L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 giugno 2019

Avanti tutta i minibot stanno nell'agenda di governo

MiniBoT, il cavallo di Troia della Lega per riprendersi la moneta

L’emissione di titoli di Stato di piccolo taglio potrebbe servire a scavalcare la Bce, monetizzare il debito pubblico e preparare l’uscita dall’euro

Di Nicola Borzi

Martedì 28 maggio la Camera ha approvato all’unanimità una mozione che impegna il governo ad accelerare il “pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni”, anche attraverso “titoli di Stato di piccolo taglio”. I deputati del Pd e di +Europa si sono poi dissociati, parlando di un testo della mozione che sarebbe stato modificato prima del voto ma dopo che era stato presentato alle opposizioni.

Questione #miniBOT – mi spiace e mi scuso per il voto alla mozione. Mi è sfuggito il punto inserito nel passaggio tra la prima versione e quella finale (poi votata all’unanimità) e fatta circolare solo poco prima del voto.
Nel merito sono chiaramente contrario.

La mossa promuove l’attuazione di una parte del programma elettorale della Lega di Salvini, quello che prevede la creazione dei cosiddetti miniBoT. Ma, secondo alcuni, il fine ultimo potrebbe essere quello di riappropriarsi della sovranità monetaria, cioè di togliere alla Bce l’esclusiva della stampa di moneta, con obiettivo finale porre le premesse per un’eventuale uscita dell’Italia dall’Euro.
Cosa dice il programma leghista

Ecco la definizione e l’impiego dei miniBoT, come presentati nel programma elettorale della Lega per Salvini premier a pagina 71:

«Si tratta di Titoli di Stato di piccolo taglio che, se emessi in sufficiente quantità potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote. Il vantaggio dei miniBoT è che la loro creazione e diffusione sarebbe totalmente controllata dallo Stato senza dover quindi rischiare di essere bloccata dall’esterno. Avrebbero inoltre un’importante funzione di rilancio dell’economia».

Secondo il programma della Lega, «Non si tratta di una moneta parallela perché i trattati europei impediscono la stampa di banconote diverse da quelle in Euro e avere due monete diverse con differenti tassi di cambio in circolazione contemporanea sarebbe disastroso, perché i redditi rischierebbero di essere nella moneta di minor valore mentre i debiti resterebbero in Euro».

Il programma prosegue: «L’aspetto del miniBoT sarà in tutto e per tutto simile ad una banconota ma in realtà rappresenta un pezzettino di debito pubblico ed è quindi un credito per il cittadino che lo possiederà. I miniBoT verrebbero assegnati senza formalità e volontariamente a tutti i creditori dello Stato in qualsiasi forma. I debiti dello Stato verso le imprese, i crediti d’imposta pluriennali dei cittadini (ad es. chi ha un credito di imposta decennale per ristrutturazione edilizia verrà saldato subito) i risarcimenti per i risparmiatori azzerati dai decreti sulle banche, i crediti Iva delle piccole e medie imprese e dei professionisti».

Un piano da 70-100 miliardi di miniBoT

Quanto alla loro emissione, «si conta di mettere in circolazione circa 70/100 miliardi di miniBoT, pareggiando in pratica l’attuale stock di denaro cartaceo in euro. Il massimo quantitativo di miniBoT che possono essere assegnati subito (se lo desidererà) ad un creditore dello Stato è 25mila euro, le cifre eccedenti tale valore verranno saldate con il vecchio sistema con tempi che cercheremo di rendere più brevi ma difficilmente saranno immediati come invece accadrà a chi sceglierà di venir saldato in miniBoT».


"I #minibot sono un espediente per uscire dall'euro in modo ordinato e tutelato. Se uno si deve preparare all'uscita, deve prepararsi dentro le regole", diceva #Borghi poco tempo fa.
Questi #NoEuro sono pericolosi.
Pericolosissimi

Chi garantisce i miniBoT? «La garanzia del valore del miniBoT è lo Stato stesso. Lo Stato accetta i miniBoT come pagamento delle imposte, quindi dal momento che il prelievo fiscale ogni anno è di 450 miliardi e il totale dei miniBoT emessi è, come abbiamo detto 70 miliardi circa, la “domanda” sarà sufficiente ad assorbire tutta l’offerta anche nel caso in cui tutti decidano di restituire i miniBoT con lo strumento fiscale».

Ma come potrebbero essere usati? «Con i MiniBoT si potrà pagare la normale tassa sulle persone fisiche ma anche IMU, TARI, bollo auto ecc. ecc.

I miniBoT sono titoli di Stato senza scadenza e senza tasso d’interesse.

Del resto anche le normali banconote non hanno né scadenza né tasso d’interesse. La “scadenza” implicita del miniBoT è data dalla sua spendibilità, vale a dire che la vita utile del titolo per il detentore termina quando vuole lui, nel momento in cui lo spende o lo utilizza per il pagamento delle tasse. Vale la pena ricordare che anche i normali titoli di Stato, anche se di scadenza trentennale, possono essere monetizzati in qualsiasi momento vendendoli sul mercato: nel caso dei miniBoT non è necessario un mercato secondario perché, invece di venderli per monetizzarli, basta spenderli. I miniBoT depositati sul proprio conto titoli potranno essere prelevati da subito senza spese in qualsiasi luogo d’Italia dai Postamat delle Poste».

La dimensione possibile delle emissioni di miniBoT

Quanti potrebbero essere i miniBoT emessi dal Tesoro? Il debito della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese creditrici è di circa 57 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati disponibili. Ma se il fenomeno dell’emissione dei miniBoT fosse esteso, potrebbe riguardare ad esempio il pagamento delle pensioni pubbliche(anch’esse in sostanza un “debito” dello Stato nei confronti dei pensionati), che ogni anno valgono circa 200 miliardi di euro. Oppure degli stipendi dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, pari secondo gli ultimi dati della Ragioneria dello Stato riferiti al 2017 a 164,23 miliardi di euro.

Il direttore dell'Osservatorio conti pubblici della Cattolica: queste iniziative aumentano lo scetticismo degli investitori ma dubito usciremo dall'Eurozona
Un ritorno al passato

L’emissione di miniBoT non sarebbe una novità nella storia monetaria d’Italia. Come ricorda un articolo di Repubblica del 7 marzo 1996 «Ci sono stati quelli per le Usl, per gli enti lirici e per i porti; ne hanno beneficiato anche Iri, Eni ed Efim; in due occasioni, poi, sono stati coinvolti milioni di cittadini italiani (quando venne congelata la contingenza) e migliaia di società (per la restituzione dei crediti d’imposta).

Sono 11 i precedenti dei pagamenti in titoli di Stato. Negli ultimi 20 anni, il Tesoro ha emesso appositi titoli di Stato a rendimento fisso (Btp), agganciati all’ inflazione (Ctr) o a tasso variabile (Cct) per fronteggiare esigenze più disparate: dal consolidamento dei debiti delle unità sanitarie locali, degli enti mutualistici, dei porti, degli enti lirici e delle associazioni concertistiche e dell’Acquedotto Pugliese, alla ricapitalizzazione delle società a partecipazione statale fino all’ estinzione dei crediti d’imposta dovuti dal fisco alle società (oltre 10 mila miliardi di lire). Il caso, però, che tutti gli italiani dai 40 anni in su ricorderanno è quello del congelamento della contingenza che, alla fine degli Anni 70, venne pagata in Btp (titoli per di più non negoziabili prima di una determinata scadenza, a differenza di quelli che saranno emessi per i pagamenti pensionistici, che saranno invece negoziabili)».

Cos’è la monetizzazione del debito

La possibile emissione di miniBoT è dunque, in sostanza, uno strumento che si avvicina a quelli già utilizzati più volte dall’Italia nel passato per monetizzare il debito pubblico. Un discorso introdotto nei giorni scorsi con altre parole dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria: «Credo sia venuto il momento di discutere il tabù della monetizzazione del debito». Tria lo ha affermato il 20 maggio intervenendo in occasione del Global Sustainability Forum 2019 organizzato dalla Luiss Business School.

Cosa può significare questo? Secondo alcuni osservatori, si tratta di un modo per mettere in discussione il divorzio tra la Banca d’Italia e il ministero del Tesoro realizzato dal ministro del Tesoro della Dc Nino Andreatta nel 1981. Prima di quella operazione, la Banca d’Italia doveva sottoscrivere tutti i titoli del debito pubblico emessi dal Tesoro che, potendo contare su un compratore obbligato, poteva gestire i tassi d’interesse sul debito tenendoli artificialmente bassi, cosa che non avrebbe potuto fare se avesse dovuto convincere gli acquirenti di mercato a sottoscriverli.

In questo modo i tassi d’interesse dei titoli del debito pubblico italiani erano alti ma inferiori al tasso dell’inflazione, dunque negativi in termini reali. Il che consentiva allo Stato di finanziare il debito pubblico a costi reali negativi e di guadagnare nell’operazione incassando il diritto di signoraggio con l’emissione di moneta attraverso la Banca d’Italia.

