L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 maggio 2019

4 maggio 2019 - Le verità che danno fastidio ai soliti furbini

Fubini è un poraccio che non riesce a comprendere i più elementari meccanismi della Teoria moderna della Moneta (MMT)

Chiudi il cerchio, Fubini!

4 Maggio 2019



Ci siamo giocati il boom economico

Federico Fubini riassume in questo titolo la situazione dell’Italia di oggi. Gli Italiani, nell’analisi del giornalista del Corriere della Sera, sono tornati indietro in termini di standard di vita alla seconda metà degli anni ’50 o ai primissimi anni ’60.

Ci siamo. Finalmente Federico Fubini smette gli abiti del narratore del potere e analizza il ruolo e l’impatto delle politiche di austerità! Purtroppo no, neanche questa volta. E neanche di fronte all’evidenza scritta di suo pugno.

La lunga rincorsa si sarebbe conclusa tra gli anni ’80 e i primi anni ’90, anche se molta della crescita italiana in quella fase è artificialmente drogata dalla forte accumulazione di debito pubblico che il Paese sta scontando adesso. È come se gli elettori di quell’epoca avessero preso a noi una parte della loro prosperità, lasciando il conto da pagare.

È come se avesse davanti a sé la rappresentazione dei saldi settoriali ma non volesse coglierne la correlazione. Debito pubblico alto e risparmio privato alto: come leggere questa correlazione tutelando la mitologia secondo cui è il debito pubblico IL problema? Ricorrendo alla narrazione del conto lasciato alle generazioni successive. Ma il cerchio non si chiude. La mancata conoscenza dei saldi settoriali e del funzionamento della moneta moderna crea una sorta di cortocircuito nell’analisi di molti commentatori. Le generazioni di quell’epoca non ci hanno rubato la prosperità. Al contrario, lo Stato di quell’epoca tramite la spesa in deficit ha mosso capacità, idee, potenzialità, lavoro, realizzando quella prosperità che le politiche di austerità hanno distrutto.

A Fubini e a tutti i commentatori che non sanno come chiudere un cerchio che non si chiude, suggeriamo la lettura di una serie di articoli pubblicati da Rete MMT sui saldi settoriali

Nicola Gratteri - lancia l'applicazione del programma della procura di Catanzaro

‘Ndrangheta e corruzione, Gratteri: «Vogliamo derattizzare la Calabria a colpi di scimitarra»

Il procuratore di Catanzaro è intervenuto a un convegno rimarcando che la Dda non intende fermarsi: «Invito faccendieri e gente borderline a stare chiusi in casa la sera, non è la stagione per l’illegalità, non c’è spazio»

sabato 4 maggio 2019 13:22

Il procuratore Gratteri

«Donne e ragazzi oggi sono liberi di scegliere: soprattutto oggi e mai come oggi nel distretto di Catanzaro è possibile scegliere». Lo ha detto il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri, capo della Dda, intervenendo a un convegno sul tema: “Donne e ragazzi liberi di scegliere” organizzato dall’Ammi (Associazione mogli medici) in collaborazione con il liceo scientifico Siciliani.

«Il marcio nella pubblica amministrazione o di chi comanda o ha potere e responsabilità – ha proseguito Gratteri - è il dato che “a me qualcosa deve uscire, qualcosa devo avere”. Questa è la logica, e allora il nostro compito come Procura di Catanzaro è quello di derattizzare, non con il colpo di spillo ma con la scimitarra, che è un’arma diversa dal fioretto, perché solo la scimitarra si capisce; il colpo di spillo non si sente perché ci si è assuefatti, a furia di reiterare i comportamenti di faccendieri, di ingordi che non si saziano di nulla. Questa è la situazione nel Distretto di Catanzaro, per flash. Ma – ha spiegato il procuratore - noi la stiamo cambiando e la cambieremo, alla grande, abbiamo la cartucciera piena. Daremo grandi risposte al territorio del Distretto, faremo grandi cose, per questo dico che siete liberi di scegliere. Noi puliremo intere aree del territorio calabrese dalla 'ndrangheta, e questo è possibile perché nel mio ufficio ci sono pubblici ministeri di primissimo piano, nel 99% superiori alla media, e questo è possibile perché ho la possibilità e l’onore di dirigere pezzi della migliore polizia giudiziaria italiana»

Gratteri ha poi aggiunto: «Stiamo facendo cose di altissimo livello sul piano probatorio. È una grande macchina che si è mossa e sta crescendo, una grande macchina che nessuno può fermare ormai, anche se non ci sarà Gratteri non si ferma, va avanti lo stesso. I centri di potere si sono accorti in ritardo, ma ormai il gioco è fatto: i centri di potere non mi hanno preso sul serio due anni fa e li ho fregati. Oggi è tardi, oggi – ha rilevato il procuratore - la macchina non si ferma più, nessun centro di potere massonico, 'ndranghetistico, massonico e 'ndranghetistico messi insieme, la può fermare. Siamo una macchina da guerra. Quindi invito faccendieri e gente border line a stare chiusi in casa la sera, e invito a non frequentare 'ndranghetisti e massoni deviati perché non conviene, non è la stagione per l’illegalità, non c’è spazio».

Rivolgendosi agli studenti presenti al convegno, Gratteri ha poi osservato: «Ai ragazzi dico che siete liberi di scegliere, dico che la cosa principale è studiare perché delinquere non conviene, dico di impegnarvi nel sociale, occupare gli spazi, essere da esempio agli adulti».

Libia - L'Africa parla sempre di più cinese, gli statunitensi, strategicamente, hanno già perso la partita

I droni che bombardano Tripoli e il ruolo nascosto della Cina

PUBBLICATO IL 3 MAGGIO 2019 ALLE 6:01

La Cina si cela dietro l’escalation dei bombardamenti con i droni in Libia.

A renderlo noto è Arnaud Delalande, esperto di aviazione il quale, attraverso l’analisi di alcune foto, ha scoperto che diversi missili cinesi LJ-7 sono stati lanciati contro Tripoli. Generalmente, tali missili vengono utilizzati come principale armamento dei droni Wing Loong, prodotti in Cina, che sono molto utilizzati in Medio Oriente, soprattutto da Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Questi tre Paesi appoggiano economicamente e militarmente le forze del generale Khalifa Haftar che, il 5 aprile, hanno sferrato un’offensiva contro Tripoli, sede del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez Serraj. Nei giorni successivi all’attacco, il GNA ha denunciato l’uso di droni armati nel conflitto da parte dei rivali. Ad avviso di molti, tra cui l’ex ambasciatore inglese in Libia, Peter Millet, tale fatto comporterà una tragica intensificazione del conflitto, aumentando altresì il numero delle vittime, ad oggi pari ad oltre 200.

Nel 2016, Abu Dhabi ha costruito la base aerea di Al Khadim presso l’ex aeroporto della provincia di Al Marj, nell’Est della Libia, dove ha posizionato numerosi velivoli da guerra Air Tractor e i droni Wing Loong per fornire supporto aereo ad Haftar. Nel corso degli anni, questa piccola flotta è stata impiegata per effettuare missioni di ricognizione e supporto all’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar a Bengasi, soprattutto nella lotta contro lo Stato Islamico e il Benghazi Revolutionaries Shura Council, legato ad al-Qaeda. Dal momento che Al Khadim è localizzata lontano da Tripoli, ad avviso di Delalande, è possibile che i droni Wing Loong partano da una piattaforma alternativa nelle vicinanze della capitale al fine di rimanere in volo più a lungo e fornire un supporto ravvicinato.

I Wing Loong, insieme ad altri velivoli a pilotaggio remoto di produzione cinese, stanno proliferando in tutto il mondo, soprattutto in Medio Oriente. Ciò accade per due motivi. Il primo è che gli USA, nonostante siano i leader mondiali nella produzione dei droni, hanno limitazioni imposte dalla legge che impediscono alle compagnie americane di vendere i velivoli a molti Paesi. Di conseguenza, la Cina sta rispondendo alla domanda sempre crescente di droni, fornendoli ad Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Giordania ed Egitto, secondo quanto riportato da un report dal think tank inglese Royal United Servuces Institute (RUSI), lo scorso dicembre. Il secondo motivo per cui la vendita dei droni cinesi sta aumentando è legata ai prezzi relativamente più bassi rispetto a quelli offerti dalle compagnie di altri Paesi.

Con il tempo, molti governi che tradizionalmente avevano sempre favorito l’acquisto di equipaggiamento militare da produttori occidentali si sono convertiti al mercato cinese, decisamente più vantaggioso. Un esempio è quello della Giordania che, dopo aver ricevuto un no dagli Stati Uniti per l’acquisto di droni non armati Predator XP, nel 2015, ha comprato due CH-4Bs prodotti dalla China Aerospace Science & Technology Corporation (CASC) l’anno successivo. Allo stesso modo, quando Washington si è rifiutata di fornire i droni MQ-1 e MQ-9 all’Iraq, le autorità di Baghdad di sono rivolte alla Cina, acquisendo tre velivoli CH-4Bs.

