L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 29 giugno 2019

27 giugno 2019 - Luigi Di Maio ospite a Porta a Porta Rai1

Roma - guerra della monezza - i roghi, con un tempismo a dir poco sospetto, si sono verificati nella zona di Roma Est e per la precisione nei quartieri Eur e Casal Bruciato


Altra benzina sul fuoco dei cassonetti romani. In fiamme i raccoglitori dell’immondizia all’Eur e a Casal Bruciato

 
dalla Redazione

Ormai non ci sono dubbi, la Capitale è sotto attacco. Non passa giorno, infatti, che qualche cassonetto dell’Ama venga dato alle fiamme. E ieri la situazione non è di certo cambiata perché i roghi, con un tempismo a dir poco sospetto, si sono verificati nella zona di Roma Est e per la precisione nei quartieri Eur e Casal Bruciato. Così mentre la città eterna affoga tra i rifiuti, costretta ad affrontare la raccolta che procede a rilento e il presunto sabotaggio di alcuni impianti, non ultimo il Tmb Salario, qualcuno sembra voler forzare la mano. Almeno questo quanto sostiene la sindaca Virginia Raggi che ieri ha spiegato come “sui rifiuti è in corso una guerra” dove “qualcuno vuole riportare l’apostata al precedente credo”. Un riferimento tutt’altro che velato al fatto che, a suo parere, c’è chi starebbe spingendo per evitare che la città proceda sulla strada da lei tracciata, ossia quella che partendo dalla raccolta differenziata porta all’economia circolare, per tornare al sistema delle discariche.
SABOTAGGI. E a ben vedere sembra difficile dar torto alla prima cittadina grillina. Infatti ad esprimere i medesimi dubbi era stato perfino il magistrato Roberto Pennisi, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia. Proprio il magistrato, racconta la Raggi, subito dopo l’incendio dell’impianto di trattamento biologico meccanico al Salario e seguendo gli sviluppi dell’inchiesta, “aveva parlato di un possibile sabotaggio”.

http://www.lanotiziagiornale.it/cassonetti-rifiuti-roma-ama-raggi-eur-casal-bruciato-roghi/

29 giugno 2019 - Confindustria e sindacati, culo e camicia

Firenze - hanno bucherellato la città inutilmente con costi assurdi uno spreco di denaro pubblico di cui nessuno risponde

SI OPPONGONO ALLO SCAVO DEL TUNNEL SOTTO LA CITTÀ
NO TUNNEL TAV FIRENZE CONTRO NARDELLA: SEMBRA COLPITO DAL MAL DEL CALCINACCIO

DI REDAZIONE - VENERDÌ, 28 GIUGNO 2019 10:35 -

I No Tunnel Tav si oppongono al sottoattraversamento ferroviario fiorentino

FIRENZE – Duro comunicato del Comitato No Tunnel Tav Firenzo contro il sindaco Nardella, che recentemente aveva sollecitato decisioni per le grandi opere fiorentine, compreso il sottoattraversamento ferroviario.

« Il mal del calcinaccio: era chiamata così, in campagna, una patologia che colpisce i polli, soprattutto i pulcini, che consiste nell’impossibilità di espellere le feci e spesso li porta a morte.
A volte sembra che la stessa malattia stia affliggendo la classe politica italiana e quella toscana e fiorentina, in particolare il sindaco Dario Nardella.
Sembra che questa patologia politico-economica sia caratterizzata dalla difficoltà di espellere dai magazzini delle imprese cemento, asfalto e ferro verso infrastrutture dalla dubbia utilità. I sintomi prevalenti sono alte grida di dolore sulle sorti del futuro del paese -e di Firenze in particolare- che andrebbe incontro alle peggiori sciagure immaginabili, tipo il blocco dello sviluppo infrastrutturale, una specie di blocco intestinale delle imprese che non sarebbero più capaci di fare profitti a carico delle finanze pubbliche da riversare poi nella speculazione finanziaria.
Il Comitato No Tunnel TAV di Firenze vede tutte queste caratteristiche nell’ennesima esternazione del sindaco giusto ieri pomeriggio: “Se non realizziamo il sottoattraversamento Tav e la stazione Foster, affiancata dalla stazione Circondaria, di fatto blocchiamo lo sviluppo infrastrutturale e il sistema di trasporto pubblico metropolitano da qui ai prossimi 50 anni”. BUM! La patologia ha raggiunto livelli gravi.
Peccato che il sindaco si voglia sempre dimenticare cosa disse poco tempo fa, nel giugno 2016: “Il progetto dell’Alta Velocità che Ferrovie ha voluto fare in tutti i modi, oggi ancor più di ieri, appare inspiegabile: è un grande spreco di denaro pubblico, perché stiamo parlando di un miliardo e mezzo di euro per risparmiare due minuti sulla tratta Roma-Bologna-Milano dell’Alta Velocità”.
Peccato che Nardella dimentichi, o non voglia vedere, che dentro il disastro ci siamo già: le politiche delle infrastrutture toscane sono una serie di fallimenti incredibili: aeroporto (doveva essere inaugurato nel 2017, ora bloccato dal TAR e dalle imponenti mobilitazioni), inceneritori (bloccati dalla rivolta delle popolazioni toscane e da numerose sentenze), il sottoattraversamento TAV, bloccato, oltre che dall’opposizione dei cittadini, da processi di cui ci si vuol dimenticare e da errori progettuali vergognosi; in particolare, come messo in luce più volte dai tecnici che hanno studiato il progetto, lo stesso presenta aspetti critici allo stato INSORMONTABILI da cui Nardella e tutti i Kamikaze protunnel si tengono sempre ben lontani; come dimostra l’avvallo colpevole alla mancata stesura della VIA per la Foster che avrebbe divulgato a tutti l’esistenza di tali problemi. Invocare la realizzazione di un progetto fallito senza affrontare i problemi che hanno di fatto sancito tale fallimento vuol dire voler perpetuare gli enormi sprechi registratisi fin qui.
Vanno avanti i progetti di tranvie nel mugugno della città, abbattendo ogni forma vegetale vivente che si trovano davanti, che risolveranno solo una frazione minima di necessità di trasporto pubblico, ma che stanno battendo ogni record di costi fuori misura.
Nardella, ma come lui anche Rossi, tutto il PD e buona parte delle sedicenti opposizioni di destra, non vogliono capire che il disastro non verrà, c’è già, lo si vede ogni giorno muovendosi a Firenze, guardando dall’alto la cappa di smog che la soffoca.
Se si fossero investite le risorse che sono state gettate al vento – o forse nelle tasche di qualcuno- a progetti sensati basati su una seria progettazione della città, i problemi sarebbero stati risolti da tempo. Si pensi alle centinaia di milioni di euro (800 dixit Nardella) buttate nel buco della Foster: si sarebbe potuto creare una rete fittissima di trasporto pubblico e potenziate davvero le linee ferroviarie del nodo mettendole anche al servizio della città metropolitana.
Inutile ricordare a chi soffre del mal del calcinaccio che esiste un progetto quasi ventennale di aggiunta di binari in superficie per creare un vero trasporto metropolitano, che in alternativa si sarebbero potuti comprare ben 2500 bus elettrici a ricarica veloce per inondare Firenze, Pisa, Prato, Pistoia di trasporto pubblico, che si sarebbero potuti ripristinare 5300 appartamenti da destinare soprattutto a chi una casa non ce l’ha.
Inutile, il mal del calcinaccio fa innalzare alte urla e rende incapace di ascoltare la voce di chi propone alternative serie.»

NoTav - sul Tap c'erano penali ma non su questa e la Francia non ci sta mettendo un soldo

Governo, Di Battista: “Con Di Maio ci siamo chiariti, non ho indebolito il Movimento. Su Tav mi auguro no del M5s”

di Alberto Sofia | 28 Giugno 2019


“Il mio rapporto con Luigi Di Maio? Ci siamo scritti e chiariti, ci sono state incomprensioni, ma sisuperano”. Taglia corto Alessandro Di Battista, dopo le polemiche con il capo politico del M5s e vicepremier, in seguito all’uscita del suo libro “Politicamente scorretto“, edito da Paper First, e la frase sui “burocrati chiusi nei ministeri” che aveva creato tensioni tra i due esponenti di spicco del Movimento. Nel corso della presentazione a Roma del suo volume, Di Battista però ha precisato: “Se ho indebolito il M5s e Di Maio con il mio libro? No, questo reputo di no”. E ancora: “Una cosa è il M5s al governo che deve portare a casa i risultati in base al contratto, altra cosa è il M5s fuori che si deve dare una maggiore struttura e organizzazione, che deve portare avanti temi nuovi, anche al di fuori del contratto”, ha continuato Di Battista. E sulle voci di malumori dentro il M5s e tra i parlamentari nei suoi confronti, ha poi precisato al Fattoquotidiano.it: “C’è chi non vuole vedermi più tra i palazzi o chi mi bolla come il “D’Alema del M5s‘? Non commento queste voci, ma comunque non ho mai avallato interventi militari all’estero, come fece D’Alema a Belgrado. Ma, ripeto, non commento fonti e articoli di stampa. Ho un buon rapporto con Di Maio e con i parlamentari”.