Il piano Lega-M5S coincide con il sogno degli antieuropeisti del Nord Europa: far detenere a banche e risparmiatori italiani il nostro debito pubblico

Una seconda moneta in circolazione

Oggi però l’emissione di moneta non è più in capo alla Banca d’Italia ma alla Bce, che decide quanta emetterne e rimborsa pro quota a Banca d’Italia il diritto di signoraggio in funzione della sua quota percentuale di partecipazione alla Bce stessa.

Sostanzialmente dunque, con l’emissione di miniBoT, l’Italia introdurrebbe (al di là delle negazioni formali del programma elettorale della Lega) una seconda moneta in circolazione, teoricamente denominata in euro, ma non emessa dalla Bce.

Monetizzerebbe insomma il debito. Però, secondo alcuni osservatori critici della Lega, porrebbe le premesse monetarie per riappropriarsi progressivamente della sovranità monetaria e per poter quindi organizzare, in caso di decisione politica, un’eventuale uscita dall’euro.


Visco Visco quante bugie quante menzogne



Banca d’Italia, la Vigilanza che non c’è

Il Governatore Visco presenta le sue “Considerazioni finali”: la realtà dei tribunali e del settore bancario dimostra che i controlli di via Nazionale non funzionanoDi Nicola Borzi

Il Governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, alla presentazione delle Considerazioni finali il 31 maggio 2019

Nelle 37 pagine delle Considerazioni finali del Governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, presentate oggi (31 maggio) in occasione dell’assemblea dell’istituto di Palazzo Koch a Roma, la parola “vigilanza” ricorre 10 volte, ma è utilizzata soprattutto per descrivere le pressioni esercitate da Via Nazionale sulle banche italiane per ridurre il loro stock di crediti deteriorati. In un passaggio, però, Visco parla della vigilanza in un altro senso, quello proprio del termine, il controllosull’attività delle banche.

A parole, in Italia una vigilanza costante

Secondo Visco «è emersa in Europa negli ultimi anni l’insufficienza dell’attenzione prestata da diversi intermediari al rispetto delle norme rivolte al contrasto del riciclaggio. Sono elevati i rischi che ne conseguono e che spesso travalicano i confini nazionali. È in corso a livello comunitario la riflessione diretta a rafforzare e armonizzare i necessari presidi regolamentari e di supervisione».

Il Governatore spiega che «in Italia l’impegno della Vigilanza è costante; uno specifico accordo con l’Unità di informazione finanziaria promuove la collaborazione, l’individuazione di fattori di rischio e interventi coordinati, di controllo e sanzione, sugli intermediari. È massima, quando vi sono sospetti di reato, l’informazione fornita all’autorità giudiziaria e pronta la risposta alle richieste che da essa provengono».

Una realtà molto diversa: da IW Bank…

Eppure i fatti più recenti raccontano tutt’altra storia. Proprio sul fronte delle carenze antiriciclaggio, l’11 aprile 2019 si è concluso il processo IW Bank, l’istituto online controllato da Ubi Banca nel quale tra il 2008 e il 2014 ben 104mila dei 140mila conti online erano senza controllo antiriciclaggio, con una “falla” attraverso la quale sono passate transazioni per mille miliardi di euro.

Il procedimento con rito abbreviato ha visto l’assoluzione in primo grado di tutti i 14 imputati proprio dall’accusa di ostacolo alle funzioni di vigilanza. Il gup Cristina Mannocci ha accolto le tesi della difesa e decretato che “il fatto non sussiste”. Il pm Elio Ramondini aveva chiesto un anno e due mesi per i 14 imputati, all’epoca dei fatti dirigenti, consiglieri e sindaci dell’istituto. Tra questi l’ex amministratore delegato Alessandro Prampolini e l’ex presidente Mario Cera. Il pubblico ministero aveva chiesto anche 600mila euro alla banca come sanzione amministrativa. Non si sa se Ramondini abbia presentato ricorso per l’appello.

Eppure, come Gianni Barbacetto aveva scritto sul Fatto Quotidiano del 13 aprile 2018 “per tutti l’accusa” era “di aver gestito IwBank senza le necessarie cautele antiriciclaggio e senza comunicare alla Banca d’Italia le irregolarità, in materia di verifica e registrazione nell’Archivio unico informatico (Aui), delle posizioni di migliaia di clienti dell’istituto. IwBank era diventata una specie di banca offshore.

Quando la Guardia di finanza arrivò a chiedere conto di tanto “disordine” nell’Archivio unico informatico, l’istituto non trovò di meglio che presentare una denuncia ai carabinieri, sostenendo di aver smarrito la documentazione. Fu l’ispezione condotta nel 2013 dalla Banca d’Italia a portare alla segnalazione delle 104mila posizioni non verificate nell’archivio clienti. Eppure Bankitalia non ha ritenuto di costituirsi parte civile”, concludeva Barbacetto, nel processo che si è concluso l’11 aprile scorso.

C’è qualcosa che non quadra, dunque, nelle parole di Visco. Se sul fronte della Vigilanza antiriciclaggio fosse davvero “massima, quando vi sono sospetti di reato, l’informazione fornita all’autorità giudiziaria e pronta la risposta alle richieste che da essa provengono”, perché Banca d’Italia – solo per fare un esempio concreto – non si è costituita parte civile nel processo di Milano contro IW Bank?

…a Mps

Ma quella dell’ostacolo alle attività di vigilanza non è una ipotesi di reato che riguarda solo le verifiche antiriciclaggio. Per restare alla cronaca più recente, il 29 maggio la Cassazione ha confermato l’assoluzione degli ex vertici di Mps nel processo per ostacolo alla vigilanza sui contratti derivati Alexandria e Santorini tra Rocca Salimbeni, Deutsche Bank e Nomura. Accogliendo il ricorso delle difese di Giuseppe Mussari, Antonio Vigni e Gianluca Baldassarri, gli ermellini hanno disposto un appello bis a Firenze per valutare se concedere un proscioglimento più ampio “perché il fatto non sussiste”. Il pg aveva invece chiesto l’appello bis per riaprire alle accuse.

Secondo la vulgata ufficiale, nessuno conosceva realmente lo stato di salute di Mps, perché i derivati Alexandria e Santorini sarebbero stati “nascosti” alla Vigilanza. Poi, sempre secondo la vulgata, il vero stato di salute della banca senese sarebbe casualmente emerso con il fortuito ritrovamento del mandate agreement sui derivati Alexandria e Santorini, presentati come BTp, costruiti per acquisire AntonVeneta. Scoperta che, dicono le ricostruzioni “ufficiali”, sarebbe avvenuta a ottobre 2012 in una cassaforte rovistata dai nuovi manager, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, succeduti all’ex presidente del Monte (e dell’Abi) Giuseppe Mussari. Questa ricostruzione, però, si scontra con altri fatti.

Paolo Mondani di Report li ha ricordati nel convegno organizzato il 16 giugno 2016 dal “Gruppo Federico Caffè”: «Un’ispezione del 2010 della Banca d’Italia si era già accorta che c’erano perdite su questi due derivati. E poi c’è l’ispezione del 2012 inviata alla Consob, ben prima del ritrovamento nella cassaforte del Monte dei Paschi di ottobre 2012. L’ispezione di Banca d’Italia inviata in Consob a giugno 2012 analizza precisamente Alexandria e Santorini e dice: sono derivati e bisogna cambiare i bilanci. Quali sono i bilanci che devono essere corretti? La Procura di Milano dice dal 2009 al 2012, la Consob dal 2014 alla semestrale 2015». Su questo assunto, dunque, gli aumenti di capitale del 2011 (2 miliardi), 2014 (5 miliardi) e 2015 (3 miliardi) erano basati su bilanci civilistici — e prospetti informativi — che riportavano pere (derivati) per mele (BTp). Aumenti di capitale sottoscritti da decine di migliaia di azionisti che hanno perso tutto o quasi. A chi spettava controllare che bilanci e prospetti forniti ai risparmiatori per convincerli a sottoscrivere le azioni Mps fossero corretti e che la banca fosse davvero solida? Alla Consob e alla Banca d’Italia.

Fino a Banca Etruria e alla Cassa di risparmio di Cesena

D’altronde la vicenda processuale di Mps non è l’unica in cui gli ex vertici di banche andate in dissesto si sono difesi vittoriosamente dall’accusa di non aver consegnato alla Vigilanza di Banca d’Italia tutti i reali dati sullo stato di salute dei loro istituti di credito. Il 9 aprile è iniziato il processo d’appello contro Giuseppe Fornasari e Luca Bronchi della vecchia Banca Etruria che in primo grado avevano ottenuto un clamoroso verdetto di assoluzione proprio dall’accusa di ostacolo alla vigilanza di Banca d’Italia.

Ancora: il 13 novembre 2018 furono assolti “perché il fatto non sussiste” i vertici della Cassa di risparmio di Cesena a processo per falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza. L’accusa aveva chiesto condanne a 22 mesi per l’ex presidente della banca Germano Lucchi e l’ex direttore Adriano Gentili e a 14 mesi per i coimputati Giovanni Maria Boldrini, Francesco Carugati, Pier Angelo Giannessi, Mario Riciputi, Giovanni Tampieri e Luigi Zacchini.