I droni cinesi hanno fatto il loro debutto nel 2015 in Nigeria, dove l’aviazione locale posizionò i CH-3 per colpire i militanti di Boko Haram. I Wing Loong, oltre ad essere più grandi dei CH-3, sono anche più potenti. Recentemente, l’Arabia Saudita ha ordinato circa 330 Wing Loong, per una cifra pari a 10 miliardi di dollari, secondo quanto riportato dal sito dell’aviazione olandese Scramble Magazine. Già nel 2014, il Regno saudita aveva acquisito due CH-4s e cinque Wing Loong II dalle industrie cinesi. Riad utilizza i droni soprattutto nel conflitto in Yemen, dove dal marzo 2015 bombarda i ribelli sciiti Houthi, facendoli partire dalle basi aeree di Sharurah e Jizan, al confine con il territorio yemenita. Nell’aprile 2018, il presidente degli Houthi, Saleh Ali Al Sammad è stato assassinato da un missile LJ-7 lanciato da un Wing Loong saudita, mentre nell’aprile 2019 gli Houthi hanno abbattuto un altro drone dello stesso modello lanciato dai sauditi. Nonostante ciò, molti ritengono che il maggior numero di raid per mezzo di droni venga effettuato dagli Emirati Arabi Uniti, principale partner dell’Arabia Saudita nel conflitto in Yemen.

L’avanzamento cinese nello sviluppo e nella vendita dei droni era già stato evidenziato dal Pentagono nel proprio report ufficiale sulle capacità militari cinesi, pubblicato nel 2015, in cui si legge che la Cina ha previsto la produzione di oltre 41.000 sistemi a pilotaggio remoto del valore di circa 10,5 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2023. Ad avviso della RAND Corporation, think tank americano legato all’aviazione statunitense, la scalata cinese nello sviluppo e nella produzione dei droni potrebbe avere implicazioni preoccupanti per gli Stati Uniti, tra cui la modernizzazione del People’s Liberation Army (PLA), l’esercito cinese, e un vantaggio nella gestione delle dispute marittime. Droni con migliori capacità ISR, ovvero di intelligence, sorveglianza e ricognizione, insieme ad un avanzamento delle reti satellitari, potrebbero facilitare l’individuazione di nemici e di obiettivi da colpire a maggiore distanza, dando altresì la possibilità di sviluppare sistemi antimissile sempre più efficienti.

Ad oggi, secondo le stime di RUSI, i droni costituiscono ancora una minima parte dell’arsenale militare dei Paesi mediorientali. Tuttavia, sta diventando sempre più credibile l’ipotesi che, in futuro, i velivoli a pilotaggio remoto diventino uno strumento chiave di questi Stati, sia per le attività di sorveglianza sia per quelle offensive. Un indice di tale possibilità è proprio l’ordine di 300 Wing Loong da parte dell’Arabia Saudita nel mese di aprile. Inoltre, come nota Forbes, il maggiore utilizzo di droni comporterà, al contempo, l’acquisto di sistemi di difesa in grado di individuarli e respingerli. Non a caso, l’estate scorsa, una delegazione di ufficiali emiratini ha fatto visita presso alcune compagnie francesi e svedesi specializzate nella produzione di sistemi anti-drone. Nello stesso periodo, la compagnia australiana DroneShield ha reso noto che diversi Paesi mediorientali avevano speso 3,2 milioni di dollari per acquisire 70 pistole anti-droni, prodotte appositamente per abbattere velivoli ostili.

Tali dati inducono a pensare che, se gli Stati Uniti non elimineranno le restrizioni per la vendita dei droni, in breve tempo potrebbero venire surclassati dalla Cina, perdendo il proprio titolo di produttori leader mondiali di velivoli a pilotaggio remoto. Un tentativo per cambiare approccio è stato effettuato da Washington nell’aprile 2018, quando il Dipartimento di Stato ha annunciato una nuova politica sull’esportazione dei droni volta a rimuovere le barriere al mercato globale e a evitare che altri competitor traessero vantaggio dalle proprie limitazioni.

Lo scorso dicembre, inoltre, il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha svelato la strategia dell’amministrazione Trump in Africa, spiegando che gli USA mirano a contrastare l’influenza della Cina sul continente africano e a spingere i Paesi di tale area a raggiungere risultati grazie agli aiuti ricevuti dagli USA. Nello specifico, i tre interessi chiave elencati da Bolton sono stati: l’aumento del commercio con le nazioni africane, il contrasto all’estremismo violento e l’efficacia degli aiuti americani. Tale strategia di contrasto alla Cina, nel caso della Libia, sembra essere venuta meno. Con l’autorizzazione di Trump a Haftar ad attaccare Tripoli, il presidente americano, oltre ad essere andato contro le dichiarazioni rilasciate fino a quel momento dal Dipartimento di Stato a favore del GNA, ha, di fatto, dato il via libera all’utilizzo dei droni cinesi ai sostenitori di Haftar, primi tra tutti gli Emirati Arabi Uniti.

NoTav - son trent'anni che il corrotto euroimbecille Pd e lo zombi Berlusconi giocano su un'opera inutile costosa dannosa e ancora non hanno finito. Non sono riusciti neanche a saturare la linea ferroviaria del Freijus

Un immenso guazzabuglio politico



Leggo sui giornali paginoni sul minestrone/sfilata del 1° maggio: Pd si azzuffa con No Tav e Askatasuna, forze dell’ordine che non si sa da chi vengano sostenute e/o da chi vengano denigrate, Pd con Fratelli d’Italia e altri Sì Tav di destra e di centro, madamine sparse con Chiamparino che arranca ansimando per la propria rielezione, liste civiche non meglio identificabili, sindaci variegati fra Valle di Susa e dintorni, Liberi e Uguali non si capisce da che parte stia (perché mi pare che appoggino Chiamparino ma approvino anche Askatasuna, che schizofrenia!), e i sindacati? Mah!

Chi sta con chi? Ma chi sono la sinistra e la destra e il centrodestra e i “rivoluzionari”? Ma i centri sociali non nascevano dalla sinistra? Non li avevano tollerati e favoriti i governi Pd di Torino? Boh? Forse sono fascisti travestiti? Tutto è possibile!

Il polpettone socio/politico a Torino è davvero “interessante” e diciamocela tutta sconcertante, alla vigilia di elezioni corpose a Torino non si capisce davvero più niente! Siamo una città oggi credo unica nel panorama italiano in quanto a casino generale socio/politico, forse proprio grazie al pretesto della Tav, tutto evidentemente politico e totalmente concentrato solo a Torino rispetto all’Italia intera che mi pare se ne sbatta del tema, ciò ha comunque generato questo mega, esasperato pasticcio degno a mio avviso di una enorme Armata Brancaleone, forse siamo proprio grotteschi!

Firenze - Nardella è l'ultimo degli amministratori del corrotto euroimbecille Pd che ha mangiato i 700 milioni stanziati per aprire buche dentro la città

LA RISPOSTA ALL'INCONTRO DI NARDELLA CON CONTE
TAV FIRENZE: POTERE AL POPOLO, È IL PARTITO DEMOCRATICO RESPONSABILE DELLO SCEMPIO AMBIENTALE, ECONOMICO E SOCIALE

DI REDAZIONE - SABATO, 04 MAGGIO 2019 14:41 -

Uno dei cantieri Tav a Firenze

FIRENZE – In merito alle polemiche sull’AV a Firenze, ecco il comunicato di Potere al Popolo, firmato Tiziano Cardosi:

« Ieri il sindaco Dario Nardella, quando ha incontrato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiedendogli «chi deve rispondere dei 700 milioni già spesi, degli operai mandati a casa e delle ditte fallite». Potere al Popolo di Firenze gli suggerisce di non aspettare di chiederlo a Conte, ma di guardarsi d’intorno e chiedere dentro il suo partito, il Partito Democratico, chi è responsabile dello scempio ambientale, economico e sociale.

Perché PaP ricorda bene le pressioni feroci del PDS fatte tra gli anni ’90 e l’inizio del secolo per avere un miliardo e mezzo di euro per Firenze, presentando la cosa come un arricchimento per tutta la città. Oggi PaP chiede al sindaco chi si è arricchito a Firenze con la pioggia di 700-800 milioni finiti nella buca della stazione Foster; certamente non i cittadini, certamente non i lavoratori.

Quanto al perché del fallimento delle società basterebbe guardare anche alle cronache giudiziarie degli ultimi anni che hanno visto i costruttori (Coopsette e Condotte SpA) coinvolti in scandali ovunque. Quanto a Firenze, PaP vuol ricordare al distratto e querulo sindaco le due inchieste della Procura, di cui si stanno tenendo adesso le udienze, che hanno narrato il verminaio che esiste nella conduzione dei lavori dei tunnel TAV.

Le lacrime sugli operai che rischiano il posto di lavoro sono quanto di più ipocrita si possa immaginare: la progettazione e la gestione disastrosa del progetto, la corruzione sono le cause del disastro economico e occupazionale di cui il sindaco continua ad essere complice. Se si volessero aiutare davvero, non a chiacchiere, i lavoratori del TAV si proporrebbero lavori utili: con quello che si è speso in quel vergognoso cantiere ai Macelli si sarebbero potute realizzare oltre 5000 case popolari, si sarebbero potuti comprare 2500 bus elettrici a ricarica veloce, si sarebbe potuto potenziare tutto il nodo ferroviario fiorentino creando un vero trasporto metropolitano su ferro. È così sì che si crea vera occupazione di buona qualità!»

