L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 15 giugno 2019

La guerra si avvicina velocemente - Se potrebbero essere stati i sauditi perchè non gli ebrei?

Sfida nel Golfo e petroliere: chi punta sull’escalation della crisi?

14 giugno 2019 


A poche ore dal doppio attentato che ieri, 13 giugno 2019, ha colpito due petroliere nel Golfo di Oman, si intrecciano le accuse reciproche fra USA e Iran per il nuovo balzo in avanti della tensione, il cui effetto sicuro, per il momento, è stato l’aumento delle quotazioni del greggio e anche dell’oro sui mercati internazionali.

Ricapitolando i nudi fatti, sono state squarciate da esplosioni le murate della giapponese Kokuka Courageous e della norvegese Front Altair, dirette rispettivamente in Arabia Saudita e a Taiwan cariche la prima di metanolo, la seconda di nafta, e i cui equipaggi sono stati soccorsi da unità della US Navy e della marina iraniana.


L’equipaggio della Front Altair si trova oggi nel porto iraniano d Bandar Abbas, mentre quello della Kokuka resta negli Emirati Arabi Uniti. E’ accaduto poco più a Sud dello stretto di Hormuz, unico accesso al Golfo Persico il cui possibile blocco da parte di Teheran costituisce come noto la più efficace forma di dissuasione nei confronti di un aggressore esterno, gli Stati Uniti, potendo gli iraniani, come abbiamo già estesamente spiegato, agire con una sufficiente forza navale in termini di elusivi sottomarini nani, siluri, mine e missili da crociera.

Ancora si discute se le esplosioni siano state causate da mine subacquee o, almeno in parte, da siluri e addirittura l’armatore giapponese Yutaka Katada, presidente della Kokuka Sangyo Company, ha asserito che secondo l’equipaggio si sarebbe trattato di “ordigni volanti”, presumibilmente piccoli missili da crociera a volo radente. In effetti alcune delle immagini diffuse finora mostrano squarci appena sopra la linea di galleggiamento.

I giapponesi hanno confermato che prima dell’incidente si trovavano nella zona unità navali iraniane, sebbene in quel tratto di mare molto trafficato fossero presenti anche unità americane come l’incrociatore Bainbridge, che alla notizia si è avvicinato all’area degli attentati. Gli attacchi hanno riportato alla mente altri quattro episodi simili verificatisi giusto un mese prima, il 12 maggio, contro due petroliere saudite, una norvegese e un cargo emiratino ed è plausibile che esecutori e mandanti possano essere gli stessi, ma chi?

Le accuse di Washington

Da Washington stamane, il segretario di Stato Mike Pompeo, ex-capo della CIA, non sembra avere dubbi e rimarca la diffusione tramite la CNN di un video in cui si vedono militi pasdaran del corpo marittimo della Guardia Rivoluzionaria iraniana che accostano una delle petroliere colpite e rimuovono dal suo scafo una mina magnetica inesplosa.



Circostanza che, però, in apparenza non sembra indice di colpevolezza poiché è risaputo fin dalle prime ore che unità navali iraniane sono intervenute poco dopo le esplosioni per offrire aiuto e soccorso alle petroliere.

Oltretutto, fa riflettere il fatto che il misterioso attacco a due petroliere, accada proprio mentre è in corso la storica visita del premier nipponico Shinzo Abe a Teheran, la prima trasferta in Persia di un capo di governo di Tokyo dal lontano 1978, quando ancora regnava lo scià Reza Palhevi. E’ noto quanto il Giappone sia “allergico” alle sanzioni americane contro l’Iran, che è sempre stato uno dei suoi fornitori maggiori di greggio, oltre che meta di investimenti in yen sonanti.

Perciò la visita di Abe, che si conclude oggi dopo tre giorni, aveva un significato importantissimo, come tentativo di mediazione fra Iran e Stati Uniti, probabilmente concordato fra Abe e il presidente americano Donald Trump nel corso della visita di quest’ultimo a Tokyo fra il 26 e il 28 maggio scorso.

La minaccia iraniana

Riesce difficile immaginare che gli iraniani stessi elucubrino un macchinoso piano per sabotare forniture di greggio ai giapponesi, che possono essere utili interlocutori, e mediatori, relativamente neutrali rispetto alle contese storiche che dissanguano il Medio Oriente. Gli iraniani hanno quindi comprensibilmente puntato il dito su Washington e/o sui suoi alleati nella regione persica, parlando apertamente di tipiche azioni “false flag”, ossia concepite per far incolpare il “cattivo di turno” indicato dalle maggiori agenzie di stampa mondiali.


Se però è stato Trump stesso a dare il suo benestare alla visita di Abe a Teheran, come si spiegherebbe che proprio gli americani possano aver ordito un colpo simile? E’ noto che la Casa Bianca, con l’acuirsi della pressione militare sull’Iran, da ormai un mese e mezzo, spera di mettere all’angolo gli ayatollah per riuscire laddove con la Corea del Nord non si è ancora riusciti.

Ovvero tirare per i capelli Teheran a sedersi a un tavolo e strappare un nuovo accordo, più vantaggioso per gli USA, che rimpiazzi il JCPOA firmato da Barack Obama nel 2015 e che, soprattutto, comprenda anche la moratoria ai missili balistici Shahab, oltre che al programma nucleare iranico.

Con i nordcoreani, che hanno già operative alcune armi nucleari, nonché missili balistici anche intercontinentali, l’assedio militare USA non poteva, per il momento, che portare come risultato positivo ai già notevoli vertici fra Trump e Kim Jong Un a Singapore il 12 giugno 2018 e ad Hanoi pochi mesi fa, il 27 febbraio 2019. Dalla Corea del Nord, Trump stesso sa che, per il momento, non può pretendere di più, data la maggior forza contrattuale di Pyongyang rispetto a Teheran, garantita da un arsenale atomico realmente esistente.


Coi nordcoreani è già un successo diplomatico parlarci e ancora pochi giorni fa lo stesso presidente USA ha elogiato una “splendida lettera” speditagli da Kim in vista di un terzo vertice.

Con gli iraniani il caso è diverso, sia perché non dispongono di armi nucleari (perlomeno ancora per qualche anno), sia perché, nel loro caso già esisteva un trattato, insoddisfacente per Washington, che a Trump urge sostituire con uno più restrittivo. Nel caso iraniano, quindi, gli USA possono permettersi di essere più perentori e, eventualmente, giocare su più tavoli.

Da un lato mandando per conto loro Abe ad aprire ponti, dall’altro, forse, compiere azioni coperte di disturbo per lanciare precisi messaggi a Teheran perché si decida in fretta ad aprire una trattativa.

Le pressioni degli USA

Del resto, a Washington sanno che il maggior deterrente in mano all’Iran, ossia l’interdizione dello stretto di Hormuz, sarebbe lesivo degli stessi interessi di Teheran e dunque non diverrebbe realtà se non in caso di un plateale e vasto attacco militare americano al paese, che per la verità sono anche gli stessi USA a non volere, se non come estrema, e disperata, risorsa, dati i prevedibili sconquassi sul mercato del greggio, forse con uno shock simile a quello del 1973.


Secondo una simile interpretazione, quindi, gli attacchi alle petroliere potrebbero essere una sorta di “colpo di frusta” all’Iran perché accetti un diktat da Washington, la quale potrebbe essersi imbaldanzita dopo che, il 26 maggio, parevano essere emerse spaccature nel vertice politico iraniano, fra il premier Hassan Rohani che non escludeva un “referendum popolare sul nucleare” per far decidere il popolo e la guida suprema teocratica, l’ayatollah Ali Khamenei che invece respingeva ogni possibile idea di concessioni all’Occidente. Khamenei ha subito rintuzzato Rohani, ma è possibile che dietro le quinte gli attacchi di ieri possano aver riaperto dibattiti a porte chiuse sul da farsi, nei palazzi di Teheran.

Sotto questo aspetto, potrebbe farsi strada anche l’ipotesi che, ammesso e non concesso che l’attacco possa essere stato orchestrato dagli stessi iraniani, allora sarebbe da vedersi come un colpo di testa degli elementi più fanatizzati dei pasdaran, in accordo con parte del clero, per controbattere i riformisti e, in genere, i più disposti al dialogo e alla normalizzazione, in nome del mantenimento in Iran di una ferrea “mobilitazione permanente” rivoluzionaria. Sembra però l’ipotesi meno plausibile dato il rischio che si farebbe correre al proprio stesso paese.

