L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 28 settembre 2019

Ford dava salari adeguati affinchè gli operai che producevano macchine potessero comprarle. Il capitalismo attuale ha segato il ramo su cui sedeva, i salari bastano a malapena per sopravvivere

Quanto è floscio il morale delle imprese manifatturiere. Report

27 settembre 2019


Il commento di Paolo Mameli, senior economist della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, sul dato della fiducia di famiglia e imprese manifatturiere in Italia

A settembre, il morale delle famiglie ha mostrato un parziale recupero dopo il calo di agosto, quello delle imprese si è deteriorato ulteriormente, soprattutto nel manifatturiero. Ciò conferma la nostra idea di una tenuta dei consumi domestici, mentre le incertezze relative al commercio mondiale potrebbero continuare a pesare sugli investimenti (e sull’export) anche nei prossimi mesi.

Il morale dei consumatori è tornato ad aumentare a settembre, a 112,2 dopo il calo a 111,9 registrato ad agosto. Il miglioramento è dovuto alla situazione personale degli intervistati (mentre peggiorano le valutazioni sul clima economico nazionale) e alle aspettative per il futuro (in presenza di una condizione corrente invariata). In merito alla situazione economica del Paese, le famiglie sono più pessimiste riguardo alla situazione attuale, ma più ottimiste per il futuro.

Viceversa, l’indice composito sul morale delle aziende diffuso dall’Istat è calato ancora, sia pure in misura modesta, a 98,5 da 98,8.

Il quadro per settore è però variegato, in quanto mostra un miglioramento nei servizi e nelle costruzioni (dove il morale fa registrare il secondo valore più elevato da 11 anni), mentre il calo è dovuto al commercio al dettaglio e alla manifattura.

Nel manifatturiero, la fiducia delle imprese è diminuita ulteriormente, per il quarto mese consecutivo, a 98,8 da 99,6 precedente. Si tratta di un nuovo minimo da ottobre 2014. Il dettaglio dell’indagine mostra che il calo riguarda tutte le principali componenti, con l’eccezione delle aspettative delle imprese su economia e occupazione, che migliorano sia pure in misura contenuta.

I dati sono misti, ma, nel complesso, inferiori alle attese. Le uniche indicazioni positive vengono da:
il miglior andamento della fiducia dei consumatori rispetto a quella delle imprese, che è coerente con la nostra idea di una tenuta dei consumi nell’orizzonte prevedibile, a fronte di maggiori rischi per gli investimenti (e l’export): ci aspettiamo che i consumi anche nel 2020 mantengano il (moderato) tasso di crescita visto a partire dal 2018, ovvero di circa mezzo punto l’anno, in quanto il reddito disponibile reale delle famiglie continua a crescere a un ritmo decisamente più vivace di quello del Pil (circa un punto percentuale l’anno); viceversa, l’anno prossimo ci aspettiamo un rallentamento degli investimenti, a 0,6% dopo l’1,6% stimato per quest’anno;

L’intonazione ancora espansiva della fiducia nei servizi e nelle costruzioni, che per ora bilancia la debolezza del manifatturiero, con il risultato di evitare la recessione (ma difficilmente anche nei prossimi trimestri si andrà oltre una sostanziale stagnazione dell’attività economica nel suo complesso).

Infine, sia le famiglie che le imprese manifatturiere mostrano se non altro un minor pessimismo sulla situazione economica del Paese in prospettiva futura. Ciò potrebbe essere dovuto alla riduzione del rischio politico/fiscale/finanziario domestico dopo la rapida risoluzione della crisi di governo e il miglioramento delle prospettive per il rifinanziamento del debito e la stabilità finanziaria anche a seguito del nuovo pacchetto di misure espansive annunciato dalla Bce.

Nel complesso però, se il rischio domestico si è ridotto, restano in piedi le incognite legate al commercio internazionale (con la concomitanza, nei prossimi mesi, dell’entrata in vigore delle nuove tariffe sulla Cina e di un possibile epilogo della saga di Brexit), che pesano in particolare sul settore manifatturiero e che potrebbero protrarre la fase di sostanziale stagnazione dell’economia fino all’inverno.

Difficilmente il Pil tornerà a crescere, soprattutto nella componente degli investimenti (ed export), prima che si sia almeno in parte ridotta l’incertezza relativa agli scambi commerciali (ovvero, nella migliore delle ipotesi, a partire dal 2° trimestre del 2020).