Ma i casi abbondano e non si limitano solo a questi. Come Giorgio Meletti del Fatto Quotidiano scrisse il 10 dicembre 2017, “se i banchieri vengono assolti dall’ostacolo alla vigilanza, o Banca d’Italia è stata complice (“Toccami Cecco che mamma non vede”), salvo poi denunciarli a cose fatte per salvarsi (“Mamma, Cecco mi tocca”), oppure la Banca d’Italia non serve a niente”. Qualcuno dovrebbe ricordarlo al Governatore Visco, anche per conto delle centinaia di migliaia di risparmiatori coinvolti loro malgrado (anche per essersi fidati delle capacità di controllo della Banca d’Italia) nei crack delle banche italiane.

Antonino Galloni - se ne esce con la moneta parallela non a debito che permette di fare massicci investimenti per svariati anni, se non lo fa questo governo rimarremo tutti a piedi pronti per calarci nella fossa


“Crescere è possibile. Ma occorre più spesa pubblica”. Per l’economista Galloni i dati negativi si possono invertire. E rilancia l’idea di una moneta parallela non a debito 

1 giugno 2019 di Clemente Pistilli


Istat e Bankitalia lanciano l’ennesimo allarme sull’economia italiana, l’Europa è preoccupata della mancata riduzione del debito e il Governo continua comunque a tirare dritto su una misura come la Flat Tax per alleggerire la pressione fiscale. Ricette estremamente diverse per risollevare il Paese, che di invertire rotta ha comunque estremamente bisogno, come specifica anche il professor Antonino Galloni, economista e presidente del Centro studi monetari.

Professor Galloni, l’Istat ha rivisto le stime sulla crescita e denunciato un calo dello 0,1% del Pil su base annua. Come va interpretato un tale dato?

Stiamo ragionando sempre dello zero virgola quando il Paese ha problemi strutturali. L’unico strumento per far crescere immediatamente l’economia è l’aumento della spesa pubblica. Va affrontato il nodo di come sta cambiando l’economia e va fatto con una moneta parallela, una riforma bancaria. Ancor più grave poi che l’Europa si basi su un’idea di crescita potenziale già raggiunta, che porta a non poter investire più di quanto ricaviamo dalle tasse. Va rimossa questa assurdità, va introdotta appunto una moneta non a debito e vanno cambiati i paradigmi e la politica economica.

Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto che si può varare la Flat Tax anche in deficit. Lo ritiene possibile?

La Flat Tax viene introdotta per ridurre la pressione fiscale. A questo punto o il gettito resta costante, e allora devono spiegare come fanno, perché ho fatto dei conti e ho visto che servirebbe qualche decina di miliardi, o tagliano la spesa pubblica e la misura diventa deflattiva. M5S dice ok anche facendo aumentare il disavanzo, ma va accettato a questo punto l’aumento del debito pubblico e questo non si può fare. Vanno fatti tutti i passi col cervello e occorre capire di che cosa si sta parlando. Sicuramente dobbiamo ridurre la pressione fiscale, studiando come far pagare tasse a chi non le paga. Cose che diciamo da decenni senza risolverle. Una riforma davvero importante sarebbe quella sulle deduzioni per la spesa delle famiglie secondo un criterio unanime. Ad esempio dando a tutti il diritto di detrarre due paia di scarpe l’anno, con l’obbligo così di prendere gli scontrini e metterli nella denuncia dei redditi.

Tornando all’Istat, l’andamento dell’economia viene definito stagnante.

Sicuramente tale andamento implica che a Nord qualcosina stanno combinando, ma al sud va sempre peggio. Ripeto che occorrerebbe un aumento della spesa pubblica, anche con una moneta parallela non a debito che va a sommarsi alle tasse, ma addirittura si potrebbe puntare sul pareggio di bilancio con molta moneta parallela. Al gettito tributario verrebbe in tal modo aggiunta la moneta non a debito e si otterrebbe una maggiore spesa. Una rivoluzione. Ma visto che la Camera ha approvato all’unanimità i mini Bot di Borghi, che mi sembrano una buona idea, non capisco perché non proseguire sulla strada dei cambiamenti.

Bankitalia invece, descrivendo sempre uno scenario difficilissimo per l’economia italiana, sostiene che una soluzione può arrivare dall’Europa, rivedendo le politiche europee di crescita e sfruttando meglio le risorse che l’Ue mette a disposizione. Europa dunque come grande risorsa e soluzione ai tanti mali del Paese? 

Ognuno può dire la sua. Io dico che il modello macroeconomico che fa decidere alla Commissione tutto ciò riguardo il nostro Paese parte dal presupposto che abbiamo la piena occupazione. Ma è davvero così? Perché se è così ok, altrimenti Visco non ha capito la cosa principale.

FINALMENTE - lo stregone viene messo all'angolo deve la Bce diventare prestatore di ultima istanza e questa richiesta deve essere fatta dal governo TUTTO

ECONOMIA
31/05/2019 17:29 CEST

"Lo spread? Non mi preoccupa, ma Draghi usi di nuovo il bazooka"

La mente economica della Lega, Claudio Borghi, spiega come Salvini pensa di combattere l'alto spread. Una doppia richiesta che va dritta dritta a Francoforte


ANSA

Il fuoco dei mercati ha iniziato a bruciare più rapidamente. E le fiamme puntano prima alla legna secca, debole. Quella dello spread è dinamica conosciuta: nella reazione a catena che si innesca si scottano maggiormente i Paesi più fragili. L’Italia sa - dal 2011 a oggi - quanto questo sia vero. Oggi lo sa ancora di più con lo spread tra i Btp e i Bund tedeschi schizzato oltre i 290 punti. Ma ne è drammaticamente conscia soprattutto per un altro motivo. La Grecia, simbolo delle finanze finite in default, fa meglio: i titoli di Stato italiani a cinque anni sono giudicati più rischiosi di quelli di Atene. Di fronte a questo incendio cosa fa il governo? Claudio Borghi, uomo economico e fedelissimo di Matteo Salvini, in un colloquio con Huffpost si dice “non preoccupato”. Ma qualcosa bisogna pur fare perché quello che impone il tema Grecia è che non si può più scherzare con il fuoco. La soluzione per la Lega? Mario Draghi deve usare di nuovo il bazooka. Subito. Poi una riforma della Bce per farla diventare garante diretta sui rischi sovrani dell’eurozona.

Sui mercati è giornata da pulsante rosso, da panico, e le ragioni - per ritornare al tema della reazione a catena - nascono negli Stati Uniti, con una nuova ondata aggressiva di Donald Trump sulla questione dazi. Gli investitori si rifugiano dove c’è maggiore sicurezza e nello specifico, guardando all’Europa, nella Germania, complice anche l’abbassamento del Bund tedesco che rende conveniente il tutto. È in questo contesto che l’Italia diventa più vulnerabile, mina vagante su mercati che esternano i timori per il rischio Paese. In questo quadro un governo si prepara, reagisce. La Lega si fa spazio da sé dopo che Matteo Salvini si è ritagliato per sé un ruolo di premier di fatto sull’onda del voto alle Europee. Nel Carroccio gli uomini economici ragionano, lavorano e Borghi spiega da dove parte la doppia idea che Salvini ha per provare ad allentare la tensione dello spread sull’Italia. “Il mercato dei titoli di Stato nell’eurozona indica chiaramente che c’è una disfunzionalità dovuta all’assenza di un intervento della Bce, che fissa i tassi di interesse. Ora non lo sta facendo, non riesce a trasferire il suo controllo dei tassi, partendo da quello immediato fino alla parte lunga curva dei tassi, quelli a lunga scadenza”. 

La linea che i leghisti portano avanti guarda a Draghi. Perché batta un colpo e riavvii subito la politica espansiva del quantitative easing, la politica monetaria ultra espansiva: la Bce compra i titoli di Stato con lo scopo di immettere nuova moneta e aumentarne la quantità in circolazione. Per ritornare alle cose che l’Italia tiene bene in mente, il Qe ha permesso di aprire un ombrello protettivo su un’economia fragile, segnata duramente dalla crisi del 2007 e dalla sua appendice. Borghi puntella il risultato auspicato: “Se la Bce interviene, rilanciando il quantitative easing, fa sì che il mercato non sia totalmente in balìa di paure e speculazioni”. Qui entra in campo quella che è una convinzione sempre esternata da Salvini e cioè che lo spread sia indicatore di movimenti speculativi che puntano all’Italia in maniera pretestuosa. 

Ricorrere alla Bce è per la Lega una sorta di atto dovuto perché, spiega ancora Borghi, mentre i titoli di Stato tedeschi vengono acquistati anche dagli investitori, se si guarda a chi è stato l’acquirente netto dei titoli italiani negli ultimi anni si scopre che è stata appunto l’Eurotower. 

