L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 17 agosto 2019

Finito il periodo della ricostruzione bellica dovuta dalla seconda guerra mondiale l'orologio è ritornato indietro a ingrassare i profitti erodendo i salari

Il neoliberismo, i salari e l’euro

di Leonardo Mazzei
11 agosto 2019

Sul Sole 24 Ore del 2 agosto è apparso un interessante articolo di Cristina Da Rold, sulla dinamica delle disuguaglianze salariali dell’ultimo quarantennio. L’articolo - che prende le mosse da un rapporto dell’Inps, presentato il 12 luglio scorso - mette a fuoco diversi aspetti della questione, sui quali appare utile soffermarsi. Accanto a diverse verità vi sono naturalmente delle significative omissioni, ma stiamo pur sempre parlando del giornale di Confindustria.

Seguiamo dunque l’esposizione della Da Rold.

Un processo quarantennale: vero, ma…

Scrive la giornalista che l’aumento delle diseguaglianze salariali è in atto da un quarantennio, cioè dalla fine degli anni ’70. Che non si tratterebbe dunque di un prodotto della crisi bensì di un fenomeno di ben più lunga durata.

E’ senz’altro così, e chi ha vissuto personalmente la svolta neoliberista a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta del secolo scorso, ricorderà bene come quel passaggio venne vissuto già allora (quantomeno dai settori più consapevoli) come una pesante sconfitta del movimento operaio. Sconfitta che non poteva non portare con sé l’aumento delle disuguaglianze. Un percorso che ha subito però quattro momenti di grande accelerazione: il trattato di Maastricht all’inizio degli anni novanta, l’ingresso nell’euro alla fine di quel decennio, l’inizio della crisi nel 2008, l’accentuarsi delle politiche di austerità nel 2011.

Insomma, se è vero che la crisi non è la causa di tutti i mali, essa – con il mix di neo ed ordo liberismo che ne è seguito – ha funzionato però da potente acceleratore delle disuguaglianze in generale, di quelle salariali in particolare.

Redditi da lavoro in calo dagli anni settanta: vero, ma…

Da Rold riporta poi quella che è una verità ben nota da tempo, cioè il calo della quota salari sul totale dei redditi. Ella ci dice in sostanza due cose: che la quota salari nell’eurozona è calata dal 70% degli inizi anni ottanta, ad un valore attuale attorno al 60%; che mentre i salari medi aumentavano le disuguaglianze diminuivano e viceversa.

La questione si presta a diverse osservazioni.

In primo luogo, la diminuzione della quota salari (evidentemente a vantaggio del profitto e della rendita) è stato un fenomeno comune a tutti i paesi capitalistici avanzati. Sulla materia circolano diverse cifre, tutte concordi però sul senso e sulle dimensioni di questo gigantesco trasferimento di ricchezza a danno del lavoro dipendente. In Italia, secondo i calcoli dell’Inps sui quali si basa Da Rold, la quota salari è passata dal 75% del 1975 all’attuale 65%.

Ma questo processo – ecco la seconda osservazione – non è stato lineare nel quarantennio. L’andamento della curva del salario reale disegnata dall’Inps (consultabile nel documento già citato) presenta infatti due fasi nettamente distinte. Nella prima (1975-1992) il salario reale medio passa dai 16mila euro (in euro 2018) del 1975 ai 22mila euro del 1992. Nella seconda (1992-2018) il salario reale medio è sempre rimasto stagnante attorno ai 22mila euro. In altre parole, nella prima fase il salario reale medio è salito del 35% a fronte di un aumento del Pil reale di circa il 52% (calcoli miei); nella seconda, il salario è rimasto tal quale, mentre il Pil (nonostante la gravissima crisi degli ultimi 11 anni) cresceva comunque del 20% nell’intero periodo. Detto approssimativamente, è come se nell’intero quarantennio la dinamica salariale sia stata venti punti sotto quella economica complessiva misurata dal Pil.

Un impoverimento ed una diseguaglianza targata Euro(pa)

Se analizziamo poi l’andamento della quota salari – sempre in base ai dati Inps – sono due i momenti in cui essa volge nettamente verso il basso: il 1984, anno del primo attacco alla scala mobile con il decreto di San Valentino, e (soprattutto) il 1992 con l’abolizione definitiva di quel prezioso meccanismo di indicizzazione dei salari. Ma il 1992 è anche l’anno della firma del Trattato di Maastricht, dell’inizio delle “riforme” per l’Europa e per l’euro (l’abolizione della scala mobile è evidentemente la prima di queste), dell’avvio del percorso che porterà alla nascita della seconda repubblica. Tutte cose che la Da Rold non vuole né può dire.

C’è invece un altro aspetto che l’articolista coglie appieno. Sempre partendo dal 1975, così scrive:

«Nel frattempo i salari medi sono prima aumentati e poi calati, mentre le disuguaglianze salariali hanno seguito un trend opposto: sono diminuite, fino agli anni Ottanta, per poi aumentare sensibilmente».

In buona sostanza è esattamente così. L’indice di Gini, che misura la diseguaglianza, dopo essere sceso da 0,41 nel 1975 a 0,34 nel 1982 (anno di minor diseguaglianza, secondo questo metodo di calcolo) da lì in poi è costantemente salito fino ad arrivare a quota 0,42 nel 2017. Insomma, come non era difficile attendersi, la diseguaglianza ha preso a crescere con continuità proprio da quell’inizio degli anni ottanta che videro la vittoria politica delle forze neoliberiste in occidente, al traino dei due leader indiscussi di questo processo, Margaret Tatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli Usa.

Questa relazione tra crescita salariale ed uguaglianza è particolarmente importante. Essa ci mostra infatti il più ampio valore sociale delle conquiste salariali. Ecco perché la linea della deflazione salariale, fatta propria in nome dell’Europa dalle direzioni sindacali, non è solo negativa dal punto di vista dei lavoratori che ne subiscono le conseguenze dirette. Essa è negativa per l’intero popolo lavoratore, incluso il grosso di quel lavoro autonomo che per sopravvivere ha comunque bisogno di un andamento positivo dei consumi interni. Ma è negativa anche perché mentre attrae forza lavoro straniera malpagata, essa alimenta invece l’aumento dell’emigrazione di forza lavoro nazionale assai qualificata. Insomma, la si rigiri come si vuole, ma la politica di deflazione salariale (che è ancora oggi quella di Cgil-Cisl-Uil) è un autentico disastro sociale.

La diseguaglianza fondamentale non è quella di genere

A tutto merito della Da Rold va segnalato come il suo articolo demolisca in pieno la narrazione attuale: quella secondo cui la diseguaglianza fondamentale, l’unica oggi veramente meritevole di attenzione, sarebbe quella di genere. Naturalmente le diseguaglianze di genere esistono, basti pensare ai ricatti alle lavoratrici che intendono avere figli, al doppio peso del lavoro interno alla famiglia ancora oggi largamente a carico della donna, agli stessi ricatti sessuali a danno delle fasce più deboli del lavoro femminile, eccetera. Detto questo, non risulta però alcun contratto di lavoro – e ci mancherebbe altro! – che preveda (od anche soltanto che tolleri) discriminazioni di tipo salariale tra uomo e donna.

L’articolista del Sole così scrive in proposito:

«Si osserva che fra il 1975 e il 2017 la componente between in termini di genere non spiega più del 5% della variabilita totale. In altre parole se non ci fosse variabilita within (cioè uomini e donne guadagnassero tutti i salari medi in ogni categoria) la disuguaglianza totale si ridurrebbe solo del 5%, suggerendo che il 95% della disuguaglianza totale è spiegata all’interno dei gruppi, cioè dalla disuguaglianza all’interno delle categorie uomini e donne».

Ora, se il 5% va giustamente considerato, il 95% è diciannove volte di più, anche se la Boldrini mai lo capirà.

Conclusioni

Che dire in conclusione? Visto sul piano storico, crescita delle disuguaglianze e crollo dei salari sono due dei tratti più evidenti – assieme alla precarizzazione (del lavoro e della vita) ed alla devastazione ambientale – del capitalismo reale, cioè quello realmente esistente, così diverso da quel regno della libertà descritto dai suoi tanti apologeti.

Gli oltre quarant’anni presi in considerazione dalla Da Rold ce ne danno una dimostrazione fin troppo evidente. Ma è solo grazie alla crisi che in tanti hanno dovuto aprire gli occhi.

Nella crisi, specie se alimentata ad austerità ordoliberista, è la disuguaglianza che vince in ogni campo della vita sociale. Nell’arretramento generale della società le fasce più deboli indietreggiano più delle altre. Tutto ciò è noto e perfino banale. Ma quale indicazione ricavarne allora?

Per quel che mi riguarda, ma è questa la posizione che esprimiamo da anni, l’indicazione è quella di lavorare sul nesso uscita dalla crisi-socialismo. Non si esce dalla crisi senza iniziare a mettere in discussione il capitalismo, non potrà esservi il rilancio di una prospettiva socialista (dunque egualitaria) sganciato da un credibile progetto di uscita dalla crisi. Ma la crisi che viviamo è targata largamente euro. Da qui la necessità di un vero e proprio processo di liberazione nazionale che porti all’Italexit.

Al bando dunque tanto il minimalismo tecnicista di certi "sovranisti", quanto il massimalismo parolaio della sinistra sinistrata. Quel che occorre invece è l’incontro tra la questione di classe e quella nazionale. Anche in ciò sta la scommessa della manifestazione «Liberiamo l’Italia» del prossimo 12 ottobre. Una scommessa che possiamo e dobbiamo vincere.

