l'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. E allora il premier Conte da Pechino cerca di riposizionare l'Italia: "Non sostengo un singolo attore libico, riteniamo che la soluzione militare assolutamente non sia affidabile".

Al Sarraj è un leader debole

E questo poco dopo una telefonata di Sarraj da Tripoli in cui il premier libico assicurava Conte che "continueranno a combattere fin quando le forze dell'aggressore si ritireranno". Il blitz del generale per conquistare rapidamente la capitale di Al Sarraj, un leader debole sostenuto dalle milizie islamiste, dalla Turchia e dal Qatar, è fallito ma prosegue l’accerchiamento diplomatico di un governo riconosciuto dall'Onu ma che in realtà è osteggiato da grandi potenze e attori regionali. Un fronte, costituito da Usa, Russia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati arabi che, prima o poi, intende spazzare via il gruppo di potere a Tripoli appoggiato dai Fratelli Musulmani, i grandi perdenti delle primavere arabe.

La collaborazione con la Cia del generale Haftar

Ci sono segnali negativi: il portavoce di Haftar chiede all’Italia di chiudere l’ospedale di Misurata, nonostante il nostro ministero della Difesa abbia negato ogni coinvolgimento dei militari italiani negli scontri in Libia. Mentre la tv araba Al Jazeera sostiene che una nave, violando l'embargo internazionale, sarebbe approdata al terminale di Ras Lanuf in Cirenaica per rifornire di armi il generale Haftar che, ricordiamolo, è sì libico ma si è anche guadagnato la cittadinanza americana e una collaborazione con la Cia durante gli anni dell’esilio negli Stati Uniti.

Trump spiazza l'Italia

Donald Trump avrebbe scaricato ormai il premier libico Fayez al Sarraj e dato disco verde all'uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e al suo assalto a Tripoli: un’inversione di rotta che sconfessa il segretario di Stato Mike Pompeo. Per l’Italia si tratta di uno smacco notevole: viene completamente spiazzata dopo che gli Usa avevano più volte promesso a Roma la famosa "cabina di regia" della crisi libica. Non solo. Trump avrebbe dato personalmente il via libera ad Haftar e alla sua offensiva sulla capitale libica in una telefonata il 15 aprile scorso, secondo l'agenzia Bloomberg, che cita come fonti tre dirigenti americani. Ma già una precedente chiamata del consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton aveva lasciato Haftar con l'impressione di un sostegno Usa alla campagna su Tripoli con il suo Esercito nazionale libico. Un segnale quasi inequivocabile della presa di posizione Usa era venuta dalla fuga di marines dalle spiagge di Tripoli: una sorta di via libera all’offensiva di Haftar.

Conte incontre il presidente egiziano Al Sisi

In queste ore il premier italiano Conte ha incontrato a Pechino il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi proprio per discutere della crisi libica. Un precedente incontro tra i due al vertice euro-arabo di Sharm el Sheikh in febbraio si era risolto con un nulla di fatto, sia sulla Libia che sul caso Regeni. E’ difficile che Al Sisi cambi la sua posizione, se non facendo dichiarazioni cosmetiche che lasciano le cose come stanno. Il sostegno di Trump a Haftar è avvenuto dopo che il generale Al Sisi aveva incontrato il presidente americano il 9 aprile scorso alla Casa Bianca, sollecitandolo a sostenere il generale libico. Il presidente americano ha avuto anche un colloquio con il principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed, un altro sostenitore di Haftar, proprio il giorno prima che la Casa Bianca diffondesse il comunicato sulla telefonata con Haftar.

L'indebolimento della posizione dell’Onu

La prova dell’isolamento italiano ma anche dell'indebolimento della posizione dell’Onu a favore di Sarraj è lo stallo al Consiglio di sicurezza. Gli Usa all’inizio della crisi avevano sostenuto una risoluzione britannica per chiedere lo stop dell’offensiva di Haftar, poi hanno cambiato posizione e si sono allineati sulla Russia: da allora tutto è bloccato. L'Ue è riuscita ad approvare un appello alla fine delle ostilità ma non ha nominato Haftar dopo che la Francia ed altri Paesi si erano opposti. Gli interessi in gioco, dal petrolio a quelli militari, e le alleanze trasversali, sullo sfondo della contrapposizione tra i filo islamisti di Tripoli e Misurata e i loro avversari, stanno tagliando fuori l’Italia. La conferma che la caduta del Colonnello Gheddafi nel 2011 è stata la più grande sconfitta del Paese dalla Seconda guerra mondiale.

27 aprile 2019

Gaetano Pedullà - La Lega ha uno scheletro dentro l'armadio, Giorgetti

La politica che piace alle mafie. Il caso Siri è troppo per continuare a far finta di niente


27 aprile 2019 di Gaetano Pedullà

Se non fossimo convinti che Matteo Salvini sia arcinemico dalla mafia non avremmo un attimo di indugio a chiederne con tutta la forza possibile l’uscita dal Governo, a costo di interrompere un’esperienza che in dieci mesi ha fatto più e meglio di intere legislature del passato. Ma con la mafia, cioè l’imposizione di un’anti-stato sullo Stato, non si fanno compromessi. Per quanto mi riguarda, questa è la promessa che feci a me stesso quando giovane cronista piansi sull’auto ancora fumante di Giovanni Falcone, sulla strada bombardata tra Palermo e Capaci. Salvini però è il leader di una forza politica che ha un sottosegretario indagato per aver preso dei soldi dal socio di un imprenditore, Vito Nicastri, in carcere con l’accusa di essere legato al capo di cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Siamo garantisti e ci auguriamo che il sottosegretario Armando Siri esca a testa alta, ma sul piano politico il suo lavoro per far passare un emendamento utile a Nicastri è un dato di fatto, mentre sul piano giudiziario non possiamo che restare sbigottiti per la confusione generata da un giornale vicino alla Lega sulle intercettazioni in mano agli inquirenti. Questa storia, insomma, oltre che condizionare l’Esecutivo, sta avvelenando anche il lavoro dei magistrati. Troppo per far finta di niente. Se poi scopriamo che a Latina il clan mafioso dei Di Silvio ha fatto campagna elettorale per Salvini, ci chiediamo perché il vicepremier continui a non prendere le distanze, mentre sta diventando – che si renda conto o no – una speranza per quei criminali che da ministro dell’Interno deve combattere.

