L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 giugno 2019

Atmosfera al calor bianco tra statunitensi e russi. I dazi li hanno messo gli Stati Uniti e non si capisce perchè

Cina – Sfiorata collisione nel mare cinese fra navi da guerra Russa e Americana

 

Scambi di accuse reciproci tra la marina americana e quella russa

Un incrociatore lanciamissili americano e un cacciatorpediniere russo hanno rischiato la collisione nel Mar Cinese Orientale, arrivando a una distanza tra i 15 e i 50 metri l’uno dall’altro. Lo riportano i media Usa. Le due parti si sono accusate a vicenda di aver condotto azioni non sicure e di essere state costrette a compiere operazioni di emergenza per evitare la collisione.
Secondo la ricostruzione della Settima Flotta Usa è stato il cacciatorpediniere russo, l’Admiral Vinogradov, a mettere a rischio la sicurezza dell’incrociatore americano, l’USS Chancellorsville, costringendolo ad invertire tutti i motori a pieno regime per evitare una collisione. “Consideriamo le azioni della Russia non sicure, poco professionali e non in conformità con il Regolamento internazionale per prevenire le collisioni in mare”, ha spiegato un portavoce.
Le forze armate russe hanno invece accusato l’USS Chancellorsville di aver attuato un manovra pericolosa attraversando la rotta del cacciatorpediniere di Mosca, dicendo che l’incrociatore americano ha “improvvisamente cambiato direzione”.

Roma - ai privati gli va storto erano abituati a comandare e quindi non riescono a trattare. Golosi di soldi degli automobilisti

Stadio, Pallotta e la sindaca ora litigano anche per i parcheggi “d’oro”
 

08/06/2019 alle 08:23. La penna degli Altri

IL MESSAGGERO (L. DE CICCO) - L’ultima lite tra il Campidoglio e i privati che sognano l’affare Tor di Valle è sull’incasso dei parcheggi del nuovo stadio. «Tutto a noi», dicono i proponenti, Pallotta e la Eurnova di Parnasi. «No, fifty-fifty», il 50% ciascuno, è la replica in sostanza dell’amministrazione di Virginia Raggi. Sul punto non c’è accordo. Anche perché si tratta di un bottino non proprio modesto, considerando che, come ha prescritto il Politecnico di Torino (interpellato sull’operazione dalla Raggi), il prezzo per lasciare l’auto intorno allo stadio sarà piuttosto caro. I proponenti allora lo vorrebbero per intero - questo sarebbe stato detto a chi ha partecipato alle riunioni al dipartimento Urbanistica - mentre i tecnici comunali hanno fatto capire di considerare gli spazi dei parcheggi come «superfici standard», insomma aree pubbliche per tutte le auto. Quindi, al netto dei costi di gestione, l’ammontare degli incassi andrebbe smezzato tra pubblico e privati. La contestazione compare anche nella lettera, svelata ieri dal Messaggero, con cui il Campidoglio «rimette in discussione il pubblico interesse» del progetto stadio. Pallotta e la Eurnova - che dopo l’arresto di Parnasi è guidata da un nuovo Cda - si sono visti rigettare la proposta «gestionale dei parcheggi, sino a prevedere contratti concedenti diritti di superficie mai ipotizzati». Anche su questo punto, come su molti altri, non c’è intesa
Se ne riparlerà nel prossimo vertice, tra la fine della prossima settimana e quella dopo ancora.

LA MINACCIA DI «CAUSE» - I privati, nel frattempo, continuano a valutare l’ipotesi di cause in Tribunale contro il Comune in caso di stop, tra presunte penali, escluse però dall’Avvocatura del Campidoglio, e addirittura un ricorso al Tar. «Ma cosa impugnano al Tar, se non c’è un atto formale di bocciatura?», si chiedono in Comune. Si vedrà come andrà a finire. Quanto ai parcheggi, l’unica cosa sicura è che dovrebbero fruttare parecchio. Perché per scoraggiare l’arrivo di troppe auto - le strade, anche con tutti gli ammodernamenti previsti, andrebbero in tilt - i professori del Politecnico di Torino hanno prescritto alcune misure per disincentivare «la mobilità privata». Una di queste è il costo maggiorato del biglietto per chi va in macchina a vedere la partita. È stato ordinato quindi «un sensibile rincaro per chi decide di recarsi allo stadio con la propria vettura, consentendo l’accesso ai parcheggi solo a chi acquista il pacchetto biglietto più parcheggio». Poi «chi vuole recarsi allo stadio con la propria vettura deve essere obbligato ad accedere alle aree di sosta in determinate finestre temporali, ovviamente lontane dall’ora di punta».

La penna degli Altri
 

Roma merita rispetto da parte di tutti

Roma, Virginia Raggi contro i “turisti incivili”

8 Giugno 2019 di Lavinia Nocelli



Multe pagabili attraverso il pos e maggiori controlli: la sindaca di Roma Virginia Raggi dice stop ai comportamenti vietati nella capitale.

La sindaca di Roma Virginia Raggi si scaglia contro i “turisti incivili“. Stop a comportamenti barbari e condotte vietate nella capitale, Roma non è un far west: più sanzioni pagabili attraverso il pos. E si appella agli ambasciatori cercando solidarietà: “Questo è un primo step. Poi vedremo insieme come svilupparlo.” 

Stop all’inciviltà


“Ho iniziato a scrivere agli ambasciatori per segnalare le condotte dei loro concittadini che hanno causato danneggiamenti al nostro patrimonio o che sono stati protagonisti di condotte vietate come i bagni nelle fontane. Questo è un primo step. Poi vedremo insieme come svilupparlo.” Virginia Raggi, prima cittadina di Roma, è intervenuta così nella sede del comando generale dei vigili durante la presentazione del nuovo regolamento di Polizia locale, approvato dall’assemblea capitolina. Al centro del mirino i “turisti incivili“: stop a comportamenti barbari e condotte vietate nella capitale. Roma accoglie tutti, ma non è un far west. E per farlo si appella agli ambasciatori, cui chiede maggior severità e più controlli: attraverso una lettera coglie l’occasione per richiamare un problema piccolo, ma di essenziale importanza.

“Ritengo fondamentale – ha aggiunto la sindaca – far capire agli ambasciatori che ci sono specifici comportamenti che devono essere isolati e stigmatizzati per non creare un sentimento di distanza tra cittadini e turisti, che non ha motivo di esistere. Sono pochi episodi che vanno però condannati. Roma è e sarà sempre accogliente, ma non vuol dire tollerare comportamenti vietati, danni e imbrattamenti della nostra città. Credo che avviare un rapporto con gli ambasciatori sia un modo molto rispettoso per veicolare un messaggio anche oltre i nostri confini.”
 
Multe e sanzioni

Più multe e sanzioni quindi, ma con un nuovo sistema di pagamento: il pos, da parte di tutti i turisti. “Sulle sanzioni sarà a breve approvata in Giunta una delibera – ha annunciato la prima cittadina di Roma -. Sappiamo che con i turisti spesso è difficile riscuotere i soldi e, per questo, rilancio la possibilità di pagamento delle sanzioni attraverso il pos” ha concluso la Raggi.
 

Roma - Nuovo contratto di servizio nuovo consiglio d'amministrazione, vediamo se l'Ama non diventa un'azienda efficiente che riesce a mantenere la capitale pulita, la battaglia è dura ma si può vincere


Roma, la sindaca Virginia Raggi nomina il nuovo Consiglio di amministrazione di Ama S.p.A.
 
Di Redazione
- 7 Giugno 2019 - 20:40



La sindaca di Roma Virginia Raggi ha firmato l’ordinanza di nomina dei tre componenti del nuovo Consiglio di amministrazione di Ama S.p.A. Il Cda dell’azienda capitolina per la gestione dei rifiuti sarà composto da Luisa Melara, designata dalla sindaca in qualità di presidente, Paolo Longoni, indicato come amministratore delegato, e Massimo Ranieri.
 
 

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Google sa perfettamente che togliendo android a Huawei inizia invariabilmente il suo declino di monopolista

Mondo, Primo Piano
Huawei gongola per il diktat trumpiano di Google su Android?

di Riccardo Puglisi
8 giugno 2019



La scelta di Huawei di dotarsi di un nuovo sistema operativo per l’impossibilità di usare Android potrebbe rivelarsi una scelta anticipata di sviluppare il sistema operativo giusto per Internet 3.0. L’analisi dell’economista Riccardo Puglisi, professore associato in economia politica all’Università di Pavia, tratta da Lavoce.info

Con il rapido montare della guerra commerciale tra Usa e Cina era ed è verosimile attendersi ulteriori sviluppi rilevanti: tuttavia, appare davvero dirompente la decisione di Google di non fornire più assistenza e aggiornamenti sui nuovi smartphone Huawei, per poi troncare i rapporti relativi anche ai telefoni esistenti alla scadenza di una moratoria di 90 giorni concessa dal Department of Commerce dell’amministrazione Trump. 

I DIKTAT DI TRUMP

L’ordine esecutivo del presidente Trump a proposito dei rapporti di imprese Usa con imprese cinesi che rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale viene ora applicato dal gigante Google non nei confronti di un medio soggetto economico, ma del secondo produttore mondiale di smartphone dietro Samsung.
 
I LEGAMI HUAWEI-ANDROID

Huawei ha contribuito negli anni all’espansione e al miglioramento di Android, il sistema operativo open source sviluppato da Google, al cui interno si annidano applicazioni proprietarie come Google Maps e Google Play. Ora deve valutare la possibilità di mettere in piedi un sistema operativo alternativo oppure di mantenere Android rinunciando alle componenti proprietarie di Google.
 
CHE COSA SUCCEDE IN CINA

Le dispute geopolitiche tra Stati Uniti e Cina sono necessariamente collegate con le questioni commerciali, come l’attuale chiusura del mercato cinese a Google, Facebook e Twitter: sotto questo profilo, la scelta di Trump può essere considerata, a onor del vero, come una rivalsa rispetto a comportamenti antecedenti di Pechino.
 
DOSSIER TECNOLOGICO E NON SOLO GEOPOLITICO

Ma non è soltanto una questione geopolitica. Nel valutare la disputa Google-Huawei dobbiamo badare con attenzione agli aspetti tecnologici, cioè alla competizione tra nuovi e vecchi prodotti, nuove e vecchie tecniche per produrre.


