L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 maggio 2019

La guerra si avvicina velocemente - Ancora una volta gli statunitensi mandano soldati a invadere un'altro paese del Medio Oriente, l'arroganza o la pochezza è talmente grande che neanche riescono a motivare

Gli Stati Uniti stanno inviando 1.500 soldati per affrontare una minaccia dall'Iran che non spiegherà nemmeno



Posted On: May 24, 2019
Posted By: Sofia Bianchi

US Army Pfc.Jacob Paxson e Pfc.Antonio Espiricueta, entrambi della Compagnia B (“Mestieri della Morte”), 2 ° Battaglione, 6 ° Reggimento di Fanteria, assegnato al 1 ° Battaglione della Task Force, 35 ° Reggimento Corazzato, 2a Brigata Combat Team, 1a Divisione Corazzata, forniscono sicurezza da un angolo di strada durante un piede pattugliamento a Tameem, Ramadi, Iraq.Tech.Sgt.Jeremy T. Lock / US Air Force
Il Segretario alla Difesa Patrick Shanahan ha rivelato giovedì che il Dipartimento della Difesa sta considerando l’invio di ulteriori truppe in Medio Oriente per affrontare l’Iran.
Non è chiaro quanti truppe potrebbero essere diretti in quel modo, però.
Proprio come il presidente Donald Trump ha respinto un rapporto del New York Times secondo cui la sua amministrazione stava considerando l’invio di 120.000 soldati nella regione, Shanahan ha respinto i rapporti di Reuters e dell’Associated Press che suggerivano che il Pentagono intendeva inviare rispettivamente 5.000 e 10.000 soldati.
Visita la homepage di Business Insider per altre storie.

Tra le notizie secondo cui gli Stati Uniti potrebbero inviare ovunque da 5.000 a 120.000 truppe addizionali in Medio Oriente per affrontare l’Iran, il Segretario alla Difesa facente funzione Patrick Shanahan ha offerto la prima conferma pubblica giovedì che potrebbe essere necessaria ulteriore forza lavoro.

Shanahan ha detto ai giornalisti al Pentagono giovedì che il Dipartimento della Difesa sta studiando i modi per “rafforzare la protezione della forza”, spiegando che questo “potrebbe comportare l’invio di truppe aggiuntive”, ha riferito la CNN.

Rimane poco chiaro il numero di truppe che potrebbero essere dirette in quel modo.

Il New York Times ha riferito poco più di una settimana fa che l’amministrazione Trump stava considerando l’invio di almeno 120.000 soldati statunitensi in Medio Oriente tra le crescenti tensioni con l’Iran. Trump ha chiamato il rapporto “false notizie” il giorno seguente ma ha avvertito che se l’Iran vuole combattere, invierà “un sacco di troppe altre truppe”.

Per saperne di più:Trump dice che manderebbe “molto di più” di 120.000 soldati per combattere l’Iran se si dovesse arrivare a

Mercoledì, Reuters ha riferito che il Pentagono intende spostare 5.000 soldati in Medio Oriente per contrastare l’Iran.L’Associated Press ha detto che il numero potrebbe arrivare fino a 10.000.

Shanahan ha confutato queste relazioni giovedì mentre si è rifiutato di dire quante altre truppe potrebbero essere richieste.“Mi sono svegliato questa mattina e ho letto che stavamo mandando 10.000 soldati in Medio Oriente e abbiamo letto più recentemente 5.000 non ci sono 10.000 e non ce ne sono 5.000 Questo non è accurato”, ha detto, secondo Voice of America .

Gli Stati Uniti hanno già inviato il gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln, una task force di B-52H Stratofortress, bombardieri a lungo raggio, una nave d’assalto anfibia e una batteria di difesa aerea e missilistica nell’area di comando del comando centrale degli Stati Uniti. .

Per saperne di più:Gli Stati Uniti stanno inviando un sacco di potenza di fuoco per affrontare l’Iran – ecco che tutto ha preso il via

Queste risorse sono state dispiegate in risposta a ciò che il CENTCOM ha definito “chiare indicazioni che le forze paramilitari iraniane e iraniane stavano facendo i preparativi per attaccare forse le forze statunitensi nella regione”.L’esatta natura della minaccia non è chiara, poiché il Pentagono non ha ancora spiegato pubblicamente la minaccia.

Fonte immagine: https://morguefile.com/ (https://morguefile.com/)
 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti arrivano all'appuntamento assolutamente impreparati da qui la proroga di 90 giorni/sei mesi. Huawei è più avanti nel 5G ed è difficile che anche stati europei rinunciano ad essere tra i primi a utilizzare questa tecnologia. Per Google è l'inizio del tramonto del suo monopolio. La cultura millenaria della Cina vince sull'incultura degli Stati Uniti

Mondo, Primo Piano
Come e perché Trump non sta vincendo la guerra a Huawei

di Daniela Coli
25 maggio 2019



Tutte le ultime novità sull’offensiva degli Stati Uniti contro il colosso cinese Huawei, la posizione degli Stati europei, la reazione del gruppo di Pechino e l’analisi di Bremmer. L’approfondimento della professoressa Daniela Coli

Dopo il bando di Trump contro Huawei, Google ha bloccato Android, utilizzato sugli smartphone cinesi e Intel, Qualcomm e Broadcomm hanno deciso di cessare di fornire nuovi chip al colosso tecnologico cinese, ma ci sono produttori di chip che continueranno a rifornire 
Huawei, che ha annunciato il lancio di un proprio sistema operativo (OS) questo autunno. 
Tra questi l’azienda tedesca Infineon, nata da Siemens, la multinazionale nipponica Panasonic, con imprese in UK e in Europa. Continuerà a rifornire di tecnologia Huawei anche il più grande chipmaker a contratto del mondo, TSMC, di Taiwan, che è certo di non poter essere sanzionato dagli Usa.

Occorre, quindi, cautela, a fare il funerale di Huawei. Si è parlato molto delle contromisure cinesi: vendita di buoni del tesoro Usa, bando di esportazioni dei preziosi minerali delle terre rare cinesi senza le quali l’industria hi tech Usa scomparirebbe. Per non parlare delle 
170 aziende calzaturiere americane in Cina da Adidas a Nike fino a Puma, che hanno messo in guardia l’amministrazione Trump dalle conseguenze disastrose degli aumenti dei dazi americani su questi prodotti che avrebbero prezzi proibitivi per i consumatori americani. 
Ma forse la migliore rivincita cinese non è tra queste.

Sappiamo da Niall Ferguson (The Times, 19 maggio) che il 58% degli americani repubblicani e democratici considera la Cina un nemico, perché teme possa superare gli Usa e, quindi, Trump ha accontentato molti elettori del 2020. 
L’accusa di spionaggio a Huawei fa un po’ sorridere dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulla NSA e le notizie che già Obama usò i maghetti di Google per vincere le elezioni. 
La mossa contro Huawei di Trump è venuta dopo il fallimento del deal con la Cina, su cui il tycoon contava per le elezioni del 2020.

Il deal è fallito, perché 
la Cina non ha accettato le condizioni di Trump, ha eliminato il 30% delle richieste Usa. 
Perché lo ha fatto? Non temeva una rappresaglia di Trump su Huawei, pubblicizzato dovunque, mentre Xi firmava contratti per la BRI in tutto il mondo, Europa compresa? Davvero i cinesi non si aspettavano il bando di Huawei? Soprattutto, se i cinesi spiano gli Usa, come asserisce Trump, com’è possibile non abbiano percepito il pericolo del bando di Huawei?

Occorre però ricordare che alcuni mesi fa 
l’intera Asia, alla notizia dell’arresto della figlia del fondatore di Huawei in Canada per ordine degli Usa, pensò che la guerra contro Huawei era iniziata.

Nonostante le pressioni e le minacce di Trump, Spagna e Portogallo vanno verso l’autorizzazione a Huawei, Francia, Germania e Italia non hanno fatto ancora una scelta definitiva, ma sono orientati verso il sì condizionato e il governo UK ha licenziato il ministro della difesa che aveva rivelato notizie top secret sull’accettazione di Huawei e della rete 5G.

Per non parlare del successo di Huawei in Asia ( solo il Giappone si è allineato agli Usa) e nei paesi arabi, alcuni amici degli Usa, e in quelli africani. 
La Cina ha annunciato che il sistema operativo di Huawei sarà pronto per il prossimo autunno, al massimo in primavera. 
Andrà su smartphone, tablet, notebook, smartwatch, tv e auto al posto di Android (o Windows). Sì, c’è il problema del nuovo ecosistema, delle app, ma il passaggio a un nuovo OS sarebbe una svolta per il mercato, oggi dominato da Android, che è sul 74,85% degli smartphone. Vedremo cosa accade, ma l’offensiva di Trump è anche pubblicità per il nuovo sistema Huawei e potrebbe anche avere conseguenze imprevedibili per il presidente fire and fury.

La Cina si aspettava l’attacco a Huawei e dal 2012 ha iniziato a sviluppare il proprio sistema operativo. La guerra in corso è una guerra geopolitica e geoeconomica. Per la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la Cina è un competitor strategico e deve essere contenuta sul piano economico, militare e soprattutto tecnologico. L’iniziativa americana è concentrata sul tentativo di impedire alla Cina di diventare la guida della globalizzazione, dopo il ritiro degli Stati Uniti.

Da qui la pressione Usa nel mondo, Europa compresa, per impedire la rete 5G, la BRI, una nuova organizzazione di politica estera basata sul multilateralismo. 
La Cina non ruba tecnologia agli Usa, perché le aziende di tecnologiche cinesi stanno scalando le classifiche in termini di registrazioni di brevetti, 
tanto che, come scrive Ian Bremmer su GZEROMedia del 21 maggio 2019 le imprese statunitensi di semiconduttori stanno lottando per assumere ingegneri cinesi, mentre l’amministrazione Trump rallenta la concessione di visti adducendo ragioni di sicurezza nazionale. Per Bremmer l’approccio conflittuale dei falchi di Washington e la fine di Chimerica può danneggiare profondamente l’innovazione tecnologica negli States.

Le pressioni americane su Germania, Regno Unito e Italia difficilmente porteranno queste paesi a rinunciare a Huawei e alla rete 5G, perché 5G porterà a nuove soluzioni in vari settori, dalla produzione industriale, alla chirurgia, al trasporto. Certamente, la Cina è stata indebolita dall’offensiva di Trump, ma Huawei ha ora accelerato l’implementazione commerciale del proprio sistema operativo, che sarà completamente adattato a ai mercati globali. Il piano B di Huawei è diventato il piano A e potrebbe anche avere conseguenze indesiderate per gli Usa, come ha concluso Pepe Escobar su Asia Times, perché potrebbe di fatto rompere il monopolio di Google.
 

Salvini Di Maio due buffoni alla corte europea, falsi ideologi, il Progetto Criminale dell'Euro e l'Unione Europea è impossibile cambiarli

Mondo
“Delirio a due” di Eugène Ionesco e una surreale campagna elettorale

di Michele Magno
25 maggio 2019



Il Bloc Notes di Michele Magno

Sebbene sia considerata una sua opera minore, “Delirio a due” di Eugène Ionesco resta un piccolo capolavoro del teatro dell’assurdo. Protagonista dell’atto unico è una coppia impegnata nel più classico degli esercizi coniugali: la lite. Il pretesto è futile, anzi ridicolo. Lei sostiene che non c’è nessuna differenza tra la lumaca e la tartaruga. Lui non è d’accordo, e perciò urla, sbraita, usa gli argomenti più strampalati pur di dimostrare che ha torto.

Il dissidio è senza via d’uscita e, nel corso di una logomachia che rapidamente raggiunge le vette del nonsense, si allarga fino a mettere in discussione il futuro della loro convivenza. Nel frattempo scoppia una guerra di cui lo spettatore ignora le ragioni, e un bombardamento aereo rischia di radere al suolo la città. Mentre la casa crolla, entrambi continuano imperterriti ad azzuffarsi rinfacciandosi occasioni perdute e sogni svaniti, travolti da rancori mai sopiti e incuranti dell’apocalisse che si scatena fuori dalle mura domestiche.

Trovo molte analogie tra questa pièce e lo spettacolo, con Salvini e Di Maio nel duplice ruolo di registi e interpreti principali, andato in scena nelle ultime settimane sul palco della politica nazionale. Se dopo il voto di domani proseguiranno le repliche, è difficile pronosticarlo. Dipenderà non solo dal risultato di quello italiano, ma dalla forza dello schieramento sovranista nel nuovo Parlamento europeo. Tuttavia, in un Paese in cui molti nostri concittadini si stanno ancora angosciosamente interrogando sull’identità -reale o fittizia- del fidanzato di una soubrette in declino, può avvenire tutto e il contrario di tutto. Può quindi anche succedere che essi scoprano nei surreali scontri verbali che hanno caratterizzato la campagna elettorale una verità che il drammaturgo romeno ben conosceva, ossia che il comico spesso non è che il tragico visto di spalle.