http://www.lanotiziagiornale.it/editoriale/la-politica-che-piace-alle-mafie-il-caso-siri-e-troppo-per-continuare-a-far-finta-di-niente/

Salvini è costretto a mollare Siri se vuole salvare la Lega dall'onda lunga della corruzione. Era è scritto che la Lega del Fanfulla prima o dopo doveva cadere, il suo obiettivo quello di sostituire il corrotto euroimbecille Pd all'interno del Sistema mafioso massonico politico prima o dopo doveva inciampare (... e non è finita qui, Giorgetti ne sa qualcosa)

Salvini ripete di aver incontrato Arata una sola volta. Ma il M5S lo incalza: “Lo ha proposto ai vertici di Arera, ha condiviso una sua foto e lo ha invitato a un convegno della Lega”


26 aprile 2019 dalla Redazione


“L’ho incontrato soltanto una volta, quante volte lo devo dire. Occupiamoci di altro, pensiamo a lavorare tutti”. E’ quanto ha detto il vicepremier Matteo Salvini, a margine di un’iniziativa elettorale in provincia di Catania, rispondendo ai giornalisti dopo che il M5S è tornato ad incalzarlo sui suoi legami con Paolo Arata l’imprenditore coinvolto nell’inchiesta che vede indagato anche il sottosegretario Armando Siri.

“Paolo Arata, l’imprenditore vicino a Nicastri, quest’ultimo considerato il finanziatore del boss Matteo Denaro, era stato proposto da Salvini – afferma in una nota il sottosegretario M5S agli Affari esteri Manlio Di Stefano – come possibile presidente di uno dei più importanti enti del panorama energetico italiano, cioè Arera. Come mai Salvini propose proprio Arata? E Salvini come fa a dire di non conoscere bene Arata se lo ha proposto ai vertici di Arera, ha condiviso foto di Arata sui social, lo ha invitato in un convegno della Lega? Senza dimenticarci poi un altro piccolo dettaglio: Arata ha redatto il programma energetico della Lega. Salvini ha il dovere di chiarire immediatamente e di spazzare via qualsiasi ombra su questa inchiesta. Non può rimanere in silenzio in eterno difendendo ad oltranza la posizione di Siri nonostante ci sia di mezzo una indagine per corruzione dove emergono anche legami con il mondo mafioso”.

“Salvini dice di aver incontrato solo una volta Arata – aggiunge il vice presidente del MoVimento 5 Stelle alla Camera Francesco Silvestri – , ma allora come spiega agli italiani che propose proprio Arata ai vertice di Arera? Come spiega ai cittadini che lasciò redigere proprio ad Arata il programma energetico della Lega? Sono solo alcune delle domande alle quali Salvini dovrebbe rispondere per spiegare che tipo di rapporto esiste tra la Lega e Arata. E dovrebbe rispondere con grande onestà a un’altra domanda: quante volte ha incontrato Arata? Sul tema stanno emergendo troppe contraddizioni che vanno chiarite immediatamente”.

http://www.lanotiziagiornale.it/salvini-ripete-di-aver-incontrato-arata-una-sola-volta-ma-il-m5s-lo-incalza-sui-suoi-legami-con-imprenditore/

Siri è la porta d'ingresso delle mafie dentro il governo

Cadono le ultime trincee per difendere il sottosegretario Siri. L’intercettazione che lo inguaia esiste davvero. E ora i pm l’hanno depositata

27 aprile 2019 di Davide Manlio Ruffolo


L’accusa di corruzione contestata al sottosegretario leghista per le Infrastrutture e senatore, Armando Siri, è di quelle che fanno tremare i polsi. Eppure tutta l’attenzione era finita, quasi si fosse in presenza di una spy story, sull’intercettazione regina pubblicata da alcuni quotidiani e smentita da altri ma che ieri è stata depositata al tribunale del Riesame dagli inquirenti. Un caso che ha scosso l’opinione pubblica, scatenato veleni e che ora sembra essere giunto ad una nuova svolta perché la chiacchierata della discordia esiste davvero ed è contenuta all’interno di una mini informativa di quindici pagine. Stando a quanto si apprende, si tratterebbe di una conversazione tra l’ex parlamentare di Forza Italia Paolo Arata e suo figlio Francesco con i due, ignorando di essere sotto intercettazione, che dialogano della presunta mazzetta da 30 mila euro destinata al sottosegretario leghista Siri.

Proprio questo audio, la cui qualità non sarebbe eccelsa, è considerata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pubblico ministero Mario Palazzi come la prova regina che ha determinato l’iscrizione del fedelissimo di Matteo Salvini nel registro degli indagati. Il colloquio incriminato però non risulta ancora nella disponibilità delle parti come dichiarato ieri dall’avvocato Gaetano Scalise, difensore di Arata, che nei giorni scorsi aveva fatto ricorso contro il sequestro del computer portatile e dello smartphone del suo assistito. Una richiesta di restituzione su cui i magistrati romani hanno già dato parere contrario perché ritengono questi apparecchi telematici di vitale importanza per il proseguo dell’inchiesta.

Seppur di poche pagine, l’informativa dei pubblici ministeri è tutt’altro che scarna. Anzi al suo interno sono contenuti nomi e fatti che sono stati resi illeggibili dagli inquirenti, dato che potranno essere liberamente acquisiti dalle parti, per non compromettere il proseguo delle indagini. Un punto, questo, che fa pensare al fatto che l’inchiesta sia tutt’altro che conclusa e che potrebbe addirittura portare a nuovi e inaspettati sviluppi. Quel che è certo è che all’interno delle quindici pagine sono contenuti gli elementi di prova raccolti nei confronti di Siri che, stando al capo d’imputazione, in cambio della promessa di una mazzetta da 30mila euro da parte di Arata, avrebbe messo a disposizione le sue funzioni di senatore e sottosegretario per riuscire a forzare la mano su alcuni emendamenti, poi non andati a buon fine, in materia di incentivi per il cosiddetto minieolico.