Argentina, da granaio del mondo a paese che non riesce a sfamare tutti i suoi 43 milioni di abitanti

Vi racconto la miccia Argentina. L’approfondimento di Zanotti

27 settembre 2019


Argentina, da granaio del mondo a paese che non riesce a sfamare tutti i suoi 43 milioni di abitanti. Il fallimento del governo Macri, le responsabilità del Fmi e un indebitamento impagabile. Una situazione paradigmatica. L’approfondimento di Livio Zanotti

Nell’Europa semidistrutta e affamata del secondo dopoguerra la chiamarono granaio del mondo. Incomparabili con le Liberty per numero e capacità, le navi che trasportavano le farine delle fertilissime pampas cominciarono tuttavia ad arrivare nei porti del vecchio mondo anche prima di quelle del Piano Marshall (ERP). In Italia innanzitutto: anche l’Argentina dei nostri emigranti si riconfermava America. Erano gli stessi anni in cui a Bretton Woods, all’altro capo del continente americano, veniva architettato il nuovo sistema finanziario in cui diventavano egemoni gli Stati Uniti.

Le lungimiranti insistenze di John Maynard Keynes fecero breccia nella visione espansionista del presidente Harry Truman, che dal New Deal rooseveltiano aveva appreso come non tutte le “ricchezze di una nazione” fossero da comprendersi in quelle prescritte da Adam Smith. Così che insieme alla garanzia aurea per il dollaro divenuto la moneta dominante, nacquero il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale (Wbg), destinati dal grande economista inglese a stabilizzare i mercati sempre esposti ai rischi delle loro componenti irrazionali e della speculazione.

A oggi, sono trascorsi abbondanti tre quarti di secolo, con innumerevoli vicissitudini sociali ed economiche. Al netto d’ogni retorica, però, quella argentina è ancora in termini assoluti una delle cinque agricolture più produttive e avanzate del globo. I numeri della borsa cerealicola di Chicago (per tonnellate prodotte e milioni di dollari ricavati) certificano l’immaginario popolare: le pianure umide del Cono Sud temperato potrebbero nutrire 500 milioni di persone, pari all’intera popolazione latino-americana, 8 volte quella dell’Italia.

Invece, di nuovo, il Paese sudamericano che pure ha rinsaldato la sua democrazia, è piagato dalla peste peggiore, la fame: nella povertà cresciuta questi ultimi 2 anni fino a colpire il 30 per cento degli abitanti, non meno (probabilmente di più) di due milioni e mezzo di persone, tra cui centinaia di migliaia di bambini e adolescenti, non assumono le calorie quotidiane indispensabili. E specialmente nei più piccoli queste carenze lasciano segni irrimediabili sulla loro salute. Sono dati raccolti dalla Commissione episcopale cattolica e da organismi ufficiali. Più che attendibili, dunque.

Sulla drammaticità della crisi, del resto, sulla sua implacabile violenza, un fatto cancella qualsiasi possibile dubbio. È un atto politico per più motivi eccezionale: il Senato di Buenos Aires ha votato all’unanimità (61 a favore, nessuno contrario) e con carattere assoluto d’urgenza una legge che dichiara l’Emergenza Alimentare. Garantisce fino al 2022, vale a dire per i prossimi 3 anni a partire da ora, un forte finanziamento statale (minimo 50 per cento) alle mense popolari che negli ultimi mesi vanno moltiplicandosi da ogni parte e soprattutto nelle grandi periferie urbane.

Mentre all’interno del Congresso i senatori del governo e dell’opposizione votavano in un clima di reciproca ma contenuta ostilità, nelle strade tutt’attorno decine e decine di migliaia di persone manifestavano tumultuosamente contro il presidente Mauricio Macri. Una duplice, eloquente immagine delle tensioni che attraversano il Paese intero e che con ogni probabilità non smobiliteranno neppure dopo il prossimo 27 ottobre, quale che sia il risultato delle elezioni presidenziali previste per quel giorno (i sondaggi accreditano unanimi un notevole vantaggio per l’opposizione: il ticket Alberto Fernandez-Cristina Fernandez).