LA TERZA RIVOLUZIONE

Se è vero che la terza fase della rivoluzione di Internet (dopo la sua nascita e l’avvento dei social network, cioè del contenuto creato dagli utenti) consisterà nella cosiddetta “Internet delle cose” (IoT, Internet of Things), ovvero il collegamento in tempo reale tra oggetti grazie alla rete, e nell’esigenza di un trasferimento “quasi immediato” di dati pesanti come i video, allora le prospettive di Huawei appaiono più rosee, perlomeno nel medio-lungo termine.
 
I VANTAGGI COMPARATIVI

La ragione sta nel suo vantaggio comparato rispetto alla tecnologia adatta per la terza fase, cioè la tecnologia 5G (il quinto standard nella comunicazione mobile): Huawei si avvantaggia del fatto di avere investito non solo sui dispositivi, ma anche sulla stessa rete 5G, a differenza degli altri concorrenti, come Samsung, che sono sostanzialmente focalizzati solo sui dispositivi.
 
DOMANDE SU ANDROID

Nuove tecnologie sono spesso complementari ad altre, e non è del tutto chiaro quanto il sistema operativo Android possa essere adatto per gestire la necessaria ed estesa interconnessione tra dispositivi e cose che avremo nel futuro prossimo.
 
HUAWEI GONGOLA?

La scelta di Huawei di dotarsi di un nuovo sistema operativo per l’impossibilità di usare Android, che ora sembra una scelta obbligata a causa della guerra commerciale con gli Usa, potrebbe rivelarsi alla fine dei conti come la scelta – anticipata – di introdurre e sviluppare il sistema operativo giusto per Internet 3.0: il manzoniano “fare di necessità virtù”, che nel mondo anglosassone si chiama più esoticamente “serendipity”, potrebbe spuntare anche qui, dentro al mondo arcigno dei dazi e degli embarghi.

(estratto di un articolo pubblicato su Lavoce.info; qui la versione integrale)
 

Guido Salerno Aletta - Al Libero Mercato gli sono saltati i nervi con i MiniBot sono tagliati fuori e non possono mangiare più a quattro ganasce con gli interessi sul debito, per non parlare degli euroimbecilli che non hanno più l'arma dello spread e la possibilità di ricattare l'Italia per mandarla in rovina con l'austerità imposta. lo stregone maledetto verrebbe messo all'angolo esautorando il suo ruolo di banchiere centrale a mezzo servizio in quanto non prestatore di ultima istanza



Economia, Primo Piano

Vi spiego verità e bugie sui Mini-Bot

di
8 giugno 2019

 
Che cosa sono davvero i Mini-Bot? L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta tratta da Teleborsa

Il mondo della finanza mette in guardia dagli effetti dirompenti dei mini-bot. C’è chi insinua che sia un modo per creare un sistema monetario parallelo, preparando l’uscita dall’euro.

Intanto, bisogna chiarire di che cosa si tratta, almeno nelle intenzioni iniziali.

Già nel programma elettorale della Lega, più di un anno fa, si scriveva così, a proposito dei debiti della Pubblica Amministrazione (PA) con le imprese:
“Nonostante le promesse del Governo Renzi, ad oggi la PA deve alle imprese italiane ancora circa 35 miliardi di euro. Soldi che per migliaia di aziende fanno la differenza tra il continuare ad esistere o dover chiudere per sempre lasciando senza lavoro impiegati e operai. I vincoli europei al Bilancio dello Stato che non hanno impedito di erogare oltre 20 miliardi per salvare le Banche impediscono invece di poter pagare chi ha lavorato per conto dello Stato. Imprese che, nonostante vantino crediti nel confronti della PA, non sono dispensate da nessun obbligo fiscale e dunque, nonostante siano in attesa di incassare i loro soldi, ricorrono a prestiti per pagar tasse e imposte. Tutto questo non può andare avanti.”

Ed ancora: “Si tratta di Titoli di Stato di piccolo taglio che, se emessi in sufficiente quantità potrebbero diventare un sistema di pagamento alternativo rispetto a quello con le attuali banconote. Il vantaggio dei minibot è che la loro creazione e diffusione sarebbe totalmente controllata dallo Stato senza dover quindi rischiare di essere bloccata dall’esterno. Avrebbero inoltre un’importante funzione di rilancio dell’economia. Non si tratta di una moneta parallela perché i trattati europei impediscono la stampa di banconote diverse da quelle in Euro e avere due monete diverse con differenti tassi di cambio in circolazione contemporanea sarebbe disastroso, perché i redditi rischierebbero di essere nella moneta di minor valore mentre i debiti resterebbero in Euro. L’aspetto del minibot sarà in tutto e per tutto simile ad una banconota ma in realtà rappresenta un pezzettino di debito pubblico ed è quindi un credito per il cittadino che lo possiederà. I minibot verrebbero assegnati senza formalità e volontariamente a tutti i creditori dello Stato.”

La Camera dei deputati, il 28 maggio, ha approvato ad amplissima maggioranza una mozione che impegna il Governo ad affrontare il tema dei ritardi nei pagamenti della PA.

Si premette che “lo stock del debito commerciale della pubblica amministrazione: a inizio maggio 2019 il debito generato nel 2018 e ancora da onorare è pari a circa 27 miliardi di euro (la differenza tra 148,6 miliardi di euro di fatture emesse e 120,7 miliardi di euro di fatture pagate). Alla stessa data, lo stock complessivo del debito (scaduto e non) è pari a circa 57 miliardi di euro.”

Dal punto di vista operativo, impegna il Governo per quanto riguarda:
[…] “b) l’ampliamento delle fattispecie ammesse alla compensazione tra crediti e debiti della pubblica amministrazione, oltre che la cartolarizzazione dei crediti fiscali, anche attraverso strumenti quali titoli di Stato di piccolo taglio, implementando l’applicazione di tutte le misure adottate nella legge di bilancio per il 2019, relative anche alle anticipazioni di tesoreria, per garantire il rispetto dei tempi di pagamento dei debiti commerciali delle pubbliche amministrazioni ed uscire, così, dalla procedura di infrazione che la Commissione europea ha avviato contro l’Italia sull’attuazione della direttiva sui ritardi di pagamento.”

Occorre un duplice chiarimento:
I Trattati europei dichiarano che l’euro è l’unica moneta avente corso legale. L’articolo 128, infatti, dispone che “1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione.”
L’art. 1277 del Codice civile prescrive che: “I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale”

Ne deriva che lo Stato italiano non può liberarsi di una obbligazione pecuniaria se non procedendo al pagamento in euro. Quindi, per pagare i debiti commerciali arretrati deve usare le risorse fiscali ovvero ricorrere al sistema finanziario, facendosi anticipare mediante la emissione di titoli di debito la moneta che serve per procedere al pagamento.
Così facendo, un “debito commerciale” verso le imprese o altri creditori, si trasforma in “debito finanziario”: lo Stato anziché essere debitore verso le imprese o altri creditori diviene debitore verso i soggetti che hanno fornito la liquidità, a fronte di un titolo del debito pubblico.

Bisogna capire adesso che cosa accadrebbe: innanzitutto, i mini-bot non potranno essere assolutamente imposti al creditore come mezzo di pagamento. In pratica, 
lo Stato offrirebbe questa alternativa: 
“Se vuoi essere pagato subito, ti offro subito mini-bot, per un valore corrispondente in euro. Questi mini-bot li potrai usare come qualsiasi altro titolo del debito pubblico, anche per pagare le imposte. Altrimenti, se vuoi un pagamento in euro, devi aspettare”.

La prima conseguenza sarebbe di 
immettere nell’economia reale uno strumento finanziario di grande liquidità, 
visto il piccolo taglio del frazionamento del titolo, che verrebbe stampato come carta-valori.

Questo titolo avrebbe le seguenti caratteristiche:
  • non ha scadenza: è dunque un titolo irredimibile, in quanto non è prevista nessuna data per poterlo incassare in contanti.
  • non ha un rendimento, perché viene corrisposto per l’ammontare facciale corrispondente al debito commerciale che, accettandolo, viene estinto.
  • non ha comunque un potere liberatorio come la moneta legale nei confronti di terzi. Non ha dunque corso forzoso: in qualsiasi transazione, chiunque sarà libero di accettarlo o meno. Lo Stato invece si impegna ad accettarlo immediatamente per il pagamento delle imposte.
La seconda conseguenza è che il debito commerciale dello Stato verrebbe estinto attraverso uno strumento finanziario che va ad aumentare il debito pubblico rilevante ai fini statistici e del Fiscal Compact.
La terza conseguenza, di portata dirompente, è che 
il mercato finanziario verrebbe completamente escluso da questo circuito. 
Finora, è il mercato che decide se ed a quale prezzo anticipare moneta allo Stato. 
In questo caso, è un debito su cui lo Stato non paga interessi, perché il titolo è immediatamente utilizzabile per pagare le imposte, in luogo della moneta legale.
C’è un altro aspetto, da approfondire: se venisse previsto un termine per poter utilizzare i mini-bot al fine di pagare le imposte, magari differito di due anni rispetto all’anno di emissione, avrebbero il vantaggio dei tanto auspicati Certificati di Credito Fiscale: non verrebbero computati nel debito. Potrebbero essere corrisposti in tutte le situazioni in cui si vuole creare una capacità di spesa aggiuntiva, e funzionerebbero come una sorta di “vaglia cambiario”.

Così, si farebbe davvero Bingo.

La reazione dei mercati, preannunciata dai media, potrebbe essere assai negativa: potrebbero vedere in questa iniziativa un modo indiretto per avviarsi alla uscita dall’euro. Potrebbero chiedere più alti tassi di interesse sulle nuove emissioni, o astenersi dai rinnovi provocando un default.

Ma nessuno oggi è così pazzo da mettere in un angolo l’Italia: farebbe affondare l’euro.

(estratto di un articolo pubblicato su Teleborsa)

MiniBot - Spesso troppo spesso ci si chiede ma Tria che cosa ci azzecca con questo governo?