Soldi che in questo modo sarebbero finiti nelle tasche degli imprenditori indagati, in particolare in quelle del re dell’eolico Vito Nicastri. Proprio quest’ultimo, socio in diverse società con Arata, è finito ai domiciliari nei giorni scorsi perchè considerato il finanziatore e protettore della latitanza del superboss Matteo Messina Denaro. E qui occorre fare una precisazione: il sottosegretario accusato di corruzione potrebbe non esser stato a conoscenza dei legami di amicizia e imprenditorialità tra Arata e il ras dell’energia green. L’inchiesta inoltre deve ancora chiarire se il pagamento della mazzetta sia effettivamente avvenuto o meno. Un dubbio che i magistrati hanno tutt’ora perché, stando a quanto emerso, non sarebbero state trovate prove schiaccianti che confermino l’avvenuto pagamento della tangente che, per ora, resta confinata ad un’intercettazione tra Arata e il figlio. Ma quella di Siri non è l’unica rogna per il Carroccio. La Dda, infatti, sta indagando su presunti rapporti tra il clan rom dei Di Silvio e alcuni esponenti della Lega di Latina.

http://www.lanotiziagiornale.it/cadono-le-ultime-trincee-per-difendere-il-sottosegretario-siri-intercettazione-che-lo-inguaia-esiste/

Libia - La Francia arma e vuole la guerra civile gli euroimbecilli di tutte le razze che vogliono più Europa non nascondino la testa nella sabbia

Al-Jazeera: la Francia consegna imbarcazioni e armi ad Haftar

27 aprile 2019 


La Francia avrebbe consegnato imbarcazioni e armi all’Rsercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal feldmaresciallo Khalifa Haftar nel porto di Ras Lanuf, terminal petrolifero costiero nel Golfo della Sirte, raggiunto da una fregata della Marina Francese.


A riferirlo è l’emittente televisiva satellitare qatariota “al Jazeera”, fonte non certo imparziale considerato che il Qatar è acerrimo nemico di Haftar e sostenitore del GFoverno di Accordo Nazionale (GNA), il governo tripolino di Fayez al- Sarraj. Fonti militari libiche hanno però smentito all’Ansa la notizia.

Secondo indiscrezioni citate da al-Jazeera, Haftar starebbe mettendo a punto un piano di attacchi via mare alla capitale libica.

“Le forze di Haftar potrebbero ricorrere a un piano di sbarchi per alleggerire la pressione sulle direttrici di combattimenti nei dintorni di Tripoli”, ha scritto l’emittente qatariota su twitter citando “fonti libiche”.


“il piano di sbarco mirerebbe a sostenere le forze di Haftar nelle città di Sorman e Sabrata”, precisa al-Jazeera riferendosi a due centri costieri situati a ovest della capitakle, sotto attacco dal 4 aprile soprattutto da sud.

“Abbiamo incaricato una grande forza della sicurezza delle coste di proteggere Tripoli da gruppi di invasori delle forze di Haftar”, ha dichiarato Fathi Bashagha, il ministro dell’interno del GNA, come riporta la pagina facebook della tv libyaal-ahrar.

Per il colonnello Reda Issa: portavoce militare del GNA, “qualsiasi tentativo delle forze di Haftar di infiltrarsi dal mare sarebbe un suicidio”.


Nei giorni scorsi, il portavoce delle forze del generale Haftar, colonnello Ahmed al-Mismari, aveva denunciato la presenza di “una nave iraniana sospetta” al porto di misurata, città-stato che sostiene Tripoli contro gli uomini di Haftar, come sottolinea l’Agenzia Nova.

“Si tratta – aveva detto Mismari – di una nave della guardia rivoluzionaria iraniana che rientra nella lista nera dei movimenti terroristici redatta dagli stati uniti. la nave è arrivata a misurata da un porto dell’est Europa da quattro giorni”.

Lo scorso 18 aprile il ministero dell’interno del governo di tripoli aveva annunciato l’interruzione degli accordi di sicurezza con la Francia, “a causa del sostegno di Parigi” al generale Khalifa Haftar.


Sul fronte degli scontri ieri le forze militari del GNA sono avanzate a sud e guadagnano nuove posizioni in direzione dell’area di Qasr ben Ghashir. lo ha detto il portavoce militare del GNA, Mohammed Gnounou.

I governativi – ha detto il militare – hanno attaccato l’area di Ain Zara, 15 chilometri a sudest del centro della capitale, e circondato le milizie avversarie che si sono arrese e hanno consegnato le armi.

Le forze dell’LNA di Haftar hanno invece annunciato ieri di aver abbattuto due caccia di Tripoli: lo ha reso noto lo stesso al-Mismari, in una conferenza stampa. i due aerei “sono stati colpiti ieri nei pressi di Jufra e al al-Watiyah”;


“Uno dei piloti è ecuadoriano” ha detto Misnari accusando Tripoli di aver reclutato” combattenti stranieri, inclusi elementi dell’opposizione ciadiana, e altri inviati dalla Turchia”. Le autorità del GNA hanno smentito l’abbattimento dei cacci a e rimandato al mittente l’accusa di aver reclutato stranieri nelle proprie file.

E’ salito intanto a 37.600 il numero degli sfollati dall’ inizio degli scontri armati a tripoli e dintorni secondo l’ufficio delle nazioni unite per gli affari umanitari (Ocha).

Secondo fonti mediche i morti dal 4 aprile sarebbero invece 285 e tra questi si contano 85 bambini e 90 donne mentre i feriti sarebbero oltre 1.600.