Del resto, come diceva Gilbert Keith Chesterton, la cosa più incredibile dei miracoli è che qualche volta accadono.
 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - e la credibilità degli Stati Uniti viaggia verso il basso, gli rimane solo la forza bruta delle atomiche che ha a disposizione

Il gioco rischioso degli Stati Uniti in crisi
 
di Claudio Conti
24 maggio 2019

“S/globalizzare” l’economia non è un gioco da ragazzi. Né per cuori deboli. Se i consiglieri nazionalisti di Trump pensavano di poter imporre facilmente gli interessi statunitensi – ri-localizzare negli States una parte della produzione manifatturiera fuoriuscita negli anni d’oro del Wto, senza però perdere la centralità sui mercati finanziari – la realtà si sta incaricando di mostrare quanto quella pretesa fosse illusoria. E pericolosa.

La “guerra dei dazi” aperta contro la Cina (e la Germania, anche se ne ne parla meno) non è e non poteva essere un blitzkrieg. O meglio: come tutte le “guerre lampo” ha smesso di esser tale quando ha lasciato il tavolo degli “strateghi” per diventare scontro sul campo.

Abbiamo già scritto diverse volte su questo argomento, per cui ci limitiamo ad aggiornare sugli ultimi sviluppi, che stanno mettendo a dura prova anche gli analisti professionali dei giornali specializzati. Al punto che nella stessa testata – IlSole24Ore, per esempio – c’è chi ritiene che stiano vincendo i cinesi, e chi all’opposto vede in vantaggio gli americani.

Le guerre economiche, del resto, sono altrettanto complesse di quelle militari, e spesso le preparano. Ma se a darsele di santa ragione – per ora lavorando più di fioretto che di sciabola – sono due giganti, tutta la cristalleria del capitalismo attuale va in sofferenza.

Mettere un dazio del 25% su praticamente tutti i prodotti cinesi da importare egli Usa (per oltre 500 miliardi dollari), significa infliggere un danno pesante alla produzione di Pechino. Che ovviamente ha risposto facendo altrettanto, ma su un ventaglio di prodotti minore perché le importazioni cinesi dall’America sono certamente di dimensioni inferiori.

Ma l’arma delle tariffe doganali non è l’unica che si possa usare, in questo titpo di guerre. E quindi il Celeste Impero ha fin qui compensato le perdite (potenziali, perché i dazi non sono ancora operativi sulle merci già partite) lasciando svalutare la moneta. Il calcolo che ne deriva – secondo Vito Lops, de IlSole – vede ampiamente in vantaggio la Cina, per ora.

Ma altre armi sono a disposizione dei duellanti. Si segnalano infatti fughe di capitali stranieri dalle borse cinesi (Hong Kong e Shangai), per “chiara reazione difensiva degli investitori internazionali davanti agli scenari fuori-controllo”. Capitali che in parte corrono verso un parcheggio “sicuro” come i titoli di Stati di Washington, i quali però negli stessi giorni stanno subendo massicce vendite proprio da parte di Pechino (e Parigi, imprevedibilmente).

Del resto gli investitori cinesi si erano già clamorosamente assentati alle due ultime aste di Treasury Bond americani, facendo intuire l’irritazione per l’innalzamento dei dazi e i veti alla tecnologia di Huawei.

Ma in un’economia mondiale altamente interconnessa le mosse decise dai governi alimentano movimenti dei mercati assolutamente autonomi e in larga parte imprevedibili. Per esempio: “Persino i Bitcoin – notoriamente utilizzati in Asia per esportare capitali illegalmente – sembrano essere entrati nella partita: malgrado la stretta delle autorità di regolamentazione cinesi, i Bitcoin sono saliti del 40% da venerdì scorso, superando con slancio gli 8.000 dollari: il prezzo della crypto-valuta (come è accaduto durante l’ultima crisi tra Stati Uniti e Corea del Nord) è raddoppiato nell’arco di poche settimane”.

E’ finita? No, perché una guerra commerciale Usa-Cina si trascina dietro attese per una frenata complessiva della crescita, e dunque un minor utilizzo di materie prime (petrolio e ferro in primo luogo). Dunque un calo generalizzato dei relativi prezzi che andrà ad incidere sui bilanci dei molti paesi estrattori (Usa compresi, specie per quanto riguarda greggio e gas).

Su tutto, va ricordato, aleggia sempre la “bolla del dollaro”. Moneta di riserva globale, bene-rifugio, unità di misura… Tante funzioni-chiave che si reggono però sulla “credibilità” degli Stati Uniti come decisore globale, autorevole e magari anche autoritario, spesso; ma attendibile.

Proprio quel che sta venendo a mancare, agli occhi del mondo, da qualche anno a questa parte…
 

"I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare."

La libertà di pensiero
 
di Mario Gangarossa
23 maggio 2019

La libertà di pensiero è proprio una bella cosa.


Ti permette di pensare tutto quello che vuoi. Qualsiasi cosa ti passi per la testa, qualsiasi composizione assumano gli scambi di informazioni fra i tuoi pochi o tanti neuroni attivi, qualsiasi idea, puoi ipotizzarla, rimuginarla, ponderarla.

La libertà di pensiero non è un diritto. Non c'è legge che possa limitarla. I limiti semmai nascono dal fatto che pensi ciò che sperimenti, non sei una monade isolata da un contesto sociale e da una miriade di relazioni che costituiscono il tuo mondo materiale. Un mondo materiale che si riflette inevitabilmente sull'idea che di quel mondo te ne fai.

Se poi il tuo libero pensiero è influenzato da altri "liberi pensatori" ben attrezzati a condurre la guerra delle idee, capaci di creare suggestioni e condizionamenti e di modificare la tua stessa percezione della realtà, se il mondo materiale è costruito su contrapposti interessi e su contrapposte visioni che a questi interessi rispondono, va da se che più che di libertà dovremmo parlare di "libertà condizionata".

Intanto e comunque, 
per pensare bisogna avere il tempo per farlo e gli strumenti che possano stimolare la capacità di pensare. 
Bisogna aver ben mangiato e non vivere una situazione di precarietà in cui il bisogno di lavorare diventa il principale, se non l'unico, interesse.

Bisogna aver superato le necessità del mondo materiale per poter apprezzare la libertà del mondo delle idee. Dubito fortemente che Platone e Aristotele avrebbero potuto raggiungere l'immortalità, se squadre di schiavi non avessero pensato alla loro mortale esistenza permettendo loro di passare le giornate passeggiando nel Perìpato. E che Leonardo avesse avuto voglia di dipingere la Gioconda dopo 15 ore di lavoro nei campi passate a accumulare grano per la decima alla chiesa e al signorotto locale.

Ciò non di meno il libero pensiero è una bella cosa e, del resto, le idee non fanno male fin quando se ne stanno racchiuse nella testa di chi le pensa.

Cominciano a diventare un problema nel momento in cui hai la presunzione di volerle socializzate. Nel momento in cui quello che tu pensi se ne va in giro per il mondo alla ricerca di consenso, si confronta con altre idee, cerca altri "liberi pensatori" che hanno percorso gli stessi sentieri e sono arrivati alle tue medesime conclusioni o trova sul suo cammino chi reputa il tuo pensare un cattivo pensare.

L'idea fondativa della democrazia è proprio questa. La libertà di pensiero comporta il diritto di esprimerlo questo pensiero con tutti i mezzi con cui è possibile farlo. Ora, questo si che è un diritto legalmente riconosciuto, almeno per quella parte del popolo che ha il privilegio di poter pensare.

E' un diritto civile che, come tutti i diritti civili, non tiene conto dell'ineguaglianza e della frattura che rende le donne e gli uomini "liberi" nella misura in cui hanno il potere economico per esercitarli questi diritti.

È ovvio che leggere un giornale non è la stessa cosa che scriverci su. O scrivere queste righe non ha lo stessi peso di chi questo strumento lo ha inventato e lo gestisce.

Ma il problema non è solo il semplice e banale fatto che chi detiene il potere economico ha gli strumenti per giustificarne l'esistenza. Chi produce merci in regime di libero mercato (e libero sfruttamento) produce anche le idee che servono a perpetuare all'infinito quel regime e ha i mezzi per essere convincente.

L'equivoco di fondo è che la democrazia non è una costruzione teorica dell'astratto mondo delle idee, a cui il mondo reale deve adattarsi, per il raggiungimento di un presunto bene comune. La democrazia è un concreto strumento di governo in una società divisa in classi in cui il bene comune si identifica col profitto concretissimo di chi detiene il potere economico.

In questo senso la democrazia è esclusiva ricacciando fuori da se tutte le espressioni e i comportamenti che possano mettere in discussione quel potere economico.

La platea degli esclusi dai diritti democratici si allarga o si restringe a seconda delle contingenze, della possibilità di acquistare o meno maggior consenso, della forza delle "idee" antagoniste alla democrazia.

La libertà di pensiero, nella democrazia sorta con la borghesia, è strumento della sua dittatura. E' libertà di "pensare bene". Pensare esattamente allo stesso modo di come pensano le classi dirigenti.

Puoi parteggiare per l'una o per l'altra delle varie correnti di idee che si scontrano. Puoi tifare per il "pensiero" di questo o di quell'altro amministratore del capitale. Ma non provarci nemmeno a mettere in discussione l'intero castello ideologico su cui si basa la ricchezza dei pochi e la miseria dei molti.

La professoressa di Palermo sarà reintegrata con tutti gli onori del caso, il sindacalista in costume di Zorro avrà il suo quarto d'ora di pubblicità, le lenzuola ingialliranno come le bandiere della pace sfilacciate dal vento, impotenti a fermare i conflitti armati (e non) del capitale. A giorni si voterà e si delegherà ai propri rappresentanti, maestri nell'arte del ben pensare, la soluzione dei nostri problemi.

La libertà di pensiero trionferà e la costituzione tornerà ad essere faro di civiltà. Gli operai continueranno a morire, a non potersi curare, a sopravvivere a una pensione di fame frugando nei cassonetti. Perché non di astratti diritti civili hanno bisogno ma della consapevolezza di dover lottare per conquistarsi il diritto elementare all'esistenza.

Non di "libero pensiero" ma di libera azione hanno bisogno. Rimettendo "sui suoi piedi" questo mondo nell'unico modo capace di cambiare lo stato di cose esistente. Con la lotta di classe. A partire dai propri bisogni. Dalla propria "pancia" anche se questo farà strabuzzare gli occhi ai "comunisti" dalla pancia piena e dalla testa confusa da troppi pensieri "elevati".

Rivendichiamo la "volgarità" della lotta elementare per la sopravvivenza. E sui nostri bisogni, sulla nostre necessità, cominciamo a decidere cosa è "giusto" e cosa è "sbagliato".

Nel primo e insuperato programma dei comunisti c'è scritto: 
"I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora esistente. Le classi dominanti tremino al pensiero d'una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare."

Provate, non dico a metterlo in pratica, ma solo a scriverlo su un lenzuolo un tale concetto. Il 41bis non ve lo toglie nessuno.
 

La Lega del fanfulla Salvini è l'altra faccia della medaglia del corrotto euroimbecille Pd aspira a sostituire questo partito nel Sistema massonico mafioso politico

Lega: quanto scheletri nell'armadio

di Gian Marco Martignoni
24 maggio 2019

Gli indici di lettura della carta stampata nel nostro Paese sono sempre stati molto inferiori rispetto alla media europea. Ora, dopo la crisi economica sviluppatasi nel 2008 e l’esplosione dei social network, il numero delle copie vendute si è praticamente dimezzato, con i riflessi che tutto ciò determina rispetto alla formazione dell’opinione pubblica. Nonostante questo quadro disarmante, i giornalisti che mantengono la schiena diritta sono più che invisi agli esponenti del governo giallo-verde, tanto che il pluralismo informativo rischia di essere azzerato . Segno che quando i giornalisti fanno il loro mestiere – come nel caso delle inchieste promosse dal settimanale “L’Espresso” a proposito della Lega – il materiale che riescono a raccogliere è talmente probante, che per la magistratura si aprono nuove piste di indagine.