La nostra Marina militare è un gioiello che dobbiamo potenziare

Marina Militare, come conciliare difesa e sicurezza

17 agosto 2019


L’articolo del CF, Emiliano Magnalardo, Stato Maggiore Marina Militare (Capo Sezione Strategia Marittima ed Industriale, Ufficio Politica Marittima e Relazioni Internazionali, Dipartimento Sviluppo dello Strumento Marittimo).

La crescente e irreversibile espansione delle connessioni globali rafforza oggigiorno il già marcato connotato marittimo del nostro tempo, ciò che gli analisti definiscono come Blue Century. Il mare, tradizionale global common, è elemento vitale sia per il grande patrimonio di risorse che custodisce, sia per la “rete nodale” che collega, costituita dall’imprenditoria marittima e dalle agenzie che operano sul mare.

In tale contesto, insistono molteplici minacce alla sicurezza delle linee di comunicazione marittime, fra cui: la pirateria, al momento sotto controllo grazie alla presenza costante di forze navali militari; il terrorismo ed il traffico illegale, spesso strettamente connessi; l’immigrazione clandestina con i tragici carichi di disperazione e malaffare; l’inquinamento, colposo ma anche doloso; e, infine, dopo alcuni decenni di declino, la rinvigorita presenza di forze militari convenzionali sempre più persistenti e attive, a supporto di politiche estere di potenze globali e regionali fortemente assertive.

Nell’ambiente marittimo, così ricco di opportunità e rischi, si affaccia dunque l’Italia, Paese dalla spiccata economia di trasformazione e storicamente legato al mare. Già oggi il cluster marittimo italiano gioca un ruolo di rilievo nell’alimentare l’indotto nazionale e sostenere il commercio internazionale con 45 miliardi di Euro di beni e servizi prodotti, producendo quasi il 3% del PIL nazionale complessivo e il 3,5% della componente non statale e dando lavoro a quasi 500mila persone.

Basti ricordare che, nel 2017, circa il 60% delle merci importate e il 50% di quelle esportate dall’Italia sono transitate via mare, classificando l’Italia come uno dei principali Paesi europei per importazioni ed esportazioni marittime con il resto del mondo: circa 215 milioni di tonnellate.

Ne consegue che, per la sua posizione e per il ruolo che aspira a svolgere nella Comunità Internazionale, l’Italia è chiamata a promuovere una strategia marittima focalizzata sull’interesse nazionale, a sostegno della politica estera, economica e di difesa del Paese.

Su tali dinamiche, si dovrebbe quindi inserire un approccio “orientato all’Interesse Nazionale” capace di:
condurre, con spiccato approccio inter-ministeriale, un’attenta disamina degli interessi del Paese, operandone una prioritarizzazione rispetto alle categorizzazioni “vitali”, “strategici” e “contingenti”;
studiare, in chiave preventiva, le vulnerabilità intrinseche a tali interessi, al pari delle potenzialità da preservare;
individuare minacce che incombono su di essi o tensioni che in prospettiva potrebbero condizionarli;
analizzare le conseguenze che derivano dalle suddette minacce, anche in termini di potenziali sviluppi, valutandone le ripercussioni interne.

In tale prospettiva, le azioni da compiere sono da considerarsi come un continuum di attività, talvolta afferenti più funzioni, che interagiscono in modo inclusivo, trasversale e multidimensionale, contribuendo alla cosiddetta “resilienza nazionale”, recentemente declinata nelle linee programmatiche del Ministro della Difesa, intesa quale “capacità di adattamento dell’intero apparato statale, di resistere e reagire a tutto ciò che possa turbarne la sicurezza, la stabilità interna e la governabilità”, partendo anche dal mare

Questo approccio dovrebbe svilupparsi in un binomio tra gli aspetti della “Difesa” e della “Sicurezza”, nelle dimensioni “interna” e “avanzata”, privilegiando una postura “preventiva” piuttosto che “reattiva”

2019 crisi economica - i crediti concessi a imprese già pesantemente indebitate e di bassa affidabilità, e, quindi, ad alto rischio, ha raggiunto i 3 mila miliardi di dollari

Perché la Banca per i regolamenti internazionali è preoccupata dei debiti privati (anche negli Usa)

17 agosto 2019


L’approfondimento di Mario Lettieri e Paolo Raimondi

La banca delle banche centrali, la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, nel suo Rapporto economico annuale sostiene che «il rallentamento dell’economia mondiale sta peggiorando e si sta allargando».

Questo giudizio ovviamente non farà piacere a Donald Trump che, invece, sostiene che l’economia americana non è mai andata così bene. Il presidente, in verità, più che limitarsi a considerare solo alcuni dati statistici favorevoli, dovrebbe soffermarsi su certi preoccupanti andamenti finanziari, quali il debito delle imprese.

Non è un caso, infatti, se alcuni governatori della Federal Reserve e suoi presidenti regionali, tra cui quelli di New York e di St. Louis, abbiano chiesto che la banca centrale diminuisca il tasso di sconto. Secondo la Bri, «la decelerazione economica è più forte di quanto si aspettasse e sta creando tremori sui mercati finanziari». Sono quattro le ragioni identificate:
le tensioni commerciali internazionali;
il rallentamento della crescita in Cina, con Pechino concentrata sulla necessità non più procrastinabile della riduzione del debito;
le politiche restrittive della Fed che influenzano, in particolare, i paesi emergenti dipendenti dai crediti e dai finanziamenti in dollari;
la contrazione economica di molti paesi occidentali e anche di quelli emergenti.

Il rallentamento si colloca all’interno di alcune tendenze in atto da più lungo periodo, quali l’inflazione più bassa delle aspettative, il ruolo sempre più imprevedibile della finanza globalizzata, la bassa produttività del lavoro, combinata con salari bloccati da tempo, e l’indebolimento dell’ordine economico del libero mercato a seguito delle misure protezionistiche.

La preoccupazione della Bri, tuttavia, riguarda la crescita del debito, in particolare quello privato. La vulnerabilità maggiore è rappresentata dal «surriscaldamento del settore corporate, quello delle imprese, in molte economie avanzate».

Il mercato dei leveraged loan, cioè dei crediti concessi a imprese già pesantemente indebitate e di bassa affidabilità, e, quindi, ad alto rischio, ha raggiunto i 3 mila miliardi di dollari. Ciò è paragonabile a quanto accadde con i crediti immobiliari subprime nella crisi del 2007-8.Sono aumentati i prodotti strutturati, titoli derivati, come i collateralized loan obligation (clo), che per il 60% sono detenuti dalle banche americane, per il 30% da quelle giapponesi e per il 10% da quelle europee.

Naturalmente la somma citata rappresenta la parte evidente «in sofferenza» rispetto alla complessiva bolla di debiti corporate. Particolarmente interessati sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Non è un caso che anche la Bank of England abbia recentemente condiviso le preoccupazioni della Bri. Si teme che se la situazione dovesse deteriorare, l’impatto economico sarebbe di molto amplificato attraverso il sistema bancario. Del resto la Bri aggiunge che si dovrebbe essere preoccupati dei debiti corporate più che di quelli degli Stati sovrani.

In questi anni la qualità dei crediti concessi alle imprese è andata sempre più peggiorando. Negli Usa il lowest investment grade rating, cioè la valutazione più bassa applicata agli investimenti, rappresentava il 29% di tutti i crediti concessi nel 2000 mentre oggi è il 36%. La situazione in Europa è peggiore, perché nello stesso periodo questo rating è passato dal 14% al 36%. Per quanto riguarda il settore specifico delle obbligazioni corporate, il rating più basso, che era del 22% in Europa e del 25% negli Usa, è salito al 45% per entrambi.

Le preoccupazioni menzionate relative alle economie dei paesi emergenti sono confermate anche da un recente studio della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), secondo il quale la passata politica di tasso zero della Fed li avrebbe indotti a indebitarsi in modo sproporzionato, soprattutto nei settori privati. Infatti, la percentuale del loro debito sul totale mondiale è passata dal 7% del 2007 al 26% del 2017. Nello stesso periodo il debito privato delle imprese e delle famiglie delle economie emergenti in rapporto al loro pil è passato dal 56 al 105%. I dati sono eloquenti.

Com’è noto, i paesi in questione sono molto dipendenti dal dollaro e dalle sue evoluzioni valutarie per cui le politiche della Fed vi determinano forti ripercussioni. Vedesi l’instabilità dell’Argentina, del Brasile, dell’India, dell’Indonesia, della Turchia e del Sud Africa.

Diritto internazionale fottiti - La Gran Bretagna deve scegliere se continuare pedissequamente a eseguire gli ordini degli Stati Uniti

SABATO 17 AGOSTO 2019
Gli Stati Uniti hanno emesso un mandato per il sequestro della petroliera iraniana Grace 1


Venerdì il dipartimento di Giustizia statunitense ha emesso un mandato di sequestro per la petroliera iraniana Grace 1, che si trova tuttora ancora a Gibilterra, nonostante il 15 agosto la nave sia stata rilasciata dalle autorità del territorio d’oltremare britannico che la avevano tenuta bloccata per 43 giorni. Finora né il Regno Unito né le autorità di Gibilterra hanno fatto sapere se procederanno con l’esecuzione del mandato degli Stati Uniti, secondo cui la petroliera fa parte di un piano «per sostenere rifornimenti illeciti alla Siria da parte delle Guardie rivoluzionarie iraniane».