Foto: AFP, Reuters, AP, Twitter e EPA

venerdì 26 aprile 2019

6G potrebbe riuscire a sostenere l'Intelligenza Artificiale

MOBILE SOCIETY
Il 5G non basta, l’intelligenza artificiale ha bisogno del 6G

Per sfruttare le potenzialità delle funzioni collaborative, già si guarda al prossimo standard mobile con super-prestazioni che sostengono calcoli massicci e creazione real time di reti intelligenti

26 Aprile 2019
Patrizia Licata

Il 5G non basta. Nonostante la sua ultra-velocità e la bassissima latenza, lo standard mobile di quinta generazione non può servire in modo ottimale le applicazioni basate sull’intelligenza artificiale. Il mondo della ricerca già guarda avanti, verso il 6G.

È un team dell’Università di Brema guidato da Razvan-Andrei Stoica e Giuseppe Abreu a delineare i limiti del 5G e a tracciare i fattori che traineranno lo sviluppo della tecnologia mobile di sesta generazione. Il primo driver del 6G è l’intelligenza artificiale, dicono gli studiosi dell’ateneo tedesco, perché per abilitare le più avanzate applicazioni legate alle macchine e ai sistemi Ai che collaborano tra loro occorre un ulteriore passo in avanti nella comunicazione mobile

Si tratta di un salto “quantico”, considerato che le prime reti 5G già offrono velocità di download di 600 megabit al secondo e hanno il potenziale per essere ancora più veloci (per fare un confronto, il 4G viaggia in media sui 28 Mbits/s). Il 5G, ovviamente, non è solo velocità: le sue antenne possono gestire fino a un milione di connessioni contemporaneamente e la trasmissione del segnale ha una latenza bassissima, all’interno del millisecondo; in più il consumo di energia è inferiore al 4G, cosicché i dispositivi 5G possono arrivare a una durata della batteria dieci volte più lunga dei device precedenti. Ciò rende il 5G la tecnologia d’elezione per gli oggetti connessi o Internet of things; col 5G si possono anche pilotare droni e eseguire interventi chirurgici in remoto.

Ma quando si passa a macchine e sistemi intelligenti, capaci di apprendere da soli, eseguire compiti complessi e unirsi in reti collaborative, persino le prestazioni da record del 5G non bastano, osserva l’equipe dell’Università di Brema. Ancora una volta, non è solo questione di velocità – che col 6G sarà comunque “supersonica”, vicina a 1 terabit al secondo. La vera discriminante sarà la capacità di abilitare collaborazioni su vasta scala in costante cambiamento tra agenti intelligenti che effettuano all’istante calcoli complessi, prendono decisioni cruciali e risolvono difficoltà.

Il 6G è dunque lo standard eletto per le auto autonome in ambienti trafficati e pieni di sfide, come una metropoli, dove ogni giorno viaggiano milioni di veicoli. Per affrontare situazioni sempre diverse in cui la capacità di agire e reagire in modo veloce e sicuro è vitale, le auto driverless devono eseguire un numero di calcoli enorme in pochissimo tempo e “fare rete” con altri agenti intelligenti (le altre auto connesse, le infrastrutture, i database delle mappe, ecc.) e “risolvere giganteschi problemi distribuiti in cui connettività massiccia, enormi volumi di dati e latenza bassissima saranno essenziali e dovranno essere migliori di quelli offerti dal 5G”, affermano Stoica e Abreu.

“Per sfruttare a pieno il potere degli agenti intelligenti, l’Ai collaborativo è la chiave”, dicono ancora Stoica e Abreu. “Considerate le caratteristiche della mobile society, questa collaborazione si può ottenere solo tramite le comunicazioni wireless”.

L’auto autonoma è solo un esempio: le altre applicazioni del 6G, che implicano la risoluzione di problemi complessi in modo collaborativo e tempi istantanei, sono il monitoraggio dei mercati finanziari, l’ottimizzazione delle prestazioni sanitarie e il cosiddetto “nowcasting”, ovvero la possibilità di prevedere eventi o reagire appena si verificano.

Alla fine dello scorso anno il Securities Times ha scritto che la Cina ha già in programma di iniziare a lavorare sul 6G nel 2020. Su Xin, leader del team di lavoro 5G del ministero cinese dell’Industria e dell’Informatica, prevede che la data di lancio commerciale sarà il 2030.

La Cina sforna ogni anno 8 milioni di laureati, gli ingegneri sono il gruppo più numeroso. La quantità diventa qualità. Gli Stati Uniti sfornano 40-50 milioni di poveri su 327.000 abitanti

Usa-Cina: tutte le paure di Donald Trump

24 Aprile 2019, di Alessandro Piu

Con l’ascesa di una Cina sempre più potente, influente e tecnologicamente avanzata, gli Stati Uniti si trovano di fronte al primo vero rivale dai tempi della Guerra fredda

Come reagirà Donald Trump all’invito dell’ambasciatore cinese negli Usa, Cui Tiankai, ad abbracciare la Belt and Road Initiative «il progetto di sviluppo più ambizioso della storia»? Vista da Washington il programma varato dal presidente Xi Jinping sei anni fa è solo un modo per portare i Paesi che vi aderiscono, soprattutto quelli emergenti, sotto l’influenza della Cina.

È solo una delle faglie che separano le due potenze economiche, impegnate in trattative per raggiungere un accordo commerciale e invertire la tendenza che ha visto l’amministrazione Trump porre in essere dazi per 250 miliardi di dollari sulle importazioni di beni cinesi e la Cina rispondere con 110 miliardi di tariffe su prodotti statunitensi.

Guerra tecnologica, guerra commerciale o qualcosa di peggio?

È la domanda che si pone Gary Greenberg responsabile mercati emergenti di Hermes IM.

«L’emergere della Cina sulla scena mondiale rappresenta una vera minaccia al dominio statunitense», prosegue.