Se la riattivazione del bazooka è il punto qualificante della fase uno, la fase due che ha in mente Salvini punta dritto alla Bce. Due giorni fa ha annunciato la volontà di lanciare una conferenza programmatica a livello europeo proprio su questo tema. La convinzione è che serva una metamorfosi e questa metamorfosi deve passare da una Banca centrale che si assume i rischi per conto dei Paesi dell’eurozona. “In futuro - esplicita Borghi - potremmo ragionare di cose che al momento sono vietate tipo la garanzia diretta della Bce sui rischi sovrani dell’eurozona”. Significa che la Bce controlla i mercati di titoli di Stato, creando moneta. “Diventeremmo un’area normale, come il Giappone, dove il rapporto debito-Pil è al 200%, eppure lì nessuno si sogna di guardare lo spread”, è il proseguimento del ragionamento del presidente della commissione Bilancio della Camera. Quando farlo dato che l’incendio sta bruciando? “Prima vediamo se altri stanno con noi, altrimenti abbiamo la forza per proporlo da soli”. Contro il fuoco dello spread, Salvini e la Lega ci provano così.

Se Giuseppe Capuano propone di una strategia in cinque punti per una rivisitazione della governance dell'Euro significa che queste manchevolezze non ci sono state in questi vent'anni dalla sua introduzione e non perchè non si sapevano già allora quando 25 anni fa si fece il trattato di Maastricht ma perchè l'obiettivo voluto è proprio quello in cui ci troviamo la cui sintesi è che l'Euro è stato/è un Progetto Criminale, e l'affossamento dell'Italia uno degli obbiettivi, per altro non riuscito completamente

5 proposte per sostenere l’euro e cambiare la sua governance

1 giugno 2019


L’articolo di Giuseppe Capuano, economista e dirigente del ministero dello Sviluppo economico

Nel gruppo delle “teorie zombies”, come le ho definite in un precedente articolo, potrebbe essere inserita la tesi secondo la quale l’euro ha determinato la bassa crescita dell’Italia e una conseguente riduzione del PIL pro-capite nazionale e che i parametri di Maastricht siano immutabili nel tempo. Al contrario l’euro ha difeso l’economia italiana dalla più grave crisi economica del dopoguerra e ne ha ridotto i nefasti effetti. Ha però bisogno, a 25 anni dall’introduzione del Trattato di Maastricht e a 20 anni dalla sua introduzione, di una rivisitazione della sua governance.

A tal proposito propongo una strategia di sostenibilità dell’euro che renda complementari sia gli investimenti pubblici che privati, rafforzi la governance della moneta unica e che possa creare, contestualmente, le condizioni per modificare/integrare gradualmente i parametri di Maastricht, secondo un indirizzo di politica economica che potremmo definire “investiment push approch”. L’obiettivo è la sostenibilità dell’euro per tutti i Paesi aderenti e una spinta alla loro crescita economica.

I punti salienti di questo approccio potremmo sintetizzarli in 5 punti:
  • Istituzione di una Politica Fiscale Europea (PFE) e di un Bilancio federale
L’istituzione di una politica fiscale comune, che non sia la sommatoria delle politiche fiscali dei Paesi membri e, in prospettiva, di un bilancio «federale» europeo sul modello statunitense, che favorisca la riduzione della pressione fiscale e un aumento degli investimenti con delle risorse proprie che possano finanziare un bilancio unionale pari al 4-5% del PIL. Un bilancio Ue che oggi rappresenta solo circa l’1% del PIL europeo (PIL pari a circa 18,495 miliardi di dollari) rispetto a circa il 20% del bilancio federale USA sul PIL statunitense (PIL pari a circa 17,418 miliardi di dollari).
  • Nomina di un Ministro delle finanze europeo
La nomina di un “Ministro delle finanze europeo” che gestisca la politica fiscale comune e il bilancio comunitario, in modo da consentire anche l’eliminazione graduale dei parametri di bilancio (un fragile e dannoso surrogato di policy) che hanno colmato “impropriamente” una lacuna di governance.
  • Modifica dello Statuto della BCE
Il riequilibrio dei poteri in materia monetaria della Banca centrale europea, con la creazione di un «organismo politico» per la gestione della politica economica dell’UE e il cambiamento dello statuto della BCE sul modello FED: non solo salvaguardare l’andamento dell’inflazione ma anche avere come obiettivo crescita e sviluppo. Infatti la volontà del legislatore comunitario dell’epoca, oltre a dare la giusta autonomia alla BCE nei confronti delle autorità politiche, come previsto all’art. 105 del Trattato di Maastricht, fu quella dell’esclusivo mantenimento della stabilità dei prezzi che è per la funzione monetaria primario e prioritario a qualsiasi altro obiettivo perseguibile attraverso il governo della liquidità. Un approccio che nel medio-lungo periodo limita enormemente le potenzialità di intervento della BCE e si rileva controproducente allo stesso conseguimento dell’obiettivo.
  • Politica del cambio con “griglie di flessibilità”
Una politica del cambio che tenga l’euro “legato” ad una sostanziale parità con il Dollaro, prevedendo delle “griglie di flessibilità del cambio”, sul modello del vecchio ECU, rispetto alle principali monete di interesse mondiale (oltre al Dollaro, anche Yen, Renminbi e Sterlina britannica). In questo modo si potrebbe dare la possibilità di svalutazioni pilotate da parte della BCE, con una banda di oscillazione nei confronti delle parità centrali dell’euro rispetto alle altre monete più o meno ampie (del +/-2,25% ovvero del +/-6%) a seconda delle fasi del ciclo economico. L’obiettivo è quello di fornire uno strumento in più alla politica monetaria della BCE, scoraggiare la speculazione e favorire i processi di internazionalizzazione sia di tipo macro che micro dell’economia europea e delle sue MicroPMI. Inoltre, per evitare gli errori del passato e soprattutto per intervenire sui rapporti di cambio tempestivamente si potrebbe dotare il sistema di un meccanismo di controllo con un “indicatore di divergenza” tra l’euro e le altre monete internazionali.
  • Graduale rimodulazione dei parametri di Maastricht
Se introdotte suddette innovazioni di governance sarebbe possibile, e solo in quel caso, rivedere la visione rigida e «ragionieristica» dei parametri e incominciare a pensare a una loro progressiva rimodulazione e successiva, graduale eliminazione (si ricorda che i parametri sono in surroga all’assenza di una politica fiscale comune e di un bilancio federale europeo). Una old strategy sostituita da una impostazione, seppur rigorosa che: a) segua le «tendenze di rientro» e non i valori assoluti degli indicatori e della loro sostenibilità in termini di PIL e del risparmio aggregato (pubblico e privato) con particolare riferimento alla sostenibilità del debito pubblico anche in relazione al debito privato. La somma dei due aggregati oltre a presentare uno scenario macroeconomico più corretto e aderente alla realtà economica dei singoli Paesi, per quanto riguarda l’Italia presenta una situazione addirittura leggermente migliore rispetto ad altri Paesi europei (ad esclusione della Germania); b) sterilizzazione permanentemente e in forma automatica dagli investimenti e dai fattori ciclici nel calcolo del deficit pubblico in termini di Pil, in modo da destagionalizzare i valori, concentrandosi solo sulle componenti strutturali e di spesa corrente del deficit. Lo stesso Trattato di Maastricht è chiaro su questo punto; c) affiancamento dei parametri di finanza pubblica anche con alcuni di economia reale come il tasso di occupazione e il tasso di disoccupazione.

Un importante impulso finanziario a questa strategia potrebbe essere dato da:
  • Il miglior utilizzo di parte dei circa 200 miliardi di dollari (a seconda delle stime) di riserve «in eccedenza» (valutati in circa il 5% del Pil comunitario) delle Banche centrali europee in conseguenza della creazione dell’ euro che potrebbe essere utilizzato in parte per ridurre il debito pubblico. Azione che se comunicata correttamente nei suoi obiettivi ai mercati non creerebbe assolutamente un “deficit” di fiducia. Infatti, con la creazione dell’euro i Paesi partecipanti all’UEM non devono più stabilizzare i cambi tra le loro monete, di conseguenza la domanda di riserve si è “annullata”. Secondo la Commissione Ue la riduzione delle riserve ha liberato circa 200 miliardi di dollari;
  • la canalizzazione del risparmio privato liberato dalla riduzione del debito pubblico verso il project financing;
  • il ridimensionamento del peso della PAC (Politica Agricola Comune) che ancora oggi ha un peso nel bilancio comunitario pari circa il 40% per un settore che ha un peso medio sul Pil Ue pari a circa il 2%, dando priorità alle politiche di sviluppo;
  • il rafforzamento della centralità alle MicroPMI con un Piano europeo e rilanciare lo Small Business Act (SBA) che, dopo l’enfasi data nel primi anni della sua introduzione (Raccomandazione Commissione Ue del 2008 e, in Italia, con Direttiva SBA – DPCM del 2010) è stato nei fatti abbandonato;
  • l’ampliamento finanziario del Piano Industria/Impresa 4.0 con particolare supporto alle micro e piccole imprese.
Giuseppe Capuano, economista, attualmente dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico.
(Le opinioni espresse nell’articolo non coinvolgono assolutamente il MISE e sono strettamente personali)

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli Stati Uniti vanno in battaglia completamente impreparati, è più facile che i beni importati dalla Cina che diventano costosi vengono importati da altri paesi

La Big Picture dietro lo scontro commerciale Usa-Cina

1 giugno 2019


La strategia di Trump dietro alla scontro commerciale potrebbe essere debole: nell'economia globale i beni cinesi possono essere sostituiti rapidamente. Parla l'analista Lorenzo Carrieri

Pochi giorni fa, il presidente statunitense Donald Trump, in risposta a quello che ha considerato un atteggiamento poco conciliatorio da parte di Pechino, ha voltato pagina e deciso che dal primo giugno gli Stati Uniti sarebbero entrati in vigore nuovi i dazi su oltre duecento miliardi di dollari di importazioni dalla Cina portando l’’aliquota al 25 per cento (prima era al 10).