Ma se l’ex parlamentare ha più volte spiegato di non voler destabilizzare il M5s al governo, non sono mancati comunque gli attacchi a Salvini: “Non attacco Salvini accusandolo di xenofobia. Quando critico Salvini lo critico esattamente per ciò che gli scrissi in quel messaggio prima della formazione del governo, ovvero ‘molla davvero Berlusconi e il berlusconismo’…”, ha continuato Di Battista. E ancora: “Salvini sosteneva ‘prima gli italiani’ e oggi sostiene ‘prima Radio Radicale'”. Per poi pungere la Lega sul capitolo Autostrade-Benetton: “Non so se si metteranno di traverso rispetto a una sacrosanta revoca delle concessioni autostradali...”. Ma non solo. Perché Di Battista avverte pure il M5s sul Tav: “Se si mette di traverso Salvini, siamo disposti ad accettare il via libera pur di governare? Lascio rispondere gli attivisti presenti”, li incita. E loro rilanciano il “no” all’opera, all’unisono: “Se sarà anche il “No” del M5s al governo? Me lo auguro“, ha avvertito Di Battista

NoTav - è un'opera inutile dannosa costosa e il M5S paralizzato dal no della Lega che vuole l'opera e la cosa non meraviglia ci ha spolpato insieme allo zombi Berlusconi, non dimentichiamo

No Tav, ci prepariamo a lotta durissima

Movimento, unica soluzione è l'opzione zero



Redazione ANSATORINO
28 giugno 201914:41NEWS

(ANSA) - TORINO, 28 GIU - I No Tav della Valle di Susa si preparano a "una durissima lotta" contro il Tav Torino-Lione. E' quanto comunica il movimento dopo la riunione del coordinamento dei comitati che si è svolta nei giorni scorsi.
Il movimento inoltre "depreca l'inattività del governo nei confronti degli iter di gara intrapresi da TELT in presenza di un'analisi costi-benefici che dovrebbe indurre l'esecutivo" ad annullare l'opera.
"L'unica opzione accettabile per il movimento No Tav resta l'opzione zero", dicono i No Tav, che dovrà essere accompagnata da "una discussione, disgiunta dai ragionamenti sull'opera, relativa all'eventuale adeguamento della attuale linea, assolutamente in grado di assorbire flussi di traffico anche di gran lunga superiore agli attuali, agli standard di sicurezza necessari a far transitare i convogli senza rischio per la salute dei cittadini e dei territori attraversati".

http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2019/06/28/no-tav-ci-prepariamo-a-lotta-durissima_fbf0cd20-dd13-4cc9-b630-e79030bbe88a.html

Immigrazione di Rimpiazzo - La Sea Watch fa la tratta degli schiavi

Sea Watch, arrestata Carola Rackete: ecco cosa rischia

29 Giugno 2019 - 11:39 

Migranti sbarcati a Lampedusa e Carola Rackete arrestata per aver violato il codice della navigazione: ecco cosa rischia la comandante


Cosa rischia Carola Rackete? Se lo stanno chiedono in molti proprio ora, a poche ore dall’arresto della giovane comandante della nave Sea Watch.

Immediatamente dopo lo sbarco a Lampedusa dei 40 migranti a bordo, Carola Rackete è stata fermata e messa in stato d’arresto per aver ignorato l’alt della Guardia di Finanza e i successivi tentativi di stop delle Fiamme Gialle questa mattina all’alba, nel tentativo di entrare nel porto e raggiungere la banchina.

L’accusa è quella di aver violato il codice della navigazione. 
La nave, ferma da tre giorni al largo di Lampedusa, ha potuto sbarcare solo in nottata tutti i passeggeri, che hanno ringraziato i volontari della ong prima di mettere piede sulla terra ferma.

Oggi in Borsa, linea diretta con i mercati: puntata venerdì 21 giugno

Ora, con l’imbarcazione sotto sequestro e la comandante in stato d’arresto, si attende solo una decisione definitiva sull’indirizzamento dei migranti - che secondo il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, saranno subito redistribuiti “in cinque Paesi”. In più, c’è da comprendere il futuro di Carola Rackete, che a quanto pare rischia diversi anni di carcere.
Carola Rackete: dopo l’arresto, cosa rischia?

La comandante è al momento in stato d’arresto. L’accusa formale è quella di aver violato l’articolo 1100 del codice della navigazione.

Il mancato stop dell’imbarcazione all’alt della Guardia di Finanza e il successivo speronamento della motovedetta della Fiamme Gialle costituiscono infatti “resistenza o violenza contro nave da guerra”, reato punibile con una pena che va dai 3 ai 10 anni di reclusione.

Al rifiuto di obbedienza si aggiungono poi anche pene e sanzioni previste dal Decreto Sicurezza bis, in particolare all’articolo 2, che prevede per armatore, proprietario e comandante della nave una sanzione amministrativa che va dai 10mila ai 50mila euro.

La procura di Agrigento ha intanto deciso per gli arresti domiciliari ai danni della giovane comandante, con l’accusa di “resistenza e violenza a nave da guerra e tentato naufragio”.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha parlato di “comportamento criminale” di Carola Rackete, evidenziando come la capitana abbia speronato la motovedetta delle Fiamme Gialle mettendo a rischio numerose vite e come tutto questo l’abbia fatto con a bordo dei parlamentari.

Per Salvini tutti gli immigrati saranno presto distribuiti in cinque Paesi, circostanza più che sicura viste le “ampie rassicurazioni ricevute”, che si oppongono - continua il vicepremier - al comportamento del governo olandese:

“Il vergognoso menefreghismo del governo olandese è incommentabile; ha dato una bandiera a una nave fuorilegge, fregandosene di quello che l’equipaggio di questa nave è andato a fare nel Mediterraneo”.

L'Olanda si rifiuta di invadere la Siria, un rigurgito di buon senso non guasta mai

I Paesi Bassi non invieranno truppe in Siria nonostante la pressione degli Stati Uniti


L'Olanda non schiererà le proprie truppe in Siria, nonostante la pressione dell'amministrazione statunitense.

Il ministero della Difesa olandese Ank Bijleveld, lo ha annunciato, ieri, all'agenzia di stampa ANP, in seguito alla riunione settimanale del governo.

"Non abbiamo un mandato ONU per questo e non ne otterremo uno", ha dichiarato Bijlveld, aggiungendo che il suo governo sarà di aiuto ma in altri modi.

L'Olanda fu uno degli alleati degli Stati Uniti che criticò aspramente l'annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sul ritiro delle truppe dalla Siria.

Recentemente gli Stati Uniti hanno incoraggiato i Paesi Bassi a schierare le proprie forze in Siria per aiutarli nella lotta contro l'ISIS.

Fonte: ANP
Notizia del: 29/06/2019

Gli Stati Uniti hanno invaso la Siria. Perchè? così

Gli Stati Uniti aprono la 26a base militare in Siria


Gli Stati Uniti prevedono di mantenere la loro presenza a lungo termine nel nord della Siria, dove hanno appena aperto la loro terza base militare nel governatorato di Deir ez-Zor, la 26a nel paese arabo, secondo una fonte delle forze democratiche siriane.

Secondo fonti delle Forze Democratiche Siriane (FDS), gli Stati Uniti hanno già un totale di 25 basi militari nel nord della Siria e in aree controllate dalle milizie arabo-curde. Inoltre, una nuova base è stata appena costruita nella zona di Al-Baghouz (governatorato di Deir Ezzor), sul confine siriano-iracheno, specificano le stesse fonti.

Un rappresentante delle FDS che ha richiesto l'anonimato ha sottolineato nel suo commento a Sputnik che gli Stati Uniti hanno continuato a perseguire la propria politica di rinforzo militare nella Siria settentrionale:

"Come parte della lotta contro l'ISIS e altri gruppi terroristici, gli Stati Uniti continuano a costruire basi militari nelle aree precedentemente liberate.

Secondo le nostre informazioni, gli Stati Uniti hanno intenzione di mantenere la propria presenza nel nord della Siria per lungo tempo.

Tra l'altro, la fonte ha spiegato che, a tal fine, hanno creato lì infrastrutture adeguate, in particolare basi militari.

"Recentemente, gli Stati Uniti hanno creato una nuova base militare vicino ad Al-Baghouz che abbiamo liberato dall'ISIS solo pochi mesi fa. Questa base è di importanza strategica perché si trova sul confine tra Siria e Iraq. Porta a tre il numero di basi statunitensi a Deir Ezzor", ha continuato il rappresentante della FDS, aggiungendo che la scelta di quest'area è legata alla presenza di petrolio e alla vicinanza all'esercito siriano.

Notizia del: 28/06/2019

Roma - la guerra della monezza è fatta per piegare la Raggi, prima si mangiava a quattro ganasce e non vogliono mollare l'osso

Roma, Raggi: «Siamo sotto attacco: sui rifiuti è in corso una guerra»

Silenzi e FalsitàPOSTED ON GIUGNO 28, 2019


«Sui rifiuti è in corso una guerra: la guerra dei rifiuti.
Qualcuno vuole riportare “l’apostata” al “precedente credo”. La “gestione dei rifiuti di Roma che, da sempre, si è fondata su una “commistione tra attività legali ed illegali”: queste sono le parole che la Procura Nazionale Antimafia utilizzava nel 2016 per descrivere la recente rottura di un “meccanismo” perverso nel ciclo dei rifiuti. Fatto di amicizie “poco raccomandabili” che alcuni privati utilizzano per smaltire in modo economico e veloce».

Lo ha scritto su Facebook la sindaca di Roma Virginia Raggi.

«Incendi nei Tmb, fuoco ai cassonetti, danni alle strutture e ai mezzi di Ama: Roma è #sottoattacco e non siamo solo noi a dirlo. Parlano i dati, le inchieste e i report delle forze dell’ordine. In questa intervista, realizzata dopo gli eventi che hanno distrutto il Salario e danneggiato Rocca Cencia, il magistrato Roberto Pennisi – procuratore della Direzione Nazionale Antimafia – fornisce la sua chiave di lettura, parlando di un possibile “sabotaggio”,» ha spiegato.

«Gli incendi all’interno delle strutture di smaltimento e trattamento dei rifiuti, come dimostrano numerose indagini, sono un affare in mano alle cosiddette eco-mafie. Affari milionari che coinvolgono tutto il ciclo dei rifiuti, a partire proprio dagli imprenditori che – spesso – hanno agito in modo illegale. Non solo mafiosi “con la coppola”, interni alle cosche, ma spesso piccole associazioni criminali a cui rivolgersi “al momento giusto”,» ha denunciato Raggi.

«Ma Roma rappresenta un caso unico: gli incendi non servivano a bruciare i rifiuti, ma hanno colpito direttamente le strutture pubbliche di Ama. Noi abbiamo reagito, abbiamo alzato la guardia, innalzando i livelli di sicurezza ed il monitoraggio sui nostri siti. Roma non si piega,» ha concluso.
Guarda il video:

Roma - la guerra della monnezza non conosce soste, non è un caso che tutto si concentra in estate

A Roma tra i rifiuti in putrefazione e gli incendi dei cassonetti

A Roma tra i rifiuti in putrefazione e gli incendi dei cassonetti
Asl: degrado ma non è emergenza. Raggi: c'è una guerra in corso

FOTO
Cassonetti in fiamme, ancora roghi rifiuti a Roma - 

Redazione ANSA28 giugno 201914:43NEWS

Ancora cassonetti in fiamme a Roma dove da giorni va a rilento la raccolta dei rifiuti e in vari quartieri ci sono secchioni stracolmi. Due i roghi che si sono verificati a poca distanza alle 4.30 in zona Portuense. Due cassonetti sono andati a fuoco in via Gandiglio e altri due in via del Colli Portuensi danneggiando lievemente un'auto in sosta. Sul posto vigili del fuoco e carabinieri della compagnia Eur che indagano. Da accertare le cause degli incendi. Analoghi episodi si sono verificati in altre zone della città nei giorni scorsi.