Delle tre opzioni la terza, un conflitto armato, è la più spaventosa. Per quanto improbabile allo stato attuale, Graham Allison professore ad Harvard e consigliere dei segretari alla Difesa Usa nelle amministrazioni Reagan, Clinton e Obama non ne nasconde il rischio:

«La tensione tra Stati Uniti e Cina è un esempio di trappola di Tucidide: il rischio di un conflitto armato quando una potenza nascente rivaleggia con una dominante. Questo fenomeno ha portato a spargimenti di sangue in 12 dei 16 casi in cui si è verificato negli ultimi 500 anni».

Una prospettiva da brividi. A cui non è necessario arrivare.
Battaglia per la supremazia tecnologica

«Vi sono modalità differenti per ottenere il predominio senza seguire la strada della forza militare»

riprende Greenberg che riporta la discussione sulla seconda opzione, la guerra tecnologica. E continua:

«I cinesi si stanno muovendo nella direzione di creare una società civile e militare “intelligente”, dove città, fabbriche, automobili e persino le persone possono rimanere in contatto e migliorare continuamente le funzionalità attraverso il ricorso all’intelligenza artificiale, che richiede una rete 5G estremamente pervasiva».

Proprio l’importanza di questa tecnologia può spiegare le tensioni generatesi intorno alla società cinese di telefonia Huawei, tra i leader nel settore. Risale allo scorso dicembre l’arresto di Meng Wanzhou, direttore finanziario e nipote del fondatore dell’azienda. Più recenti le accuse della Cia, riportate in un articolo del Times, secondo cui Huawei riceverebbe finanziamenti dall’Esercito popolare cinese, dalla Commissione cinese per la sicurezza nazionale e da un terzo ramo della rete di intelligence statale di Pechino.

«Negli ultimi anni Huawei ha superato tanto Ericsson quanto Nokia – aggiunge Greenberg -. Inoltre le controparti nordamericane sono inesistenti. I giganti delle telecomunicazioni del passato come Lucent e Nortel sono ormai staccatissimi. La prospettiva di un America che dipende da una rete 5G progettata in Cina aumenta i punti interrogativi per coloro che si occupano della difesa degli Stati Uniti».

Intelligenza artificiale: la Cina ha quasi colmato il ritardo

In questo campo gli Stati Uniti sono ancora davanti ma il vantaggio si sta assottigliando in maniera preoccupante. Gregory Allen, del Center for a New American Security, sostiene che

«le prospettive della Cina nel mercato dei chip sui semiconduttori per l’Intelligenza Artificiale siano solide. La Cina spera di utilizzate il proprio successo nei chip per costruire un vantaggio duraturo nell’intera industria dell’IA».

È generalmente riconosciuto che le imprese cinesi siano ancora in ritardo rispetto ai concorrenti statunitensi e taiwanesi nella tecnologia dei semiconduttori. Ma Allen dice che per quanto riguarda sia L’IA sia i semiconduttori:

«le aziende cinesi stanno colmando il divario e che entro cinque anni il Paese si assicurerà un vantaggio competitivo difendibile in molti mercati di applicazione dell’IA».

La Russia Iran Turchia e Onu disconoscono le decisione di Washington e degli ebrei sulle alture del Golan

Venerdì 26 aprile 2019 - 14:47

Siria, Iran-Russia-Turchia condannano sovranità Israele su Golan

Dichiarazione congiunta: annuncio Usa "viola legge internazionale"


Roma, 26 apr. (askanews) – Iran, Russia e Turchia, sponsor dei negoziati di Astana sulla Siria, hanno condannato oggi la decisione degli Stati Uniti di riconoscere la sovranità di Israele sulle alture siriane del Golan definendola una minaccia alla sicurezza regionale, secondo la loro dichiarazione congiunta riportata da media turchi e russi.

“La Repubblica islamica dell’Iran, la Federazione Russa e la Repubblica di Turchia come garanti della piattaforma di Astana (…) condannano fermamente la decisione dell’amministrazione statunitense di riconoscere la sovranità di Israele sulle alture del Golan siriano occupate” si legge nel comunicato ripreso dall’agenzia turca Anadolu. Per i tre ‘garanti’, la decisione del presidente Donald Trump “costituisce una grave violazione della legge internazionale, in particolare la risoluzione 497 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e minaccia la pace e la sicurezza in Medio Oriente”.

E' logico che la Siria ignora gli ordini perentori di Washington e si accoda alla Strategia della Cina sulle Vie della Seta

"Partecipazione della Siria alla Via della seta una sfida importante alle sanzioni USA"


L'invito della Cina alla Siria ad aderire al mega-progetto della New Silk Road sfida le sanzioni statunitensi, secondo il consigliere di Assad.

In un'intervista rilasciata all'emittente libanese Al-Mayadeen, il consigliere politico e mediatico della Presidenza della Repubblica siriana, Buzaina Shaaban, ha elogiato il coinvolgimento di Damasco, su richiesta del governo cinese, al secondo Forum "La Via della seta", che si svolge a Pechino in quetsi giorni.

Il Consigliere del presidente siriano Bashar al-Assad ha sottolineato che la presenza di Damasco in quella sede è "un importante sfida alle sanzioni statunitensi contro Siria e Iran."

A questo proposito, ha sottolineato la forza e la resistenza dei siriani a complotti e pressioni economiche da parte del governo degli Stati Uniti, come hanno fatto nella lotta contro il terrorismo, da dove sono usciti vincitori. "Il popolo siriano avrà pazienza prima della difficile situazione economica, in quanto ha mantenuto la pazienza nella lotta contro il terrorismo", ha dichiarato Shaaban.

Shaaban rappresenta la Siria nel forum di Pechino al quale partecipano più di mille imprenditori di circa 120 paesi.

Inoltre, un totale di 37 capi di stato e di governo e più di 100 ministri di tutto il mondo prenderanno parte all'evento.

L'importanza della partecipazione della Siria a questo vertice internazionale deriva dal suo ruolo storico sulla nuova Via della seta, perché al tempo di quella antica, le merci provenienti dall'Est raggiunsero il Mediterraneo attraverso le province siriane di Palmyra e Aleppo nel suo viaggio in Europa e più precisamente a Roma.