L’opzione araba

Ma non è da escludersi che dietro gli attacchi possano esserci gli alleati locali degli Stati Uniti, in primis Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, allo scopo, proprio, di scongiurare ogni possibile accordo fra Teheran e Washington, che rischierebbe di rimettere in discussione il ruolo di leadership saudita nel Golfo recentemente ribadito, fra 30 e 31 maggio dal vertice della Mecca coi maggiori alleati sunniti della casa reale Al Saud.


I sauditi hanno tirato le fila della loro vasta rete di alleanze in nome della difesa della stabilità regionale dalle mire dell’Iran, leggi anche in termini religiosi degli “eretici” sciiti, incarnata soprattutto nella guerra civile in Yemen, dove dal marzo 2015, da ormai più di quattro anni, i sunniti locali appoggiati dalle armate saudite non riescono ad avere ragione dei ribelli sciiti Huthi armati dall’Iran anche con droni e missili le cui incursioni nello spazio aereo saudita si infittiscono, anziché diminuire.

Del resto, pochi giorni fa, il 6 giugno, i governi di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Norvegia, a cui appartenevano le navi colpite da sospette mine il 12 maggio al largo di Fujairah, hanno annunciato di voler indirizzare alle Nazioni Unite tutto il materiale finora raccolto nelle indagini sugli attacchi di allora, sostenendo la paternità iraniana, o quantomeno dei ribelli sciiti Huthi, i quali però, se davvero fossero responsabili, avrebbero compiuto un’impresa logistica, per spingersi fino all’emirato EAU di Fujairah dal lontano Yemen, circumnavigando tutta la costa meridionale della penisola arabica con qualche battello camuffato.


Che esecutori materiali dell’attacco di ieri siano collegabili ad alleati locali degli USA è plausibile. Più incerto è se invece il movente possa essere stato concordato con Washington, oppure se invece sia totalmente indipendente dalla volontà USA.

In tal caso lo scopo sarebbe quello di sabotare la mediazione giapponese, e in prospettiva una possibile intesa fra Teheran e Washington, per monopolizzare la propria posizione di alleato di riferimento dell’America nel Golfo, per evitare che gli statunitensi possano essere tentati, con l’andar del tempo, di perseguire una stabilità regionale più equilibrata, come negli anni Settanta, finchè regnava lo scià, quando cioè la Casa Bianca cercava di tenere buoni rapporti sia coi sauditi, sia con gli iraniani. I prossimi giorni vedranno forse nuovi colpi di scena che meglio potranno corroborare alcune tesi piuttosto che altre.

Foto The Guardian, EPA, IRNA e US DoD

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - Gli statunitensi vanno in guerra completamente impreparati, non hanno più logica ne ragionamento vedono solo rosso, tori imbufaliti estremamente pericolosi

600 compagnie USA contro Trump


15 Giugno 2019 - 22:33 

Tra loro Walmart, Costco, Target e Foot Locker, che lanciano l’allarme: “Dazi danneggeranno economia statunitense”


600 aziende statunitensi hanno lanciato il loro allarme all’attenzione di Donald Trump; l’argomento della comunicazione, come facilmente prevedibile, sono i dazi a carico di Pechino, che - evidenzia il collettivo a rappresentanza delle compagnie - danneggeranno l’economia statunitense, porteranno alla perdita di posti di lavoro e graveranno sulle spalle di milioni di consumatori.

Associazioni di categoria e aziende - tra cui Walmart, Costco, Target, Gap, Levi Strauss, Foot Locker e molti altri colossi - hanno scritto alla Casa Bianca, esortando Trump a mettere immediatamente in stallo le imposte e porre fine alla guerra commerciale.

Nel documento si fa cenno in primis all’impatto “a lungo termine” sulle imprese americane, sugli agricoltori, sulle famiglie e “l’economia statunitense nella sua interezza”:

“Un’escalation della guerra commerciale non è nell’interesse del Paese, e garantirebbe un’unica certezza: entrambe le parti in gioco perderebbero”.

600 compagnie USA contro Trump

Il mese scorso l’amministrazione Trump ha aumentato dal 10 al 25% le imposte sui beni cinesi, per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari.

Dazi che vanno a gravare su prodotti come bagagli, materassi, borse, biciclette, aspirapolveri e condizionatori. In più, il tycoon ha minacciato di tassare altri 300 miliardi di dollari di beni importati da Pechino, compresi giocattoli, vestiti, scarpe, elettrodomestici e televisori.

Tutte queste imposte - ha spiegato il collettivo di aziende nella missiva diretta al Presidente USA - sono le società statunitensi a pagarle direttamente.
Il documento va poi a inquadrare l’incertezza che aleggia attorno ai negoziati sul fronte commerciale, in grado di “creare sempre maggiori turbolenze all’interno dei mercati” e minacciare la crescita economica del Paese.

A parziale reazione, l’ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti terrà audizioni pubbliche ad argomento dazi, a partire dal prossimo lunedì.

Ma non si tratta del primo allarme lanciato dalle aziende e indirizzato direttamente all’esecutivo USA. Già lo scorso mese una coalizione di gruppi commerciali, tra cui Nike, Adidas e altri marchi, aveva denunciato ufficialmente l’impatto “disastroso” dei dazi.

Molte imprese statunitensi hanno già sviluppato strategie per attenuarne l’impatto, ma l’ultimo allarme lanciato dalle società parla chiaro: si va in ogni caso verso un inevitabile e massiccio aumento di costi di produzione e prezzi per i consumatori.

L’amministrazione Trump finora ha minimizzato gli effetti dei dazi, tanto che il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha parlato di aumenti dei costi al consumo “non significativi”.

Eppure le aziende, nella comunicazione destinata alla Casa Bianca, citano uno studio che rileva come il 25% di imposte su almeno 300 miliardi di dollari di beni cinesi peserebbe in media per almeno 2.000 dollari l’anno sulle famiglie americane.

Il report parla anche di prezzi degli elettrodomestici pronti a crescere del 3%.

La guerra si avvicina velocemente - nei cieli statunitensi gli asini non smettono di volare e dal Pentagono escono ragli

Un video farlocco per scatenare l'aggressione contro l'Iran?


Ma davvero il Pentagono ritiene l’opinione pubblica mondiale così rimbambita da prendere per buono il video farlocco degli iraniani che si vanno a riprendere una loro mina magnetica inesplosa dalla chiglia di una petroliera che hanno appena attaccato? 
Si direbbe di no in quanto, finora, il video (che già sta troneggiando sulle TV e sui siti di tutto il mondo) sarebbe stato passato ai media non ufficialmente dal Pentagono ma “da anonimi funzionari”. Ma su questo aspetto ci soffermiamo più avanti.

Intanto, prima di occuparci del video, una domanda.

Vi sembra logico che mentre l’Iran accoglie a braccia aperte il primo ministro giapponese Shinzo Abe, in procinto di firmare con il governo di Teheran accordi per l’approvvigionamento di petrolio, va a colpire una nave che trasporta petrolio in Giappone? Domanda, ovviamente, ignorata da tutti gli “esperti” che in TV stanno pontificando sull’”attacco iraniano”, ma che già da sola consiglierebbe di analizzare con attenzione il video quello che, verosimilmente, ci sta dietro.

Intanto le motivazioni che avrebbero spinto gli iraniani a recuperare la mina magnetica inesplosa. Secondo i media “per cancellare le prove del loro coinvolgimento nell’attentato”. Ma perché mai gli iraniani avrebbero dovuto utilizzare una mina magnetica identificabile come iraniana per il loro subdolo attentato e non già, poniamo, una mina attribuibile ad Israele?

Ancora più incredibile la faccenda del “natante della marina iraniana” che, sotto gli occhi dei satelliti di tutto il mondo, si va a riprendere la sua mina. Ma poi come? Per quel che ci è dato sapere le mine antinave, per evidenti motivi, si localizzano al di sotto della linea di galleggiamento della nave.

Quindi, ci si sarebbe aspettato di vedere sul famoso video del “natante iraniano” un qualche sub: neanche l’ombra.


Ma poi siamo sicuri che il video mostri la petroliera Kokuka Courageous dopo l’esplosione? L’unico fotogramma del famoso video mostra una nave perfettamente integra senza nessuna traccia di incendio o di fumo.


Ma poi, chi e come ha realizzato questo video? Da alcuni angoli di ripresa si direbbe che il video è stato ripreso da un aereo (in alcuni momenti, a bassa quota).

Si, ma, allora, perché una risoluzione del video così bassa che impedisce di identificare dettagli significativi?