IL COLPO E LA CONTROMOSSA

Se precedentemente le tariffe rappresentavano un sovrapprezzo su prodotti e macchinari industriali, oggi andranno a colpire beni di consumo, come smartphones, laptops, giocattoli, cibo. Pechino, tramite la commissione sulle tariffe doganali del Consiglio di Stato, ha risposto imponendo dazi su 110 miliardi di dollari di merci importate dagli States, di cui una parte con un’aliquota al 25 per cento (50 miliardi) e il restante al 19. Trump, in una serie di tweet, ha detto che “comprare in Cina sarà veramente troppo caro d’ora in avanti….eravamo vicino a concludere un grande accordo e vi siete tirati indietro!”.

“Il mercato americano e quello cinese hanno subito prezzato il sentiment negativo degli investitori a seguito dell’interruzione dei colloqui, con sell-off generalizzati nei mercati azionari e correzioni maggiori del -2 per cento”, dice Lorenzo Carrieri, policy and economic analyst. “Trump, in una serie di tweet successivi, è arrivato a sostenere che i cinesi proveranno a rispondere con manovre espansive per abbassare i tassi d’interesse (facilitando così un accesso al credito, come ha effettivamente fatto la Banca Centrale Cinese tagliando il coefficiente di riserva obbligatoria) e ha anche asserito che un intervento più deciso della FED (un taglio ai Fed Funds Rate, il costo del denaro che le varie banche applicano quando si prestano moneta l’una con l’altra overnight) rappresenterebbe un game over per la Cina”.

LO SCONTRO (NON SOLO COMMERCIALE)

È notizia di pochi giorni fa che Trump ha messo al bando l’utilizzo di apparecchiature e servizi Ict prodotti da Stati stranieri da parte di aziende americane, mirando con questa decisione a colpire il colosso delle telecomunicazioni cinese Huawei. La stessa Huawei è stata inserita nella dal Dipartimento del Commercio americano nella “Entity List”, una specie di lista nera di società straniere a cui le aziende americane non possono vendere prodotti tecnologici senza prima un lasciapassare delle autorità: così Intel, Qualcomm e Broadcomm hanno interrotto le forniture per la supply chain di Huawei.

Nel frattempo, oggi Google, sempre su “pressione” dell’amministrazione Trump, ha deciso di sospendere la licenza di Huawei per l’utilizzo del sistema operativo Android. “Un duro colpo per il colosso cinese che punta a scoraggiare i suoi affari e la sua penetrazione almeno nel mercato statunitense – spiega Carrieri – dopo che gli alleati storici degli States, gli europei, hanno declinato l’invito a seguire la stessa strada, ma anche e soprattutto un monito alla Cina nella guerra tecnologica per il controllo dell’infrastruttura delle telecomunicazioni futura del 5G.

BIG PICTURE

Nonostante i toni infuocati, e l’escalation Huawei vs Google, alcune indiscrezioni di diversi analisti parlano di negoziati che continuano ad oltranza dietro le quinte di questa guerra di attrizione, però. “Quella di Trump mi pare essere una strategia negoziale di rischio calcolato più che una presa di posizione decisa e ferma contro un accordo. Però temo abbia basi deboli”, aggiunge Carrieri. Perché? “Il fondamento logico dietro il ragionamento trumpiano è il seguente: rendere più cari i prodotti importati dalla Cina in maniera tale da stimolare la domanda aggregata americana e spostare il consumo verso beni prodotti localmente, così da innalzare i salari nei settori più colpiti dalla concorrenza cinese e ridurre il deficit commerciale verso Pechino. 
Ma la fallacia del ragionamento è palese perché in un’economia altamente integrata come quella americana i beni cinesi sovrapprezzati dalle tariffe non per forza sono replicabili solo da prodotti americani: 
al contrario, 
il protezionismo nei confronti della Cina potrebbe avere come risultato una maggiore richiesta di beni esteri con caratteristiche simili a quelli cinesi”.

L'Arabia Saudita ed Emirati Arabi isolati all'interno del mondo arabo, vogliono fortemente vogliono la guerra contro l'Iran ma nessuno vuole seguirli in questo gioco di massacri e sangue

Non è passata la linea anti-Iran dell’Arabia Saudita



Negli incontri con altri Paesi dell'area, la linea di condanna ha incontrato un bel po' di distinguo: Oman, Qatar, Iraq e anche quelli più lievi di Turchia, Pakistan, Algeria e Marocco

I summit ospitati dall’Arabia Saudita in questioni giorni si chiuderanno con un successo molto più relativo rispetto all’hype messo in campo da Riad, che ha organizzato gli incontri farcendoli di simboli; a cominciare da luogo e data, la Mecca, nei giorni conclusivi del Ramadan, a sottolineare il ruolo del regno come custode dei luoghi sacri dell’Islam.

L’OBIETTIVO DI RIAD

L’idea saudita era quella di tessere le trame per intestarsi le dinamiche regionali facendo forza sulla costituzione di un fronte compatto contro l’Iran, potenza concorrente nel quadrante contro cui alzare anche paletti ideologico-esistenziali. Ma a quanto pare, le dozzine di paesi membri delle tre organizzazioni riunite da Riad – 57 nell’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic), 22 della Lega Araba e i 6 del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) – hanno dimostrato di avere una lettura meno manichea riguardo alle politiche da muovere con (non solo contro) Teheran, o sulla sicurezza del quadrante e su varie altre questioni che vanno dalla soluzione dell’eterna crisi israelo-palestinese alla guerra civile in Yemen, alla crisi col Qatar nel Golfo alle rivolte in Algeria e Sudan, fino ai prodromi della terza guerra civile in Libia.

LE DISTANZE

Oman e Qatar hanno preso le distanze dal comunicato congiunto chiuso dal Gcc, l’organismo in cui i sauditi hanno maggior leverage, perché è stato piuttosto forte contro l’Iran, facendo sponda con le nuove minacce che secondo gli Stati Uniti stanno arrivando in queste ultime settimane da parte di Teheran e sugli attacchi subiti dai sauditi per mano dei ribelli yemeniti Houthi, che per Riad sono diretti dagli iraniani. Questa diversità di posizioni è dovuta al fatto che gli omaniti sono il canale diplomatico ufficiale che Washington usa per parlare con gli iraniani, e dunque per questa dimensione storica di mediatori hanno scelto di stare un passo indietro. Il Qatar è invece un paese che condivide con l’Iran il più grosso reservoir di gas naturale nel mondo, e per ciò non intende prendere posizioni troppo dure – nonostante per questo sia finito, anche se in modo non ufficiale, sotto un blocco diplomatico imposto dai sauditi. Una linea più morbida è stata comunque rimarcata durante le riunioni anche da Turchia, Pakistan, Algeria e Marocco e un accento particolare va all’Iraq.

IL PARADIGMA IRACHENO

Baghdad ha apertamente preso una posizione forte. Gli iracheni hanno diffuso uno statement in cui indicavano che pur condannando qualsiasi genere di attacco contro l’Arabia Saudita, non hanno partecipato alla stesura del comunicato finale di cui l’Iraq ha detto di disconoscerne le conclusioni – in realtà pare che gli iracheni abbiano spinto per far uscire una posizione della Lega Araba più leggera rispetto a quello del Gcc sull’Iran. L’Iraq è un paese che ha collegamenti sia con l’Occidente, su tutti con gli Stati Uniti, sia con Riad e il Golfo, ma subisce anche in modo sostanziale l’influenza politico-ideologica e culturale sciita dell’Iran. All’interno del paese sono diffusi quei partiti/milizia filo-iraniani che sono parte integrante del tessuto sociale e di sicurezza del paese. Sono coloro che hanno combattuto insieme all’esercito lo Stato islamico, ma sono anche nemici dell’Occidente (vedere gli attentati ai tempi dell’occupazione americana dell’Iraq) e sono parte delle forze con cui – secondo l’intelligence americana – l’Iran potrebbe compiere attacchi e sabotaggi in questo periodo (ragione che ha portato al rafforzamento americano nell’area).

EVITARE ESCALATION

Ci sono diverse informazioni a proposito del lavorio discreto portato avanti da vari leader arabi alla corte di Mohammed bin Salman, erede al trono saudita e motore dell’assertività anti-Iran nella regione. Il tentativo in corso è volto all’evitare escalation che potrebbero rapidamente complicare e destabilizzare diversi paesi del quadrante (l’Iraq per primo, ma anche il Libano per esempio, dove Hezbollah è il principale partito armato legato all’Iran in tutto il Medio Oriente). Più apertamente, il premier iracheno, Barham Salih, ha detto parlando durante una delle riunioni che la sicurezza e la stabilità è “nell’interesse dei musulmani e degli Stati arabi”, aggiungendo di sperare che “la sicurezza di Teheran non sia nel mirino”. La distanza con l’Iraq – con cui l’Arabia Saudita ha iniziato una cooperazione maggiore, ma con la pretesa che Bagdad si sganci dall’Iran – è una problematica geopolitica di primo piano per il progetto di ingaggio di Riad contro la Repubblica islamica. Bagdad sta cercando di costruirsi un ruolo di mediazione indipendente tra Stati Uniti e Iran.

