L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 10 agosto 2019

Roma - guerra della monnezza, tolti i rifiuti dalle strade non è sufficiente per l'ordinaria gestione Le istituzioni si devono muovere senza consumare tempo

L’EMERGENZA

Polemica sulla data del tavolo tecnico sui rifiuti. Costa: «Il 29», Raggi: troppo tardi

La sindaca ha risposto con una nota in cui chiede con forza al ministro dell’Ambiente di anticipare la convocazione: «Situazione sottovalutata»

di Redazione Roma
10 agosto 2019 | 16:17


Sabato mattina il ministero dell’Ambiente, a quanto si apprende, ha convocato per il 29 agosto il tavolo tecnico relativo al monitoraggio della gestione dei rifiuti nel territorio di Roma Capitale. Non appena ricevuta la comunicazione, la sindaca Virginia Raggi ha risposto con una nota in cui chiede con forza di anticipare la convocazione. Secondo Raggi, infatti, la data del 29 agosto è «inadeguata e rivela, ancora una volta, una sottovalutazione della situazione».

Estate da record sui rifiuti

La polemica, anche alla luce dei dati ultimi, relativi alla produzione di rifiuti della Capitale che ad agosto non ha visto il normale calo fisiologico collegato al periodo estivo. Nei primi due giorni di agosto si è registrato un surplus di indifferenziata: 500 tonnellate in più rispetto allo stesso periodo del 2018. La scorsa settimana la raccolta ha superato le 18 mila tonnellate, 800 in più dell’anno precedente, con un incremento del 5,4% in soli sette giorni. Dati che, oltre a sollevare dubbi, suonano come un campanello d’allarme per la sindaca.

Raggi: «Occorre prevenire»

Raggi, già nella corrispondenza con ministero dell’Ambiente e Regione Lazio, nei giorni scorsi aveva sottolineato l’urgenza di un incontro immediato dei tecnici di tutte le istituzioni coinvolte per verificare l’applicazione dell’ordinanza regionale. Per questo, anche nella nota di sabato 10 agosto, ha ribadito la necessità inderogabile di anticipare la convocazione della cabina tecnica. La sindaca ha invitato gli uffici e i tecnici del Campidoglio a valutare l’opportunità di riunirsi in questi giorni, anche a Ferragosto se necessario. «Occorre prevenire», secondo Raggi, «mettendo in campo le iniziative necessarie ad arginare ogni tipo di criticità. Rimanere fermi altre due settimane costituisce un rischio enorme ai danni della città».


NoTav - fogli di via, non esistono più

post — 10 Agosto 2019 at 01:55


L’appuntamento venerdì era alle 10,30 al bar di fronte la Caserma dei Carabinieri a Susa. Nonostante l’esodo estivo e l’impegno delle ultime settimane, in tantissimi ci si è ritrovati per fare colazione insieme e poi attendere i No Tav convocati dai carabinieri nei giorni scorsi.

Nella giornata in cui ci eravamo preparati alla mobilitazione per accogliere il Cirio in salsa leghista che poi ha saggiamente optato per un imbarazzante dietrofront, non poteva mancare il sostegno ai No Tav colpiti dalle lunghe mani della questura torinese.

E infatti ,mentre i nostri si alternavano all’interno della caserma per uscirne con denunce e fogli di via, i giornali pubblicavano la tempestiva velina che informava di ben 82 denunce e 28 fogli di via per le proteste dello scorso mese al cantiere di Chiomonte. Questa teoria dei grandi numeri pare infatti essere l’ultima trovata del questore per provare ad impressionarci, considerando che tutte le altre combinazioni sperimentate assiduamente negli ultimi 10 anni hanno miseramente fallito (facendo addirittura ottenere il risultato opposto da quello sperato).

Noi valsusini siamo gente che rispetta gli impegni, conclusa la tappa caserma ci si è infatti spostati a Chiomonte per volantinare ed informare gli abitanti dello scampato pericolo (la visita deprimente della banda del buco) per poi rilanciare un nuovo appuntamento tardo pomeridiano.

E’ così che alle 18,30 ci si è ritrovati ai cancelli della centrale elettrica di Chiomonte per consumare il consueto apericena No Tav e restituire al mittente denunce e fogli di via a cui si è dato semplicemente fuoco.

Un gesto piuttosto chiaro pensiamo, che non necessita altre specificazioni.

Per noi una giornata positiva, se non addirittura divertente.

Provateci ancora!

Avanti No Tav!

10 agosto 2019 - La Lega di Salvini, Conte, e la crisi di Governo: opinioni a confronto #...


Energia pulita - l'Idrogeno il re è l'incontrastato

L’ECONOMIA DEL FUTURO
Energia pulita, in Germania si viaggia sul primo treno a idrogeno

di Francesca Basso e Elena Comelli 09 ago 2019

In Germania il primo treno passeggeri che si muove grazie alla tecnologia a idrogeno

L’idrogeno come vettore energetico sta vivendo una seconda giovinezza. Era diventato popolare all’inizio del nuovo millennio con il bestseller di Jeremy Rifkin The Hydrogen Economy, che lo dipinse come la soluzione ai problemi energetici del mondo. A oggi, nel 97% dei casi l’idrogeno si produce dal metano: 70 milioni di tonnellate all’anno, responsabili di 830 milioni di tonnellate di CO2, equivalenti alle emissioni cumulate di Regno Unito e Indonesia, secondo i dati dell’International energy agency. Esiste anche un altro sistema di produzione, l’elettrolisi, che separa le molecole dell’acqua in ossigeno e idrogeno: un processo pulito (emette ossigeno) ma energivoro, che conviene solo nelle occasioni in cui ci sia molta energia a disposizione e poco fabbisogno.

Esempi classici sono i Paesi del Nord Europa, dove l’energia da idroelettrico o da eolico supera di gran lunga la domanda e talvolta si butta via. A Falkenhagen, nella pianura brandeburghese, E.on ha avviato uno dei primi progetti commerciali dove si utilizza l’energia eolica in eccesso per estrarre idrogeno dall’acqua e immetterlo nella rete come arricchimento del metano. L’idea di usare la rete gas come buffer per la produzione elettrica incostante delle fonti rinnovabili, al posto delle batterie al litio, ha già diversi esempi. La canadese Hydrogenics, attiva nelle celle a combustibile, ha ottenuto dal governo dell’Ontario un finanziamento per il primo impianto Power to Gas in Nord America, sostenuto dal gigante della trasmissione del gas Enbridge (primo operatore di rete nordamericano). Enbridge vede in questa iniziativa un nuovo ramo di business, applicabile allo stoccaggio dell’elettricità prodotta da rinnovabili. Nelle isole Orcadi, a Nord della Scozia, si punta invece a sfruttare l’idrogeno derivato da elettrolisi per alimentare i traghetti che fanno la spola con la terraferma. Negli ultimi anni, l’Europa sta promuovendo lo sviluppo di tecnologie per la produzione di idrogeno verde, generato da fonti rinnovabili, finanziando una serie di progetti coordinati dal Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking, partenariato pubblico-privato che sostiene attività legate a Horizon 2020. Se prodotto tramite rinnovabili, come nelle Orcadi, l’idrogeno è un vettore energetico da considerare come valida alternativa all’utilizzo dei combustibili fossili per i trasporti. Pochi mesi fa, in Germania, è stato lanciato dalla francese Alstom il primo treno a idrogeno, destinato a soppiantare le locomotive diesel. Anche per l’Italia, dove oltre il 30% della rete ferroviaria non è elettrificata, una soluzione che può avere senso.

Ad accendere i riflettori sulle potenzialità dell’idrogeno è stato il G20 dell’Energia a Karuizawa, in Giappone. L’Iea, l’Associazione internazionale dell’energia, ha presentato uno studio approfondito su «Il futuro dell’idrogeno» e sul contributo che può dare al processo di decarbonizzazione mondiale. L’Italia da tempo sta investendo nella ricerca e nello sviluppo di tecnologie per la produzione e l’uso di questa molecola nei trasporti e nell’industria. Il consumo mondiale di energia nel 2018 è aumentato quasi del doppio rispetto al 2010. La domanda di combustibili è cresciuta, trainata dal gas naturale. È aumentata anche la produzione da fonti rinnovabili, che nel 2018 hanno coperto il 45% della produzione di elettricità. Ma un maggiore utilizzo di energia, ha sottolineato l’Iea, ha comportato anche un aumento delle emissioni di anidride carbonica, che nel 2018 hanno raggiunto una crescita record dell’1,7%. In questo scenario l’idrogeno può dare un contributo molto importante, «per contrastare diverse sfide energetiche — spiega l’Iea — incluso aiutare a stoccare l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili che sono variabili, come il solare o l’eolico. Offre diversi modi per decarbonizzare settori come i trasporti a lungo raggio, la chimica, il ferro e l’acciaio, in cui è difficile ridurre le emissioni. Può anche aiutare a migliorare la qualità dell’aria e rafforzare la sicurezza energetica».