Tria affonda i mini-Bot: il Ministero dell’Economia ha dato parere negativo
 
"In un'interpretazione, quella del debito, sono inutili. Nell'altra, violano i trattati e non possono essere fatti", ha detto il Ministro dell'Economia da Fukuoka, in Giappone  
 
08 giugno 2019 - 12.29

 
 
(Teleborsa) - Una stroncatura senza se e senza ma quella che arriva dal Ministro dell'Economia Giovanni Tria che boccia sul nascere l'idea sponsorizzata dalla Lega e sostenuta da tutto il Parlamento con una mozione non vincolante - sulla quale il Pd ha poi preso le distanze - che ha chiesto di prendere in considerazione l'emissione dei cosiddetti mini-Bot (Bot di piccolo taglio e senza scadenza)

Dopo l’apertura di Giorgetti e Salvini, arriva la chiusura netta del titolare del dicastero dell’Economia ai mini-bot. Da Fukuoka, in Giappone, dove si trova per il G-20 dei ministri delle Finanze, Tria si accoda a Mario Draghi e affonda i mini-Bot. "Sarebbe illegale o inutile che l'Italia emettesse obbligazioni per pagare i suoi fornitori, perché queste banconote violerebbero le regole della moneta europea o si aggiungerebbero al massiccio debito pubblico del paese", ha dichiarato.

"Questa è una cosa che sta nel loro programma -ha detto Tria riferendosi a Lega e M5S - Il Ministero dell'Economia ha già espresso un parere negativo", ha concluso.

COSA SONO I MINIBOT – Vecchio cavallo di battaglia di Claudio Borghi – il principale consigliere economico della Lega che li ha sempre descritti come lo strumento da usare per prepararsi a un’ipotetica uscita ordinata dall’euro muovendosi nel perimetro – a suo dire, delle regole comunitarie – sono titoli pubblici di piccolo taglio (5, 10, 20, 50 e 100 euro), di aspetto simile alle banconote, con cui lo Stato potrebbe pagare i propri creditori e con cui privati e imprese potrebbero pagare beni e servizi legati allo Stato come le tasse, la benzina o i biglietti del treno. A differenza dei Bot, i mini-bot non avrebbero scadenza o tassi di interesse.

(Foto: Giovanni Tria ) 
 

NO NO NO le grandi navi non possono rovinare Venezia

Venezia, in migliaia contro le Grandi Navi a San Marco e Giudecca
 
Grazie alla concessione del Prefetto della città della Laguna, Vittorio Zappalorto, accesso dei manifestanti anche a Piazza San Marco

 08 giugno 2019 - 19.35

 
 
(Teleborsa) - Dietro lo striscione "Fuori le navi dalla Laguna" si sono riuniti in migliaia. A richiamare oltre tremila manifestanti tra le strade di Venezia, l'incidente di domenica scorsa in cui una nave da crociera, la Msc Opera, è andata a urtare contro un battello e la riva di San Basilio. Questo sinistro ha fatto da cerino ad una questione che non ha mai veramente smesso di far bruciare la sua brace tra i canali della città patrimonio dell'Unesco dal 1987. Infatti il dibattito sull'interdizione, o meno, dei grandi colossi del mare è cosa ormai risaputa nell'ex Repubblica Marinara e, per ora, ancora molto acceso.

A coordinare il corteo il comitato "No Grandi Navi" e dietro di lui, per protestare contro l'entrata in laguna dei "grattaceli del mare", un numero eterogeneo di associazioni, politici e gente comune. Grazie alla concessione del Prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto, resa nota tramite megafono durante l'evento, accesso della folla, eccezionalmente, anche a Piazza San Marco. Il centro della città è infatti interdetto a questo tipo di eventi dal 1997, anno in cui i Serenissimi assaltarono il centro per proclamare l'indipendenza della città.

Da anni si dibatte, senza risultati per 
i grandi interessi in ballo connessi al crescente business del traffico crocieristico, sulla pericolosità del transito delle Grandi Navi nel bacino di San Marco per entrare nel Canale della Giudecca. 
E l'incidente di una settimana fa, casualmente senza gravi conseguenze, ha accelerato la "discussione" per la soluzione di un problema non più dilazionabile.
 

Bisogna considerare i Fratelli Musulmani i salafiti e gli wahabiti quello che stanno facendo


Editoriali·Giugno 8, 2019·5 min lettura

Siamo proprio sicuri che sia l’Iran la vera minaccia?

Siamo così presi a demonizzare il “nemico iraniano” da non vedere tutto il resto, da non vedere lucidamente quello che stanno facendo gli arabi

L’Iran minaccia Israele. L’Iran minaccia il mondo libero. Chi non sarebbe d’accordo con queste affermazioni? Chi non vede nelle manovre iraniane in Medio Oriente una seria minaccia non solo alla democrazia israeliana ma anche al resto del mondo?

È così evidente che solo un pazzo lo potrebbe negare. Ma dove si ferma la minaccia iraniana e inizia quella araba? Dove si ferma la voglia espansionista di Teheran e inizia quella di Riad e degli altri Paesi arabi e musulmani?

Siamo così impegnati a immaginare le mosse di Teheran e a studiare le contromisure per bloccarle che non guardiamo a tutto il resto che succede nel mondo arabo e più in generale in quello musulmano.

Qualche giorno fa alla Mecca, organizzati da Re Salman dell’Arabia Saudita, si sono tenuti ben tre vertici di altissimo livello senza che in occidente se ne parlasse. Il primo era un vertice urgente dei Paesi del Golfo al quale è stato invitato a sorpresa anche il Qatar. Il secondo era un incontro tra tutti i Paesi arabi compresi quelli del nord Africa, mentre il terzo era una riunione urgente della Organizzazione per la cooperazione islamica.

A dispetto di quanto i più ottimisti prevedevano, tutti i Paesi arabi e quelli musulmani (non tutti i musulmani sono arabi), hanno respinto il cosiddetto “piano del secolo”, cioè il piano di pace americano per il Medio Oriente che nessuno ancora ha letto anche se molti dettagli sono noti.

È stato respinto a prescindere perché secondo arabi e musulmani penalizza i palestinesi e favorisce Israele oltre a mettere una pietra tombale sulla teoria dei due stati.

Tutti i partecipanti, nessuno escluso, hanno poi condannato (di nuovo) la decisione del Presidente Trump di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme.

Ma soprattutto nei tre vertici si è parlato del “pericolo iraniano”, il leitmotiv del momento, quello che preoccupa maggiormente i Paesi del Golfo più che gli altri Paesi musulmani, quel pericolo che ha avvicinato gli arabi a Israele e che ha portato gli stessi arabi ad aprire diversi canali di comunicazione con Gerusalemme.

Ora, capite che in tutto questo c’è qualcosa che non va. Da un lato tutti gli arabi e i musulmani, nessuno escluso, rifiutano sia il piano americano che il riconoscimento americano di Gerusalemme quale capita di Israele. Dall’altro però intrattengono rapporti (più o meno alla luce del sole) con lo Stato Ebraico, non perché sono diventati improvvisamente tutti estimatori della democrazia israeliana, quanto piuttosto perché vedono in Israele l’unico in grado di fare veramente male agli iraniani. Tradotto: vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca.

Ma limitarsi a queste considerazioni, tutto sommato ovvie, sarebbe riduttivo. Mentre tutti vedono con chiarezza il pericolo iraniano, pochi vedono quello saudita o quello turco.

Anzi, arrivati a questo punto forse sarebbe il caso di fare altre considerazioni.

Molti anni fa un importante membro della resistenza iraniana rifugiatosi in Italia (la vera resistenza, non quella del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana o NCRI o anche detti Mojahedin del Popolo Iraniano), mi spiegò la differenza tra la gente persiana e quella araba (e turca). Mi disse: «vedi, il popolo iraniano non odia gli israeliani, al contrario, li invidia. Sono gli Ayatollah ad odiare Israele. Al contrario, il popolo arabo odia profondamente gli ebrei perché da sempre gli hanno insegnato che Allah vuole questo. E mentre i leader arabi contrattano sottobanco con i leader israeliani, l’odio arabo verso gli ebrei non accenna a diminuire».

Da un lato abbiamo quindi una leadership (quella iraniana degli Ayatollah) che odia profondamente Israele per quello che rappresenta, ma non è seguita in questo odio dalla gente comune, mentre dall’altro abbiamo un’altra leadership, quella araba, che per convenienza tratta con gli israeliani ma non è seguita in questo dal loro popolo che invece li odia. Lo stesso identico discorso vale per l’occidente, o meglio, per il mondo libero. Capirete come tutto questo sia un paradosso.

Temiamo i persiani per via degli Ayatollah ma non per quello che pensa la gente di Israele e del mondo libero, e non temiamo gli arabi perché la loro leadership è riuscita a convincerci che l’unico vero pericolo solo gli iraniani, quando miliardi di musulmani odiano visceralmente Israele e il mondo libero per quello che rappresentano.

Cerchiamo di intenderci: non sto dicendo che il pericolo iraniano non sia una cosa reale. Lo è eccome. Sto dicendo che però forse sottovalutiamo il pericolo arabo-musulmano.

Mentre in Iran c’è una profonda differenza tra quello che pensano gli Ayatollah e quello che pensa la gente di Israele e dell’occidente, nei Paesi arabi questa differenza non c’è. L’odio anti-israeliano e anti-occidentale è molto più radicato nel mondo sunnita di quanto non lo sia in quello sciita.

Ora gli eventi ci portano a pensare gli arabi sono buoni e i persiani sono cattivi, che con gli arabi si può trattare ma non con i persiani, che possiamo armare gli arabi ma non i persiani.

Siamo sicuri? Siamo proprio sicuri che il vero pericolo per Israele e per il mondo libero siano gli iraniani e non gli arabi? Quello che sta facendo Erdogan è pacifico? L’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo possono veramente essere considerate “amiche” dell’occidente?

Al Qaeda, ISIS e gli altri gruppi terroristici non sono finanziati dal petrolio iraniano ma da quello arabo. Le centinaia di moschee e i centri islamici che crescono come funghi in ogni continente, non sono costruiti con i soldi persiani ma con quelli arabi e turchi.

Quel vecchio amico iraniano mi disse un’altra cosa: «se in Iran abbattessero il regime degli Ayatollah scoppierebbe la democrazia. Se la stessa cosa avvenisse in un qualsiasi paese arabo, un regime teocratico sarebbe sostituito da un altro regime teocratico sicuramente più duro di quello precedente». Lo abbiamo visto con le cosiddette “primavere arabe”.

Sono forse gli iraniani che cercano di esportare l’Islam in tutto il mondo, oppure sono gli arabi? Certo, anche gli Ayatollah lo vorrebbero, ma quelli che lo stanno veramente facendo sono i Fratelli Musulmani, i salafiti e gli wahabiti, non gli iraniani. Quello che l’occidente si sta allevando in seno non ha nulla a che vedere con gli iraniani.