Molto probabilmente, questo video – se non è un “ballon d’essai” per testare le reazioni dell’opinione pubblica e dei governi – è un’altra polpetta avvelenata che, al pari delle “prove” dell’avvelenamento Skripal o dell’incendio degli aiuti umanitari in Venezuela, i veri Padroni dell’Impero cercano di rifilare a Trump salvo poi screditarlo per essersi fidato di documentazioni farlocche. Speriamo sia così è che la guerra all’Iran non ci sia. Se così, invece, non fosse questo video è davvero il casus belli che scatenerà la guerra all’Iran. Ma come? Un video così poco credibile? Il famigerato incidente del golfo del Tonchino fu, sostanzialmente, “attestato” da quattro confuse foto rivelatesi inequivocabilmente contraffatte qualche anno fa. Intanto c’era stata una guerra che aveva ucciso due milioni di vietnamiti.

Francesco Santoianni

Notizia del: 14/06/2019


La guerra si avvicina velocemente - nella testa della dirigenza statunitensi c'è solo rosso un lago di sangue

Hormuz, colpite altre due petroliere, Usa-Iran nuova guerra del Golfo?

Stretto di Hormuz. L’attacco è avvenuto, come l’altra volta, all’uscita del “collo di bottiglia” da cui passa quasi un terzo del petrolio mondiale. Mike Pompeo accusa apertamente Teheran. Khamenei rifiuta il messaggio inviatogli da Trump tramite Shinzo Abe. I 44 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo dalla Marina iraniana e dalla marina militare americana, che ha inviato sul posto la Quinta Flotta. Se non sono stati gli iraniani, chi? Riunione urgente del consiglio di sicurezza dell’Onu.

Di Piero Orteca14 Giugno 2019


Hormuz bottleneck,
il collo di bottiglia

Hormuz, colpite altre due petroliere, Usa-Iran nuova guerra del Golfo?
Beh, lo andiamo predicando da lunga pezza: lo Stretto di Hormuz, il “bottleneck”, il collo di bottiglia da cui si accede (e si esce) dal Golfo Persico, sta diventando uno dei posti più pericolosi del mondo. Ormai rivaleggia, per questo “record” alquanto sgradevole, con Gaza, il Golan, il 38° parallelo coreano e la line del cessate il fuoco in Kashmir. La differenza è che da questo budello di mare passa, tra greggio e gas liquido, quasi un terzo dell’energia mondiale. Ieri, altre due petroliere sono state attaccate all’uscita di Hormuz, nel Golfo di Oman. Proprio nel tratto al largo del porto di Fujairah, negli Emirati Arabi, dove erano state colpiti il mese scorso altri due “tanker”.


Uomini rana

La prima nave, la Front Altair, che batte bandiera norvegese, ma che era stata noleggiata dalla “CPC Corp oil refiner” di Taiwan, trasportava 75 mila tonnellate di nafta. Il portavoce cinese della società, Wu I-Fang, ha detto che la petroliera sarebbe stata colpita “da un siluro”. Balle, detto per inciso. I servizi segreti israeliani, che in genere la sanno lunga e forse si aspettavano il botto, parlano di “uomini rana”. Che avrebbero attaccato alla chiglia mine magnetiche. Dal canto loro, gli iraniani affermano di avere tratto in salvo 23 marinai. Gli uomini di Teheran sarebbero intervenuti anche per l’equipaggio (21 persone) dell’altra nave presa di mira.

I protagonisti che appaiono?

In questo caso si tratta della giapponese “Kokuka-Courageous”, piena di metanolo. Anch’essa devastata da un’esplosione. Intervistato dalla BBC, un alto ufficiale della Marina iraniana ha risolutamente negato che il suo Paese abbia a che fare con gli attentati. E ha parlato di 
“qualcuno che tenta di destabilizzare la regione”. 
Beh, chiunque sia, ci sta riuscendo. Alla grande. Sappiamo come la pensa Trump, che forse non vede l’ora di menare le mani e di calare qualche bastonata sui turbanti degli ayatollah. Sinceramente, deve stare attento a scherzare col fuoco, perché potrebbe ustionarsi. E bruciare anche penne e piume di chi non c’entra. Come noi.


Minaccia crisi petrolifera

Intanto Germania e Francia frenano, atterrite e pregano la Casa Bianca (assieme a tutti i santi) di darsi una calmata. Le sanzioni economiche imposte dagli americani, con la scusa di un trattato nucleare insoddisfacente (ma 
gli iraniani stavano osservando alla lettera le clausole del documento) 
si stanno rivelando devastanti per Teheran. Comunque, gli analisti si aspettavano qualche “risposta”, specie dopo che l’altro giorno la Casa Bianca aveva impallinato la principale società petrolchimica della Teocrazia persiana. Intanto, il mordi e fuggi di Trump sta facendo imbufalire la Guida Suprema iraniana, Alì Khamenei, che ieri ha assestato uno sganassone (diplomatico, è ovvio) al Presidente Usa.

Il giapponese Abe, ma Bolton

Quando il premier giapponese Shinzo Abe gli ha passato la lettera di Trump, nella quale si parlava di “nuovi amichevoli trattative”, l’ayatollah gli e l’ha strappata in faccia. Metaforicamente è ovvio. E rispedendola di mala maniera al mittente, ha aggiunto, in sostanza, che 
Trump parla “con lingua biforcuta”. 
Facendo intuire che potrebbe finirgli come Custer al Little Big Horn, quando Toro Seduto e Cavallo Pazzo gli fecero pelo e contropelo. Ma lui non si cuoce. Ha subito spedito la Quinta flotta, di base in Bahrain, per mostrare i muscoli. In particolare, il caccia Bainbridge avrebbe contribuito a salvare una parte degli equipaggi.


Perché sempre fuori dal Golfo?

Un ufficiale Usa ha detto alla BBC che saranno fatti accertamenti sulle lamiere delle due navi, per poter risalire ai mezzi usati nell’attacco (e alla “firma” degli esplosivi”). Paolo D’Amico, chairman della Intertanko, associazione che raggruppa gli armatori, ha detto che la situazione potrebbe precipitare e che “i rifornimenti di petrolio per l’intero mondo occidentale stanno diventando a rischio”. Ieri il prezzo del greggio, dopo pochi minuti, era aumentato di quasi il 5%. Altri due botti e la benzina comincerà a costare quanto una bottiglia di Chianti.

Bolton in cerca di guerra: ‘L’Iran ha minato lo Stretto di Hormuz’
Clamorosa 
accusa senza prove del Consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump alla ricerca della terza guerra americana del Golfo. 
«To stop Iran bomb, bomb Iran», provocava tre anni fa John Bolton sul New York Times. Oggi, coerente Bolton, l’accusa senza prove di mine iraniane a cercare la guerra. Anche Kim entra nella “partita”, accusando il candidato democratico Joe Biden di un quoziente intellettivo da zero virgola…..

La guerra si avvicina velocemente. Gli asini volano e Trump Pompeo e Bolton ci credono molti italiani NO

VENTI DI GUERRA 15 giugno 2019
L’attacco iraniano alle petroliere giapponesi è una bufala (e fare la guerra con l’Iran sarebbe un disastro)

di Fulvio Scaglione

Abbiamo visto molti falsi attacchi (dal Tonchino in poi) che sono serviti a giustificare aggressioni. Il presunto attacco dell’Iran alle petroliere giapponesi, proprio mentre i due paesi sono in trattative, ha tutta l’aria di un depistaggio. Gli Usa hanno bisogno di una scusa per far saltare tutto?

E vai con il Golfo del Tonchino e il famoso “incidente” (“raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente”, copyright Edoardo Bennato) che il presidente Lyndon Johnson inventò quasi dal nulla per convincere il Congresso a dargli il permesso di far guerra al Vietnam. Ma i lampi che sfrigolano sullo Stretto di Hormuz, il pertugio tra Iran ed Emirati Arabi da cui passa un terzo del greggio commerciato nel mondo, evocano più recenti e assai più insidiosi ricordi.

Correva il 1987 e infuriava la guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein, aiutato con i satelliti e con le armi dagli Usa, e l’Iran dell’ayatollah Khomeni, che sarebbe poi morto nel 1989. Per rispondere agli attacchi iracheni ai terminali petroliferi, gli iraniani cominciarono a seminare mine nello Stretto, usando i tradizionali dhow del piccolo cabotaggio mercantile. Alla fine della guerra saranno 168 le navi da loro danneggiate o distrutte. Prima, però, succedono tante altre cose. Nel momento in cui sulle mine finiscono le petroliere del Kuwait, le navi da guerra americane si mettono a pattugliare le acque, finché intercettano e catturano un naviglio iraniano carico di mine.