La Snam per la prima volta in Europa ha avviato la sperimentazione dell’immissione di una miscela di idrogeno e gas naturale nella rete di trasporto gas italiana. A Contursi Terme (Salerno), fornisce H2NG, una miscela di idrogeno e gas, a due industrie della zona, un pastificio e un’azienda di imbottigliamento di acque minerali. La società guidata da Marco Alverà (che a ottobre organizzerà la conferenza The hydrogen challenge, con Iea e Irena) sta verificando la compatibilità delle infrastrutture con crescenti quantitativi di idrogeno miscelato con il gas e sta studiando modalità di produzione di idrogeno da elettricità rinnovabile. Anche Eni sta portando avanti diversi progetti. «L’idrogeno è una molecola che già usiamo nelle nostre attività — spiega Giuseppe Ricci, chief refining & marketing officer di Eni — in particolare nella raffinazione per togliere le impurità dal petrolio e per favorire la conversione da prodotti pesanti a leggeri, dall’olio alla benzina. Ma abbiamo anche cominciato a seguire con attenzione gli usi dell’idrogeno per la mobilità e la sua produzione dai rifiuti».

Agli inizi di giugno Eni ha avviato una collaborazione con Toyota per accelerare la diffusone delle stazioni di rifornimento delle vetture a idrogeno. «La prima aprirà a San Donato e sarà pronta nella prima metà del 2020 — racconta Ricci —. La mobilità basata sull’idrogeno è più indietro rispetto a quella elettrica ma ha buone chance di competere perché risolve il problema della batteria e della ricarica. L’idrogeno ha un più alto contenuto energetico: 4 chili permettono di percorrere, a seconda dello stile di guida, fino a 400 chilometri. La California e la Baviera hanno avuto uno sviluppo interessante. La prossima stazione che apriremo sarà a Nord-Est, per formare una sorta di cluster». Sempre in giugno il gruppo guidato da Claudio Descalzi ha stretto un accordo con NextChem, controllata di Maire Tecnimont, per lo studio e la realizzazione di una tecnologia di conversione, tramite gassificazione ad alta temperatura e bassissimo impatto ambientale, di rifiuti solidi urbani e plastiche non riciclabili per la produzione di idrogeno e metanolo. «Questa partnership — ha spiegato Ricci — permetterà l’avvio di una concreta economia circolare che dai rifiuti produrrà carburanti a basso impatto ambientale». L’investimento di Eni in decarbonizzazione, economia circolare e rinnovabili sarà di 3 miliardi nei prossimi 4 anni.

Tre indizi fanno una prova

Russia: la misteriosa serie di incidenti a mezzi e basi militari

9 agosto 2019 



Tre gravi incidenti in poco più di un mese. Dopo l’incidente che un mese fa è costato la vita a 14 marinai a bordo del sottomarino AS-12 Losharik (sulle cause del quale è stato posto il segreto di Stato) e l’esplosione di un deposito di munizioni in Siberia un incendio è scoppiato l’8 agosto nella base navale di Severodvinsk, nella regione di Arkhangelsk, dove è di stanza la Flotta del Nord.


Due persone sono morte e 6 sono rimaste ferite secondo il Ministero della Difesa di Mosca (ma la Tass ha riferito di almeno 10 feriti) ed in seguito all’esplosione è stato registrato un temporaneo aumento del livello di radiazioni.

“Il temporaneo aumento dei livelli di radiazione è stato registrato verso mezzogiorno”, ha detto la portavoce delle autorità cittadine, Kseniya Yudina. Il governatore della regione ha dichiarato che non è necessaria l’evacuazione dei civili.

Il ministero della Difesa ha affermato invece che i livelli sono rimasti normali dopo l’emergenza e che non vi sono fughe pericolose nell’atmosfera. Nelle immediate vicinanze della base navale è presente uno dei più grandi centri di stoccaggio di materiale radioattivo del mondo, prelevato per lo più da armi, navi e sottonarini dell’Era Sovietuca dismessi.


Il Rospotrebnadzor, l’autorità per i consumatori, ha precisato che “in città vi sono sei stazioni di monitoraggio che lavorano su base permanente: stiamo valutando di ora in ora la situazione e non ci sono livelli di contaminazione che rappresentino rischi per la salute delle persone”.

L’esplosione sembra abbia interessato un motore jet a propulsione liquida nel corso di un test la cui deflagrazione ha scatenato l’incendio. Un’ altra fonte dei servizi di emergenza, citata dall’agenzia di stampa Ansa, ha parlato di un incendio “a bordo di una nave” e ha ipotizzato un errore nella gestione delle” munizioni” come possibile origine delle fiamme.

Severodvinsk è la “casa” dei sottomarini russi: nei grandi cantieri e arsenali vengono costruiti e assemblati gran parte dei sommergibili della Marina nucleari e convenzionali ma anche missili e siluri.



Il 6 agosto un’esplosione aveva scatenato un gigantesco incendio nel deposito munizioni contenente decine di migliaia di proiettili d’artiglieria della base di Achinsk, nella regione siberiana di Krasnoyarsk. In quel caso almeno 8 persone sono rimaste ferite e15mila state evacuate dai villaggi vicini.


La regione di Krasnoyarsk è tra le più colpite dagli incendi che hanno investito la Siberia anche se non vi sono elementi che l’esplosione del deposito sia da mettere in relazione agli incendi in quella regione o alle alte temperature insolite in quell’area.

Il deposito di munizioni di Achinsk è tra le più vecchie installazioni dell’esercito russo e il suo smantellamento è previsto entro il 2022.

La serie ravvicinata di gravi incidenti che hanno colpito le forze militari russe costituisce fonte d’imbarazzo per Mosca e per il Ministero della Difesa mentre gli scarsi dettagli forniti sulle circostanze in cui sono avvenuti gli incidenti lasciano aperta anche l’ipotesi che possa essersi trattato di sabotaggi.

La Cina sa che solo il commercio porta benessere ai popoli

La zampata della Cina sull'America Latina

Pechino ha superato gli Usa negli scambi commerciali con i paesi italo-americani facendone terra di conquista
Foto: 28 aprile 2016. Una statua di Mao Zedong in un negozio di souvenir a Shaoshan, Cina, città natale del "Presidente". – Credits: EPA/HOW HWEE YOUNG

Paolo Manzo - 8 agosto 2019

Mentre l’Europa si sfibra nel discutere «Cina sì, Cina no» l’impero del Dragone, in silenzio e con la discrezione che nei secoli lo ha reso un gigante, anche dell’economia, stringe la morsa decisiva sull’America latina, continente che da anni sta invadendo a colpi di Renminbi (la valuta cinese). Ma adesso la Belt and Road Initiative (BRI), come si chiama in termini tecnici la Via della Seta, qui si fa e per davvero. E in questa parte di mondo è già vista come una fiammante scintilla di futuro. La decisione, presa ufficialmente nel 2013 dal presidente Xi Jinping con il placet dei governi locali, a piccoli ma importanti passi sta diventando quest’anno una realtà tra Caraibi e Sudamerica.

Così gli Stati Uniti - nonostante con Donald Trump abbiano visto rispolverare l’antica «dottrina Monroe» che sostiene la loro supremazia nelle Americhe e abbiano ribadito il loro peso a suon di parole e sanzioni contro Paesi come Venezuela, Cuba e Nicaragua - non sono riusciti a tenere lontano il rivale orientale dal loro «cortile di casa». Pechino nell’ultimo decennio ha superato Washington negli scambi commerciali con la stragrande maggioranza dei Paesi latinoamericani - da un giro d’affari di 17 miliardi di dollari del 2002 è passato ai 307 miliardi del 2018, con un investimento della Cina nel 2017 di oltre 200 miliardi di dollari.

La Via della seta versione America latina sarà il colpo finale: un’autostrada del futuro a base di ponti, dighe, ferrovie, porti e aeroporti, centrali elettriche e nucleari con relative reti di trasmissioni, e tanta tecnologia con il suo colosso Huawei. Ma perché una Via della seta in questa parte di mondo? La risposta è semplice. Per consentire il trasporto di minerali di ferro, rame, petrolio e soia che da soli rappresentano oggi il 70 per cento dell’export dall’America latina verso la Cina. L’America latina, insomma, è centrale per Pechino proprio come lo è l’Africa.

