Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 maggio 2019

Gli ebrei in Palestina sono un cancro da estirpare. Nelle terre palestinesi esiste solo il diritto a resistere agli invasori

Siria, due attacchi respinti: il primo di Israele a Damasco, l'altro dei terroristi a Tartous


Due attacchi successivi si sono verificati nella notte tra ieri sera e questa mattina, uno perpetrato dal regime israeliano, l'altro dai gruppi terroristici.

Come riporta Al Manar, nel primo, si è trattato di munizioni leggere sparati dalle alture del Golan occupate da Israele verso la provincia meridionale di Damasco e poi su quella di Quneitra.

Secondo l'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana, diverse esplosioni sono state ascoltate anche nella periferia sud-occidentale della capitale, visibilmente collegate alle potenti risposte delle difese aeree siriane che hanno abbattuto i missili.

Per quanto riguarda il secondo attacco, è stato effettuato utilizzando razzi e droni ed ha preso di mira la base russa Hmeimim, situata sulla costa di Tartus, e ad Jablé e Qardaha. È stato perpetrato da gruppi terroristici

Secondo la stazione televisiva iraniana di lingua francese Press TV, ci sono state segnalazioni di un attacco missilistico sull'aeroporto Mezzeh nella periferia di Damasco, ma l'informazione non è stata ancora confermata da fonti siriane.

Le esplosioni a sud-ovest della capitale siriana sono dovute ai sistemi antimissile siriani, attivati ??sistematicamente all'avvicinarsi di un drone israeliano che sorvola l'aeroporto di Mezzeh.

All'inizio della giornata, alcuni rapporti avevano riferito di colpi sparati nel Golan occupato vicino a una postazione di soldati israeliani.

L'ultimo attacco israeliano risale a metà aprile quando i missili hanno colpito l'aeroporto di Masyaf ad ovest di Hama.

Fonte: Al Manar
Notizia del: 18/05/2019

Niente è un caso - gli euroimbecilli più convinti prendono una barca di soldi da chi vuole la destabilizzazione dell'Italia attraverso l'Immigrazione di Rimpiazzo

Emma Bonino finanziata con 200mila euro dai coniugi Soros 

Pubblicata la lista degli autori di donazioni a partiti e parlamentari italiani. Il magnate George Soros e la moglie molto generosi con Più Europa.

18 maggio 2019 12:17


Chi sono i finanziatori più generosi e munifici di movimenti politici e singoli parlamentari italiani? A scoprire i nomi dei benefattori è stato il quotidiano Repubblica, riuscito dopo mille peripezie a mettere le mani, e gli occhi, sulla finora segreta banca dati di Montecitorio, visto che un vero e proprio registro dove consultare le “dichiarazioni congiunte tra erogante e beneficiario” ancora non esiste nel nostro Paese, anche se le donazioni sopra i 3mila euro devono per legge essere rese pubbliche.

A fare notizia non sono certo le decine e decine di milioni di euro versate nelle casse di Forza Italia dal suo fondatore Silvio Berlusconi e dai suoi figli. E nemmeno i nomi delle numerose aziende che foraggiano la Lega di Matteo Salvini. Il vero scoop, anche se la notizia era nell’aria, sono le centinaia di migliaia di euro che il magnate americano di origini ungheresi, George Soros, e la moglie Tamika Bolton, hanno sganciato in favore di Emma Bonino e della sua ultima creatura Politica chiamata Più Europa.

Emma Bonino finanziata da George Soros

Più Europa foraggiata da George Soros e dalla moglie

Dunque, secondo quanto riportato dal quotidiano Repubblica con un articolo firmato da Giovanna Vitale, il partito Più Europa, nato dall’accordo tra la Radicale Emma Bonino e l’ultra cattolico Bruno Tabacci, avrebbe ricevuto come finanziamento lecito circa 200mila euro dai coniugi Soros. Il fondatore della Open Society George Sorosavrebbe personalmente elargito 100mila euro, stessa cifra versata nelle casse dei boniniani dalla moglie Tamika Bolton.

Ma la Bonino e i suoi sodali possono anche contare sui 30mila euro messi a disposizione da Guido Maria Brera, amministratore del gruppo di private banking chiamato Kairos. Anche il noto membro della Wikimedia Foundation, Peter Baldwin, ha versato un totale di 516mila euro, di cui 100mila direttamente a +Europa, 260mila al segretario del partito ed ex Sottosegretario, Benedetto Della Vedova, e 156mila a quello che il Fatto Quotidiano definisce il “braccio destro” di Bruno Tabacci, Carlo Romano. “È tutto chiaro e trasparente, pubblicato sui bilanci”, si è comunque giustificata la Bonino.

Gli altri benefattori, da Berlusconi e alle aziende pro Lega

Se Più Europa ed Emma Bonino non possono certo lamentarsi delle mani bucate di George Soros e di altri filantropi nei loro confronti, anche Forza Italia può vantare i circa 100 milioni di euro versati da Silvio Berlusconi in cinque anni, oltre alle centinaia di migliaia di euro messe a disposizione dai suoi figli, ma anche dallo storico socio in affari del Cavaliere Ennio Doris. La Lega di Matteo Salvini, dal canto suo, ha incassato un bel gruzzoletto da aziende come la Vaportart o il ConsorzioGisa.

Da segnalare, infine, che Guido Alpa, ex socio dello studio legale del premier M5S Giuseppe Conte, ha versato 5mila euro all’ex ministro Pd della Giustizia Andrea Orlando, ma nulla ai pentastellati.

E' guerra vera - Gli statunitensi sanno trattare solo con rapporti di forza a loro favore MA questo atteggiamento li priva del credito di fiducia necessario per qualsiasi tipo di confronto

I DURI DISCORSI DELLA CINA LASCIANO I COLLOQUI COMMERCIALI CON GLI STATI UNITI NEL LIMBO


Posted On: May 17, 2019
Posted By: Luigi Salmone

WASHINGTON / BEIJING (Reuters) – La Cina ha colpito un tono più aggressivo nella sua guerra commerciale con gli Stati Uniti venerdì, suggerendo che la ripresa dei colloqui tra le due maggiori economie del mondo sarebbe stata priva di significato a meno che Washington non avesse cambiato rotta.

La dura chiacchierata di una settimana che ha visto Pechino rivelare nuove tariffe di ritorsione, i funzionari degli Stati Uniti accusano la Cina di tornare indietro sulle promesse fatte durante i mesi di colloqui e il livello dell’amministrazione Trump un colpo potenzialmente paralizzante contro una delle aziende più grandi e di maggior successo della Cina.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lu Kang, ha chiesto notizie dei media statali che suggeriscono che non ci saranno più negoziati commerciali, ha detto che la Cina ha sempre incoraggiato a risolvere le controversie con gli Stati Uniti attraverso il dialogo e le consultazioni.

“Ma a causa di alcune cose che la parte statunitense ha fatto durante le precedenti consultazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, crediamo che se c’è un significato per questi colloqui, ci deve essere uno spettacolo di sincerità”, ha detto a un briefing quotidiano.

Gli Stati Uniti hanno sollevato le ire di Pechino questa settimana quando ha annunciato che stava mettendo Huawei Technologies Co Ltd, il più grande produttore mondiale di apparecchiature per le telecomunicazioni, su una lista nera che potrebbe rendere estremamente difficile fare affari con le compagnie statunitensi.

La Cina deve ancora dire se o come reagirà, anche se i suoi media statali stanno suonando una nota sempre più stridente. Il People’s Daily del Partito Comunista al potere ha pubblicato venerdì un commento in prima pagina che evoca lo spirito patriottico delle guerre passate del paese.

“La guerra commerciale non può abbattere la Cina. Ci rafforzerà solo per diventare più forti “, ha detto.

Le azioni globali, che sono rimbalzate questa settimana sulla prospettiva di un altro round di colloqui tra Stati Uniti e Cina, hanno subito un nuovo periodo e lo yuan cinese è scivolato al livello più debole contro il dollaro USA in quasi cinque mesi. I prezzi del debito del governo degli Stati Uniti erano scambiati più alti.

La controversia commerciale, sempre più aspra, ha scosso gli investitori che temono che i paesi scendano pericolosamente su una pista che danneggerà gravemente le linee di fornitura globali e frenerà un’economia mondiale che sta già rallentando.

Il South China Morning Post, citando una fonte non identificata, ha riferito che un membro anziano del Partito Comunista Cinese ha detto che la guerra commerciale potrebbe ridurre la crescita economica del 2019 della Cina di 1 punto percentuale nella peggiore delle ipotesi.
TARIFFE AUTO

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha abbracciato il protezionismo come parte di un’agenda “America First” finalizzata al riequilibrio del commercio globale, ha accusato la Cina di rinunciare a un accordo all’inizio di questo mese che avrebbe concluso la disputa di 10 mesi.

All’inizio di questo mese, la Reuters ha riferito che la Cina aveva fatto marcia indietro sugli impegni di modificare le proprie leggi per risolvere i principali reclami degli Stati Uniti sul furto di proprietà intellettuale e segreti commerciali, trasferimenti forzati di tecnologia e altre pratiche.


Trump ha punteggiato due giorni di colloqui a Washington la scorsa settimana con la decisione di aumentare le tariffe di $ 200 miliardi di importazioni cinesi al 25% dal 10%. Le trattative si sono concluse in una situazione di stallo.

Lunedì, Pechino ha detto che avrebbe alzato le sue tariffe su una lista riveduta di $ 60 miliardi di beni statunitensi a partire dal 1 giugno. Trump, a sua volta, ha detto che sta valutando di schiaffeggiare le tariffe sui restanti 300 miliardi di dollari delle importazioni cinesi negli Stati Uniti.

Il presidente degli Stati Uniti continua a sospendere la possibilità di imporre tariffe fino al 25% su auto e pezzi importati, una mossa che potrebbe essere devastante per molti dei suoi partner commerciali, tra cui Giappone e Germania.

La Casa Bianca ha detto venerdì che la decisione di Trump sulle tariffe automobilistiche sarà ritardata di un massimo di sei mesi per consentire più tempo per i colloqui commerciali con l’Unione europea e il Giappone. Trump ha affrontato una scadenza del sabato per prendere una decisione.

Aggiunse, tuttavia, che il presidente degli Stati Uniti era d’accordo con le conclusioni del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, secondo cui i veicoli e le parti importate potevano minacciare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, una designazione che probabilmente avrebbe irritato alcuni alleati degli Stati Uniti.

“Ci dispiace che gli Stati Uniti abbiano designato le importazioni di automobili come una minaccia alla sicurezza nazionale”, ha dichiarato a Berlino il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier. Altmaier ha aggiunto, tuttavia, che il ritardo ha offerto la speranza che una rinnovata escalation del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea potesse essere prevenuta per ora.

Le case automobilistiche si sono fortemente opposte alle tariffe, affermando che avrebbero aumentato i prezzi e minacciato migliaia di posti di lavoro negli Stati Uniti. C’è anche una forte opposizione nel Congresso degli Stati Uniti, con molti membri di spicco del Partito Repubblicano di Trump che respingono l’idea.

Sebbene Trump abbia generalmente difeso le sue mosse per aumentare le tariffe statunitensi sui partner commerciali e ha affermato che non vi era alcun motivo per cui gli americani avrebbero pagato i costi, ci sono segni crescenti che le rappresaglie della Cina stiano iniziando a mordere.

Paul Burke, un alto dirigente del gruppo industriale US Soybean Export Council (USSEC), ha detto oggi che gli Stati Uniti rischiano di perdere definitivamente quota di mercato delle esportazioni di soia in Cina più a lungo si trascinano i negoziati commerciali.

I semi di soia, che erano il più prezioso raccolto di esportazioni agricole degli Stati Uniti prima della guerra commerciale, erano tra gli obiettivi delle tariffe di ritorsione della Cina l’anno scorso.