Lo ripeto a scanso di equivoci: non sto cercando di ridimensionare il pericolo rappresentato dagli Ayatollah iraniani, specialmente nell’immediato e per quanto riguarda Israele, sto solo dicendo che forse siamo così presi a demonizzare il “nemico iraniano” da non vedere tutto il resto. E non è un bel vedere.


Non si può trattare con chi impone nuove sanzioni è chiaramente in malafede

Iran, Teheran: Nuove sanzioni mostrano 'vacuità' discorsi americani statunitensi

di ECT08 giugno 2019

Teheran (Iran), 8 giu. (LaPresse/AFP) - Le nuove sanzioni americane contro un grande gruppo petrolchimico iraniano sono la "prova" della "vacuità" dei discorsi degli Stati Uniti quando dicono di essere pronti a discutere con l'Iran. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Moussavi.

Il Presidente degli Stati Uniti dice bugie, egli non vuole negoziare se volesse basta che ripristina il Trattato internazionale che ha stracciato unilateralmente

Iran, sanzioni? Trump non vuole negoziare

Portavoce governo, aperture del presidente Usa si rivelano false

© ANSA/EPA

Redazione ANSATEHERAN
08 giugno 201911:59NEWS

"La falsità delle dichiarazioni di del presidente americano Donald Trump sulla volontà di negoziare con l'Iran è stata dimostrata dopo appena una settimana". Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Abbas Mousavi, commentando le nuove sanzioni americane che stavolta hanno colpito la maggiore azienda petrolchimica iraniana. Mousavi, secondo quanto riporta l'agenzia Irna, ha affermato che "tutti i paesi hanno la responsabilità di reagire contro una violazione così chiara del diritto internazionale".

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/06/08/iransanzioni-trump-non-vuole-negoziare_c72d3c4a-4557-4035-a6fd-785ad3e79a58.html

MiniBot solo la pronuncia terrorizza gli euroimbecilli capiscono che in questa maniera l'Italia si sottrae all'austerità che ci vogliono imporre per spolparci meglio. Sono nel panico

Minibot, la Lega insiste: non sono moneta, l'idea piace

Salvini sfida Confindustria e Draghi: "Così iniziamo a pagare i debiti della Pubblica amministrazione verso famiglie e imprese". Giorgetti: "Un'opportunità"

Ultimo aggiornamento il 8 giugno 2019 alle 08:24

Euro, tagli di banconote (Ansa)

Roma, 7 giugno 2019 - "I minibot possono rappresentare una soluzione". Una soluzione, quella dei minibot, per iniziare a pagare i debiti che la Pubblica amministrazione ha messo insieme, un problema che si trascina da anni e che ha messo in difficoltà famiglie e imprese. Matteo Salvini, e prima di lui Giancarlo Giorgetti, hanno mandato un messaggio in questo senso, un messaggio diretto a Mario Draghi, presidente della Bce, che aveva liquidato l’idea di versare minibot, giudicati "valuta illegale" che "farebbe salire il debito". La Lega tuttavia li tiene in considerazione questi strumenti che, per Giorgetti “non saranno forse la Bibbia, ma rappresentano una possibilità“. Mentre Salvini ribatte ai giovani di Confindustria, che hanno etichettato i mini-titoli come biglietti del Monopoli: “nessuna moneta alternativa, sono decine di miliardi già debito dello Stato“.

“Le soluzioni nuove vengono tutte contestate“, conclude il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Ma la prospettiva di un braccio di ferro con Draghi impensierisce anche gli alleati pentastellati nel governo, che preferiscono astenersi dai commenti, tanto che nulla trapela da Palazzo Chigi. Fonti del Carroccio rimarcano che i mercati non hanno reagito male all’annuncio, lo spread è rimasto dov’era. Dunque l’esigenza di pagare i debiti della Pubblica amministrazione rappresenta “un’emergenza e stiamo valutando come farlo“, dice Salvini. “La strada maestra è la crescita“, aggiunge Giorgetti. 

Il leader della Lega rassicura anche sul versante europeo, i minibot non costituiscono il primo atto dell’uscita dal sistema dell’Euro, per giunta l’idea “piace agli italiani“. E così la scommessa, che si contrappone all’atteggiamento negativo di Draghi e della Confindustria, ricalca l’intraprendenza della Lega, che intende mandare segnali all’Europa sui temi economici. Una posizione in controtendenza, che complica la missione del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, impegnati a scongiurare la procedura d’infrazione paventata da Bruxelles.

La questione minibot si annuncia un passaggio cruciale del confronto che Conte dovrebbe avere la prossima settimana con lo stesso Salvini e con Luigi Di Maio. Anche il vicepremier dei 5Stelle mette un paletto nel confronto serrato con la Ue, chiedendo che il miliardo di risparmi del reddito di cittadinanza vadano a finanziare misure per la famiglia invece di dare un taglio al deficit. Volete arrivare a una procedura d’infrazione? Sarà questo l’interrogativo che il premier Conte potrebbe girare ai due vice, sollecitando un mandato chiaro a “tentare di tutto per evitare la procedura“ sia pure senza toccare quota 100 e reddito di cittadinanza. Dall’esito del vertice conosceremo, anche sui minibot, come il governo intende rimettere in modo un sistema inceppato.

7 giugno 2019 - Così i francesi ci hanno fregato un'altra volta. Il loro europeismo è un...

venerdì 7 giugno 2019

Dopo l'attentato a Falcone tutti sapevamo che sarebbe toccato a Borsellino abbiamo vissuto quei mesi, l'aria si tagliava con il coltello e sapevamo che lo Stato avrebbe partecipato alla sua morte

Le rivelazioni del pentito: le stragi di mafia fra riunioni, servizi segreti e consorzio

Le dichiarazioni del pentito Fiume al processo ‘Ndrangheta stragista: «Il Consorzio era un potere assoluto. Papalia in rapporti con i servizi, tutti facevano anticamera. I De Stefano erano in contatto con la massoneria deviata»

di Consolato Minniti
venerdì 7 giugno 2019 
 

«Ho sentito parlare di stragi, per la prima volta, a Milano. Era dopo il fallito attentato all’Addaura, ma prima che finisse la guerra di ‘ndrangheta e fosse ucciso il giudice Scopelliti. Lo ricordo perché c’erano già le trattative per la pace e Mico Libri aveva detto che certe cose andavano fatte insieme, uno di loro ed uno di noi». È stato il giorno di Nino Fiume, ieri, al processo ‘Ndrangheta stragista. Il collaboratore di giustizia ha ripercorso le sue conoscenze, già per buona parte riportate in altri procedimenti, soffermandosi sul ruolo della famiglia De Stefano, suo casato di appartenenza prima del pentimento. Fiume ricorda di aver partecipato a diverse riunioni fra Badia, Nicotera, Limbadi e Rosarno. «Ho dormito quasi un mese lì a Limbadi, perché non si è trattato di una riunione di un’ora. Prima ce n’è stata una “stretta stretta” fra i capi a casa di un parente dell’autista di Luigi Mancuso, Antonio Pronestì “Nasu scacciatu”, che si trova nella frazione Badia di Limbadi. C’era Pino Piromalli, Nino Testuni, Schettini e Franco Coco Trovato». 

Il consorzio

Secondo il collaboratore di giustizia «Cosa nostra e ‘ndrangheta, per certi versi, erano la stessa cosa». Ricorda l’omicidio Mormile come «una cosa brutta», ma soprattutto «programmata dal consorzio e che doveva avvenire in contemporanea con il fatto di Bologna». Ma cosa è il consorzio? Per Fiume era il «potere assoluto che dominava su tutti, perché all’interno c’era ‘ndrangheta, Cosa nostra, camorra, Sacra corona unita. Molti lo hanno definito come una specie di federazione, ma questo consorzio aveva il monopolio di tutto lo stupefacente che girava in Italia e tutti lo dovevano comprare da loro. Addirittura alcuni omicidi potevano essere decisi solo dal consorzio. Loro, per riconoscersi, avevano tutti lo stesso bracciale. Il capo un girocollo, che era di Mico Papalia. Una volta lo lasciò a Peppe De Stefano». Fiume ricorda come il primo consorzio fu costituito a Milano, negli anni ’70. Il secondo fra il 1986 e 1987, all’epoca di Jimmy Miano, Turi Cappello, Antonio Papalia, Fraco Coco Trovano ed altri. «Alcune volte ho partecipato pure io alle riunioni in rappresentanza dei De Stefano».

Cosa Nuova e massoneria

Le conoscenze del collaboratore spaziano anche sulla cosiddetta “Cosa nuova”. «Ne ho sentito parlare durante una riunione in cui erano presenti Giuseppe De Stefano, Cataldo Marincola e Giuseppe Farao. Bisognava fare terra bruciata delle persone che sapevano troppe cose. Occorreva eliminare coloro che erano al corrente di determinati fatti e ricercare gente riservata». Fiume non ha dubbi: «I De Stefano avevano contatti con la massoneria deviata. Una volta, Carmine De Stefano, uscendo da uno studio di Milano mi disse “dimentica che siamo stati qui”. Avevano società in cui, come mi disse l’avvocato Tommasini, “non poteva entrarci neanche il presidente della Repubblica” e i loro soldi venivano portati in Vaticano tramite Giuseppe De Stefano e Franco Coco, travestiti da preti». 

‘Ndrangheta come un treno

Secondo Fiume, la ‘ndrangheta «può essere paragonata ad un treno con tanti vagoni. Ogni vagone ha il suo capo che è il capolocale. Poi c’è il capotreno. Poi abbiamo i treni ad alta velocità, dove non possono salire tutti ma solo i capi. Al di sopra di questo c’è anche chi viaggia in aereo, dirige gli scambi, dirotta i convogli senza mai farsi vedere. Sono state combattute guerre, uccise persone e chi lo ha fatto non sapeva neppure il vero motivo. Mi riferisco, ad esempio, all’omicidio del giudice Occorsio, con Papalia che ha fatto l’ergastolo da innocente. Vi dico: c’è gente che non può collaborare perché ha preso ordini dai servizi segreti.