Che la Lega avesse scheletri nell’armadio era noto, dopo la vicenda che aveva investito nel 2012 , per appropriazione indebita di denaro pubblico, Umberto Bossi, il tesoriere Francesco Belsito e i colletti bianchi legati ai clan della ‘Ndrangheta. Ora però l’ottimo ed esplosivo «Il Libro Nero della Lega» di Giovanni Tizian e Stefano Vergine (Laterza: pag 318, euro 18 ) – in tre succosi capitoli, a cui è acclusa una sbalorditiva documentazione – affonda ulteriormente i colpi, evidenziando alcune rilevanti novità che gradualmente stanno diventando sempre più di dominio pubblico.

Se è vero che il 23 gennaio 2019 solo Belsito è stato condannato in appello – poichè Salvini ha scelto, per convenienze interne al partito, di non querelare Bossi e suo figlio, sui 48,9 miliardi di rimborsi elettorali non dovuti, in quanto i bilanci presentati dalla Lega nel triennio 2008-2010 erano stati falsificati – sia Roberto Maroni che Salvini erano consapevoli che i soldi da restituire erano frutto di un reato.

E li dovevano restituire perchè paradossalmente non avendo richiesto il risarcimento a Bossi e a Belsito, automaticamente quest’onere è ricaduto sul partito . Partito che nel frattempo prima con Maroni e il suo cerchio magico si è ingegnato su dove dirottare il “tesoro padano” – anche attraverso operazioni speculative – e successivamente (nel 2015) ha deciso di sparpagliare i soldi nelle tredici realtà regionali a quel tempo costituite. Per poi, nel pieno dell’indagine giudiziaria, costituire una associazione senza scopo di lucro, la Più Voci, che è diventata la porta girevole per incassare i finanziamenti privati, come quelli dell’ immobiliarista romano Luca Parnasi – successivamente indagato per la falsificazione dei documenti contabili – o della catena di supermercati Esselunga. Sino alla nascita della Lega per Salvini presidente in sostituzione della “Lega Nord per l’indipendenza della Padania” con lo stesso leader e il medesimo tesoriere, Giulio Centemero, ma con un codice fiscale diverso.

La propaganda sovranista sconta anche una indagine per alcune società sospettate di riciclaggio con una holding, la Ivad Sarl, avente sede in Lussemburgo, oltre alla trattativa che in seguito agli incontri segreti di Salvini con il vicepremier russo Dmitry Kozak, delegato agli affari energetici, ha assicurato – per il tramite di Gianluca Savoini – 3 milioni di euro la campagna elettorale della Lega alle europee, mediante una partita di gasolio venduta dalla compagnia petrolifera Rosneft all’Eni con uno sconto del 6%. D’altronde non è un mistero che l’Associazione Italia-Russia coltivi all’insegna dell’intramontabile collante “Dio, patria, famiglia” stretti rapporti con il filosofo Aleksandr Dugin, teorico dell’Eurasia che tanto appassiona l’avvocato Andrea Mascetti, ex-missino diventato in un battibaleno esperto di politica internazionale . Mentre la formazione che ha ispirato la svolta nazionalista di Salvini, ovvero il Front National, aveva ricevuto nel 2015 il prestito di 9 milioni di euro, tramite una banca controllata da Mosca. Infine, Andrea Mascetti è solo una delle tante figure provenienti dagli ambienti della destra, che la svolta estremista della Lega ha assorbito nelle sue file dirigenziali.

Il secondo capitolo del libro è appositamente dedicato alle varie casistiche del trasformismo italico e alla crescita sorprendente dei consensi in alcune regioni del Sud, ove alcuni nuovi esponenti della Lega hanno strani rapporti con persone legate ai clan della ‘Ndrangheta, con tutte le conseguenze sul piano dell’immagine pubblica.

Indicativo di come un faccendiere si possa muovere a suo agio quando la politica è completamente scissa dall’etica è il caso dell’emergente Armando Siri: ex-craxiano, ideologo senza laurea della flat-tax e condannato – grazie a un patteggiamento – per bancarotta fraudolenta nel 2014 (per un fallimento doloso e pilotato con i soci). E’ indicativo soprattutto in una formazione come la Lega che con una mano ostenta il Vangelo, mentre con l’altra istiga all’odio contro i migranti, i rom e così via.

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/15036-gian-marco-martignoni-lega-quanto-scheletri-nell-armadio.html?utm_source=newsletter_861&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

23 maggio 2019 - DIEGO FUSARO: Elezioni Europee 2019. Brevi considerazioni

22 maggio 2019 - ITALEXIT, FINO ALLA FINE! Marco Mori


Il Partito Comunista di Rizzo vuole l'uscita dall'Euro, non è solo CasaPound

Vaccinazioni - aumentano i risarcimenti dagli effetti collaterali dei vaccini negli Stati Uniti

La US Vax Court rileva il picco di lesioni da vaccino al 400%
 
Maurizio Blondet 22 Maggio 2019

– La parte maggiore delle lesioni viene imputata al vaccino antinfluenzale

https://sadefenza.blogspot.com/2019/05/la-us-vax-court-rileva-il-picco-di.html

Lori Martin Gregory – humansarefreeSa Defenza

I casi di lesione da vaccino sono in vertiginoso aumento, quindi se fai come gli struzzi, e interri la testa per non vedere cosa accade , significa che finora non hai prestato attenzione, perciò è ora di darti la sveglia. Ecco qualche informazione per quelli di voi che hanno appena iniziato ad informarsi. Ronnie Reagan … quasi 30 anni fa, il 40 ° presidente degli Stati Uniti ha annullato il diritto dei cittadini americani di denunciare i produttori di vaccini, sostituendolo con una legge che costringe le famiglie che hanno subito un infortunio, lesione da vaccino o morte di citare in giudizio il governo degli Stati Uniti invece della compagnia farmaceutica. Di conseguenza, speciali periti del settore della United States Special Claims Court,  si noti per i nostri scopi che alla Corte del Vaccino, è data piena autorità di giudizio senza avere una giuria per decidere il destino degli americani che hanno avuto la sfortuna di essere colpito da un infortunio da vaccino – che, può variare da sintomi cronici, lievi, e perfino la morte. Una volta all’anno, questa Corte non tradizionale offre al pubblico uno visione sul suo funzionamento, pubblicando un rapporto annuale sul suo sito Web – un rituale che si tiene ogni anno a gennaio. Il rapporto è inviato al Presidente del Congresso, altrimenti noto come Vice Presidente degli Stati Uniti, dove si intende servire come campana di monitoraggio delle reazioni del pubblico americano che potrebbe essere soggetta a vaccinazioni che divengono obbligatorie con mandati governativi per il Paese.
Ottimo, vero? Responsabilità e azione? Si potrebbe pensare che vada bene, ma non è così, siamo vittime di un grande errore. Il rapporto, che viene costantemente ignorato dai principali media / politici / funzionari della sanità e dal CDC, giace addormentato nella pagina delle segnalazioni del sito Web del Tribunale speciale per i reclami degli Stati Uniti .

Nessun titolo, nessun comunicato stampa, nessuna analisi, nessun avviso nei media, niente di niente.
Nessuna sorpresa, visto che la maggior parte delle persone in America non sanno nemmeno che i vaccini sono stati dichiarati essere inevitabilmente NON sicuri dalla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2011. Non sorprende, inoltre, che i media dell’élite mainstream, cooptati e globalisti ignorino costantemente questo rapporto, insieme a saggi argomenti di difesa della salute e di difesa dai pericoli e dei rischi di danno da vaccino (ti prendono in giro: “guarda! Un unicorno!“), Usando invece termini come “è scientifico” e il rischio da vaccino viene sfumato e “sfatato“, così si scoraggia il dibattito razionale riguardante le prove che vengono nascoste ma sono in bella vista. Non sorprende, inoltre, che la US Special Claims Court offra ogni anno una versione arcaica del rapporto inefficace, a bassa tecnologia. Invece di un buon foglio di calcolo ordinato, il tribunale pubblica un documento PDF scansionato, un formato che richiede molto lavoro intenso per condurre qualsiasi tipo di analisi concreta. È necessario reinserire i dati in tutte le 220 e + pagine che richiedono settimane per condurre una dettagliata disaggregazione scritta a mano con il vaccino di ciascun caso, combinata con ampi sforzi di conteggio e organizzazione al fine di identificare la rilevanza statistica e le tendenze emergenti dal campo di vaccinazione. È questo il disegno? Forse. Per la maggior parte è sicuramente un deterrente il fatto che qualcuno si metta a sedere e provi ad analizzare quella dannata cosa. Questo è esattamente il motivo per cui lo facciamo, ogni anno dal 2014. Per non scoraggiarci, ci sono voluti 10 mesi per terminare, finalmente, la nostra analisi del rapporto di quest’anno. Ma una volta che lo abbiamo fatto, abbiamo visto le tendenze e quel che abbiamo trovato è scioccante – non solo per quello che è stato rivelato sul continuo aumento delle lesioni da vaccino, ma anche a causa del silenzio assordante dei media mainstream, dato che le lesioni da vaccino continuano a essere un argomento che i giornalisti e i media ignorano, attribuendolo a una teoria cospirativa di un sito di fake news.

Accomodatevi, tenetevi forte, e indovinate cosa abbiamo scoperto:

  • Le liquidazioni per danni vaccinali dei tribunali sono aumentate in totale a $ 91,2 milioni nel 2015, da $ 22,8 milioni nel 2014 a $ 114 milioni nel 2015 – un aumento del 400%.
  • La liquidazione per vaccini antinfluenzali dei tribunali sono aumentati maggiormente, da $ 4,9 milioni nel 2014 a $ 61 milioni nel 2015 – un aumento di oltre il 1000%, nonostante gli assalti furiosi autunnali di ogni anno con le campagne pubblicitarie / media / pubblicità che spingono gli americani a “fare la vaccinazione antinfluenzale” , “con totale abbandono delle statistiche che fuoriescono dai tribunali dei vaccini.
  • La varicella ha avuto il terzo maggior aumento – da $ 0 nel 2014 a $ 5,8 milioni nel 2015. (Lo scandalo a sorpresa è tra la popolazione anziana, dal momento che i nipoti vaccinati hanno continuamente diffuso virus vivi ai loro ignari anziani).
  • L’epatite B è stato il quarto aumento più grande negli insediamenti dei tribunali dei vaccini, è l’aumento del 321% nel 2015 a più di $ 8 milioni nel 2015 da $ 1,9 milioni nel 2014.
  • I vaccini TDap / DTP / DPT e D / T sono stati il ​​quinto aumento più grande, salendo del 75% nel 2014 da $ 5,5 milioni a $ 9,8.
Il resto degli insediamenti non rappresentati qui sono: Tetano, $ 4 milioni; HPV $ 3,4 milioni, da quasi nulla nel 2014 ( da vedere a gennaio quando viene pubblicato il report 2016); MMR, che in realtà è diminuito dalla posizione numero uno dello scorso anno a meno di $ 1 m – un calo dell’88% + dei pagamenti; pertosse, $ 1,7 milioni; thimerisol $ 1,5 milioni; HIB, $ 345k,menginococal $ 500k, HEP A $ 408k, DPT & Polio, $ 210k e rotovirus $ 76k. Avrai notato che abbiamo omesso il secondo posto, con la voce”altro“. Ecco perché. ‘Altro‘ illustra perfettamente la natura dubbia della relazione del tribunale sui vaccini e la sua mancanza di trasparenza nel processo. Invece di identificare quale combinazione di vaccini viene caricata con lesioni o morte ed etichettare il caso di conseguenza, un perito specialista del settore può decidere di etichettare un caso di vaccino come “altro“, diluendo e riducendo di fatto quindi l’effetto sui numeri complessivi nell’analisi finale. Nel 2015, la categoria “altro” rappresentava il secondo maggiore aumento delle risoluzioni di pagamento per i danni da vaccino, con un totale di $ 21,5 milioni di pagamenti, un aumento del 388% rispetto ai $ 4,4 milioni di pagamenti dell’anno precedente. Non accusiamo nessuno di niente. L’aumento del 388% è notevole. Quale combinazione di vaccini sta causando un tale aumento? Il pubblico non ha il diritto di sapere?Se il tribunale decidesse, ad esempio, che ci sono troppi insediamenti di vaccini antinfluenzali che si stavano montando per l’anno, non potrebbe semplicemente distorcere i dati classificando certi casi come “altri“, che ingenererebbero artificialmente la categoria dell’influenza? Abbiamo detto che questi risultati sono SOLO giudizi – di casi a favore del querelante. NON include le spese legali ENORMI di entrambe le parti, che sono pagate dal governo degli Stati Uniti se l’avvocato vince o perde il caso? Questi sono classificati come costi. E invece di inviarli nel rapporto insieme al giudizio assegnato, spesso vengono inseriti con voci separate, rendendo l’esercizio del collegamento e i loro pagamenti di giudizio molto più difficile da rilevare, che richiedendo un ulteriore impegno nell’ardua analisi dei dati.Il pagamento totale delle spese legali per il tribunale del vaccino nel 2015 è di $ 42 milioni. Inoltre, una cartella piena di pagamenti basati sulle rendite vitalizie – significa che i pagamenti (molti dei quali ammontano a più di $ 1 milione annui) si ripresentano ogni anno. Questo perché la vita come si sa, per alcuni querelanti, finisce dopo il loro infortunio vaccinale e i costi per prendersi cura di loro per sempre richiede una somma annuale che è spesso molto grande. Ti chiediamo di condividere con più persone possibili, poiché è tempo di cambiare rotta.
 