Segnalazione di Ben Blanchard e Gao Liangping a Pechino e David Shepardson a Washington; Segnalazione aggiuntiva di Riham Alkousaa a Berlino; Scrittura di Paul Simao; Montaggio di Susan Thomas

Fonte immagine: https://www.pexels.com/ (https://www.pexels.com/photo/landscape-photo-of-night-city-745243/)

Alexandria Ocasio-Cortez - solo nel 2014 può candidarsi alla Casa Bianca

ESTERI

Alexandria Ocasio-Cortez, negli Stati Uniti è nata una stella (rossa)

La più giovane deputata della storia americana sfida il bigottismo di Trump. E vince. su molti fronti: perfino nel merchandising. È già un’icona che fa capolino da magliette, sticker, portachiavi: ritratta anche come versione femminile di Che Guevara

17 maggio 2019

Alexandria Ocasio-Cortez a New York (foto Krisanne Johnson/Prospekt)

Il «capitalista» James Dimon, presidente e amministratore delegato di JpMorgan Chase, uno dei banchieri più importanti del mondo, si dirige verso la seconda fila dei parlamentari. Si fa largo, non dà corda a nessuno. Sorride e poi stringe la mano solo alla “socialista” Alexandria Ocasio-Cortez che aveva appena finito di dire: «In galera dovrebbero esserci più finanzieri responsabili del crack del 2008 e meno ragazzi del Bronx sorpresi a scavalcare i tornelli della metro». Washington, 10 aprile 2019: audizione nella Commissione Servizi Finanziari a Capitol Hill. “L’effetto Dimon” è la prova finale: in questo momento negli Stati Uniti nessuno può ignorare o prescindere da AOC, Alexandria Ocasio-Cortez, 29 anni, la più giovane deputata della storia americana.

AOC e il lavoro da barista per aiutare la famiglia

Fino all’anno scorso lavorava anche come barista nei locali di Manhattan per aiutare la famiglia, dopo la morte del padre Sergio Cortez. Nel 2011 si era laureata in Economia e relazioni internazionali all’Università di Boston, grazie a un prestito di 25 mila dollari ottenuto dalle banche. Tornata nel Bronx, a casa con la madre Blanca Ocasio, portoricana, e il fratello Gabriel, Alexandria trovò un impiego come educatrice. I soldi, però, non bastavano: riprese a fare pure i cocktail dietro un bancone. Queste sono le basi materiali e personali del socialismo o del radicalismo non solo di Alexandria, ma di una massa crescente di americani. I dati ufficiali raccontano di un Paese dove 44 milioni di cittadini sono oppressi dai debiti sottoscritti per completare gli studi; 40 milioni di lavoratori guadagnano in media 12 dollari all’ora, quando la soglia minima, secondo gli standard federali, dovrebbe essere di 15 dollari. È così sorprendente allora che gli elettori del quattordicesimo distretto di New York (Bronx e Queens), a cominciare dai giovani, nel giugno scorso si siano riconosciuti nella biografia di AOC (ndr. checché ne dica Trump che l’ha attaccata per un video in cui ballava ai tempi del college), piuttosto che in quella del suo rivale, l’iper garantito Joe Crowley, 57 anni, uno dei boss del partito democratico?

Alexandria Ocasio-Cortez ritratta come il Che, al femminile

Il neo socialismo americano cresciuto nel Bronx

Il neo socialismo americano nasce innanzitutto come una risposta al gradualismo, all’«incrementalismo», come dicono i politologi, della sinistra di Barack Obama e di Nancy Pelosi. Alexandria lo spiega a 7, subito dopo l’audizione con i banchieri, in questi termini: «Se sono socialista?» Ride. «Sono nata nell’anno in cui è caduto il Muro di Berlino. Per me l’Unione Sovietica è solo un tema per i libri di storia. Guardo, invece, a quello che succede in Europa, in Norvegia, in Francia...». Anche in Italia? «Noi americani abbiamo molte cose da imparare dagli europei. A cominciare proprio dall’atteggiamento più severo che dalla vostra parte dell’Atlantico avete mostrato nei confronti dei responsabili della grande crisi finanziaria». Alexandria si definisce «una socialista democratica». Ma nella nostra conversazione lascia da parte l’ideologia e fa entrare soltanto esempi concreti: «La sanità per tutti, i congedi parentali per i genitori singoli. So che in Italia i lavoratori possono contrattare salari e condizioni con un negoziato collettivo».

Alexandria Ocasio-Cortez con due collaboratori (foto Krisanne Johnson/Prospekt)

Rompere con la storia: ai poveri i dividendi della crescita

A sinistra tutti riconoscono che Obama abbia salvato l’America dal crack, ma non è riuscito (o non ha fatto in tempo) a distribuire i dividendi di una crescita costante anche tra i più poveri. Adesso Ocasio-Cortez dice che serve uno strappo, «una rottura nella storia». Per diverse settimane abbiamo seguito da vicino Alexandria. Al Congresso, nelle Commissioni, nei dibattiti televisivi, negli incontri con la sua base. Le sue proposte, in fondo, sono le stesse di Bernie Sanders, per cui ha fatto campagna elettorale da ragazza, e della senatrice Elizabeth Warren, con un tocco di movimentismo “no-logo” alla Naomi Klein. Antitrust rigoroso, protezione dei consumatori, aumento nella progressività delle tasse, riduzione del budget militare, cittadinanza per i migranti irregolari già residenti. Il suo libro di riferimento, ha raccontato alla trasmissione Skullduggery di Yahoo news, è Hope in dark di Rebecca Solnit, scrittrice cinquantasettenne, punto di riferimento del femminismo più duro, convinta ambientalista.


Il profilo Instagram di Alexandria. La deputata ha lasciato Facebook annunciando una campagna contro i Social: «Sono un rischio per la salute» perché «aumentano l’isolamento, la depressione, l’ansia, la dipendenza, la fuga dalla realtà»

Resistenza alla disperazione sociale e 4 milioni di follower

La prima edizione di Hope in dark è uscita nel 2004; Solnit l’ha aggiornata nel 2016: è un manuale di resistenza politica e psicologica alla disperazione sociale e al disfattismo. Ora Nancy Pelosi dice che i «socialisti democratici» sono «cinque» e che «bisogna tenere il centro» per conquistare la Casa Bianca nel 2020. Difficile fare previsioni. Intanto accontentiamoci dei fatti. Nessuno, tranne Trump, smuove passioni come Alexandria Ocasio-Cortez. Alexandria accende entusiasmo. In un anno i suoi follower su Twitter sono passati da 49 mila a oltre 4 milioni (3,4 e 05, sui due profili Instagram). Il suo ufficio di Washington è meta di pellegrinaggio. Arrivano attivisti e sostenitori adoranti da ogni parte del Paese: dal Texas, dal Kansas, dal Colorado. Soprattutto ragazzi e ragazze. Attaccano bigliettini e post-it colorati sul muro: è diventata una moda, come i lucchetti degli innamorati. «Grazie per essere così coraggiosa...Sei fonte di ispirazione. Sei un modello e una leader!». C’è chi lascia una foto, un fiore, tutti disegnano un cuoricino.

Tra pellegrinaggi e detrattori avvelenati: i veleni di Trump

Alexandria mobilita i detrattori avvelenati. Nei comizi di Trump ha sostituito il bersaglio Hillary Clinton. Adesso la folla ringhia: «AOC sucks ». Fox News, la tv più seguita dalla base trumpiana, l’attacca in modo ossessivo. Alexandria è giovane, bella e fascinosa. Probabilmente molti giovanotti invidieranno il suo fidanzato-hipster Riley Roberts, 29 anni, esperto di social. Per Ana Navarro, invece, commentatrice repubblicana della Cnn, 47 anni, l’estetica maschera la mancanza di sostanza: «Ma davvero pensiamo che questa Jennifer Lopez del climate change sia in grado di sistemare tutto?». Il commento risale ai primi di febbraio, quando la neo parlamentare aveva appena presentato il suo Green New Deal, l’ambizioso progetto di riconversione energetica. Trump lo liquidò così: «È la cosa più pazza che abbia mai sentito, proposta da una barista di 29 anni». Poi, però, raccontano a Washington, il presidente si è tranquillizzato. La Costituzione prevede che occorrano 35 anni per candidarsi alla Casa Bianca. Alexandria li compirà soltanto il 13 ottobre 2024.


L'Euro è un Progetto Criminale e l'Unione Europea è una bufala per i gonzi

Perché quello di Francia e Germania è un sovranismo chiagni e fotti


18 maggio 2019


I veri sovranisti? Inglesi, francesi e tedeschi. L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta

Le invettive contro i Sovranisti?

Solo sabbia negli occhi. Voi li chiudete, non vedete più niente, mentre chi ve la ha tirata in faccia continua a giocare. Per difendere i suoi interessi.

Il solito gioco.

Agli Inglesi non stava più bene la libertà di circolazione che ha fatto affluire centinaia di migliaia di lavoratori europei, in fuga dalla disoccupazione nei loro Paesi? Si sono fatti un bel referendum per decidere se uscire o meno dall’Unione Europea. Brexiters contro Leavers.

Vincono i fautori della Brexit, nonostante il battage mediatico e le previsioni di catastrofi economiche e finanziarie? Occorre rimediare: 
impedire ad ogni costo che il voto popolare sia operativo.

Mesi e mesi di discussioni, attorno ad un documento redatto da Bruxelles in modo da essere costituzionalmente inaccettabile a Londra: visto che la pacificazione dell’Irlanda si fonda su un Accordo che prevede che non ci siano barriere tra il Nord ed il Sud dell’Isola, gli europeisti si sono inventati la necessità di introdurre una frontiera fisica per controllare le merci. Dal momento in cui la Gran Bretagna uscirà dall’Europa senza aderire ad una Unione doganale, la frontiera irlandese sarebbe inevitabile: bisogna controllare.

La verità? La Gran Bretagna ha un enorme disavanzo commerciale con il resto dei Paesi dell’Unione; ben 50 miliardi di euro annui solo con la Germania. 
E la Germania è terrorizzata dalla possibilità che la Gran Bretagna, non aderendo all’Unione doganale, possa imporre dei dazi per rendere più care le merci tedesche.

Quando a Londra si dice che 
si potrebbero fare i controlli sulle merci in modo informatico, come già avviene in Svizzera,
e che sono pronti ad adottare lo stesso sistema, da Bruxelles rispondono che non se ne parla neppure: la frontiera fisica ci deve essere. 
Il ricatto è evidente, 
ma nessuno ha il coraggio di dire che se la Gran Bretagna facesse una politica commerciale preferenziale con gli Usa, per l’Unione europea sarebbe un guaio.

E così, si arriva allo stallo: il Parlamento inglese ritiene inaccettabile il diktat di Bruxelles sulla frontiera irlandese, a Bruxelles sono felici come i bambini che bucano il palloncino del compagno antipatico.

La lezione? Gli Inglesi hanno votato per la Brexit al fine di favorire i propri interessi nazionali, ed altrettanto hanno fatto i Francesi ed i Tedeschi, in gioco di sponda, confezionando un Accordo inaccettabile.

Bisogna difendere interessi commerciali nazionali: se l’Inghilterra pensa ai suoi vantaggi andandosene, Francia e Germania fanno di tutto per ostacolare la Brexit. Ecco chi sono i veri Sovranisti: 
l’ideale europeo? Una bufala!

Come se non bastasse, Francia e Germania hanno firmato un Trattato bilaterale, ad Aquisgrana, in cui si impegnano a definire una politica estera comune, anche in sede ONU, ad intervenire militarmente d’intesa, ad organizzare sessioni parlamentari in comune. Serve una integrazione delle rispettive piattaforme industriali, per battere la concorrenza di Usa e Cina.

Questo accordo tra Francia e Germania, ovviamente, rispecchia la volontà di difendere gli interessi politici, economici ed industriali dei due partner. Ma come viene venduto? Come un ulteriore passo a favore di una Europa più forte, più unita, più competitiva a livello globale.

Visto che la Gran Bretagna è fuori dai giochi politici, Francia e Germania si mettono insieme. L’Unione europea dovrà mettere in bruxellese tutto ciò che serve per rendere operativo il Trattato. C’è un Alto Rappresentante europeo per la politica estera e la difesa? Se vuole, può farsi da parte: all’ONU, il seggio lo ha la Francia, non certo l’Unione europea. Deciderà Parigi come votare, d’intesa con Berlino.

Gli interessi nazionali dietro Brexit e Trattato di Aquisgrana.

I veri Sovranisti? Inglesi, Francesi & Tedeschi.