In questo modo, e nell'ambito del progetto New Silk Road, il governo di Pechino prevede di inviare i suoi prodotti attraverso una rotta via terra dalla Cina al Mediterraneo attraverso l'Iran e l'Iraq.

Fonte: Al Mayadeen
Notizia del: 26/04/2019

La Mosler Economics guadagna consensi e solo degli imbecilli non sanno che vi è inflazione se vi è una grande massa monetaria in circolazione e l'offerta è carente, cosa che attualmente non esiste in quanto le fabbriche lavorano al 60-70% delle loro capacità

La nuova teoria «MMT». La spesa pubblica senza freni, l'idea Usa che seduce e spaventa

Pietro Saccò giovedì 25 aprile 2019

Guadagna popolarità tra i politici democratici americani la "teoria monetaria moderna", che affida ai governi anziché alle banche centrali il compito di gestire la massa monetaria

Soldi per tutti (http://401kcalculator.org)

Che cosa impedisce a uno Stato di chiudere il suo bilancio con un deficit del 5, del 10 o anche del 20% del suo Prodotto interno lordo? Se quello Stato è l’Italia la risposta è semplice. Prima di tutto glielo impediscono le regole europee, che non permettono passivi di bilancio superiori al 3% e sono anche più severe con Paesi molto indebitati. Poi glielo impediscono gli investitori, che davanti a simili eccessi molto presto per comprare i nostri titoli di Stato chiederebbero interessi che l’Italia non sarebbe in grado di pagare. Infine glielo impedisce l’euro, che non si può svalutare per alleggerire il passivo.

Avessimo ancora la vecchia lira gestire deficit più elevati sarebbe appena un po’ meno complicato. La Banca d’Italia potrebbe intervenire come ha fatto per qualche tempo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ma a prezzo di rischiare un’inflazione fuori controllo e demolire la fiducia degli investitori stranieri.

Questo, almeno, è (in versione molto semplificata) quello che risponderebbe la grande maggioranza degli economisti. Non tutti però. Negli Stati Uniti sta guadagnando un’improvvisa popolarità una visione del deficit dello Stato e del debito pubblico molto diversa da quella tradizionalmente condivisa nell’ambito delle scienze economiche. È la "teoria monetaria moderna" (Mmt la sua sigla inglese), secondo la quale non bisogna preoccuparsi troppo di quanto uno Stato si indebita, finché l’inflazione è sotto controllo.

I principi della teoria monetaria moderna

I teorici della Mmt danno sostanzialmente al governo invece che alla banca centrale il compito di gestire la massa monetaria, cioè la quantità di moneta in circolazione. Questo vale ovviamente solo per quei Paesi che controllano la loro moneta (cioè quasi tutti tranne quelli della zona euro) e in particolare agli Stati Uniti, visto che il dollaro è la moneta al centro del sistema finanziario mondiale. Anche qui occorre semplificare. Secondo la teoria monetaria moderna, ogni anno il governo americano dovrebbe decidere quanto deve spendere e quindi mettere in circolo il denaro che serve. Il deficit non è un problema, perché il governo americano dovrebbe fare stampare dalla Federal Reserve tutto il denaro che occorre, almeno finché ha a disposizione risorse su cui investirlo: cioè lavoratori disoccupati, risorse naturali non utilizzate e capacità produttiva inespressa. Una volta finanziati i suoi investimenti con nuova moneta immessa nel sistema, il governo può valutare la situazione e ritirare il denaro in eccesso attraverso le tasse. Se ritira meno di quanto ha distribuito, allora fa un deficit.

Il corollario di questa teoria è che finché gli investimenti funzionano e l’inflazione è sotto controllo, deficit e debito pubblico non sono un problema. Un esempio pratico: se il governo ha un progetto su cui investire, ad esempio un’autostrada da costruire, per finanziarlo non deve fare altro che stampare dollari freschi e metterli in circolazione pagando le imprese coinvolte nel progetto. In questo modo mette all’opera le risorse a disposizione nel suo sistema economico. Quando quelle risorse si avvicinano all’esaurimento, ad esempio perché non ci sono più disoccupati da mettere al lavoro, allora l’inflazione sale e il governo può "estrarre" moneta dall’economia attraverso le tasse. La Mmt non propone quindi di fare deficit illimitati, ma di farli ogni volta che occorre denaro per fare investimenti che permettano di attivare tutte le forze produttive.

Le critiche degli economisti alla MMT

È evidentemente un modello molto differente da quello in vigore in tutti i Paesi del mondo, dove sono le banche centrali a controllare la massa monetaria e gestire il rischio di inflazione tenendo i tassi bassi quando l’economia e i prezzi sono fiacchi e alzandoli quando la situazione si surriscalda. Oggi la più famosa teorica della teoria monetaria moderna è Stephanie Kelton, docente della Stony Brook University. Non è proprio un’economista insigne: non rientra nemmeno nel 10% degli studiosi più citati nell’ambito della ricerca economica. In compenso è molto determinata. Di recente ha ingaggiato un duello teorico con Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia e consulente di Barack Obama, che ha liquidato tutta la teoria come confusa e priva di solidità.

Stephanie Kelton a un evento della British Library Series (foto Kirsten Holst, via Flickr)

In realtà sono pochissimi gli economisti che sostengono la Mmt. Tra loro non ci sono vincitori di premi Nobel né docenti della Ivy League, il club delle più prestigiose università americane. Nonostante diversi economisti considerati "falchi", compreso il celebre Kenneth Rogoff o l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard, stiano ammorbidendo le loro posizioni sui debiti degli Stati, nessuno arriva a dire che un Paese può fare tutto il deficit che vuole, finché l’inflazione non sale. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, davanti al Congresso ha ribadito che "l’idea che i deficit non importino per Paesi che possono indebitarsi nella loro stessa moneta è semplicemente sbagliata". Warren Buffett, il più grande finanziere del mondo, ha assicurato di "non essere per niente un fan" della teoria. Larry Fink, numero uno di BlacRock, l’ha definita "spazzatura".