L'Italia è una colonia statunitense e Sigonella ne è l'emblema e la manteniamo noi con le tasse


Inchieste 3 Maggio 2019 di: Andrea Cinquegrani

STATI UNITI / DALLE MIGLIAIA DI TESTATE NUCLEARI A SIGONELLA

C’erano una volta i trattati e gli accordi internazionali contro la “proliferazione atomica”. Oggi spariti nel nulla, inghiottiti in un presente che parla in termini di migliaia e migliaia di testate esplosive e bombe nucleari orami disseminate in tutto il mondo. Con gli Stati Uniti a suonare la carica e a produrre armamenti letali a spron battuto.

I NUMERI DELLA TRAGEDIA NUCLEARE

Partiamo da alcuni choccanti dati contenuti in un recentissimo report elaborato da un gruppo di scienziati e ricercatori americani. I dati sono stati anticipati dal portale internazionale Taylor & Francis, specializzato in politiche militari.

La base di Sigonella. In apertura un bombardiere USA

Il tragico numero di partenza è 1.750. “Delle 1.750 testate esplosive operative, 1.300 sono state incorporate in missili balistici e 300 in bombardieri che gli Usa hanno nelle loro basi militari. Mentre altri 150 sono stati distribuiti nelle basi militari che Washington ha eretto in diversi paesi europei”.

“Il documento evidenzia inoltre – riporta Taylor & Francis – che all’inizio di quest’anno il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (il Pentagono) ha organizzato un ‘magazzino’ per ospitare circa 3.800 testate nucleari da installare su oltre 800 missili balistici e da combattimento”.

“La base aerea di Incirlik nel sud della Turchia – secondo il rapporto – ospita la maggior parte dei cinque depositi statunitensi di armi nucleari. Circa un terzo delle armi in Europa, una cinquantina, provengono proprio dalla base di Incirlik”.

Stando al report, inoltre, “gli Stati Uniti hanno inviato a marzo nel Regno Unito sei bombardieri del tipo B-52 – un fatto ‘senza precedenti’ dalla fine della Guerra Fredda – per svolgere missioni in Norvegia, nei paesi baltici, in Romania, in Grecia e in Marocco. Quattro dei sei B-52 hanno le capacità necessarie per trasportare ‘armi nucleari’”.

IL SUPER QUARTIER GENERALE A SIGONELLA

Passiamo al massimo quartier generale in Europa di ‘guerra preventiva’, quello di Sigonella, lo storico avamposto Usa in Sicilia, la strategica base a stelle e strisce per controllare e monitorare (non senza intervenire) su tutti gli scenari del Mediterraneo e non solo.

Così è successo – sempre gli americani come protagonisti – con Gheddafi nel 1980, in Libano due anni dopo, per le due guerre nel Golfo, per i bombardamenti in Serbia e nel Kosovo; poi per gli interventi in Afghanistan, in Iraq e in Siria; per le campagne nelle regioni sub-sahariane e nel corno d’Africa, fino agli ultimi scenari in Libia, e poi in Cirenaica e Tripolitania.

Sigonella ombelico del Mediterraneo, dell’Europa e non solo. Fiore all’occhiello degli States per le loro vecchie e nuove guerre imperialiste.

Il giornalista Antonio Mazzeo

Il ruolo svolto da Sigonella e il suo utilizzo strategico da parte degli Usa è al centro di un lungo documento elaborato dal pacifista e giornalista di controinformazione Antonio Mazzeo, da anni in prima linea per denunciare tutte le manovre a stelle e strisce sul nostro territorio. “Da Sigonella in poi” è il titolo del report.

“Non passa giorno – esordisce Mazzeo – senza che i velivoli Usa effettuino provocazioni lungo i confini occidentali della Russia, in Crimea e sul Mar Nero, oppure con i droni segreti in Ucraina e nel Donbass”. Ovviamente partendo dalle basi di Sigonella. Con un’Italia, quindi, che si lascia tranquillamente utilizzare per simili operazioni ‘border line’. E senza che il Parlamento del nostro Paese ne sia messo minimamente a conoscenza. Tutto top secret.

Il Pentagono per Sigonella ha un nome in codice, “The Hub of the Med”, ossia del Mediterraneo. Hub che negli ultimi anni e anche negli ultimi mesi ha visto sensibilmente intensificarsi i movimenti di droni, aerei da combattimento, elicotteri e soprattutto del velivolo di sorveglianza aerea “P8A-Poseidon”. Del resto, le esercitazioni a stelle e strisce nel basso Mediterraneo, fra il Tirreno e lo Ionio, sono all’ordine del giorno.

Una parte della ricerca viene significativamente titolata da Mazzeo “Il cancro e le sue metastasi”. In modo emblematico, infatti, da Sigonella sono ‘proliferate’ altre basi, sempre per impulso degli Usa e della Nato. Centri operativi e di esercitazioni sono man mano spuntati a Pachino, il paese dei pomodorini e ora delle armi a stelle e strisce; a Niscemi, dove è acquartierato il MUOS (Mobile User Operative System), ad Augusta (per rifornire i sottomarini nucleari); compresi poi gli aeroporti di Catania-Fontanarossa, Trapani-Birgi, Pantelleria e Lampedusa, nonché i poligoni di Piazza Armerina e Punta Bianca, in provincia di Agrigento.

Insomma, un vero esercito, un perfetto arsenale e ottime basi per scatenare conflitti d’ogni sorta.

DAI 34 COMANDI STRATEGICI AL NUOVO “AGS”

Ma Sigonella è la perla delle perle. La base, ad esempio, accoglie ben 34 comandi strategici americani, con una popolazione di oltre 5.000 militari. Si tratta della seconda super base, dopo quella acquartierata in Bahrein. Nel periodo agosto-dicembre 2016, durante l’offensiva anti ISIS, sono partiti circa 500 attacchi missilistici a base di “Reaper Drones”, il 60 per cento dei quali da Sigonella.

Un missile balistico

Gli ‘spy and killer drone’ (i droni spia e killer) della US Navy and Air Force operano a Sigonella, così come tutto l’apparato che va sotto il nome di UAS SATCOM (Unmanned aircraft system satellite communications): si riferisce a strumentazioni di supporto per le comunicazioni satellitari e le operazioni dei velivoli senza pilota inviati dal Pentagono e dalla Cia sugli scenari bellici di mezzo mondo.

Ma che sono Star Wars?

Eccoci ad alcune novità in vista. Dall’estate 2019 sarà attivo a Sigonella un sofisticato sistema di comando, controllo e intelligence della Nato, chiamato AGS (Alliance Ground Surveillance), il programma più costoso nella storia della stessa Nato. Consisterà di stazioni fisse e mobili per pianificare operazione belliche di supporto, il tutto accompagnato da una componente aerea formata da cinque Global Hawk per la sorveglianza di ultimissima generazione.

Denuncia Mazzeo: “Il ruolo che stanno progressivamente assumendo gli Usa nei programmi di supremazia nucleare è decisivo. In totale segretezza, senza che il governo italiano abbia mai pensato di informare il Parlamento, nel 2018 è entrato nella sua operatività a Sigonella un sofisticato sistema di controllo”.

E’ basato su una stazione satellitare in grado di avvistare in tempo praticamente reale circa qualsiasi lancio di missili con a bordo armi nucleari, chimiche, biologiche o convenzionali. Il nuovo sistema si chiama JTAGS, ossia Joint Tactical Ground Station.

SUPER DRONI ANTI MIGRANTI

Last but non least, il controllo sui flussi migratori, e non solo. La UE conta non poco sulla base di Sigonella per “rafforzare le attività di controllo e combattere la migrazione nel Mediterraneo”. Infatti, le unità e i velivoli senza pilota che sono stati utilizzati nell’Operazione Sofia della European Union Naval Force Mediterranean partivano da Sigonella. Così come per portare avanti fino al 2013 l’Operazione Tritone ugualmente è stato fondamentale il supporto della base siciliana.


La stessa aviazione italiana ha appena attivamente contribuito a trasformare Sigonella anche in una base per la lotta ai flussi migratori. In particolare, il 61esimo gruppo aereo equipaggiato con droni MQ-1C‘Predator’, è stato concepito e realizzato per rafforzare i nostri sistemi di sicurezza nazionale nel Mediterraneo.

Mentre il 41esimo gruppo Antisottomarini ‘Warfare Wing’di Sigonella ha affinato sistemi ultratecnologici basati su bombe, al fine di proteggere le nostre forze militari.

Insomma, siamo un paese in totale assetto di guerra.

A nostra insaputa.

Descrive la drammatica situazione una ricercatrice tedesca, Jacqueline Andres Carlo, autrice di un fresco saggio intitolato “The Hub of the Med. A reading of the U.S. military geography in Sicily”, uno studio, appunto, sulla strategia militare degli Usa in Sicilia.

“Si tratta di operazioni diverse rispetto a quelle belliche – sottolinea l’autrice – ma che in effetti rappresentano nuove forme e azioni di guerra sotto il comando delle forze alleate di Italia, Europa, Usa e Nato. Con il pretesto dell’immigrazione, oggi è in atto un vero e proprio stato di polizia in tutto il Mediterraneo, con politiche di sicurezza che confinano in con un continuo stato di guerra”.