Articolo pubblicato su teleborsa.it

Firenze è diventata fast food grazie al corrotto euroimbecille Pd

Si vota a Firenze: elezioni amministrative. Silenzio stampa.

Maurizio Blondet 17 Maggio 2019 
Giovanna DB

Mi dirà……vabbé è una città. No, è la roccaforte del Pd.
Qui è calato lo stato maggiore, circolano tutti a dar man forte. A chi? Nardella? il tonto?
Nooo, a tenere la cassa al sicuro !
Zingaretti è venuto a dire che bisogna difendere nientemeno che ” il modello Firenze”.
Quale modello?

La città è travolta dal turismo di massa: centro storico svuotato dai residenti, è praticamente un albergo, B&B, affittacamere, panini, pizza, tavola calda, fredda, borse cinesi una dietro l’altra. 14 milioni (ufficiali) di turisti, in realtà saranno circa 20 ma non si può dire.
Il modello affittacamere sta espandendosi e dilatandosi ovunque.

Sparite le manifatture e ogni altra industria il capitale si è riversato sul turismo. La rendita di posizione è rendita alberghiera e attività connesse; chi ci guadagna comunque sono sempre i soliti signori a cui si sono aggiunti tedeschi, olandesi, emiri, immobiliaristi di ogni specie e razza.
Una piovra bulimica che si nutre del patrimonio artistico che qui si è accumulato nei monumenti pubblici e religioso museificati. Si paga ovunque, se non c’è la Messa in molte Chiese non si entra: sono dello Stato o del Comune e quindi il Padrone di casa non conta un accidente.
La curia, non fa una piega, anzi, non voglio dire di più.
Per il resto: la città non è più Firenze, si può ormai chiamare Firenzegrad : basta vedere come è stata sconciata dalle Cascine alla Fortezza da Basso a Santa Maria Novella da un treno. Da un treno?
Sì, lo chiamano tramvia.


Sconciata la città ottocentesca, parte della città “Patrimonio dell’Umanità” ( Unesco non è un ente inutile, è una entità politica a cui va bene tutto ….basta mettersi d’accordo, poi va bene tutto)e la periferia, da Novoli a Rifredi, è davvero ridotta a Firenzegrad. Si entra nella città Patrimonio attraverso lo sconcio di quartieri già nati brutti, ma ora… sono senza possibilità di redenzione. E si sono accaniti sul quartiere 5 serbatoio di voti, mettendolo sotto ai piedi e pestandolo bene.
Perché? Perché quella è la loro dimensione: l’ignoranza e l’incompetenza, l’incapacità di concepire un progetto ben fatto e rispettoso, i tecnici assunti per tessera, la megalomania dei tunnel ( diceva Renzi, non dimentichiamolo! questa è casa sua! che col cemento armato si fa tutto..), tunnel in progetto ovunque, per l’alta velocità, tunnel con curve a gomito per fare 7 km e mezzo ( costano di più ), tunnel sotto al centro storico per la tramvia, binari, cura del ferro, e giù gli alberi che danno fastidio al progetto, via tutto, via i pini, i pini anzitutto.
E questa tramvia a chi serve? al trasporto urbano? No, serve ai pendolari che non si serviranno più di RFI, ma della Tramvia. Chi la gestisce? Per 30 anni sarà gestita da RATP, società governativa francese, che si è anche pappata la gran parte del trasporto pubblico toscano.
Nardella chi è: nessuno, caro Blondet. Qui fa il fantoccio, altri, altri tirano i fili, lui è solo la controfigura, manco sa quel che firma. A volte manco sa quel che dice.

Qui comandano i grembiuli,
ecco chi comanda, e uno di quelli sta al Pian de’ Giullari, quello è sempre in pista, e non da solo. Qui non si muove una foglia se le logge non sono d’accordo: trasversali e d’ogni colore e tradizione, tutti dentro e tutti a spartire. Il Partito si è infilato in quel riparo, e da quel dì. Poi ci sono i partiti che ci si sono murati, cementati, nati proprio con la calcina e la cazzuola, poi tutto il resto si è organizzato variamente con varie diciture e configurazioni. Ma fra loro si capiscono e si intrecciano.

Il livello di preparazione politica è oscillante fra il basso e l’infimo: se tenti di spiegare qualcosa scopri voragini di stupore, ahhh non immaginavo che…………….l’ignoranza di leggi che QUI si dovrebbero conoscere come l’Ave Maria……….non immaginavo che………
Con queste premesse andiamo tutti “spanti e sciorti” al gran confronto.

Le uniche mie consolazioni sono alcuni esercenti, ( “i bottegai” superstiti ) nati sotto la falce e martello che, tenendo fede ai valori dei padri, hanno il veleno agli occhi e hanno giurato sulla loro memoria che voteranno Lega ! Fratelli d’Italia ! Bene.

Io certamente continuo a distribuire speranza, anche alla mia parrucchiera.


Cordialità. Giovanna DB.

E' guerra vera - ad ogni azione corrisponde un'azione uguale e contraria. I muscoli statunitensi sono controproducenti

[L’analisi] Trump sta perdendo la guerra dei dazi con la Cina ma va avanti. Ecco perché

Secondo i calcoli degli economisti i danni delle misure adottate dal presidente americano verso Pechino sono inferiori rispetto a quelli procurati dai cinesi


17 maggio 2019

L’economia non è una scienza esatta. L’ennesima conferma si sta avendo con 
la guerra dei dazi scatenata dal presidente americano, 
Donald Trump, nei confronti della Cina. Contrariamente alle aspettative del Tycoon ad aver la meglio fino a questo momento è Pechino. Il motivo è molto semplice: la svalutazione dello yuan rispetto al dollaro. 

Un anno di guerra commerciale 

L’economia è disciplina complessa perché ogni azione/evento ne genera altri a catena che raramente sono controllabili. Dopo l’annuncio fatto nell’aprile del 2018 la guerra commerciale Usa-Cina è ufficialmente scoppiata il 6 luglio. Da allora Trump ha imposto dazi su 250 miliardi di merci. L’ultima mossa lo scorso 9 maggio quando è stato annunciato il ritocco dell’aliquota dal 10 al 25% su 200 miliardi di importazioni. La Cina non è rimasta a guardare e a sua volta ha introdotto dazi su 110 miliardi di beni di cui 50 miliardi al 25% e 60 miliardi a un'aliquota media di circa il 19%.

La svalutazione dello yuan 

In termini di merci colpite dalle tariffe doganali gli americani sono in netto vantaggio ma a controbilanciare gli effetti ci ha pensato un effetto collaterale di non poco conto: 
la svalutazione della valuta cinese (yuan o renmimbi) nei confronti del dollaro. 
Dall’introduzione dei dazi l’andamento del cambio dollaro/yuan ha visto una flessione della divisa cinese del 9%. Il biglietto verde è passato da 6,3 a 6,9 yuan. Secondo i calcoli degli economisti di Intermonte Sim, e pubblicati dal Sole 24 Ore, considerando sia i dazi che gli effetti del mercato valutario il danno commerciale procurato da Trump alla Cina è stato di 63 miliardi di dollari. Viceversa quello subito è stato di 75 miliardi.

I limiti dei cinesi 

A questo punto però sorge una domanda: se fino ad ora i dazi contro la Cina sono stati un boomerang perché Trump continua a minacciarne altri? Ad inizio maggio l’inquilino della Casa Bianca oltre ad annunciare il ritocco dell’aliquota dal 10 al 25% su 200 miliardi di importazioni ha paventato anche l’introduzione di nuovi dazi su altri 300 miliardi di beni importati, più di quanto fatto nel corso dell’ultimo anno. Una prima spiegazione sulla ostinazione di Trump nel portare avanti la guerra commerciale è che i cinesi non possono permettersi ulteriori svalutazioni della loro valuta. E se il rapporto di cambio dollaro/yuan rimane più o meno ai livelli attuali i nuovi dazi americani farebbero davvero male. 

Gli effetti sul mercato obbligazionario 

Ma ancora una volta (a conferma che l’economia è materia scivolosa e imprevedibile) dalla messa all'angolo dei cinesi nascerebbero altri effetti collaterali pericolosi. Pechino per difendere il cambio dello yuan sarebbe costretta a vendere titoli di stato americani (Treasury) di cui (è bene ricordare) è il principale possessore al mondo. E per i conti pubblici Usa questa non sarebbe una buona notizia dato che salirebbe il costo di finanziamento dell’enorme debito pubblico a stelle e a strisce, di gran lunga il più grande del mondo. Per difendere la loro valuta già in passato i cinesi hanno venduto 
Treasury e ai mercati finanziari non è sfuggito che alle aste del 7 e 8 maggio i funzionari di Pechino non si sono presentati.

Il vero obiettivo di Trump 

La situazione è insomma ingarbugliata. Soprattutto per Trump perché ogni ondata di dazi contro il colosso cinese in un modo o in un altro diventa un boomerang. 
C’è bisogno perciò di riformulare la domanda fatta prima: se fino ad ora i dazi contro la Cina hanno più costi che benefici perché Trump continua a minacciarne altri? La risposta (vera) è che lo fa per semplici motivi propagandistici. L’America muscolare piace alla sua base elettorale e dunque tiene alto il consenso. E pazienza se dal punto di vista economico questo atteggiamento è controproducente. Un perfetto esempio di populismo sovranista autodistruttivo che purtroppo ha attecchito anche in Italia.

Antonino Galloni - Mai farsi mettere i piedi in testa dagli euroimbecilli di qualsiasi tipo di razza

Iva funesta sui gialloverdi. Ma l’Italia deve imporsi con l’Ue. Parla il prof Galloni: “Lo spread è un ricatto infernale. La soluzione è istituire un’agenzia di rating pubblica”


16 maggio 2019 di Carmine Gazzanni

“L’Italia non deve assolutamente aumentare l’Iva”. Il monito lanciato dal professor Antonino Galloni, economista e presidente del Centro Studi Monetari, è netto: “Sarebbe come dare le chiavi di casa alla Troika e rischiare di fare la fine della Grecia”. Insomma, per l’economista bisogna resistere, a prescindere dalle varie posizioni espresse dal Governo in questoa campagna elettorale: “Siamo in campagna elettorale ed è naturale che ognuno tiri l’acqua al propro mulino”.

Forse, però, Salvini avrebbe potuto evitare di parlare dello sforamento del 3%…
Il problema non è se Salvini o chi per lui propone un disavanzo superiore al 3%.

Qual è, allora?
Il problema è contrastare questo continuo ricatto cui siamo condannati. Lo spread è uno strumento infernale nelle mani della speculazione internazionale. Non è che per non far aumentare lo spread dobbiamo sottostare ai ricatti dei mercati: governare è esattamente il contrario. Governare significa trovare il modo per non sottostare ai ricatti del mercato.

Però anche Conte ha dichiarato che sarà difficile non aumentare l’Iva.
Assolutamente l’Iva non deve aumentare. Casomai dobbiamo introdurre misure che riducano la pressione e aumentino il gettito. Ma misure che aumentano la pressione e magari non aumentano il gettito sono catastrofiche. E io credo che l’aumento dell’Iva non porterà necessariamente a un aumento del gettito, ma porterà a maggiore evasione.

E allora come se ne esce?
Ci sono due strade. La prima è raggiungere un accordo sottobanco tra Italia ed Europa senza che si abbiano ritorsioni dei mercati. Questa strada però non sembra percorribile.

E dunque?
C’è la seconda strada.

Quale?
Imporsi attrezzandosi per affrontare le cose.

In che modo?
Innanzitutto ci vorrebbe un’agenzia di rating pubblica. Dev’essere questa ad assegnare il rating all’Italia in base a dati oggettivi e non in base a capricci del momento o, peggio ancora, in base alla malafede. Insomma, il Governo deve immediatamente pensare a predisporre delle difese preventive affinché lo spread non influisca troppo sui tassi d’interessi delle nuove emissioni.

Tutto questo basterà per evitare un eventuale sforamento?
Accanto all’agenzia di rating, bisognerebbe cominciare a introdurre una moneta non a debito, che circola solo in Italia, non vietata dai trattati europei. In questo modo potremmo investire in opere pubbliche e manutenzione, senza aumentare il debito.