L’anno dopo, la fregata americana “Roberts” incoccia una di quelle mine e viene quasi affondata. Ne nasce una specie di battaglia navale che dura un giorno, in cui le navi Usa schiantano due piattaforme petrolifere e affondano sei navi iraniane. E non è finita. Il 3 luglio del 1988 
l’incrociatore Usa “Vincennes” abbatte un volo civile iraniano, uccidendo 290 persone.

La prima considerazione, dunque, è che una guerra delle petroliere c’è già stata. E se consideriamo che l’Iran è ancora lì con tutti i suoi ayatollah, dopo essere stato anche attaccato dal nostro amico (allora lo era) Saddam, aver patito un milione di morti e un embargo durato decenni, non sembra essere stata una grande idea.

La seconda è che noi crediamo proprio a tutto. All’incidente del Tonchino (1964) come alle armi chimiche di Saddam (2003), alle fosse comuni di Gheddafi (2011) come agli attacchi chimici di Assad su Douma (2018). Quindi possiamo anche credere che 
quelli del “Vincennes” proprio non avessero capito che quel goffo Boeing pieno di donne e bambini non era un cacciabombardiere. 
E via via credere pure che in Iran ci sia qualcuno così tonto da attaccare una petroliera giapponese mentre il premier del Giappone è in visita ufficiale di Stato a Teheran. E, perché no, che i potenti mezzi Usa riescano a filmare un naviglio iraniano che cerca di riprendersi una mina inesplosa dalla fiancata della suddetta petroliera (non sembra un film di Totò?) 
ma 
non riescano a filmare gli iraniani quando le mine le mettono.

In Iran c’è una popolazione compatta, anche da un punto di vista etnico e religioso, e piena di orgoglio nazionale, che vive la crisi con gli Usa come un puro e semplice sopruso. E d’altra parte, questo è.

L’unica cosa che non possiamo permetterci di credere è che l’idea di uno scontro militare con l’Iran, accarezzata dai falchi americani tipo Bolton (consigliere per la Sicurezza nazionale) e Pompeo (segretario di Stato), possa concludersi alla maniera dell’Iraq del 2003. In Iraq c’era un Paese diviso, dove più di due terzi della popolazione (sciiti e curdi) detestavano il dittatore Saddam. In Iran c’è una popolazione compatta, anche da un punto di vista etnico e religioso, e piena di orgoglio nazionale, che vive la crisi con gli Usa come un puro e semplice sopruso. E d’altra parte, questo è.

Quando Donald Trump ha disdetto unilateralmente l’accordo sul nucleare firmato da Obama nel 2015, 
a sostenere che l’Iran non stava ai patti c’erano solo 
Usa, Israele e Arabia Saudita. 
Tutto il resto del mondo pensava, all’opposto, che l’accordo funzionasse benissimo.

Afflitti dal solito occidentocentrismo, molti sono convinti che tutto l’Iran stia nei giovani delle classi medie delle grandi città che protestavano contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. E dimenticano i milioni di giovani iraniani delle province povere per i quali le fondazioni religiose che si approvvigionano alle casse dello Stato hanno sempre avuto un occhio di riguardo. E a proposito di giovani: il 40% degli 82 milioni di iraniani ha 24 anni o meno, non mancano braccia e cuori per popolare forze armate e milizie come i pasdaran che, in questi anni, si sono temprate su molti fronti, non ultimi quelli siriani e iracheni. È in questo pasticcio che vogliamo andare a cacciarci? Certo, la macchina militare americana (basi in 13 Paesi dell’area, 54 mila soldati nella regione), con l’aiuto di quella israeliana e dei quattrini sauditi, è in grado di travolgere qualunque ostacolo. Ma a che prezzo, per “noi”, per “loro” e per quelli intorno? Ma forse non c’è tanta filosofia da fare. 
Al mondo libero serve un altro grande successo dopo quelli in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria.

2019 crisi economica - prima o dopo arriva la bomba dei derivati

Quando scoppierà la bomba derivati nelle banche?

15 giugno 2019


Il problema del too-big-to-fail, ovvero dell’impatto per il sistema finanziario del dissesto di una singola banca, non è alle spalle.

Dopo il fallimento di Lehman Brothers, i regolatori internazionali hanno concentrato l’attenzione sul tema in numerosi provvedimenti, ma a distanza di quasi 11 anni dall’episodio dell’istituto americano il dissesto di un grande gruppo produrrebbe ancora conseguenze enormi: 
è la ragione per cui negli anni è stato quasi sempre necessario l’intervento dello Stato per salvaguardare le banche in difficoltà e la stabilità del sistema finanziario.

Sul too-big-to-fail c’è un aspetto in particolare su cui ora il Financial Stability Board si è focalizzato: il problema della chiusura disordinata di titoli illiquidi e complessi, tra cui i derivati. «Molte banche di rilevanza sistemica (G-Sib) 
hanno ampi portafogli di trading e derivati, in alcuni casi con posizioni illiquide o esotiche», 
ha osservato il Fsb, lanciando negli scorsi giorni un discussion paper sul tema. «Una chiusura disordinata di questi portafogli può propagare notevoli rischi per la stabilità finanziaria. Data la presenza globale di alcune G-Sib e la natura transfrontaliera di molti dei portafogli, tali rischi potrebbero diffondersi oltre i confini e in altre aree geografiche».

Ci sono metodi per gestire in modo ordinato derivati e titoli illiquidi: per esempio attraverso la chiusura degli strumenti prima della scadenza con il trasferimento della posizione a terzi o grazie a clausole contrattuali. Ma non sempre queste procedure sono possibili. Inoltre non è detto che le banche siano attrezzate per farlo o che abbiano predisposto misure sufficienti nei piani di recupero e risoluzione.

Perciò il Fsb, presieduto in passato da Mario Draghi e oggi da Randal Quarles della Fed, vuole che gli istituti di credito, soprattutto quelli più esposti 
(nell’Eurozona sono soprattutto in Germania e Francia), 
siano consapevoli del problema e introducano un’adeguata gestione del rischio. Sulla base delle risposte alla consultazione l’autorità internazionale potrebbe creare un rapporto complessivo che farà da parametro per le procedure da introdurre negli istituti a livello globale.

Sempre riguardo alle risoluzioni dei grandi gruppi, il Fsb ha presentato un’analisi anche per una maggiore trasparenza sui piani di risoluzione. Nei giorni scorsi l’organismo ha invece chiesto opinioni al mercato in vista di una valutazione (da parte di un gruppo di lavoro guidato dalla vicepresidente della Bundesbank Claudia Buch) sugli effetti e sull’efficacia delle riforme sul too-big-to-fail.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

Ebrei feccia dell'umanità e ne sono degni gli ambasciatori statunitensi nelle terre palestinesi

Israele e gli insediamenti della Cisgiordania, se gli Stati Uniti predicano l’annessione

Scritto da Redazione ASICategoria: Politica Estera
Pubblicato: 15 Giugno 2019

(ASI) "La promessa di annettere a Israele gli insediamenti della Cisgiordania - fatta da Benjamin Netanyahu poco prima delle elezioni del 9 aprile – non è caduta nel vuoto.

Oltre all’elettorato israeliano che ha evidentemente premiato il Premier uscente, ci ha pensato l’Ambasciatore USA in Israele David Friedman a raccoglierla, dichiarando, in un’intervista rilasciata al New York Times l’8 giugno, che 'Israele ha il diritto di tenersi forse non tutta ma sicuramente parte della Cisgiordania'. Secondo Friedman, ha sbagliato l’ex Presidente Obama 'a dare credito all’argomento dei palestinesi per cui l’intera Cisgiordania e Gerusalemme Est appartengono a loro', facendo passare la 
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU 2334 del dicembre 2016 che condannava gli insediamenti. 
Equiparando le risoluzioni delle Nazioni Unite a delle pretese assurde, Friedman suggerisce che l’autonomia della Palestina potrebbe rappresentare “una minaccia per la regione”, mettendo anche in dubbio il fatto che la leadership palestinese potesse avere alcuna voce in capitolo per quanto riguarda il riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale di Israele.