"Sui rifiuti è in corso una guerra: la guerra dei rifiuti. Qualcuno vuole riportare 'l'apostata' al 'precedente credo'. La gestione dei rifiuti di Roma, da tempo immemorabile, si è fondata su una 'commistione tra attività legali ed illegali' ma oggi 'si constata un inceppamento': queste sono le parole che la Procura Nazionale Antimafia utilizzava nel 2016 per descrivere la recente rottura di un 'meccanismo' perverso nel ciclo dei rifiuti. Fatto di amicizie 'poco raccomandabili' che alcuni privati utilizzano per smaltire in modo economico e veloce". Lo scrive su Fb la sindaca di Roma Virginia Raggi. "Incendi nei Tmb, fuoco ai cassonetti, danni alle strutture e ai mezzi di Ama: Roma è #sottoattacco e non siamo solo noi a dirlo. Parlano i dati, le inchieste e i report delle forze dell'ordine. In questa intervista, realizzata dopo gli eventi che hanno distrutto il Salario e danneggiato Rocca Cencia, il magistrato Roberto Pennisi, procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, fornisce la sua chiave di lettura, parlando di un possibile 'sabotaggio' - continua la sindaca in riferimento al video postato sui social.

"I controlli li stiamo eseguendo: i cittadini ci segnalano delle situazioni, o al telefono o tramite Pec, e noi cerchiamo di tranquillizzarli. Se segnalano rifiuti di fronte a zone sensibili noi mandiamo gli ispettori, e dove è necessario chiediamo all'Ama di rimuovere il rifiuto". Così all'ANSA la dirigente medica del Servizio di Igiene e sanità pubblica della Asl Roma 1, Alessandra Brandimarte.

"La situazione è di grave degrado urbano, vediamo rifiuti vicino ai cassonetti - aggiunge - Questo però non deve spaventare la popolazione. Non c'è una emergenza sanitaria, perché plastica o simili non possono emettere esalazioni tossiche. Il problema è però se si incendiano i cassonetti: allora vengono sprigionate sostanze che possono essere tossiche.
Poi ci sono gli organici, che vanno in putrefazione con l'emissione di cattivi odori, che però non è dannosa di per sè. Sicuramente è un fastidio, e posso comprendere i cittadini, ma non c'è un rischio infettivo diretto. Ci può essere la proliferazione di animali, topi e gabbiani, che però la Asl tiene sotto controllo. I bigattini non sono un problema di sanità pubblica - conclude il medico - ma la manifestazione della putrefazione della sostanza organica".

Messagero-Caltagirone odia la Raggi - Non è un caso che si decide che in estate entrambi gli impianti contemporaneamente devono fare manutenzione, dobbiamo ringraziare Palumbo per la sua intelligenza amministrativa,

Rifiuti, i cinque errori che soffocano Roma: ​ecco le cause che hanno portato Ama all’emergenza
ROMA > NEWSVenerdì 28 Giugno 2019 di Mauro Evangelisti


La crisi dei rifiuti a 40 gradi poteva essere evitata. E poteva anche essere facilmente prevista. A Roma Capitale si scrivono post zelanti su Facebook in cui si distribuiscono colpe ad altri o si dice che va tutto benissimo. Meno efficienza sulla prevenzione. Ecco i cinque errori che hanno condannato Roma all’estate dei miasmi. Il primo: di fronte all’annuncio che i due impianti di Malagrotta, per tutta l’estate, avrebbero fatto manutenzione e dunque ridotto la quantità di rifiuti trattati (500 tonnellate al giorno in meno), c’è stata una sottovalutazione del problema. 27 marzo: Luigi Palumbo, il commissario nominato dal tribunale che guida l’azienda di Cerroni e dunque gestisce i due impianti di trattamento che normalmente lavorano 1.250 tonnellate di rifiuti indifferenziati, fa sapere ad Ama che dal 25 aprile i Tmb funzioneranno a metà (chiaramente poco prima delle elezioni e sempre in contemporanea).

In quei giorni Ama è allo sbando, la sindaca Raggi dopo un anno di paralisi e braccio di ferro con il presidente che lei stessa aveva nominato, Lorenzo Bagnacani, ha cacciato tutto il Cda, senza però sostituirlo. L’azienda è affidata al direttore esecutivo, Massimo Bagatti, che da solo si trova ad affrontare la tempesta. Palumbo accetta un compromesso. Slitta al 27 maggio (dopo le elezioni) lo stop più consistente (si parte più gradualmente con “meno 200 tonnellate”). Dunque ci sono due mesi per mettere in campo un piano alternativo. Si chiede aiuto alla Regione (che sono anni carente sul Piano rifiuti e che lavora per affossare il M5S, e chiaramente non produce soluzioni), perché trovi altri impianti, c’è anche l’intervento del Ministero dell’Ambiente. Ma alla fine non si cercano e non s’insiste per una gamma di soluzioni più vasta, che coinvolga anche altre Regioni. Così, il piano diventa fragilissimo. Ad esempio l’impianto di Rida, ad Aprilia, riduce la quantità dei rifiuti accettati, salta tutto (mai niente è un caso e le coincidenze non esistono). Le esperienze del passato non hanno insegnato nulla, perché è sempre andata così: se sei disperato, se non hai alternative, sei sempre vittima dei fornitori da cui dipendi. Non serve un paracadute, ne servono dieci.

Il secondo errore, se vogliamo ancora più grave, è stato non attivare tutti gli impianti che l’azienda ha a disposizione. Nel Municipio di Ostia c’è un tritovagliatore mobile (un impianto di trattamento) di Ama che potenzialmente potrebbe lavorare 150-200 tonnellate di rifiuti al giorno. Oggi è, incredibilmente, spento, va comunque a singhiozzo. Ha funzionato, ma per poche decine di tonnellate, due settimane, poi è stato fermato. 200 tonnellate giornaliere non sono molte, ma comunque sarebbero un aiuto. Ama non è riuscita a stipulare contratti con le ditte che dovrebbero poi accogliere gli scarti della lavorazione. Come mai? Queste ditte sono diffidenti, Ama è un’azienda che da due anni non approva un bilancio (è stato approvato il bilancio ultimo ma escludendo i diciotti milioni di pretesa dei servizi cimiteriali degli anni passati pretesi proprio da Bagnacani ed è stato il motiva della sua esclusione dall'azienda) dunque temono per la regolarità dei pagamenti (il vero motivo e il concorso ad affamare l'amministrazione romana, in attesa di lauti guadagni). E qui si arriva al terzo errore: di fronte a un’emergenza rifiuti ampiamente prevista, Virginia Raggi ha lasciato l’azienda senza bilanci. Ne è scaturita l’agonia di una guerra tra i vertici (ripetiamolo: nominati dalla Raggi) e Roma Capitale. Da febbraio a giugno l’Ama non ha avuto un presidente, un amministratore delegato, non ha un direttore generale. Se nessuno guida l’aereo, come si potranno superare le turbolenze? Non solo: i rifiuti in questo momento sono la piaga più evidente di Roma. Sapete chi è l’assessore ai Rifiuti che sta lavorando 24 ore su 24 per migliorare la situazione? Nessuno. Dall’8 febbraio Virginia Raggi non ha sostituito Pinuccia Montanari che se ne è andata sbattendo la porta. Ovvio poi che la crisi dei rifiuti a 40 gradi ti prenda di sorpresa. 

Il quarto errore dell’Ama e di Roma Capitale, generato sempre dalla maledetta sottovalutazione dei problemi e dalla propensione a privilegiare i post su Facebook rispetto alla necessità di prendere decisioni, magari impopolari: non preparare l’azienda di fronte alla necessità di aumentare la quantità dei rifiuti da trasportare oltre i confini di Roma Capitale (la Regione che ci sta a fare? a rubare lo stipendio). Per capirci: prima c’è stato l’incendio del Tmb di via Salaria (dicembre 2018), poi dalla primavera il rallentamento degli impianti di Malagrotta. Significa che sono circa 1.000-1.500 tonnellate destinati a viaggiare ogni giorno. Questo però significa organizzare il trasbordo dei camion, i percorsi. Tutto è molto più complicato, eppure i centri di trasbordo su cui si stava lavorando sono ancora fermi (Saxa Rubra), per altri è stata fatta marcia indietro (Talenti).

A proposito di camion e raccolta. Qui si arriva al quinto errore: non avere organizzato l’azienda sul fronte dei mezzi, il 50 per cento è fermo e in avaria (sarà sicuramente responsabilità della Raggi avendo ereditato un'azienda decotta, l'Ama, incancrenitesi nei problemi e soprattutto senza soldi, solo un esemprio i cassonetti presi in affitto), anche a causa dell’età media molto alta. Non solo: di fronte ai cumuli di rifiuti che da tre settimane sono ancora su molti marciapiedi non sono state organizzate «squadre speciali», non sono stati trovati mezzi come i ragni (delle gru) che in tempi rapidi liberassero le strade. Si è andati avanti con piccoli camion e due operatori che, un po’ alla volta, a mano provavano a raccogliere i sacchetti accumulati. Loro stessi simboli di una Roma ormai allo stremo.