Il Regno Unito aveva sequestrato la petroliera perché sospettava che fosse diretta in Siria, in violazione delle sanzioni dell’Unione Europea contro il regime di Bashar al Assad. L’Iran ha sempre detto di non riconoscere le sanzioni dell’Unione Europea contro la Siria, perché non appoggiate dall’ONU, e aveva chiesto più volte che la nave fosse dissequestrata. Le autorità di Gibilterra avevano poi concluso le indagini su 4 membri dell’equipaggio apparentemente senza alcuna accusa formale. La nave è ancora a Gibilterra per aspettare un ricambio dell’equipaggio.

Il M5S uno zombi che cammina - Grillo vaffanculo - e ora Progetto Alternativo

Qualcuno era 5 Stelle… Fermare Salvini, dimenticare Di Maio... Panoramica su quello che è e che è stato

di Fulvio Grimaldi
11 agosto 2019


Qualcuno era 5 Stelle perché erano per l’ambiente. Qualcuno era 5 Stelle perché erano onesti in un mondo di ladri. Qualcuno era 5 Stelle perchè tutti gli altri mentivano. Perché sul territorio a lottare c’erano rimasti solo loro. Perché Grillo era matto come un cavallo e saggio come un oracolo greco. Perché Di Battista assomigliava al Che Guevara in forma e contenuto. Perché tutti coloro con i quali aveva sperato, o addirittura combattuto, erano tornati a casa o si erano fatti lacchè dei signori. Perchè gli argomenti di Di Maio, Taverna, Bonafede, Di Battista, radevano al suolo quelli di Repubblica. Qualcuno era 5 Stelle perché ci avrebbero fatto uscire dalla caserma e strappato di dosso la divisa Nato. Perché avrebbero tagliato gli artigli agli avvoltoi che ci avevano rinchiuso nella gabbia UE e strozzato con l’euro. Qualcuno era 5 Stelle perché a sinistra non c’erano che detriti spiaggiati, al centro una bolla di nulla e a destra tutti gli altri.

Qualcuno era 5 Stelle perché, scavando una via di fuga dalla discarica, aveva visto qualcosa di integro e di pulito da farci la casa per i suoi figli.

Decreto Sicurezza Bis, contro la tratta o contro l’Italia?

A scanso di equivoci, mettiamo subito in chiaro una cosa: a me il decreto Sicurezza Bis va benissimo per quanto riguarda, con rispetto e a dispetto del guru sul Colle, ogni singolo provvedimento punitivo nei confronti di coloro, al soldo e nell’interesse dei dominanti che rubano all’Africa la sua gente per farne schiavi loro e mine vaganti tra noi. Ne avessi avuto modo, siccome l’Africa e altri Sud li conosco e chi da secoli li depreda pure, avrei previsto lo ius soli per tutti i partecipi della tratta, dopo averli collocati e naturalizzati nel deserto del Sahara: chi sradica, chi spedisce, chi riceve su appuntamento ciarlando di “salvataggio” e chi accoglie e ci fa la grana..

Ma è un altro il punto del decreto di colui che, a scapito di ogni tentativo di imitazione, sta a Mussolini come la sua pancia sta a quella del Duce.

E’ quello di cui i media, capeggiati dalla bacheca italiana dello Stato Profondo Usa - quella che ottunde i sensi di qualche residuo lettore con la testatina “quotidiano comunista” - non hanno esalato una parola (Il “manifesto”, pifferaio ancora di qualche sorcetto, ha dovuto ricuperare tre giorni dopo con un colonnino). E neppure il declamatore dal Colle, che, alla giaculatoria sui deportati da “salvare” (reclutare) in mare, si è limitato ad aggiungere che non è carino sbattere in galera un signore che al funzionario pubblico ricordi “Lei non sa chi sono io!”. E figuratevi se il missionario in saio, Zanotelli, o sua Santità in bianco, o Ciotti, o Strada, insomma le eccellenze della bontà, impegnati come sono a cospargere di cenere le teste degli italiani razzisti e xenofobi e a cingere di aureole le Carole e i Casarini, potevano sprecare attimi a occuparsi di un paese in procinto di passare da carcere neoliberista a cielo aperto a carcere salviniano a cielo chiuso.

Cosa ci hanno nascosto, i sinistri, del decreto bis?

Salvini ha aperto la crisi una volta avviato nei sondaggi al 40% e sicuro di farcela per un governo pseudosovranista assieme alla signora che invoca il blocco navale alla Libia (non male, eviterebbe i rifornimenti di Erdogan ai jihadisti di Tripoli e Misurata, lì sostenuti dai nostri 500 militari). L’ha aperta – e giuro che non è un caso – immediatamente dopo essersi messo in tasca il Sicurezza Bis. Un decreto che, nella parte con discrezione occultata dal “manifesto” e altri, dopo aver finto di prendersela con i negrieri, fa fare al nostro paese il taglio del nastro dello Stato di Polizia.

Quella che se manifesti e protesti vali una rapina a mano armata. Quella che se ti “travisi” con un fazzoletto su naso e bocca per non farti stendere dal gas bellico CS, finisci al gabbio fino a 4 anni. Se con uno striscione di tela ti proteggi da mazze di ferro coperte di gomma, sei violento, minaccioso e resistente a pubblico ufficiale. Hai il casco in testa per non fartelo fracassare, ti becchi 3 anni e una multa da 6.000 euro, se tiri un fumogeno per non farti travolgere dal blindato, sono 4 anni. Se minacci un corpo politico pittando “merda” su un suo manifesto, o facendo la linguaccia in un selfie con Salvini, la pena aumenta. Se spacchi una finestra ai bravi banchieri di Etruria che ti hanno fottuto i risparmi di una vita, sempre 5 anni possono essere. Sia Netaniahu, sia Obama che aveva fatto della polizia Usa un corpo da ridicolizzare non si sa se più i Marines o la Gestapo, sia la salma del guardasigilli fascista Rocco, si contorcono di invidia.

Crisi a Ferragosto? Come vincere la lotteria di capodanno

Dice, ma come, una crisi ad agosto? Sconcerto, disorientamento, parlamentari che rischiano di tornare a casa senza la pensione d’oro, opinione pubblica perplessa e magari anche un po’ stufa di dover mobilitare opinioni e scelte quando il pedalò, la gita a Londra, la polenta al capriolo, o la deantropizzazione delle grandi città, l’avevano fatta sprofondare in una dolce atarassia?

Vuoi mettere con quello che la Lega, i suoi soci, i finti oppositori, i pupari a Washington, Wall Street, Francoforte, Bruxelles e, nel loro piccolo, al 30 di Viale Astronomia (Confindustria) e al 25 di Corso d’Italia (Landini), incamerano con la rottura del famoso “argine” che i 5 Stelle dicevano di essere rispetto alle esondazioni dai bassifondi con cui i soci di governo alluvionavano l’Italia? Tav, Tap, Ilva immune, cantieri sbloccati, trivelle onda su onda e zolla su zolla, Grandi Opere tra una voragine e l’altra della penisola, Confindustria amica, sindacati complici, Nato, Usa e Israele garanti (hanno voglia, i concorrenti al ruolo di sguatteri del padrone, di inventarsi un Russiagate alla cassouela!), e, last but not least, le autonomie salvate in tutta la loro nefandezza: la frantumazione dell’Italia, con il Nord che si arricchisce succhiando soldi al Sud e pulendo la bottega ai tedeschi e le menti e braccia del Sud che vanno ad arricchire coloro cui il Nord pulisce la bottega.

Il tutto nella splendida cornice della Flat Tax che ci permetterà di correggere una diseguaglianza sociale troppo equa, tanto che oggi vede il 20% più povero con ben lo 0,09% della ricchezza nazionale e il 20% più ricco con appena il 67%.

Il bottino dei padroni

E poi, ancora più appetitoso, ciò che verrà sventato! 350 poltrone, nel parlamento più affollato e costoso del mondo, salvate. Salario minimo rimesso al consociativismo sindacato-padroni, soldi e diritti che erano finiti al basso (reddito di cittadinanza, decreto dignità) che ritornano in alto, legge spazzacorrotti rivisitata a favore dei corrotti, riforma della giustizia, a partire dalla prescrizione bloccata, a protezione dei colletti bianchi, una magistratura già ampiamente corrotta messa al servizio dell’esecutivo, un capo dello Stato scelto tra Siri e Borghezio, una TV, già bell’e infettata, in cui Salvini passi dal 30% dello spazio all’80%, l’eredità morale, estetica, giuridica, culturale di Berlusconi vernacolizzata in sagra leopoldina da Renzi, sublimata da Salvini in gnam gnam di nutella, panzoni allietati da cubiste in spiaggia, lacrimucce di commozione sul figlioletto in acquamoto della polizia. E, soprattutto, fuori dallo stagno melmoso del mafiastato quegli ircocervi a 5 stelle che, conoscendo Fabrizio De Andrè, vi avevano fatto fiorire candide ninfee: i ministri 5 Stelle dell’Ambiente, della Giustizia, della Salute, dei rapporti col parlamento e, al netto dei traccheggi, quello dei Trasporti, almeno nella prima fase. E pure la Trenta, se pensiamo alla Pinotti, o a La Russa.

Abbiamo detto delle mirabilia di una Lega al governo che, oltre a picconare legalità, linguaggio, territori, buona educazione, non ha combinato assolutamente nulla, salvo sbraitare panzane votogeniche, come quelle Cinquecento che, dagli altoparlanti sul tetto, chiamano a vedere i saltimbanchi e le capre a due teste del Circo di Rotolino: venghino, signori, venghino. Dei 20 provvedimenti passati, 18 sono di paternità 5 Stelle. E sono quelli di valenza sociale, ambientale, legale che hanno fatto avere al governo Conte un consenso che non si ricorda dagli anni ’70. Gli anni in cui fabbrica, scuola, università, sanità, casa, territorio, morale cambiarono in meglio sotto la pressione dei caschi, delle bandiere e rispettive aste, delle bocce, del pensiero, degli scioperi, delle occupazioni sui salvinisti e finti sinistri di allora.