Questo non significa negare del tutto la possibilità che si realizzi uno Stato palestinese, argomenta il diplomatico: se Israele mantenesse il controllo della sicurezza in Cisgiordania, in fin dei conti non farebbe qualcosa di molto diverso da quello che fanno 'gli Stati Uniti con le loro truppe in Germania, in Giappone e in Corea', secondo Friedman.

Un ragionamento, questo, prontamente condannato dal Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, Saeb Erekat, e dal Ministero degli Esteri della Palestina, che ha subito ipotizzato di denunciare Friedman presso la Corte Penale Internazionale (ICC). “Su quale realtà basa le sue convinzioni? – si chiede il Ministero in un comunicato del 12 giugno – Sul diritto internazionale che vieta l’annessione di un territorio con la forza? O sulla realtà imposta dalle forze di occupazione?”.

Dello stesso avviso l’ONG israeliana Peace Now, che tra le altre cose monitora l’espansione delle colonie e che in questa occasione ha immediatamente chiesto al Presidente Trump di rimuovere Friedman dal suo incarico.".

Vedi:





Fonte: Newsletter No 134 del 14 giugno 2019 dell’Ambasciata di Palestina in Italia.

Gaza la prigione a cielo aperto è Auschwitz - gli ebrei continuano ad uccidere sono un cancro da estirpare


Scontri a Gaza: l'esercito israeliano ferisce 60 manifestanti palestinesi

Tensioni in 5 punti lungo la barriera difensiva con lo stato ebraico per la Marcia del Ritorno, appoggiata da Hamas.

Scontri a Gaza

globalist14 giugno 2019

Un altro venerdì di tensione: oltre 60 manifestanti palestinesi sono stati feriti a Gaza in scontri con l'esercito israeliano in 5 punti lungo la barriera difensiva con lo stato ebraico per la Marcia del Ritorno, appoggiata da Hamas.
Lo ha fatto sapere il ministero della sanità della Striscia. Secondo fonti israeliane nelle manifestazioni - alle quali hanno preso parte circa 6.000 dimostranti - sono stati lanciati contro Israele palloni esplosivi e si sono verificati tra i 10 e i 15 incendi nelle aree ebraiche attorno a Gaza. 
Nei giorni passati - nonostante il cessate il fuoco tra le parti mediato nei mesi scorsi dall'Onu e dall'Egitto - la tensione è salita in modo costante, non solo con il continuo lancio di palloni esplosivi da Gaza - a cui Israele ha risposto con la chiusura della zona di pesca a largo delle coste - ma anche con il lancio di due razzi dalla Striscia in meno di 24 ore verso Israele (uno si e' abbattuto su un edificio di Sderot), a cui l'esercito ha replicato la notte scorsa colpendo postazioni di Hamas. 
L'esercito israeliano ha anche rafforzato nella zona l'Iron Dome, il sistema di difesa antimissili. Prima della manifestazione di oggi - la 61/a dopo una pausa di due settimane dovuta a Ramadan e alla festa di Eid el Fitr - l'inviato dell'Onu Nickolay Maledenov è stato a Gaza per far scendere la tensione.

Gianandrea Gaiani - Trump dimentica che la Siria ha un governo legittimo e gli italiani possono andare in quelle terre solo se sono invitati da lui. Trump faccia il padrone, se ci riesce, negli Stati Uniti

Inviare truppe italiane in Siria? Il commento di Gaiani (Analisi Difesa)



Sull’invio di truppe in Siria il governo italiano non si è espresso né è plausibile che una simile decisione venga presa dal solo ministro della Difesa. Il commento di Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa

Washington attende risposte da Roma alla richiesta di inviare truppe italiane in Siria. Come ha ricordato l’8 giugno il Corriere della Sera, da alcune settimane è in corso un pressing discreto ma intenso da parte degli Stati Uniti per indurre il governo italiano a inviare un contingente militare nei territori siriani orientali occupati dalle Forze Democratiche Siriane (FDS), milizie curdo arabe sostenute dalla Coalizione.

In quei territori erano presenti circa 2mila militari Usa in fase di dimezzamento e vi sono contingenti britannici e francesi (si trovano in quelle terre in maniera illegittima, sono degli occupanti)

Una delegazione militare americana avrebbe incontrato oggi i vertici delle forze curdo-siriane, secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), ong con sede a Londra vicina ai movimenti ostili a Bashar Assad.

Le fonti dell’Ondus affermano che l’incontro è avvenuto a nord di Raqqa, nella zona di Ayn Issa, dove sorge una delle principali basi militari Usa della regione. L’obiettivo dei colloqui, si legge, è quello di fare il punto sulla situazione militare, di sicurezza e logistica nella regione a est dell’Eufrate sotto controllo curdo e americano

Il già avviato ritiro parziale dei militari americani, voluto da Trump in contrapposizione al Pentagono, ha indotto Washington a chiedere un maggior ruolo agli alleati della Nato.

Finora il governo italiano non si è espresso né è plausibile che una simile decisione venga presa dal solo ministro della Difesa.

Come ha ricordato il Corriere, il ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, ha fatto presente che tale missione (anche se limitata a forze d’addestramento per le milizie curde siriane) potrebbe non essere opportuna tenuto conto che Roma schiera 1.100 uomini col casco blu in testa nel vicino Libano.

Una risposta credibile se si considera che i nostri caschi blu in Libano operano in un’area controllata al 100% da Hezbollah, movimento e milizia scita che in Siria è alleata di ferro del governo di Bashar Assad.

Un governo che può non piacere ma legittimo per il diritto internazionale e che considera 
“invasori” 
le truppe della Coalizione presenti sul suo territorio.

Una definizione politicamente e giuridicamente corretta, quella di Damasco, dal momento che le uniche forze straniere che i governativi siriani hanno invitato sul loro territorio sono quelle russe e delle milizie iraniane.

Facile quindi intuire che l’invio di “truppe d’occupazione” nell’ambito di un’operazione non legittimata dalla comunità internazionale in una regione siriana senza il via libera di Damasco rischierebbe potenzialmente di esporre anche i caschi blu di Unifil a possibili ritorsioni o rappresaglie.

Anche perché 
le forze Usa sono già intervenute in più occasioni con raid e azioni a fuoco contro le forze siriane governative.

Del resto se le controindicazioni ad accettare la richiesta di Washington sono tante, i vantaggi sono invece nulli se non quello di assecondare ancora una volta il potente alleato d’oltre Atlantico.

Già coi recenti governi di centro sinistra l’Italia ha aderito alla Coalizione anti Isis ma senza assegnare compiti di combattimento al suo contingente (aerei disarmati e militari impegnati solo in compiti di presidio o addestramento) e schierandolo esclusivamente in territorio iracheno, nel rispetto del diritto internazionale.

L’Iraq infatti ha chiesto aiuto e presenza di truppe della Coalizione sul suo territorio, a differenza della Siria.

La presenza di militari anglo-americani, francesi e turchi in Siria costituisce quindi una violazione del diritto internazionale (di cui stranamente all’ONU non si parla mai) e un “atto di guerra” a cui il governo siriano potrebbe prima o poi rispondere con legittime azioni militari.

Non sfugge infatti che la presenza della Coalizione non ha certo più il compito di sconfiggere lo Stato Islamico, ormai annientato o comunque dotato di capacità limitate a compiere attentati e imboscate.

Le forze alleate presidiano i territori a est dell’Eufrate ricchi di gas e petrolio semplicemente per impedire ad Assad di riprenderne il controllo e il ritiro almeno parziale degli USA col tentativo di rimpiazzarle con truppe europee conferma la volontà di Washington di coinvolgere maggiormente gli alleati in prima linea.

Una posizione che schiera ancora una volta le potenze occidentali al fianco dei ribelli jihadisti esponendole al rischio di un confronto militare con la Russia, presente in forze in Siria.

È evidente che Roma non ha oggi alcun interesse ad apparire come potenza occupante in Medio Oriente, a schierare truppe in violazione del diritto internazionale o a creare presupposti di ostilità nei confronti di Mosca e Damasco, tenuto conto anche che proprio i servizi segreti di Assad costituiscono la principale fonte di informazioni circa i “foreign fighters” qaedisti e dell’Isis che cercano di infiltrarsi in Europa.

Articolo pubblicato su analisidifesa.it

Il corrotto euroimbecille Pd non si può smentire è un coacervo di clan, mafie, consorterie, massoni, clientele, cordate

L'ASSEMBLEA

La notte dei lunghi coltelli nel Pd calabrese, divisioni sulle Regionali e scontro su Gratteri

di Antonio Ricchio — 15 Giugno 2019


A tarda notte, quando l’assemblea in un hotel alle porte di Lamezia Terme viene sciolta, nessuno canta vittoria. L’unità e il rinnovamento auspicati dal vicesegretario nazionale del Pd Andrea Orlando restano, almeno per il momento, buoni propositi ancora in attesa di essere declinati in azioni concrete.