In Italia si va avanti perchè si fa parte di un clan di una cordata di una consorteria è il sistema massonico-mafioso-politico che vige si viene cooptati e si è incatenati completamente, il libero arbitrio diventa una barzelletta

Decine di concorsi truccati all’università. Docenti indagati anche a Catanzaro

VIDEO-INTERCETTAZIONI | Sono 40 le persone coinvolte complessivamente. L’indagine è stata denominata “Università bandita”. Il rettore di Catania e altri professori sospesi dal servizio

di Redazione
venerdì 28 giugno 2019 08:07 

 
Università

Il rettore di Catania, Francesco Basile, e altri nove professori sono stati sospesi dal servizio dal Gip. Sono indagati per associazione per delinquere, corruzione e turbativa d'asta. Al centro delle indagini su 'Università bandita' della Digos coordinate dalla Procura etnea 27 concorsi. Sono complessivamente 40 i professori indagati degli atenei di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona.
40 docenti indagati

L'ordinanza applicativa della misura interdittiva della sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio emessa dal Gip di Catania, su richiesta della locale Procura distrettuale, è stata eseguita da personale della polizia di Stato. I nove docenti destinatari del provvedimento sono professori con posizioni apicali all'interno dei Dipartimenti dell'università di Catania. La polizia di Stato sta eseguendo 41 perquisizioni nei confronti dei 40 professori indagati.

27 concorsi sotto accusa

L'inchiesta, denominata 'Università Bandita', nasce da indagini avviate dalla Digos della Questura di Catania su 27 concorsi che per l'accusa sono stati 'truccati'. E in particolare riguardano l'assegnazione di 17 posti per professore ordinario, quattro per professore associato e sei per ricercatore.
Un "codice di comportamento sommerso"

Esisteva un vero e proprio "codice di comportamento sommerso" operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati. L'operazione è stata illustrata durante una conferenza stampa alla quale ha preso parte il procuratore della Repubblica Carmelo Zuccaro. Le indagini hanno accertato come nessuno spazio doveva essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo poteva essere presentato contro le decisioni degli organi statutari. Secondo quanto accertato, inoltre, le regole del codice avevano un un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni erano punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico.

https://lacnews24.it/cronaca/concorsi-truccati-universit40-docenti-indagati-anche-catanzaro_91529/

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni - gli Stati Uniti non capiscono come si contratta vanno al tavolo per imporre, sempre abituati ad avere interlocutori piegati e proni sono completamente spiazzati quando siedono con chi da rispetto e pretende rispetto

Summit Trump-Xi: Cina smorza entusiasmo Usa, accordo in salita 

27 Giugno 2019, di Mariangela Tessa

A due giorni dal summit tra il presidente Usa Donald Trump e il suo omologo cinese Xi, che si terrà sabato a margine del G20, il direttore di Global Times – un giornale cinese disponibile anche in lingua inglese – è tornato a twittare. Questa volta minimizzando l’ottimismo espresso dal segretario americano al Tesoro Steven Mnuchi su un potenziale accordo commerciale tra Usa e Cina. Hu Xijin – seguitissimo a Wall Street, perché spesso anticipa quanto viene poi detto da funzionari cinesi – ha scritto:

“Nessun funzionario cinese parla in questo momento con tale ottimismo. Con decine di ore rimaste prima del summit Xi-Trump, i media di stato cinesi hanno continuato a criticare duramente gli Usa, cosa che non è mai successa prima di precedenti summit Cina-Usa”.
 
Con questo tweet, Hu ha fatto riferimento a quanto detto ieri da Mnuchin ai microfoni di Cnbc:

“Il 90% circa è stato fatto, penso che ci sia il modo per completarlo [un accordo commerciale tra Usa e Cina]”. Secondo lui, “il messaggio che vogliamo sentire è che loro [i cinesi] vogliono tornare al tavolo [dei negoziati] perché penso ci siano ricadute positive per la loro economia e per quella statunitense al fine di riequilibrare il commercio e continuare a sviluppare la nostra relazione”.

Nessuno si aspetta che sabato i due leader raggiungano un’intesa. Il loro incontro è visto più come un’occasione per spianare la strada alla ripresa dei negoziati, saltati a maggio quando Washington ha accusato Pechino di essersi tirata indietro rispetto a impegni già presi.

Il presidente americano Donald Trump è intanto tornato a minacciare l’introduzione di dazi del 25% su 300 miliardi di dollari di importazioni cinesi, qualora l’incontro di sabato non andasse nella direzione desiderata da Washington. Donald Trump ha però ipotizzato che i dazi potrebbero essere al 10% e non al 25%.

In una intervista a Fox Business, l’inquilino della Casa Bianca ha detto:
“Il mio piano B con la Cina è incassare miliardi di miliardi di dollari al mese e fare sempre meno business con loro”. Il presidente Usa, che aveva detto che avrebbe imposto quei dazi se non avesse visto Xi Jinping al G20, ha ipotizzato una via di mezzo, ossia l’adozione di dazi al 10% invece che al 25%. “Il mio piano B potrebbe essere il mio piano A, il mio piano B è che se non sigliamo un accordo adotterò i dazi, magari non al 25% ma forse al 10%”.

Liveblog in corso: gli aggiornamenti sono automatici Mariangela Tessa 2 giorni fa
Si rincorrono le indiscrezioni stampa in vista dell’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo americano Donald Trump,in calendario questo sabato a margine del G20. Secondo il Wall Street Journal,che cita funzionari cinesi, la Cina presenterà una serie di condizioni alla controparte americana per tentare di risolvere la controversa lotta commerciale tra le due nazioni.

Tra le condizioni previste per Pechino, la Cina chiederà agli Stati Uniti di rimuovere il divieto di vendita della tecnologia degli Stati Uniti a Huawei Technologies. Pechino si aspetta inoltre che gli Stati Uniti rimuovano tutte le tariffe e abbandonino gli sforzi per convincere la Cina a comprare più beni negli Stati Uniti.
 

BLA bla bla - Bene monitorare le liste d'attesa ma la vera rivoluzione è assumere medici ed infermieri per riaprire i molti servizi chiusi

IL SERVIZIO
Sanità, l’Emilia-Romagna punta su TdAer per abbattere le liste d’attesa
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Il sito, che offre informazioni puntuali sulle prenotazioni e su visite ed esami medici, è stato valutato tra i migliori dall’Osservatorio Gimbe
28 Giu 2019

Informazioni precise e puntuali sui tempi di attesa per visite ed esami medici, disponibili online per tutti i cittadini: è uno dei punti previsti dal Ministero della Salute nel Piano Nazionale per la Gestione delle Liste d’Attesa, che nella versione 2010-2012 richiedeva a Regioni e Aziende sanitarie una rendicontazione relativa a oltre 40 prestazioni ambulatoriali inserite nel piano in quanto maggiormente critiche dal punto di vista dei tempi di erogazione. Pochi mesi dopo la pubblicazione da parte del Ministero del nuovo Piano 2019-2021, la versione di maggio 2019 del rapporto dell’Osservatorio Gimbe mostra come per gran parte delle Regioni il recepimento del precedente Piano sia tutt’altro che soddisfacente, e la presentazione delle informazioni sia ancora lontana da standard ottimali e assai variabile quanto a completezza.

In particolare, secondo l’Osservatorio sono ad oggi 9 le Regioni (Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata, Emilia-Romagna, Friuli – Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta) che dispongono di portali interattivi con una notevole eterogeneità di struttura e funzioni. Troviamo poi 8 Regioni che forniscono informazioni in forma di archivio storico con dati, range temporali e frequenza di aggiornamento estremamente variabili, 3 Regioni che rimandano ai siti web delle Aziende sanitarie senza effettuare alcuna aggregazione dei dati, e infine una Regione che non fornisce alcuna informazione sui tempi di attesa.

Quanto alle Aziende sanitarie, l’83% di queste effettua una rendicontazione pubblica sui tempi di attesa sul proprio sito o rimandando a quello della Regione, anche se nella maggioranza dei casi le informazioni disponibili sono frammentate ed eterogenee rispetto alla potenziale utilità per gli utenti. Approfondendo i contenuti del rapporto, è possibile rilevare l’eccellente valutazione attribuita allo strumento predisposto dalla Regione Emilia-Romagna e sviluppato da Lepida: il sito “Tempi di attesa Emilia-Romagna (TdaER)” – disegnato in una visione di accountability, e unico tra quelli delle 9 Regioni più avanzate a riportare in fase di valutazione un numero di punti di forza che supera quello dei potenziali punti di debolezza – realizza infatti un sistema di rilevazione che monitora settimanalmente 42 visite ed esami diagnostici, attraverso la registrazione di tutti gli appuntamenti assegnati ai pazienti al momento della prenotazione di prime visite e accertamenti strumentali.

Per ciascuna Azienda sanitaria e per ciascuna prestazione monitorata viene indicata la percentuale di prestazioni erogate con tempo di attesa inferiore agli standard regionali, fissati in 30 giorni per le visite e 60 giorni per la diagnostica. All’interno dei cruscotti presentati dalle diverse pagine del sito – consultabili per prestazione, azienda sanitaria, periodo temporale – il colore verde indica che le prestazioni erogate entro lo standard sono uguali o maggiori al 90% del totale, mentre i colori giallo e rosso indicano rispettivamente livelli corrispondenti alle fasce “60-89%” e “minore del 60%”.

venerdì 28 giugno 2019

Roma - non basta il Sistema massonico mafioso politico ad attaccare la giunta ora ci pensano anche i giardinieri

Giardinieri di Roma imboscati mentre gli alberi cadono. Nove addetti beccati a spasso in orario di lavoro: uno a turno timbrava il cartellino per tutti

28 giugno 2019 di Davide Manlio Ruffolo Cronaca


A quanto pare all’ufficio Giardini del VII Municipio la voglia di lavorare non doveva essere molta. Almeno quella di farlo per conto della propria azienda. Del resto timbrato il cartellino, la paga era blindata e così qualcuno ha pensato bene di arrotondare, per giunta usando mezzi dell’azienda, per svolgere un secondo lavoro. È questa la triste conclusione che se ne ricava dall’indagine che ieri ha portato il gip di Roma a emettere l’interdizione dal lavoro, per 12 mesi, nei confronti di 9 dipendenti del servizio giardini. Proprio loro sono accusati, a seconda delle posizioni, di truffa all’Ente pubblico per falsa attestazione di presenza e quindi mancata erogazione della prestazione lavorativa, peculato d’uso per impiego in attività private e utilizzo di mezzi e apparecchiature di servizio per finalità personali. Uno scandalo, l’ennesimo che coinvolge la Capitale, che potrebbe presto allargarsi perché il pubblico ministero Mario Palazzi avrebbe nel mirino altre decine di dipendenti anche di altri Municipi.