Il primo ad aderire entusiasta al progetto cinese è stato Panama, seguito a stretto giro di posta da 18 Paesi tra cui Uruguay, Ecuador, Venezuela, Cile, Uruguay, Bolivia, Costa Rica, Cuba, Guyana, Suriname e Perù: l’ultimo arrivato per rispolverare il progetto di ferrovia transoceanica proposto sempre dal 2013 per collegare Oceano Atlantico e Pacifico, dal Perù al Brasile, tagliando in due l’Amazzonia e consentendo alle materie prime boliviane di arrivare in Cina.

Del resto, Brasile, Argentina, Ecuador, Bolivia, Cile, Perù, Uruguay e Venezuela sono anche membri della Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture, fondata a Pechino nell’ottobre 2014, il cui scopo è proprio quello di finanziare progetti di infrastrutture che connettano la regione Asia-Pacifico con il resto del mondo.

Partiamo allora da Panama, dove la Via della seta sta costruendo la linea ferroviaria che collega la capitale con la città occidentale di David. Costo stimato iniziale, 5 miliardi di euro. Il Paese caraibico ha ufficialmente allacciato per la prima volta relazioni diplomatiche con la Cina il 12 luglio 2017, in virtù anche del ruolo strategico del suo celebre canale.

Guarda caso, quello stesso giorno una delle più grandi aziende private cinesi, il China Landbridge Group, ha iniziato la costruzione di un mega porto, il Panamá Colón Container Port, in grado di fornire i moli d’attracco per le grandi navi cargo Super Post-Panamax. Una notizia questa che colmerebbe in parte il flop del progetto del canale di Nicaragua: lanciato in pompa magna nel 2013 dal dittatore sandinista Daniel Ortega, dopo sei anni non ha ancora raccolto neanche un dollaro dai finanziatori né costruito un metro. Eppure quell’anno il progetto era stato venduto ai media internazionali come «la più grande opera ingegneristica del mondo». Ma i cinesi, la loro storia lo dimostra, non si demoralizzano. Morto un canale, se per ora non se ne può fare un altro, ci si aggiunge del proprio a quanto esiste già. Del resto, sono tanti gli interessi sul continente per non perdersi d’animo.

Lo dimostra l’Argentina, dove lo scorso aprile l’amministrazione del presidente Mauricio Macri ha firmato una lettera di intenti con l’amministrazione nazionale dell’energia di Pechino. Il contratto include un prestito di 10 miliardi di dollari dalla Banca industriale e commerciale della Cina. Una somma sufficiente a coprire l’85 per cento dei costi di costruzione dell’impianto nucleare Atucha III, sito nella provincia di Buenos Aires, che dovrebbe diventare operativo a partire dal 2021. Nella remota Patagonia poi, parla cinese una stazione per il monitoraggio dello spazio aereo.

La Cina, dunque, sembra aver salvato da un altro possibile default l’Argentina che, molti analisti da allora hanno ribattezzato ArgenChina. Per non parlare del disastrato Venezuela che riesce nonostante tutto a tenersi a galla anche grazie ai 16 prestiti da 60 miliardi di euro concessi di recente da Pechino a Caracas. Stesso discorso vale per l’Ecuador che, secondo i dati raccolti dal Financial Times, deve oltre 10 miliardi di euro alla Cina e ha ormai superato di slancio gli Stati Uniti come primo partner commerciale dell’America latina. Anche la ricostruzione dell’aeroporto internazionale Eloy Alfaro, nella città di Manta colpita da un terribile terremoto nell’aprile 2016, si sta concludendo proprio grazie ai finanziamenti di Pechino. E persino Cuba sta sostituendo Pechino al Venezuela nell’interscambio commerciale così come nelle infrastrutture: lo dimostra il mega-porto di Mariel, un’opera finanziata con oltre un miliardo di dollari dal BNDES, la Banca per lo Sviluppo economico brasiliana, destinata a essere lo snodo principale della Via della seta nei Caraibi.

Quanto al Brasile, sono i cinesi con la loro compagnia statale State Grid, la maggiore al mondo del settore, a distribuire l’energia prodotta dall’immensa centrale idroelettrica di Belo Monte, stato del Parà, in piena Amazzonia, oggetto di polemiche feroci da parte degli ambientalisti e delle locali comunità indigene per l’enorme impatto ambientale dell’opera.

Un aspetto, questo, poco evidenziato ma di grande importanza: sul piano ambientale i cinesi ci vanno pesante, molto peggio degli Stati Uniti come conferma, sempre in Brasile, il progetto della mega ferrovia che taglia in due l’Amazzonia collegando il Brasile e Perù; o il progetto del canale del Nicaragua con annessa deviazione di interi fiumi e l’attraversamento di un lago. Ancora, in Ecuador El Mirador, ovvero 1.822 chilometri quadrati di terra dati in concessione nel 2012 dall’allora presidente Correa a Pechino per costruire una serie di miniere a cielo aperto. E poco importa che la zona coincidesse con la Cordigliera del Condor, patria della seconda etnia indigena del Paese, gli Shuar.

Insomma, l’America latina è ormai terra di conquista dei cinesi con i loro progetti faraonici, l’ansia di futuro e quel quid di indifferenza nei confronti della salute del pianeta che il tintinnio dei soldi, almeno per il momento, sapientemente offusca. Un boomerang, però, per le generazioni che verranno. 

E' guerra vera guerra totale, niente illusioni - Hong Kong è parte integrante della guerra in atto e gli Stati Uniti non hanno nessuna possibilità di vincere questa battaglia che può produrre solo morti e lutti cinesi

Amb. Cina, gli Usa sostengono Hong Kong

Diplomatico avverte, 'chi di spada ferisce di spada perisce'

© ANSA/EPA

Redazione ANSAROMA
09 agosto 201914:07NEWS

(ANSA) - ROMA, 09 AGO - "Il mondo politico degli Stati Uniti sta dando sostegno e amplificando le idee dei manifestanti" a Hong Kong. Lo ha detto oggi in una conferenza stampa l'ambasciatore cinese in Italia, Li Junhua. \"Hong Kong è della Cina, e non accettiamo alcun tipo di interferenza straniera", ha aggiunto Li, che poi ha lanciato un avvertimento a Washington: "Chi di spada ferisce - ha affermato - di spada perisce".
Secondo Li, dagli Usa si continua a mettere in discussione e interferire con il principio "un Paese, due sistemi". "Sono convinto - ha detto ancora il diplomatico - che se non ci fossero stati questi attori che muovono i fili da dietro le quinte, i manifestanti più violenti non avrebbero avuto il coraggio di fare quello che hanno fatto per le strade della città". "Chiediamo agli Usa - ha affermato l'ambasciatore di Pechino - di pensare alle loro cose e di non fare agli altri quello non vorrebbero fosse fatto a loro".

NoTav - Non c’è abbastanza traffico e non ce ne sarà nei prossimi decenni. I flussi merci scelgono ormai l’asse nord-sud e valicano le Alpi attraverso Svizzera e Austria. E sotto il Frejus si sta costruendo una seconda autostrada

Portavoce Verdi, assessore a Milano
Tav, quella di ieri è stata una vittoria effimera. E il Pd resta un giallo senza soluzione


I Verdi sono contro il Tav. Questo Tav. Quello della Val di Susa. Perché diciamo sì, sia chiaro, a linee veloci nel Sud Italia, allo sviluppo della rete ferroviaria locale, oggi in disarmo, a un piano straordinario d’interventi sul dissesto idrogeologico di cui il Paese avrebbe urgente bisogno. Il no al Tav è un sì incondizionato ai miglioramenti della linea attuale, all’inasprimento delle tariffe del trasporto merci su gomma in grado di produrre esiti positivi, e di lungo termine, sull’offerta ferroviaria. È un sì alla soluzione delle criticità del nodo di Torino. Ma è un no, serio e motivato, a questo Tav.

Il perché è presto detto.


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Sgombriamo il campo dagli equivoci: non stiamo parlando di una linea ad alta velocità. Del vecchio progetto, anni Novanta, di 270 chilometri, da Lione a Torino, rimane oggi un tracciato di 57,5 chilometri, il tunnel da Saint-Jean de Maurienne a Susa, che sarà operativo, forse, dopo il 2030. Un tunnel senza nuove vie d’accesso, che saranno aperte dopo il 2038, almeno così sostengono i francesi.

Non c’è abbastanza traffico e non ce ne sarà nei prossimi decenni: i flussi merci scelgono ormai l’asse nord-sud e valicano le Alpi attraverso Svizzera e Austria. Già nel 2012 la Corte dei Conti francese sottolineò come il Tav Torino Lione si basasse su previsioni di traffico merci sbagliate, con un costo complessivo esorbitante, 26 miliardi di euro, e senza un’accertata convenienza socio-economica.