L’atteso confronto con il governatore Mario Oliverio - riporta la Gazzetta del Sud in edicola - suggella le lacerazioni di un partito diviso tra chi sostiene la ricandidatura del governatore e chi, invece, è convinto che vada aperta una pagina nuova nella vita dei dem calabresi.

Prima del duello finale, il botta e risposta è tra gli esponenti delle varie correnti interne. Carlo Guccione, esponente di punta della corrente orlandiana in Calabria, è tranchant: «Dobbiamo conquistare i voti dei calabresi, che in questi anni non sono arrivati, non faccio l’elenco dei Comuni che abbiamo perso».



Sulla stessa lunghezza d’onda pare sintonizzato l’ex parlamentare Bruno Censore. La replica a questo tipo di impostazione arriva da fedelissimi del governatore come Giuseppe Giudiceandrea e Giuseppe Aieta, entrambi rappresentanti del Pd in Consiglio regionale: «Non faccio passi indietro - spiega - ma dieci passi avanti, perché alla guida della Regione abbiamo fatto cose epocali».

Sono parole che, in qualche modo, fanno da preludio all’affondo di Nicola Adamo, sempre sul terreno del commissariamento nella sanità. Nel mirino dell’ex vicepresidente della Giunta regionale ci sono il Nazareno per una linea, a suo dire, ritenuta «penalizzante per la Calabria» e la propensione - facendo riferimento all'esposto presentato al Csm sulle modalità comunicative del procuratore capo di Catanzaro - «di alcuni rappresentanti istituzionali del partito a fare la fila dietro la porta di Gratteri». Da qui la rivendicazione di un «Pd autonomo dalle Procure».

Andrea Orlando nell’intervento che ha chiuso l’assemblea: “Non si può sostenere che le Procure siano avversarie del nostro partito”.

La guerra si avvicina velocemente - L’onestà è molto scarsa tra gli uomini di Stato americani

IL FALSE FLAG STAVOLTA SEMBRA RIUSCITO

Maurizio Blondet 13 Giugno 2019 

Due petroliere in fiamme nello stretto di Hormuz, la Front Altair di proprietà norvegese e la Kokuka Courageous, di Singapore ma giapponese. Sembra colpite da siluri. Gli equipaggi sono soccorsi e salvati dagli iraniani e da navi americane, le cui forze sono state notoriamente aumentate nelle scorse settimane.

Immediatamente il segretario di Stato Mike Pompeo accusa Teheran del misfatto. “Attacchi non provocati, chiara minaccia alla sicurezza internazionale”. Perché mai Teheran avrebbe dovuto compiere questa provocazione, non può essere spiegato razionalmente. Il generale (in pensione) Jack Keane, intervistato dalla Fox News, la motiva così: “Gli iraniani stanno cercando di mettere sotto pressione gli alleati degli Stati Uniti e la comunità internazionale perche gli Usa sollevino le sanzioni economiche che abbiamo imposto all’Iran”. Così tutto è logico.

Mentre Shinzo Abe era in visita a Teheran

Mentre ciò avveniva, era in visita a Teheran il primo ministro Shinzo Abe (il Giappone è un grande importatore di greggio iraniano): aveva un messaggio scritto del presidente Donald Trump, che voleva consegnare all’imam Khamenei. Il quale ha risposto:

“Non abbiamo dubbi della vostra (del Giappone) buona volontà e serietà, ma riguardo al messaggio del Presidente americano, personalmente non ho nessuna risposta per lui. Con Lei parlerò delle cose che ha detto, ma a lui non rivolgo alcun messaggio, perché non lo ritengo una persona degna con la quale scambiare messaggi.”

L’Imam Khamenei ha proseguito: “Lui (Trump) dice che sono ‘pronti ad iniziare negoziati onesti’ con noi, ma non crederemo mai a queste parole. 
Negoziati onesti con persone come Trump non possono avere luogo. 
L’onestà è molto scarsa tra gli uomini di Stato americani. 
Noi crediamo che non è possibile risolvere alcun problema negoziando con gli Stati Uniti. [Durante e dopo i negoziati] gli americani non hanno fatto altro che aumentare la loro ostilità. 
Nessuna nazione libera accetta di condurre negoziati sotto pressioni.”

Khamenei ha quindi dichiarato che la Repubblica Islamica “non ha alcuna fiducia” negli Stati Uniti e che “non ripeterà le amare esperienze” che ha avuto nei negoziati che hanno portato all’accordo nucleare del 2015, 
successivamente unilateralmente abbandonato da Washington.

“L’Iran ha condotto dei negoziati con gli Stati Uniti e gli Europei per cinque o sei anni, 
e raggiunto un’intesa. 
Gli americani, statunitensi però, hanno poi violato un accordo sottoscritto”, 
ha detto la Guida della Rivoluzione, sottolineando che 
nessuna persona saggia intraprenderebbe negoziati con un paese che è venuto meno a tutti gli accordi.

Khamenei ha poi affermato: “Trump ha dichiarato di non voler rovesciare il nostro ordinamento. In questi quaranta anni 
tutti i Presidente americani hanno tentato di rovesciare la Repubblica Islamica dell’Iran, 
ma non ci sono riusciti. Se lui potesse, lo farebbe. Che dica che non cerca di farlo è una menzogna. Se potesse lo farebbe, ma non può farlo.”

“Quanto alle ripetute e mai provate accuse di sviluppo dell’arma nucleare mosse contro l’Iran, la massima autorità politica e religiosa della Repubblica Islamica ha dichiarato: “Ho emesso una ‘fatwa’ (decreto giuridico-religioso) che proibisce la produzione delle armi nucleari, ma dovete sapere se avessimo voluto costruirle, gli Stati Uniti non avrebbero potuto fare nulla al riguardo. 
Gli Usa (e gli ebrei) non sono nella posizione di poter decidere quale paese può possedere le armi nucleari e quale no 
mentre loro stessi hanno accumulato migliaia di testate militari nucleari.”

Il regime saudita ha accusato l’Iran dell’attentato alle due petroliere anche prima di Pompeo.

Il 12 giugno, cioè un giorno prima dell’attentato alle petroliere, si viene a sapere che “con una lettera, Donald Trump ha informato la Camera e il Senato della sua decisione di dispiegare un numero limitato di soldati in Yemen e in Siria per combattere i terroristi di Al Qaeda. Le forze americane parteciperanno ad operazioni nella penisola araba contro Al Qaeda, e contro Daesh in Siria dove coopereranno con le milizie curde”. In un secondo messaggio (sic) Trump ha citato “continue minacce terroristiche in Siria e Irak”.

Secondo Zero Hedge, a fare il colpo sono stati i sauditi, che così “prendono due piccioni con una fava: il rincaro del greggio,e la guerra americana all’Iran”.

zerohedge@zerohedge
Two ships with one stone:
Saudis get i) higher oil price ii) US to attack Iran


Il Jerusalem Post esulta:
L’ATTACCO ALLE PETROLIERE DEL GOLFO METTE TRUMP IN UN VICOLO CIECO SULL’IRAN – ANALISI
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo è volato in Iraq, dove ha riferito di aver mostrato l’intelligence irachena sulle minacce.


Già un mese fa abbiamo informato che un false flag era in preparazione contro l’Iran nel Golfo, in anticipazione del quale John Bolton aveva fatto affluire nel Golfo la portaerei Lincoln con la sua squadra navale al completo, e inoltre una squadra di bombardieri pesanti B-1 B Lancer.


La settimana scorsa la Casa Bianca ha nominato come assistente del segretario di Stato per il Medio Oriente tale David Schenker (j) che viene dal l Washington Institute for Near East Policy (WINEP), un think tank che 
è praticamente un ufficio del Mossad. 
È stato fondato dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la più potente lobby filo-israeliana degli USA.