Finora nessuno ne ha mai parlato.
Posso dirle che sia all’interno della Lega che dei Cinque stelle si è discusso a lungo di queste cose. Prima, dopo, durante il contratto di Governo. Ecco: ora è arrivato il momento di esplicitarle. Perché è chiaro che se noi pensiamo di fare solo spesa a deficit, ci aumenta il debito e ci peggiora il rapporto col Pil. Anche perché non siamo in una congiuntura favorevole, come rivelano le situazioni economiche di Francia e Germania.

Serve un cambio di rotta radicale, dunque?
Certo. O si cambia regime oppure è chiaro che saremo condannati ad accettare quello che ci dicono dall’Europa anche in futuro.

Crede che, al di là dei litigi di questo periodo, il Governo sia sulla strada giusta?
Siamo in campagna elettorale e ognuno tira l’acqua al proprio mulino. Certo: Salvini e Di Maio litigherebbero meno se fossero nello stesso Governo. Così non è, ma sono liti che dureranno il tempo di questa campagna.

Siria - L'Euroimbecillità dell'Unione Europea si manifesta in tutti i suoi atti

La guerra in Siria è finita, ma non per la Ue: rinnovate le sanzioni contro Damasco

venerdì 17 maggio 16:28 - di Antonio Pannullo


Dopo aver vomitato veleno per sette anni contro il legittimo presidente siriano Bashar al Assad, l’Unione europea adesso non sopporta la vittoria di Damasco contro i terroristidell’Isis e fa quello che sa fare meglio: sanzioni. Il Consiglio Ue infatti ha prorogato fino al primo giugno 2020 le sanzioni contro il legittimo governo siriano di Bashar al-Assad, poiché – a suo dire – continua a condurre una politica repressiva contro la popolazione civile. L’istituzione che rappresenta gli Stati membri ha anche rimosso 5 persone decedute e due persone giuridiche dalla lista, che ora comprende 270 persone e 70 società o enti, colpiti dal divieto di viaggiare nell’Ue e dal congelamento dei beni, perché considerati responsabili della repressione contro i civili, di aver beneficiato del regime o di sostenerlo, e/o di essere collegati ai soggetti sanzionati. Le sanzioni includono anche un embargo sul petrolio, restrizioni per determinati investimenti, il congelamento dei beni che la Banca centrale siriana ha nell’Ue e restrizioni all’export di tecnologie ed equipaggiamenti che possano essere utilizzati a fini di repressione interna oppure per monitorare o intercettare le comunicazioni telefoniche o via Internet. L’Ue “rimane impegnata a trovare una soluzione politica credibile e duratura al conflitto” in Siria, sulla base della risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu. La Ue non si è accorta che il conflitto da lei citato è finito da qualche mese, con la sconfitta dei terroristi islamici a opera del governo siriano e dei suoi alleati curdi e allora contnua la sua guerra personale contro Assad, colpevole agli occhi di Bruxelles di essere vicino alla Russia di Putin, visto dalla Ue come il più grande nemico.

L'appartenenza fa deragliare Foa, che non vuole mollare il doppio incarico, mentre la lega fa orecchio da mercanto sul Conflitto d'interesse


Doppia poltrona Rai e RaiCom. Foa finisce alle corde pure in Cda. Laganà e Borioni: il presidente valuti un passo indietro. E in Vigilanza 5 Stelle e Pd sono pronti a sfiduciarlo 

18 maggio 2019 di Antonio Pitoni


Sotto il fuoco incrociato della Vigilanza e del Cda, l’offensiva contro la doppia poltrona di Marcello Foa, presidente Rai e RaiCom, si allarga da Palazzo San Macuto fino ai piani alti di Viale Mazzini. Direttamente nelle stanze del potere della Tv pubblica, dove il caso è deflagrato ieri nel corso dell’ultima seduta del Consiglio d’amministrazione. Sollevato dai consiglieri Riccardo Laganà (espresso dai dipendenti, nella foto) e Rita Borioni (in quota Pd), che in una lettera congiunta hanno chiesto, formalmente, un passo indietro a Foa.

CARO MARCELLO… “Caro Marcello, visto il clamore mediatico e l’acceso dibattito anche in sede istituzionale relativo al doppio incarico di presidente della Rai e della società controllata Rai Com”, è la premessa della missiva che La Notizia ha potuto visionare, Laganà e Borioni auspicano, che il numero uno del Cda valuti “la possibilità di rinunciare alla carica di Presidente della società controllata RaiCom, preservando in tal modo la nostra azienda da eventuali ripercussioni negative”. Una lettera che ha colto di sorpresa Foa e che ora complica “l’ostinata perseveranza” – come l’ha definita in un’intervista al nostro giornale il vice presidente della Vigilanza Primo Di Nicola (M5S) che per primo ha sollevato la questione – con la quale “ha insistito nel voler cumulare la doppia presidenza di Rai Spa e RaiCom”.

Nonostante i reiterati (e ignorati) inviti dei Cinque Stelle a fare un passo indietro, seguiti da una risoluzione per rimuoverlo dalla guida della consociata presentata dal Pd in Vigilanza, dove il 28 maggio Foa rischia di essere “dimissionato” dalla seconda carica vista l’inedita convergenza tra 5S e dem, concordi nel ritenere inopportuno il suo doppio ruolo. Sul quale si è di fatto spaccato anche il Cda. Sebbene durante la seduta di ieri non si sia espressa, anche la consigliera Beatrice Coletti (in quota M5S), in linea con la posizione del Movimento, è contraria al doppio incarico del presidente.

GIORNATA NERA. Un vicolo cieco dal quale Foa può uscire in due modi: dimettendosi da RaiCom o accettando il rischio di farsi mettere alla porta. E non solo. La presa di posizione di Di Nicola al termine dell’ultima seduta della Commissione, del resto, suona come un ultimatum: se non si presenterà dimissionario alla prossima riunione della Vigilanza “costringendoci ad un atto di forza, andremo fino in fondo” e a quel punto, “anche il rapporto di fiducia che gli abbiamo accordato sostenendo la sua nomina alla presidenza di Rai Spa rischia seriamente di essere messo in discussione”. Insomma, decisamente una brutta giornata, quella di ieri, per Foa. Che, durante una pausa del Cda si è assentato, per una decina di minuti, insieme all’amministratore delegato, Fabrizio Salini.

QUESTIONI IN SOSPESO. Al rientro, dopo un duro confronto con il presidente, l’Ad ha lasciato in sospeso il capitolo delle nomine, sulle quali è intenzionato a dare un chiaro segnale di autonomia e indipendenza: sarebbero già firmate ma saranno comunicate nelle prossime ore, al massimo entro lunedì. Secondo indiscrezioni Fabrizio Ferragninon sarà confermato alle Relazioni istituzionali mentre Massimo Ferrario, già presidente della provincia di Varese con la Lega, non andrà alle Produzioni tv. Quanto al caso delle tre puntate annullate di Che fuori tempo che fa, il programma condotto da Fabio Fazio, sono ancora in corso verifiche.

La guerra si avvicina - Alberto Negri - La Strategia del Caos e della paura portata avanti dalle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi Ebraiche e Wahabite nascono nella testa di Bernard Lewis

IRAN, OVVERO LA COSTRUZIONE DI UN NEMICO

Pubblicato 17/05/2019
DI ALBERTO NEGRI


Come si costruisce un nemico? La narrativa che si vuole fa passare è che Teheran è una minaccia e gli Stati Uniti, con i loro alleati, Israele e Arabia Saudita, difendono, oltre al petrolio, il mondo libero. Come ai tempi in cui gli Usa montarono l’Operazione Aiace, il colpo di stato in Iran del ‘53 contro Mossadeq.

Ma da dove prendono le idee Pompeo, Bolton, Pence, gli uomini di Trump? Vennero forgiate più di 40 anni fa, prima della caduta dello Shah nel’79. Pompeo dichiara di rifarsi a Bernard Lewis, lo studioso di islam, ex agente dei Servizi britannici al Cairo negli anni’40, l’ispiratore dell’attacco all’Iraq nel 2003 per mano di Bush junior e di Dick Cheney.

Uno degli aspetti forse più interessanti della vicenda è ricostruire cosa accadde allora a Washington e come il copione si replica ora. Quando alla fine del ’78 si capì che era probabile a Teheran l’ascesa del fronte clericale, il presidente Carter nominò il diplomatico George Ball capo di un task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran. George Ball, in realtà, ricalcò uno studio sul fondamentalismo islamico di Bernard Lewis, professore emerito all’Università di Princeton. Il piano di Lewis, reso noto nell’incontro del Bilderberg Group nell’aprile del 1979 in Austria ma elaborato mesi prima della rivoluzione, appoggiava i movimenti radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini per promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Un piano già auspicato anche da Ben Gurion.

Per Lewis l’Occidente doveva incoraggiare gruppi indipendentisti come curdi, armeni, maroniti libanesi, copti etiopi, turchi dell’Azerbaijan: il disordine sarebbe sfociato in un «Arco di Crisi», per poi diffondersi nelle repubbliche musulmane dell’Urss. L’espressione «arco della crisi» ebbe enorme fortuna, fu ripresa da Brzezinski con la teoria di utilizzare l’islam in funzione antisovietica e si diffuse sui media. E fu lo stesso Lewis a parlare di «scontro di civiltà», ancora prima di Samuel Huntington.

L’Iran si rivelò un problema più per gli Usa che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: gli Usa con l’appoggio militare del Pakistan e quello finanziario dell’Arabia Saudita armarono migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi nel Jihad, una «guerra santa» devastante che nell’89 costrinse i sovietici a ritirarsi.

Con la fine dell’Urss, Washington abbandonò l’islam radicale al suo destino, fino all’11 settembre 2001. Ma lo riprese come strumento di politica estera con la guerra in Siria del 2011 per abbattere Bashar Assad con l’avanzata di jihadisti e Isis sotto la direzione della Turchia e con gli stessi soldi delle monarchie del Golfo. Era il «caos creativo» che piaceva a Hillary Clinton. Vent’anni dopo la rivoluzione iraniana, Bernard Lewis è stato l’intellettuale più influente nella decisione americana di invadere l’Iraq nel 2003. Bush jr. circolava con i suoi saggi sottolineati dai collaboratori. Nel ’78 Lewis pensava di usare gli islamici in funzione anti-sovietica, poi fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente».

Tutti i neo- con andarono a lezione da lui e nel 2007, all’American Enterprise Institute, Lewis, ormai novantenne, fu accolto da una standing ovation guidata dal vicepresidente Cheney. «Se avremo successo nell’abbattere il regime iracheno e iraniano – aveva scritto Lewis nel 2002 – vedremo a Baghdad e Teheran scene di giubilo maggiori di quelle seguite alla liberazione di Kabul». Ma né a Kabul né a Baghdad ci furono le scene gioiose immaginate dal professore. Le cose sono andate diversamente. Ma oggi Pompeo e Bolton tornano al «Piano Lewis» per sostenere operazioni coperte in Iran, accompagnate da sanzioni giugulatorie, per disgregare il Paese dall’interno, puntando sulle divisioni etniche e settarie, sui Mujaheddin Khalk (3mila ospitati in Albania) e sugli esiliati all’estero.

L’obiettivo è convincere – e auto-convincersi – che «in Iran nessuno uomo o donna moderna sostiene gli ayatollah» e che se ci sarà un intervento militare gli americani verranno accolti con mazzi di fori. Naturalmente non c’è nessun esperto che avalli questa visione e Putin lo ha reso chiaro a Pompeo due giorni fa. Ma non importa. La cerchia di Washington ha in mano una sfera di cristallo che guarda il mondo attraverso il prisma degli evangelici e della Grande Israele. Ecco in che mani siamo.


venerdì 17 maggio 2019

Anche gli ebrei di Milano danno i numeri, 700 legasi 700 missili partiti da Gaza la prigione a cielo aperto, l'Auschwitz della Palestina



Jeremy Corbyn tuona contro Israele: “Non rispetta i diritti umani dei palestinesi”

16 Maggio 2019

di Paolo CastellanoJeremy Corbyn, leader del partito laburista e probabile futuro primo ministro inglese, ha accusato Israele di non rispettare i diritti umani del popolo palestinese e ha detto che se diventerà premier riconoscerà immediatamente la legittimità dello stato della Palestina. Queste e altre critiche allo Stato ebraico sono contenute in un post su Facebook pubblicato lo scorso 11 maggio da Corbyn.