Commenta Mazzeo. “Sigonella a questo punto diventa un emblema della moderna dottrina dei conflitti: globali, all-inclusive, dove il ‘nemico’ è dovunque e può essere chiunque. Dove gli spazi di espressione, di libertà e praticabilità politica da parte dei cittadini sono ridotti a zero e il pianeta si avvita sempre più in una spirale senza ritorno”.

3 maggio 2019 - FUBINI CONFESSA: SUL CORRIERE DELLA SERA HO NASCOSTO 700 BAMBINI DECEDUT...

L'Isis/al Qaeda nasce dalla pancia delle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ebraiche wahabite per attuare la Strategia del Caos e della Paura e Rita Katz è la loro portavoce


Gaetano Pedullà - Benetton non vogliono rinunciare alle prebende miliardarie ricevute dal corrotto euroimbecille Pd e dallo zombi Berlusconi


Più forti dello Stato. Così i Benetton blindano la loro gallina d’oro. Stampa amica e lobbisti in azione. Al padrone delle Autostrade si perdona tutto 

4 maggio 2019 di Gaetano Pedullà


Autostrade per l’Italia, la società controllata dalla famiglia Benetton e che gestisce buona parte delle infrastrutture costruite a spese degli italiani, non ci sta a restituire la gallina dalle uova d’oro con cui incassa miliardi. La concessione e soprattutto la privatizzazione avvenuta esattamente venti anni fa sono una perfetta antologia di tutto quello che uno Stato non dovrebbe mai fare nell’affidare un bene pubblico, a partire dal sistema con cui si determinano le tariffe, inspiegabilmente sbilanciato a favore del gestore. Nella stessa concessione sono state inserite clausole di riservatezza incredibili per un contratto che non contempla certo segreti militari, a fronte di un’unica condizione irrinunciabile ed essenziale: tenere le strade in sicurezza con una manutenzione che viene – pure questa – addebitata all’interno della tariffa che gli automobilisti pagano al casello.

Ora tutti ricordiamo la strage del ponte Morandi, a Genova, sulla quale è in corso un procedimento giudiziario con pesanti indizi a carico di chi non ha visto – o non ha voluto vedere, questo lo determineranno i giudici – l’urgenza dei lavori di consolidamento evidentemente necessari. A fronte di quel disastro il Governo, e particolarmente il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, hanno chiesto la risoluzione per giusta causa della concessione, avviando una serie di atti amministrativi ai quali proprio ieri Autostrade per l’Italia ha fatto opposizione presentando le sue ragioni in un lungo documento recapitato al ministero.

Insomma, proprio nelle stesse ore in cui la società Atlantia, capogruppo di Autostrade per l’Italia, guidata dallo stesso amministratore delegato Giovanni Castellucci (nella foto), veniva tirata in ballo per un possibile aiuto al Governo con un ricco investimento finanziario in Alitalia, i medesimi soggetti aggiungevano un tassello al sempre più probabile contenzioso legale miliardario con lo Stato. Il classico gioco delle due parti in commedia, che non scandalizza i soliti giornaloni invece scatenati da mesi nel ridicolizzare a ogni occasione Toninelli.

In fin dei conti – potrebbero pensare in buona fede questi organi d’informazione generalmente zeppi della pubblicità di Benetton, Autostrade, Aeroporti di Roma e tutta la galassia che gira attorno allo stesso gruppo industriale – un ponte che cade può essere effetto di una calamità imprevedibile, al pari del cedimento del jersey sul viadotto Acqualonga dell’autostrada A16 Napoli-Canosa, che nel 2013 provocò la morte di quaranta passeggeri di un bus caduto di sotto. Per quella vicenda un giudice monocratico ha condannato diversi dirigenti di Autostrade per l’Italia, ma non Castellucci che seppure al vertice della società è stato ritenuto estraneo alle decisioni sulla sicurezza e manutenzione.

La tratta è dunque rimasta di competenza dello stesso concessionario e tutto è andato avanti come se nulla fosse accaduto, con i privati che incassano e che esattamente come prima non garantirebbero adeguatamente la sicurezza. Questa perlomeno è la valutazione della Procura di Avellino che ha fatto sequestrare le barriere di dodici ponti sulla stessa tratta in cui sei anni fa accadde la tragedia di Acquapendente, iscrivendo nel registro degli indagati tre dirigenti di Autostrade, di cui uno pure condannato in primo grado per quei quaranta morti.

Ora si sa che l’Italia non è il Paese dove chi sbaglia fa un inchino e poi harakiri, o più modestamente chiede scusa e si dimette, ma continuare negli stessi comportamenti a fronte di autentiche stragi, tanto da finire nuovamente sotto inchiesta, è troppo pure per noi. Uno Stato che ha la dignità di chiamarsi tale non può assistere all’infinito ad azioni tanto spregiudicate, ed è incredibile che siano rimasti solo i Cinque Stelle a tenere testa all’incredibile sistema lobbistico e di potere che sostiene la società dei Benetton.

Dalla Lega, che dopo un primo sussulto di sdegno per i fatti di Genova ha poi fatto retromarcia sulla revoca della concessione, a diverse associazioni di consumatori che aderiscono a iniziative finanziate da Autostrade, alla stampa che evita persino di citare il nome dell’azionista di controllo della società con base a Ponzano veneto e tuttora affidata all’inspiegabilmente inamovibile Castellucci, quasi nessuno osa sfidare questo colosso. Un potere così forte da aver quasi recuperato interamente in Borsa il valore perduto dopo il crollo del Morandi. Segno che nella sfida del più forte tra lo Stato e i Benetton pure i mercati hanno capito su chi puntare.

venerdì 3 maggio 2019

Firenze - Gli amministratori tutti del corrotto euroimbecille Pd si sono mangiati 700 milioni

LA DENUNCIA DI IDRA
IDRA: TUNNEL TAV, ACCERTARE RESPONSABILITÀ GIUNTE COMUNE E REGIONE NEL GIGANTESCO SPRECO DI DENARO

DI PAOLO PADOIN - GIOVEDÌ, 02 MAGGIO 2019 23:03 


FIRENZE – «Idra condivide la preoccupazione del sindaco di Firenze Dario Nardella, di cui riferiscono le cronache, e si associa alla sua richiesta al presidente del Consiglio dei ministri, in visita domani a Firenze, affinché si accerti chi dovrà rispondere dei 700 milioni già spesi, degli operai mandati a casa, delle ditte fallite e della cantierizzazione di una Tav impossibile che da 9 anni a questa parte impegna senza costrutto la città». Lo afferma l”associazione ambientalista fiorentina Idra che da anni lotta contro la Tav a Firenze.
«Risulterà certo di indubbio interesse – osserva Idra in una nota -, poter finalmente ricostruire il ruolo che hanno giocato nella partita del disastro Alta velocità a Firenze le scelte operate dai sindaci e dalle Giunte, comunale e regionale, susseguitesi dal 1998 a oggi. Tutta la città merita infatti che siano chiarite le responsabilità dirette e indirette del gigantesco spreco di denaro pubblico che hanno accompagnato la formulazione, l”approvazione e la grottesca modalità di attuazione del progetto di sottoattraversamento ferroviariodella città patrimonio Unesco. E che si adotti, presto e bene, con dibattito pubblico – conclude l”associazione -, una scelta condivisa, improntata al buon governo della spesa, al rispetto del territorio e dell”ambiente, alle esigenze della popolazione».

Glifosato il veleno che non vogliamo mettere sulle nostre tavole diventa un non-veleno basta una dichiarazione dell'Agenzia per l'Ambiente degli Stati Uniti. Non ne fanno un giusta è nel loro dna

L'ERBICIDA

Glifosato, l'Agenzia per l'Ambiente degli Stati Uniti lo dichiara non cancerogeno

02 Maggio 2019


Colpo di scena sulla questione della presunta cancerogenicità del glifosato, dibattuta nelle aule non solo scientifiche al punto da avere portato a processi negli Stati Uniti. L’Agenzia per l’Ambiente statunitense (Epa) ha dichiarato che l’erbicida prodotto dalla Monsanto non costituisce un rischio per la salute pubblica e che non ci sono elementi sufficienti a dichiararne il legame con il cancro.

In un documento in cui valuta la pericolosità del glifosato, l'Epa afferma che «non ci sono rischi per la salute pubblica se il glifosato è utilizzato in accordo con le indicazioni nell’ «etichetta» e che «il glifosato non è cancerogeno». Il prodotto secondo l’agenzia presenta una 'bassa tossicità' per le api mentre costituisce un 'rischio potenziale' per animali e piante, incluse quelle acquatiche, tanto che l’agenzia propone nuove limitazioni all’uso, soprattutto quello aereo.

Negli Stati Uniti sono circa 13mila le cause intentate contro la Monsanto, che ora è controllata dalla Bayer, sui presunti effetti del glifosato. e già due sentenze hanno condannato l'azienda a risarcimenti milionari nei confronti di due agricoltori. «Bayer crede fermamente che la scienza supporti la sicurezza degli erbicidi basati sul glifosato», ha affermato la multinazionale, che ha sempre negato qualsiasi legame tra la sostanza e il cancro, in un comunicato.