(Foto: Twitter, @spagov, una foto dei summit)

Se le considerazione di Visco rappresentante di una delle massime istituzioni economiche afferma le baggianate che ha detto, non siamo messi bene. Sono proprio i vent'anni in cui abbiamo l'euro che non cresciamo e se lo facciamo di meno è perchè il nostro debito pubblico è grande e come scrive il Savona a ottobre è perchè abbiamo la Bce che non è prestatore di ultima istanza, da qui lo spread che è in mano alla pura speculazione, e grazie all'austerità imposta ed accettata che non siamo in grado di investire e per tanto siamo rimasti fermi, d'altra parte è quello che volevano tutti gli euroimbecilli di tutte le razze, azzannare l'Italia e dissanguarla. Ci sono riusciti parzialmente ma non completamente grazie al tessuto industriale delle piccole e medie imprese

Visco: 'Senza l'Ue Italia più povera, attenzione allo spread'

ECONOMIA 31.05.2019

Il governatore di Bankitalia illustra la relazione finale annuale e avverte: 'controproducente finanziare le spese in deficit' 

di Francesca Roversi

Debito pubblico sempre troppo alto sul PIL, crescita in affanno su cui continua a pesare "L'insoddisfacente qualità dei servizi pubblici, l'inadeguatezza delle infrastrutture, il basso grado di concorrenza" evasione fiscale e corruzione, continuano ad appesantire il paese Italia, sostiene Ignazio Visco nelle sue considerazioni finali.

Per il Governatore l'Italia continua ad essere in ritardo rispetto agli altri e continua ad essere un paese sempre più vecchio, tanto che, conferma Visco, l'immigrazione 'può dare un contributo alla capacità produttiva del Paese' anche se qui 'vanno affrontate le difficoltà che incontriamo nell'attirare lavoratori a elevata qualificazione', considerato poi che il saldo emigrati/immigrati (+190.000 immigrati) continua a salire.

Senza contare il "progressivo aumento delle quote di giovani e laureati che ogni anno lasciano l'Italia, riflesso dei ritardi strutturali dell'economia. Va da sé, ancora una volta che nel Mezzogiorno, le difficoltà sono amplificate.

Completa il quadro il ritardo con cui il paese ha risposto alla "rivoluzione tecnologica". Per Ignazio Visco tuttavia, la fatica dell'economia a riprendersi "dalla doppia recessione" si deve oltre che alle difficoltà strutturali dell'economia italiana, soprattutto al contesto globale, di un'economia mondiale che arranca frenata dal protezionismo.

Chiave per riprendersi dai gap che ci separano dagli altri stati membri, dalle riforme fiscali necessarie ma fatte garantendo la stabilità dei conti pubblici, resta, le conclusioni delle considerazioni finali "l'appartenenza all'Unione Europea, fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile: è il modo che abbiamo per rispondere alle sfide globali poste dall'integrazione dei mercati, dalla tecnologia, dai cambiamenti geopolitici, dai flussi migratori".

Sintetizzando al massimo: pochi dati su un paese che non cresce e un grande messaggio. Si cresce in Europa con l'Europa.

Non che l'Europa sia già completamente integrata. Mancano, sostiene Visco, altre pietre miliari. "L'Unione bancaria è incompleta e non priva di difetti, quella dei capitali è ancora in fase d'avvio; l'Unione di bilancio è rinviata a un futuro indefinito".

Nonostante ciò, tuttavia, tenendo presente che la politica monetaria da sola non basta "la debolezza della crescita dell'Italia negli ultimi 20 anni non è dipesa nè dall'Unione europea nè dall'euro; quasi tutti gli stati membri hanno fatto meglio di noi" chiosa Visco. 

Infine un messaggio alla politica e alle classi dirigenti del Paese: per il completamento di quest'agognata Europa serve la responsabilità di tutti "nella consapevolezza che anche per chi risparmia investe e produce le parole sono azioni e che nell'oscurità le parole pesano il doppio".

venerdì 31 maggio 2019

27 maggio 2019 - Europee: ma che ritorno del PD, ecco i veri numeri


31 maggio 2019 - DIEGO FUSARO: Interventi a "L'aria che tira" (La7)

31 maggio 2019 - TSIPRAS IL TRADITORE! Giorgia Bitakou intervistata da Tiziana Alterio

I generali in pensione rispondono all'unanimità agli ordini di Washington boicottando il 2 giugno

POLITICA
31/05/2019 16:08 CEST | Aggiornato 5 ore fa

La rivolta dei generali: "Non andiamo alla parata del 2 giugno"

Arpino, Tricarico e Camporini annunciano che non parteciperanno all'evento dedicato alle Forze Armate

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“Alla parata non ci sarò, attendo un clima più sereno”, con queste parole - affidate all’AdnKronos, il generale Mario Arpino - già capo dello Stato della Difesa - annuncia che non parteciperanno al tradizionale evento del 2 giugno. Non è il solo ad aver preso questa decisone: con lui ci sono Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore della Difesa, e Leonardo Tricarico, in passato capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. “Non è tollerabile - spiega ancora Arpino - la gogna mediatica a cui sono stati sottoposti i pensionati. Non ne faccio una questione personale: trovo inaccettabile sentire parlare di pensioni d’oro, quasi incitando all’odio di classe”.

“Sarebbe ipocrita da parte mia - prosegue - stringere le mani di chi ha tagliato le pensioni. Non è una colpa, ma un merito avere una pensione più alta per chi ha lavorato tutta la vita. Io ho cumulativamente 55 anni di servizio. Non mi sembra che l’atteggiamento di alcuni ministri sia giusto. Penso che l’indecisione di questo governo su tantissimi temi sia molto grave. Le questioni militari, penso ad esempio agli F-35, sono passate completamente in secondo piano”.

Dal canto suo, invece, Tricarico dichiara di non poter partecipare allo stesso evento insieme con chi lavora per indebolire le forze armate: “Non parteciperò perché sarebbe ipocrita applaudire i nostri soldati in compagnia di soggetti che stanno contribuendo a un progressivo e, per certi versi, irreversibile indebolimento delle Forze Armate”. Il dito dell’ex vertice dell’Aeronautica è puntato contro il governo Lega-M5s o, almeno, contro una parte di esso: “Una componente della maggioranza giallo-verde - lamenta il generale - sta portando avanti un atteggiamento ostile nei confronti di una delle poche Istituzioni che funzionano bene in Italia: le Forze Armate, Per di più, noi generali in pensione veniamo trattati dei malfattori per via della polemica sulle così dette pensioni d’oro”. Nello spiegare le sue motivazioni chiama in causa il vicepremier 5 stelle: “Addirittura Luigi Di Maio pronunciò la frase ‘si debbono vergognare’. Non capisco di cosa dovrei vergognarmi. Ho servito lealmente il mio Paese per 40 anni, rischiando la vita su un aeroplano”.

Camporini, invece, affida il suo pensiero a Facebook: “Comunico a tutti gli amici che quest’anno ho deciso di non accettare l’invito ad assistere alle celebrazioni del 2 Giugno in via dei Fori imperiali: troppe le disattenzioni del governo nei confronti dei temi della Difesa, spesso snaturata con una ipocrita enfasi sul ‘dual use’, a partire dalla perdurante mancata presentazione del ‘decreto missioni’, dalla sostanziale paralisi delle attività amministrative per l’ammodernamento dei mezzi, da dichiarazioni di vuoto pacifismo del presidente del Consiglio e potrei continuare. Sono assolutamente certo che nessuno sarà sconvolto dalla mia assenza, ma personalmente non me la sento di avallare ipocritamente con la mia presenza una gestione che sta minando un’istituzione di cui il Paese deve essere orgoglioso”.

La Sharia entra come nel burro a Duisburg

Germania, Duisburg: il partito islamico prende oltre il 35%

EUROPA UE, NEWSvenerdì, 31, maggio, 2019

Cosa è mai successo? Big, il partito islamico si è presentato alle elezioni ed ha stravinto.


di Giuseppe Sandro Mela – – senzanubi.wordpress.com

BIG riceve il 35,71% nella circoscrizione 1001 di Duisburg! La Cdu è all’8.24%: se Frau Merkel avesse sperato nei voti dei mussulmani avrebbe preso un granchio grosso così.
Il test ha avuto successo, anche se questa è solo una piccola parte della città. Nella circoscrizione 1001 di Duisburg-Marxloh, dove molti musulmani sono in grande maggioranza, il partito islamico BIG ha ricevuto il maggior numero di voti in queste elezioni europee con il 35,71%, e con un ampio margine:
Naturalmente, i media non sono interessati a tutto questo, dopo tutto, tutta la Germania è in un impeto di verde, quindi la notizia che la Germania viene islamizzata sempre più rapidamente non farebbe che turbare gli elettori che sono ubriachi sul clima.