Costi, benefici

E allora facciamolo anche qui, molto sommariamente, il calcolo costi-benefici dei pentastellati al governo. E che possa essere, mica come quello sul Tav, fatto e buttato, un riferimento-avvertimento granitico per tutti coloro che ancora credono che dal letame italiota dal quale sono fioriti i 5 Stelle, scendano nel terreno sano e fertile radici non estirpabili. Radici di una nuova fioritura, più robusta.

Benefici: tutte le misure prese sul piano sociale, giuridico e ambientale, mai viste in passato. L’integrità morale e legale a fronte di partner e oppositori inquinati peggio del Golfo del Messico all’epoca dell’esplosione della piattaforma BP. La qualità della maggior parte dei suoi ministri, eccelsi rispetto alla cialtroneria che li ha preceduti.

Costi, eminentemente attribuibili a un Di Maio inadeguato all’onere e onore della pletora di cariche assunte. Succube dell’energumeno paraculo e guitto col quale qualsiasi persona perbene non prenderebbe neanche un caffè, privo di cultura generale e dell’intelligenza che ne discende, ignaro di geopolitica, perenne mediatore al ribasso, copione perfino delle peggiori volgarità opportunistiche (bacio a San Gennaro, fotoservizio con la fidanzata sull’orrendo “Chi”, invocazione di ergastoli, acconciatura alla Nainggolan), verticismo sterilizzante la creatività del MoVimento (io, io, io…) e relativa arroganza insipiente nei confronti di dissidenti e divergenti. Poi, alla faccia di una stramaggioranza parlamentare, cedimenti al fronte unito della devastazione affaristica malavitosa, falsamente giustificati come indispensabili, su Tav, Tap, Ilva, passante di Bologna, sottopassante di Firenze, Brescia-Padova, il rientro scandaloso dei Benetton in Alitalia, una politica estera dalle grandi promesse di alternativa, ripiegata sulle più logore e perniciose posizioni euro-atlanto-sioniste. E, peccato mortale imperdonabile nei secoli: il voto che ha salvato dalla spinta dalla torre la dama Bilderberg, falco dell’austerity, vergine di Norimberga per la Grecia, turbo militarista neoliberista globalista, Ursula von der Leyen.

Vorrei sapere in quale paese, Stato, condominio, bocciofila, uno che ha ridotto il consenso a metà in 18 mesi (nel caso 6, dico sei, milioni di voti), resterebbe al suo posto, confermato da uno 0,000 1% dei suoi iscritti ed elettori.

Ma c’è di peggio. C’è chi al cazzaro verde vorrebbe opporre ora, in sostituzione del cravattino di Pomigliano, il cazzaro rosa, quello che l’abito lo porta meglio, fa l’avvocato ed è Si Tav, Si Guaidò, Si UE, Sì neoliberismo, magari con un bel sì anche a Zingaretti e Renzi. Chi è che diceva “piove sul bagnato”?

Con tutto ciò, il M5S esce da questo anno e mezzo di governo, meglio, non solo dell’ennesimo ciarlatano sbruffone, ma di almeno una dozzina di governi precedenti. E anche il da me bistrattato Di Maio ci ha messo del suo. Rimarrebbe da chiedersi come sarebbe stato questo rapporto costi-benefici se le sedicenti forze centrosinistre, di sinistra, di sinistra radicale, che ora ululano alla minaccia di un Salvini nazifascista, pompato fino a ieri a discapito dei 5 Stelle, avessero rafforzato il famoso “argine” giallo contro la deriva verde, anziché fare di tutto per demolirlo?

Quello che ora si prospetta, al di là di tutti gli arzigogoli messi in campo da analisti, commentatori, svisceratori di scenari, non è altro che l’istituzionalizzazione di quanto il sistema, l’élite, l’establishment, Bilderberg, perseguono nella loro corsa alla normalizzazione mondiale. L’antipasto l’abbiamo consumato nel voto sul Tav, chiave di volta emblematica di un futuro o dell’altro, quando hanno votato tutti insieme contro i soli 5 Stelle, Lega, PD, FI, FdI. E’ l’unità di base che, domani sul palcoscenico della democrazia capitalista, si affronteranno come Orlando e Rinaldo nel teatrino dei pupi, rimimando il caro bipolarismo PD-Lega, nel quale i dominanti controllano entrambi i finti contendenti, impegnati a spartirsi le spoglie e tenere fuori chi non gioca quella partita.

Il Grillo fuori dal vaso

Qualcuno era No Tav perché aveva una certa storia alle spalle. Qualcuno era No Tav perché No Tav significa vita, giustizia, umanità, libertà, sovranità, patria. Qualcuno era No Tav prima di essere 5 Stelle ed è diventato 5 Stelle perché erano No Tav. Qualcuno è ancora No Tav.

Se Grillo si limita a palcoscenici da cui inveire contro la plastica e non si permette mai più di insultare Alberto Perino, il migliore dei migliori della Val di Susa, un signore di una certa età, ma che non ne subisce le conseguenze come il guru di S.Ilario, e che sulle barricate ci vive da trent’anni a questa parte; se Di Maio fa un passo di lato, che so, a fare il sindaco di Pomigliano d’Arco e il MoVimento riesce a ricuperare la sua identità, a darsi un’organizzazione e una strategia, conseguenze possibili solo di una dialettica orizzontale, a valorizzare le capacità e le qualità di figure fin qui tenute fuori dal cono di luce sul “capo”, questa prospettiva da “tramonto dell’Occidente” potrebbe anche cambiare. Se non subito, dopo un po’ della vecchia opposizione. Altro non c’è, a meno di dar retta ai solipsismi di Fratoianni e a credere in un PD veltronizzato che si pitta di verde. 
Quel Veltroni che nell’ultima notte da sindaco regalò un milione di metri cubi ai cementificatori e palazzinari. 
E quello Zingaretti che ha appena emanato una legge regionale che permetterà ai Caltagirone di ogni risma di sventrare il centro storico di Roma e colmarlo di modernità. 
Talmente verdi da aver appena votato il Tav, 15 anni di bombe al CO2 (almeno 10 milioni di tonnellate), attacco singolo all’ambiente e al clima come neanche Catone a Cartagine.

Chiudo con la stampella gesuitica dei generali argentini che, abbandonati un attimo i naufraghi in mare, si è messo alla testa dei recenti eventi proclamando che i governi sovranisti portano alle guerre. Mai visti quegli altri che di guerre ne fanno come pettinarsi il ciuffo giallo, o lisciarsi la pelle nera. Del resto sono i russi che interferiscono nelle nostre cose, mica gli Usa, l’UE, la Nato, la Merkel, Macron, Soros, il Vaticano….

Senza teoria rivoluzionaria non ci può essere movimento rivoluzionario - La lotta è alto contro il basso in questo contesto rossobruni è un onore, senza sovranità nazionale non si dà lotta per la democrazia e il miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne

Il nemico del mio nemico è mio amico

di Carlo Formenti
12 agosto 2019

Il nemico del mio nemico è mio amico, recita un noto adagio che consente forse di spiegare certe scelte e comportamenti politici che, a un primo esame, suonano talmente contraddittori da apparire incomprensibili, se non deliranti. È il caso, fra gli altri, di un classico tormentone della complicata storia del movimento comunista novecentesco. Mi riferisco all’irriducibile odio di alcune correnti del trotskismo americano (sia nel Nord che nel Sud del continente) nei confronti della Russia sovietica – odio che le ha indotte a schierarsi sistematicamente dalla parte degli Stati Uniti – cioè con la potenza egemone del capitalismo mondiale! – in tutti i suoi conflitti con il Paese guida del campo di un “falso” sistema socialista (fino ad appoggiare la guerra del Vietnam e l’invasione dell’Iraq http://lanostrastoria.corriere.it/2019/08/05/i-trotzkisti-alleati-degli-stati-uniti ).

Ho parlato non a caso di alcune correnti, sia perché il campo troskista è di gran lunga il più frammentato all’interno delle sinistre radicali, con pozioni assai diverse al proprio interno, sia perché generalizzando si rischierebbe di addebitare gli atteggiamenti di cui sopra allo stesso Trotskij, che viceversa non spinse mai a tali estremi la propria avversione per il regime sovietico. Fatta questa precisazione, occorre prendere atto che l’odio antisovietico è sopravvissuto alla caduta del blocco socialista, trasformandosi in odio antirusso.