Alberto Negri - Si fa chiamare Unione Europea ma è solo capace di impoverire i popoli togliendogli diritti sociali. Precarizza il lavoro, abbassa salari e redditi, crea disoccupazione. Nella politica estera ogni paese guarda il suo tornaconto e si va in ordine sparso, buffoni euroimbecilli è il buon senso la logica che lo dice

ESTERI
LA POLITICA ESTERA EUROPEA È UN’ARABA FENICE, UN FALSO MITO

Pubblicato 24/05/2019
DI ALBERTO NEGRI


https://www.quotidianodelsud.it

La politica estera europea è un po’ come l’araba fenice. Non avendo l’Unione una politica estera e di difesa comune ha dei contorni assai vaghi, si esprime soprattutto con mezzi economici, come le sanzioni o attraverso la cooperazione internazionale. Ma soprattutto si scontra con una mantra falso quanto mai: “l’Europa ha garantito la pace e la sicurezza nel continente per 70 anni”. Al massimo ha garantito la pace tra i Paesi membri dell’Unione ma anche qui, come vedremo, fino a un certo punto. Sarebbe meglio dire che l’Unione ha limitato, e pure male, le conseguenze delle sanguinose e devastanti guerre in Europa e nel Mediterraneo.

Vediamo allora qual è la realtà e di rifrescarci la memoria. Negli anni Novanta non solo l’Europa non impedisce la guerra in Jugoslavia ma favorisce la disgregazione della Federazione fondata dal Maresciallo Tito. La Germania, insieme al Vaticano, appoggia la secessione della Croazia e inizia un conflitto che in un decennio farà oltre 250 mila morti e più di un milione di profughi.

L’Italia per esempio sulla secessione Jugoslavia aveva idee assai diverse da quelle di una Germania che dopo il crollo del Muro nel 1989 si era appena riunificata. La disgregazione della Jugoslavia è stata la fine dello stato più multi-etnico e multi-religioso dell’Europa, un evento drammatico che poi è stato foriero di altre guerre, di altre secessioni e di altri guai.

Durante le stesse guerre della Jugoslavia l’Europa non è stata capace di fermare il conflitto in Bosnia la cui fine è stata dovuta all’intervento degli americani, non degli europei. Più o meno lo stesso discorso vale per la guerra in Kosovo che è stata portata dalla Nato ma che evidenziava l’obiettivo americano di spingersi verso Est e tenere sotto pressione la Russia che aveva dato addio da un pezzo all’Urss e si trovava allora in piena decadenza. Se poi la Russia di Putin ha replicato in Ucraina, Crimea e Siria, lo si deve anche a quegli eventi.

L’Europa non ha garantito nulla e non ha fermato alcun massacro, anzi ha contribuito a crearne altri. Non solo. Va in ordine sparso e davanti o scelte epocali come la pace e la guerra ragiona secondo gli interessi degli stati nazionali.

Prendiamo la guerra all’Iraq del 2003, il conflitto che ha scatenato l’attuale destabilizzazione del Medio Oriente, voluto da americani e britannici sulle false prove che Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. L’Italia per esempio si è unita alla guerra, dove ha subito il massacro di Nassiriya, mentre la Francia di Jacques Chirac ha tenuto a casa le truppe ed era contraria al conflitto.
E veniamo alla Libia e alle cosiddette “primavere arabe” del 2011. La guerra in Libia contro Gheddafi è stata scatenata dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. La Francia ha cominciato i raid su Gheddafi senza neppure farci una telefonata, pur sapendo che il Colonnello era il maggiore alleato dell’Italia nel Mediterraneo.

Parigi ha causato all’Italia la peggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale. Sei mesi prima dei bombardamenti, il 30 agosto 2010, Gheddafi era stato ricevuto a Roma e aveva firmato accordi su temi economici e della sicurezza per un valore di dozzine di miliardi di euro. Intese, è bene ricordarlo, approvate dal 98% dei nostri parlamentari. Non solo. L’Italia venne costretta un mese dopo a partecipare ai raid. La decisione fu presa dal presidente della repubblica Napolitano sulla scorta di una considerazione pratica e di una politica. I terminali dell’Eni di Mellitah erano stati collocati nella lista dei bersagli della Nato, il presidente della Repubblica voleva tenere l’Italia nell’alveo dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti.

Abbiamo così concesso le nostre basi per bombardamenti cui l’Italia ha partecipato con migliaia di raid (4.200). Se ci fossimo astenuti avremmo poi avuto qualche ragione in più per pressare l’Unione europea sulla questione dei migranti: non solo, bombardando il nostro maggiore alleato, abbiamo perso ogni credibilità sulla Sponda Sud, in Libia e presso gli altri stati della regione, come dimostra il caso Regeni.
Ma il peggio doveva ancora venire. Gli Stati europei, senza una politica comune ma dettata dagli interessi nazionali, hanno determinato la frantumazione della Libia e destabilizzato con la questione dei migranti il quadro politico italiano. Le missioni europee come quella denominata Sophia per frenare il traffico dei migranti non hanno avuto alcun successo e non sono mai state pienamente attuate con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Né tanto meno abbiamo ottenuto, se non in parte, la redistribuzione dei migranti mentre sei Paesi sospendevano gli accordi di Schengen.

C’è dell’altro. L’attuale governo e quelli precedenti si sono fatti prendere in giro con la promessa americana di una “cabina di regia” sulla Libia che nessun Paese europeo e della regione ha mai voluto affidare all’Italia. Così siamo stati presi di sorpresa anche dall’avanzata del generale Haftar. Come ben si vede in Libia non c’è nessuna politica europea e l’Italia ne paga il prezzo con il suo isolamento. A Tripoli abbiamo sostenuto un governo Sarraj appoggiato dalla Turchia e dal Qatar, due stati non europei. E’ chiaro che siamo sbilanciati e ora tentiamo di smarcarci senza troppo successo.

Tralascio i casi dell’Ucraina e della Siria, se non per sottolineare che nel caso dei profughi siriani la Germania, dopo averne accolto un milione, ha voluto un accordo del valore di sei miliardi di euro con la Turchia per spingere Erdogan a tenersene in casa circa tre milioni. Come si vede la politica estera europea è a geometria piuttosto variabile, dettata dagli interessi dei due Paesi-guida, Francia e Germania. Nel caso di Brexit però sarà la Francia ad avere i mezzi più incisivi perché resterà l’unico Paese dell’Unione dotata di un arsenale nucleare e con un seggio permanente al Consiglio di sicurezza Onu. Non solo. La Francia, a differenza della Germania, ha diverse missioni militari nel Sahel dove è alleata con gli Usa.

Tutto questo sarà determinante per il futuro e in caso di conflitto tra Usa e Iran. Nonostante gli stati europei aderiscano all’accordo sul nucleare con Teheran del 2015, finiranno per decidere la partecipazione a una guerra in base ai loro interessi nazionali.

Questi interessi sono determinati dall’industria bellica, dai flussi di armi e dagli accordi economici con gli Usa, Israele e le monarchie del Golfo, tutti nemici dell’Iran e anche maggiori clienti dell’export di armamenti, oltre che fornitori di petrolio ed energia.

La stessa Italia potrebbe essere chiamata dagli Usa a concedere le basi nel Sud in caso di conflitto con Teheran. E dove sarà allora la politica estera europea comune? Resterà un pezzo di carta straccia di false intenzioni.

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Gli Stati Uniti sono anni che vivono sulle spalle degli altri paesi e questo gli ha fatto perdere la capacità di fare manufatti, di investire e sviluppare in tecnologie hanno trascurate tutte le loro infrastrutture che cadono a pezzi hanno impoverito sempre di più il proprio popolo e ora imputano agli altri l'egoismo delle loro classi dominanti

Trump, Cina, dazi: provvedimenti contro la svalutazione competitiva

Applicazione di extra tariffe Usa sulle merci provenienti da Paesi stranieri in cui vige una politica di svalutazione competitiva della divisa nazionale. Mossa monetaria? No, puramente commerciale. Osservato speciale: Cina.

 
Fonte: Bloomberg

Gloria Grigolon | Financial Writer, Milano | Venerdì 24 Maggio 2019 14:36

Applicazione di extra tariffe sulle merci provenienti da Paesi stranieri in cui vige una politica di svalutazione competitiva della divisa nazionale. Una mossa puramente commerciale, che non coinvolge in nessun modo l’operato della banca centrale. E’ questa la nuova proposta dell’Amministrazione Trump che, dopo aver annunciato l’intenzione di etichettare la Cina come manipolatrice valutaria, potrebbe ora passare ai fatti.

Guerra commerciale o valutaria?

La proposta, pubblicata ieri nel Registro Federale, consentirebbe alle società con sede negli Stati Uniti di richiedere l’applicazione di dazi su quei prodotti provenienti da regioni (individuate dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti) ove si applicano svalutazioni competitive della moneta, volte a stimolare l’export e a migliorare i livelli di bilancia commerciale.

Svalutazione competitiva: cos’è


Con svalutazione competitiva si intende una strategia di politica monetaria tramite la quale una banca centrale genera il deprezzamento della propria divisa per stimolare l'economia del Paese. Per conseguire tale obiettivo, l’istituto centrale può tagliare il livello dei tassi di interesse o adottare misure espansive non convenzionali (immettere nuova moneta nel sistema). Principale rischio che si cela dietro tale tipologia di azioni è un’impennata brusca dell'inflazione.

L’azione sulla moneta

"Questa misura mette in guardia gli esportatori stranieri dal fatto che il Dipartimento del Commercio può controbilanciare gli interventi valutari che danneggiano le industrie statunitensi", ha riferito in una nota il ministro al commercio, Wilbur Ross. L’amministrazione Trump ha inoltre precisato che la mossa non coinvolge in alcun modo le strategie monetarie statunitensi (e dunque l’operato della banca centrale) e che non si tradurrà in oscillazioni valutarie.

L’apertura americana a nuove tariffe complica il rapporto tra le due maggiori economie al mondo, prime rivali nel campo tecnologico, settore fin dal principio alla base del contendere. 

Come la Cina manipola la sua moneta

A monte del tasso di cambio cinese con le principali valute mondiali, dollaro in primis, vi è l’azione della People Bank of China. Quando un’azienda cinese esporta merci all’estero, ricevendo in pagamento valuta straniera, essa deposita tale cifra presso la sua banca, che a sua volta chiede alla PBoC la conversione in yuan. La PBoC viene quindi in possesso di valuta estera che non viene immediatamente venduta sul mercato del Forex, ma investita per una parte in riserve, per l’altra parte acquistando attività estere, quali Treasury Usa (in dollari USD) e Bond europei (in euro). Agendo
sulle riserve, nonché sugli asset in portafoglio, la Cina riesce ad equilibrare i propri livelli di cambio liberando ed acquistando attività estere senza fare ricorso alla
stampa di nuova moneta o alla convertibilità della stessa.

Guerra commerciale o tecnologica?


Dopo la decisione del dipartimento del commercio che ha inserito Huawei nella blacklist delle società a rischio per la sicurezza nazionale (fattore che impedirebbe alle aziende statunitensi di fare affari col più grande produttore mondiale di apparecchiature per tlc), il colosso del Dragone ha più volte ribadito di non rispondere né al governo cinese, né ai servizi militari, né all’intelligence nazionale.

“Negli ultimi tempi alcuni politici statunitensi hanno fatto circolare voci d’accusa su Huawei, senza mai produrre però prove chiare" ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang. Secondo Lu, gli Stati Uniti starebbero volutamente suscitando sospetti tra gli operatori confondendo e pilotando l’opinione pubblica.

I politici statunitensi, ha quindi concluso Lu, continuano a "fabbricare bugie per cercare di ingannare il popolo americano, puntando ad incitare l'opposizione ideologica".