MEGLIO CHE LAVORARE. Mentre gli alberi crollavano a terra alla prima folata di vento, abbattendosi su automobili e persone, gli addetti alla manutenzione del verde pubblico timbravano il cartellino e dopo pochi minuti se la davano a gambe. Almeno quelli che avevano fatto lo sforzo di andare a lavoro perché, come nella peggiore commedia trash, c’era perfino chi si faceva carico di timbrare per tutti gli assenti. Poi via di corsa a fare shopping, fare colazione al bar di zona, prendere i bambini a scuola o tornare a casa e magari riprendere a riposare. Il tutto mentre c’era addirittura chi, in barba alle più elementari norme del buon senso, osava ancora di più e, salito a bordo del mezzo fornito dall’amministrazione, anziché provvedere alla manutenzione delle aree verdi e degli alberi di propria competenza, andava ad occuparsi, ovviamente ben retribuito, del giardino di qualche privato.

IL VERDE ABBANDONATO. Insomma nell’ufficio Giardini del VII Municipio ogni attività, rigorosamente personale, era diventata la normalità mentre la cosa davvero straordinaria era darsi da fare e guadagnare la pagnotta. Così l’incuria del verde pubblico negli ultimi tempi aveva raggiunto livelli da film dell’orrore, con parchi inondati di monnezza e diventati giungle, alberi pronti a cadere in testa, la propaganda martellante addossava ogni male sulla sindaca grillina. Peccato che le cose non stessero del tutto così come emerge, senza alcun dubbio, dall’inchiesta del pm Palazzi. E così, a due giorni dall’assunzione dei nuovi giardinieri del Campidoglio, Virginia Raggi ha dovuto ingoiare l’ennesimo boccone amaro. Ma anziché arrendersi, la prima cittadina ha trovato la forza per reagire: “Si tratta di mele marce che allontaneremo. Uno schiaffo ai cittadini e al Servizio Giardini che stiamo cercando di risollevare dal baratro in cui era sprofondato. Ma voglio lanciare un appello ai dipendenti onesti: segnalate le mele marce perché dell’omertà si nutrono l’illegalità e le mafie”.

27 giugno 2019 - Linea diretta con Putin. Problemi della Russia di oggi

Pierluigi Fagan - Il Globalismo è la ricerca spamodica dei profitti ignorando i bisogni delle persone dei popoli

L'autunno occidentale

di Pierluigi Fagan
27 giugno 2019

L’era moderna inizia lentamente in dissolvenza incrociata con il Medioevo, tra XVI e XVII secolo. Giunge al suo picco nel XIX secolo, quando i britannici portano a compimento una estensione planetaria che inaugura l’era globale. Lì non termina la modernità ma inizia il suo trapasso come era avvenuto con il Medioevo a lungo perdurante quando già il Moderno faceva primi passi.

Una data per l’intensificazione del trapasso, può esser rivenuta da qualche parte all’inizio della seconda metà del secolo scorso. Culturalmente, il post-moderno ed altri fenomeni secondari come il "relativismo", assomigliano molto ad analoghi fenomeni del XVI secolo quando un’ondata di “pirronismo” stese un velo di profonda perplessità sull’immagine di mondo allora in uso, aprendo la strada alla costruzione di una nuova. Noi siamo qui, al culmine dell’inizio della fine di un’epoca storica, ma non lo sappiamo e sul piano culturale siamo in piena “stagione arida” del pensiero. Ma di che tipo di passaggio si tratta? Verso cosa stiamo andando?

Si potrebbe e dovrebbe inquadrare il fenomeno in molti modi. Noi qui però ne scegliamo uno per fare il punto su un certo tipo di situazione. Il Pil mondiale cresceva del 6.6% nel 1964. Da allora e fino al crollo del 2009 (-1.7%), ma anche dopo, l’andamento è stato altalenante comunque mai superando il limite del +4.3% negli ultimi venti anni.

Si potrebbe dire che l’economia mondiale si stia assestando verso una crescita moderata, tant’è che dal 2011 ha oscillato intorno al 3%, 3,3% previsto 2019 da IMF (-0.3% su 2018). Ma questo dato aggregato è solo la sintesi statistica di un gran rivolgimento interno all’economia-mondo. Dal 1950 ad oggi, infatti, si sono aggiunti 5 miliardi di individui, 130 nuovi stati, l’accesso alle forme dell’economia moderna di produzione e scambio con supporto banco-finanziario, tecnica e scienza, da parte di interi continenti (Asia) che prima ne erano fuori. La crescita mondiale quindi, è la risultante media di due dinamiche incrociate: l’ascesa del “the Rest” e la discesa del “the West”. Perché “the West” non cresce più come una volta?

A grana fine si potrebbe aggiungere che la crescita degli ultimi decenni nell’area occidentale è stata in effetti drogata dalla svolta finanziaria, senza quell’ipertrofico valore fittizio sarebbe stata ancor minore. Si potrebbe convocare in giudizio il neo-liberismo che ha depresso le domande interne ed oltretutto favorito l’espatrio economico di molte produzioni e capitali o l’austerity europea che ha congelato alcuni economie nazionali prima brillanti, elementi tutti senz’altro incidenti. Sta di fatto che negli ultimi venti anni, i Paesi OCSE-OECD, viaggiano su una stentata media di +1.85% anno. Si pensa che una riviviscenza di keynesismo, piuttosto che la re-industrializzazione, oppure anche la rivoluzione digitale, piuttosto che la generale riconversione green (magari la conversione green con la reindustrializzazione pone qualche problema logico, ma tanto chi pensa le cose tutte assieme?), potrebbero migliorare le cose. Ma di quanto e quanto a lungo?

C’è un dato macroscopico qualitativo da tener presente. Se le economie non OCSE-OECD sono all’inizio del loro ciclo espansivo, noi forse siamo alla sua fine? L’economia moderna ha inventato e fatto un sacco di cose che prima non c’erano. Ma poi c’erano e lo spazio per farne di nuove s’è ristretto. Già negli anni ’60, abbiamo assistito alla programmazione della morte dei prodotti per tenere in piedi il ciclo di produzione ed in più una enorme spinta al consumo nevrotico, ben oltre la normale “utilità”. S’è abbassata l’età del consumo e si sono importate le donne che prima erano ai margini, di produzione e consumo. S’è venduto a credito che è poi debito. S’è esportato ai terzi ma poi i terzi hanno cominciato a produrre da par loro e sono finiti ad esportare loro e noi ad importare. L’esplosione dei servizi ha dato una mano ai limiti ormai raggiunti dell’industria. Ma il tasso di innovazione reale, quello del tipo Rivoluzione industriale, chimica, elettrica, atomica, meccanica, più invenzioni che semplici innovazioni, non ha avuto seguito nel digitale o nel biotecnologico. E se fossimo alla fine di un ciclo?

L’economia moderna può esser vista in due modi. Come sistema eterno o storico. In natura, non s’è mai visto alcun sistema eterno, difficile immaginare che un sistema economico formato dalle interazioni tra uomini e natura che sono domini termodinamici, abbia in sé le potenzialità dell’eternità. L’economia moderna, in primis, è servita a fare cose, ma le cose da poter fare non sono infinite, questo è quello che sembra aggiungendo la storia qualitativa dei fatti ai dati quantitativi statistici. The West è entrato da decenni nella fase discendente della curva a campana che connota praticamente ogni fenomeno di crescita.

Questo è punto che cambia una epoca. Va benissimo pensare a riconvocare Keynes, le tecnologie disruttive, la green economy e quant’altro vi pare, le epoche non cambiano come cambiamo un abito. Un soft landing è senz’altro meglio di un hard landing. Ma  
toccherebbe anche cominciare a pensare a quale altra forma di organizzazione della vita associata, potremmo passare.
Una forma al cui interno c’è ovviamente l’economia moderna ma non come asse centrale intorno a cui tutto ruota, semplicemente perché quell’asse è destinato a non dare più ordine ma se tenuto ancora centrale, disordine. Dal conflitto geopolitico a quello ambientale, passando per il sociale che sta in mezzo.

Nessuna forma di civiltà fino ad oggi ha mostrato la capacità di sopravvivere al cambio del suo paradigma fondante. Ci sono molte teorie sulle varie fine delle varie civiltà. Alcune sono crollate, altre si sono spente con un lungo vagito. Ma la costante è che nessuna è riuscita a cambiare per tempo l’immagine di mondo che promanava dalla forma del proprio sistema adattivo che ad un certo punto, non era più adattivo. A vedere la qualità della nostra auto-comprensione culturale dei tempi, dei sistemi e dei fenomeni, e parlo dell’Occidente nel suo complesso, non sembrerebbe si sia noi i destinati a questa epocale svolta cognitiva. Dispiace.

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/15292-pierluigi-fagan-l-autunno-occidentale.html?utm_source=newsletter_884&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

Fulvio Grimaldi - La Strategia del Caos e della Paura sono parti integranti degli Stati Uniti ebrei Francia Gran Bretagna

Iran: è guerra all’Eurasia
 
Stranamore, stranammorati, stranamorini
 
di Fulvio Grimaldi
27giugno 2019

 
 
Hannibal ante portas? Non è più procurato allarme

Ne va della potenza egemonica, dell’eccezionalismo, del “Destino manifesto”, della globalizzazione a direzione unica, del governo mondiale, della controffensiva colonialista fondata su migrazioni che svuotano di energie umane e professionali il Sud da predare. Il Golfo Persico è il pettine al quale questi nodi vengono. E quando gli scienziati nucleari mettono l’orologio dell’Apocalisse a due minuti da mezzanotte, più o meno dove stava nell’immediato post-Hiroshima e Nagasaki, c’è stavolta poco da parlare di procurato allarme.