Nemmeno il venir meno dell’ambiguità di un “finto” regime socialista, e il declassamento della Russia di Putin a potenza capitalista regionale, impegnata a difendere la propria area d’influenza dell’aggressività ultraimperialista a stelle e strisce, impedisce alle correnti di cui sopra di schierarsi per la “rivoluzione” neoliberista in Ucraina, appoggiata e promossa dall’Occidente, e ciò nemmeno dopo il moltiplicarsi delle prove sul carattere esplicitamente neonazista del regime di Kiev https://www.facebook.com/carlo.formenti/posts/10217966641616352

Non basta, un articolo di Max Blumenthal e Ben Norton https://thegrayzone.com/2019/07/06/dsa-jacobin-iso-socialism-conference-us-funded-regime-change fornisce inquietanti particolari sulla conferenza Socialism2019, svoltasi ai primi dello scorso luglio a Chicago, che ha visto la partecipazione di una serie di sigle della sinistra “radicale” americana (in gran parte di matrice troskista) sotto l’egida della DSA (Democratic Socialist of America), della rivista Jabobin e della editoriale Haymarket (fra i panelist prestigiose figure dell’intellighenzia alter global come Naomi Klein). Gli autori riferiscono di una serie di panel dedicati esplicitamente a demonizzare non solo la Cina e la Corea del Nord (in quanto nemici dichiarati degli Stati Uniti), ma anche i riottosi regimi latinoamericani che si sottraggono al ruolo di cortile di casa di Washington (come Cuba e Nicaragua) e naturalmente la Siria di Assad. Malgrado i relatori riconoscano (nel caso del Nicaragua) che non esiste un’opposizione di sinistra al regime, si dichiarano comunque

favore di un regime change promosso dagli Usa in quanto un capitalismo “democratico” è preferibile a un falso socialismo (nel caso della Siria vengono promossi a oppositori democratici i macellai delle fazioni integraliste islamiche).

A rendere il quadro ancora più inquietante, Blumenthal e Norton documentano la rete di relazioni fra questi “socialisti” e una serie di agenzie governative (dietro cui è lecito sospettare lo zampino di Cia e Pentagono) che finanziano operazioni di contropropaganda nei “Paesi canaglia” (né disdegnano di lasciar cadere qualche briciola nelle tasche dei nostri “socialisti”, ai quali applicano specularmente il principio il nemico dei miei nemici è mio amico, con la differenza che la sproporzione fra i due soggetti è tale da ridurre il ruolo dei secondi al ruolo di mosca cocchiera).

Ma questi troskisti sono parte di un discorso più ampio in cui convergono altre tessere della sinistra arcobaleno, a partire da quell’area neo operaista che ha il suo massimo esponente in Antonio Negri: coerentemente con le tesi esposte in Impero (benché queste siano state smentite dall’ultimo quindicennio di storia che, invece di sancire l’unificazione del mondo sotto l’egida della potenza egemone e del suo progetto globalista, ha generato un inedito scenario di multipolarismo caotico, caratterizzato dall’intensificarsi dei conflitti interimperialistici fra differenti blocchi regionali), questa corrente teorico politica persiste nell’appoggiare i progetti di unificazione dei mercati sotto egemonia occidentale (spostando il proprio appoggio dagli Stati Uniti alla Ue) e nel condannare tutte le forme di opposizione nazional popolare (in particolare se rivendicano carattere socialista) a tale progetto egemonico, che si tratti del colosso cinese (considerato un’alternativa imperiale più pericolosa di quella statunitense) o delle rivoluzioni bolivariane (significativo l’atteggiamento del Manifesto sul caso venezuelano, con lo smaccato sostegno al golpe “democratico” di Guaidò, losco esponente della destra neoliberista telecomandato da Washington).

A voler fare i complottisti, sarebbe facile rovesciare contro tutti costoro gli insulti che dagli stessi vengono rivolti a forze come la nostra, che lavora per costruire un’alternativa nazional popolare al sistema neoliberista. Come possono permettersi di definirci rossobruni, visto che appoggiano i nazisti ucraini, gli integralisti islamici anti Assad, e i progetti di esportazione della democrazia a colpi di cannone delle potenze occidentali? Ma una simile simmetria sarebbe stupida, perché qui non è questione di buona o cattiva fede (anche se le operazioni cialtronesche non difettano) bensì di totale incomprensione della fase storica e delle dinamiche evolutive del sistema mondo capitalistico. Troskisti e post autonomi ci considerano “fascisti” perché sosteniamo che senza sovranità nazionale non si dà lotta per la democrazia e il miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne; che l’idea secondo cui la rivoluzione o è mondiale o non è, suona incredibilmente irrealistica e ingenua, visto che ogni processo rivoluzionario è sempre partito dall’anello più debole della catena; che la sinistra che si occupa dei diritti civili trascurando i diritti sociali incarna gli interessi di strati sociali medio alti, oggettivamente alleati con il progetto liberal liberista (vedi l’analisi di Nancy Fraser sul femminismo emancipazionista); che l’entusiasmo per lo sviluppo tecnologico ignora l’uso di classe che ne fa il capitale; che la rivoluzione intesa come modernizzazione e progresso è il lascito dell’illuminismo borghese; che l’internazionalismo proletario non ha alcunché da spartire con il cosmopolitismo ecc.

Lasciamoli bollire nel loro brodo fatto di dogmi ormai privi di qualsiasi significato storico, e lasciamo che sfoghino la loro bile insultandoci. Non risponderemo colpo su colpo perché li riteniamo privi di qualsiasi influenza sugli strati sociali che consideriamo i nostri veri interlocutori, ci limiteremo solo a ricordare di tanto in tanto che certi rapporti con la peggior destra sono prerogativa loro, non nostra.


avanti con il Progetto Alternativo

Comunicato sul governo gialloverde

di Nuova Direzione

Cada o non cada in queste ore, venga o meno rimpastato in questi giorni, il giudizio sul governo gialloverde non può cambiare. Il 4 marzo 2018 la rabbia sociale covata in dieci anni di crisi ed acuita dal Monti ha potuto finalmente esprimersi sul piano elettorale mandando a palazzo Chigi una coalizione politica assai eterogenea, espressione di una embrionale coalizione sociale non meno complessa, che partiva dai disoccupati meridionali, includeva i piccoli imprenditori del nord e giungeva fino a gruppi assai più forti, fatti di imprese di maggior taglia e di apparati regionali di grande peso.

Il “governo del cambiamento” nasceva accompagnato da speranze di crescita del lavoro, del reddito, della sicurezza, e costringeva da subito l’establishment a svelare la natura antidemocratica dell’europeismo con un veto presidenziale (del tutto inedito in quanto espresso in base a valutazioni politiche e non etico-giudiziarie) alla nomina di un ministro indicato dai legittimi rappresentanti degli elettori. La verità della situazione del paese, ovvero il nesso causale tra appartenenza alla Ue, aumento delle diseguaglianze e decadenza dell’apparato produttivo, sembrava poter emergere con nettezza e consentire finalmente agli italiani di iniziare a mettere in discussione l’europeismo, che è la forma concreta in cui si esercita, da noi, il dominio del liberismo. Dopo poco più di un anno si può dire che quelle speranze sono state disattese.

Pur continuando a mugugnare contro l’Ue, 
  • il governo ha accettato da Bruxelles praticamente tutto. 
  • Ha ceduto sulla nomina di Savona, 
  • ha limato decisamente le previsioni di deficit, 
  • ha preso, per il futuro, impegni che ne limiteranno fortemente l’azione.
Soprattutto, ha visto 
  • formarsi al proprio interno uno stabile asse europeista (Conte-Tria-Moavero) linearmente connesso con Mattarella. 
Cedendo di fronte all’Ue sono diminuite le risorse a disposizione, è aumentata la litigiosità interna ed è aumentato inevitabilmente, anche grazie alla vittoria di Salvini alle elezioni europee, il peso della parte forte della coalizione, ossia delle medie imprese e degli apparati regionali. Questa parte, che è quella che finanzia soprattutto 
la Lega, non ha alcun interesse ad andare allo scontro con l’Ue, se non, forse, in caso di ripetizione di esperienze “alla Monti”. 
Per il momento, questa parte vuole solo ottenere qualcosa in termini di sconti fiscali e di regionalismo differenziato, ma soprattutto vuole 
  • raccogliere i frutti del tanto atteso decreto sblocca cantieri che (oltre a rendere più elastiche le norme sugli appalti a tutto vantaggio del clientelismo e delle infiltrazioni criminali) 
  • ripropone un modello di sviluppo tecnologicamente arretrato, ecologicamente disastroso, politicamente nocivo a causa dell’intreccio perverso tra pubblico e privato. 
  • Un decreto che allarga il consenso della Lega ben oltre le imprese tradizionali e costituisce in ogni caso la base materiale degli accordi di spartizione tra la destra e la sinistra. 
  • D’altro canto, nemmeno Salvini ha interesse a scontrarsi davvero con Bruxelles, perché anche per lui è tempo di raccolta (che inizierà quando riterrà sufficientemente indebolito il M5S) e non di pericolose avventure. 
L’antieuropeismo verrà dunque usato solo in funzione elettoralistica, 
dopo di che un governo Salvini-Meloni, pur se ne avesse intenzione, non avrebbe la forza di iniziare un vero contenzioso con Bruxelles, sia per la già ricordata natura della sua base sociale, sia per la presumibile completa incapacità di aprire varchi nel fronte avversario.