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha intanto profilato una risoluzione delle questioni con Huawei nel quadro di un accordo commerciale tra Washington e Pechino, additando però il gigante tech come "molto pericoloso".

Dal canto suo, la Cina ha ribadito che gli Stati Uniti dovrebbero smettere di usare la porpria leadership per sopprimere e ostacolare società che non siano le loro o che, come nel caso della tecnologia 5G, sono più avanti dei progressi statunitensi. 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - L'incultura degli statunitensi viene messo in rilievo dai detti cinesi

lo scontro

«Il cavaliere saggio» e altri detti: la lezione della Cina a Trump
 
«Invito agli americani ad apprendere i nostri modi dire». Con questo titolo l’agenzia Xinhua ha lanciato una serie di proverbi cinesi all’attenzione degli Stati Uniti

di Guido Santevecchi
23 maggio 2019



PECHINO «Invito agli americani ad apprendere i nostri modi dire». Con questo titolo l’agenzia Xinhua ha lanciato una serie di proverbi cinesi all’attenzione degli Stati Uniti. È una delle trovate della propaganda nella guerra commerciale e in questo campo la Cina ha molte munizioni, vista l’infinita produzione di consigli sapienti che in Occidente vanno sotto la categoria (spesso apocrifa) di «Come disse Confucio».

Primo estratto di saggezza rivolto a Donald Trump: «L’arroganza porta male», risalente alla Dinastia Song, un cui generale intorno all’anno Mille fu messo sotto accusa, processato e giustiziato per i suoi soprusi. Spiegazione della Xinhua: con i suoi dazi Donald Trump ha danneggiato tante persone, questa arroganza si ritorcerà contro di lui. Secondo proverbio: «Il cavaliere saggio ferma il suo cavallo sull’orlo del precipizio, non continua a rotta di collo su un percorso che porta all’abisso».

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«Chi si rimangia la parola data è inaffidabile» si legge in un altro brano accompagnato da una vignetta di Trump vestito da Zio Sam, piedi sulla scrivania dello Studio Ovale, mentre strappa e getta all’aria accordi pronti per la firma (riferimento al testo dell’intesa denunciato dalla Casa Bianca a inizio maggio). Ancora un adagio: «Senza sincerità non nasce fiducia, senza fiducia non si ottiene niente». È stato rispolverato anche il grande filosofo confuciano Mencio, che a quanto si tramanda disse: «Una causa ingiusta non trova sostegno». La causa ingiusta in questo caso sarebbe il protezionismo commerciale della Casa Bianca.

La Xinhua ha probabilmente deciso di ricorrere ai proverbi osservando la passione dei politici americani per i detti cinesi. Giorni fa il candidato presidenziale democratico Pete Buttigieg ha attaccato Trump sul famoso e famigerato muro anticlandestini: «Mi è venuto in mente il detto cinese secondo cui “Quando il vento cambia alcuni innalzano muri, altri costruiscono mulini”». I cinesi, colpiti, hanno fatto ricerche d’archivio ma non sono riusciti a trovare la fonte della massima.

Oltre le parole la musica: la guerra commerciale ha una colonna sonora. Un ufficiale in pensione ha scritto dei versi sulle note di una marcia patriottica risalente alla resistenza antigiapponese. Ecco il testo: «La sfida oltraggiosa dei dazi americani non ci spaventa... la Belt and Road vincerà». Il brano, con lo sfondo di un pugno chiuso, è stato lanciato sul social network WeChat ed è diventato virale.

A Pechino fanno notare che se Trump ha intitolato la sua autobiografia «The Art of the Deal», presentandosi come il re dei contratti d’affari, ogni bravo dirigente cinese ha studiato «L’Arte della guerra» del generale e filosofo Sun Tzu. «Noi cinesi sappiamo bene come fiaccare il nemico con una lunga lotta», ha scritto Hu Xijin, direttore del Global Times voce del Partito comunista dopo che Xi Jinping ha inneggiato alla Lunga Marcia (1934-1935).

Mette l’elmetto anche la tv statale, che nel fine settimana ha rispolverato una serie di film in bianco e nero sulla guerra di Corea. Titoli come «Figli e figlie eroici» e «Attacco a sorpresa». Squilli di tromba sui titoli di coda.

Questa volta si sparano dazi e embarghi tecnologici. 
 

Marco Tarchi - l'identità si ramifica nella storia di un popolo e ha bisogno di essere continuamente alimentata facendo vivere e adeguare le sue tradizioni

Europa ed Europee, oltre il sovranismo c’è di più- di Marco Tarchi
 
Redazione 24 maggio 2019

Le cifre dei sondaggi, proiettate anche oltre i dati elettorali, dimostrano che nelle popolazioni oggetto della pressione migratoria gli scettici e gli avversari di questo fenomeno sono tuttora maggioranza. C’è chi si limita a compiacersene e c’è chi si illude che questo stia a significare che la barriera non cederà mai e, prima o poi, l’ondata regredirà. È il caso di quasi tutti gli odierni movimenti populisti, che a causa di questa ingenua visione si limitano a capitalizzare sui timori e sulle ripulse della “gente comune”, trascurando la necessità di una articolata, adeguata e intelligente controffensiva culturale atta a far comprendere a chi si limita a reazioni epidermiche quale sia la vera posta in gioco in questo processo.

I leaders di queste formazioni politiche si compiacciono spesso di fare la faccia feroce, di passare per cattivi, ironizzando e minimizzando di fronte alle argomentazioni degli avversari. E magari strizzano l’occhio, o fanno finta di non vedere, quando qualche pattuglia di insensati estremisti dà sfogo ad atti di odio o intolleranza che non possono che suscitare effetti boomerang e reazioni di sconcerti ad osservatori non schierati. È un grave errore. All’inganno umanitarista non si risponde con battute ad effetto, ma con argomenti fondati ed efficaci. Agli stereotipi non vanno opposti stereotipi di segno opposto. Al ricatto della compassione non si risponde con il ricatto della paura. Oltre i no, va tracciato uno scenario positivo e plausibile.



Questo orizzonte è, come dicevamo, quello di un 
recupero delle ragioni profonde delle identità che caratterizzano le specificità di ciascun popolo, di un’alimentazione continua – e, quando è il caso, di una rivitalizzazione e di un adeguamento – delle tradizioni che quelle identità hanno forgiato. 
È l’ideale di un’Europa non affogata negli egoismi nazionali che tanti danni le hanno causato in passato ma proiettata verso una progressiva armonizzazione delle diversità che la compongono, in vista della formazione di uno di quei grandi spazi in cui Carl Schmitt sperava di veder evolvere la dinamica del mondo contemporaneo. 
All’utopia cosmopolita di un’umanità indifferenziata occorre saper contrapporre un credibile mito aggregativo 
che non faccia temere future catastrofi planetarie ma sperare un riequilibrio delle forze in campo, un ridimensionamento delle prepotenze, un recupero di quell’autonomia del Vecchio continente che è andata perduta nel succedersi delle tragedie del Novecento ma anche di quell’indipendenza reale che l’egoismo delle superpotenze ha negato, e di fatto continua a negare, ad altri blocchi continentali: all’Africa, all’America del Sud, all’Asia. È questo il “programma minimo” (malgrado la sua apparenza smisurata) a cui chi sa guardare al di là delle miserie dell’oggi deve puntare, con un’azione di produzione e divulgazione culturale – e metapolitica nel senso più coerente della parola – che è, purtroppo, ancora ai suoi primi passi.

Marco Tarchi, da www.barbadillo.it
 

Marco Tarchi - Il populismo è diverso dal sovranismo

Le nuove rotte del populismo: parla Marco Tarchi



Osservatorio Globalizzazione, Progetto Italia
Le nuove rotte del populismo: parla Marco Tarchi

23 Maggio 2019
By Andrea Muratore

Abbiamo avuto l’occasione di porre alcune domande sull’evoluzione dei fenomeni populisti in Italia e all’estero a Marco Tarchi (Roma, 11 ottobre 1952), politologo e docente all’Università di Firenze, tra i massimi esperti italiani in materia.


Osservatorio Globalizzazione: Professor Tarchi, nel suo fondamentale “Italia populista” lei ha tratteggiato nei dettagli le caratteristiche portanti del fenomeno “populismo” e la sua evoluzione nel nostro Paese. In che misura questi connotati si riscontrano nell’attuale esecutivo e, in generale, nelle forze in campo?

Marco Tarchi: Come in molti altri casi, l’accesso a responsabilità di governo sta comportando un certo grado di istituzionalizzazione sia nella Lega che nel Movimento Cinque Stelle. E questo significa che, nelle parole e nei fatti, il tasso di populismo cala. Io definisco il populismo non come un’ideologia (non lo è: non presenta caratteri di sistematicità né “libri sacri” che definiscano i comportamenti da tenere o interpretino il mondo in base a leggi e previsioni) o uno stile politico (non è soltanto questo), ma come una mentalità caratterizzata essenzialmente dall’attribuzione di qualità etiche naturali al popolo – che ne fanno l’unica fonte di legittimazione del potere – , dall’opposizione di tali qualità ai vizi delle oligarchie dominanti e dalla diffidenza verso ogni forma di mediazione e rappresentanza. Sono tratti che necessariamente si ridimensionano quando non ci si può più limitare a esprimere le rivendicazioni di “chi sta in basso”, dato che, trovandosi “in alto”, si devono fare i conti con i vincoli della gestione politico-amministrativa di uno Stato. Tuttavia, certi elementi della mentalità populista sussistono nel discorso che entrambi i contraenti del contratto di governo rivolgono al pubblico per mantenere il consenso, e la campagna per le elezioni europee ce lo sta ampiamente dimostrando.

Osservatorio Globalizzazione: Tra le forze di governo, il Movimento Cinque Stelle fu da lei definito “populismo allo stato puro”. In seguito all’ingresso nel governo, quali sono i principali cambiamenti avuti da questa formazione? Come ha impattato il passaggio da Beppe Grillo a Luigi Di Maio?
Marco Tarchi: Malgrado le frequenti citazioni, non ho mai scritto che il M5S rappresentava il populismo allo stato puro. Nel mio libro questa definizione è riferita al discorso politico tenuto, almeno fino al 2018, da Beppe Grillo, che in effetti si può considerare un esempio perfetto di esplicitazione della mentalità populista. Già quattro anni fa, malgrado la rivendicazione “orgogliosamente populista” fatta a un V-day da Gianroberto Casaleggio, il M5S mi sembrava discostarsi su vari punti (primo fra tutti, l’atteggiamento verso l’immigrazione di massa) dalle coordinate tracciate dal suo fondatore. Quelle distanze sono andate aumentando: si sono conservati i tratti del populismo protestatario ma, anche per la concorrenza leghista, si sono attenuati fin quasi a scomparire quelli del populismo identitario che in Grillo erano evidenti. E mi sembra che Di Maio accentui la ricerca di un’immagine di statista “responsabile” che rischia di piacere poco alla componente populista del suo elettorato.

Osservatorio Globalizzazione: E per quanto riguarda la Lega, ritiene possibile in futuro uno scollamento tra il partito delle origini e il progetto nazionale di Salvini?

Marco Tarchi: No. Tutti i tentativi compiuti negli anni – e ce ne sono stati molti – per far concorrenza alla Lega alzando le bandiere dell’indipendentismo veneto, lombardo o nordista, o giocando al rialzo sulla questione del federalismo sono finiti nel nulla. Ci può essere una frangia di elettorato che vorrebbe veder risorgere il sogno secessionista, ma è di proporzioni minuscole, soprattutto se paragonato all’entità dei nuovi sostenitori che la scelta strategica di Salvini ha fatto affluire.

Osservatorio Globalizzazione: Secondo lei è possibile indirizzare il populismo italiano contemporaneo sull’asse destra-sinistra in misura diversa rispetto all’ultimo quarto di secolo?

Marco Tarchi: Per sua natura, la mentalità populista è trasversale rispetto a questo asse e non si riconosce nello schema di competizione che ad esso si riferisce. Le formazioni politiche che se ne fanno veicolo, però, hanno bisogno di individuare uno spazio al cui interno raccogliere consenso, e una parte – in continuo calo – dell’elettorato continua ad attribuire peso ad etichette come sinistra e destra. Ciò spiega perché ci siano manifestazioni di populismo che mostrano più affinità con l’uno o con l’altro di questi campi. C’è chi crede che questo determinerà uno scontro fra un populismo di sinistra incentrato sul M5S e uno di destra incarnato nella Lega. Io sono scettico su questo scenario, perché molti elettori rimarrebbero delusi dal vedere i due partiti riallinearsi a criteri tipici della vecchia politica. Credo quindi che sarà difficile piegarli al rientro in una logica bipolare.