Come riporta il The Times of Israel, il messaggio sui social è stato concepito per supportare la marcia pro-palestinese avvenuta sempre l’11 maggio nella città di Londra, a cui ha anche partecipato la palestinese Ahed Tamimi. La manifestazione è stata organizzata da associazioni pro-palestinesi e dalla Palestinian solidarity campaign, branca britannica del BDS che ha legami con l’organizzazione terroristica Hamas.

«Non possiamo assistere o stare in silenzio davanti al continuo rifiuto da parte di Israele di rispettare i diritti e la giustizia palestinesi», ha scritto Corbyn sul suo profilo Facebook. «Il partito laburista è compatto nel condannare le forze israeliane che non rispettano i diritti umani, sparando su centinaia di manifestanti palestinesi disarmati a Gaza – molti di loro sono dei rifugiati – che rivendicano i loro diritti», ha aggiunto.

Nel suo comunicato, Corbyn non ha però elaborato nessuna considerazione riguardo ai 700 razzi sparati dalle organizzazioni militari palestinesi sul territorio israeliano. Tuttavia ha detto che Israele è responsabile dell’escalation di violenza: «Lo scoppio delle ostilità, che con i raid su Gaza ha causato la morte di 25 palestinesi e di 4 israeliani, è allo stesso tempo un fatto angosciante e pericoloso».

Corbyn si è inoltre scagliato contro l’attuale governo dell’Inghilterra che “è rimasto in silenzio davanti ai morti palestinesi”.

Durante la marcia pro-palestinese è intervenuto anche Glyn Secker, segretario di Jewish Voice for Labour, un’organizzazione per membri ebrei del partito laburista. Secker ha accusato i politici ebrei laburisti, che denunciano comportamenti antisemiti, di essere “parte del problema”. Inoltre li ha accusati di sostenere “l’estrema destra facendo finta di non vedere”, chiedendosi perché i rappresentanti ebrei rimangano “nelle fogne”. Queste dichiarazioni sono state applaudite dai presenti.

Secker ha inoltre criticato i rabbini americani che, secondo lui, hanno lasciato spazio agli estremisti di destra per vantaggi politici, appoggiando l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La guerra si avvicina - gli statunitensi sempre più imbecilli, loro circondano l'Iran, attuano sanzioni per impedire il commercio di petrolio, stracciano trattati internazionali e dicono che l'Iran li minaccia. Gli statunitensi stanno giocando con il fuoco, come fanno gli adololescenti

Crisi del Golfo: l’Iran ha le chiavi di Hormuz

17 maggio 2019 


Dopo 
la recrudescenza delle sanzioni americane per “azzerare” le esportazioni iraniane di petrolio, 
Teheran e le sue forze armate, in particolare i pasdaran della Guardia Rivoluzionaria, hanno rinnovato specularmente le minacce di interdizione dello stretto di Hormuz, che imbottiglierebbe oltre il 20% del petrolio mondiale causando uno shock petrolifero poco diverso da quello del 1973.

Il braccio di mare è così angusto che alla Marina iraniana potrebbero missili e naviglio sottile, nonché campi di mine, per creare uno sbarramento credibile almeno per un breve periodo. Si tratterebbe però di una estrema risorsa nel caso in cui l’economia del paese rischiasse di subire una deriva simile a quella del Venezuela. Ma i rapporti positivi con Russia e Cina, e soprattutto l’estensione dell’influenza in Iraq e Siria consentirebbero all’Iran di affidarsi a un retroterra strategico sufficiente a non sentirsi con le spalle al muro.


Sull’onda della scadenza, il 2 maggio 2019, delle esenzioni americane dalle sanzioni per una serie di paesi compratori di greggio iraniano, ovvero Cina, India, Italia, Giappone, Sud Corea, Grecia, Turchia e Taiwan, sono andate rinnovandosi nelle ultime settimane le minacce iraniane di una chiusura “manu militari” dello strategico stretto di Hormuz, l’unica, angusta, soglia che collega il Golfo Persico col Mare Arabico e l’Oceano Indiano.

Da mesi il governo USA preannunciava la nuova recrudescenza dell’assedio geoeconomico nei confronti della repubblica islamica degli ayatollah, col proposito, più sbandierato che realistico, di “azzerare” le sue esportazioni di petrolio. Inoltre, la stessa inclusione dei pasdaran iraniani, o meglio la Guardia Rivoluzionaria che raggruppa le truppe di elite della repubblica islamica sciita, nella lista nera delle organizzazioni terroristiche invise al governo degli Stati Uniti ha contribuito ad innalzare ulteriormente la tensione.

Non stupisce quindi che proprio i pasdaran, i quali dispongono di un loro corpo navale distinto dalla Marina iraniana propriamente detta, siano stati fra i maggiori propugnatori di azioni marittime per tranciare la fondamentale arteria.


Fra 8 e 9 maggio si sono intensificati i segnali di rottura, con l’arrivo in Medio Oriente di almeno quattro bombardieri pesanti americani Boeing B-52H Stratofortress decollati dalla base di Barksdale, in Lousiana, e atterrati in una delle maggiori basi aeree statunitensi nel Golfo Persico, quella di Al Udeid, in Qatar.

I velivoli si sono aggiunti al recentissimo arrivo della squadra navale della portaerei Abraham Lincoln e potrebbero essere rafforzati da nuovi bombardieri e, forse, dall’invio di batterie di missili antiaerei Patriot. Il segretario alla Difesa USA Patrick Shanahan ha illustrato, circa il rischiaramento dei vecchi, ma ancora funzionanti, dinosauri volanti: “L’invio dei B-52 è motivato da indizi di una credibile minaccia da parte del regime iraniano. Il B-52 può attuare attacchi strategici, supporto ravvicinato, interdizione aerea, controffensiva aerea e operazioni marittime per supportare la stabilità nella regione”.


Nelle stesse ore, il presidente iraniano Hassan Rohani inviava lettere agli ambasciatori a Teheran dei paesi firmatari del patto antinucleare JCPOA del 2015, 
quello da cui gli Stati Uniti si ritirarono un anno fa, nel maggio 2018 per volere del presidente Donald Trump, 
ma di cui restano parti in causa Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania. Il leader di Teheran ha fatto partire un “conto alla rovescia” di 60 giorni, il tempo

concesso agli USA per fare dietrofront sulle sanzioni, altrimenti “l’Iran derogherà ad alcuni impegni dell’accordo ricominciando ad arricchire il proprio uranio”. Come noto, fra i motivi che avevano spinto Trump un anno fa a denunciare il trattato era il fatto che esso non contemplasse una moratoria nei missili balistici a medio e lungo raggio, i più temibili vettori di armi nucleari. Ma certamente giocavano anche le pressioni di due importantissimi alleati degli Stati Uniti, per motivi diversi entrambi nemici di Teheran, ovvero Israele e Arabia Saudita.

Pressioni costanti

L’intensificazione della pressione americana sull’Iran aveva già spinto vari mesi fa gli iraniani a reagire lasciando intendere una possibile interruzione del traffico di petroliere da Hormuz, potenzialmente devastante per l’economia mondiale, e in questo gioco di deterrenza reciproca la US Navy aveva già inviato il gruppo di battaglia della portaerei John Stennis, arrivata nel Mare Arabico l’8 dicembre 2018 e trattenutasi colà per un paio di mesi.


A ciò è seguita fra il 22 e il 25 febbraio 2019 la grande esercitazione aeronavale “Velayat 97”, voluta proprio a cavaliere fra Golfo Persico e Mare Arabico, dal comandante della Marina iraniana, ammiraglio Hossein Khanzadi, per dimostrare, una volta di più, che se costretti, gli iraniani sono pronti a tutto. 
In seguito le sanzioni americane sono state via via inasprite, 
al dichiarato scopo di arrivare ad “azzerare” le esportazioni iraniane di greggio, come ha azzardato il consigliere nazionale della Sicurezza John Bolton, minaccia che però il governo iraniano ha bollato come “pia illusione”. In seguito, gli avvenimenti hanno subito una brusca accelerazione.

Il 15 aprile il segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che, per la prima volta, è stata compresa nella “lista nera” americana delle organizzazioni terroristiche la Guardia Rivoluzionaria iraniana dei pasdaran, al che i pasdaran stessi hanno il 29 aprile reagito includendo a loro volta in una propria lista di “enti terroristi”, l’intero Centcom, il Comando Centrale americano responsabile per l’area del Medio Oriente.


A dar manforte agli USA, anche gli alleati regionali, come il Kuwait, il cui viceministro degli Esteri Khaled Jarallah ha il 29 aprile dichiarato: “Siamo preoccupati per le minacce di chiusura dello stretto e tentiamo di prevenire le tensioni”.

Il 4 maggio è stata la volta del ministro degli Esteri del Bahrain, Sheikh Khalid bin Ahmed Al Khalifah, il cui paese spalleggia ancor di più gli americani nell’offrire scalo alle unità della US Navy: “All’Iran non verrà consentito nemmeno per un giorno di bloccare lo stretto”.

Al che un portavoce del Ministero degli Esteri di Teheran, Seyyed Abbas Mousavi, ha risposto: 
“I governanti di un piccolo paese vassallo dovrebbero stare al loro posto e non minacciare nazioni più grosse della propria”. E ha fatto capire come per l’Iran stesso sia importante mantenere aperta la via di mare, ma “fintanto che gli interessi della nazione iraniana siano garantiti attraverso l’importante e vitale stretto”.


Ovvero, se lo stretto verrà o no interdetto, dipenderà dal fatto che gli iraniani stessi possano trarre vantaggio o no da tale rotta. 
Se il muro contro muro rischierà di causare danni economici troppo gravi al paese, tanto da trasformare l’Iran in un secondo Venezuela, allora, il gioco potrebbe valere la candela. 
Anche perché, comunque, le sanzioni, facendo crollare da 40 a 30 miliardi di dollari gli introiti del paese, 
stanno avendo grosse conseguenze sul tenore di vita degli iraniani, 
con una inflazione al 51% e facendo intravedere entro fine 2019 una diminuzione del PIL del 3,6%, se non ancora peggio.

Come se non bastasse, dopo il giro di vite del 2 maggio sullo smercio di greggio, 
gli Stati Uniti hanno il 4 maggio accorciato, da 180 a 90 giorni, cioè anticipandola al 4 agosto 2019, la scadenza di un altro tipo di esenzioni da misure finanziarie, 
cioè quella per la collaborazione con l’Iran nel campo del settore nucleare civile. Significa quindi che entro i primi di agosto il patto JCPOA potrebbe del tutto decadere se alle altre nazioni firmatarie, in primis la Russia, non fosse in pratica più consentito collaborare alla gestione delle centrali nucleari energetiche iraniane, in primis quella di Bushehr.


Poi, 
il 6 maggio arrivava di fronte alle acque iraniane la portaerei Abraham Lincoln, al che il Consiglio di Sicurezza nazionale iraniano ha parlato apertamente di “guerra psicologica”
lasciando intendere che gli americani potrebbero essere indotti perfino a innervosire l’avversario per indurlo a fare un passo falso, nella speranza, probabilmente, di provocare gli iraniani e poterli poi fermare con una massiccia operazione militare giustificata agli occhi del mondo dalla protezione del traffico di greggio dal Golfo Persico agli oceani aperti. Non è però detto che le forze di Teheran si lascino attirare in trappola facilmente. E se anche dovessero decidere di agire, il prezzo che potrebbero imporre al mondo potrebbe essere più alto del previsto. 
Sotto tale aspetto si può dire che gli statunitensi stiano giocando col fuoco.

Le capacità di Tehran

Le possibilità pratiche iraniane di bloccare lo stretto di Hormuz non sembrano trascurabili, almeno se l’intervallo temporale dell’azione si limita a un breve periodo. Il passaggio, nel suo punto di minor ampiezza, è largo circa 39 chilometrie ha una profondità massima fra 180 e 200 metri.