Se Salvini sta ben rappresentando il capitale (tutto il capitale, non solo quello piccolo: vedi Ilva e Benetton), Di Maio sta rappresentando in maniera insufficiente il lavoro, compito che gli è stato assegnato da gran parte del suo elettorato. Non si tratta solo del fatto che i rapporti di forza pendono dall’altra parte, né delle insufficienze (a volte inevitabili) di questo o quel provvedimento. Si tratta della filosofia generale che accompagna il M5S e che, salvo poche eccezioni, è analoga a quella della Lega perché non si fonda sull’intervento pubblico diretto e sulla diretta creazione di occupazione (e quindi di domanda) da parte dello stato, ma sulla pura e semplice incentivazione indiretta degli investimenti e della domanda attraverso sgravi e sussidi: una delle varie forme assunte in questi decenni dal “keynesismo privatizzato” che, al di là dei proclami contro lo stato, a cui nessuno più crede, ha costituito la realtà del liberismo. Il “governo del cambiamento” non ha cambiato in nulla la subalternità all’Ue, non ha cambiato in nulla il modello di sviluppo, non ha contrastato efficacemente – nonostante le accese dichiarazioni seguite al crollo del ponte Morandi – le privatizzazioni: con questi presupposti, gli interventi sulla povertà, sulle condizioni di lavoro, sul salario, o sono impossibili o sono del tutto insufficienti. L’ideologia liberista di cui il M5S è intriso, e che è anche frutto del suo costitutivo rapporto con una particolare impresa, non gli consente di mobilitare appieno i grandi, potenziali bacini di consenso del lavoro subalterno, che è la prima vittima della lunga crisi italiana. Ma gli consente, purtroppo, di accettare le parti più deleterie della politica salvinana sulla sicurezza, di procedere alla scellerata riduzione dei parlamentari, di abbozzare compromessi impresentabili sul regionalismo differenziato: cose che non compenseranno – anzi – i voti perduti altrove.

La nascita e la vita contrastata del governo (così come la sua eventuale rapida morte) parlano dunque immediatamente di lotta di classe e di lotta fra stati. E’ il prevalere del capitale a rendere impossibile il necessario conflitto con l’Europa, ed inoltre a preparare una fase di nuovo bipolarismo (Lega da una parte, Pd-M5S dall’altra) in cui il lavoro non troverebbe nemmeno un canale indiretto di espressione e in cui si ripeterebbero, tra le parti in commedia, le urla sulle questioni secondarie e l’accordo sulle questioni essenziali: europeismo liberista e sottooccupazione. D’altro canto, soltanto la piena emersione delle esigenze dei disoccupati, dei precari e dei lavoratori in genere può imporre la necessaria svolta di politica industriale e sociale, e l’inevitabilmente connessa svolta nei confronti dell’Ue. Insomma: solo ricostruendo l’autonomia politica dei lavoratori sarebbe di nuovo possibile parlare di politica economica per il nostro paese, ed avere il consenso necessario a gestire il conseguente scontro su scala europea. Ma mentre il capitale ha forme di rappresentanza e di esistenza che sono indipendenti rispetto ai partiti politici a cui pure si affida, e che gli consentono di chiedere conto a questi partiti ed eventualmente di costruirne di nuovi, il lavoro, almeno in Italia, non riesce a darsi nessuna propria autonoma forma di esistenza, sia perché moltissimi sono i disoccupati e i precari, sia perché, salvo rare eccezioni, i sindacati sono ormai soprattutto strutture di servizio e non rappresentanze autonome dei lavoratori, avendo accettato, fin dall’inizio degli anni Novanta, di smettere di lottare. In nome dell’europeismo.

La lotta di classe, e il suo intreccio con la lotta nazionale, è quindi il filo di Arianna che consente di leggere l’intricata situazione attuale e di orientare un’azione politica, ancorché embrionale. NUOVA DIREZIONE si propone di agire per favorire l’autonomia politica del lavoro e, su questa base, la riconquista della sovranità democratica da parte del paese.

Oggi si tratta di :
  1. Contrastare ogni ipotesi di riedizione del bipolarismo, valutando con questo metro tempi e modi della caduta del governo ed aprendo un confronto con il M5S (e con tutte le altre forze interessate) sulla necessità di ripensare radicalmente le idee, i modi di esistenza e di organizzazione di un terzo polo politico italiano, che non può non essere un polo popolare centrato sulle esigenze dei salariati e delle figure intermedie.
  2. Organizzare campagne o comunque iniziative sui punti più acuti e più chiari di conflitto, come il regionalismo differenziato, il salario minimo e l’impostazione della manovra autunnale, per acuire le contraddizioni nel governo, quelle interne al M5S e quelle tra M5S e PD, e per diffondere la consapevolezza di una possibile alternativa.
  3. Precisare un programma politico-economico di svolta, basato sulla
  • centralità dell’intervento pubblico come base per l’occupazione, 
  • il riassetto ambientale-energetico del paese ed 
  • il superamento della sua posizione integralmente subalterna nella divisione internazionale del lavoro, base della subalternità delle sue scelte politiche interne ed estere. 

  • Tale programma non può ridursi alla pura e semplice uscita dell’euro e dall’Ue, ma deve essere prima di tutto la proposta di un’alternativa positiva, attorno alla quale accumulare le forze per l’exit. Tale programma inoltre non può essere soltanto il frutto di una elaborazione intellettuale, ma deve prevedere consultazioni, e quindi embrionali alleanze, con membri delle più diverse classi, delle associazioni private e degli apparati pubblici.
    Darsi forme di organizzazione transitoria che abbiano comunque la caratteristica di consentire il contatto con esperienze di conflitto e resistenza sociale e di stabilire un nesso tra queste esperienze e le prospettive politiche più generali. Avviando in tal modo un percorso che porti ad una forza politica stabile, in grado di prendere le parti del lavoro – nelle nuove forme in cui ciò è possibile – dopo più di vent’anni di dominio incontrastato dei rappresentanti delle altre classi.
    Compatibilmente coi limiti di una formazione che è ancora allo stato embrionale, NUOVA DIREZIONE si impegnerà nei prossimi mesi su questi fronti, anche per accrescere progressivamente le proprie forze ed intrecciarsi con altre esperienze che vogliano muoversi su questo stesso piano.

16 agosto 2019 - La partita della Trenta sull'immigrazione e di Conte per raccogliere ben...

Immigrazione di Rimpiazzo - Porti aperti è il motto del capitale e dei padroni

Diego Fusaro, botta e risposta con Fiorella Mannoia sull'immigrazione. Lui la zittisce in quattro punti

16 Agosto 2019


Botta e risposta sull'immigrazione quello avvenuto tra Diego Fusaro e Fiorella Mannoia: "Porti aperti!", dicono il padronato cosmopolita, le sinistre fucsia al suo guinzaglio e i papulisti di Bergoglio. "Fermare la tratta di esseri umani!", dice il socialista realmente umanitario" scriveva il filosofo su Twitter.


Non si è fatta attendere la replica della cantante: "Sono d'accordo con te. Fermiamo la tratta, ma nel frattempo che fermano la tratta che cosa facciamo? Li facciamo morire in mare? Li rimandiamo in Libia, sapendo che fine fanno? Io non vi capisco". Poche le parole seguite di Fusaro per svergognare i falsi buonisti: "Gentile Fiorella, che fare? Semplice! 
  1.  Non attaccare imperialisticamente l'Africa: l'inferno Libia deriva dal vile attacco 2011. 
  2.  Punire i deportatori. 
  3.  Liberare l'Africa dai colonialisti occidentali. 
  4.  Capire che "porti aperti" è il motto del capitale e dei padroni".

Siria - gli Stati Uniti consolidano la loro invasione, costruiscono strutture permanenti

Gli Stati Uniti proseguono nella loro occupazione della Siria con una nuova base militare


Gli Stati Uniti stanno costruendo una nuova base militare nella città di Ras Ayn, nel nord-est della Siria, vicino al confine con la Turchia.

Le strutture occuperanno un'area di cinque chilometri quadrati e potrebbero ospitare elicotteri militari statunitensi, secondo quanto ha riferito una fonte nella regione a Sputnik. I lavori dovrebbero concludersi a settembre.

Per ora, solo alti funzionari statunitensi hanno accesso all'area protetta dai soldati. A parte questo, gli Stati Uniti dispongono già di una decina di basi militari in diverse parti della Siria.

La costruzione della nuova base avviene nel contesto delle dichiarazioni rilasciate nel dicembre 2018 dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sul ritiro delle truppe dal paese arabo.

Parallelamente, le forze armate turche e statunitensi hanno iniziato i lavori per la creazione di un centro di coordinamento per le operazioni congiunte e una zona di sicurezza nella Siria settentrionale.

Fonte: Sputnik
Notizia del: 16/08/2019

Non esistono i valori democratici ma solo rapporti di forza e il popolo eletto c'è lo ricorda quotidianamente. Diritto internazionale fottiti

Usa, deputata dem su divieto ingresso Israele: Agghiacciante, un insulto

di DAB15 agosto 2019

Washington (Usa), 15 ago. (AFP/LaPresse) - La deputata democratica Ilhan Omar ha definito la decisione di Israele di vietarle la visita nel Paese "agghiacciante", dicendo che negare l'ingresso ai membri del Congresso degli Stati Uniti è stato un "insulto ai valori democratici". È "un affronto che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sotto la pressione del presidente Donald Trump, neghi l'ingresso ai rappresentanti del governo degli Stati Uniti", ha dichiarato Omar in una maniera netta, mettendo in evidenza il suo ruolo di supervisore.

La 'Ndrangheta dilaga in Europa - Svizzera, Frauenfeld. Ma non solo in tutti i Cantoni e in particolare nel Canton Vallese e Ticino. A Basilea e Zurigo

'Ndrangheta: obiettivo Svizzera

La criminalità organizzata punta a fare business in un paese che al momento ha capacità di reazione ridotte

Foto: Zurigo, in Svizzera, è terza – Credits: iStockphoto

Stefano Piazza - 16 agosto 2019
Luciano Tirinnanzi - 16 agosto 2019

Svizzera, terminale della ’ndrangheta. Somiglia a un romanzo di Stieg Larsson, invece è il quadro che la Dia - Direzione investigativa antimafia - fa nella sua relazione semestrale sulle mafie italiane in Europa. Operazioni finanziarie sospette, riciclaggio di capitali illeciti, nuove affiliazioni sono tra le novità più rilevanti dell’evoluzione affaristica della criminalità calabrese al Nord.