Paura di parlare

Il pentito certi argomenti non li ha mai toccati prima. «Avevo paura», riferisce in aula. «Non so quanti di questi sono ancora in giro, ma è gente che poteva trovarti ovunque, raggiungerti ovunque. Io ho avuto a che fare con uomini dei servizi “puliti” di Reggio Calabria, ma se ‘Ntoni Gambazza che era un capo, Mico Alvaro che era un capo, io con Giuseppe De Stefano, facciamo anticamera da Rocco Papalia perché suo fratello è con queste persone che non può vedere nessuno…». Secondo Fiume «anche Paolo De Stefano era protetto da queste persone», poi ci ha litigato e «suo figlio ha detto: “i servizi fanno la guerra e i servizi fanno la pace. I servizi ci ammazzano e non ci pagano». 

Bentivogli Calenda bla bla bla Libero Mercato Libero Mercato Libero Mercato i due hanno un odio ideologico viscerale contro Il M5S e non sono i soli

Mobilità, Primo Piano
Fca-Renault, tutte le stilettate di Di Maio a Macron e Calenda

di Michelangelo Colombo



Come il vicepremier Luigi Di Maio ha replicato alle critiche di Calenda e Bentivogli sul caso Fca-Renault. Tutti i dettagli sulle polemiche politiche

Critiche all’interventismo statalista della Francia. Stilettate indirette a chi in Italia – dal dem Carlo Calenda al leader sindacale Marco Bentivogli, passando per gli editorialista di Corriere della Sera e Repubblica – ha accusato il governo M5S-Lega di apatia e silenzio.

Critiche e stilettate sono partite oggi da Palazzo Chigi. E’ stato il vicepremier Luigi Di Maio a esternare il pensiero del governo sul fallimento del progetto di fusione tra Fca e Renault.

CHE COSA HA DETTO DI MAIO SUL FALLIMENTO DEL PROGETTO FCA-RENAULT

“E’ l’interventismo di Stato che ha provocato il fallimento dell’operazione” Renault-Fca: “La Francia non ha fatto bella figura, noi anche se in contatto con Fca, abbiamo rispettato una operazione di mercato”, ha detto oggi il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio a Radio 24 rispondendo a una domanda sull’assenza del governo italiano sul dossier. “Neanche Renault è contenta dell’interventismo dello Stato francese. Se si fa mercato, una grande azienda parla con la sua omologa, non è che interferiscono ministri e presidenti della Repubblica”, ha aggiunto il capo politico del Movimento 5 Stelle, criticando il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron.

LE CRITICHE INDIRETTE DI DI MAIO A CALENDA E BENTIVOGLI

Da rimarcare il passaggio della dichiarazione di Di Maio (“noi in contatto con Fca”) che smentisce quanto detto ieri dall’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, esponente di Siamo Europei nel Pd, e quanto dichiarato sempre ieri dal leader della Fim-Cisl, Marco Bentivogli (qui l’intervento), secondo i quali il governo si è disinteressato della vicenda e non aveva avuto contatti con i vertici del gruppo Fca. 

LA POSIZIONE DEL GOVERNO FRANCESE

“Fca ha deciso di ritirare la sua offerta e io rispetto la sua scelta. Questa operazione rappresentava una bella opportunità industriale e questo rimane”, dice il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire, in un’intervista a Le Figaro, pubblicata da Corriere della Sera e Repubblica nella quale spiega la posizione del governo francese. “Elkann ha svolto il suo ruolo di presidente di Fca”, osserva, “ha voluto procedere celermente quando a noi invece serviva più tempo per assicurare un progetto il cui impatto industriale e tecnologico poteva essere considerevole. Ognuno è rimasto fedele alla sua logica, nessuno merita di essere criticato”. 

CHE COSA CHIEDEVA LO STATO FRANCESE AZIONISTA DI RENAULT

“Lo Stato, azionista di riferimento di Renault, aveva fissato delle condizioni da rispettare. Siamo stati chiari sin dall’inizio, esigendo degli impegni sulla tutela dei posti di lavoro e dei siti industriali”, elenca, “abbiamo chiesto inoltre garanzie sulla governance” e “la nostra prima esigenza era che questa fusione fosse siglata nel quadro dell’alleanza tra Renault e Nissan”. “Noi non abbiamo voluto prendere nessun rischio – sottolinea – né per l’alleanza, né per Renault”. Quanto alla presenza forte dello Stato sul dossier, afferma: “Che cosa avrebbero detto se avessimo svenduto gli interessi industriali della Francia? Che cosa avrebbero detto se non avessimo tenuto contro delle preoccupazioni del nostro partner giapponese? La situazione attuale è che lo Stato possiede il 15 per cento della Renault. E deve assumersi le sue responsabilità”.

Le sanzioni alla Siria non è altro che aiuto implicito ai mercenari tagliagola terroristi

Parte una campagna popolare araba per togliere le sanzioni alla Siria imposte da USA e UE 



La dichiarazione finale dell'incontro, che si è svolto a Beirut, su iniziativa della Conferenza nazionale araba con la presenza di oltre 100 personalità politiche, culturali e dei media, ha chiesto la necessità di mostrare solidarietà con la Siria.

Come ha riferito l'agenzia Sana, l'incontro arabo preparatorio per il lancio di una campagna popolare araba e globale per sollevare l'embargo contro la Siria e annullare le coercitive misure unilaterali imposte al suo popolo completano la guerra terroristica al paese arabo come parte la politica colonialista sionista di imporre un embargo su qualsiasi paese che rifiuta di arrendersi all'egemonia.

La dichiarazione finale, adottata oggi dalla riunione tenutasi a Beirut su iniziativa del Congresso Nazionale arabo e il mondo arabo-Centro Internazionale per la Comunicazione e la solidarietà e in presenza di più di 100 personalità politiche, culturale e della maggioranza paesi arabi, sottolinea la necessità di solidarietà con la Siria attraverso un'azione popolare araba e internazionale presso i media, entità giuridiche, politiche, culturali e al fine di annullare queste misure coercitive.

La Dichiarazione prevede la formazione di un comitato di sorveglianza per annullare le misure coercitive, che comprende rappresentanti di conferenze, Federazioni popolari e istituzioni arabe.

La Dichiarazione afferma la formazione di delegazioni arabe e internazionali per condurre visite di solidarietà con la Siria e preparare Forum Internazionale Araboper rompere l'embargo e annullare le misure coercitive imposte.

La dichiarazione sottolinea la necessità di parlare con le camere di commercio, le industrie, i rappresentanti del mondo agricolo e altri paesi amici a collaborare con la Siria al fine di aprire i mercati per l'esportazione e l'importazione.

Notizia del: 07/06/2019

Antonino Galloni - Guerra all'Euroimbecillità - questo governo ha un mandato chiaro mettere in Sicurezza l'Italia, ma gli manca il coraggio per farlo

Con questa Ue non c’è soluzione. Siamo costretti allo scontro. Parla il prof. Galloni: “Impossibile intavolare trattative. Con lo Sblocca-cantieri attesi importanti risultati”


6 giugno 2019 di Carmine Gazzanni

L'intervista

“Con questa Commissione europea non ci resta che andare allo scontro”. Non ha dubbi il professor Antonino Galloni, economista e presidente del Centro Studi Monetari, dopo la decisione dell’Ue di ritenere “giustificata” una procedura d’infrazione a danno dell’Italia, “rea” di aver violato la regola del debito sia nel 2018 che nel 2019.

Non si mette bene per l’Italia, professore…


L’atteggiamento della Commissione, al di là di tutto quello che ci può essere dietro, prelude a due scenari.

Quali?

O il Governo china la testa e fa quello che dice la Commissione, oppure il Governo alza il tiro e accetta la scontro con la Commissione stessa.

C’è una terza via, quella della mediazione.

La possibilità di mediare, di mettersi d’accordo, di non spingere troppo sull’acceleratore che ha contraddistinto finora il comportamento dei Governi precedenti, non ha più spazio.

Perché?

Guardi, è l’atteggiamento della Commissione che non lascia spazio a tavoli di trattativa o a mediazioni. Insomma, secondo me bisogna andare allo scontro.

Il che vorrebbe dire procedura d’infrazione assicurata. Che cosa comporterebbe?

La procedura d’infrazione prevede l’obbligo di far diminuire il debito pubblico, a botte di 60 miliardi all’anno, circa il 5% ogni anno.

Secondo lei siamo in grado di affrontare una simile batosta?

L’Italia sul tavolo può disporre di tre misure importanti. 
  1. Innanzitutto c’è lo Sblocca-cantieri che vuol dire parecchie decine di miliardi di lavori e opere pubbliche. Però non avrà effetti prima del 9 luglio, data ultima entro cui potrebbe arrivare la procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Ci vorrà più tempo per conoscerne gli effetti. 
  2. Ci sono poi i mini-bot, cioè la possibilità di pagare immediatamente i debiti delle amministrazioni, che non nascono da un problema di bilancio perché già sono conteggiati nelle passività. Parliamo, invece, di un problema di liquidità e dunque i mini-bot potrebbero essere utili per rimettere in moto l’economia. Ovviamente c’è l’incognita di chi accetta questi mini-bot perché se non gli dai corso legale potrebbero non avere il successo sperato. 
  3.  Infine abbiamo la riforma fiscale, cioè la riduzione delle tasse.
E qui si gioca la partita più delicata.

Bisogna infatti intendersi: 
se la riduzione delle tasse significa una pari riduzione della spesa non andiamo da nessuna parte, anzi peggioriamo le cose. 
Se invece riusciamo a fare una riduzione delle tasse che, pur rispettando la progressività dell’imposta, riduce il carico fiscale per i cittadini, è chiaro che abbiamo un vantaggio. Ma è proprio qui che c’è la rotta di collisione con la Commissione. La loro impostazione è che l’Italia già ha avuto troppo e dunque non potrebbe avere altri “trattamenti di favore”, secondo le loro equazioni che secondo me sono assolutamente sballate.

Con questi tre provvedimenti potremmo essere in grado di affrontare l’onda d’urto di un’eventuale procedura d’infrazione?

No, perché sono misure che avranno effetto tra uno-due anni se tutto va bene. Dobbiamo arrivare al 2021 o avvicinarci a quella data per vedere risultati significativi.

Una sorta d’impasse da cui è impossibile uscire.

Esattamente. Ed è su questo che gioca la Commissione. Non è un caso che finora la partita si è sempre conclusa con politiche volute dall’Europa e dunque mazzate per i cittadini tra tasse e pensioni.

La domanda, però, resta: che fare?