Osservatorio Globalizzazione: A livello globale, il “populismo” è in varie occasioni sdoganato come nuovo fenomeno contemporaneo, come frutto della fine delle ideologie o, in una certa narrativa, come minaccia alla democrazia. Ma a suo parere è corretto parlare di un’unica “ondata populista”? O, come dimostra la specificità del caso italiano, è possibile identificare altre “vie nazionali” per i vari populismi.

Marco Tarchi: Ogni movimento o partito populista guarda al proprio popolo, senza preoccuparsi troppo degli altri, il che porta ad escludere che possa un giorno crearsi una vera internazionale populista, quali che siano gli sforzi spesi in questo senso, da Bannon o da altri. Ovviamente, esistono oggi problemi di portata continentale o planetaria che nessun leader populista può ignorare o affrontare da solo, e per questo motivo potranno verificarsi convergenze di vari di questi soggetti in occasioni puntuali (è già stato così, ad esempio, quando si poneva la questione dell’adesione della Turchia all’Unione europea: nel parlamento di Strasburgo deputati sparsi in vari gruppi dettero vita ad iniziative comuni per scongiurare quell’esito) e, magari, esili strutture di coordinamento. Oltre non si andrà. Ma se si guarda ai fattori che alimentano l’attuale crescita del consenso elettorale verso le liste populiste, si può parlare di un’unica ondata, diversa e ulteriore rispetto alle precedenti che hanno in passato testimoniato l’esistenza del fenomeno. A patto però di distinguere fra partiti populisti e partiti sovranisti, perché le due visioni sono diverse e, anche se possono spingere a convergenze su taluni temi, portano a dividersi e persino ad opporsi su altri. Gli atteggiamenti su temi economici e sociali di formazioni dell’uno e dell’altro tipo si sono già dimostrati divergenti.

Osservatorio Globalizzazione: In fin dei conti, la tesi del populismo come virus della democrazia occidentale cede di fronte alle problematiche delle società contemporanee. Ma il populismo non può essere letto come invito al ritorno del primato della politica? Come può la politica odierna dare risposte concrete in una fase che vede poteri e sovranità sempre più polverizzate in diversi centri decisionali?

Marco Tarchi: Per rimanere al punto precedente, questo concerne più i sovranisti che i populisti. A questi ultimi interessa molto di più che la politica – di cui solitamente hanno un’immagine molto negativa: se lo ritenessero possibile, ne farebbero volentieri a meno, sostituendone le istituzioni con forme di autogoverno – risponda alle necessità, alle aspettative e agli umori del popolo. Quindi ai loro occhi una buona, efficiente e corretta amministrazione sarebbe sufficiente. Certo, non vorrebbero essere governati da poteri finanziari o altri blocchi di potere incontrollabili, ma non penso che chi esprime una vera mentalità populista guardi con favore ad un rafforzamento dei vertici politici: lo stesso forte attaccamento al leader che è tipico dei seguaci dei movimenti populisti è dovuto al fatto che in lui vedono non il capo onnipotente ma un loro ventriloquo, che tale deve rimanere. 
 

appartenere al Sistema massonico mafioso politico è bellissimo si guadagnano soldi a palate nella buona ma soprattutto nella cattiva sorte


Economia
Gli uomini d'oro di Banca d'Italia
Commissari, avvocati, potenti e rispettati con incarichi super retribuiti 
 
 
Foto: SEDE BANCA D'ITALIA

Francesco Bonazzi - 24 maggio 2019

E' bellissima, la Costituzione italiana. A un certo punto recita perfino: «La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Oddio, per chi è scaramantico, il fatto che l’articolo in questione sia il numero 47 (’O muorto, nella Smorfia napoletana) potrebbe suonare come un avvertimento. Però promettere «tutela» è sempre meglio che dire: «La Repubblica lascia a sé stesso il risparmiatore». Come invece è avvenuto in questi ultimi cinque anni (a parte il decreto di Pasqua per i truffati meno abbienti) per mezzo milione di famiglie coinvolte nei crac delle due Popolari venete, delle quattro Casse «risolte» a dicembre del 2015 (Popolare Etruria, Banca Etruria, CariFerrara e Carichieti), o per i risparmiatori che hanno perso tutto o quasi con Monte dei Paschi e Carige.

Dietro ogni crisi, però, si nascondono sempre grandi occasioni di guadagno e tra queste non si raccontano mai le imprese di un ristretto drappello di grandi professionisti delle magagne bancarie. Sono i commissari, avvocati e commercialisti di assoluta fiducia della Vigilanza e del governatore Ignazio Visco, temuti e rispettati nel mondo del credito, ascoltati con riverenza dai magistrati (spesso pm di piccole procure) e che poi, tra un commissariamento e l’altro, offrono consulenza alle varie banche in tema di fusioni e acquisizioni, o addirittura su come tenere i rapporti con le autorità di vigilanza.

«Il mondo è la mia ostrica, e io l’apro con la spada», fa dire Shakespeare a Pistol nelle Allegre comari di Windsor, tre secoli e mezzo prima della Costituzione della Repubblica italiana. E loro, gli uomini d’oro di Bankitalia, sanno come aprire l’ostrica delle banche finite in cattive acque con il calibrato uso di leggi, regolamenti, direttive e decreti.

Il caso di cui si parla di più in questa primavera è quello di Carige, dalla quale il fondo Usa Blackrock è scappato a gambe levate. A Natale scorso, Bankitalia e Bce trasformano in commissari i due manager che stavano combattendo con i grandi soci per l’aumento di capitale, ovvero Fabio Innocenzi e Pietro Modiano, e affianca loro Raffaele Lener. In più, istituisce un comitato di sorveglianza composto da Gianluca Brancadoro, Andrea Guaccero e Alessandro Zanotti. Due di questi, Lener e Brancadoro, hanno gestito i principali problemi bancari degli ultimi anni.

Lener, romano, 49 anni, insegna diritto privato a Roma-Tor Vergata e ha liquidato per conto di Bankitalia due banche arabe come l’iraniana Sepah e la Ubae Arab Bank. Prima, era stato commissario del Credito triestino. Nel suo curriculum esibisce anche queste competenze: «Assistenza a istituti di credito nel contenzioso, nonché nell’ambito di piani di ristrutturazione (di crediti bancari); consulenza generale a istituti di credito quotati; assistenza nella stesura di piani di recovery e resolution». E in queste settimane, Lener è il legale che sta assistendo Banca Igea, l’erede di Banca Nuova, nel salvataggio della Banca del Fucino.

Molto attivo anche l’avvocato Gianluca Brancadoro, napoletano, 62 anni, cattedra di diritto commerciale a Teramo. Nei primi anni Novanta è stato vicecommissario della Federconsorzi, poi è stato commissario della Popolare di Spoleto, della Banca di Pistoia e della Banca etrusca salernitana, ex consigliere dell’Isvap, promotore della sfortunata Banca del Mezzogiorno per conto del ministero dell’Economia, consigliere della Sga, la società che gestisce le garanzie del Tesoro alle banche in difficoltà. E ora è a Genova, dove forse alla fine dovrà intervenire lo Stato. Come a Siena.

Il decano riconosciuto di questa particolare congregazione laica è comunque Bruno Inzitari, settant’anni, cagliaritano di nascita, ma milanese di adozione, cattedra di diritto civile alla Bicocca. Per rimanere agli ultimi anni, è stato commissario di CariFerrara, di Banca Marche, della Delta di San Marino e della milanese Banca Mb. Nel suo studio, lavora Anna Maria Paradiso, avvocato che ha guidato il commissariamento di Banco emiliano romagnolo e si è occupata di San Marino e delle sue banche. Il professore sardo è stato anche scelto dal Tribunale civile di Vicenza come consulente tecnico per stabilire l’insolvenza della banca guidata per un ventennio da Gianni Zonin, accertata solo a gennaio di quest’anno. Alle competenze giuridiche indiscusse, Inzitari unisce anche un asset familiare non da poco, perché la moglie, Tiziana Togna, dal 2011 è capo della divisione della Consob che vigila su intermediari e promotori finanziari. Una vigila, l’altro risolve.

Un altro professionista abituato a risolvere qualunque pasticcio è Giambattista Duso, commercialista padovano, senior advisor della società di consulenza Grant Thornton. Ex manager di Antonveneta e Monte Paschi, tra il 2013 e il 2014 viene spedito nel cuneese a commissariare un piccolo istituto, Bene Banca, che è poi diventato l’emblema del doppio binario di Via Nazionale; debole con i forti e forte con i deboli. La banca era sana e fu commissariata per qualche decina di posizioni irregolari sull’antiriciclaggio. Nell’anno di commissariamento, Duso ha fatto a tempo a far investire il grosso della liquidità in azioni della Popolare di Vicenza, il tutto essendo anche a.d. di Marzotto sim, a sua volta partecipata dalla Vicenza. Del resto Duso aveva molte conoscenze, visto che nel 2010 era stato nominato amministratore delegato della Centrale finaziaria generale, con Giancarlo Elia Valori come presidente e Andrea Monorchio, ex ragioniere delle Stato e vicepresidente di Pop Vicenza, nel collegio sindacale. E da due anni, l’ex commissario Duso si occupa di crediti bancari deteriorati con una società privata, la Turnaround management.

Altro uomo di assoluta fiducia di Bankitalia è Nicola Stabile, ex ispettore della vigilanza, in passato di scena anche a Vicenza in una delle tante, inutili, ispezioni nel reame di Zonin. Nel 2013, Stabile viene mandato a commissariare la Spoleto, insieme a Brancadoro e a Giovanni Boccolini. In meno di un anno e mezzo fanno un po’ di pulizia e consegnano l’istituto umbro al Banco Desio, come da suggerimenti di Via Nazionale, ma tra mille polemiche per le cordate scartate.

Alla Cassa di risparmio di Chieti, nel 2015, sono invece stati mandati Francesco Bochicchi e Salvatore Immordino. I due professionisti, a fine 2017, risultavano indagati per bancarotta perché avrebbero svalutato e venduto crediti a prezzi esageratamente di saldo, poco prima della risoluzione. Ma dell’indagine si sono perse le tracce. Al contempo, nella sua attività pubblicistica, Bochicchio non manca mai di lodare Banca d’Italia («Gestione delle crisi impeccabile»), mentre nel sito del suo studio legale, tra i servizi offerti, giustamente campeggia «la gestione dei rapporti della banca con gli organi di vigilanza». Invece Immordino, che oltre che a Chieti è stato commissario della Bcc Padovana e della Bcc San Francesco, siciliana, ora è amministratore delegato di Rev, la società di Bankitalia che si occupa proprio di Npl.

Ha schivato un paio di indagini anche il ragionier Riccardo Sora, che ha fatto il commissario a Banca Etruria, alla Carim di Rimini, nella Tercas poi rifilata alla già debilitata Popolare di Bari e a Carichieti. Cresciuto in Ubi, 68 anni, Sora è uno degli uomini più discreti e fidati della Vigilanza di Bankitalia. Ben più noto Alessandro Leproux, avvocato ternano con studio a Roma, 64 anni, ex liquidatore di Veneto Banca, ex consigliere del Credito fiorentino di Denis Verdini, ex commissario della Banca di Romagna e membro dell’Arbitro bancario su designazione di Via Nazionale al fianco di Giuseppe Conte, poi diventato premier.

Oltre al prestigio innegabile di lavorare per Bankitalia, e ai clienti che si ottengono accorrendo laddove esplodono i bubboni bancari, i commissari vengono ovviamente retribuiti per il lavoro che svolgono. 
I compensi li fissa Bankitalia, ma li pagano le banche vigilate. 
A quanto ammontino è un segreto, ma scavando nei bilanci, talvolta capita di riuscire a scorporare dal generico «costo degli organi amministrativi» quello dei commissari. Per esempio, dai bilanci 2014-2015 di Bene Banca, si ricava che il commissario e i tre membri del comitato di sorveglianza hanno incassato poco meno di 600 mila euro per un anno di lavoro, ovvero il doppio di quando prendevano i nove membri di cda e collegio sindacale. Secondo la logica per cui se gli amministratori di prima hanno fatto pasticci e sono costati dieci, con le vacche magre arrivano i «buoni» e si prendono venti. Succede anche questo, quando si sanno aprire le ostriche. 
 