Chi segue meticolosamente le uniche fonti di notizie e analisi affidabili, che ormai sono quasi solo in rete (finchè dura e Facebook chiude un occhio), legge e vede da almeno un paio di lustri l’annuncio dell’imminente terza e ultima guerra mondiale. Giulietto Chiesa, addirittura, annunciava l’imminenza del conflitto totale fin dai primi anni del nuovo millennio. Al punto che, ripetuta in conferenza su conferenza, intervista su intervista, la funesta certezza decadeva in giaculatoria a cui più nessuno dava peso. Una specie di al lupo al lupo che si inseriva inconsapevolmente in una strategia della paura, anzi del panico, che pian piano sfiancava e distraeva da ogni altro fronte di lotta. Tipo il capitalismo. Un po’ come la questione climatica da GretaThunberg universalizzata in minaccia globale, peraltro priva di responsabilità identificate, che tutte le altre riassume (e annulla) in sé. Qualcuno ha parlato di nuovo oppio dei popoli, come quello, che mai si è cessato di fumare, della religione.

False Flag, la bandiera dell’Occidente

Tuttavia, a partire dalle micce posate nel Golfo Persico da chi conduce guerre e genocidi, e ne campa, da trecento anni a queste parti, il tema ha acquistato una pregnanza senza precedenti, anche perché si appoggia ad accadimenti analoghi che in molti casi alla guerra guerreggiata hanno portato. Parliamo di provocazioni, oggi dette “False Flag”, messe in atto onde vantare davanti all’opinione pubblica un buon, anzi un irrinunciabile, motivo per commettere qualche grossa efferatezza, altrimenti impossibile da giustificare. A molti verranno in mente le nostre stragi di Stato, da Piazza Fontana, attribuito ad anarchici, a Moro fatto far fuori alle BR, e agli attentati della “trattativa”, con manovalanza mafiosa e, a monte, Gladio, servizi nostri e atlantici, la cupola anti-Urss.

Storia scontata, storia fattaci dimenticare, circoscritta al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e come fronte orientale del “mondo libero”, Di più vasta portata le False Flag all’origine delle guerre del nostro tempo: Lusitania, nave britannica fatta passare per carica d’armi e perciò affondata dai tedeschi, trappola che innesca l’ingresso degli Usa nella Prima Guerra Mondiale; Maine, nave Usa alla fonda a Cuba, incendiata dagli stessi Usa, che ne traggono il pretesto per sottrarre alla Spagna Cuba e le Filippine; Operazione Northwoods che prevede l’abbattimento sopra Cuba di un aereo Usa pieno di studenti per incolparne Castro e far partire una nuova invasione (bloccata da Kennedy, che la pagò); Golfo del Tonkino, falso assalto a nave Usa attribuito ai nordvietnamiti, da cui stragi bombarole su tutto il Nordvietnam; neonati strappati dai soldati iracheni alle incubatrici del Kuwait, panzana inventata dal Pentagono che lancia la prima guerra del Golfo; i bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione di Tripoli, il viagra somministrato ai propri soldati perché stuprassero con più vigore; gli ospedali bombardati con barili esplosivi ad Aleppo; le armi chimiche di Duma, gli aiuti alimentari in fiamme sul ponte tra Colombia e Venezuela; le armi di distruzione di massa di Saddam; l’11 settembre….. Tutte False Flag fatte sventolare anche dalle più celebrate Ong dei diritti umani, con gli effetti sui diritti umani che si sono visti.
Proviamo con le petroliere

E oggi alcune petroliere colpite nel Golfo, di cui una giapponese mentre il premier giapponese Shinzo Abe discute a Tehran come circumnavigare l’embargo; un’altra di un armatore norvegese disposto a violare le sanzioni Usa contro l’Iran. Prove zero, incluso un grottesco video che vede un motoscafo togliere qualcosa dalla fiancata di una nave. Ma ecco, subito stranamore, stranammorati Nato e stranamorini dei media dire che sono stati gli iraniani, “maggiore potenza terrorista del mondo”, “massima minaccia alla pace”. E’ come se Cheney desse del terrorista a Danilo Dolci. La spesa militare di questa “minaccia” è di 15 miliardi di dollari, il 25% di quanto l’Iran spendeva sotto lo Shah. I suoi armamenti risalgono a quell’epoca e a qualche aereo iracheno spostato a Tehran al tempo della guerra del Golfo. La spesa Usa, paese che si assume il compito di contenere la “minaccia”, arriva complessivamente a oltre mille miliardi. Politicamente compattata dalle spaventose sanzioni, ma economicamente e socialmente ridotta a brandelli, la società iraniana ha dovuto ridurre la produzione di petrolio dalla media di 4 milioni di barili al giorno, al tempo delle sanzioni di Obama, a 2 milioni, di cui meno di 600mila riescono ancora a essere esportati. Perlopiù in Cina.

E’ il petrolio, bellezza!

Ci sono buoni motivi perche lo strumento dell’élite all’1% utilizzi il suo strumento fine-del-mondo Usa a partire dall’oceano di petrolio in cui galleggia il Golfo. La riserve accertate di idrocarburi iraniani ammontano a 160 miliardi di barili, subito dopo l’Arabia Saudita (266 miliardi) e il Venezuela (300 miliardi), il boccone più grosso, per ora accantonato visto l’immane fiasco del golpe amerikano di Guaidò. Dunque gas e petrolio, i minerali in continua espansione estrattiva, produttiva e di consumo, da cui esalano i veleni che soffocano il pianeta fino a strozzarlo entro pochi anni, sono quelli di cui si agitano per ogni dove Greta e i gretini e che sono l’impulso alle guerre di cui Greta e gretini non sembrano avere la minima nozione.

Con la prima Guerra del Golfo gli Usa, con al guinzaglio la Nato, dilagano armati su ogni satrapia araba del Golfo dove 50 milioni di cittadini, perlopiù manovalanza immigrata, sono governati, sfruttati, schiavizzati, ottenebrati da alcune migliaia di prìncipi gozzoviglianti , indispensabili amici e guardiani degli interessi e delle armi occidentali. Contro la “minaccia” iraniana. Che è quella di aver disturbato acque e deserti correndo in soccorso alla Siria azzannata, sostenendo la difesa del Libano e dello Yemen, la famigerata “mezzaluna scita” che ai popoli del lato occidentale del Golfo, chissà perché, odora di libertà, dignità, speranza.

Con la seconda e le “primavere” e guerre seguenti (Iraq, Egitto, Libia, Siria, Yemen) 
puntano alla frantumazione di ogni residua struttura statale sorretta da volontà e coesione nazionale autodeterminata, per delegare il controllo della regione al consorzio di entità arabe e non, famigliari o coloniali, segregazioniste, feudali e schiaviste
Il piano fallisce in Egitto, ma, con il ricorso al terrorismo jihadista, funziona, anche se non del tutto, negli altri paesi, comunque ridotti a brandelli. Il consorzio ha per massimo comune denominatore farla finita con l’anomalia Iran, obiettivo condiviso fin dal 1953, colpo di Stato contro il premier nazionalista Mossadeq, dallo Stato profondo Usa, terminale politico-militare della Cupola mondialista, oggi incorporato nei Neocon di ascendenza talmudista.

Si tende ad attribuire un ruolo eccessivo in questa temperie di guerra imminente a personaggi come John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Mike Pompeo, Segretario di Stato, a causa del trucido bullismo con il quale sembrano trascinare Trump agli esiti più drammatici. E’ vero, c’è differenza metodica tra l’Obama che prova a minare paesi come Cuba e l’Iran dal di dentro, promuovendo col sorriso e con accordi la destabilizzazione interna (rivoluzioni colorate affidate a settori bulimici di mercato), e la clava dei due cavernicoli ereditati dal Bush minore. Ma sono opzioni di fase all’interno di una strategia che, da quando nelle vene del capitalimperialismo scorre petrolio, non muta che nelle forme.

La minaccia Iran

Togliamo di mezzo le fanfaluche che ai nostri media, destrosinistri ed eterodeterminati, dettano le centrali propagandistiche della globalizzazione tramite guerre. Il riarmo atomico di un Iran che non aveva mai arricchito il suo uranio oltre quel 20% che serve a usi energetici e medici. Arricchimento, poi, ridotto al ridicolo 3%, insieme alla chiusura di centri di ricerca altamente specializzati, dall’accordo sul nucleare concluso tra Obama è un tragicamente arrendevole presidente Rouhani, succeduto al ben più fermo e consapevole Ahmadinejad. 
Nè l’agenzia addetta ai controlli, AIEA, aveva mai rilevato una violazione degli accordi a perdere da parte di Tehran.

Ma abbondano da decenni le buone ragioni per fare del Golfo Persico il più gigantesco barile di esplosivo del mondo, a forza di portaerei, flotte aeree e navali, migliaia di soldati, attentati a petroliere da parte di provocatori, probabilmente addestrati in Albania dal MEK (la setta terroristica attiva su mandato israeliano e statunitense in Iran da decenni, oggi dislocata da Washington in Albania). Il più immediato e dichiarato è il bisogno di Israele, da sempre impegnata a diventare “La Grande”, di togliersi di torno i terminali iraniani presenti nei paesi confinanti e difensori della sopravvivenza di questi, oltreché insidia politica e sociale per l’assetto oscurantista e reazionario degli alleati del Golfo.

Ma la strategia è trasparente, se mettiamo in fila quanto i vecchi colonialisti, francesi, britannici perseguono dai tempi dell’occupazione del Canale di Suez, 1956, e quanto del vecchio imperialismo è stato assunto in proprio dagli Usa, dal sostegno a Israele, attraverso guerre, colpi di Stato, o destabilizzazioni terroristiche in Iran, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Corno d’Africa, fino al Venezuela. Per mandare avanti il suo sviluppo nei termini stabiliti, potenziare il suo impero, ricattare nemici e amici, accumulare profitto, nello scopo non dichiarato e neppure forse considerato di distruggere il vivente arrostendolo, il grumo onnipotente che manovra lo Stato più bellicoso della Storia deve disporre di ogni possibile risorsa petrolifera e controllare ogni possibile rotta per la quale questa sostanza genocida viene trasportata. E qui, per come incombe geograficamente e politicamente su tutto il Medioriente e sta in mezzo alle direzioni Nord-Sud ed Est-Ovest, di terra e di mare, l’Iran diventa imprescindibile.

Eurasia, il mondo al giro di boa?