Lo spazio da interdire è sufficientemente limitato perché forze navali come quelle di Teheran, ancora modeste dal punto di vista tecnologico, ma numericamente non trascurabili, possano creare numerosi problemi a un traffico navale come quello delle petroliere, di per sé estremamente vulnerabile e in più di alta resa “psicologica” quanto a paure generabili sui mercati internazionali. Se si pensa che da Hormuz passano, in media, 18 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio prodotto in tutto il mondo, ovvero il 30-35 % del greggio trasportato via mare, è facile intuire che 
un blocco della navigazione anche di solo pochi giorni possa creare panico sui mercati.

Quanto poi, nei fatti, si possa produrre un vero shock petrolifero di lunga durata, pari o superiore a quello avutosi nel 1973 a causa della guerra dello Yom Kippur e del blocco del canale di Suez, ciò dipenderebbe dalla lunghezza effettiva del periodo di diniego della navigazione. Poiché la reazione degli americani e dei loro alleati regionali sarebbe automatica e pesantissima, 
l’Iran sa in anticipo che tale azzardata mossa potrebbe essere dettata solo dalla disperazione e non porterebbe certo a una vittoria militare.

Ma nonostante una mossa del genere sia un salto nel buio per lo stesso Iran, resta un’opzione credibile secondo una logica del “tanto peggio, tanto meglio” che richiama, come meccanismo logico, sia la Mutua Distruzione Assicurata che vigeva fra USA e URSS durante la Guerra Fredda, sia la dottrina militare israeliana che Moshe Dayan etichettava come “teoria del cane pazzo”, per cui Israele, per essere al sicuro, doveva comportarsi come un cane pronto a mordere chiunque anche con una reazione spropositata.


Le forze navali iraniane sono certamente modeste quanto a tonnellaggio e prestazioni dei singoli mezzi, ma paiono sufficientemente numerose, e tendenzialmente in crescita, per poter creare seri problemi nello stretto di Hormuz.

In effetti il compito che sono chiamate ad assolvere non è quello, che sarebbe per esse troppo ambizioso, del “sea control”, il dominio del mare, a cui solo grandi flotte, le proverbiali marine di “acque blu”, possono aspirare.

Agli iraniani, invece, basta poter ragionevolmente attuare un certo livello di “sea denial”, il diniego del mare, alla portata anche di molte marine di “acque verdi”, che non covano sogni di talassocrazia oceanica, ma sono gratificate dalla difesa delle proprie coste e dal presentare alti costi al nemico e al traffico mercantile altrui, che volesse avventurarsi a ridosso delle proprie acque. Un compito che per gli iraniani sarebbe anche più facile della media, poiché l’obiettivo più importante da raggiungere sarebbe saturare, per quanto possibile, uno stretto braccio di mare che, per giunta, si trova a una manciata di ore di navigazione dalle proprie basi navali.

La Marina Iraniana

La Marina Iraniana è impostata prevalentemente su naviglio sottile e anche “sottilissimo” e consta attualmente di 39 sottomarini, 6 fregate, 32 unità moto missilistiche, 74 piccoli pattugliatori e almeno 80 motobarche veloci, a esse si aggiungono oltre 200, forse molti di più, natanti leggeri delle forze navali dei pasdaran.


La maggior parte di questo parco di battelli è in grado di portare siluri, missili e anche mine, applicando una tattica che deve molto alla guerra asimmetrica che fece parte anche della storia italiana con le imprese dei MAS, i famosi motoscafi siluranti della Regia Marina, nelle due guerre mondiali.

Fra le novità, il 1° dicembre 2018 è ufficialmente entrata in servizio nella Marina iraniana, con una cerimonia nella base navale di Bandar Abbas, la nuova fregata Sahand, che gli organi di stampa di Teheran hanno subito definito “stealth”, come apparirebbe dalla sagoma a linee vagamente inclinate. Ritenuto in grado di compiere missioni della durata di 150 giorni, sovrabbondante rispetto alle effettive necessità regionali iraniane, secondo il vice ammiraglio Alireza Sheikhi, capo dei cantieri, “questo vascello è il risultato di un avanzato e creativo progetto basato sulle conoscenze tecnologiche locali”.


Oltre al fatto di portare missili antinave Qader e siluri, il Sahand vanta l’interessante caratteristica di imbarcare un sistema di difesa antiaerea a breve raggio tipo CIWS, close-in weapon system, ossia un cannone a canne rotanti Kamand, in calibro 40 mm.

E’ un’edizione persiana dei vari Phalanx, Kortik o Goalkeeper stranieri, che sarebbe in grado di eruttare fra 4000 e 7000 colpi al minuto contro aerei nemici o missili in arrivo addosso alla nave entro un raggio di 2 km. Che anche presso gli iraniani si diffondano queste mitragliere pesanti asservite ai radar sta a indicare che in caso di conflitto non tutte le unità di superficie di Teheran diverrebbero semplici bersagli inerti di raid dell’aviazione avversaria. Ciò implica di conseguenza che navi iraniane potrebbero, in teoria, essere capaci di sopravvivere almeno per alcuni giorni in un teatro di guerra nella regione di Hormuz, contribuendo a protrarre l’eventuale blocco per il tempo necessario a sconvolgere i mercati. L’unità disloca fra 2000 e 2500 tonnellate e conta un equipaggio di 140 uomini.


La costruzione del Sahand e di altre nuove navi si iscrive in un programma di rinnovamento che la marina iraniana sta portando avanti da anni e denominato Mowj, ossia “Onda”. In questo potenziamento rientrano anche l’ampliamento del parco di sommergibili “nani” classe Ghadir, di cui i due esemplari più recenti sono entrati in servizio nel novembre 2018, e l’apparizione di una nuova classe di unità subacquee, la Fateh, il cui primo esemplare è appena entrato in linea, nel febbraio 2019 (nella foto a lato). Andando con ordine, i battelli subacquei classe Ghadir sono ormai giunti al numero di 23, una vera flotta che rappresenta da sola quasi il 60% dell’intera flotta subacquea iraniana.

La classe Ghadir compensa col numero le piccole dimensioni, e prestazioni, del mezzo preso singolarmente. Questi sommergibili non portano nome individuale, ma un numero seriale da 942 a 964 e il primo di essi è divenuto operativo nel 2007, con la maggior parte degli ingressi in formazione delle unità gemelle concentrati fra 2011 e 2012. Lo scafo è lungo appena 29 metri e disloca fino a 120 tonnellate, portando 18 uomini d’equipaggio. La propulsione diesel-elettrica tradizionale consentirebbe una velocità massima di 11 nodi, circa 20 km/h, mentre l’armamento comprenderebbe alcuni siluri, missili e mine, lanciabili da due tubi del diametro di 533 mm.

Scenari possibili

Il 1° febbraio 2019 i media di Teheran hanno diffuso un video di propaganda in animazione computerizzata in cui proprio un sommergibile tascabile Ghadir viene immaginato tendere un agguato a una squadra americana composta da una portaerei classe Nimitz e da quattro cacciatorpediniere di scorta. Inutile dire che nel video il piccolo equipaggio persiano da solo salva la patria affondando tutte le navi nemiche. Una ovvia ingenuità propagandistica, che però è speculare anche a quanto gli statunitensi presentano in certa cinematografia di Hollywood.


Ma si tratta sempre di una testimonianza della lotta anche psicologica che si tiene attorno ai piani e contro piani su Hormuz. Del resto i Ghadir hanno recentemente subito modifiche importanti, potendo trasportare e lanciare in immersione, missili da crociera. Almeno, così pare stando ai resoconti di una delle più recenti esercitazioni navali nel Golfo Persico, la “Velayat 97”, tenutasi pochi mesi fa, fra il 21 e il 24 febbraio. In quei giorni alcuni sottomarini Ghadir avrebbero per la prima volta lanciato standosene sott’acqua, missili da crociera Nasr 1.

Tale arma è un derivato iraniano del missile antinave cinese C-704 e in sé non parrebbe particolarmente temibile per la US Navy. E’ un razzo subsonico da Mach 0,8, circa 970 km/h al livello del mare, pesante 350 kg e che porterebbe però una testata abbastanza cospicua, sui 150 kg, ovvero oltre un terzo del peso totale del vettore.

Non tale da affondare una portaerei americana, ma potenzialmente devastante su navi militari di stazza medio-piccola e sicuramente contro infiammabili petroliere. Essendo un missile a breve raggio deve essere lanciato da meno di 35 km di distanza dal possibile obbiettivo.


Se però in precedenza il Nasr 1 era stato impiegato unicamente da piattaforme di superficie o aeree, l’avvento di una versione lanciabile in immersione consente almeno in teoria a un “midget submarine” di attaccare a sorpresa e da distanze di alcuni chilometri. Ipotizzando che un Ghadir si avvicinasse, poniamo, fino a 10 km da una unità navale USA, il tempo di volo del missile per coprire quello spazio si aggirerebbe sui 37-38 secondi.

E’ vero che unità navali americane o alleate ricorrerebbero ai loro cannoni CIWS per abbattere eventuali “cruise” sbucanti all’improvviso dal mare, ma, complice la ristrettezza dei tempi, un’azione azzardata potrebbe essere tentata dai sommergibilisti iraniani agendo in gruppo e disponendosi, a debita distanza, tutt’intorno a una o più navi americane lanciando i Nasr 1 in massa da opposte direzioni per saturare, o almeno tentare di saturare, le difese per quei cruciali 30-40 secondi.

Quanto alla possibilità che la sorveglianza americana antisom a grande raggio, con sonar e radar aeroportati o acquatici, possa individuare in anticipo i sommergibili dell’ex-Persia, essa è certamente un deterrente inferiore alla media, nei confronti di equipaggi fanatizzati e pronti al sacrificio come quelli di estrazione o formazione pasdaran.

Precedenti storici

Per molti di essi potrebbe essere più che sufficiente sopravvivere anche solo fino al momento di lanciare le proprie armi, non diversamente dagli equipaggi di altri famosi sommergibili nani, i classe Ko-Hyoteki giapponesi della Seconda Guerra Mondiale, alcuni dei quali impiegati fin dall’attacco a Pearl Harbor del 7 dicembre 1941. Le esperienze nipponiche, animate dall’etica kamikaze anche sott’acqua, non meno che nelle imprese aeree, sfociarono entro il 1945 in una serie di sottomarini suicidi o perfino siluri pilotati, come i Kaiten.


Anche se i successi di questi mezzi furono scarsissimi in proporzione alle proprie perdite, la loro drammatica storia potrebbe essere stata studiata dagli strateghi navali iraniani per trarne eventuali insegnamenti, tanto più che l’anelito al martirio dei pasdaran offre somiglianze in fatto di ardimenti di un tipo tutto orientale.

Sarebbe inoltre curioso sapere se fra gli esempi storici eventualmente presi in considerazione dagli iraniani in questo campo possa esserci anche la poco conosciuta, ma interessantissima, attività condotta, sempre nella Seconda Guerra Mondiale, da sommergibili nani italiani nel Mar Nero.

Si trattava delle piccole unità Caproni CB, costruite nei capannoni di Taliedo, alla periferia Sudest di Milano, dal celebre gruppo industriale italiano, rinomato per i suoi aeroplani, ma talvolta “sconfinante” in campo marittimo. I mini sommergibili Caproni, lunghi 15 metri e dislocanti 42 tonnellate in immersione, portavano 4 uomini d’equipaggio ed erano armati con due siluri da 450 mm alloggiati sulle fiancate.


Concepiti per la difesa costiera, compivano missioni generalmente di soli due giorni, ma eccezionalmente fino a quattro-cinque giorni. Vennero costruiti fra il 1940 e il 1945 in 22 unità, di cui 12 per la Regia Marina, il resto, dopo l’armistizio dell’8 set occupata dai tedeschi. I Caproni CB eseguirono decine di missioni di pattuglia al largo e riuscirono a silurare e affondare tre sommergibili russi, rispettivamente il 12 e 18 giugno 1942 e poi il 26 agosto 1943.

Le perdite furono in effetti riconosciute da Mosca. A parte queste tre plateali vittorie, l’uso dei piccoli battelli italiani in un ampio bacino con pochissime isole, come il Mar Nero, si rivelò poco utile, soprattutto perché essi non potevano spingersi davvero al largo, se non per poche ore.

E’ però possibile che in acque ristrette, fra terre vicinissime e a pochissima distanza dalle proprie basi, come appunto quelle di Hormuz, gli iraniani possano sfruttare meglio i sommergibili nani o leggeri tanto da poter forse far meglio dei predecessori italiani e giapponesi.