Quasi certamente indicato da Jared Kushner, j, il bel genero che sta alla guida della politica anti-iraniana nel nome di Sion, il nuovo arrivato si unisce ad un formidabile gruppo di sobri personaggi come “il negoziatore internazionale” di Trump per il Medio Oriente Jason Greenblatt, ebreo ortodosso ed avvocato della Trump Organization, che ha scritto un editoriale sul New York Times che incolpa Hamas di mettere alla fame i palestinesi di Gaza. E infine David Frideman, ex ambasciatore in Israele, ortodosso devotissimo, che pende dai consigli del rabbino Aryeh Lightstone, che è descritto , un israeliano esperto in “educazione ebraica e difesa di Israele”. Un tempo Lightstone descriveva Donald Trump come un “pericolo esistenziale sia per il Partito repubblicano che per il Stati Uniti “. Poi ha cambiato idea….

Una volta ricordato che sia Mike Pompeo che il vice presidente Mike Pence sono “christian zionistis”, credenti nel dare ad Israele la vittoria sui suoi nemici onde accelerare il secondo Avvento; e il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, ha ricevuto il premio “Defender of Israel Award”ed è un esplicito sostenitore della guerra con l’Iran, il quadro è completo. Aspettiamo gli eventi.

Radio Radicale - No la Lega ha votato coscientemente per il Sistema massonico mafioso politico non è cretinismo

RADIO RADICALE – Breve storia di quanto l’avete pagata, contribuenti.

Maurizio Blondet 14 Giugno 2019 

Bastava ascoltare le centinaia di voci di potenti che, a richiesta di Radio Radicale, si sono appellati – su Radio Radicale – per la continuazione della stessa medesima radio a spese pubbliche per capire che questa radio “è” il POTERE. Le Pouvoir. Quel potere senza nome e nello stesso tempo mainstream, che congegna le campagne internazionali di cui RR (e il partito radicale) è l’esecutore di successo: dall’aborto all’eutanasia fino alla droga libera alla globalizzazione.

Quel potere – giusto per fare due esempi -che per l’unificazione della espressione geografica chiamata Italia scelse una monarchia con le pezze al sedere la cui corte parlava francese e non aveva alcun sentimento di italianità, e per questo poté schiacciare il Sud con un esercito di 60 mila uomini e lo stivale di ferro di esecuzioni di massa. Quello che, molti anni dopo, “decise” il divorzio fra Tesoro e Bankitalia su ordine internazionale; quel potere che poté liberarsi del banchiere centrale Paolo Baffi e il suo vice Sarcinelli travolgendoli in una persecuzione giudiziaria senza il minimo indizio (quel Potere puo’ sempre contare sulla magistratura italiana nei momenti decisivi della storia). Quel potere che decise le privatizzazioni ossia di spogliare gli italiani del patrimonio industriale creato dal loro lavoro e dallo Stato..

Quel potere che è liberista e vuole che “i mercati” decidano per tutto, tranne che per Radio Radicale- che deve essere protetta dai mercati e mantenuta dai cittadini – che l’hanno mantenuta, fino ad oggi, con 250 milioni di denaro delle proprie tasse. Più un’altra ottantina.

E adesso ha mobilitato tutte le sue voci più autorevoli per eternizzare un conflitto d’interessi scandaloso, che fra stridere i denti: pagare un partito politico piccolo ed estremista per fare un servizio pubblico senza concorso. Perché solo quel partito? Perché non offrire la convenzione che so, anche al MSI, al PR, al Partito dei Pensionati?

Ebbene: fra quelle voci, quelle lobbies, quei personaggi squadra- e- compasso che si sono avvicendati, ad un segnale convenuto, per “sostenere Radio Radicale”, abbiamo sentito anche quella di Claudio Borghi. E poi c’è stato il voto della Lega a favore. Che dire? Attribuiamo provvisoriamente il fatto a un accesso di cretinismo politico, per non dover prendere atto di un certa influenza dei Figli della Vedova. Infatti c’è chi anche parla di un ricatto che la Lega avrebbe dovuto subire, la minaccia di ostruzionismo sul dl crescita. Non so cosa pensare.

Adesso il capogruppo Molinari ha giustificato l’ulteriore “dazione pubblica” alla radio privata del defunto guru con la necessità di digitalizzarne il preziosissimo archivio. A parte che proprio in questi mesi il governo del cambiamento lascia che chiuda e si perda e disperda l’Archivio Alinari, per mancanza presunta di fondi. A parte che l’archivio di RR sarebbe già di proprietà pubblica, avendolo profumatamente pagato con il denaro dei contribuenti, e andrebbe semplicemente pignorato.


Sono 20 anni che Radio Radicale si occupa della digitalizzazione del suo archivio. Con 250 milioni di euro non è riuscita nell’impresa. Dei 250 milioni di euro cosa ha fatto? Ha comprato la carta igienica o ordinato le colazioni per i suoi 100 dipendenti pagati con soldi pubblici?

Ci ha fatto altre cose. Perché non si creda che i radicali siano adusti monaci laici abituati a digiunare per la Causa (abortista, drogastica, genderista e qualunque cosa quel Potere ordini) – Qualcosa, coi soldi nostri, hanno messo da parte. E per il bene della causa, magari potrebbero venderla.

Per esempio l’intera palazzina in Via Principe Amedeo 2 vicino alla Stazione Termini di cui è RR è proprietaria: quanto vale oggi? O i 2 piani di oltre mille metri quadri al centro di Roma di proprietà della Torre Argentina Servizi, dove risiedono il Partito Radicale e le sue Associazioni satelliti. Quelle, per intenderci, che si occupano di tutte le battaglie anti-umane e anti-cristiche di cui i radicali sono protagonisti da 40 anni. Se vendessero quelle, potrebbero mantenersi, i monaci laicisti abituati a campare di croste di pan seccco. Magari potrebbero farsi ospitare in uno degli appartamenti dell’A.S.P.A., grazie alla buona parola dell’uomo vestito di bianco, che tanto apprezzò Pannella ed è tanto amico della Bonino, di cui condivide le “lotte”. D’altra parte, anche lui – come racconta la Civiltà Cattolica di questa settimana – è favorevole al divorzio e alla transizione energetica.

Per uno che agita il Rosario, dovrebbe esser chiaro che il finanziamento di Radio Radicale (che poi è il finanziamento illegittimo di un partito minimo, ancorché potentissimo, dedito alla corruzione profonda del costume , menti e cuori italiani) è cooperazione al Male. Naturalmente il Potere fa appello alla democrazia, al pluralismo e alla libertà d’informazione, al “non si può chiudere una radio con un tratto di penna”.

Fesserie. O peggio. Il problema è tutt’altro. Basterebbe riprendere la denuncia-querela che Danilo Quinto (allora amministratore delle finanze e raccolte di fondi di Pannella, oggi convertito) presentò alla Procura della Repubblica di Roma : dove spiegava come secondo lui Radio Radicale sembrava essere un veicolo per far pervenire denaro alla Lista Pannella e di qui ad altre componenti del mondo radicale, aiutate, in caso di difficoltà, proprio dalla Lista Pannella. Tra questi fatti, Quinto citò la natura del debito di quasi 3 milioni (2.817.000) di euro del Partito Radicale verso il Centro di Produzione S.p.A., proprietario di Radio Radicale, contratto nel 1999: un mero giroconto del credito che, a sua volta, vantava allo stesso titolo nei confronti della Lista Pannella. Questo perché i servizi del Centro di Produzione alla Lista Pannella erano bypassati attraverso il Partito Radicale, che rimase formale debitore, senza aver goduto nulla; mentre il debito del Partito Radicale nei confronti del Centro di Produzione era rappresentato da un atto di transazione da lui sottoscritto, del credito del Partito Radicale verso la Lista Pannella vi era traccia solo in copie di bonifici effettuati a favore della Lista Pannella che avevano origine nel 1999. In quell’anno, la Lista Pannella ebbe necessità di risorse economiche per finanziare la campagna elettorale, ma verosimilmente non si volle far apparire un dirottamento di denaro dal Centro di Produzione, che equivale a dire Radio Radicale, bensì di utilizzare il Partito Radicale, che facesse formalmente da tramite, ricevendo le somme da Torre Argentina Società di Servizi – società creata dai radicali negli anni ’80 e da loro gestita – ad altro titolo formale.

Quinto chiese nella denuncia se si potesse configurare un’ipotesi di reato : l’uso di denaro pubblico a fini privatistici.

La risposta fu l’archiviazione. Per contro, poi, Danilo Quinto è stato condannato a 6 mesi e alla rifusione di enormi somme per “diffamazione” di un radicale che aveva chiamato “servo sciocco” di Pannella: ben altra gravità del delitto. La Vedova può sempre fidare dei suoi Figli nella magistratura italiana.