Ma c’è una buona ragione forse ancora più urgente per quanto potrebbe venire scatenato nel Golfo. L’Iran sta proprio al centro dell’enigma euroasiatico, il “cuore del mondo”, come lo definì il competente Brzezinski, un cuore senza il battito del quale il capitalismo occidentale andrebbe alla deriva. Vi dice niente l’acronimo SCO? “Shanghai Cooperation Organization”. Nel cuore euroasiatico oggi c’è lo SCO, non la Nato, o l’FMI, o il WTO. Ne sono membri otto paesuccoli da poco come Russia, Cina, India e Pakistan, più i quattro “stan” dell’Asia centrale. Quasi tutti dotati di immense risorse, o energetiche, o altre. Ci sono poi quattro Stati osservatori, Afghanistan, Bielorussia, Mongola e Iran e sei partner del dialogo: Armenia, Azerebaijan, Cambogia, Nepal, Sri Lanka, Turchia. Entro il 2020 lo SCO crescerà a includere Iran e Turchia. Non tutti questi paesi hanno punti di vista omogenei, in particolare l’India si muove su piani geopolitici ambivalenti, con l’occhio anche a un’Alleanza Indo-Pacifico di marca Usa. Ma tutti sono gradevolmente coinvolti nel progetto cinese, ormai euroasiatico, della Road and Belt Initiative (RBI), la Via della Seta, con propaggini anche in Africa 
e, grazie a un nostro raro momento di intelligenza in politica estera, Europa.

Intorno al partneriato russo-cinese, coinvolgente la più vasta regione terrestre del globo e, tenendo conto degli altri SCO, il più numeroso agglomerato di popolazione, si vanno mobilitando interessi comuni per un futuro di sviluppo pacifico dalle enormi prospettive di scambio e progresso in chiave non tossica. Anche tenendo conto che la Cina è già oggi il paese dal più diffuso e avanzato utilizzo di energie rinnovabili e che negli scambi tra questi paesi si vanno facendo strada valute alternative al dollaro, come il rublo e lo yuan. E abbiamo visto cosa è successo a Saddam e a Gheddafi quando hanno adombrato l’affossamento della moneta del dominio Usa, anche se solo a vantaggio del subalterno euro.

Rimane il ruolo assolutamente negativo della Cina, quanto quello degli Usa, nell’adozione e promozione urbi et orbi del 5G, la connessione di quinta generazione il cui inquinamento elettromagnetico è di una tale potenza e capillarità, con le sue antenne ogni 100 metri e i suoi letali 12mila satelliti nello spazio, da sostituire il cambiamento climatico al primo posto nelle minacce alla vita sul pianeta. Di questo s’è già detto in questo blog e se ne dirà.

Si vede, dunque, come gli Usa e, sopra di essi, la Cupola mondialista, abbiano di fronte qualcosa di inedito nella storia dell’imperialismo. Qualcosa che in potenza fa impallidire la competizione che l’asse Germania, Italia. Giappone costituì per lo schieramento anglosassone che, pure, impiegò sei anni a debellarla e ci riuscì soltanto grazie al contributo determinante dell’URSS.

Tutto questo spiega ad abundantiam i movimenti frenetici che nel Golfo la Cupola fa fare all’apparato militare Usa e l’assedio con cui cerca di serrare l’Iran in una morsa mortale. Spiega anche il grottesco inserimento dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’accusa di terrorismo, a partire da quello dell’11/9, è stato immancabilmente il preludio alla guerra. Non faccio il giuliettochiesa e non giuro che la guerra, quella guerra, ci sarà. Rimane una forte controindicazione: per quanto lo si possa bastonare, radendolo al suolo dall’aria, l’Iran può sempre bloccare il Golfo e quindi il 40% dei rifornimenti al mondo. Uno sconquasso planetario che a qualcuno potrebbe dare la sveglia.

Tutto questo non spiega, invece, perché Putin neghi a Iran e Siria, quest’ultima quotidianamente bombardata impunemente da Israele, l’invincibile difesa antiaerea S400. Che, però, concede a Turchia e Arabia Saudita. Misteri della geopolitica.
 

Questo governo non ha la volontà di portarci fuori dal Progetto Criminale dell'Euro. Il punto centrale per rilanciare qualsiasi tipo di proposta che faccia l'Interesse Nazionale

Cosa accadrà adesso?
 
di Leonardo Mazzei
27 giugno 2019

 
 
Cresce in Europa l'interesse per le vicende italiane dopo le elezioni europee. Cosa accadrà adesso? Ci saranno elezioni anticipate? Quali sono le vere intenzioni del governo giallo-verde riguardo all'Unione europea? Davvero saranno lanciati i MiniBoT? Reggerà l'alleanza M5s Lega? Di che natura è il populismo di Salvini? A queste ed altre domande poste dal sito in lingua tedesca EUREXIT risponde Leonardo Mazzei del Comitato centrale di P101. L'intervista è di Wilhelm Langthaler.

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Le elezioni europee hanno rovesciato i rapporti di forza nel governo populista. Perché è avvenuto?

I rapporti di forza interni si sono invertiti, ma la maggioranza giallo-verde ha perfino guadagnato consensi. Alle elezioni politiche del 2018 aveva il 50,03% dei voti, alle europee ha ottenuto il 51,40%. Considerato che per il governo non è certo stato un anno facile, si tratta di una differenza minima ma significativa.

Credo che il rovesciamento dei consensi sia da attribuirsi a tre fattori. In primo luogo la Lega ha potuto incassare molti consensi grazie allo stop all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo. In secondo luogo, mentre il Reddito di cittadinanza ha prodotto una forte delusione nell'elettorato M5S, l'intervento sulle pensioni — "Quota 100" — voluto in primo luogo dalla Lega, ha spinto molti lavoratori a votare per la prima volta questo partito. In terzo luogo, non bisogna dimenticarsi del ruolo dei media, che per un anno intero hanno fatto ricorso ad ogni argomento per attaccare i Cinque Stelle ancor più che il governo nel suo insieme.

Come se non bastasse, Di Maio ha sbagliato tutto nell'ultima parte della campagna elettorale quando, per dimostrare la propria autonomia da Salvini, ha operato una sorta di "svolta a sinistra". Purtroppo questa sterzata includeva anche un profilo assai più europeista di quello tradizionale del movimento. Una mossa pagata nelle urne.

Dopo questi risultati, possiamo parlare di una svolta a destra come fanno i media europei?

Ci andrei molto cauto. Se guardiamo nel lungo periodo una svolta a destra certamente c'è stata, ma non è un fatto dell'ultimo anno. La verità è che con la fine sostanziale dei partiti, abbiamo ormai un voto non ideologico. Un voto dato, di volta in volta, a chi in quel momento sembra più adatto a risolvere i problemi. 
E per l'Italia il problema è la crisi, 
una lunga stagnazione (con due intense fasi recessive) che dura da dodici anni. Basti pensare che il Pil pro-capite italiano è ancora 7 punti al disotto di quello del 2007.

Buona parte dei votanti della Lega nel 2019, nel 2014 avevano votato Renzi (che prometteva sfracelli in Europa), poi i Cinque Stelle un anno fa. Come voteranno tra un anno o tra tre nessuno può dirlo adesso. Diciamo che le persone cercano una via d'uscita alla situazione attuale. Una svolta che vorrebbero la più indolore possibile, e proprio per questo si affidano al voto. Al tempo stesso, però, questo moderatismo non è stupido ed ha un suo preciso orientamento, tendendo a premiare chi in quel momento appare più credibile ed incisivo.

Ma per capire come sia improprio parlare di "svolta a destra" possiamo anche considerare i diversi risultati elettorali degli ultimi 11 anni. Nel 2008 la coalizione di destra vinse le elezioni politiche con il 46,81%, ma se consideriamo anche le altre liste non coalizzate la destra arrivò complessivamente al 55,43%. Nel 2013 ci fu invece il tracollo: 29,18% alla coalizione, 31,84% nel complesso. Nel 2018 la coalizione risalì al 37,00% (39,01% con i non coalizzati). Quest'anno le forze della tradizionale coalizione di destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) hanno raggiunto il 49,58%, mentre le due formazioni apertamente neofasciste - CasaPound e Forza Nuova - hanno ottenuto rispettivamente lo 0,33% e lo 0,15%, Un risultato, quest'ultimo, che dimostra alla grande quanto sia strumentale l'allarme antifascista suonato dalle èlite.

Mentre questi dati ci mostrano la grande mobilità elettorale degli ultimi anni, essi mettono in luce come i consensi attuali della destra siano perfino inferiori a quelli del 2008, quando nessuno se ne allarmava perché tutto si svolgeva comunque nel recinto di un bipolarismo che molti immaginavano allora come eterno.

Quali conseguenze politiche avrà il voto del 26 maggio? Si è sentito parlare di elezioni anticipate

Al momento le elezioni anticipate sono possibili, ma non certe. Dopo il voto i due partiti di governo si sono infatti ricompattati. Adesso lo scontro non è tra Lega ed M5S, quanto invece tra questi due partiti e la componente imposta da Mattarella, quella che definiamo da sempre come "Quinta Colonna" interna al governo. Il ministro degli Esteri Moavero e, soprattutto, il ministro dell'Economia Tria, operano fin dall'inizio come due infiltrati del blocco eurista dentro all'esecutivo. Nelle ultime settimane, con il riaccendersi dello scontro con la Commissione europea, anche il primo ministro Conte si è posto sempre più chiaramente sulla linea di Tria.

Qualora questa componente, sostanzialmente teleguidata dal presidente della repubblica, dovesse prevalere, sarebbe la vittoria di Bruxelles e la fine politica del governo giallo-verde. E' difficile però che le cose vadano in questo modo. Decisiva sarà la sorte di Tria. Se sarà costretto alle dimissioni il governo potrà andare avanti, dunque niente elezioni anticipate. Ma Tria, proprio per il gioco sporco che svolge, farà di tutto per restare al suo posto operando come guastatore interno al governo.

Se Salvini e Di Maio non riusciranno a venire a capo di questa situazione è probabile che a settembre si vada alle elezioni anticipate. E' questa una prospettiva vista con favore da Mattarella. Il presidente della repubblica ha infatti come primo obiettivo la caduta del governo giallo-verde, puntando poi a fare i conti con Salvini grazie alla parte più docile della Lega, 
aiutata magari da qualche azione della magistratura. Una componente, quest'ultima, sempre presente nei momenti decisivi della vita nazionale.