Sull'argomento il mondo scientifico non ha dato finora un giudizio univoco, basti pensare che la Iarc, l’agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ha invece inserito il glifosato fra i 'probabilmente cancerogeni'. Recentemente, ad esempio, uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports ha trovato effetti negativi sulla salute dei ratti che duravano per tre generazioni, ma le conclusioni sono state contestate.

Secondo il Gruppo Informale Scienze e Tecnologie per l’Agricoltura (Seta) l'analisi ha diversi errori di metodo, tra cui un dosaggio troppo alto del glifosato rispetto a quello ritenuto sicuro. «L'autore principale ha ricevuto per questo progetto soldi da una fondazione di stampo religioso abbastanza nota per finanziare molti programmi antiscientifici, inclusi alcuni sul negazionismo climatico e nel campo delle cellule staminali», rileva Enrico Bucci, docente della Temple University e uno dei fondatori del gruppo, che chiederà il ritiro dello studio.

Diego Fusaro sindaco di Gioia Tauro

Fusaro candidato sindaco a Gioia Tauro. Una iniziativa che la grande stampa fa finta di non capire

2 maggio 2019

Diego Fusaro corre per la carica di sindaco a Gioia Tauro, città della Calabria profonda divenuta nell’immaginario collettivo simbolo di tutte le criticità che attanagliano il Paese. Al di là di quello che pensano e scrivono alcuni giornalisti distratti e annoiati (da Aldo Grasso in giù) – frettolosi e presuntuosi nel giudicare il senso di […]MENO RECENTIPIÙ RECENTI

Il filosofo e saggista Diego Fusaro, candidato sindaco a Gioia Tauro.

Diego Fusaro corre per la carica di sindaco a Gioia Tauro, città della Calabria profonda divenuta nell’immaginario collettivo simbolo di tutte le criticità che attanagliano il Paese.

Al di là di quello che pensano e scrivono alcuni giornalisti distratti e annoiati (da Aldo Grasso in giù) – frettolosi e presuntuosi nel giudicare il senso di una iniziativa che non hanno avuto il tempo (e/o la voglia?) di capire e metabolizzare – la presenza di Fusaro a Gioia Tauro non assume affatto i connotati tipici di una operazione estemporanea o di puro “marketing”, come bisbigliano i maligni avvezzi alla semplificazione mistificante.

Al contrario, la candidatura di Fusaro è il risultato di un lungo e meditato lavoro culturale che trova oggi la sua perfetta sintesi dentro il laboratorio politico/culturale Risorgimento Meridionale per l’Italia, associazione nuova e ambiziosa che intende realizzare una idea di Paese in conformità con le linee guida cristallizzate nel nostro Manifesto Politico (che verrà ufficialmente presentato il 9 maggio, sempre a Gioia Tauro, nel corso di una apposita conferenza stampa).

Gioia Tauro, quindi, rappresenta semmai in questa ottica il punto di partenza di una avventura che intende parlare all’Italia intera.

Perché, si chiedono in molti, partire proprio da una città difficile e periferica come Gioia Tauro? Perché gli uomini saggi e giusti sanno che è nobile e corretto impegnarsi – non dove ipoteticamente più conviene – ma dove realmente c’è più bisogno.

E il sud d’Italia, con il suo carico di speranze tradite, soffocato da una tremenda e “cronica” crisi economica, è oggi certamente il luogo che più di ogni altro merita cure e attenzioni vere, reali, concrete e “sudate”, perché dell’approccio distaccato e “naif” di una certa “intellighentia” nostrana, sempre brava nell’unire i buoni consigli ai cattivi esempi, non sappiamo più veramente cosa farcene. La nostra analisi è semplice ma al contempo frutto di una logica stringente.



Se il Meridione è ridotto in pessime condizioni, vuol dire che pessime sono le nomenklature (politiche ma non solo) che fino a oggi hanno governato i processi decisionali. Queste “baronie” sclerotizzate, fameliche, ignoranti e senza visione strategica, devono perciò gradualmente ma risolutamente essere sostituite da una rinnovata classe dirigente capace di perseguire una idea di interesse generale.

E’ doveroso poi precisare che il nostro approccio rifugge in radice le logiche localistiche, regionaliste o “neoborboniche”, rimanendo l’Italia intera il campo di azione principale e strategico del nostro impegno pubblico. Noi infatti intendiamo partire dal sud (in questo senso Gioia Tauro rappresenterebbe una nuova “Quarto”) per “liberare” l’Italia tutta, ora ostaggio di una fredda e cinica burocrazia a guida franco-tedesca che, dietro il mantello putrido dell’attuale (dis)Unione Europea, intende completare ai nostri danni un processo di sostanziale e dissimulata colonizzazione già in atto.

Non vogliamo esasperare le tensioni fra il nord e il sud del Paese, vogliamo al contrario impedire con tutte le nostre forze che i tedeschi di oggi facciano contro l’Italia tutta quello che i piemontesi di allora fecero contro il Sud d’Italia. Se non riparte il Mezzogiorno, d’altronde, non riparte l’Italia.


La parte migliore del Paese ha già sedimentato questa certezza e, per conseguenza, abbiamo buone ragioni per credere che, strada facendo, aiuterà la riuscita di questo nostro genuino e autentico tentativo. Crediamo infine esistano adesso le condizioni geopolitiche utili per rendere possibile il superamento dell’infausto paradigma tuttora dominante, destinato a crollare insieme all’attuale barcollante costruzione comunitaria. A breve l’Italia non sarà più vissuta e trattata quale “mera” e “muta” periferia di questo grottesco e redivivo “impero carolingio” incarnato da Merkel e soci, tornando invece protagonista dei nuovi equilibri geopolitici globali che i tempi nuovi forgeranno (e in parte stanno già forgiando).

Chiediamo quindi agli intellettuali, alle forze produttive a tutti i singoli cittadini di unirsi a noi – tesserandosi al Risorgimento Meridionale per l’Italia – al fine di scrivere insieme un pezzo di Storia del nostro Paese. Una Storia di cui poter essere fieri.


nasce a Gioia Tauro il 28 maggio del 1979. Avvocato, Giornalista pubblicista, ha collaborato con “Gazzetta del Sud”. Nel 2009 ha pubblicato con “Luigi Pellegrini editore” il suo primo libro, “Capolinea”. Attento osservatore della politica italiana e internazionale, curatore di un blog molto seguito (www.ilmoralista.it), e spesso ospite di talk show televisivi. Dal luglio del 2015 al dicembre del 2016 è stato assessore alla Cultura al comune di Gioia Tauro Appassionato anche di sport, ha conseguito a Milano un Master in giornalismo televisivo diretto da Bruno Longhi. Con la Uno Editori ha pubblicato il libro Dittatura finanziaria.

La Mosler economics - La teoria Moderna della Moneta (MMT) - è l'anticamera dell'applicazione del marxismo

Dalio: la MMT è il futuro della politica monetaria

3 Maggio 2019, 

Il controllo dell’inflazione dovrebbe essere affidato a una politica monetaria indipendente dalle richieste del governo: questo modello, da perfetto manuale di economia, potrebbe essere superato in un prossimo futuro. E’ quanto sostiene il fondatore del maggiore hedge fund al mondo, Ray Dalio, in post su LinkedIn nel quale indica la Modern Money Theory (MMT) non come una scuola di pensiero minore, bensì come qualcosa che potrebbe assomigliare al futuro comportamento dei policy-maker.

Se per la teoria economica mainstream la banca centrale indipendente garantisce un comportamento più efficiente verso la stabilità dei prezzi, sottraendola alle esigenze elettorali dei governi, la MMT ritiene che la politica fiscale e quella monetaria dovrebbero agire in modo coordinato. La monetizzazione del debito, ovvero l’acquisto diretto di titoli di stato di nuova emissione da parte della banca centrale tramite nuova moneta, diventerebbe uno strumento chiave per il finanziamento degli investimenti in grado di rivitalizzare la crescita. Un principio che, secondo i critici, potrebbe innescare un’inflazione fuori controllo e ridurre la fiducia.

Dalio, tuttavia, ritiene che dopo il quantitative easing e i tassi ultrabassi, sia questa la nuova frontiera che i governi dovranno varcare per rispondere alla prossima crisi. Secondo il fondatore di Bridgewater Associates, questa nuova fase, battezzata MP3, sarà caratterizzata “dal coordinamento delle politiche monetarie e fiscali”. Il governo stabilisce i progetti, la banca centrale li finanzia creando moneta. Con tassi d’interesse bloccati vicino allo zero in Europa e in Giappone il ritorno della della politica fiscale è “in linea di massima quanto sta già accadendo”, scrive Dalio.
Il ritorno della politica fiscale: sta già accadendo

Il fund manager riassume in questo modo il rapporto tra MMT e realtà attuale:

“Mentre ai tempi cui eravamo abituati, i tassi di interesse si muovevano in modo flessibile e i deficit/surplus fiscali erano molto fissi (quindi i tassi di interesse erano più importanti nella produzione del potere d’acquisto e dei cicli), nel futuro i tassi d’interesse saranno molto appiccicati allo 0% e le politiche fiscali saranno molto più fluide e importanti – e i debiti prodotti dai deficit saranno monetizzati. Nel caso in cui non l’aveste notato, è in linea di massima ciò che sta accadendo e sarà sempre più necessario che accada”.