Il pericolo c’è, è evidente. 
Secondo me però bisogna sfidare l’Europa, andare allo scontro e alzare il tiro. Chiamerei le capacità produttive italiane alla mobilitazione perché a quel punto o si vince o si perde. 
A meno che la prossima Commissione non adotti una linea economica differente ma se vediamo i numeri del prossimo Parlamento è difficile.

Insomma, partita difficile ma scontro inevitabile.

Chi non vuole la rovina dell’Italia si deve mettere l’elmo e l’armatura. E dunque, come ho detto più volte, bisognerebbe fare un discorso chiaro con le grandi banche italiane, pensare a un’agenzia di rating pubblica e così via. Questo permetterebbe all’Italia di resistere, in attesa di avere risultati positivi dai provvedimenti che in questo periodo il Governo sta adottando.

Ci sono ancora degli imbecilli che credono e lo proclamano il Libero Mercato

NIENTE FUSIONE FCA-RENAULT [di Fabrizio Maronta]

Se ancora sussistessero residue certezze sulla natura puramente razionale della geopolitica, la vicenda Fca-Renault ha il pregio di fugarli del tutto. In un’ottica prettamente economico-commerciale, non uno degli attori coinvolti aveva pieno interesse a sabotare l’accordo proposto da Fiat-Chrysler.
Non gli italo-statunitensi, che fondendosi con i franco-nipponici – Renault, almeno per ora, resta burrascosamente “sposata” a Nissan – si sarebbero aperti una porta sull’Estremo Oriente, utile anche in chiave anti-protezionistica. Per Washington sarebbe stato politicamente più difficile e tecnicamente complesso imporre dazi su auto a marchio orientale prodotte da un gruppo di cui Chrysler è parte integrante.
Non Parigi, alle prese con il relativo nanismo e l’insufficiente proiezione estera del suo settore automobilistico, che l’avevano già spinta – in virtù del suo 15% in Renault – a perseguire l’alleanza con Nissan. E forse nemmeno i giapponesi, le cui motivazioni l’Eliseo non ha tuttavia ritenuto di dover sondare, informandoli ad accordo ormai quasi chiuso – salvo poi mandarlo all’aria. Così consumando la plateale vendetta per la vicenda di Carlos Ghosn, l’ex zar di Renault-Nissan in quota francese la cui brutale rimozione per appropriazione indebita da parte delle autorità nipponiche ha colpito il simbolo e lo strumento della pretesa egemonia francese nell’alleanza.
Ma qui il mercato c’entra poco.
 

Un governo di incapaci che non riescono neanche a fare i minBot altro che Moneta Complementare

Riforme della finanza 07.06.2019
Altro che miniBoT, per la ripresa servono monete complementari ben fatte

Per stimolare la crescita, le monete complementari possono dare una mano. E senza dover abbandonare l'Euro. Ma vanno costruite bene, legandole a esigenze territoriali 
Di Massimo Amato*



È un segno dei tempi che le questioni serie entrino nel dibattito pubblico dalla porta di servizio delle asinate.

Le monete complementari non fanno eccezione. Anzi. Prima il bitcoin. Più recentemente i minibot. Il primo costruito per essere scarso e prendere un valore puramente speculativo. I secondi “pensati” in ossequio al principio che la sovranità è stampare moneta in grande abbondanza in modo che a differenza del bitcoin Bitcoin è una criptovaluta e un sistema di pagamento mondiale creato nel 2009 da un anonimo inventore, noto con lo pseudonimo di Satoshi NakamotoApprofondisci, il valore lo perda. 

Approfondimento

Cosa non va nella finanza
MiniBoT, il cavallo di Troia della Lega per riprendersi la moneta

L’emissione di titoli di Stato di piccolo taglio potrebbe servire a scavalcare la Bce, monetizzare il debito pubblico e preparare l’uscita dall’euro

Come negli anni Trenta del secolo scorso, oggi abbondano quelli che Keynes chiamava i monetary cranks, i fulminati della moneta, che offrono al popolo, fin lì schiavo del gomblotto, la chiave della liberazione da tutti i mali, amen. Alle loro insistenti missive in cerca di approvazione Keynes rispondeva con la formula sorniona:

«Leggerò la sua proposta con l’attenzione che merita».

Se però Sparta piange Atene non ride. I sussiegosi esperti, che magari esperti di modelli di politica monetaria sono pure, che cosa sia la moneta non lo sanno proprio dire. E quando ci provano, si rivelano spesso altrettanto fulminati quanto coloro ai quali vorrebbero fare la lezione.
Urgono coraggiosi eretici

Non è facile toccare la moneta. E tuttavia mai come oggi è bene lavorare alla sua riforma. Mai come oggi avremmo bisogno dei coraggiosi eretici che Keynes contrapponeva sia ai fulminati sia ai sussiegosi, giacché i meccanismi monetari su cui si è basata la globalizzazione finanziaria degli ultimi ormai quarant’anni non funzionano affatto bene.

Allo spavento pratico si aggiunge la débâcle teorica, e ormai anche nel mainstream si inizia ad ammetterla. In particolare si ammette di non sapere molto del modo in cui essa circola, o non circola.

La circolazione è il problema centrale della “moneta quale la conosciamo”, per mutuare un’altra espressione di Keynes. Che è fatta in modo da poter essere indefinitamente sottratta alla circolazione, per motivazioni che di economico e razionale hanno poco ma attengono piuttosto alla diffusa sfiducia nella convenzione che regge implicitamente i “tempi normali”: ossia che il futuro sia in larga parte prevedibile.

Ma da tempo non viviamo in tempi normali. Il sentimento dominante nelle classi popolari, ma anche nelle elites, è l’insicurezza.

Un’iniezione di liquidità che ha ingenerato sfiducia e tesaurizzazione

La crisi di liquidità del 2008 è stata curata con iniezioni di liquidità senza precedenti. La quantità di moneta è pressoché triplicata in Europa, eppure il target dell’inflazione del 2% non è stato ancora raggiunto.
  
Tasso d’inflazione nei vari Stati Ue – 2018. Fonte: Eurostat.

La liquidità avrebbe dovuto portare al ritorno della “fiducia”. Ha alimentato invece una crescente sfiducia. Che si traduce in una crescente tesaurizzazione. Chi può spendere non spende. E la tesaurizzazione, come una spugna, assorbe qualunque aumento di quantità, riducendo la velocità di circolazione.

Risultato: il salvataggio del sistema finanziario si è fatto a prezzo della ripresa e di diseguaglianze sempre più marcate.

In questa situazione asfissiante cresce il bisogno di alternative che diano respiro. Ma ciò deve indurci non a diventare di bocca buona, ma ad affinare il nostro palato per le buone soluzioni.
I criteri di una buona innovazione monetaria

C’è un criterio per distinguere una buona innovazione monetaria: la buona moneta è fatta in modo tale da circolare e rendere possibili scambi che senza di essa non possono aver luogo. C’è un evidente rapporto fra l’esigenza di uno stimolo della domanda e la disponibilità di moneta in circolazione: la domanda è effettiva quando non risponde solo, astrattamente, a bisogni reali, ma quando si esprime con una concreta disponibilità a spendere del denaro che si ha.

Questo è il tratto che caratterizza le monete complementari più riuscite. Il Franco Wir, nato in Svizzera dalla depressione degli anni ’30 e dalle idee di Silvio Gesell, coraggioso eretico che Keynes elogia, pur non lesinandogli critiche puntuali. E la sua ripresa più innovativa: il Sardex, che dal 2010 cresce sistematicamente e consente a un numero importante di imprese sarde di farsi credito mutualmente, e di sostenere la domanda per i loro prodotti, estendendosi anche ai loro dipendenti, che accettano di ricevere una parte del loro salario in moneta complementare. 
 
Confronto Costi-Ricavi tra imprese iscritte Sardex e imprese non iscritte.

Che cosa fa la forza di questi circuiti? Il fatto di essere dei circuiti, in cui la moneta assume senso a partire da ciò che essa riesce a procurare, perché è costruita per essere spesa.

La velocità di circolazione del Sardex è attorno a 12, quando per l’euro è inferiore a 2. Il sardex è creato e distrutto dagli scambi che rende possibili. 
 
I dati del circuito Sardex. Aggiornamento al giugno 2017. FONTE: Sardex
L’idea lanciata a Bretton Woods

Il tributo di Keynes a Gesell non fu solo teorico, ma pratico: a Bretton Woods propose una camera di compensazione le cui regole di funzionamento sono le stesse di quelle che presiedono al Sardex e al Wir. Per rilanciare il commercio internazionale si trattava infatti di costruire una moneta di cui contasse non la quantità ma la sua capacità di circolare, imponendo disincentivi sistematici alla sua tesaurizzazione ma soprattutto legandola strettamente agli scambi di beni.

L’Europa della moneta unica non solo potrebbe (dovrebbe) riprendere le idee di Keynes per quanto concerne l’euro e la sua riforma sempre più necessaria, ma potrebbe (dovrebbe) affiancare all’euro monete locali.

Non però “parallele” e sostitutive, cioè tali da entrare in una competizione con l’euro non solo illegittima ma che darebbe luogo a mercati secondari speculativi. Ciò che si tratta di istituire, e in modo sistematico sono monete complementari ben fatte.
Una moneta per territori delimitati

Questa costruzione sarebbe nello spirito della costruzione europea, che si fonda sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. È certamente nello spirito del programma europeo DigiPay4Growth. L’ho citato sia nella mia proposta per ovviare ai ritardi dei pagamenti della PA, ma anche a proposito della moneta di Riace.
  
L’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano con una banconota della “sua” moneta complementare.

Che cosa propone il programma? Di mettere in atto, in territori delimitati, monete costruite per anticipare i pagamenti della PA alle imprese fornitrici e/o le erogazioni nel quadro di politiche sociali di inclusione. I pagamenti in euro sarebbero anticipati da pagamenti in voucher elettronici destinati a essere convertiti in euro a data certa, ma utilizzabili prima di quella data all’interno del territorio dato fra i soggetti economici che li accettino volontariamente.

Questa moneta, circolando nel territorio, contribuisce a riattivare gli scambi nel territorio. La spesa pubblica diventa sostegno alla domanda territoriale.

Quanto alle erogazioni a soggetti a rischio di esclusione, la moneta locale di cui sono i primi beneficiari, proprio perché non smette di circolare, diventa la moneta di tutto il territorio, perdendo così ogni stigma di “moneta minore”.