Ufficialmente, il BIG ha un aspetto moderno, in alcune parti il suo programma elettorale ricorda persino il programma elettorale dei Verdi, ma il partito è il nuovo braccio politico dei musulmani in Germania e probabilmente acquisirà sempre più influenza nel prossimo futuro.
L’unica “consolazione“. Nel nord di Duisburg, fortemente segnato dalla migrazione, l’AfD ha raggiunto in alcuni casi più del 20%.

Quando le risorse importate sono la maggioranza eleggono chi ritengono opportuno e governano secondo le leggi dell’Islam.
Questo era solo un test, che ha dato esito favorevole. Adesso Big si organizzerà per benino su scala nazionale



Der Test ist gelungen, auch wenn es sich hierbei nur um einen kleinen Ortsabschnitt handelt. Im Stimmbezirk 1001 von Duisburg-Marxloh, also dort, wo viele Muslime zu Hause sind, erhält die islamische Partei BIG bei dieser Europawahl mit 35,71 Prozent die meisten Stimmen – und das mit großem Abstand:
Natürlich interessiert das die Medien überhaupt nicht, schließlich befindet sich ganz Deutschland im Grünenrausch, da würde die Nachricht, dass Deutschland immer schneller islamisiert wird, die klimabesoffenen Wähler nur verunsichern.
Offiziell kommt die BIG modern daher, in einigen Teilen erinnert ihr Wahlprogramm sogar an das Wahlprogramm der Grünen, aber die Partei ist nun mal der neue politische Arm der Muslime in Deutschland und wird in nächster Zukunft wohl auch immer mehr an Einfluss gewinnen.
Einziger „Trost“. Im stark durch Migration geprägten Norden von Duisburg erzielte die AfD teilweise über 20 Prozent.
Die Gesellschaft spaltet sich immer mehr.

NoTav - Il fanfulla ci spieghi perchè il costo del tunnel per chilometri ammontava a 360 milioni di euro per la parte italiana e a soli 40 milioni per la parte francese

I costi del Tav. Ecco perché gli italiani pagano al chilometro più dei francesi

di RQuotidiano | 31 Maggio 2019

Vado a memoria in merito a un articolo letto sul Tav Torino-Lione, nel quale si asseriva che il costo del tunnel per chilometri ammontava a 360 milioni di euro per la parte italiana e a soli 40 milioni per la parte francese. La differenza dei costi mi pare sproporzionata e apparentemente ingiustificata. Vi sarei […

Il fanfulla pensa di essere furbo ma ha tutto il tempo per ricredersi. Le politiche non sono le europee

Il rilancio su Tav e rimpasto: «Se M5S non accetta, si vota»

POLITICAVenerdì 31 Maggio 2019 di Alberto Gentili


«Comunque vada a finire a noi andrà alla grande. Se i 5Stelle si piegano e accettano le nostre proposte perché sono terrorizzati dalle elezioni, benissimo. Finalmente si ricomincia a lavorare. Se invece tornano a risponde solo no, si va alle elezioni e raddoppiamo i parlamentari. Ma devono essere loro a rompere. Non noi». All'ora del caffé, mentre a palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte riunisce un Consiglio dei ministri lampo (10 minuti), Matteo Salvini arringa un drappello dei suoi senatori. Spiega tattica e strategia. E a chi gli chiede perché non vada a palazzo Chigi, risponde secco: «Vado a prendermi un buon gelato al pistacchio».

Con i 5Stelle paralizzati dal voto web sulla leadership di Luigi Di Maio e ancora sotto choc per il tracollo elettorale, Salvini si prende la scena. Fa valere e vedere, plasticamente, che ora comanda lui. Che lui è il premier di fatto. Un atteggiamento che allarma e infastidisce Conte: «Serve al più presto un vertice a tre per mettere a posto le cose, non possono continuare a subire invasioni di campo, qui davvero finisco commissariato...», confida in serata.

Del resto, Salvini anche al premier Salvini ne fa ingoiare tante. Dalle dimissioni del viceministro leghista, Edoardo Rixi, incassate personalmente senza farle transitare direttamente sulla scrivania di Conte. Alla spedizione, di buon mattino con una pattuglia di economisti ad occupare manu militare il ministero dell'Economia. «Ma per la verità è venuto ad ascoltare come il giorno prima Tria e Conte hanno deciso di rispondere a Bruxelles», precisano al Mef.

IL TARGET LEGHISTA
Il vero bersaglio di Salvini però sono i 5Stelle, «quelli che ci hanno accusato e infamato in campagna elettorale senza alcun scrupolo». Così ora dopo ora il vicepremier, forte del suo 34% e del fatto che alcune simulazioni gli accreditano la possibilità di vincere da solo le elezioni con il 40%, alza l'asticella a un'altezza impossibile per Di Maio & C.

Certo, il capo del Carroccio è costretto a far dimettere Rixi per evitare che la crisi venga aperta sulla questione morale. Cosa sconsigliabile. Subito dopo però martella i ministri grillini Danilo Toninelli (Infrastrutture), Elisabetta Trenta (Difesa), Sergio Costa (Ambiente), etichettandoli di fatto come degli incapaci. E rivendica per la Lega il nuovo commissario europeo e il dicastero alle Politiche europee vacante da marzo, quando Paolo Savona passò alla Consob. «Le poltrone dei grillini però non ci interessano», garantiscono nell'entourage del vicepremier leghista. Anche se già c'è chi in Parlamento fa il nome del sottosegretario Raffaele Volpe come sostituto della Trenta.

Ciò che interessa a Salvini è incassare quanto più possibile. Oppure, in alternativa, spingere i 5Stelle a rompere come dimostra l'ultimatum lanciato a metà pomeriggio: «Da stasera, dopo il voto su Rousseau su Di Maio, se si lavora si va avanti. Se arrivano 4, 5, 6 no, la Lega non ha più tempo da perdere». La replica di Di Maio, riconfermato con l'80% di sì: il Movimento «ripartirà più forte». E i suoi chiosano: «Salvini alza la posta, provoca, per mascherare la botta ricevuta su Rixi».

I ROSPI DA INGOIARE
Di certo, c'è che la montagna che ha costruito in dodici ore Salvini appare impossibile da scalare per i grillini. C'è il condono fiscale e la pace fiscale, c'è lo stop al salva Roma e al codice degli appalti per due anni, c'è il sì alla Tav («l'80% dei piemontesi la vuole e la Ue si farà carico del 55% dei costi...») e l'accelerazione sulla flat tax («porterò il disegno di legge al prossimo Consiglio dei ministri»). Tutti temi contro cui, fino alle elezioni, i 5Stelle avevano alzato barricate. Senza contare che nel programma di Salvini c'è pure la riforma della giustizia con la rivisitazione del reato di abuso d'ufficio e la separazione della carriere tra pm e giudici. Eppure, il capo della Lega tutto vuole, tranne che apparire sleale. Così si lascia andare a una dele sue amate metafore calcistiche per rassicurare il premier: «Devo ammettere che invidio l'Inter che ha preso Conte. Io ho totale fiducia in Conte, qualunque Conte sia e qualunque lavoro faccia». Il premier però non si addolcisce.

Ultimo aggiornamento: 10:25

NoTav - e quindi se l'Unione Europea non da il 55% dei fondi il Tav non si fa. Poi il fanfulla dimentica che noi paghiamo molto di più della Francia e non c'è ragione o vuole sostenere le promesse del corrotto euroimbecille Pd? e poi il Frejus e poi ...

Tav e Flat tax, Salvini tira dritto

POLITICA

(Foto Fotogramma)

Pubblicato il: 30/05/2019 17:40

In attesa dell'esito del voto sulla piattaforma Rousseau per la conferma di Di Maio, Matteo Salvini tira dritto sulla sua agenda insistendo su Tacv e Flat tax. "Sono ottimista, mi auguro che sulla piattaforma Rousseau arriveranno tanti sì per Di Maio e, quindi, tanti sì dai Cinque stelle per questo paese", dice il leader della Lega parlando in conferenza stampa al Senato. E subito dopo torna sulla Tav: "Se, come pare la quota di partecipazione della Ue aumentasse fino al 55% dell'importo della intera opera, sarebbe evidente che sarebbe vantaggioso completare un'opera fondamentale". "Una cosa - ha aggiunto - che ha avuto l'ok da oltre l'80% degli elettori piemontesi".

"Spero che da stasera alla 21 si torni a lavorare, se si lavora si va avanti, ma non ho più voglia di perdere tempo", sottolinea il vicepremier spiegando che "sto rispettosamente aspettando il voto della piattaforma Rousseau". "Noi a questo paese ci teniamo, a questo governo ci teniamo - sottolinea - ovviamente non questiono su vicende giudiziarie". "Ma se qualcuno ora mi dicesse 'no, la riduzione delle tasse può attendere', 'no, la nuova pace fiscale può attendere, 'no, il codice degli appalti va bene così', 'no, i rifiuti continuiamo a mandarli in Germania e Olanda', 'no, la Tav anche se ci danno più soldi e i piemontesi hanno votato', sono sei no", dice Salvini. "Penso che il voto degli italiani sia stato chiaro domenica scorsa", ha aggiunto assicurando: "Mi premurerò di portare la discussione sulla flat tax per imprese e famiglie nel prossimo consiglio dei ministri, quando sarà convocato".