Secondo i sostenitori della MMT il finanziamento della spesa pubblica tramite iniezioni di liquidità non provocherebbe i problemi paventati dalle teorie economiche dominanti. A sostegno di questa tesi, si può osservare l’andamento dell’inflazione e dei tassi in Giappone, da anni impegnato in massicce monetizzazioni e deficit pubblici. Anche gli Usa, dopo la crisi del 2008 hanno spinto sul pedale del deficit senza provocare vampate inflattive.

Il rischio non sarebbe costituito dall’utilizzo in sé del denaro di nuova emissione da parte dello stato, sostiene il fund manager, quanto dal fatto che questo potere in mano alla politica potrebbe anche essere utilizzato male o in misura eccessiva. “Il potere di creare e stanziare denaro, credito e spesa” passerebbe in buona parte nelle mani dei politici, scrive Dalio, prima di concludere che:

“è inevitabile che si sia diretti su questa strada” perché la gestione dei tassi e il Qe non “saranno efficaci nella produzione di moneta e nella crescita crescita del credito, né nel condurre quest’ultimo nelle mani della maggior parte delle persone, affinché aumentino la propria produttività e prosperità”.

Come sempre, però, da grandi poteri derivano grandi responsabilità.

Vladimiro Giacchè - Il sistema del capitale mostra i suoi limiti, la Cina con la strategia delle Vie della Seta tenta di andare oltre

Fine di un’epoca

di Vladimiro Giacché*
10 febbraio 2019

La crisi del 2007 ha dimostrato che la crescita e i profitti nel capitalismo non possono più essere garantiti dalla speculazione finanziaria. È necessario un cambio di sistema


Per capire la prossima crisi, dovremmo guardare alle origini e all’evoluzione della precedente: dal 2000 al 2005, a causa dei bassi tassi di interesse, negli Stati Uniti emerse una consistente bolla finanziaria. Sul mercato immobiliare locale, i prezzi e il numero di contratti di mutuo raddoppiarono. A partire dal 2006, i prezzi iniziarono a scendere. Iniziò a sussistere un problema di eccesso di offerta, ovvero un problema di sovrapproduzione nel settore delle costruzioni. Nel 2007 si evidenziarono i primi problemi con i prodotti finanziari, che avevano a che fare con alcuni prestiti ipotecari statunitensi rischiosi (i cosiddetti mutui subprime).

Quello che segue è noto: massiccia insolvenza dei mutuatari, problemi nei mercati finanziari. Saltano alcuni fondi speculativi e banche specializzate. La crisi si diffonde in tutto il mondo, e sarà la peggiore dagli anni ’30.

Ma perché la crisi è stata così grave?
  1. In primo luogo, i mutui subprime erano solo uno degli elementi costitutivi di un enorme edificio finanziario costruito in 30 anni. Nel 1980, la somma di tutte le attività finanziarie globali equivaleva approssimativamente al prodotto interno lordo (PIL) globale. Alla fine del 2007, il rapporto tra queste attività e il PIL (eufemisticamente chiamato anche “profondità finanziaria”) era del 356%.
  2. In secondo luogo, questa ipertrofia finanziaria non era una malattia in sé, ma un “farmaco” (al tempo stesso) contro un’insufficiente valorizzazione del capitale e contro la massiccia sovrapproduzione di capitale e merci nel triangolo del capitalismo maturo (USA, UE e Giappone).

A questo punto dobbiamo fare un passo indietro. A partire dagli anni ’70, abbiamo registrato una crescita sempre più bassa e tassi di investimento in calo, in particolare in Giappone e nell’Europa occidentale. Ciò ha comportato un calo globale dei tassi di investimento rispetto al PIL mondiale, nonostante l’enorme aumento degli investimenti in molti paesi in via di sviluppo, specialmente in Cina. È interessante notare che l’ipertrofia della finanza e del credito, cioè del “capitale capitale produttivo d’interesse” (Karl Marx), si sviluppa parallelamente alla caduta degli investimenti.

Funzioni della finanziarizzazione

Questa finanziarizzazione ha avuto una triplice ed importante funzione:
  • Innanzitutto, ha attenuato le conseguenze del calo dei redditi da lavoro.
  • In secondo luogo, ha ritardato lo scoppio della crisi di sovrapproduzione nel settore industriale.
  • In terzo luogo, ha offerto al capitale industriale, che viveva una crisi di valorizzazione nel suo settore tradizionale, opportunità di investimento con maggiori prospettive di profitto nel settore finanziario.

In primis trattiamo la riduzione dell’impatto del forte calo dei salari sui consumi. Cosa significa “forte calo dei salari”? In poche parole, dagli anni ’70 in avanti, i salari hanno cessato di beneficiare di una maggiore produttività del lavoro. Ciò significa che la quota di lavoro nel PIL è diventata sempre più bassa. Il giornalista finanziario britannico John Plender ha descritto la questione sul Financial Times nell’aprile 2008, nel bel mezzo della crisi: “La caratteristica più evidente dell’epoca della disuguaglianza e del libero mercato negli anni ’80 sono state le poche reazioni alla stagnazione del reddito medio, in gran parte delle economie dei paesi altamente sviluppati “.

Secondo Plender, la ragione della mancanza di reazione è che il tenore di vita delle persone con un reddito basso o moderato ha cominciato ad essere sganciato, almeno in parte, da quella che era la crescita salariale. Negli Stati Uniti, la politica monetaria espansiva e i bassi tassi di interesse della Fed hanno originato il credito al consumo e varie bolle finanziarie (l’ultima è stata proprio la bolla immobiliare). Il risultato fu la quadratura del cerchio, il sogno di ogni capitalista: un lavoratore vede la sua paga scendere, ma continua a consumare ancora quanto o anche più di prima.

Per quanto riguarda la seconda funzione, il rinvio della crisi di sovrapproduzione: l’esplosione del credito e della finanza è stata molto utile per le aziende, specialmente per quelle che lavorano nelle cosiddette industrie mature. Grazie al crescente flusso di denaro nei mercati dei capitali, queste imprese hanno fatto un uso massiccio del credito al consumo, hanno beneficiato di prestiti a tassi molto favorevoli e hanno fatto esse stesse profitti con le transazioni finanziarie.

Questa è infine la terza funzione della finanziarizzazione: la speculazione come mezzo di valorizzazione del capitale. Il mercato finanziario offriva alle aziende con problemi di redditività un’ultima via d’uscita: il raggiungimento di profitti attraverso operazioni finanziarie, cioè attraverso attività speculative. Molte aziende hanno risolto così il problema della crisi di valorizzazione del capitale nelle loro aree di business originali.

Prendendo in considerazione lo sviluppo della redditività nei paesi a capitalismo avanzato, si può vedere che dalla fine degli anni ’90, i profitti delle transazioni finanziarie hanno cominciato ad aumentare drasticamente rispetto al PIL e anche ad altri profitti. Negli Stati Uniti, la quota del settore finanziario sui profitti totali è passata dal 10% all’inizio degli anni ’80 al 40% nel 2007; nel Regno Unito, nel 2008, questa percentuale era addirittura pari all’80%.

Anche questa non è una novità: Marx aveva già affermato: “Tutte le nazioni a produzione capitalistica vengono periodicamente colte (…) da una vertigine nella quale vogliono fare soldi senza la mediazione del processo di produzione” (Karl Marx, Il Capitale. Libro secondo tr. it. R. Panzeri, Roma, Editori Riuniti, 1968, pp. 58-59). Solo l’entità – la dimensione della finanza di oggi – ossia del capitale capitale produttivo d’interesse, non conosce confronti storici.

In questo contesto, l’ampiezza e la gravità della crisi scoppiata nel 2007 non sorprendono. La crisi è infatti il risultato di oltre tre decenni in cui il saggio di profitto è stato gonfiato dall’estesa finanziarizzazione (vale a dire da un ruolo crescente del capitale produttivo d’interesse).

Dopo la crisi

Persino Lawrence Summers – ministro delle finanze sotto la presidenza Clinton negli anni ’90 e responsabile della deregolamentazione a quel tempo – nel 2014 è stato costretto ad ammettere: “E’ da circa 20 anni che negli Stati Uniti l’economia non cresce più a un ritmo sano e sostenuta da una finanza sostenibile.” Nell’Unione Europea la situazione non è fondamentalmente diversa.

Sempre secondo Summers: “Guardando retrospettivamente, è chiaro che gran parte della forza che le economie della periferia – UE – avevano prima del 2010 si basava sulla disponibilità di credito a basso costo, e che, allo stesso modo, gran parte della forza delle economie del nord Europa proveniva da esportazioni finanziate in modo insostenibile, nel lungo periodo.“

La crescita economica prima della crisi è stata quindi pagata, negli Stati Uniti come nell’UE, con gli squilibri finanziari che hanno poi scatenato la crisi stessa. Per dirlo con le parole di Summers: “La difficoltà, sorta negli ultimi anni, di raggiungere una crescita adeguata esisteva già prima, ma purtroppo è stata offuscata da una finanziarizzazione insostenibile”.