Chi fa il tifo per la MMT a Wall Street

La Mmt ha però i suoi numerosi sostenitori. Molti, un po’ a sorpresa, si trovano Wall Street. Diversi analisti finanziari in questo ultimo decennio hanno visto andare in crisi le tradizionali teorie monetarie: negli Stati Uniti come in Europa le banche centrali nonostante i loro sforzi titanici nell’aumentare la quantità di moneta a disposizione sono a malapena riuscite a risollevare l’inflazione. Le cose non hanno funzionato come ci si aspettava, per questo negli uffici studi c’è chi non esclude che interpretando le prospettive economiche nel quadro della Mmt si possano ottenere previsioni più accurate.

Lo ha detto apertamente, sfidando la perplessità dei colleghi, Jan Hatzius, capo economista di Goldman Sachs, mentre Mohamed El-Erian di Allianz ha ammesso che questa teoria "ha il merito di stimolare il dibattito". Alcuni finanzieri, come il miliardario Ron Biscardi del fondo Context Capital e Warren Mosler (altro squalo dei fondi speculativi), la sostengono anche per esplicito interesse: se è con il deficit, non con le tasse, che il governo finanzia i suoi investimenti, allora non c’è bisogno di chiedere maggiori contributi ai più ricchi.


Una delle immagini dal libro da colorare con cui Kelton elenca i principi della MMT (da Scribd)

Il fascino della MMT tra i democratici più pop

Ma se la teoria è diventata molto popolare negli ultimi mesi è merito dei politici di sinistra. L’ha pienamente adottata Bernie Sanders, che ha avuto Kelton come consulente nelle presidenziali 2016 e senza dubbio userà di nuovo la Mmt in vista della campagna elettorale per le elezioni del 2020. L’ha citata la deputata più pop del momento, l’ex barista newyorcheseAlexandria Ocasio-Cortez, proponendo di finanziare totalmente in deficit il Green New Deal, il progetto vago ma sicuramente enorme di conversione ecologica dell’economia americana.

Era scontata la popolarità politica della Mmt: i politici non vedevano l’ora di avere a disposizione una teoria che permettesse di finanziare in deficit i loro progetti non dovendo più fare i conti con i vincoli del bilancio dello Stato. È qualcosa che sognerebbero anche i politici italiani, considerato che governano uno dei paesi con il debito pubblico più alto del mondo e vedono nella creazione di deficit la risposta a gran parte dei nostri problemi. Nel nostro Paese esiste già una rete di 'attivisti' a favore di questa teoria monetaria.

È facile sospettare che anche da noi la Mmt presto godrà di molta popolarità politica. Dopo avere riempito i talk show di sedicenti economisti capaci di presentare come credibili strampalate teorie economiche, i partiti italiani non dovrebbero faticare a inserire la Mmt nel loro bagaglio di proposte anti-sistema.

Il senso dell'indipendenza della politica monetaria

La Mmt ha però un altro corollario che i partiti farebbero bene a non ignorare. È quello per cui se i governi sono chiamati direttamente a intervenire per contrastare l’inflazione alzando le tasse quando necessario. Significa che gli eletti dovrebbero farsi sistematicamente carico di scelte molto impopolari, anche sacrificando il successo politico per la sostenibilità delle casse pubbliche e dell’economia nazionale. L’indipendenza delle banche centrali è importante proprio per questo: permette loro di fare scelte tecnicamente corrette ma politicamente disastrose, perché contrarie alla volontà popolare.

Herman Cain, ex manager di "Godfather's Pizza" in corsa per una poltrona della Federal Reserve (Gage Skidmore, creativecommons.org)

Anche questo cardine delle democrazie occidentali, però, è ormai in crisi. La battaglia che Donald Trump sta portando avanti contro Jerome Powell, che lui stesso ha nominato alla guida della Federal Reserve, ne è la massima dimostrazione. Lo accusa di avere frenato la crescita del Pil e di Wall Street con l’aumento dei tassi. Il presidente americano vuole contrastarlo inserendo nel direttivo della Fed il suo amico Herman Cain, che ha un passato da amministratore delegato di Godfather’s Pizza. Se l’ex manager di una catena di pizzerie ispirata al film "Il Padrino" può legittimamente aspirare a partecipare alle decisioni sulla politica monetaria americana, allora niente può impedire agli estimatori della teoria monetaria moderna di ambire a sperimentare nella realtà la loro sorprendente visione dei conti pubblici.

25 aprile 2019 - DIEGO FUSARO: Dissacrazione e profanazione. Il suicidio della Chiesa cat...

Gli euroimbecilli si confessano l'Euro è un Progetto Criminale per impoverire il popolo italiano

Senza Euro l'Italia sarebbe come il Giappone. La mezza conversione di Alesina e Giavazzi


di Giuseppe Masala*

Articolo interessante di Giavazzi e Alesina sul Corriere della Sera di ieri. Interessante perché nella narrazione economara (non crederete di capire davvero di sostenibilità del debito pubblico perché ripetete a pappardella le sciocchezze che vi propinano da trenta anni sul rapporto debito/pil?) finalmente viene introdotto il concetto di "debito estero" ammettendo che l'Italia ha una Posizione Finanziaria Netta in sostanziale pareggio come vado a dire (umilmente) io da qualche anno. Cito testualmente il duo bocconiano: «L’Italia non ha un debito estero netto perché i prestiti che Stato e aziende private hanno contratto fuori dall’italia sono compensati da altrettanti titoli esteri acquistati dalle famiglie e dalle nostre banche. Basterebbe azzerare queste posizioni — cioè vendere i titoli esteri che possediamo e ricomprarci i Btp detenuti all’estero — per diventare il Giappone. A quel punto potremmo permetterci di aumentare la spesa pubblica e al tempo stesso ridurre le tasse, lasciando crescere il debito» . E poi ancora: «Tutto ciò è possibile, ma vorrebbe dire uscire dall’euro che è nato per fare il contrario: integrare i mercati dei capitali dell’Eurozona e diversificare il rischio distribuendolo nell’area».