La guerra si avvicina velocemente - L'amministrazione Trump imita quella Bush inventa menzogne per fare guerra questo è quello che vogliono le Consorterie Guerrafondaie Statunitensi Ebraiche Wahabite, attuare la Strategia della Paura e del Caos


24/05/2019, 11.11

IRAN - USA - A. SAUDITA

Pacifisti Usa al Congresso: no alla guerra all’Iran. Ma Washington vende armi ai sauditi

Decine di associazioni e ong lanciano un appello ai parlamentari per fermare l’escalation della tensione. Il pericolo è che si ripeta quanto successo nel 2003, con la manipolazione di rapporti e documenti di intelligence per giustificare lo scontro. L’amministrazione Trump vuole aggirare il veto del Congresso e vendere armi per 7 miliardi a Riyadh e Abu Dhabi.

Washington (AsiaNews/Agenzie) - Decine di associazioni pacifiste e Ong pro diritti umani negli Stati Uniti hanno firmato una lettera aperta al Congresso, invitando i parlamentari a predisporre misure urgenti per scongiurare la guerra con l’Iran. Ciò avviene in un contesto di crescente tensione, con i “falchi” della Casa Bianca guidati dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton che spingono per l’operazione militare.

Il Congresso, scrivono i 62 firmatari dell’appello, non si può rendere complice di questa corsa al conflitto e “far ripetere sotto i suoi occhi, quanto già successo nel 2003 con l’invasione dell’Iraq”. Il riferimento, nemmeno troppo implicito, è alla campagna di propaganda messa in campo dall’allora amministrazione Bush per giustificare l’attacco contro Saddam Hussein, fra cui l’accusa - rivelatasi infondata - di possedere armi chimiche.

La Casa Bianca sotto la leadership di Trump, proseguono, ha sempre più “politicizzato” i rapporti dell’intelligence relativi al nucleare iraniano e “hanno mosso false accuse di legami” fra Iran e al-Qaeda. “Mentre i tamburi di guerra si fanno sempre più numerosi - concludono gli attivisti - il Congresso deve rispondere ai dettami costituzionali […] e impedire all’amministrazione di lanciare una guerra non autorizzata”.

Fra i firmatari vi sono: Veterans Against the War; Americans for Peace Now; Bulletin of the Atomic Scientists; Center for International Policy; Council on American-Islamic Relations; Federation of American Scientists; Maryknoll Office for Global Concerns; Jewish Voice for Peace; Presbyterian Church Usa e United for Peace and Justice.

L’escalation della tensione fra Repubblica islamica e americani è uno dei grandi temi di queste settimane, oltre che elemento di grande timore fra le diplomazie internazionali. All’origine dello scontro, la decisione del presidente Usa Donald Trump nel maggio dello scorso anno di ritirarsi dall’accordo nucleare (Jcpoa) raggiunto a fatica dal predecessore Barack Obama, introducendo le più dure sanzioni della storia contro Teheran.

Intanto il fronte di scontro fra Casa Bianca e Congresso si arricchisce di un nuovo capitolo: fonti parlamentari Usa riferiscono che il Dipartimento di Stato non ha rispettato la scadenza [ieri il termine previsto] che imponeva di fornire spiegazioni in merito a una “politicizzazione” del rapporto annuale sulle armi, per mettere in cattiva luce l’Iran e favorire la guerra.

Secondo i critici, il documento dell’amministrazione Usa - dietro il quale vi sarebbero Bolton e il segretario di Stato Mike Pompeo - avrebbe “distorto” le informazioni sulla Repubblica islamica “per giustificare l’azione militare”. Fonti diplomatiche e parlamentari aggiungono che il rapporto ha dipinto l’Iran “nel modo più oscuro possibile” e manipolato l’intelligence, per giustificare la guerra “come l’amministrazione George W. Bush” nel 2003.

Infine, in tema di armi l’amministrazione Trump sta cercando di aggirare il Congresso per finalizzare un contratto di vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (Eau) per un valore complessivo di 7 miliardi di dollari. Pompeo e funzionari del Dipartimento di Stato stanno spingendo l’acceleratore per ottenere una “disposizione di emergenza” che, di fatto, consentirebbe di superare il veto parlamentare alla vendita. Repubblicani e democratici hanno più volte nel recente passato espresso parere contrario, perché le armi vengono poi usate nel conflitto in Yemen e finiscono per colpire in larga maggioranza la popolazione civile. Ed è possibile che vengano usate in futuro contro l'Iran.
 

venerdì 24 maggio 2019

L'Euro è un Progetto Criminale e l'Unione Europea e lo strumento per applicarlo, ideato, non a caso dagli Stati Uniti



Francesco Amodeo: l’Unione Europea fu progettata in America

Maggio 23, 2019  
di Lorenzo Franzoni

Alla puntata di “Testa o croce” del 6 maggio 2019, condotta per Money.it da Fabio Frabetti, è stato intervistato il noto giornalista e blogger Francesco Amodeo. Come cittadino consapevole, ha portato avanti per lungo tempo un’inchiesta sulle origini dell’integrazione continentale, dando vita ad uno scomodissimo libro dal nome “La Matrix Europea”, basato su documenti ufficiali e per ciò stesso estremamente scomodo, in quanto non confutabile: non a caso, è stato censurato per anni (è stato edito nel 2014), e riscoperto soltanto recentemente (nel 2018) grazie al web. Di questa stessa indagine, ha parlato in questo incontro.

1) Cominciamo subito col definire che cosa sia la Matrix Europea: perché hai utilizzato proprio questi termini? Che valore e significato dai loro? E, soprattutto, perché vi siamo dentro?

“La Matrix Europea” è un libro-inchiesta che ho pubblicato nel 2014, balzato agli onori della cronaca soltanto con quasi cinque anni di ritardo. In esso, io offro una duplice prospettiva, simboleggiata dalla pillola rossa e dalla pillola blu: ovverosia, due maniere di vedere l’avvenuto svuotamento delle sovranità nazionali con l’entrata nell’Unione Europea e soprattutto nell’euro.

Do una doppia chiave di lettura: quella raccontata dal mainstream, edulcorata e mistificante; quella più attinente alla realtà dei fatti, corroborata e sostenuta da dati e documenti. Al termine di questa cronologia della dittatura, ordita ed attuata da quello che io chiamo il cartello finanziario, il lettore avrà deglutito la pillola per uscire dalla Matrix ed avrà una visione quantomeno diversa rispetto a quella martellante che probabilmente gli avranno fatto entrare in testa nel corso degli anni.

2) Quali sono le tappe di questa dittatura finanziaria? Quando parte questo progetto, messo in piedi con anni di anticipo?

Per quanto concerne l’Italia, la questione della creazione a tappe progressive di 
questo progetto risale all’anno 1981, 
con la famosa (e famigerata) separazione del Ministero del Tesoro dalla Banca d’Italia, attraverso uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi. De facto, dal mio punto di vista, la prima perdita di sovranità monetaria avvenne in quel frangente, in quanto la Banca Centrale perse il ruolo di prestatrice illimitata di ultima istanza per i titoli di Stato invenduti: l’Italia, così facendo, si costrinse ad andare sui mercati finanziari, non potendo peraltro più controllare i tassi di interesse (consegnandosi ad essi, nella sostanza).
Da qui il debito pubblico schizzato dal 1980 al 1990, da 20 mila miliardi di lire a 127 mila milardi di lire.



L’altra data importante è il 1992, anno dell’inizio della svendita del patrimonio pubblico italiano
(aziende di Stato, banche pubbliche), decisa senza appello con la crociera sul Britannia, la nave dei reali inglesi che attraccò al porto di Civitavecchia: a bordo, vi era il gotha della finanza mondiale.

Erano saliti anche dei personaggi italiani di spicco, con ruoli anche di spessore. Draghi, Andreatta, Tremonti, ministri del governo e leader delle grandi aziende pubbliche. Poco dopo, vi fu un attacco speculativo massiccio nei confronti della lira (assieme alla sterlina inglese), condotto dall’hedge fund di George Soros – mai pentitosi -, che vendette valuta italiana allo scoperto, costringendola ad una svalutazione del 30%. La Banca d’Italia fu costretta a sborsare oltre 40 miliardi di dollari. Così, iniziarono ad acquistare tutti i nostri beni a prezzo di saldo.

Sempre nel 1992 vi fu il trattato di Maastricht,
il vero grande inganno europeo, 
fortificatosi con il trattato di Lisbona, incostituzionali cessioni illegittime di potere d’imperio del popolo italiano sul suo territorio, col quale abbiamo ceduto le residue sovranità che, pur se molto flebilmente, ci erano rimaste. La Costituzione è stata fattualmente sottomessa e subordinata ai diktat continentali.

L’ultima data è
il 2011, quando si attuò il golpe finanziario ai danni dell’Italia, 
che cooptò alla Presidenza del Consiglio Mario Monti, un governo tecnico perfetta espressione delle lobby della finanza speculativa internazionale. Egli non era semplicemente il rettore della Bocconi di Milano – l’unico aspetto che i media mainstream hanno dipinto sui teleschermi. Ma era anche, soprattutto, presidente europeo della Commissione Trilaterale (fondata da Rockefeller), membro del Direttivo del Gruppo Bilderberg, presidente della lobby belga Bruegel, membro per la Commissione per il Rilancio della Francia (il maggiore competitor dell’Italia, per inciso), ex dipendente di Goldman Sachs (la stessa banca d’affari che, in quei mesi, ha indotto la crisi sui mercati, facendo balzare in alto lo spread italiano).

In seguito, sono state compiute scelte politiche da parte di governi conniventi, che hanno attaccato i diritti dei lavoratori con il rispetto ossequioso e finanche religioso dei vincoli capestro europei. L’alta tassazione ha fatto chiudere, vendere od esternalizzare aziende. Molti imprenditori sono stati costretti a “suicidi di Stato” (definizione di Valerio Malvezzi). È aumentata la povertà, e il lavoro è stato flessibilizzato ed espropriato di garanzie, mentre è aumentata l’emigrazione dal Bel Paese.



Inoltre, sono state apposte una serie di firme a provvedimenti a tutto vantaggio del sistema bancario e del suo attualmente perverso modello di funzionamento. L’Italia ha aderito al MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, un fondo salva-banche. Sono stati restituiti con anticipo (da Monti) 4 miliardi di euro per derivati tossici alla banca d’affari americana Morgan Stanley, grazie alla clausola di uscita anticipata; ci sono stati i cosiddetti “Monti-bond” al Monte dei Paschi di Siena. È stato firmato il Fiscal Compact ed introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione (articolo 81).

Insomma,
una serie di azioni mirate alla distruzione dei popoli e della democrazia. 
Del resto, Monti proveniva dallo stesso cartello finanziario di cui facevano (e fanno) parte anche Mario Draghi (BCE) e Lucas Papademos (ex Primo Ministro greco dal 2011 al 2012), tutti coinvolti in quella famosa settimana del novembre del 2011.

3) Quindi, secondo te, fu un colpo di Stato la caduta del governo Berlusconi?

Un colpo di Stato finanziario, orchestrato e portato avanti nei minimi dettagli. Peraltro, io nel giugno del 2011 mi trovavo a Saint Moritz, davanti all’hotel che stava ospitando la riunione annuale del Bilderberg (con uomini della grande finanza, dei fondi speculativi, delle Banche Centrali, politici consumati, rampolli reali, ecc…). Si erano riuniti non in segretezza, ma legati da un accordo di non-divulgazione e nella censura dei grandi media.

Membri del direttivo erano niente di meno che… Jean-Claude Trichet, all’epoca a capo della Banca Centrale Europea, Peter Sutherland, a capo della Goldman Sachs, Josef Ackermann, della Deutsche Bank, Mario Monti, che nell’ottobre di quell’anno divenne pure presidente europeo della Commissione Trilaterale.

Dopo quella riunione, i grandi giornali economici italiani si chiedevano: «Come mai la Deutsche Bank ci sbatte all’inferno, vendendo massicciamente i nostri titoli di Stato (l’88% di quelli nel loro portafoglio)?»; «Come mai la Goldman Sachs ha innestato la vendita dei BTP?».



Un ruolo di spessore, nell’
indotta crisi del governo italiano, fu ricoperto dalla BCE, che con una lettera di Trichet e Draghi fondamentalmente chiedeva di appoggiare il governo tecnico che sarebbe venuto in essere, 
con la minaccia di mandare in rovina l’Italia, impostando le cose da fare.

Esattamente quelle “riforme strutturali” che così diligentemente Monti applicò. Misure assurde, illogiche, di cui giovarono soltanto i grandi magnati della finanza speculativa. Insomma, furono la BCE, la Goldman Sachs e la Deutsche Bank ad indurre la crisi sui mercati dei BTP italiani, causando a loro volta la crisi dello spread e coltivando così, con fretta e ferocia, l’humus fertile per un cambio di governo a Palazzo Chigi, rovesciando una maggioranza democraticamente eletta.