Dall’inizio della crisi, nel 2007, la situazione è indubbiamente caratterizzata da tassi di crescita e profitto insoddisfacenti. Ci sono, quindi, fondate ragioni per supporre che un’epoca sia giunta alla fine, l’epoca in cui il capitale produttivo d’interesse è stato in grado di sostenere in qualche modo la crescita e i profitti.

Se questa ipotesi è corretta, le conseguenze possono essere considerevoli:
  1. In primo luogo, il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita di ampie fasce della popolazione non può più essere occultato. Questo, fra l’altro, può avere un impatto molto negativo sulla domanda interna.
  2. In secondo luogo, sarà necessaria ed inevitabile una radicale riorganizzazione di molte aree industriali interessate dalla sovrapproduzione. Ciò si traduce in null’altro che in un’aspra guerra tra capitali anche all’interno della UE, in guerre commerciali, ecc.
  3. Terzo, si può prevedere che la redditività della speculazione diminuirà drasticamente. Nel gergo dei mercati finanziari, ciò significa: “aumento del premio al rischio”.

Sfortunatamente, l’intero establishment occidentale aveva fatto una scommessa molto diversa durante la crisi: che fosse possibile riparare e riavviare il modello di crescita che si era inceppato.

A questo fine sono state adottate le seguenti misure:
  1. In primo luogo, una socializzazione delle perdite in quantità tale da essere priva di precedenti storici. Tramite essa è stato sostenuto in particolare, sebbene non esclusivamente, il sistema finanziario, così negli Stati Uniti come nell’UE. In quest’ultima area, anche se la cosa è poco nota, alle banche sono stati destinati molti più fondi che negli Stati Uniti.
  2. In secondo luogo, è stata perseguita una politica monetaria estremamente blanda. Ciò ha significato tassi di interesse ufficiali ridotti a zero, ma in realtà ancora più bassi in termini reali.
  3. In terzo luogo, è stata avviata una politica monetaria “non convenzionale”, ad esempio con l’acquisto di titoli da parte delle banche centrali per sostenere i mercati finanziari in difficoltà.

In sintesi, la politica del “tasso d’interesse zero” delle banche centrali ha spinto il debito mondiale a salire più velocemente rispetto alla crescita del PIL globale. Dal 2007, il debito è aumentato di 172 trilioni di dollari. Il volume di titoli emessi da società non finanziarie è all’incirca triplicato nell’ultimo decennio.

I titoli di stato USA non hanno subito una sorte diversa: sono in crescita dal 2008, indipendentemente da chi è il presidente. Ma attenzione, qui una sorpresa ci attende: la maggior parte delle obbligazioni USA viene ora acquistata da investitori statunitensi piuttosto che da quelli esteri.

La crisi scoppiata nel 2007 è diventata globale, causando una considerevole distruzione di capitali in tutto il mondo. Ma evidentemente ciò non è bastato a ripristinare una redditività soddisfacente del capitale impiegato e a dare nuovo impulso all’accumulazione del capitale. Ciò non è accaduto, nonostante l’enorme socializzazione delle perdite e la politica monetaria estremamente accomodante delle banche centrali. Ciò significa che i sintomi di una nuova crisi in arrivo, una bolla speculativa che scoppierà presto, sono reali, difficili da negare.

Alcuni di questi sintomi sono:
  1. In primo luogo, la divergenza fra il valore di borsa di un titolo e il profitto reale della società corrispondente. A questo proposito, Marx ha parlato di “tutto un sistema di frodi e imbrogli” riferendosi al mercato azionario (K. Marx, Il Capitale, libro terzo, tr. it. M.L. Boggeri, Roma, Editori Riuniti, 1968 p. 520). Un esempio recente di questo è la difformità tra le enormi perdite del produttore statunitense di auto elettriche Tesla e le fortune dei dirigenti senior del gruppo, aumentate enormemente, essendo legate all’aumento dei prezzi di borsa delle azioni.
  2. In secondo luogo, il riacquisto di azioni proprie da parte delle società quotate, il cosiddetto buyback, per sostenere il prezzo delle azioni stesse. Questi riacquisti oggi sono più consistenti rispetto ai cicli economici passati.
  3. In terzo luogo, le famiglie sono fortemente indebitate, come prima della crisi del 2007. A quel tempo, negli Stati Uniti ci si indebitava per comprare una casa, ora anche solo per pagarsi un corso di laurea.

Si potrebbero enumerare ulteriori sintomi di una crisi all’orizzonte. Quale potrebbe essere la miccia che dà fuoco alle polveri questa volta?
  1. In primo luogo, la fine della politica dei tassi ad interesse zero delle banche centrali;
  2. Secondariamente, una crisi del debito nelle economie emergenti dei cosiddetti paesi in via di sviluppo o in paesi avanzati;
  3. In terzo luogo, fallimenti causati dall’eccesso di debito privato o da svalorizzazione dei titoli;
  4. Quarto: deludenti risultati trimestrali di grandi società con un effetto depressivo sui prezzi delle azioni.

Una cosa è certa: come nel 2007, il problema principale sarà l’improvviso prosciugarsi della liquidità anomala che è stata pompata nel sistema negli ultimi anni. E’ solo una questione di tempo, specialmente in un contesto internazionale in cui la minaccia delle guerre commerciali sta aumentando e l’Unione Europea neoliberale non è in grado di districarsi dalla sua trappola dei salari in declino e quindi dalla minaccia di deflazione.

Cosa fare?

Ci sono vie d’uscita?

Possiamo considerare quattro diverse soluzioni. Le formulo per maggiore chiarezza nella lingua dell’informatica, nel gergo utilizzato quando si usano i computer:

  • Prima soluzione: restart o riavvio. Ciò significherebbe riavviare l’economia mondiale dopo l’errore di sistema del 2007; “riavviare” ma senza mettere in discussione la centralità del capitale produttivo d’interesse. Questo tentativo è già stato fatto, come abbiamo visto. E non ha funzionato.
  • Seconda soluzione: shift o trasferimento. Spostamento dal capitale produttivo di interesse al capitale produttivo. L’unico approccio in politica economica di questo genere nel mondo, che mira cioè a rivitalizzare l’economia globale attraverso gli investimenti, è il progetto cinese noto anche come One Belt, One Road. Si tratta di investimenti infrastrutturali che hanno un duplice obiettivo: l’eliminazione dei colli di bottiglia allo sviluppo economico dei paesi sottosviluppati e la promozione degli scambi commerciali tra l’Asia e l’UE. Questa proposta presuppone, tra le altre cose, la possibilità di riportare in primo piano la produzione e di assegnare solo una funzione subordinata al capitale capitale produttivo d’interesse. Tuttavia, questo tentativo richiede esso stesso un’enorme quantità di capitale produttivo d’interesse.
  • Terza soluzione: reset o azzeramento. Lawrence Summers ha menzionato un’altra via d’uscita quando ha affermato: “Alvin Hansen (1887-1975, economista statunitense, jW ) enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale. È senz’altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di (…) rendere irrilevanti le preoccupazioni (di stagnazione secolare, VG) che ho espresso. A parte la guerra, però non è chiaro quali eventi del genere possano accadere.” Possiamo considerare questa soluzione piuttosto inquietante come un “reset” drastico. Cioè a dire: distruzione fisica del capitale esistente come mezzo per rilanciare l’accumulazione.
  • Quarta soluzione: installare un nuovo sistema operativo. Questa è l’unica soluzione logica. Deriva dall’interpretazione della crisi, scoppiata nel 2007, come un “errore di sistema”.

Il semplice riavvio, oltre a non aver dato soluzione al problema, ha accresciuto la disuguaglianza in misura sostanziale. L’estrema politica monetaria, che ha aiutato soprattutto la ripresa dei mercati finanziari, ha distribuito ricchezza secondo il motto “al capitale, anziché al lavoro”. Nel 2016, l’economista di Harvard David Lizoain ha descritto le conseguenze come segue: “Lo status quo non è più in grado di garantire ciò che prometteva”. Ecco perché non è più vero oggi ciò che John Plender osservò nel 2008: ora le “reazioni” alla stagnazione del reddito medio” sono tutt’altro che insignificanti.

Le reazioni di queste popolazioni sono solitamente stigmatizzate come “proteste populiste”. Ma esse sono semplicemente dirette contro l’incontrollata “iperglobalizzazione”, contro l’integrazione dei mercati mondiali determinata dal capitale produttivo d’interesse. Ora queste proteste cercano un nuovo equilibrio di potere tra la globalizzazione e gli stati nazionali, ma soprattutto tra mercati finanziari e democrazia. Si tratta principalmente di porre dei limiti ai flussi di capitali internazionali. Il potere illimitato dei mercati finanziari globali dovrebbe essere fermato.

In questo contesto, dovremmo evitare una pericolosa illusione nell’Europa dell’Unione: l’UE non può proteggerci da questa globalizzazione neoliberale. E’ vero il contrario: il Trattato di Maastricht è il miglior esempio di una quasi-costituzione neoliberale, con tutto ciò che ne consegue: deflazione forzata dei salari, negazione dei diritti sociali, ideologia della “assenza di alternative”, egemonia del capitale produttivo d’interesse (l'Euro è un Progetto Criminale).