Non facciamoci illusioni, il trasporto su rotaia serve, è utile alla causa ambientale, a patto che si disincentivi quello su gomma (che produce inquinamento, CO2, rumore, mortalità…): finché quest’ultimo resta conveniente, nulla cambierà. Da anni in Svizzera, per fare un esempio virtuoso, c’è una tassa sul traffico pesante su gomma con cui è stato in parte finanziato il tunnel del Gottardo. In Italia succede il contrario: l’autotrasporto continua a godere di generosissime sovvenzioni pubbliche. Per dirne una, si sta costruendo, per ragioni di sicurezza, una seconda galleria di servizio autostradale sotto il Fréjus che farà aumentare la capacità e il traffico su gomma lungo quell’asse.

Ricapitolando: il fronte No Tav ha perso la battaglia, ma non la guerra. Il partito trasversale delle Grandi Opere a tutti i costi incassa una vittoria effimera e non definitiva perché le contraddizioni, ne abbiamo citate soltanto alcune, non mancheranno di farsi sentire. I Verdi sono, e saranno, coerentemente, contro questo Tav. Lo sono i Verdi italiani e quelli europei, gli unici ad avere una visione d’insieme delle cose, a guardare all’Europa come un’opportunità e al Tav Torino Lione come un’opera inutile, se non dannosa. La battaglia ora si sposta nel Vecchio Continente, e noi ci saremo.

E per finire: le ricadute politiche del voto parlamentare, con la clamorosa spaccatura tra Lega e 5 Stelle, saranno evidenti nei prossimi giorni e investono i partiti di governo e il maggior partito di opposizione. Sì, anche il Pd. Per ora il Pd è un giallo senza soluzione, il giallo assoluto (come finirà? finirà? quando?), come quello che scrisse Carlo Emilio Gadda alla fine degli anni Cinquanta, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Mal che vada resterà soltanto un pasticcio, l’ennesimo, della sua dirigenza in cerca di una rotta. Senza entrare nel merito delle dispute tra correnti, spesso ridotte a spifferi, la posizione del Pd sul Tav rivela scarsa conoscenza della questione e cecità politica. E un deficit clamoroso di ambientalismo. Il Pd ha tenuto in piedi questo governo. Punto. E i 5 stelle sono un esercito allo sbando che ha tradito le proprie parole d’ordine disvelando la superficialità e l’approssimazione delle sue scelte, e riconsegnando a noi, Verdi, il vessillo dell’ambientalismo. Lo terremo ben saldo.

Distruggendo i diritti di chi lavora sale la produttività

Produttività, l’Italia supera Francia e Germania

scritto da Redazione 9 Agosto 2019

Dal 2015 al 2018, la produttività del lavoro nell’industria manifatturiera è cresciuta più degli altri Paesi maggiori della moneta unica in Europa


L’industria ha dato il maggior contribuito, per circa i tre quarti del totale, alla crescita della produttività aggregata del lavoro in Italia nel periodo 1995-2017. E’ quanto emerge in un report dell’Istat. Tuttavia, nonostante ciò, la nostra industria, rispetto alle altre economie europee, ha spesso evidenziato una dinamica della produttività inferiore o insoddisfacente. Ciò è sicuramente stato vero nel passato ma dalle statistiche di contabilità nazionale di Eurostat aggiornate al 2018 emergono miglioramenti molto significativi negli ultimi anni.

La crescita. Per la prima volta la produttività del lavoro italiana nell’industria manifatturiera (data dal rapporto tra il valore aggiunto lordo a valori concatenati 2010 e gli occupati) nell’ultimo quadriennio 2015-18 è cresciuta di più di quella degli altri tre maggiori Paesi della moneta unica (Germania, Francia, Spagna). Una novità legata alle prime riforme del mercato del lavoro (Jobs act, decontribuzioni) e del finanziamento dell’innovazione in beni capitali (super-ammortamento, Industria 4.0). Nel quadriennio 2015-18, la produttività media del lavoro dell’industria manifatturiera è così aumentata nel nostro Paese complessivamente del 9,3% in termini reali, contro una crescita del 7,5% in Francia, del 7,1% in Germania e del 3,4% in Spagna. Un risultato notevole, anche perché la nostra produttività manifatturiera non era mai cresciuta così tanto nei precedenti quattro quadrienni dell’era dell’euro.

In passato. Inizialmente, era sufficiente mettere le imprese nelle condizioni di lavorare al meglio, con riforme che rendessero più efficienti e incentivanti i mercati del lavoro e dei beni capitali. Ma questa strada, che era stata coraggiosamente imboccata soprattutto nel triennio 2015-17, sembra ora compromessa dalla marcia indietro politica e decisionale che ha paralizzato il Paese nell’ultimo anno, riportandolo a logiche elettorali di deficit spendinge di assistenzialismo che sono di per sé generalmente dannose, ma che lo sono ancora di più oggi considerando anche il rallentamento economico in corso che richiederebbe invece urgenti interventi pro crescita.

Altri dati significativi. Secondo le più recenti statistiche strutturali dettagliate di Eurostat, relative al 2016, è presente uno stato di salute della manifattura italiana post-crisi eccellente. A livello aggregato la produttività del lavoro italiana nella manifattura è la più alta tra i quattro maggiori Paesi euro nelle imprese piccole da 20 a 49 addetti e in quelle medie da 50 a 249 addetti. Inoltre, il nostro manifatturiero è secondo per produttività solo alle imprese francesi anche nella classe 10-19 addetti. Facendo un confronto con la Germania, la nostra produttività media manifatturiera complessiva (61.400 euro per occupato) è molto inferiore a quella tedesca (77.400 euro). Considerando i dati della produttività, sono i settori di specializzazione e solo dopo le dimensioni di azienda a fare la differenza.

La perdita. Senza automotive la produttività media manifatturiera tedesca è superiore a quella italiana esclusivamente nelle microimprese con meno di 10 addetti. Privandosi delle sue microimprese manifatturiere, l’Italia non soltanto perderebbe una rete nevralgica di relazioni e subforniture, soprattutto all’interno dei suoi distretti industriali, ma anche circa 25 miliardi di Pil e 900mila occupati delle sue stesse microimprese.

I settori tradizionali. Nel settore tessile, la Germania supera l’Italia per produttività aggregata (53mila euro per occupato contro i nostri 50mila). Se noi e i tedeschi “rinunciassimo” ad avere le microimprese tessili con meno di 10 occupati, la nostra produttività media statisticamente migliorerebbe e supererebbe quella tedesca (59mila euro contro 55mila). Inoltre, resteremmo comunque il primo Paese tessile dell’Ue, con un valore aggiunto di 1 miliardo e 200 milioni di euro più alto di quello tedesco.

Neonicotinoidi - Gli Stati Uniti hanno dichiarato anche guerra alle api e alla loro terra

Campi sempre più tossici, apocalisse di insetti negli Stati Uniti

Api, farfalle e altri insetti sono sotto attacco per colpa dell'eccessivo ricorso ai neonicotinoidi da parte degli agricoltori americani. Un problema che si ripercuote anche sugli uccelli

di Stephen Leahy
9 agosto 2019

Api da miele all'esterno di un alveare. Secondo uno studio, negli Stati Uniti nel corso degli ultimi 25 annil'agricoltura è dvientata quasi 50 volte più tossica per le api da miele e per altri insetti. Fotografia Dieter Telemans/Panos Pictures/Redux

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Per le api da miele e non solo il paesaggio agricolo statunitense è 48 volte più tossico rispetto a 25 anni fa. Secondo un nuovo studio appena pubblicato su PLOS One le ragioni sono quasi del tutto da ascrivere al diffuso utilizzo dei pesticidi cosiddetti neonicotinoidi.

Secondo quanto spiega la co-autrice Kendra Klein, ricercatrice capo a Friends of the Earth America questo enorme incremento della tossicità corrisponde a un netto calo nel numero di api, farfalle e altri insetti impollinatori, ma anche degli uccelli.

"I neonicotinoidi sono un po' il nuovo DDT. La differenza è che per le api sono mille volte più tossici rispetto al DDT", dice Klein in un'intervista.

Klein e i ricercatori di altre tre istituzioni hanno utilizzato un nuovo strumento in grado di misurare la tossicità per le api da miele, il lasso di tempo durante il quale il pesticida conserva la sua proprietà e la quantità utilizzata in un anno. In questo modo hanno potuto concludere che la nuova generazione di pesticidi ha reso l'agricoltura molto più tossica per gli insetti.
Le api da miele infatti sono un utile indicatore per fenomeni che valgono per tutti gli insetti. Anche l'Agenzia per la protezione ambientale americana (EPA), aggiunge Klein, fa la stessa cosa quando ha bisogno di raccogliere dati finalizzati alla registrazione di qualche nuovo fitofarmaco.