È il senso del progetto dei buoni di solidarietà territoriale di San Martino in Rio, che il sindaco di Reggio Emilia ha ripreso in campagna elettorale e che, se sarà rieletto, diventerà l’oggetto di una sperimentazione. È lo stesso interesse che c’è sul tema in Francia.

Innovazioni monetarie sono possibili, e sempre più auspicabili. E possono essere fatte bene.

Presentazione Buoni di Solidarietà territoriale

Posted by Buoni di solidarietà territoriale on Monday, April 2, 2018

*L’autore è docente di Storia economica all’università Bocconi di Milano. Fra i suoi libri: Fine della finanza (2009), e Come salvare il mercato dal capitalismo (2012), su crisi e riforma del sistema finanziario. Si interessa alla riforma della zona CFA. Ha progettato la moneta complementare di Nantes, ha partecipato a una commissione sulle monete complementari in Francia, e alla commissione presso il Ministero della Giustizia per l’introduzione di una moneta complementare per le procedure concorsuali. Fin dal 2012 propone di trasformare il sistema Target2 in una camera di compensazione per la zona Euro.

La propaganda del fanfulla

Il fanfulla non si fa mancare nulla, anche la comparsata dalla Urso che gli tiene bordone per la sua propaganda finale per il ballottaggio di domenica prossima.

L'Unione europea non si cambia e chi lo pensa è un falso ideologico, consapevole,
Tsipras docet

martelun


post — 7 Giugno 2019 at 01:21


Da molti anni oramai lo affermiamo, lo abbiamo altresì dimostrato in centinaia di modi diversi e, nonostante questo, continua ad esserci chi cerca di fare affari sulle nostre vite e sulla nostra terra: noi ci siamo, non molleremo mai!

Questa sera alcuni No Tav dai capelli grigi insieme ad una giovane hanno approfittato di una delle numerose falle nella sicurezza del cantiere (fermo da oltre un anno ma trasformato in luogo di confino per polizia e carabinieri a monitorarne i recinti) per fare un giro dentro al cantiere.

Armati di striscione e di tutto il necessario per passare la notte in gattabuia hanno sfidato la sicurezza del sito strategico nazionale e raggiunto l’obiettivo sperato, il cuore del cantiere tanto amato da imprenditori senza scrupoli e politici di tutti i colori.

Ovviamente la loro presenza non ha gratificato i solerti difensori dell’ordine costituito che li hanno identificati e denunciati.

Nessuna pace per chi vuole distruggere la nostra terra.

L’estate è lunga da passare (per voi), noi non ci stancheremo mai!

Avanti No Tav






L'Euro è un Progetto Criminale, l'Unione europea è irriformabile. Abbiamo un governo incapace di applicare i minibot che sono nel contratto

Debito pubblico, alla ricerca di una via di fuga

di Claudio Conti
3 giugno 2019


La discussione mainstream intorno al debito pubblico, lo spread, le “letterine” che partono da Bruxelles e le “rispostine” – corrette in corsa – del ministero dell’economia italiano, soffre da sempre di una distorsione evidente e sempre più faticosamente nascosta.

Se uno legge infatti Repubblica o il Corriere, o peggio ancora ascolta Cottarelli e Giannini in tv, è obbligato a pensare che il debito aumenta perché aumenta la spesa pubblica, con governi che non applicano le indicazioni “sagge” provenienti dall’Unione Europea (e specificamente dalla Commissione, ossia il “governo” Ue).

Chi guarda invece i numeri scopre che la spesa pubblica, negli ultimi venticinque anni è stata costantemente ridotta, al punto che da diversi anni presenta costantemente – e sotto qualsiasi tipo di maggioranza governativa – un consistente avanzo primario. Che significa: 
lo Stato spende ogni anno meno di quanto incassa con le tasse.

E del resto molti governi degli ultimi anni – ma anche quelli di Berlusconi – hanno obbedito più o meno ferreamente agli ordini provenienti dall’alto. In particolare quello dei ferocissimi Mario Monti ed Elsa Fornero, che sono stati protagonisti anche del più brusco innalzamento del debito pubblico in tempi recenti. Sono infatti entrati a Palazzo Chigi con un fardello pari al 120,1% del Pil e ne sono usciti lasciandocelo a 129% (oggi siamo al 132).

Ci troviamo insomma di fronte a un piccolo mistero: 
più ci si piega alle prescrizioni inscritte nei trattati europei, ribadite con frequenti bacchettate sulle dita, più peggiora la situazione. 
Lo stesso, e anche peggio, è accaduto alla martoriata Grecia governata direttamente dalla Troika – con Tsipras a fare la “copertura a sinistra” di politiche ferocemente antipopolari – quindi non si può neppure parlare di anomalia italiana.

Gli scostamenti dal percorso operati dal governo gialloverde – quasi soltanto, e molto limitatamente (come ricorda Tria nella sua contestata lettera a Bruxelles), per “quota 100” e “reddito di cittadinanza” – aggravano un po’ la tendenza, ma senza modificarne eccessivamente la direzione.

Mentre 
la geniale “opposizione democratica” (ZingaRenzi-Repubblica-Corriere) critica il governo… chiedendo ancora più austerità! 
Poi si meraviglia di come vanno le elezioni…

Quello che la narrazione mainstream – “europeista”, insomma – nasconde con tanta cura è che la percentuale con cui viene espresso il debito pubblico risulta da un calcolo presentato come semplice, ma economicamente molto complesso, che deve tener conto di molti fattori e alcune distorsioni statistiche. Per la parte tecnica, come spesso facciamo, rimandiamo alla lettura – qui di seguito – dell’ottima analisi di Guido Salerno Aletta, apparsa su Milano Finanza.

Noi ci limitiamo a sottolineare il dato politico: l’insieme di strumenti imposti dai trattati europei – taglio della spesa pubblica, privatizzazioni, liberalizzazioni, facilitazioni per le imprese, taglio delle pensioni e allungamento dell’età pensionabile, precarietà contrattuale, deflazione salariale, ecc – non è efficace per curare quella malattia (il debito pubblico). Anzi l’aggrava. In primo luogo perché la crescita economica (in larga parte dipendente dal contesto internazionale) viene scientemente depressa: meno spesa uguale meno investimenti e reddito circolante, salari più bassi e precari uguale meno consumi (e meno innovazione tecnologica da parte delle imprese), e via così. Una spirale senza fine verso il basso.

In più, ci ricorda Salerno Aletta, c’è una Banca centrale europea che non riesce neppure – per un deficit statutario gravissimo – a dare un minimo contributo alla risalita dell’inflazione verso l’obbiettivo dichiarato (il 2% annuo); il che contribuisce negativamente.

Poi c’è lo spread. Terribile cerbero gestito direttamente dai “mercati”, che fa salire quasi a piacimento il “servizio del debito”, ossia la quota di interessi da pagare annualmente a chi compra i titoli di stato italiani. Una quota che si mangia sistematicamente quel faticato avanzo primario e anche molto di più.

Qui l’Unione Europea è intervenuta a fissare come trattato una 
scelta suicida operata “spontaneamente” dal governo italiano del 1981, con al Tesoro Nino Andreatta, 
quando il debito pubblico era abbondantemente al di sotto del 60% poi imposto come parametro nel trattato di Maastricht. 
Si tratta della “separazione tra Banca d’Italia e Tesoro” (il ministero che emetteva i titoli di stato, oggi assorbito in quello dell’economia), per cui la banca centrale non può più acquistare i titoli di stato, contribuendo così a tenere alto il prezzo e basso il rendimento (ossia gli interessi da pagare, il “servizio del debito”).

Da allora e fino ad oggi, quindi, lo Stato – ed ora ogni stato dell’Unione – deve cercare soltanto “sui mercati” le risorse finanziarie di cui ha bisogno; ed è quindi obbligato ad offrire i tassi di interesse più “appetibili” oppure – il che è lo stesso, ai fini contabili – a vedersi offrire un prezzo molto inferiore di quello nominale per ogni titolo (100 euro, in genere).

In pratica, 
gli Stati europei sono tutti sotto botta di strozzini professionali molto ben vestiti, 
in particolare quelli con un debito pubblico più alto, per cui lo spread (il differenziale rispetto ai rendimenti dei titoli di altri Stati) è più elevato, il che contribuisce non poco ad aumentare il debito stesso e a frenare la crescita.

Da questa trappola, a rigor di trattati, non si può e non si deve uscire. 
E quindi si è condannati, come paese, a una morte lenta, per consunzione, cedendo un pezzo dopo l’altro dei “gioielli di famiglia”, ossia dei pilastri che avevano reso il paese uno dei sette più industrializzati del mondo.

Naturalmente questa agonia non è uguale per tutti. Banche, assicurazioni e imprese riescono comunque a sopravvivere, magari facendosi assorbire da concorrenti più forti basati in paesi “partner”. La popolazione, comprese larghe fasce dell’antico “ceto medio”, no. Le dinamiche elettorali, come sappiamo, riflettono esattamente questo processo, offrendo a poco prezzo consenso al primo pirla che promette il bengodi domattina.

Del resto questo processo rappresenta nient’altro che un gigantesco trasferimento di ricchezza dalla produzione e dai consumi alla rendita finanziaria, ovvero una tesaurizzazione del patrimonio (per chi ce l’ha…) garantita proprio dalla rendita parassitaria sul debito pubblico.

Comunque una via di fuga o di riduzione del danno – senza mettere in discussione nessun trattato – potrebbe anche esistere. Ed è quella proposta dall’amministratore delegato di Banca Intesa, Carlo Messina, che già da qualche mese va suggerendo una “mobilitazione del risparmio privato” utilizzando il patrimonio immobiliare pubblico (anche delle amministrazioni locali).

Le controindicazioni sono evidenti (lo Stato e gli enti locali cedono la proprietà immobiliare a fondi finanziari privati, restando privi di ulteriori margini di compensazione), ma l’effetto sul debito anche. Drastico, radicale, nell’ordine dei 1.000 miliardi sui più dei 2.300 attuali. Quello sullo spread, e sul servizio del debito, anche.

Al ministero dell’economia cominciano a pensare seriamente e questa possibilità che, se realizzata in maniera efficace (c’è da dubitarne, conoscendo i protagonisti del governo attuale), potrebbe dare qualche anno di fiato alle finanze pubbliche, permettendo investimenti indispensabili senza più infrangere – per un po’ – nessun obbligo europeo. Ovvio che l’effetto sulla crescita economica sarebbe molto diversi a seconda degli investimenti fatti: se “produttivi” (rilevamento di attività industriali a rischio delocalizzazione o svendita, creazione di nuove attività, ecc) sarebbero di lungo periodo, se sulle “grandi opere” per i soliti costruttori, quasi per nulla e solo nell’immediato.