Dunque i due finalmente ammettono che la chiave di volta per capire la reale situazione della nostra condizione finanziaria è quella di valutare correttamente la situazione dei conti con l'estero (Bilancia Commerciale, Saldo delle Partite Correnti e Posizione Finanziaria Netta) al secondo punto, correttamente, sostengono che 1) ricreare le condizioni degli anni 70/80 del secolo scorso per riportare in patria i capitali allocati all'estero significa uscire dall'Euro (verissimo) e con serafica tautologia inoltre sostengono (2) che l'Euro è nato con l'unico scopo di diversificare il rischio al quale sono esposti i capitali grazie alla libera circolazione dei capitali all'interno dell'area euro.

Ah? L'Euro sarebbe nato con questo unico scopo? Quello di diversificare il rischio? Non per garantire la crescita dell'area? Non per evitare pericolose guerre commerciali fatte di dazi e svalutazioni competitive ma in un quadro di crescita e cooperazione tra stati in tutta l'area? Bene, allora cari Chiarissimi Professori voi state dicendo che abbiamo smantellato l'industria pubblica (con relativa deindustrializzazione) e svenduto gli assets bancari pubblici solo per consentire ai nostri capitalisti di investire all'estero legalmente? Voi state dicendo che abbiamo accettato una politica monetaria di deflazione istituzionalizzata solo perché Agnelli possa portare i suoi danari (poi ci sarebbe da dire anche sull'aggettivo possessivo appropriato) in Lussemburgo? E tutto questo per ottenere il risultato straordinario di aver ridotto l'area economica più ricca e istruita del mondo in una zona a rischio caduta nel secondo mondo a causa dell'assenza di investimenti in ricerca che l'hanno tagliata fuori dalla Rivoluzione Digitale in corso? Ci sarebbe inoltre da dire che i capitali italiani investiti in altri paesi dell'area sono sottoposti ad una tosatura che di fatto è una patrimoniale imposta da stati esteri a causa di tassi reali negativi: effetti paradossali.

In pratica cari ed illustri Professori ci state spiegando che abbiamo preso la fregatura del millennio? Poi molto altro ci sarebbe da dire sull'autolesionismo della Germania guidata dalla Merkel.

*post Facebook del 25/04/2019

Notizia del: 25/04/2019

25 aprile 2019 - La Liberazione dalla dittatura del Debito/Peccato

Glifosato un veleno che mettiamo a tavola non è accettabile

Glifosato in alimenti causa problemi salute assai peggiori di quello che si pensava. Allarme

Questo erbicida si può trovare nella pasta e nei biscotti, in carne, latte e derivati con rischi per la salute anche per le generazioni future.

Glifosato, rischi per la salute

Il problema principale non è solo la scoperta che il glifosato è in grado di provocare problemi alla salute ben maggiori di quanto si possa immaginare. Ma soprattutto l'ampia di diffusione di questo diserbante, utilizzato per eliminare le piante infestanti. Stando alle ultime disposizioni del Ministero della Salute, il glifosato non può essere usato nei parchi, nelle aree gioco, nei campi sportivi, nelle aree verdi delle scuole e più in generale nei luoghi pubblici. Tuttavia è amemsso l'utilizzo per la coltivazione di prodotti alimentari, come il grano per la pasta.

Tracce di questo erbicida sono state trovate anche in alcuni tipi di biscotti e perfino nel prosecco, anche se di recente è stato sancito il divieto di utilizzo. E ancora: il glifosato si trova anche in carne, latte e derivati considerato che la maggior parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti sono costituiti da mais, colza, soia per cui questo diserbante è molto usato.
Glifosato, rischi per la salute anche per le generazioni future

I pesticidi sono costantemente al centro dell'attenzione e adesso i ricercatori stanno studiando se e in che modo il glifosato possa influire negativamente sulla salute dei consumatori di più generazioni. Secondo i ricercatori della Washington State University non ci sono dubbi: l'esposizione al glifosato prova gravi rischi per la salute, tra cui la comparsa difetti alla nascita e l'aumento di malattie gravi. Il team di studiosi hanno esposto i topi in stato di gravidanza alla sostanza chimica, nella metà del dosaggio ritenuto sicuro per l'esposizione, tra l'ottavo giorno e il quattordicesimo giorno di gravidanza.

I ricercatori non hanno rilevato alcuna minaccia reale per i topi in gravidanza o per i loro piccoli esposti alla sostanza chimica dannosa. Tuttavia - ed è la vera notizia - i veri problemi sono iniziati con le generazioni future. Innanzitutto l'obesità, tendenza comune tra i topi della terza generazione, quindi le malattie renali e i problemi alla prostata.
Esposizione al glifosato, pericoli per le donne in gravidanza

E ancora: difetti alla nascita e gravidanze difficili nei topi di seconda generazione con oltre il 33% dei soggetti in questo gruppo che hanno perso i nascituri. L'esposizione al glifosato è ritenuta dai ricercatori della Washington State University dannosa per le future mamme. Più di un terzo delle mamme di seconda generazione ha avuto aborti spontanei e il 40% dei ratti di terza generazione era obeso.

Nessuno di questi effetti sulla salute dovrebbe essere preso alla leggera con gli studiosi che hanno lanciato l'appello affinché questi risultati chiariscano quanto siano pericolose queste sostanze chimiche comunemente usate.

Come argomentato da Michael Skinner, uno degli autori della ricerca, il fenomeno è chiamato tossicologia generazionale ed è stato già visto in sostanze come fungicidi, pesticidi, componenti delle materie plastiche come il bisfenolo A, il repellente per insetti Deet e l'erbicida atrazina. La causa andrebbe ricercata cambiamenti epigenetici che spengono e accendono geni.