Lo studio ha rilevato che i neonicotinoidi contribuiscono a questo aumento di tossicità per il 92%. Questo tipo di sostanza, continua Klein, non è solo incredibilmente tossica per le api da miele ma continua ad essere pericoloso per tutto l'ambiente per oltre 1000 giorni dopo l'utilizzo.

"La buona notizia - dice ancora Klein - è che non abbiamo bisogno dei neonicotinoidi. Abbiamo alle spalle quattro decenni di ricerche e di evidenze che i metodi agroecologici possono far crescere il nostro cibo in sicurezza e senza decimare gli impollinatori".

"È impressionante. Questo studio rivela come l'ambiente abbia accumulato queste sostanze. Ciò a sua volta spiega il motivo per cui gli insetti impollinatori sono diminuiti", aggiunge Steve Holmer dell'American Bird Conservancy.

Di pari passo con gli insetti, infatti, anche il numero degli uccelli che mangiano insetti è precipitato negli ultimi decenni. C'è anche stato un declino diffuso di tutte le altre specie di uccelli, continua Holmer: "Ogni volatile, infatti, ha bisogno di mangiare insetti a un certo punto del proprio ciclo vitale".

Ma cosa sono i neonicotinoidi?
Queste sostanze vengono usate su oltre 140 diverse colture agricole in più di 120 Stati. Aggrediscono il sistema nervoso centrale degli insetti causando l'iperstimolazione delle loro cellule nervose, la paralisi e poi la morte.

Sono insetticidi sistemici. Significa che le piante li assorbono e incorporano la tossina in tutti i loro tessuti: steli, foglie, polline, nettare, linfa; e che i neonicotinoidi non lasciano mai le piante: dalla semina al raccolto, foglie morte comprese. La maggior parte di quelli utilizzati negli Stati Uniti sono impiegati nel rivestimento dei semi: quasi tutti quelli del mais e per olio di semi, la maggior parte dei semi di cotone e soia e molte piante da giardino.

Comunque solo il 5 per cento della tossina finisce nella pianta della soia o del mais, il resto va nel terreno e nell'ambiente. I neonicotinoidi si dissolvono rapidamente nell'acqua: il risultato è che i pesticidi usati in un campo non restano in quel campo. Diversi studi hanno verificato come queste sostanze abbiano contaminato corsi d'acqua, laghi e paludi.

Quella di oggi è invece la prima ricerca che si concentra su quanto i terreni agricoli siano diventati tossici per gli insetti, mostrando come i livelli di tossicità siano decollati nel momento in cui i semi hanno cominciato ad essere trattati con neonicotinoidi. "È in quel momento che gli apicoltori hanno iniziato ad accorgersi del calo delle api", dice Klein.

Si tratta di correlazioni. La ricerca infatti non quantifica né stima quanto api e altri insetti siano esposti. Lo studio non si è soffermato su tutti gli altri effetti - non mortali - documentati sugli insetti come l'indebolimento delle capacità riproduttive, l'alterazione delle funzioni immunitarie o l'incapacità di muoversi in modo efficace.

"Per questo riteniamo che la nostra ricerca costituisca una stima molto prudente", specifica Klein.

È l'apocalisse degli insetti?
Alcuni scienziati avvertono da tempo che è in corso una "apocalisse degli insetti". Nel 2014 una analisi globalesu 452 specie stimò che il numero degli insetti era calato del 45% nel corso degli ultimi quarant'anni. Negli Stati Uniti, ad esempio, il numero delle farfalle monarca è crollato tra l'80 e il 90% negli ultimi vent'anni. E uno studio pubblicato il mese scorso ha documentato il calo di 81 specie di farfalle nel solo stato dell'Ohio a una media del 33% negli ultimi due decenni. Le misurazioni sistematiche delle popolazioni di farfalle - aggiungono i ricercatori dell'Ohio - sono il miglior indicatore per capire cosa sta accadendo ai 5,5 milioni di specie di insetti del mondo.

Non solo api, farfalle e altre specie impollinano un terzo di tutte le colture mondiali; il calo del numero degli insetti ha anche catastrofiche conseguenze ecologiche. Il celebre entomologo di Harvard E.O. Wilson ha avvertito che senza insetti la vita sul pianeta, compresa l'umanità, "sparirebbe quasi tutta nel giro di pochi mesi".

Nell'aprile del 2019 un corposo studio avvertì del fatto che il 40% di tutte le specie di insetti va incontro all'estinzione a causa dell'uso di pesticidi, in particolar modo i neonicotinoidi dal momento che sono i più utilizzati, ma anche a causa del cambiamento climatico e della distruzione di habitat.

Gli autori dello studio riconoscono che la loro analisi è "semplicistica e, in quanto tale, non costituisce una base solida per trarre conclusioni sul rischio", dice David Fischer, primo scienziato e direttore della sicurezza degli impollinatori al Bayer Crop Science.

Fischer ha scritto in una email che le agenzie regolatrici - come l'EPA - hanno concluso che il trattamento dei semi con neonicotinoidi comporta un basso rischio. Bayer Monsanto produce l'imidacloprid e il clothianidin, due dei tre neonicotinoidi che più hanno contribuito a questo sovraccarico di tossicità secondo lo studio pubblicato su PLOS One. Il terzo - il thiamethoxam - è prodotto da Syngenta-ChemChina.

"Sugli organismi che non costituiscono un bersaglio, i neonicotinoidi sono meno tossici di molti altri pesticidi. E se utilizzati come indicato sull'etichetta, non pongono grossi rischi neanche alle api", scrive Syngenta in una nota.

Nel 2018 l'Unione Europea ha vietato l'uso dei neonicotinoidi in pieno campo basandosi proprio sul rischio che la sostanza pone agli impollinatori. Nel 2019 il Canada ha approvato delle restrizioni per questo tipo di sostanze.

Secondo uno studio del 2018 le fattorie che utilizzano neonicotinoidi soffrono dieci volte di più la presenza degli insetti e generano la metà dei profitti rispetto alle fattorie che usano metodi agricoli rigenerativi. Così come l'agroecologia, i metodi agricoli rigenerativi comprendono le colture di copertura, non dissodano e usano altri "trucchi" per aumentare la biodiversità e la salute del terreno. Secondo il co-autore Jonathan Lundgren, agroecologo e direttore della ECDYSIS Foundation, alle colture rigenerative di mais e soia analizzate nello studio gli insetti non davano motivi di preoccupazione.

Lundgren, che coltiva anche cereali nel South Dakota, aggiunge che gli agricoltori che dipendono dalle sostanze chimiche stanno per uscire dal mercato "e questo è doloroso da vedere, dal momento che abbiamo già testato altre soluzioni scientificamente valide. Lavorare insieme alla natura è anche un buon affare", conclude.

La 'ndrangheta dilaga nel mondo - Canada, Ontario

‘Ndrangheta, seconda tranche dell’operazione che collega l’Italia al Canada: 16 arresti a Reggio Calabria


L'inchiesta Canadian 'ndrangheta connection per la prima volta ha documentato che in Canada esiste una struttura territoriale riferibile alla locale di Siderno. I primi 12 arresti erano stati portati a termine il 18 luglio scorso. Raggiunti da ordinanze di custodia cautelare elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle 'ndrine Muià e Figliomeni e della potente cosca Commisso

di F. Q. | 9 AGOSTO 2019

“La ‘ndrangheta non ha confini decisionali e Siderno non è un ‘locale’ come tutti gli altri, ha competenze che non ha nessuno”, aveva detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo il 18 luglio scorso, in occasione della prima tranche di arresti dell’operazione Canadian ‘ndrangheta Connection. Che ora prosegue: stamattina sono state arrestate 16 persone all’interno dell’operazione Canadian ‘ndrangheta Connection 2 della polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria.

Le ordinanze di custodia cautelare hanno colpito elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle ‘ndrine Muià e Figliomeni e della potente cosca Commisso di Siderno (Reggio Calabria). Le accuse sono, a vario titolo, di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l’aggravante del ricorso al metodo mafioso, cioè al fine di agevolare la ‘ndrangheta.

È un “ulteriore ed importantissimo tassello nell’azione di contrasto al crimine organizzato di matrice calabrese che, ormai da diverso tempo, ha posto le sue radici in vari stati ed in particolare nella ricca regione dell’Ontario“, dice la Polizia di Stato in una nota sull’operazione in cui sono stati impiegati 150 agenti. I risultati delle indagini consentono di “affermare che l’organo di governo della locale di Siderno non opera più solo in territorio calabrese (trasmettendo ordini all’estero) – continua la nota – ma lo fa direttamente in territorio canadese, all’evidente fine di rendere sempre più efficiente la sua struttura ed efficace l’azione di comando”.