4) Alcuni nostri ospiti pro-euro – fra cui Michele Boldrin, ma non è stato l’unico – hanno usato la terminologia “infantilismo italiano” per definire l’atto di attribuire a cause esterne la scaturigine dei mali italiani, i quali invece sarebbero da tempo datati ed interni al tessuto del Paese. Che cosa ne pensi di questa prospettiva?

Nella migliore delle ipotesi, queste cose si ignorano. Nella peggiore, peraltro la più comune, si è in malafede. I problemi di questo Paese li avevamo anche quando eravamo la quarta potenza mondiale, anzi all’epoca erano forse ancora più accentuati. Eppure, ciò non impedì al Corriere della Sera di riportare in prima pagina nel maggio del 1991 la realtà dei fatti, ovverosia che ci collocavamo, come Italia, tra i migliori al mondo a livello industriale (in compagnia di Stati Uniti, Unione Sovietica, Giappone e Germania).



Soltanto 20 anni dopo, il famoso titolo del Sole24Ore “Fate presto” ribaltava completamente queste fattezze, annoverandoci nei PIIGS, i maiali d’Europa (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna). Cosa possa aver portato ad una metamorfosi tanto clamorosa, non può di certo ricondursi a mere cause interne.
Sono stati bruciati miliardi (aziende pubbliche, banche pubbliche e così via) sull’altare della finanza speculativa grazie a svendite, privatizzazioni ed altre simili operazioni. Un sacrificio ai mercati, obbligato da un cappio al collo che venne in essere da Maastricht in poi.

Dal mio punto di vista, per spostare il focus del discorso sul fulcro del problema, il dibattito di uscita o meno dall’euro non può addurre soltanto delle cause di tipo economico: così facendo, è sterile. Nel mio libro “La Matrix Europea” dedico un capitolo a questa questione, parlando accoratamente agli economisti anti-euro. Perché continuate ad indicare l’arma del delitto, ma non l’assassino che l’ha impugnata e che tuttora la impugna, e con esso i suoi mandanti?

Non sono stati errori di percorso cui si possa porre rimedio. 
Non sono proprio stati errori: esistono dei documenti ufficiali che dimostrano in maniera incontrovertibile che questa era l’esatta evoluzione desiderata per il processo di integrazione europea. Non esiste alcun sogno europeo:
questa Europa è nata per essere l’incubo dei lavoratori, dei popoli e delle democrazie,
ed il sogno delle oligarchie finanziarie che per decenni hanno spinto per realizzare questa unione nel Vecchio Continente.

Detto così, potrebbe parere una teoria del complotto, ma quello che io dico spesso è che «Un complottista è colui che racconta cose incredibili che non possono essere dimostrate, mentre io ho dimostrato cose incredibili che non potevano essere raccontate».

Voglio adoperare una metafora semplice, affinché tutti i fruitori possano comprendere di che cosa sto parlando. Se un amico fidato mi dà una caramella, io la accetto, proprio perché di lui mi fido. Tuttavia, poco dopo avverto forti dolori addominali, che non collegherò quindi mai a chi mi ha dato la caramella. Proverò ad aspettare, a curarmi, perdendo però del tempo prezioso, poiché di certo non potrò pensare alla malafede dell’amico.

Questo è esattamente ciò che abbiamo patito con l’euro. I sintomi dell’avvelenamento li abbiamo percepiti sin da subito, ma abbiamo creduto nella buona fede del sogno che ci era stato propinato («Lavoreremo un giorno in meno, guadagnando come se lavorassimo un giorno in più», Prodi dixit).

Invece, se io ricevo una caramella da un estraneo, e poco dopo patisco dolori, è naturale che io mi informi, chieda chi costui fosse, e mi vengono a dire che potrebbe essere un serial killer che avvelena le persone, ma del cui crimine non sono mai state trovate delle prove. Andrei subito a fare una lavanda gastrica, senza aspettare l’evolvere dei dolori e del circolo velenifero nel mio corpo.

Ecco, chi ci ha portato nell’euro erano dei serial killer delle democrazie. 
Si può rintracciare tutto ciò in un articolo del Telegraph, del 2000 e con la prestigiosa firma di Ambrose Evans-Pritchard. In esso, si evidenziavano i contenuti di importanti documenti americani, desecretati proprio allo scoccare del Nuovo Millennio e portati alla luce negli Stati Uniti dal ricercatore Joshua Paul. Mai ripresi in Italia.

Da essi si evince che
il progetto di unione monetaria europea era nato dalla collaborazione fra oligarchie finanziare e servizi segreti d’oltreoceano. 
Volevano finanziare i federalisti europei per ottenere un super-Stato eterodiretto, svincolato da ogni controllo democratico, con una moneta unica slegata dalle politiche dei governi.

Per farlo, si sono dotati di un Comitato, più precisamente l’American Committee on United Europe (ACUE), i cui presidenti coincisero esattamente con quelli della CIA. Il primo fu William Donovan, ex capo degli Uffici Strategici della Seconda Guerra Mondiale, ed il suo vice fu Allen Dulles, direttore della CIA. Assieme a loro, Walter Smith, sempre uomo di primo piano della CIA, e Paul Hoffman, colui che presiedette al Piano Marshall per la ricostruzione degli Stati europei distrutti dalla guerra (oltre che Presidente della Ford Foundation). Principali finanziatori: la dinastia Rockefeller.

5) Secondo te, questo processo è arrivato a compimento, o ci sono altre tappe?

Questo processo è giunto pienamente a compimento. Negli anni Cinquanta crearono l’ACUE, legato a doppia mandata alla CIA, i cui lauti finanziamenti erano destinati per il 60% al Movimento Europeo, primo propugnatore dell’integrazione continentale. Tutti i cosiddetti Padri Fondatori dell’Europa unita (Schumann, Monet, Giscard, De Gasperi, Spinelli, ecc…) ne hanno fatto parte, ed anzi ne sono stati pure presidenti.

Ora, secondo voi, essendo che l’ACUE era finanziato dai Rockefeller e dai Ford, come poteva essere anche soltanto immaginabile che le grandi oligarchie finanziarie americane scegliessero di sovvenzionare e sponsorizzare il progetto di un’Unione Europea per il bene dei popoli e delle rispettive democrazie? Senza ombra di dubbio, avrebbero prediletto un organismo da loro stessi eterodiretto: e così è stato.



Questi documenti, enuncianti i succitati piani, vennero alla luce ancora nel 2000 grazie al Telegraph, che peraltro riprese tale questione pure in un suo pezzo del 2016, sempre a firma di Evans-Pritchard. In questo articolo si enunciava come una delle cause scatenanti della Brexit fosse stata proprio il fatto che si fosse scoperto che
l’Unione Europea era nata come progetto delle oligarchie americane.

Queste stesse oligarchie avevano avuto interesse a creare un’Europa unita, scopo in direzione del quale essere dettero vita all’ACUE, progettarono la moneta unica, finanziarono il Movimento Europeo… Ma come avevano potuto farlo? Cioè, come le grandi oligarchie europee ed americane, i grandi banchieri, i capi di Stato, i leader delle multinazionali avevano potuto parlare fittamente, ed in segretezza totale, per realizzare un progetto così gargantuesco, nella sua mole di lavoro? Quale era il trait d’union? Da qui, è nata la mia ricerca come cittadino consapevole, sfociata poi nel libro “La Matrix Europea”.

6) Ti volevo poi chiedere, in merito: l’impoverimento dell’Italia è stato un effetto collaterale di questo progetto di matrice americana, oppure direttamente una delle sue finalità?

Nella maniera più assoluta, una delle sue finalità. 
Creare un super-Stato europeo, scevro di principi democratici, era un’operazione finalizzata a mettere a tacere i popoli e le loro istanze, oltre che i loro diritti. Basti pensare che nel 1954 il Club Bilderberg, associazione di categoria dell’alta finanza, nacque su iniziativa del presidente della Rockefeller Foundation e… del Presidente del Movimento Europeo, Jozef Retinger. Ecco il trait d’union di cui dicevo prima: il luogo ufficiale, ma con segretezza, dove avrebbero potuto riunirsi per ingabbiare le democrazie e togliere sovranità ai popoli.

Il quadro è perciò abbastanza chiaro: il Comitato americano finanzia il Movimento Europeo, che dà vita al progetto di integrazione continentale, mentre le oligarchie si riuniscono pacificamente in luoghi di potere quali il Bilderberg e la Commissione Trilaterale. Non a caso, a capo del Progetto europeo per l’unione monetaria fu messo un uomo del Bilderberg, Etienne Davignon, e così tanti altri.
Il progetto per silenziare le istanze democratiche e portare avanti gli interessi dell’alta finanza era stato studiato nei minimi dettagli: e come tale messo in atto.

Gli interessi da perpetuare erano quelli del grande capitale.
Ciò significava abbassare i salari, espropriare i lavoratori dei loro diritti, creare sempre più irreversibilmente un’interdipendenza fra gli Stati a livello economico, basare ogni strategia sul profitto e non sul benessere delle persone. 
Laddove – “The crisis of democracy” dixit – «la democrazia non è sempre applicabile».

Le istituzioni europee dovevano per ciò stesso essere innocue nei loro confronti, anzi meglio se colluse con i loro interessi. Non a caso, il Parlamento europeo è elettivo ma non ha potere legislativo. La BCE è indipendente e non garantisce i debiti sovrani, come qualunque Banca Centrale dovrebbe fare. Si tratta, insomma, di un involucro democratico vacuo, senza significato.

7) L’attuale governo “giallo-verde” viene definito sovranista. Secondo te, ci sarà un effettivo cambiamento, oppure questo involucro vuoto canalizzerà il dissenso verso acque più tranquille e meno pericolose (per le oligarchie)?

Se il governo penta-leghista sta fingendo di voler rimanere in questa gabbia, in attesa di poter cambiare la composizione del Parlamento e della Commissione europei, allora potrebbe trattarsi di una strategia, alla quale vale la pena concedere il dovuto tempo. Se invece nulla cambierà – come io credo, e come è quasi logico che sia -, a quel punto o si decide di abbandonare tutto – come sostenuto da Claudio Borghi – per intraprendere la via di salvezza e del ritorno alla sovranità nazionale, oppure anche loro saranno stati parte inconsapevole di questo progetto.

8) Un progetto così predominante, una spada di Damocle di tal fatta sulle nostre teste, permetterebbe tuttavia l’uscita dall’Unione Europea ed il ritorno effettivo alla sovranità?

In questo periodo, assolutamente sì. Basti pensare che gli stessi americani ora sono stanchi di questo progetto, nato negli anni Cinquanta in funzione anti-sovietica ed oggi preso in carico dal duo franco-tedesco, scomodo specialmente per l’esagerato surplus commerciale della Germania, favorita da un euro nettamente più debole rispetto al marco. Un’Italia che torni ad essere forte sarebbe molto utile, in funzione di rompere il giocattolo sleale di Berlino.

9) Per concludere: gli articoli del Telegraph, che tu hai citato, dimostrano che all’estero si disquisisce di tutto ciò. Mentre, in Italia, non esiste un organo di stampa di pari livello che ne parli.

Questi documenti, portati alla luce in Gran Bretagna, sono ufficiali, ed è paradossale che in Italia non se ne sia parlato. Si può dare loro il beneficio del dubbio, ma quantomeno tali fatti avrebbero dovuto essere portati all’attenzione dell’opinione pubblica italiana.



Vorrei aggiungere a riguardo un’ultima cosa. Nel suo “Diario europeo”, Altiero Spinelli non racconta del sogno europeo avuto a Ventotene, bensì dei suoi viaggi a Washington e New York, nei quali incontrò il Presidente della CIA ed il responsabile dell’ACUE, «entusiasti [del suo] piano».

Scrisse: «Donovan si è impegnato formalmente a cercare fondi. […] Ha approvato la mia decisione che sia io a dirigere l’operazione. […] Praticamente ho ottenuto la garanzia dell’appoggio della Ford Foundation, della Rockefeller Foundation, dell’American Committee on United Europe. Ora Monet non ha scelta: deve stare con me, o sparirà».

Altro che sogno europeo nella graziosa isola di Ventotene in esilio. L’Unione Europea è stata decisa oltreoceano, parlando con i servizi segreti americani, cercando fondi dalle grandi oligarchie e dai grandi gruppi finanziari ed industriali. Per questo dobbiamo uscire da questo incubo europeo.

https://oltrelalinea.news/2019/05/23/unione-europea-creazione-degli-stati-uniti/