Perché diciamo “per qualche anno”? Perché la gabbia dei trattati, in questo modo, resterebbe assolutamente intatta. E continuerebbe a macinare, ripristinando, prima o poi, la situazione attuale. Dopo, resterebbero da “sacrificare” al dio Baal dei “mercati”solo i conti correnti di ognuno di noi. Se, con i salari e le pensioni attuali, potremo ancora disporne…

* * * *
Come dribblare lo spread

di Guido Salerno Aletta

La questione della riduzione del debito pubblico italiano è tornata alla ribalta. E’ un evergreen. Nella lettera che la Commissione europea ha inviato al Ministro dell’economia Giovanni Tria lo scorso mercoledì 29 maggio, a firma del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici e del Vice Presidente Valdis Dombrovskis, si chiedono informazioni sul mancato rispetto nel 2018 delle regole a tal proposito dettate dal Fiscal Compact. Si riavvia così una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo, fin qui sospesa tenendo conto degli sforzi sostenuti in passato. E’ una prospettiva assai pericolosa, politicamente e finanziariamente.

Sarebbe l’occasione buona per mettere in luce le incongruenze di fondo del sistema dei parametri europei, che vanno molto al di là della asserita “stupidità” del tetto al rapporto del 3% tra deficit pubblico e pil, che fu inserito sin dal 1992 nel trattato di Maastricht. Ci sono infatti responsabilità anche della politica monetaria, per quanto riguarda l’inflazione, che invece ricadono sui governi, che sarebbero gli unici manchevoli rispetto agli obiettivi posti alle politiche di bilancio.

In ogni caso, invece, è l’occasione per prendere finalmente atto del fallimento della ormai ultra ventennale strategia di risanamento finanziario basata sull’accumulazione di avanzi primari di bilancio. La crescita economica ne risente negativamente, i progressi nella riduzione del debito sono faticosi e malcerti, mentre l’economia rimane pericolosamente esposta agli shock esterni: tutte le crisi, quelle del ’73, dell’80, del ’92, del 2008 e del 2011, sono state di origine esogena.

La Commissione europea, che agisce nell’ambito dell’attività di sorveglianza sulle politiche fiscali, ha rilevato che i dati relativi al 2018 confermano che l’Italia non ha fatto sufficienti progressi per rispettare i criteri per la riduzione del debito. Si accinge dunque a predisporre la relazione prevista dall’art. 126(3) del Trattato ai fini della apertura del procedimento di infrazione per disavanzi pubblici eccessivi.

Nel caso del debito, viene disposta quando il rapporto tra quest’ultimo ed il prodotto interno lordo supera il valore del 60%, “a meno che detto rapporto non si stia riducendo in misura sufficiente e non si avvicini al valore di riferimento con ritmo adeguato”.

Questa clausola di salvaguardia, alquanto generica, fu inserita sin dal Trattato di Maastricht su richiesta dell’allora Ministro del tesoro Guido Carli, come condizione per acconsentire alla adesione dell’Italia. Più di recente, nel Fiscal Compact è stato precisato che cosa si intende per ritmo adeguato di riduzione del debito: lo si riscontra quando “la parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno”.

Per il calcolo, si applica il Reg. (CE) 1467/97, come modificato dal Reg. (UE) 1177/2011, che considera sia il periodo precedente all’anno di riferimento, sia la prospettiva pianificata. Inoltre, l’articolo 3(2), prevede che “la Commissione tiene in debita ed esplicita considerazione tutti gli altri fattori che, secondo lo Stato membro interessato, sono significativi per valutare complessivamente l’osservanza dei criteri relativi al disavanzo e al debito e che tale Stato membro ha sottoposto al Consiglio e alla Commissione….”.

Occorre ricostruire a questo punto che cosa è successo nel 2018. I punti di partenza sono rappresentati dalla legge di bilancio per il 2018, varata dal governo Gentiloni a fine 2017, e dal successivo Def 2018, presentato alla vigilia delle elezioni, che conteneva la sola versione pluriennale tendenziale. Si lasciava al successivo governo la definizione degli obiettivi programmatici per il 2019. Per il 2018, le due principali grandezze macroeconomiche indicate nel Def erano: pil reale +1,5%, deflatore +1,3%, pil nominale arrotondato al +2,9%. Sempre per il 2018, gli andamento di finanza pubblica, previsti in rapporto al pil, erano: indebitamento -1,6%, saldo primario +1,9%, debito pubblico (lordo sostegni) 130,8%.

Si prevedeva dunque nel 2018 una terza riduzione consecutiva del rapporto debito/pil, rispetto al 132% del 2016 ed al 131,8% del 2017. Fu sulla base di questi risultati e delle previsioni contenuti nel Def, che la Commissione europea decise, già lo scorso anno, di soprassedere all’apertura di una procedura formale di infrazione per debito eccessivo.

I risultati macro del 2018 non sono stati coerenti con le attese: pil reale +0,9% (-0,6% rispetto alle previsioni); deflatore +0,8% (-0,5%). La crescita del pil nominale, consuntivata all’1,7%, è stata complessivamente inferiore dell’1,1% rispetto alle stime del Def, come peraltro si andava già ipotizzando nella Nota di aggiornamento di settembre. Tutti i rapporti delle grandezze della finanza pubblica, misurati rispetto al pil nominale, sono stati conseguentemente diversi: indebitamento -2,1% (-0,5% rispetto alle previsioni); saldo primario +1,6% (-0,3%); debito pubblico 132,1% (+1,3%). Su quest’ultimo dato si è appuntata ora l’attenzione della Commissione.

In realtà, nel 2018, il rapporto indebitamento/pil è comunque migliorato rispetto ai risultati del 2017: -2,1%, a fronte del precedente -2,4%; parimenti, il saldo primario è stato del:+1,6% a fronte del +1,4% dell’anno prima. Il rapporto debito/pil, che nel 2018 è stato pari al 132,1% va più correttamente ragguagliato al 131,3% del consuntivo consolidato del 2017, quale risulta ora dall’Istat, risultando un peggioramento solo dello 0,8%.

Qui sta un nodo dei vincoli europei, che fanno riferimento al pil nominale, e quindi anche sull’andamento dell’inflazione su cui i governi possono incidere ben poco. Basta vedere l’andamento negli ultimi anni del deflatore del pil in Italia: + 1% nel 2014; +0,9% nel 2015; +1,2% nel 2016; +0,4% nel 2017 e +0,8% nel 2017. Sommando gli incrementi, in cinque anni il deflatore è cresciuto del 4,3%: una percentuale molto lontana dall’obiettivo perseguito dalla Bce, di un aumento annuo dei prezzi che sia vicino ma non superiore al 2%. Non è andata meglio con l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie (HICP): fatto 100 il livello del 2015, si è passati da 99,9 del 2014 a 102,5 del 2018, con un incremento di appena 2,6 punti in cinque anni.

I valori assoluti dimostrano invece che, tra il 2017 ed il 2018, il controllo sulla finanza pubblica italiana è stato efficace: l’indebitamento è sceso da 41,5 a 37,6 miliardi di euro (-3,9); il saldo primario è aumentato da 24 a 27,3 miliardi (+3,3); il prelievo fiscale è aumentato da 726,9 a 739,6 miliardi (+12,7).

Mentre il pil nominale è cresciuto dai 1.724,2 miliardi di euro del 2017 ai 1.753,9 miliardi del 2018 (+29,7), il debito pubblico è aumentato dai 2,263,5 miliardi di euro del 2017 ai 2.316,7 del 2018 (+53,2), con un incremento quasi doppio all’andamento di quest’ultimo, e comunque ampiamente superiore al fabbisogno delle PA, che si è ridotto nello stesso periodo da 59,2 a 40,4 miliardi (-18,8), mentre le disponibilità liquide del Tesoro aumentavano di 5,8 miliardi. Ci sarebbero dunque, fattori endogeni più complessi che portano ad una crescita ulteriore dello stock del debito dell’ordine di mezzo punto percentuale di pil (7 miliardi).

Se, però, nel 2018, per ragioni di carattere internazionale del tutto al di fuori della capacità di controllo del governo italiano, la crescita non si fosse contratta, passando da una previsione del +1,5% al consuntivato +0,9%, ed il deflatore del pil non fosse stato del +1,3% e non del +0,8%, anche il rapporto debito/pil sarebbe stato centrato.

Al di là, quindi, della risposta tecnica che verrà fornita alla Commissione europea dal Ministero dell’Economia, sul tema del debito occorre assumere una chiara decisione politica. Rappresenta da decenni un problema non solo economico e finanziario, ma soprattutto istituzionale, che condiziona anche le relazioni internazionali.

In periodi di bassa crescita, e soprattutto di inflazione sempre più contenuta rispetto alle rosee previsioni, come accade anche per quelle della Bce, non si può contare soprattutto su quest’ultimo fattore per cercare di rispettare i vincoli europei, come si è fatto in passato. Anche una politica salariale costrittiva, per aumentare la competitività, non aiuta a far salire l’inflazione e quindi il pil nominale. Anche lo strumento tradizionale, l’aumento del saldo primario, contribuisce alla riduzione ulteriore del ritmo di crescita. Per riequilibrare la finanza pubblica e rinvenire lo spazio per nuovi investimenti, occorre ridurre il costo degli interessi sul debito, che assorbono il 3,7% del pil.

Esiste un consistente ammontare di risparmio delle famiglie, spesso depositato a vista o a breve termine presso gli intermediari monetari, che lo impiegano in titoli del debito pubblico, uno strumento caratterizzato da altrettanta elevata liquidità ma anche da una pericolosa volatilità. Esiste di converso, sul versante degli attivi pubblici, un ampio patrimonio immobiliare anche e soprattutto a livello locale, tutto da valorizzare: di questa prospettiva è dichiaratamente convinto uno dei principali banchieri italiani, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa San Paolo. Occorre dunque mobilitare congiuntamente il risparmio privato e questi asset pubblici, agevolando fiscalmente questa operazione.

Bisogna sottrarre l’Italia al ricatto continuo dei mercati ed al giogo delle regole, anch’esse soventemente strumentalizzate. Siamo andati avanti, fin troppo a lungo, con soluzioni che si dimostrano sempre più costose e sempre meno efficaci.