La commissione europea sta attaccando l'Italia per “l’infrazione dei trattati”. Come reagiranno il governo e le sue componenti interne? Sembra che Conte cerchi un compromesso, ma su quale base?

Come ho già detto Conte è adesso allineato con Tria. La loro tesi è che la "procedura d'infrazione" sarebbe per l'Italia il peggiore dei mali, dunque l'accordo con l'UE va secondo loro trovato a tutti i costi. Una posizione non condivisa da Lega e M5S.

Il problema non è la manovra aggiuntiva richiesta, bensì la futura Legge di Bilancio, che come noto andrà presentata entro il 15 ottobre. Per l'Italia è impensabile tornare all'austerità. Sono impensabili nuove tasse (in gioco c'è soprattutto l'IVA), come nuovi tagli. Veri spazi di compromesso in realtà non se ne vedono. Un accordo come quello trovato nel dicembre scorso non sembra oggi riproponibile. E' la stessa situazione economica italiana, con la crescita zero dell'ultimo anno, che impone delle scelte espansive. Ma questo l'UE non può accettarlo. Lo scontro sembra dunque certo. Più che ad un compromesso la linea di Tria e Conte porterebbe ad una capitolazione. Probabilmente sanno anch'essi che questa è improbabile, dato che Salvini e Di Maio non la potranno accettare, ma il loro gioco è a questo punto chiaramente disfattista.

I due grandi progetti del governo erano il reddito di cittadinanza (Cinque stelle) e "Quota 100" sulle pensioni(Lega). Poi c'è la flat tax, un altro progetto del partito di Salvini. Cosa hanno fatto e cosa faranno nel prossimo futuro su questi temi?

Reddito di cittadinanza e "Quota 100" sono stati realizzati con la Legge di Bilancio del 2018. Ma entrambe queste misure sono state ridimensionate a causa dell'accordo con l'UE che abbiamo già ricordato.

Mentre "Quota 100" consentirà comunque di anticipare la pensione ad almeno trecentomila lavoratori, il Reddito di cittadinanza — pur restando in ogni caso la prima vera misura di contrasto alla povertà — ha subito tagli e limitazioni che ne hanno ridotto sia l'efficacia che il numero dei beneficiari.

Ora in ballo ci sono il salario minimo, voluto da M5S e contrastato dalle aziende, e la flat tax proposta dalla Lega. 
In termini macroeconomici, dunque nel confronto-scontro con l'UE, il tema fiscale sarà con ogni probabilità quello centrale.
Sulla flat tax vanno dette due cose. La prima è che, a dispetto del nome, essa non sarà comunque flat. Il progetto originario della Lega (aliquota unica sui redditi familiari al 15%) è stato ormai accantonato. Un abbandono dovuto tanto alla sua insostenibilità economica, quanto alla sua improponibilità dal punto di vista sociale. Tra l'altro l'articolo 53 della Costituzione dispone il carattere progressivo dell'imposizione fiscale. La seconda cosa è che il progetto non è stato ancora presentato. Si parla ora di una tassa piatta al 15% solo per i redditi familiari inferiori ai 50mila euro lordi (26mila per i single), ma trattandosi per adesso solo di discorsi è impossibile al momento una valutazione più precisa.

Il parlamento ha autorizzato l'emissione dei Mini-Bot, che la Commissione ha subito respinto. È veramente un passo verso una nuova moneta? O è solamente una minaccia alla commissione? Anche Tsipras e Varoufakis provarono un bluff, ma il risultato fu catastrofico. Sarà diverso in Italia?

Se fosse solo un bluff sarebbe il più stupido dei bluff, anche perché a Bruxelles non ci metterebbero molto a scoprirlo. In realtà  
l'emissione dei Mini-Bot sarà — in un senso o nell'altro — la vera prova della volontà politica del governo.

Formalmente non si tratterebbe di una nuova moneta, bensì di titoli del debito un po' particolari, dato che non prevederebbero né interessi né scadenze. Essi servirebbero ad accelerare i tempi di pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Uno strumento che darebbe due vantaggi allo Stato: quello di non pagare interessi e di immettere — di fatto — nuova liquidità.

E' chiaro che se i Mini-Bot funzionassero — ed io penso che funzionerebbero — col tempo potrebbero diventare una sorta di moneta parallela, utilizzabile non solo a compensazione dei crediti/debiti tra Stato ed aziende, ma nelle normali transazioni commerciali. Proprio per questo la questione è cruciale. Se il governo andrà avanti, lo scontro con l'Ue sarà inevitabile (la Lega dei Giorgetti si sfilerà, non ha nessuna intenzione di rompere la Gabbia dell'Euro).

I Cinque Stelle sono considerati come l'ala sinistra del governo populista. Come leggono la loro sconfitta? Come pensano di rispondere?

Obiettivamente i Cinque Stelle sono l'ala sinistra del governo, ma il loro modo di essere e di presentarsi è troppo confuso. Sono permeabili alle questioni sociali, pur essendo nella sostanza subalterni alla narrazione neoliberista. Esprimono una visione democratica e costituzionale, contraddetta però dai pazzeschi meccanismi del loro funzionamento interno. A differenza della Lega, hanno spesso posizioni corrette sulle questioni internazionali, ma non mancano mai di riaffermare il loro atlantismo. E si potrebbe continuare... D'accordo che una certa dose di ambiguità è tipica di ogni populismo, ma questi troppe volte esagerano...

Proprio per l'assenza di una vera identità i Cinque Stelle faticano a leggere la loro sconfitta. Personalmente non sono tra coloro che pensano che M5S sia destinato a scomparire nei prossimi anni dalla scena politica italiana, ma alcune scelte (dall'organizzazione, alla democrazia interna) non paiono più rinviabili. Purtroppo, però, una vera risposta politica alla sconfitta elettorale ancora non si vede. Speriamo che sia solo una questione di tempo.

La Lega sembra il grande vincitore. Ma ha sostanza? Il suo blocco sociale nordista include anche la borghesia industriale, com'è pensabile che resista alla Commissione fino alla rottura?

Questo è forse l'interrogativo più grande. La Lega è passata in pochi anni dall'essere una forza del Nord, oscillante tra l'autonomismo ed il secessionismo, ad essere un partito che in quanto nazionalista non può che puntare ad essere innanzitutto "nazionale". Ovviamente questa trasformazione non è ancora un fatto del tutto compiuto, anzi.

Per certi aspetti è come se nella Lega convivessero oggi due partiti in uno. Da una parte la Lega salviniana (nazionalista) si fa forte dell'incredibile ascesa elettorale di questi anni; dall'altra la Lega nordista dispone ancora di tanta parte dei militanti e dei dirigenti ed ha dalla sua il peso della tradizione e quello dei soldi. Rivelatrice della forza di questa componente è la questione del "regionalismo differenziato", il progetto di trasferire risorse economiche dalle regioni più povere del sud a quelle più ricche del nord del Paese. Un progetto al momento bloccato dall'opposizione di M5S, ma al quale la Lega non intende rinunciare, avvalendosi peraltro delle norme inserite nella Costituzione nel 2001 dall'allora maggioranza di centrosinistra.

E' evidente come nel blocco della Lega nordista, che include anche pezzi della borghesia industriale ma non i grandi centri del potere economico, sia tuttora forte una sorta di "europeismo di fatto" dovuto in primo luogo allo stretto legame delle industrie del nord con la filiera produttiva tedesca.

Come si risolverà questo conflitto tra le "due Leghe" non lo sappiamo. Quel che è certo è che se la Lega salviniana tornasse ad essere la Lega Nord di un tempo i suoi consensi si sgonfierebbero assai presto.

E' immaginabile davvero un'uscita da destra dall'euro?

Questo ce lo diranno i fatti, ma è un'ipotesi che non abbiamo mai escluso. Già nel 2014 il vecchio Coordinamento della sinistra no-euro, nato chiaramente per lavorare ad un'uscita da sinistra dalla moneta unica (e per contrastare su quel terreno l'egemonia della Lega), affermava con chiarezza che anche un'uscita da destra sarebbe stata meglio della permanenza in quella gabbia.

Naturalmente è questa un'ipotesi che pone diversi problemi, ma quell'orientamento resta perché senza liberazione nazionale, senza riconquista della sovranità democratica, ogni altra lotta sociale sarebbe persa in partenza. Figuriamoci quella per il rilancio di un'alternativa socialista...

Non si vede il fattore “gilets jaunes” alla italiana

Non si vede perché non c'è. E non c'è perché i settori sociali che potrebbero dar vita ad un movimento del genere al momento affidano ancora le loro speranze alle forze di governo.

Prima nel 2012 in Sicilia, poi alla fine del 2013 sul piano nazionale, il movimento dei "Forconi" fu — sia pure su una scala più ridotta — un'anticipazione di quanto avvenuto cinque anni dopo in Francia. Stessa la composizione sociale ed il maggior radicamento nelle aree periferiche. Stesse le modalità di mobilitazione e gli elementi identificativi.

Se ci sarà un ritorno alle politiche di austerità è molto probabile che un movimento con quelle caratteristiche riemerga assai presto, specie nel Sud del Paese.

E la sinistra, quella tradizionale globalista e quella vostra patriottica?

La sinistra globalista è ormai alla frutta. Alle europee, la lista "la Sinistra" ha ottenuto un misero 1,7%, mentre cinque anni prima "l'Altra Europa con Tsipras" aveva superato il 4%. Ancor più che in passato questa lista è apparsa senza idee, salvo quella di dover comunque difendere l'Unione Europea dall'assalto del nazionalismo di destra. Aver partecipato ad un allarme antifascista, del tutto estraneo al sentimento delle masse, ha fatto il gioco del Partito democratico, che ha così incassato il cosiddetto "voto utile" di chi a quell'allarme ha creduto.

La sinistra patriottica ha grandi idee, ma forze ancora troppo divise. Superare queste divisioni è la condizione indispensabile per operare il salto di qualità verso un soggetto politico credibile. Un soggetto che sappia legare la lotta all'euro-dittatura con una nuova prospettiva socialista. Operazione che nella concreta situazione italiana dell'oggi — questa è la posizione di Programma 101— può essere condotta solo con un chiaro posizionamento nel campo populista.