Lo confermano anche nove condanne nel processo conclusosi lo scorso marzo dove, grazie all’Operazione Helvetia partita nel 2014, è stato scoperchiato il malaffare oltrefrontiera, radicato in particolare nella città di Frauenfeld «con la piena e diretta rispondenza alla terra d’origine degli affiliati», come rilevato dagli investigatori. Il giudice Fulvio Accurso del tribunale di Locri, nel condannare questi soggetti a pene detentive tra i 10 e i 13 anni, ha scritto: «Tutti gli arrestati avevano fatto parte della locale ’ndrangheta di Frauenfeld, direttamente dipendente da quella di Fabrizia, località in provincia di Vibo Valentia».

Secondo Fedpol, l’ufficio federale di Polizia elvetica, gli ’ndranghetisti sono da tempo «presenti in tutti i Cantoni della Svizzera, in particolare nel Canton Vallese e nel Canton Ticino, senza dimenticare le aree urbane come Basilea e Zurigo». A sottoscriverlo è anche Dimitri Bossalini, comandante della polizia di Locarno e presidente di Polcom Ticino, che già nel 2016 aveva denunciato «l’infiltrazione della criminalità organizzata, che sta erodendo letteralmente il tessuto economico». Parole che trovano conferma anche con quanto emerso dall’Operazione Stige, che nel 2018 ha portato all’arresto di 169 persone dedite al riciclaggio, tra locali di proprietà delle ’ndrine e partecipazioni in società fittizie, nel business dell’enogastonomia.

Quell’operazione ha dimostrato, in particolare, come la cosca Farao-Marincola - la cui base operativa è l’area di Cirò, nel Crotonese - avesse intenzione di investire pesantemente nella Confederazione. Dalle intercettazioni ambientali depositate, per esempio, si è scoperto che Francesco Tallarico, definito «plenipotenziario della cosca» e indicato come capozona di Casabona, dichiarava di possedere «16 locali già nostri» e alcune partecipazioni in quote di altre società terze della «Svizzera interna» (Tallarico è peraltro lo stesso uomo al centro di aspre polemiche per essere stato applaudito dalla folla durante la cresima del figlio lo scorso 10 maggio, dov’era presente grazie a un permesso premio).

Invece Pino Sestito, esponente di spicco della ’ndrangheta di Cirò, citava investimenti in Svizzera nei quali era coinvolto direttamente Mario Donato Ferrazzo, conosciuto come «Topolino», soprannome del capobastone di Mesoraca, piccolo centro del Crotonese alla ribalta delle cronache per una guerra tra clan rivali scoppiata a metà anni Novanta, e più volte citato in inchieste che collegano i mafiosi calabresi con la Svizzera italiana.

«La ’ndrangheta attecchisce di più e meglio dove non esiste il reato di associazione mafiosa, e dove le leggi sono tali da permettere ai criminali di agire con disinvoltura» sostiene Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro e responsabile dell’Operazione Stige per la Dda, la Direzione distrettuale antimafia. Rispondendo alla domanda sul perché la Svizzera sia divenuta una mèta sempre più privilegiata per le attività illecite della mafia calabrese, allarga lo sguardo: «Non solo la Svizzera, anche Francia, Germania, Belgio e Olanda condividono il problema a causa di sistemi giudiziari blandi che, anche quando prevedono questa fattispecie di reato, gli attribuiscono condanne da uno a cinque anni al massimo. Una passeggiata per un mafioso».

Lo attesta anche un recente studio della ricercatrice Madeleine Rossi, pubblicato sui media della Svizzera francese, che evidenzia come le molte inchieste giudiziarie condotte dalle procure italiane abbiano rilevato la tendenza delle mafie nostrane - ’ndrangheta, cosa nostra, le stidde siciliane, la camorra, e la sacra corona unita - a stabilirsi nella prospera Confederazione elvetica, dove disporrebbero di sempre nuovi adepti e opportunità. Il perché è ancora nelle certezze di Gratteri: «In Svizzera non esiste il reato mafioso, l’unica legge assimilabile è l’associazione a delinquere finalizzata al terrorismo, con cui le procure hanno difficoltà ad agire. Tanto è vero che nove volte su dieci le prove di un crimine commesso all’estero le acquisiamo noi in Italia. Lo Spazio Schengen (di cui la Svizzera è parte dal 2008, ndr) aiuta per le rogatorie, ma non basta. Intanto, le attività criminali proliferano».

In effetti, in Svizzera non c’è una vera politica antimafia. Le uniche misure di contrasto alle organizzazioni mafiose s’inseriscono in un’ampia riforma legislativa avviata nel 1988, in seguito alla quale fu introdotto nel codice penale l’articolo 305 bis sul riciclaggio di denaro, cui si aggiunsero poi la partecipazione e il sostegno a un organizzazione criminale (articolo 260 ter), e norme per la confisca di valori patrimoniali di un’organizzazione criminale (art.72), anche all’estero. Mentre nel 1998 è arrivata la legge sul riciclaggio di denaro, che per la prima volta ha messo in discussione il principio «sacro» del segreto bancario, obbligando gli operatori finanziari elvetici a denunciare i sospetti sulla natura illecita dei capitali. Inoltre, sono state create due autorità di controllo federali in materia di riciclaggio.

Il fenomeno d’infiltrazione massiva descritto nella relazione della Dia interessa più settori e ambiti commerciali. Ma il procuratore Gratteri non ha dubbi su quale sia in realtà la vera «missione» del crimine organizzato tra le Alpi: «Le mafie in Europa e in Svizzera sono lì per vendere cocaina, e con quei proventi illeciti possono poi comprare ciò che meglio credono». Eppure, per farlo, devono imbastire un enorme sistema di riciclaggio. Dunque, perché non è stato ancora rilevato? «E facile capire il perché» sostiene ancora il procuratore, «sono tipologie reati che non richiedono il “morto a terra”, e dunque il fenomeno non è percepito dall’opinione pubblica nelle sue dimensioni reali né è ritenuto un pericolo. Del resto, neanche per l’Unione europea la mafia è lontanamente tra le priorità».

Qualche ulteriore dato può aiutare a capire. Tra le tipologie di reati commessi in Svizzera, le organizzazioni criminali si trovano al quinto posto dopo truffa, corruzione, riciclaggio e appropriazione indebita, e poco sopra i reati di amministrazione infedele e in materia di stupefacenti: 1.223 casi tra il 2008 e il 2017, ovvero circa il 9 per cento della «torta» delle attività fuorilegge. A ciò si aggiunga che la Procura federale, incaricata del perseguire i reati in tutta la Svizzera, nonostante un budget di 62 milioni di franchi e 237 inchieste penali avviate, nel 2017 non sia riuscita a confiscare un solo franco.

Del resto, la magistratura dispone di un solo procuratore per le inchieste di mafia. Mentre gli atti parlamentari relativi alle mafie italiane, dal 1973 a oggi, sono appena 57. Le autorità elvetiche minimizzano, escludendo che esista una situazione paragonabile alla Lombardia o alla Germania. Tuttavia, la vigilanza resta alta, almeno nel contrastare l’infiltrazione negli appalti pubblici. Nel 2017 è stato il deputato ticinese Fabio Regazzi a paventare tale rischio, con una durissima presa di posizione contro il consorzio Cossi-Condotte che aveva vinto la gara d’appalto per il lotto principale dalla AlpTransit Gotthard AG, per un valore di un miliardo di franchi. Ricorda il parlamentare del Partito popolare democratico svizzero: «Con un atto formale domandai se le nostre autorità fossero a conoscenza delle vicende giudiziarie del Gruppo Cossi-Condotte in Italia, e soprattutto se fosse ammissibile, o anche solo opportuno, che a un’azienda i cui vertici erano indagati o sotto processo per reati di mafia all’estero fossero attribuiti appalti pubblici per centinaia di milioni di franchi. La risposta fu fumosa, per non dire elusiva». Regazzi propose un emendamento a una norma che permettesse allo Stato di escludere da una procedura di appalto, o rispettivamente revocarlo a un’azienda i cui vertici fossero coinvolti in procedimenti giudiziari per gravi reati: «Purtroppo, il Consiglio degli Stati (la camera alta del Parlamento svizzero, ndr) lo stralciò per motivi che ignoro».

Nel 2018 la Polizia federale è stata il solo ente ad aver elaborato un Piano d’azione nazionale antimafia con il coinvolgimento del Canton Ticino. Un vero contrasto a un fenomeno criminale strutturato è appena agli inizi.

In rete i dati non sono mai al sicuro

Bce, che cosa gli hacker hanno aggredito del sito della Banca centrale europea



Che cosa è successo al sito web della Bce utilizzato dalle banche per preparare i rapporti statistici e di vigilanza.

Attacco hacker al sito ‘Bird’ della Bce, il sito web utilizzato dalle banche per preparare i rapporti statistici e di vigilanza.

La Banca centrale europea ha informato, con una nota, che soggetti non autorizzati hanno violato le misure di sicurezza a tutela del sito web Bird (Banks integrated reporting dictionary) della banca, gestito da un provider esterno ed è possibile che i dati di contatto (indirizzi e-mail, nomi e altri dati) ma non le password di 481 abbonati alla newsletter Bird siano stati acquisiti.

Il sito Bird è stato chiuso fino a nuovo avviso e, assicura la Bce, né i sistemi interni della Banca né i dati sensibili del mercato sono stati interessati dall’attacco dal momento che il sito e’ fisicamente separato da qualsiasi altro sistema esterno e interno della Bce.