La questione della proprietà

Ciò negli ultimi anni ha sollevato seriamente la questione della contraddizione tra i trattati europei e alcune costituzioni nazionali. La lotta contro la globalizzazione neoliberale è anche una lotta contro l’UE neoliberale. Ma questa lotta deve essere arricchita nei contenuti. Deve diventare una lotta per il recupero della centralità della questione della proprietà. Come sapete, l’analisi marxista della crisi conduce esattamente a questa conclusione.

Secondo Marx, la crisi è, da un lato, parte integrante del normale funzionamento del modo di produzione capitalistico, ma dall’altro un sintomo: “Nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora” (Marx: Grundrisse, tr. it. di G. Backhaus, in K. Marx, F. Engels, Opere complete, vol. 30, Roma, Editori Riuniti, 1986, p. 137).

Le crisi sono sintomi di un “errore di sistema” e quindi della necessità, come dice Marx, di “uno stadio superiore della produzione sociale” (un nuovo “sistema operativo”) non più basato sulla proprietà privata, ma sulla proprietà socializzata dei mezzi di produzione.

Negli ultimi decenni, specialmente dopo la fine dell’Unione Sovietica e del socialismo in Europa, anche la possibilità di uno “stadio superiore della produzione sociale” è stata respinta come utopismo astratto e generalmente totalitario. Ma è proprio la realtà del modo di produzione capitalistico e delle sue contraddizioni che – ancora e sempre di più – indicano la necessità di riorientarsi verso quell’obiettivo.

* Vladimiro Giacché, nato nel 1963, è economista e presidente del Centro Europa Ricerche a Roma. Dal 1995 al 2006 ha lavorato per Mediocredito Centrale, l’ex banca di sviluppo statale italiana. Dalla fine del 2007 è socio del gruppo finanziario Sator.
** Vladimiro Giacché, da Rosa-Luxemburg-Konferenz, supplemento a “die junge Welt” del 30.1.2019, sezione “Capitale e lavoro. Traduzione di Francesco Spataro
https://www.jungewelt.de/beilage/art/347610

Il Presidente del consiglio ha tolto le castagne dal fuoco al fanfulla messo all'angolo da Siri e Giorgetti

“SIRI SI DIMETTA”/ Ecco perché Salvini deve accettare il diktat di Conte

03.05.2019 - Antonio Fanna

Ieri Conte ha preso una decisione su Siri, dicendo che proporrà la revoca del sottosegretario in Cdm. Salvini: “Conte deve spiegare”. Ma così salva il governo

Giuseppe Conte (LaPresse)

“You’re fired”. Se al posto di Giuseppe Conte ci fosse Donald Trump, sarebbe stata questa la frase diretta ad Armando Siri. Licenziato. Conte ha usato una perifrasi con varie precisazioni. Ma la sostanza è la stessa. Il presidente del Consiglio si è un tantino arrabbiato sentendo che Siri era “pronto a dimettersi entro 15 giorni”. Pronto fra 15 giorni? Le dimissioni non si promettono e si annunciano soltanto dopo averle date. E così ci ha pensato lui a tagliare corto: la questione sarà posta all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri. Non ci sarà un’altra convocazione “varie ed eventuali”.

Siri aveva tentato un’ultima contromossa. Conte aveva annunciato una conferenza stampa nel pomeriggio. Il sottosegretario ha anticipato l’incontro cercando di prendere in contropiede Conte con la promessa, messa per iscritto, delle dimissioni postdatate. Il risultato è stato opposto all’esito cercato. Invece che un colpo di freno, ne è uscito uno di acceleratore.

Hanno dunque vinto i 5 Stelle e la loro linea giustizialista. Salvini è in difficoltà ma deve digerire il rospo con il sorriso. Le sue dichiarazioni di ieri non sono incendiarie. “Lascio a Conte e a Siri le loro scelte, a me va bene qualsiasi cosa se me la spiegano”, ha detto. È un modo per prendere le distanze. Fino all’altro giorno, Siri diceva che il suo destino era nelle mani di Salvini. Ora Salvini dice che la faccenda riguarda Siri e Conte, non lui che si limita a chiedere una spiegazione e a prenderne atto. Luigi Di Maio, portato a casa il risultato, non infierisce: “Non esulto e non credo sia una vittoria. Detto questo sono contento che il governo ora possa andare avanti perché il caso Siri si chiude”.

Insomma, l’operazione è quella di chiudere il caso senza ulteriore spargimento di sangue. Una crisi ora è impossibile e i due vicepremier non esasperano le divisioni che l’indagine su Siri ha reso più profonde. Anche Conte mette la divisa da pompiere: “Invito la Lega a non lasciarsi guidare da reazione corporative e “il M5s a non approfittare di questa soluzione per cantare una vittoria politica”. Salomoniche bacchettate da una parte e dall’altra. E Salvini ha subito provato ad aprire un nuovo fronte di tensione con i grillini, facendo balenare la possibilità di un accordo con il Ppe nel nuovo Europarlamento. Invece che di giustizia, si parla di politica. La campagna elettorale è ancora lunga e il 26 maggio piuttosto lontano.

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Giulio Sapelli sferza il governo tutto, meno parole e più lavoro. La burocrazia deve essere servizio e non annichilire le persone

Crescita, Sapelli: “Gomez? Ha ragione. La cultura cambia le cose, l’economia no”. Stoccata a Di Maio

di Gisella Ruccia | 2 Maggio 2019

Le parole di Peter Gomez sulle previsioni degli economisti e il suo invito a una maggiore prudenza? Mi è parso un ragionamento ben fatto. Bisogna parlare di meno e pensare di più“. Sono le parole pronunciate ai microfoni de “L’Italia s’è desta”, su Radio Cusano Campus, dall’economista Giulio Sapelli.

E spiega: “C’è ormai un imperialismo economicistico. Si parla sempre e tanto di economia, perché questi neo-bocconiani, che sono soprattutto matematici, riducono tutti gli aspetti della vita sociale all’economia. Sembra che l’universo possa essere mosso solo dagli incentivi economici e dalla quantità economica. Quindi, si deve parlare sempre di economia. La verità è che l’economia ha invaso tutto come criteri di riferimento e, contrariamente a quanto sosteneva Hegel, l’eccesso di quantità non è accompagnato dalla qualità“.

Il docente aggiunge: “Tutta questa follia sullo 0,2% del pil cosa vuol dire? Tu puoi essere disceso di 6 punti netti l’anno prima e poi, per alcuni mesi, crescere di 0,2. E tutti dicono che c’è la ripresa, ma quale ripresa? Poi c’è il protagonismo degli attori dell’economia. Si pensi ai banchieri centrali, che, un tempo, parlavano una volta all’anno. Adesso i banchieri centrali, nazionali, europei, lo stesso signor Draghi parlano a porte aperte. Si consideri anche il protagonismo dell’Istat – continua – che in passato faceva una relazione annuale. Oggi pubblica dati continuamente. E questo comporta condizionamenti per i cittadini. Prima c’era molto più cautela. Il neo capitalismo finanzializzato e schiavistico è accompagnato dal capitalismo del protagonismo, che diffonde terrore sulle masse. Non abbiamo mai visto lo schiavismo come adesso. Si guardi anche il numero degli infortuni e delle morti sul lavoro. Significa che qualcosa non funziona“.

Sapelli ribadisce che è necessario un ritorno alla qualità e alla cultura umanistica. E sottolinea: “C’è anche questa campagna sul debito pubblico. Ma il mondo è cresciuto grazie al debito pubblico. Attualmente, quindi, c’è un impasto di ignoranza spaventosa e di protagonismo, a cui si aggiunge il fatto che al ministero del Lavoro sono tutti boccaloni e si bevono tutto. E’ troppo presto dire che quel +0,2% di pil inverte la tendenza. Non abbiamo ancora raggiunto i punti di pil che abbiamo perso nel 2007. In 20 anni gli altri Paesi europei, come Germania e Francia, sono cresciuti attorno al 25-30%. Noi siamo cresciuti del 7%. Ma cosa volete invertire la tendenza? Sono 20 anni di politiche economiche sbagliate“.

E rincara: “Come fa quel giovanotto lì, Di Maio, e i suoi giovanotti del club di Armani, tutti pelati, distinti e ben vestiti, a dire che abbiamo invertito la rotta? L’economia è un’altra cosa, ragazzi. Parlate poco, non terrorizzate le masse e non datele illusioni, perché poi la gente torna a casa e vede che il figlio non ha il posto di lavoro. L’economia non ha mai cambiato niente, è la cultura che cambia le cose. Ora invece la cultura è ridotta all’economicismo“.

Scetticismo assoluto di Sapelli anche per il salario minimo e la flat tax, sulla quale, in particolare, osserva: “Parole, parole, parole. Si leggessero il manuale di finanza di Francesco Forte. Bisogna diminuire le tasse sulle imprese. Se non si riforma la burocrazia e non si rivedono le leggi, come quella Madia, che hanno distrutto la Pubblica Amministrazione, non si risolve la situazione. Ma sapete quanti documenti deve fare un imprenditore per aprire qualsiasi attività?”