12 aprile 2017 - CLAUDIO BORGHI AQUILINI | Cosa sono i mini BOT?





è iniziata la campagna di terrorismo contro la mozione approvata alla camera per l'introduzione dei mini bot. Ha iniziato il sole 24ore. Votata anche dal corrotto euroimbecille Pd che poco dopo ha dichiarato di essersi sbagliato non avevano letto bene l'emendamento, che i competenti siano incompetenti si è sempre saputo

Roma - Il fanfulla vorrebbe fare ma continua a dire No No No alla capitale

Virginia Raggi chiede a Giuseppe Conte l’ok al ‘Salva-Roma’ (dopo il no di Salvini)

Virginia Raggi ha incontrato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in Campidoglio e i due hanno discusso del cosiddetto ‘Salva-Roma’ e della concessioni di più poteri a Roma Capitale. L’incontro tra la sindaca e il capo del governo arriva dopo che Matteo Salvini ha nuovamente bocciato il provvedimento: “Deve essere esteso a tutti i comuni italiani”.

31 MAGGIO 2019 16:09 di Enrico Tata

in foto: Virginia Raggi e Giuseppe Conte

Il cosiddetto ‘Salva Roma', il provvedimento che servirebbe a trasferire allo Stato parte del debito della Capitale, è uno dei temi caldi su cui nelle prossime settimane si misurerà la tenuta del governo gialloblu. Da una parte i 5 Stelle e Virginia Raggi che chiedono a gran voce l'approvazione della norma e dall'altra Matteo Salvini che a più riprese, anche ieri, si è espresso contro, sostenendo che non solo Roma dovrebbe beneficiare di queste agevolazioni, ma che esse dovrebbero riguardare tutti i comuni italiani.

Oggi, complice un evento in Campidoglio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha incontrato la sindaca Virginia Raggi e hanno discusso proprio del ‘Salva Roma' e della gestione del maxidebito della Capitale che, se l'operazione andrà in porto, non sarà più affidato a una gestione commissariale separata. Al momento di decidere sulla norma contenuta del ‘dl crescita', Salvini era riuscito a strappare un ‘Salva Roma' soft, che in pratica procrastinava tutte le decisioni più importanti a data da destinarsi. Raggi, dopo l'acuirsi delle tensioni interne al governo e dopo i continui attacchi del leader leghista, si è mostrata preoccupata in merito alla questione e ha espresso le sue perplessità al capo del governo. Nell'agenda del governo, ha assicurato Conte, c'è "anche il salva-Roma che è certamente è materia che dovremo decidere a palazzo Chigi nel vertice politico e in quello tecnico. Raggi e conte sono entrati sorridenti e insieme nel Palazzo Senatorio in piazza del Campidoglio e poi si sono affacciati dal balcone che affaccia sul monumento equestre di Marco Aurelio.

A chiedere l'approvazione del ‘Salva Roma' sono stati anche i consiglieri di Fratelli d'Italia, che hanno fermato Conte e gli hanno chiesto un'accelerazione sul provvedimento: 
"Abbiamo approfittato della visita del premier Conte in Campidoglio per catturare per alcuni minuti la sua attenzione al fine di rappresentargli l'esigenza urgente e stringente di approvare il Salva Roma. Non è una battaglia di destra o di sinistra ma semplicemente di una nazione civile che vuole che la propria Capitale sia rispettata".

La sindaca e il presidente del Consiglio hanno partecipato questa mattina al Centenario dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) che si è tenuto nella Sala degli Orazi e dei Curiazi dei Musei capitolini. "L'Organizzazione Internazionale del Lavoro nacque 100 anni fa come strumento di pace, di emancipazione e dei diritti per garantire crescita e sviluppo. Diritti, dignità e futuro sono ancora le parole chiavi dello sforzo che le istituzioni sono chiamate a compiere verso un nuovo progresso sociale", ha dichiarato la sindaca portando il suo saluto ai partecipanti. Presente, come detto Giuseppe Conte, ma assente il ministro del Lavoro e vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio.


Lorenzo Vita - gli euroimbecilli più isolano l'Italia e più argomenti gli danno per cominciarli ad ignorare seriamente. Da un male potrebbe nascere un bene



31 MAGGIO 2019

L’Italia non deve guardarsi solo da Francia e Germania, che unite hanno già dimostrato di poter emarginare il nostro Paese. L’Italia deve anche guardarsi dai partner di Francia e Germania: perché l’Italia come terza forza dell’Unione europea adesso rischia di essere scalzata dai partner prediletti di Berlino e Parigi. Chi siano questi rivali, lo si può capire in particolare dalle mosse dei due leader dell’asse franco-tedesco, ovvero Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Ed è soprattutto dal secondo che bisogna partire per comprendere quale sia il fronte più a rischio per il nostro Paese.

Il presidente francese pare stia puntando tutto su una carta: Pedro Sanchez. Il leader spagnolo piace al capo dell’Eliseo per due motivi: è affine alla politica francese e quella dell’asse franco-tedesco in Europa; è parte della famiglia dei Socialisti (quindi possibile alleato del gruppo di La République en Marche nell’Europarlamento); è avversario del governo italiano, come già ampiamente dimostrato in alcuni frangenti della politica europea, dall’immigrazione alle sedi delle istituzioni Ue; le cariche all’interno dell’Unione europea. Tutto questo comporta che Madrid sia preferita a Roma, che invece da qualche mese ha innescato con Parigi una sfida molto complessa, a tratti anche violenta, e che vede proprio nello scontro fra Macron e il governo Conte una delle chiavi per comprendere le dinamiche europee. Date queste premesse, il Sanchez appena rieletto – e il cui partito (il Psoe) è il primo della famiglia socialista in Europa – ha trasformato la Spagna nel partner privilegiato della Francia in Europa. Subito dopo la Germania, si intende. E questo non può che andare a discapito dell’Italia, che essendo la terza forza di questa Unione è a forte rischio di declassamento anche per quanto riguarda le cariche all’interno della futura Commissione, con la Spagna che, come descritto da Bloomberg, preme per avere un suo uomo, specialmente Josep Borrell, quale rappresentare di alto livello nel prossimo governo Ue.

L’Italia è a rischio, inutile negarlo. La Spagna piace perché non ha un governo avverso alle forze dell’asse franco-tedesco, è dichiaratamente a favore dell’Unione europea e soprattutto segue alla lettere i dettami di Bruxelles oltre che la stessa linea politica del centrosinistra liberal. In più ha dalla sua parte una crescita economica superiore a quella italiana, il che la rende un partner molto più utile alle logiche di Parigi e Berlino. Basta un dato riportato dallo stesso sito: “Nel 2008, il prodotto interno lordo pro capite della Spagna era dell’87% in Italia. Adesso è al 94%”. Una crescita che in Europa si traduce anche in maggiore peso politico, con una miscela esplosiva fatta di isolamento e marginalizzazione dell’Italia, europeismo di Sanchez, maggioranza parlamentare europea a trazione progressista e negoziati sulla futura Commissione. E a nulla vale la debolezza cronica spagnola, che anzi, può anche fare il gioco dello stesso asse franco-tedesco. Insomma, Macron ha trovato il suo interlocutore: e il fatto che sia strategicamente avversario dell’Italia non è certo un segnale di riavvicinamento fra Roma e Parigi né di un miglioramento della posizione italiana nella scala gerarchica dell’Ue.

Ma è solo il fronte occidentale a preoccupare l’Italia? No, c’è anche un altro lato dello scacchiere europeo a doverci far riflettere: quello orientale. Perché proprio dal Gruppo di Visegrad, e cioè da quei sovranisti che sono da ideologicamente più affini al partito di maggioranza in Italia (la Lega) potrebbe arrivare un altro colpo. Se infatti Sanchez è il’avversario più temibile per scalzare Giuseppe Conte da terzo leader Ue, è anche vero che l’attuale fase politica europea mostra una nuova area di influenza: Visegrad. Attualmente, il gruppo dei Paesi orientali si mostra compatto e in grado di giocare su più fronti. Ma è soprattutto un blocco di Stati che sta assumendo tutti i connotati di un vero e proprio interlocutore unico, di un nuovo polo della stessa Unione europea che riesce a dialogare con le potenze europee e influenzare la politica a Bruxelles. Una questione non di poco conto cui si aggiunge la partnership consolidata con la Germania. Le mosse di Viktor Orban, leader dell’Ungheria e guida carismatica di Visegrad, dimostrano come non sia da sottovalutare il fatto che siano Budapest, Varsavia e le altre capitale dell’est le terze potenze politiche del Vecchio Continente. Governi che, grazie all’asse economico con la Germania e a quello politico con gli Stati Uniti, possono effettivamente diventare elementi decisivi nel futuro dell’Unione europea. Più dell’Italia, come dimostrato anche dai giochi di potere interni al blocco sovranista, e che vedono i governi orientali dividersi fra Partito popolare europeo e Conservatori riuscendo anche a indicare un proprio candidato comune per la presidenza della Commissione: Maros Sevcovic.