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L’inchiesta, che il 18 luglio aveva portato all’arresto di altre 12 persone, ha documentato per la prima volta che in Canada, dove le cosche calabresi operano da decine di anni, esiste una struttura territoriale riferibile alla locale di Siderno, governata da un organismo abilitato a riunirsi all’estero e ad assumere decisioni anche con riferimento alle dinamiche criminali esistenti in Calabria. Secondo quanto emerso nella prima parte dell’operazione il gruppo in Canada è noto come Siderno Group of Crime.

“Particolare rilievo ed efficacia investigativa – spiega ancora la Polizia – hanno avuto le risultanze delle due indagini, canadese ed italiana, che, avviate autonomamente, in maniera completamente distinta dalle diverse autorità giudiziarie, ciascuno nei territori di propria competenza, hanno, successivamente, trovato punti di collegamento e convergenze tali da spingere gli investigatori stranieri ad inviare spontaneamente alcune loro risultanze di indagine e ad avviare contatti con gli investigatori italiani”. “Le attività di indagine fanno ritenere che le cosche di ‘ndrangheta di Siderno con le loro propaggini oltreoceano, – conclude la nota – stiano realizzando diversificate attività illecite nella Greater Toronto Area, forti dello stretto legame che unisce tra la Camera di Controllo canadese al Crimine di Siderno“.

La presenza e l’operatività della ‘ndrangheta in Canada, ricordano gli investigatori, è confermata anche da una sentenza emessa dalla Corte Superiore di Giustizia dell’Ontario il 28 febbraio 2019 nell’ambito dell’inchiesta “Project Ophenix“, condotta dalla Combined Forces Special Enforcement Unit (Csfeu) di Toronto, con la quale la ‘ndrangheta è stata riconosciuta, per la prima volta, come un’organizzazione criminale pienamente operante in quel territorio. L’indagine, svolta grazie al prezioso contributo di un agente infiltrato, che nel 2014 registrò numerosi incontri con importanti esponenti della criminalità italo-canadese, ha permesso di raccogliere validi elementi probatori a carico di Giuseppe Ursino, nato a Gioiosa Ionica (Reggio Calabria) e che è stato condannato a 12 anni e mezzo di carcere per traffico internazionale di stupefacenti e associazione a delinquere.

Diritto internazionale fottiti - L'Iran combatte per il suo diritto alla sicurezza. Un principio irrinunciabile per ogni vera Nazione. Come altrettanto valido è il principio per ogni popolo di combattere gli invasori

Middle East·Agosto 9, 2019·1 min lettura

Iran: «Hamas ed Hezbollah provocheranno il collasso di Israele»

Il comandante in capo del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione torna a minacciare Israele ammettendo apertamente che l’Iran finanzia gruppi terroristici

Hossein Salami, comandante del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica

In caso di guerra, Hamas ed Hezbollah provocheranno il collasso di Israele. A dirlo non è uno qualsiasi ma il capo del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), Hossein Salami.

Ieri il Ministro delle Difesa iraniano, Amir Hatami, parlando durante una teleconferenza con le sue controparti del Kuwait, Qatar e Oman, Hatami ha detto che l’annunciata partecipazione di Israele alla missione americana volta a garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico sarebbe «una gravissima provocazione».

Martedì sera era stato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ad annunciare la partecipazione israeliana alla “Operazione Sentinel” anche se solo per quanto riguarda l’intelligence.

L’annuncio aveva provocato le immediate reazione iraniane tra le quali la più virulenta era stata quella del comandante delle guardie rivoluzionarie che aveva parlato di atto di guerra e di provocazione molto grave avvertendo che se Israele cercava lo scontro con l’Iran ne avrebbe subito le grazi conseguenze.

In una intervista alla agenzia Tasmin, Hossein Salami ha detto che «un asse del potere è stato plasmato dall’Iran» specificando cosa intendesse per “asse del potere”.

«Un asse del potere è stato modellato in Siria, Libano, Palestina e altrove. I sionisti devono essere consapevoli che una guerra provocherà l’irreversibile collasso del regime sionista».

Salami è stato poi ancora più specifico sostenendo che Hamas ed Hezbollah negli ultimi anni hanno acquisito «potere ed esperienza» e oggi sono in grado di portare lo Stato Ebraico al collasso.

L’intelligence israeliana da settimane ha prodotto le prove che oltre ad Hezbollah l’Iran sta finanziando e armando anche Hamas con l’intento di stringere Israele in una morsa mortale.

Due giorni fa è emerso che l’Iran ha aumentato considerevolmente i finanziamenti in denaro destinati ad Hamas portandoli da sei milioni di dollari al mese a 36 milioni di dollari al mese.

Ancora non si registrano reazioni da parte israeliana alle gravi parole di Hossein Salami.

Salvini aveva il ruolo di far risorgere la destra, c'è riuscito, ma la sua protervia l'ha portato troppo avanti, allora i segnali sono arrivati forti e chiari, russiagate,e il nostro ha capito e subito ha sterzato mollando il M5S che nel frattempo è diventato uno zombi che cammina

IN ATTESA DEL “DICIOTTI-BIS” – Poi semmai il voto

Maurizio Blondet 9 Agosto 2019 

Salvini ha chiesto a Conte di dimettersi. In che mondo vive? Conte, ovviamente, non l’ha fatto: venga in Parlamento a spiegare come mai toglie la fiducia a questo governo.

E intanto Conte resta presidente del Consiglio, e : “Non permetterò più che si alimenti la narrativa di un governo che non opera, di un governo dei NO. Questo governo in realtà ha sempre parlato poco e lavorato molto. Questo governo non era in spiaggia !”

Vorrei umilmente ricordare che a questo punto, la Lega di Salvini non solo ha contro tutti, ma è ridotta ai suoi soli seggi in parlamento. Ossia è in minoranza. Con un M5S che ha 180 parlamentari, contro ed ostili.

Vorrei ricordare il caso Diciotti. Salvini fu incriminato di sequestro di persona aggravato dal procuratore di Agrigento, Patronaggio. Il quale chiese l’autorizzazione a procedere al “tribunale dei ministri” di Palermo. Rischiava 15 anni di carcere, Salvini. Fu salvato dai 5S che votarono contro l’autorizzazione a procedere, forzando la loro minoranza interna che è “contraria di principio all’immunità parlamentare” – e direttamente da Conte, che si assunse la corresponsabilità politica delle azioni del “Capitano”.

Ora, basta che si ripeta una situazione del genere, con nave di scafisti “umanitari” bloccata dal decreto “Sicurezza bis” e , poveri negretti tutti minorenni e incinti fatti soffrire dal disumano Salvini, e il procuratore lo incrimini di nuovo. Stavolta “il Capitano” non sarà salvato dai voti grillini. Essi voteranno col PD per la sua incriminazione: mettendo in atto la maggioranza alternativa che in parlamento “c’è già”, come proclama Il Fatto che da sempre lo vuole (lo esige il Procuratore)
(Titolo de Il Fatto)

Anzi, la situazione del genere è già in corso:

[UPDATE] Mentre la #OceanViking inizia la sua attività di Ricerca e Soccorso questa sera, il nostro pensiero va ai 121 sopravvissuti a bordo della #OpenArms @openarms_it che sono stati lasciati in mare per 7 giorni e necessitano dell’indicazione di un Posto Sicuro al più presto.

Si farà la galera. Decadrà dalla carica di ministro, ovviamente. La sua fantastica “maggioranza nei sondaggi”, che sembrava così solida fra il “Popolo” degli impasticcati del Papeete, finirà in vapore. A quali elezioni spera di andare?

Certamente, ha tutti contro: da Bruxelles a Berlino e Francoforte, da Mattarella ai Tg, dal PD (che comunque mantiene un robusto 27% nei sondaggi), e tutte le “istituzioni”. Che hanno in mano gli “strumenti istituzionali”: Fra essi, ce n’è uno che stanno inventando: che se si va elezioni, esse sono gestite dal ministero dell’Interno. Ma in questo caso Salvini non può restare ministro degli Interni, visto che ha provocato la crisi.

Per toglierlo dalla poltrona, basta che Conte, invece di cadere in aula su un voto di sfiducia – perché in questo caso sarebbe “questo” governo con “questo” ministro a portare il paese al voto, e ciò è sgradito – dia le dimissioni nella mani del Capo dello Stato: ciò darà a questo la possibilità di mettere insieme un governo elettorale, ossia solo per le elezioni – ovviamente senza Salvini. Questo progetto è spigato da Huffington Post, dal ventriloquo del Quirinale:

Una crisi spericolata

Mai si era visto un simile azzardo. La protervia di imporre la data del voto, la pretesa di gestirlo dal Viminale, da arbitro e giocatore. E il rischio di non aver un governo per la prossima manovra. Il plebiscito sovranista è un delirio di onnipotenza



Qualcuno sta obiettando che “Monti, che Gentiloni” dimissionari hanno gestito loro le elezioni. Sì, appunto: perché erano capi di governo, non ministri dell’Interno.