Inoltre gli iraniani potrebbero aver intensificato il loro addestramento sommergibilistico per sfruttare ogni minimo appiglio naturale offerto dalle peculiarità del Golfo Persico e dello stretto di Hormuz, in fatto di salinità, temperatura dell’acqua e correnti, per diminuire il più possibile il rischio di essere captati dai sensori avversari.

E’ intuibile che particolare importanza abbiano assunto esercitazioni di immersione e navigazione subacquea tenendo conto del livello del termoclino e del suo andamento stagionale. Il termoclino è, in parole povere, una specie di “frattura” stratigrafica dell’acqua che può causare problemi alla ricerca sonar poiché crea effetti di diffrazione.

Nella regione di Hormuz, dove il ricambio idrico è assicurato da modeste correnti provenienti dall’Oceano Indiano a velocità comprese fra 0,2 e 0,5 metri al secondo, ma bastanti a contrastare la forte evaporazione del Golfo Persico, lo strato d’acqua più calda proveniente dal centro del golfo forma un termoclino alla profondità media di circa 30 metri, al di sotto della quale si insinua l’acqua più fredda proveniente dall’oceano.

Difficile però dire quanto gli iraniani siano in grado di avvalersi di queste o altre caratteristiche naturali dello scacchiere per giocare sonar e radar nemici. Non sembra però da escludersi a priori che la loro inventiva possa essere stata stimolata dallo svantaggio tecnologico sulla carta.

Flotta asimmetrica 

La Marina Iraniana non ha certo la possibilità di seguire la stessa linea di sviluppo di quelle delle grandi potenze, dovendo invece scegliere una strada alternativa fatta di unità comunque di limitate dimensioni in cui sia più importante il fattore numerico in proporzione all’estensione areale del teatro operativo del Golfo.


Se i sommergibili nani restano il fulcro della forza subacquea, Teheran non disdegna unità più grandi come la ricordata classe Fateh.

Il primo Fateh, con numero seriale 920, era stato varato nel 2013, ma è entrato finalmente in servizio il 17 febbraio 2019. A esso seguiranno nel corso dei prossimi anni altre tre unità gemelle, di cui la seconda, siglata 961, è stata varata già nel 2015 e sta svolgendo tuttora le prove di mare. Il sottomarino classe Fateh è lungo 48 metri e disloca fino a 593 tonnellate, potendo arrivare a una velocità massima di 14 nodi, o 26 km/h.

Accreditato di un’autonomia di 6.700 km, pari a 35 giorni di navigazione, potrebbe spingersi al largo nell’Oceano Indiano e, una volta che tutte e quattro le unità saranno in servizio, ne potrebbe derivare una sorta di linea avanzata di sorveglianza e difesa per chi si avvicinasse all’imbocco del Golfo Persico. Cosa più importante, il tipo Fateh ha 4 tubi lanciasiluri da 533 mm da cui può sparare missili da crociera e siluri, nonché espellere mine, implementando le capacità già tipiche dei Ghadir.


I Fateh si presentano come i più moderni sottomarini iraniani, ma le loro caratteristiche intrinseche non li renderanno affatto competitivi con le unità delle nazioni più avanzate. Si tratta in sostanza di unità il cui scopo dovrebbe essere fare da semplici vettori per i veri elementi temibili che imbarcano, come i siluri a razzo e a supercavitazione Hoot, presunta derivazione iraniana dell’ordigno russo VA-111 Shkval (squalo).

Il calibro di 533 mm dichiarato nei tubi di lancio dei Fateh e anche dei Ghadir confermerebbe che tali sommergibili possano lanciare gli Hoot, sebbene la lunghezza di ben 8,2 metri di ognuno di tali siluri rappresenti un notevole ingombro a bordo di unità leggere rendendo credibile che la quantità di munizioni sia compresa fra due e sei per ogni battello.

L’Hoot/Shkvall è comunque pericoloso per navi avversarie, potendo sfrecciare sott’acqua a circa 360 km/h, ossia 200 nodi, grazie alla creazione tutt’intorno al suo fuso di una bolla d’aria, una supercavitazione che praticamente abbatte l’attrito dell’acqua e permette al siluro-razzo di “volare”, quasi come se fosse nell’atmosfera.


Il raggio d’azione sarebbe di 11-15 km, il che permetterebbe di colpire obbiettivo da una posizione di relativa sicurezza. Inoltre il peso della testata bellica, 200 kg su una massa totale dell’ordigno di 2.700 kg, lo rende in grado di causare grossi danni anche a unità pesanti. Sembra che gli Hoot vengano portati, in numero di due esemplari, perfino da motobarche veloci impiegate dai pasdaran non diversamente dagli antichi MAS italiani.

L’Iran ha inoltre in inventario vari tipi di missili da crociera antinave, oltre al già citato Nasr 1, indizio dell’attenzione estrema dedicata più all’arma in sé che al suo vettore. Ricorderemo il Kowsar a breve raggio, con circa 20 km di gittata, derivato da modelli cinesi, con propulsione a razzo e in grado di volare a una ventina di metri d’altezza sul mare a Mach 0,8. Noto almeno dal 2006, è lungo 2,5 metri e può essere lanciato sia da postazioni terrestri, o veicoli ruotati, sia da navi.

Da ciò che si sa del suo inviluppo di volo, potrebbe essere molto vulnerabile alle difese di punto, specialmente perché la sua quota di “sea-skimming” di ben 20 metri lo espone maggiormente all’avvistamento radar e ottico, nonché al susseguente ingaggio.


Può però essere sempre molto utile, sia se lanciato contro petroliere senza scorta, e tenendo conto che anche solo da basi costiere coprirebbe comunque metà dell’ampiezza dello stretto di Hormuz, sia se impiegato in salve multiple al preciso scopo di distrarre le difese avversarie mentre ci si appresta a lanciare missili più moderni.

Come, ad esempio, il Qader, apparso dal 2011, che ha una gittata compresa fra 200 e 300 km, e, lanciabile sia da unità di superficie, sia da velivoli, sarebbe capace di volare assai più radente sul pelo delle onde, fra 3 e 5 metri, dirigendosi sull’obbiettivo con guida radar attiva e rendendosi un bersaglio assai più difficile da abbattere.

Per valutare quindi la reale pericolosità delle forze navali iraniane, siano esse quelle “canoniche” o quelle gestite direttamente dai pasdaran, sembra più utile concentrarsi sulle armi da lancio e su ciò che concerne il fattore umano, ossia le tattiche, le strategie e la propensione degli equipaggi all’assumersi rischi, più che le dimensioni e la potenza generica delle unità navali.

Ciò perché l’asso nella manica “geografico” di Hormuz è talmente vicino alle coste iraniane che per trasportare missili e siluri nella miglior posizione di tiro bastano anche unità di modesto tonnellaggio. D’altronde, storicamente, uno dei motivi che hanno sempre fatto ingrandire le navi da guerra in dimensioni e massa, è stata la volontà di navigare sempre più lontano e per un sempre maggiore lasso di tempo, portando a bordo non solo più armi e munizioni, ma anche più uomini e più scorte.


In parole povere, avvicinarsi alle coste iraniane con grosse navi superaccessoriate è importante per la US Navy, che deve arrivare da molto lontano, pur contando sull’appoggio degli alleati, ma competere in dimensioni con gli americani sarebbe impossibile e senza senso per l’Iran, che si gioca il grosso della partita nell’arco di poche ore di navigazione dalle proprie basi.

In tale quadro l’estro persiano produce perfino piattaforme di tiro bizzarre come quella sorta di “barca volante” che è il velivolo a effetto suolo Bavar 2, afferente a quella tipologia di incroci fra aliscafo e idrovolante che sono i cosiddetti “ekranoplani”.

Piccolo velivolo a elica in grado di volare a pelo d’acqua a circa 200 km/h, il Bavar 2 sembra in effetti vulnerabilissimo e quasi solo scenografico. Potrebbe però essere un semplice addestratore e dimostratore tecnologico per far impratichire gli ingegneri iraniani nel settore puntando poi a un ekranoplano più perfezionato, magari con capacità “stealth”. Di certo conferma la generale tendenza al ricercare l’azione “speciale” e non ortodossa, forse un po’ “garibaldina”. Sicuramente asimmetrica.

Del resto, iniziative come la messa in cantiere di una classe di veri e propri cacciatorpediniere, da 7500 tonnellate, battezzata Khalije Fars, cioè “Golfo Persico”, sembra più dettata da motivi d’orgoglio e di immagine che di reale utilità strategica, a meno che non sia rivolta quasi esclusivamente verso le altre marine del golfo.


Peraltro è interessante notare, per riandare ai confronti storici, come gli iraniani tendano, inconsciamente o no, ad applicare una strategia simile a quella degli antichi greci che avevano sconfitto i loro antenati persiani al tempo del “re dei re” Serse.

Infatti, alla battaglia di Salamina del 480 avanti Cristo, i greci, capeggiati dagli ateniesi di Temistocle, sfruttarono le minori dimensioni e la maggior agilità delle loro biremi contro le assai più grosse navi dell’impero persiano, in maggioranza egizie e fenicie, che invece erano impacciate nello stretto braccio di mare fra l’isola di Salamina e la costa dell’Attica, non potendo far valere nemmeno la superiorità numerica a causa di quell’imbuto naturale.

Allo stesso modo, i moderni discendenti di Serse paiono ispirarsi più agli antichi nemici greci che ai loro avi, con l’accento posto sul concetto che ciò che è piccolo, sfuggente, rapido e improvviso può almeno alcune volte, avere ragione di ciò che è colossale, ma spesso poco flessibile e adattabile, oltre che costoso. Perciò non deve stupire che l’industria navale iraniana, per quanto ancora esordiente, possa essere più oggetto di attenzione internazionale di quanto generalmente si voglia ammettere.

Strane esplosioni a Bandar Abbas

Lo scorso 6 aprile, in effetti, un’esplosione avvenuta nel cantiere di Shahid Darvishi, a 37 km a ovest di Bandar Abbas, ha ucciso tre tecnici che stavano lavorando su “un sottomarino in costruzione”.


Dagli scarni resoconti filtrati all’estero, sembra che sia deflagrata una delle batterie dell’unità, evidentemente a propulsione diesel-elettrica, ma gli iraniani sono stati parchi di dettagli e non si può dire fino a che punto possa essersi trattato di un semplice incidente, anziché di un sabotaggio.

Di sicuro è interessante che i media locali abbiano così descritto l’accaduto: “Tre membri del Ministero della Difesa sono stati martirizzati dopo che è esplosa la batteria di un sottomarino”. Quel “martirizzati” sembra più adatto ai caduti di un attentato o di un’azione di guerra che alle vittime di un incidente industriale.

Si sa che 
l’Iran è stato nell’ultimo decennio più volte nel mirino di sabotatori e sicari, presumibilmente afferenti ai servizi segreti israeliani, 
che agivano per ostacolarne o ritardarne il programma nucleare, talvolta con ovattate azioni di cyberguerra, con virus informatici inoculati ad esempio nei computer delle centrifughe d’arricchimento dell’uranio di Natanz, talvolta con brutali agguati contro scienziati crivellati da agenti segreti in motocicletta. Allo stesso modo, non pare improbabile che, seppure, in tono minore, anche il programma di rafforzamento navale iraniano possa essere oggetto di sabotaggi da parte di potenze straniere.


D’altronde, per restare in tema di spionaggio, il 19 aprile il ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi, dichiarava all’agenzia Mehr News che “nel corso di una complessa operazione sono state identificate 290 spie della rete della CIA, in Iran e all’estero”.

Oltre alle armi lanciate da unità navali, un ruolo fondamentale nello sbarramento dello stretto verrebbe affidato dagli ayatollah alle mine subacquee, sul cui impiego gli iraniani hanno accumulato una vasta esperienza fin dall’epoca della guerra combattuta contro l’Iraq fra il 1980 e il 1988. Le mine, questi guardiani automatici e silenziosi, semplici ed economici in proporzione al loro potenziale distruttivo o anche solo di deterrenza, sono da sempre un elemento di livellamento nella guerra navale, poiché tendono a ridurre il divario fra marine forti e marine deboli.