L’istitito di Francoforte, aggiunge la nota, sta contattando i soggetti che potrebbero essere stati interessati dall’attacco. “La Bce prende molto sul serio la sicurezza dei dati”, si legge ancora nella nota, e “abbiamo informato il Garante europeo della protezione dei dati in merito alla violazione” e “stiamo adottando le misure necessarie per garantire che il sito Web possa riprendere in sicurezza le operazioni”.

Per le banche gli utili ci sono riducendo il personale e riorganizzando le intermediazioni

Ecco conti veri (e furbizie) delle banche. L’analisi di Sileoni (Fabi)

16 agosto 2019


Per i primi 5 grandi gruppi bancari (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Mps, Banco Bpm) il costo del lavoro è stato tagliato del 7,6% contro i ricavi dei 5 gruppi scesi solo del 4% in 4 anni. L’analisi della Fabi guidata dal segretario Lando Maria Sileoni

In quattro anni, dal 2017 al 2020, le banche italiane realizzeranno oltre 45 miliardi di utili, grazie anche a un taglio delle spese del personale e a un cost-income (il rapporto tra costi operativi e margine di intermediazione) fra i migliori di Europa. I numeri, elaborati dalla Fabi su dati Bce, Bankitalia e sulla base dei bilanci dei gruppi bancari, sono stati anticipati dall’Agi.

Numeri che dimostrano come il settore creditizio si sia rimesso in piedi, tornando alla redditività e asciugando il numero di dipendenti. Tanto che oggi le banche italiane hanno raggiunto efficienza operativa fra le migliori in Europa, con un costo del lavoro che pesa soltanto per il 30% dei ricavi, sottolinea la Fabi guidata dal segretario generale Lando Maria Sileoni.

Nel dettaglio, nel 2017 e nel 2018, sono già stati realizzati 10 miliardi di utili l’anno, con il miglior risultato dal 2009. Nel 2019 secondo stime Abi si arriverà a 10,9 miliardi e a 14,3 miliardi nel 2020.

Anche i costi operativi, che comprendono spese generali e spese per il personale, sono diminuiti passando dai 60,6 miliardi del 2016 (32,2 miliardi per il personale), a 55,8 del 2017 (30,2 miliardi per il personale) e 54,8 del 2018 (28,5 miliardi per il personale). E secondo stime Abi questi costi continueranno a scendere nel 2019 e 2020 rispettivamente del 2,9% e del 2%.

COME VANNO UTILI E COSTI PER IL PERSONALE

Il cost-income è migliorato negli ultimi anni (63,6% nel 2018, media europea 64,1%) per due motivazioni principali: le minori spese amministrative e il costo del personale che nel 2018 è calato quasi dell’8%, soprattutto per i tagli. Tutti gli altri costi (amministravi, spese varie e consulenze) sono scesi del 4%. I costi operativi (personale e amministrativi) in Italia sono diminuiti anche rispetto ai ricavi (incidenza del 66,2% sul margine di intermediazione). Questi valori sono in linea con la media europea.

CHE COSA E’ SUCCESSO A INTESA SANPAOLO, UNICREDIT, UBI, BANCO BPM E MPS

Per i primi 5 grandi gruppi bancari (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi, Mps, Banco Bpm) il costo del lavoro è stato tagliato del 7,6% contro i ricavi dei 5 gruppi scesi solo del 4%. Migliorano anche i coefficienti patrimoniali grazie agli aumenti di capitale e alle pulizie di bilancio (svendita crediti in sofferenza) imposti dalla vigilanza bancaria (europea e italiana).

UN CONFRONTO IN EUROPA

Facendo un confronto con l’Europa, in Italia in 10 anni (dal 2008 al 2018) ci sono sempre meno sportelli (-25,5% contro il -27,7% dell’Ue) e calano anche i dipendenti -63.979 (-18,95) contro i 470.000 in meno dell’Ue (-17%).

Ecco nel dettaglio i dati forniti dalla Fabi su utili, costi operativi e cost income in confronto con l’Ue:

UTILI BANCHE 2017 10 miliardi (miglior risultato da 2009) 2018 + di 10 miliardi (9 miliardi euro per i primi 10 gruppi) 2019 10,9 miliardi (stima Abi: +1,3%) 2020 14,3 miliardi (stima Abi: +1,4%)

COSTI OPERATIVI (SPESE GENERALI E PERSONALE) 2016 60,6 miliardi (32,2 miliardi per il personale) 2017 55,8 miliardi (30,2 miliardi per il personale) 2018 54,8 miliardi (28,5miliardi per il personale) 2019 -2,9% = – 1,5 miliardi (stime Abi) 2020 -2,0% = – 1 miliardo (stime Abi)

IL COST/INCOME MIGLIORA PER LE BIG ITALIANE DAL 2017 AL 2018

Intesa e Unicredit sono sempre piu’ efficienti: dal 64,7% al 63,6% ovvero meno 1,1% – Svizzera (prime 2) da 81,8 a 77,7 – Gran Bretagna (prime 5) da 66,4 a 62,2 – Francia (prime 5) da 69,5 a 68,2 – Germania (prime 3) da 84,5 a 87,3 – Spagna (prime 2) da 54,7 a 52,1

COST/INCOME: LA CLASSIFICA DEI COLOSSI EUROPEI (% DEL 2018)

Deutsche Bank 92,5 – Commerzbank 81,6 – Ubs 77,9 – Credit Suisse 77,3 – Bnp Paribas 71,2 – Std Chartered 70,7 – SocGen 69,8 – Barclays 66,0 – Unicredit 64,3 – IntesaSanpaolo 62,7 – Credit Agricole 62,7 – Hsbc 59,8 – Abn Amro 58,3 – Ing 54,3 – Santander 52,4 (AGI) Ila 161116 AGO 19

TUTTI I NUMERI SU ESUBERI E ASSUNZIONI

Nei piani industriali già approvati dei primi nove gruppi bancari italiani, sono previsti 30.114 esuberi: di questi, 16.434 già completati e 13.680 da realizzare nel biennio 2019-2020. Di contro, il Fondo per l’occupazione ha consentito in 9 anni (dal 2012) l’assunzione di 20.550 giovani (under 35). I numeri, elaborati dalla Fabi, sono anticipati dall’Agi. Nel corso del 2018, nel dettaglio, sono stati assunti 1.538 “ragazzi”, quasi 150 al mese (6.657 nel 2012, 2.164 nel 2013, 2.126 nel 2014, 2.969 nel 2015, 2.585 nel 2016, 2.511 nel 2017). Circa il 57% delle assunzioni complessive ha riguardato personale femminile e il 43% il personale maschile. I nuovi ingressi hanno bilanciato gli esuberi del settore già completati, tutti gestiti solo con pensionamenti e prepensionamenti volontari. Le crisi bancarie e gli esuberi sono state gestite con il Fondo esuberi e il Fondo per l’occupazione. Grazie a questi strumenti, fortemente voluti dai sindacati nel contratto, sono stati evitati i licenziamenti. Di contro in Europa, sono stati persi 470.000 posti di lavoro, il 70% dei quali con licenziamenti.

Ecco nel dettaglio i numeri sugli esuberi forniti dalla Fabi:

BANCA Lavoratori in uscita Lavoratori usciti Totale

MPS 2.250 2.250 4.500

UNICREDIT 1.200 3.250 4.450

BANCO BPM – 2.600 2.600

INTESA SP 4.850 5.700 10.550

UBI BANCA 917 1.089 2.006

BPER 1.700 1.044 2.744

CRE’DIT AGRICOLE 113 330 443

CARIGE 1.250 – 1.250

BNL 1.400 171 1.571

TOTALE 13.680 16.434 30.114

LE RICHIESTE DI SILEONI

“Se nei prossimi piani industriali non si raggiungerà un maggior equilibrio fra prepensionamenti volontari e nuove assunzioni, la Fabi non sottoscriverà più nessun accordo”, ha dichiarato all’Agi il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, commentando i dati diffusi oggi. “Il Fondo per l’occupazione giovanile – aggiunge – che ha permesso l’assunzione di oltre 20.000 giovani nel periodo più difficile del settore bancario deve essere utilizzato maggiormente dalle banche perché non accetteremo che a fronte di esuberi, socialmente sostenibili con prepensionamenti volontari, siano poche le assunzioni di giovani rispetto agli stessi esuberi: nel Fondo ci sono 165 milioni di euro non ancora utilizzati”.

ALCUNI GRUPPI AGGIRANO IL CONTRATTO BANCARIO

“La politica sindacale del settore del credito viene condivisa da Abi e sindacati (Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin) attraverso regole scritte all’interno del contratto nazionale di lavoro e deve essere rispettata dai gruppi bancari che tendono invece, non tutti per la verità, a introdurre nelle aziende, deroghe al contratto per una guerra economica e finanziaria senza esclusione di colpi”, ha aggiunto Sileoni, commentando i dati diffusi oggi. “Non ha senso – aggiunge – sottoscrivere in Abi un contratto nazionale e, un secondo dopo, aggirarlo con espedienti e furberie di ogni genere. I piccoli e medi istituti di credito e alcuni dei grandi gruppi bancari che invece rispettano il contratto nazionale devono ribellarsi per non continuare a subire danni economici e competitivi”. Quanto alla parte economica “la richiesta di aumento di 200 euro rappresenta il giusto equilibrio fra il ritorno agli utili delle banche e i dividendi distribuiti agli azionisti. Se ne facciano una ragione tutti”, conclude Sileoni.