Salvini senza ministero dell’interno torna ad essere il nessuno che è. Mesi di grida e di mangiate su Facebook ne faranno il personaggio patetico e sgangherato che è.

Insomma, Salvini ha scelto male il momento e il modo per mettere in crisi il governo “del cambiamento”, in piena mancanza di lucidità e delle conseguenze. Si perché i leghisti capi delle regioni lo hanno messo alle strette, basterà dire questo: si sognino le autonomie. La Lega come partito del Nord rischia di tornare al 5, diciamo al 10 per cento.

Dimenticavo: il decreto Sicurezza-bis è stato disapprovato da Mattarella come inumano e forse anticostituzionale. Ora ci sono i numero per cancellarlo.

Senza Salvini agli Interni arriveranno i negri africani a decine di migliaia, scaricati da tutte le Sea Watch e Open Arms che il governo franco-tedesco riuscirà a suscitare e finanziare. L’unica cosa che Salvini è riuscito a fare, sgangheratamente, sarà annullata. Magari addirittura un ministro degli interni sostitutivo otterrà dalla ONG scafiste (Berlino) che per qualche settimana non facciano più i “salvataggi”, la situazione sembrerà risolta al “popolo” del Papeete.


(Alcuni lettori mi hanno chiesto se proprio dovevo postare questa foto, e cosa significa. Vuol ricordare che è qui che lo vogliono i centrisociali, le ONG, e Bergoglio. Infatti El Papa ha lanciato sui suoi giornalidi servizio il grido a cui nessuna “sinistra” si sottrae: la chiamata antifascista.

(Guardate che lo fanno. Benedetti da El Papa)

Le parole del capo dei Centri Sociali per Soros, El PapaBergoglio:

«Il sovranismo è un atteggiamento di isolamento. Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. ‘Prima noi. Noi… noi…’: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura”. In una lunga intervista alla Stampa, pubblicata oggi, papa Francesco punta nuovamente il dito sul pericolo che sente arrivare dall’onda nera che si sta diffondendo anche, ma non solo, in Italia.

Ultima chicca, da non perdere. Cosa teme più di tutto per il nostro Pianeta? gli chiede Agasso Jr:

E lui: “La scomparsa delle biodiversità. Nuove malattie letali. Una deriva e una devastazione della natura che potranno portare alla morte dell’umanità”, dice esprimendo però fiducia “in particolare nei movimenti di giovani ecologisti, come quello guidato da Greta Thunberg, Fridays for future. Ho visto un loro cartello che mi ha colpito:
il futuro siamo noi!”.

La Lega ha lanciato l'Opa vincente sul Sistema massonico mafioso politico. Il M5S è divenuto uno zombi che cammina. La forza propulsiva che ha spinto gli italiani a cambiare non deve ricadere nel Sistema e per questo serve un Progetto Alternativo che deve cominciare a camminare, forse il 12 ottobre emetterà un vagito. L'Euro è un Progetto Criminale

INVITANO ALLA GUERRA CIVILE – O AL PUTSCH

Maurizio Blondet 8 Agosto 2019 

Questo governo doveva realizzare l’Italexit (sennò perché si sono messi insieme?). Non l’ha fatto per un insieme di motivi: viltà, cacasottismo, stupidità, tradimento, incultura. Da adesso in poi, la durata del governo non interessa più noi. Interessa loro.

Soprattutto i grillini. Sanno che se si andasse al voto anticipato, sarebbero spazzati via. Perciò sono i migliori alleati del Colle, il quale ovviamente non ha la minima intenzione di farci votare, e dare la maggioranza strepitosa alla Lega.

Il Colle userà tutti i trucchi, ed avrà l’appoggio di Grillini e Piddini. Una semi-maggioranza parlamentare.

E’ il caso di leggere l’intervista che dà al Manifesto Rino Formica, 92 anni, nenniano, craxiano e post-craxiano, un tempo colui che si oppose al divorzio Tesoro-Bankitalia…..un passato anche in parte oscuro, perché oggi invoca l’uso della forza in difesa delle “istituzioni” marce che (in parte) ha combattuto a modo suo in passato lontanissimo. Va letto perché dice esattamente qual è l’animus dei “poteri costituiti”, che il potere occupano da 40 anni e lo chiamano “istituzione”.

Rino Formica: «È l’ultima chiamata prima della guerra civile. Ora il Presidente parli»

L‘intervista . L’ex ministro socialista: «Assistiamo alla decomposizione delle istituzioni, nel decreto sicurezza si accetta la fine del ruolo di Palazzo Chigi. I leader politici sono screditati. Solo un’autorità morale e politica può mobilitare la calma forza democratica dell’opinione pubblica. Lo strumento c’è, è il messaggio del Colle alle camere»


Formica, anzitutto, giustifica come assolutamente legittimo quel che fece Mattarella quando scelse Cottarelli : “Il presidente dà l’incarico esplorativo a Cottarelli e questo incarico viene sospeso dall’esterno da due signori che notificano al Quirinale di non procedere perché stanno stilando un «contratto» di cui indicano l’arbitro, il presidente del consiglio”. E’ stato “un errore” accettare questo, dice. Perché il “contratto di governo”

“È il declassamento dall’accordo politico a contratto di natura civilistica, uno stravolgimento costituzionale….una extrademocrazia aperta a tutti i venti”

“Questo governo un cavallo di troia nelle istituzioni. È la mela marcia che infetta il cesto”.

Insomma Lega e Cinque Stelle sono intrusi nel potere che spetta ad altri. Un corpo estraneo e illegale che infetta il meraviglioso cesto delle istituzioni, sanissime e purissime: dall’Unione Europea al Quirinale, alla Palamara (volevo dire: la Magistratura) alla burocrazia strapagata e inadempiente, ricchi di Stato e partiti (lui intende l’unico legittimo, il PD) – che sono solo un po’ stanchi.

“Il paese è stanco, il Pd non è in condizioni di rimotivarlo”. Financo i media mainstream, per Formica, sono “istituzioni” sane, minacciate dalle “ tribù che occupano le posizioni che una volta erano del governo”. “Hanno aggredito Radio radicale, i giornali, dal manifesto all’Avvenire, intimidiscono anche la stampa più robusta”.

Dunque in questa visione – che è quella stessa dei Moscovici, della Van der Leyen, della Merkel, di Draghi, questi che abbiamo votato sono “tribù” che occupano criminalmente i posti che spettano per diritto divino ai partiti “istituzionali” e alle istituzioni superpartitiche e super-nazionali , le sole legittimate a governarci, dai Cottarelli ai Juncker, dai Disselbloem a chiunque Mattarella designi, purché non votato da nessuno. Perché sono i voti, diciamocelo, a sporcar la legittimità e purezza delle “istituzioni” che sono così belle e sane come la Palamara e come BCE, che sono minacciate nel loro potere da queste tribù.

“Non c’è tempo da perdere”, prosegue il vecchio nenniano (istituzionale). Insomma c’è lo stato di emergenza. “Serve l’autorità morale e politica che può creare un nuovo pathos nel paese”.

E dove sarebbe questa autorità morale? Ma è ovvio. Nel presidente della Rep. Mattarella “deve rivolgersi al parlamento. L’opinione pubblica deve essere rimotivata, deve sapere che ha una guida morale, politica e istituzionale [detto senza ridere, ndr.]. Si sta creando il clima degli anni 30 intorno a Mussolini”.

L’autorità morale, al centro, fra altre due

“Un messaggio del presidente darebbe forza a quelle tendenze maggioritarie nell’Ue che hanno bisogno di sapere se in Italia c’è qualcuno che denuncia il deperimento democratico. Anche perché, non dimentichiamolo, l’Unione ha l’arma della procedura di infrazione per deperimento democratico, già usata per la Polonia. La signora Van der Leyen non potrebbe non intervenire”.

Chiaro il concetto? Mattarella lancia l’allarme, la “democrazia” è in pericolo, in modo che intervenga la UE, con la sua Commissione e la sua polizia : la Eurogendfor, la polizia sovrannazionale orwelliana, per espellere la mela marcia che infetta il cesto e tradurla al Tribunale internazionale.

Perché, parliamoci chiaro, conclude Formica:

“Se questa situazione va avanti, fra due anni Salvini si eleggerà il suo presidente della Repubblica, la sua Consulta, il suo Csm e il suo governo. Siamo al limite. Lo dico con Nenni: siamo all’ultima chiamata prima della guerra civile nazionalsovranista”.