Le si potrebbe a grandi linee definire un equivalente della biblica fionda con cui il pastorello Davide abbatté il gigante Golia. Ovvio che gli iraniani vi abbiano dedicato non poche energie, considerando anche che gran parte, o fors’anche la maggior parte, del loro numeroso naviglio sottile può essere benissimo impiegato per la posa, anche veloce, di tali ordigni

Sulle più recenti mine iraniane non si sa molto, ma nell’agosto 2018 un’inchiesta di Business Insider rilevava che un rapporto del Center for Strategic and International Studies stimava nel 2012 l’arsenale di mine subacquee di Teheran in almeno 6000 ordigni di vari tipi, i più grossi con carica esplosiva di circa 1200 kg e molti con sensori acustici o elettromagnetici magari non all’avanguardia, ma sufficienti a selezionare in qualche modo i possibili bersagli diminuendo il rischio di esplosioni accidentali o “sprecate” per semplici barche da pesca.

Se il dato di 6000 mine marittime nell’inventario iraniano risale al 2012, c’è da pensare che nell’arco degli ultimi sette anni la loro quantità sia ulteriormente cresciuta.


Per stendere uno sbarramento credibile nello stretto di Hormuz può bastare anche solo una frazione di questo arsenale.

Le mine possono essere seminate in poche ore da mezzi aerei, navali o anche espulse dai tubi lanciasiluri dei sottomarini e la notevole vicinanza della zona bersaglio dalle basi aeronavali iraniane consentirebbe ai marinai e pasdaran di Teheran di agire molto velocemente, praticamente a sorpresa, con una vera semina “mordi e fuggi”, pur mettendo in conto la possibilità di perdite da parte di mezzi avversari in pattuglia.

Dal canto suo, la US Navy potrebbe bonificare la zona con i suoi mezzi specializzati, come elicotteri muniti di sensori radar e sonar, droni subacquei e navi dragamine come le unità classe Avenger, spesso di stanza in Bahrein. Tuttavia, per ripulire adeguatamente lo stretto possono volerci molti giorni, forse settimane.

E nel frattempo il panico sui mercati petroliferi avrebbe già fatto il suo corso, senza contare che per molto tempo ancora le petroliere dovrebbero passare con circospezione, magari limitandosi ad affollare stretti corridoi “sicuri” o ritenuti tali. E col perenne rischio di incappare sempre in qualche ordigno “dimenticato” che, affondando qualche nave cisterna, rinnoverebbe ancora l’effetto terroristico dell’azione.

Il fronte terrestre 

Da tutto quanto è emerso, non sembrano sussistere dubbi sulla possibilità iraniana di bloccare od ostacolare la navigazione nello stretto di Hormuz quanto basta a causare gravi ripercussioni sull’economia mondiale.

Ma a dispetto della roboante propaganda, l’Iran sta lavorando da tempo proprio per non ritrovarsi con le spalle al muro e quindi costretto, suo malgrado, a giocare una carta tanto estrema. A parte gli ottimi rapporti con potenze sfidanti della supremazia militare statunitense, segnatamente Russia e Cina, nonché l’India, la repubblica islamica si è costruita un retroterra per coprirsi le spalle sul versante continentale asiatico, potendo così contare su canali alternativi di esportazione e commercio.


Uno snodo fondamentale di questo sistema è l’Iraq, paese ancora turbolento, ma comunque a maggioranza sciita come l’Iran, su cui l’alleanza in chiave anti-Isis con la dirigenza di Baghdad sembra aver spazzato via la maggior parte della atavica diffidenza fra persiani e arabi.

E’ proprio per sottrarre l’Iraq alla crescente influenza iraniana che il 7 maggio il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annullato all’ultimo momento una programmata visita a Berlino, alla corte della cancelliera Angela frau Merkel, per volare invece dritto dritto a Baghdad, dove ha incontrato sia il presidente Barham Saleh e il primo ministro Adel Abdel Mahdi.

“Ho voluto assicurare loro – ha detto poi Pompeo – che noi americani siamo sempre all’erta per continuare a mantenere l’Iraq una nazione sovrana e indipendente. La ragione per cui siamo qui è che ci sono giunte informazioni su una crescente attività iraniana, perciò abbiamo spiegato alle autorità irachene quanto sia importante proteggere gli interessi americani nel paese”.


Sullo sfondo della tensione nel Golfo Persico, Washington vede traballante il suo piano di assedio geoeconomico all’Iran, se questo mantiene solidi rapporti coi sui vicini continentali, in particolare l’Iraq come ponte per l’altrettanto amico governo siriano di Damasco, stante anche l’importante ruolo che hanno avuto nell’ultimo triennio le brigate Quds dei pasdaran, comandate dal generale Qassem Suleimani, nell’affiancare le forze locali contro i terroristi dell’Isis.

Per gli Stati Uniti, peraltro, ciò suona come una beffa poiché dopo il lungo ed estenuante impegno militare iniziato nel marzo 2003, dapprima per rovesciare la dittatura di Saddam Hussein, poi per affrontare lo stillicidio di attentati terroristici ed azioni di guerriglia che hanno insanguinato il paese, ora l’Iraq sta sempre più sfuggendo di mano, scivolando verso Teheran.

E’ un processo le cui tappe si sono intensificate negli ultimi mesi, almeno dal 12 marzo 2019, quando il presidente iraniano Hassan Rohani ha per la prima volta visitato Baghdad, trattenendosi fino al 15 marzo e consacrando un storico riavvicinamento che sarebbe sembrato impossibile pochi decenni fa, visti i fiumi di sangue del conflitto 1980-1988. Rimarcando la comune lotta contro il terrorismo jihadista, Rohani ha sostenuto che “non vogliamo stringere un’alleanza contro altri paesi, ma piuttosto invitare altri stati regionali ad avvicinarsi a noi a loro volta”.


Scontato il riferimento alla Siria del presidente Hafez Al Assad, la cui sintonia con Teheran è assodata, è da più parti ipotizzato che gli iraniani contino molto sugli iracheni anche come possibili mediatori per migliorare, se possibile, i loro rapporti con l’Arabia Saudita e in genere i regni del Golfo Persico.

Rohani ha intanto ottenuto la contrarietà del collega iracheno Salih alle sanzioni USA, dovuta anche alla crescente osmosi economica Iran-Iraq. La ex-Persia è infatti il principale partner commerciale dell’Iraq, con un interscambio annuo di 13 miliardi di dollari, ma previsto in crescita fino a un potenziale di 20 miliardi.

Il nervosismo americano in queste ultime settimane si spiega quindi anche con il fatto che l’Iran è sempre meno isolato nella regione, 
e per di più sfruttando, con pazienza, un terreno che, in Iraq, è stato preparato nell’arco di 15 anni dagli stessi militari USA.

Che però a questo punto, non servono più. Perciò, già il 6 aprile, la stessa guida suprema della repubblica islamica, l’ayatollah Alì Khamenei, ha invitato il premier iracheno Mahdi a “far sloggiare le residue truppe americane dal paese al più presto possibile”. Poche ore dopo, il 7 aprile, Teheran accoglieva in visita ufficiale il capo dello Stato Maggiore iracheno, generale Othman al-Ghanimi, che si incontrava col pari classe iraniano, generale Mohammad Hossein Baqeri, al quale prometteva di “mettere sotto stretto controllo la presenza militare americana in Iraq”.


Non solo, i due hanno anche siglato un accordo per la cooperazione nel campo della difesa aerea, il che può significare probabilmente l’installazione, o l’ampliamento (se già presenti in sordina) di postazioni radar e antiaeree con personale iraniano in Iraq, a formare una linea avanzata di difesa aerospaziale su tutto il quadrante occidentale del paese. Infatti Baqeri ha dichiarato: “I nostri colloqui si sono incentrati sulla difesa integrata dei cieli di Iran e Iraq, in modo da captare minacce provenienti dai nostri confini occidentali”.

E non si tratta solo del timore di eventuali velivoli americani provenienti dal Mediterraneo, oppure sauditi, bensì, come intuibile, anche, anzi forse 
soprattutto di possibili attacchi aerei provenienti da Israele e indirizzati sulle strutture strategiche, 
nucleari ma forse non solo, dell’Iran.

Sempre il 7 aprile, a Teheran si trovava anche il ministro iracheno del Petrolio, Thamer al-Ghadhban, che con l’omologo iraniano Bijan Zanganeh ha firmato un accordo per lo sfruttamento congiunto di due grossi giacimenti di greggio situati a cavallo del confine, a Naft Shahr e a Khorramshahr.

E poco dopo, il 14 aprile, il giornale Al Watan ha dato notizia dell’imminente ripresa di un progetto strategico di cui si parlava già nel 2011, ma che venne interrotto a causa della guerra civile siriana, ovvero 
la costruzione di una linea ferroviaria comune fra Iran, Iraq e Siria, 
che consentirebbe al commercio estero di Teheran di accedere ai porti sul Mediterraneo, nonché l’allacciamento a un altro prospettato collegamento ferroviario strategico, quello che lo stesso governo di Damasco ha preannunciato via Turchia e Asia centrale fino alla Cina.


Mentre appare superfluo ricordare gli stretti rapporti fra Iran e Russia, facilitati dalla contiguità nella regione del Mar Caspio, totalmente inaccessibile agli USA, è interessante ricordare che ancora lo scorso 1° maggio il direttore della Compagnia Nazionale Iraniana del Gas, Hassan Montazer Torbati, ricordando per inciso che il paese è probabilmente secondo solo alla Russia in fatto di riserve di metano, ha annunciato che entro la fine del 2019 le esportazioni verso il solo Iraq arriveranno a 35 milioni di metri cubi al giorno, rinforzando la dipendenza energetica di Baghdad da Teheran, che già si misura col fatto che gli iracheni ricavano il 45% della loro elettricità dal gas iranico.

E che, più in generale, l’Iran ha intenzione di estendere le già cospicue vendite di metano alla Turchia, implementando il gasdotto Tabriz-Ankara, nonché ad Armenia e Azerbaijian. Il tutto sullo sfondo della proficua collaborazione fra la compagnia iraniana Petropars, la cinese CNPCI e la francese Total per lo sfruttamento dei giacimenti metaniferi del Sud Pars. Il giorno dopo, 2 maggio, il ministro della Difesa iraniano, generale Hamir Hatami, ha rinnovato i contatti militari con Baghdad ricevendo a Teheran alti ufficiali iracheni ed esaltando così la comune vittoria sull’Isis e il ruolo iraniano nell’evitare la disintegrazione dell’Iraq: “Il sangue dei fedeli, combattivi e patriottici giovani iraniani e iracheni garantisce la stabilità e la sicurezza di entrambi i paesi”.


Quelli enumerati sono solo alcuni degli esempi che dimostrano come, sul lato continentale, l’Iran sia ben lungi dal poter essere assediato e probabilmente non lo impensieriscano troppo le poche truppe che gli americani hanno dislocato in Siria, nel vano tentativo di insinuarsi come un cuneo fra Assad e Rohani.

Paradossalmente, gli iraniani potrebbero avere da temere che gli americani stessi, nel tentativo di provocarli, impongano un blocco selettivo nelle acque di Hormuz per soffocare il traffico di petroliere salpanti da grandi porti come Bandar Abbas.

Ma l’atteggiamento cauto del regime degli ayatollah, intenzionato a gestire razionalmente e con freddo autocontrollo, il deterrente dello stretto, sembra ben rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate il 28 aprile 2019 all’agenzia Fars dal capo di Stato Maggiore Baqeri. Parole che scegliamo come chiosa al presente lavoro, convinti che l’Iran non agirà su Hormuz, se non ci sarà tirato per i capelli: “Così come il petrolio e le merci di altri paesi passano dallo stretto, anche i nostri petrolio e merci dovrebbero passarci attraverso, e i nostri ufficiali hanno chiaramente detto che affronteranno chiunque voglia fomentare insicurezza a Hormuz.

Se il nostro greggio non potrà passare dallo stretto, anche il greggio altrui non potrà farlo”. E ha spiegato: 
“Non intendiamo chiudere lo stretto di Hormuz finchè i nostri nemici non intensificheranno la loro ostilità al punto da non lasciarci alternative. Siamo in grado di farlo e il nemico lo sa”.

Foto: US DoD, Daily Star, TV7, al-Manar, Fars, IRNA e AP