Noi possiamo almeno assaporare dall’esterno il valore in denaro di Radio Radicale , che abbiamo regalato noi contribuenti A metà del 1999, l‘allora editore e proprietario delle quote maggioritarie di Radio Radicale, Paolo Vigevano – per fare cassa – aveva venduto la frequenza di Radio Radicale per 10 miliardi: così nacque Radio 24, la radio di Confindustria.

Danilo Quinto racconta nei suoi libri che nell’autunno del 1999 aveva conosciuto un giovane imprenditore di Bolzano, Marco Podini, appartenente alla famiglia allora proprietaria dei Supermercati A & 0. Era il periodo della bolla di internet e Podini – dotato di una capacità economica notevole, su sollecitazione di Quinto, acquistò, attraverso la sua società dell’epoca, Pasubio, un provider che era di proprietà del Partito Radicale, Agorà Telematica, per 15 miliardi e poi, dopo qualche mese – sempre su sollecitazione di Quinto – un pacchetto azionario di Centro di Produzione S.p.A.: il 25% per 25 miliardi.

Su badi: Radio Radicale non aveva alcun valore sul mercato fino ad allora, per la semplice ragione che nessuno gliel’aveva dato. Podini fece quell’acquisto proprio in ragione della solidità degli incassi pubblici che otteneva Radio Radicale: oltre 14 miliardi ogni anno (10 dalla convenzione, 4 dalla legge sull’editoria). L’intervento economico-finanziario di Podini determinò la quantificazione del valore di Radio Radicale: oltre 100 miliardi.


Sicché scoprire oggi che nell’assetto proprietario di Radio Radicale c’è una quota rilevante di una società, che ora si chiama Lillo Spa ed ha un fatturato di 2,3 miliardi – è ridicolo.


Perchè le notizie riguardo agli investimenti di Podini sono pubbliche da vent’anni (le ha diffuse Quinto ai Congressi radicali e sui giornali) e NESSUNO È MAI INTERVENUTO PER CHIEDERSI perchè, nonostante un apporto privato così significativo, Radio Radicale continuasse a godere di finanziamenti pubblici di quella misura, né di come usava quei finanziamenti.

L’investimento deciso da Podini produsse anche un rilevante fatto “interno” all’area radicale: la fuoriuscita (solo apparente, perchè i legami sono rimasti stretti), di Paolo Vigevano dall’assetto proprietario del Centro di Produzione S.p.A. Una fuoriuscita non gratis in nome della Causa: Vigevano (che di lì a qualche mese sarebbe diventato portavoce del Ministro Stanca ed avrebbe iniziato così la sua carriera di boiardo di Stato), in base ad un accordo privato, cedette per 5 miliardi a Pannella il suo pacchetto azionario del Centro di Produzione S.p.A.

Cinque miliardi.

Chissà come mai queste disponibilità, e questi lucri. Se lo chiese nel 2006 (il 28 luglio) anche il senatore Domenico Gramazio di Alleanza Nazionale; anzi lo chiese al governo, con interrogazione n.28 a risposta scritta. 

Il senatore Gramazio scriveva: “Nel mese di ottobre 2006 viene a scadenza la convenzione tra la Presidenza del Consiglio dei ministri ed il Centro di produzione S.p.a., proprietaria di Radio Radicale; i fondi confluenti in questa società, che percepisce finanziamenti quale organo di stampa della Lista Pannella e compensi per la trasmissione di servizi parlamentari, sembra che vengano trasferiti nelle casse della Lista Pannella, in tal modo finendo per costituire un ulteriore, surrettizio finanziamento pubblico al partito; dai bilanci pubblicati del Partito Radicale nell’anno 2004 risulta che questo ha un debito verso il Centro di produzione, ma un credito nei confronti della Lista Pannella del medesimo importo. Ciò potrebbe costituire, a giudizio dell’interrogante, sostanzialmente una partita di giro, che potrebbe preludere a surrettizi trasferimenti di somme tra Centro di produzione S.p.a. e Lista Pannella, utilizzando quale mezzo il Partito Radicale. Si chiede di sapere: quali controlli vengano esercitati dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento dell’editoria, perché i fondi assegnati siano effettivamente destinati alle finalità previste nella convenzione”.

La risposta fu il silenzio. Scritto e orale.

E’ anche vero che , in quella legislatura, i radicali erano per la prima volta nella loro storia al Governo, con Emma Bonino Ministro del Commercio Internazionale e alle Politiche europee.

Al governo con Prodi.

Bravissimi liberisti con denaro pubblico.

Le “dazioni” (per usare le parole di Di Pietro) di noi contribuenti ignari al partito del 3 per cento perché propagandasse l’ideologia divenuta di massa, durano da quasi 30 anni. I primi 10 miliardi di derivazione pubblica (una tantum, si disse allora) furono elargiti a Radio Radicale con la Legge n. 23 del 1990, che sosteneva l’esistenza di emittenti radiofoniche che avessero nei 3 anni precedenti trasmesso quotidianamente propri programmi informativi “su avvenimenti politici, religiosi, economici, sociali, sindacali o letterari per non meno di nove ore” comprese tra le ore sette e le ore venti e avessero esteso il numero di impianti al 50% delle province e all’85% delle regioni.

Sempre nel 1990 venne approvata la cosiddetta “legge Mammì“, che attribuiva alla Rai-Tv il compito di trasmettere le sedute parlamentari: ma questa disposizione restò misteriosamente lettera morta. Radio Radicale continuò a svolgere il suo servizio e non volle più inseguire finanziamenti una tantum. Preferì perseguire un’altra strategia: quella della convenzione con lo Stato per la trasmissione delle sedute parlamentari.

Puntualmente, la ottenne. Se un partito può ottenere una simil convenzione, perché non poteva concorrere, ceh so, il Movimento Sociale? O il Parrtito dei Pensionati? Misteri dell G:A:D:U:

Venne approvata la legge 11 luglio 1998, n. 224, che s’intitolava: “Trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari e agevolazioni per l’editoria”. Mentre la legge confermava lo strumento della convenzione da stipulare A SEGUITO DI GARA e nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, venne mantenuto l’obbligo per la Rai-Tv di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni.

La legge indicava che LA CONVENZIONE era SOLO PROVVISORIA – una provvisorietà di 20 anni – perché il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari avrebbe dovuto essere concesso alla Rai attraverso una rete radiofonica (in aggiunta alle tre esercitate in base all’atto di concessione) riservata esclusivamente a tale scopo. E la Rai, dal canto suo, ha iniziato la trasmissione delle sedute parlamentari attraverso Gr Parlamento, così come le sedute parlamentari vengono trasmesse costantemente sui canali satellitari.

(A proposito: non ha l’archivio digitale GR Parlamento? Immagino sia meno prezioso di quello di Pannella)

Fatto sta che LA GARA, DA ALLORA – DAL 1998 – NON E’ MAI STATA INDETTA. Radio Radicale ha percepito per 20 anni una entrata pubblica di oltre 250 milioni di euro – senza contare il contributo per l’editoria, pari a 4 milioni di euro l’anno: percepisce anche quello nella sua qualità di organo di partito – senza partecipare mai a nessuna gara. Nell’insieme un bel 330 milioni di euro, in vecchie lire 650 miliardi in vent’anni.

Pensate: ci fossero stati quegli efficienti procuratori che con Mani Pulite liquidarono interi partiti per mazzette e corruzione, e che oggi intercettano governatori del partito avverso per creste sulle note-spese, avrebbero chiesto conto al Ministero delle Comunicazione per aver omesso l’obbligo di gara – obbligatoria a termini di legge – per tutti i 20 anni; avrebbero anche denunciato, quei valorosi procuratori, anche la Corte dei Conti, per omesso controllo e danno erariale. I procuratori avevano anche ricevuto denunce di Danilo Quinto e quelle di Gramazio.

Ma simili procuratori non si occupano di Radio Radicale. Si occupano di Formigoni, di Berlusconi, di Siri, di Salvini, di Fontana, di Minzolini, persino Paolo Baffi – ma su Pannella mai.

Sicché, non chiedetevi se Radio Radicale è in pericolo. I 3 milioni “per la digitalizzazione” (sic) si sommano ai 9 milioni già stanziati per Radio Radicale per il 2019 e al ripristino dei 4 milioni del contributo per l’editoria per il 2020. Poi – è facile immaginarlo – sarà indetta una gara che il Partito Radicale già chiede a gran voce, magari previo accordo con la Rai di Foa. Che (ci dicono) che sembra sempre più ammaliato dai salotti romani che contano. Gli stessi che frequenta Emma Bonino.