Capito? Sono pronti e disposti alla guerra civile per continuare a possedere “il NOSTRO presidente, la NOSTRA Consulta, il NOSTRO CSM e il NOSTRO governo”. Ed hanno i mezzi per farla, primo di tutti l’appoggio della UE. Assolutamente legittimo. Un trionfo generale e totale della legittimità..

Basta, per stasera?

Ora come quanto e cosa produrre ancorato alla posizione centrale dell'Italia nel mediterraneo e alla nostra storia



Pubblicato il 9 agosto 2019 di pierluigi fagan

Si scriveva qui all’indomani del voto alle elezioni politiche del 2018, che l’Italia sembrava essersi messa in moto verso dove non si sapeva. A volte il muoversi ha chiaro solo il da dove scappare, non necessariamente il dove andare. Tale transizione giunge oggi ad un nuovo passaggio, da cui la breve analisi e commento.

In Italia, come del resto in Francia, Germania, Spagna ed altrove c’è una storica maggioranza di centro-destra vs un minoranza di centro-sinistra. Da quando seguo cose politiche, ovvero da non pochi decenni (parecchi decenni, più di tre) tale differenza si conferma più o meno puntualmente ad ogni elezione. Può essere più o meno pronunciata a seconda di quanta gente dei rispettivi schieramenti va a votare e -in alcuni rari casi come quello di Prodi- quando il centro-sinistra trova l’intenzione di aggregarsi nonostante le forti differenze interne, differenze più marcate e dirimenti di quelle del contro-destra, invertire gli storici rapporti di forza. Data la maggiore eterogeneità però, il centro-sinistra che pure arriva a sintesi nel cartello elettorale, naufraga poco dopo su qualche votazione marginale poiché i compromessi corrodono l’identità, là dove soprattutto per le forze più a sinistra del cs, l’identità è tutto. Essendo le più deboli, sono poi quelle a cui si chiedono i maggiori sacrifici identitari. Su questa sociologia delle intenzioni politiche che non muta quasi mai o molto lentamente, si verificano elezioni ora con questi simboli ora con altri, ora con questi leader ora con altri.

L’unica cosa che potrebbe auspicare un analista non troppo coinvolto nel giudizio di valore ovvero non troppo coinvolto nel fluttuare di maschere e discorsi che lasciano il tempo che trovano e verniciano di nuovo vecchie tenzoni, è solo di continuare a transitare, creare e distruggere forze politiche, creare e distruggere forme di governo, andare a votare il più spesso possibile, sperabilmente col sistema proporzionale. L’unica cosa che è interesse di tutti avvenga, è che la transizione vada avanti. E’ per non averla fatta, per averla congelata all’indomani dei primi anni ’90, che abbiamo accumulato una trentina di anni di ritardo rispetto a ciò che andava fatto. E’ un po’ come nelle forti sbronze, si combatte contro il combinato disposto di mal di stomaco e mal di testa ma alla fine, l’unica soluzione, sono le due dita in gola.

L’attuale step della transizione vede un giovane outsider cresciuto nell’alveo del cd dominato dal patriarca miliardario, pronto ad ereditare la leadership dell’area. Con una destra come sempre ambiguamente affezionata alla sue radici storiche da molti oggi riconsiderate con smemorata simpatia ed un centro che sta formando un nuovo partito maquillage tipo “c’è anche il centro perbene” fatto da Toti, Romani e vedremo chi altro, il partito dalle radici lombardo-venete è ora pronto ad ereditare le ragnatele di poteri alti e bassi, che storicamente il cd ha soddisfatto e senza le quali in Italia, semplicemente, non puoi governare. Il Vaticano versione sfida planetaria, oggi si occupa meno delle italiche cose. Vale quindi per il capitale bianco (grande e piccolo, produttivo e finanziario) e la delinquenza organizzata (ovvero capitale nero), non meno che massoni e furbacchioni con forza locale di vario tipo e tradizione, vale per l’allineamento atlantico, magari non sfrenatamente ostile ai russi. Ma al di là del bon ton formale quando si tratta di dover scegliere, la casella è già barrata, bisogna solo essere ciò che si è deciso noi si debba essere. Oggi poi vale per l’amico americano anche come perno meridionale assieme al perno settentrionale londinese, per attanagliare e normalizzare l’Europa anziana, velleitaria, presuntuosa senza poi poterselo davvero permettere. L’americano è in segnata contrazione di potenza, da qualche parte dovrà pur rifarsi, no?

Dall’altra parte, al punto più basso delle forme di vita di sinistra in quanto tale (un “quanto tale” per altro, sempre più problematico da definire, almeno dal 1991) e tolto il cupio dissolvi dell’ex cd del patriarca anziano che non accetta di morire e che non si sa come prenderà l’ultima sfida del giovanotto baldanzoso, il c.d. “centro-sinistra” sembra finalmente pronto a terminare la sua angosciosa fase di ambiguità ontologica. Un nuovo centro liberal macronian-blairiano, tutto start up e diritti civili si spera la smetterà di tentar la scalata ostile ad un partito di tradizione blandamente sociademocratica, farà outing e chiarirà il parterre delle forze politiche reciprocamente combattenti. Cosa faranno invece i blandi socialdemocratici che nel frattempo sono diventati anche un po’ tanto liberali ma anche cattolici oltre a qualche ex-comunista, più romantico che effettivo (potenza del com’era bello quando ero giovane e credevo in qualcosa), residuo della inesorabile potatura anagrafica, non è dato da sapere o prevedere in quanto al di là dei singoli nomi e maschere sempre più sbiadite, la sostanza pensante di quell’area sembra ai minimi storici assoluti e non solo in Italia. Anche loro, da dopo il ’91, non ci hanno capito più nulla.

Inoltre, l’unica vera novità della transizione, il M5S, dopo il duro contatto col mondo reale del governo delle cose e non delle chiacchiere, dovrà riflettere su chi è, come opera, in cosa crede, che progetti concreti ha, che classe politica non ha, quale sia la sua funzione storica e se è in grado di espletarla. Un soggetto poi tripartito tra militanti-simpatizzanti più o meno occasionali, il nuovo corpo dei funzionari con esperienza per quanto piccola di governo o sottogoverno, la misteriosa holding che ne gestisce alcuni aspetti. Anche loro in transizione quindi, ma controllata, a volte frenata.

Infine, il tasto più dolente, il fatto più preoccupante, i protagonisti effettivi della “transizione”: gli italiani. Gli italiani non sembrano esser all’altezza della fase storica. Lo si nota dagli intellettuali, epifenomeno che dice chiaramente di quale consistenza sia la sottostante cultura generale, quella da cui dovrebbe provenire o sperabilmente la volontà generale o quantomeno la somma della volontà particolari. Non sembrano esserci idee, analisi compiute su i fatti duri, progetti, stimolazioni, intuizioni, percezioni complesse e reali di riflesso alla complessità reale del Mondo. Questo deserto intellettivo interrotto solo da una ancora immatura presa di coscienza del problema UE-euro, oltreché da un chiocciare polemico ineffettivo che dalla tv rimbalza ai social e viceversa, preoccupa. Stante che siamo manifestamente campioni mondiali di critica, si potrebbe chiedere a chi studia e riflette anche uno straccio di idea da provare a concretizzare o si ha così paura di ricevere pochi like? O l’ipertrofia dei neuroni destruens ha messo in ipotrofia quelli costruens?

Più la transizione avanza, più il problema del non sapere dove si sta andando si fa serio. Le transizioni sono sempre fonti di più o meno piccoli o grandi disordini, qualcosa non si è più, qualcos’altro non si è ancora. Ma le società umane nascono per dare ordine e mal tollerano il disordine. Quando il disordine eccede, la domanda di ordine purchessia si fa imperiosa, irrazionale, immediata. Il fastidio del disordine che le transizioni procurano, è stata storicamente la causa di clamorosi irrigidimenti. Paure deviate, magari provenienti dalla situazione sociale ma trasformate abilmente in qualche feticcio a cui dar fuoco come le streghe del morente Medioevo. Un secolo fa, il nostro Paese è stato uno degli esempi più limpidi di cosa succede quando il quieto tran tran è perturbato troppo intensamente e troppo a lungo. Dopo non ci si ricorda più bene come è potuto accadere, di chi la colpa, perché la colpa era di tutti o del gran numero e quindi anche di tutti coloro che non sono stati in grado di evitare si formasse quel “gran numero” di ansiosi richiedenti “ordine purchessia!”, di solito preceduto dal sintomatico: “Adesso basta!”.

Solo le idee ci possono salvare. Aggrappiamoci ad idee che abbiano radici nella realtà concreta e contraddittoria ma solida. Se non ci diamo una via, c’è solo la selva oscura.