Ciclicamente, dalla fine dell’ultima dittatura militare, quella dei desaparecidos che in sei anni (1976-82) quintuplicò il debito pubblico preesistente, oltre a dilaniare il tessuto culturale della società, il suo patto di convivenza, l’Argentina si ritrova affacciata sull’orrido della bancarotta. Una volta ancora, gli investimenti miliardari, quasi tutti nella finanza speculativa, fuggono precipitosamente; i risparmi dei cittadini comuni evaporano insieme ai loro progetti di vita. Non è un caso unico. 
In questa economia globalizzata, nessun paese di sviluppo intermedio riesce a crescere stabilmente, compatibilizzando imposte e servizi, profitti e salari (glebalizzazione).

Però scegliendo a priori di rottamare l’industria esistente e la sua insostituibile capacità di occupazione, i sussidi di Stato e i controlli alle transazioni finanziarie ereditati dal precedente governo di Cristina Fernandez de Kirchner (pur farraginosi e talvolta torbidi), per favorire l’export agricolo, le opere pubbliche (in cui la famiglia Macri vanta lunga e proficua esperienza imprenditoriale) e un sistema bancario aperto ai quattro venti oltre che appeso a investimenti esteri rimasti nel suo wishful thinking, il Presidente Macri è andato pervicacemente diritto al disastro. Reso infine dirompente dallo smisurato ricorso al credito internazionale.

L’indebitamento raggiunto ne mostra il consuntivo e il meccanismo perverso che lo alimenta. All’inizio della Presidenza Macri, dicembre 2015, il debito costituiva il 53,3 per cento del Prodotto Interno Lordo (PIL); oggi è salito ben oltre il doppio: al 129 per cento (dati CEPAL). Per i quattro quinti è in valute forti (dollari, euro e sterline), con scadenze per la maggior parte a breve e medio termine, impossibili da onorare nell’attuale situazione. Il nuovo ministro dell’Economia, Hernan Lacunza, sta chiedendo quindi di protrarre i termini di pagamento per circa cento miliardi di dollari in titoli di vario tipo. Tecnicamente, è già un default, che spinge ulteriormente svalutazione e inflazione (quest’ultima calcolata per quest’anno al 60 per cento).

Il governo stesso ritiene falcidiata dalla crisi anche la solvibilità dell’enorme maggioranza degli individui. A tal punto da ordinare all’amministrazione fiscale la riduzione del 50 per cento dei ratei in scadenza per le imposte dovute sul reddito (quella che in Italia viene denominata IRPEF). Con ciò dimezzando quindi seccamente le prossime entrate dello stato, che affronta pertanto i prossimi mesi con probabili se non immancabili problemi di cassa. Nel tentativo disperato di evitare così un corto circuito di liquidità nelle attività produttive, con le conseguenze catastrofiche che comporterebbe.

Creditore numero uno, privilegiato per statuto, è comunque il Fondo Monetario. Nel senso che accada quel che accada va pagato immancabilmente e per primo, in quanto ente multinazionale a cui l’Argentina medesima partecipa insieme ad altri 188 paesi. Sebbene a comandarvi siano in pochi e gli unici ad avere potere di veto gli Stati Uniti, titolari della quota di maggioranza relativa. I quali nel tempo ne hanno trasformato ragion d’essere e missione: da banca a proprietà diffusa che doveva favorire gli equilibri monetari e la stabilità dell’economia globali, a strumento di fede assoluta nel libero mercato e nella sua naturale efficienza.

Austerità, vale a dire tagli progressivi alla spesa pubblica (sanità e istruzione in primo luogo), e privatizzazioni sono l’immancabile sostanza della ricetta che somministra ogni qual volta interviene attraverso i suoi funzionari nel commissariamento di fatto d’una economia in crisi
Oggi – va rilevato -, con minor rigore dogmatico del passato. Poiché è impossibile ignorare che mezzo mondo (segnatamente quello occidentale) vive in deficit di bilancio e con debiti pubblici alle stelle, senza che l’FMI (né nessun altro) riesca a togliere il ragno da questo epocale black-hole. Considerazione che nondimeno non è bastata al presidente Macri per ottenere il pagamento della promessa quota di 5,4 miliardi di dollari dei 57 concessi stand-by, cioè a rate, un anno fa.

L’Fmi che aveva forzato il proprio stesso statuto permettendo all’Argentina di Mauricio Macri di indebitarsi spropositatamente, ora che nessuno riesce più a prevedere la sua rielezione compie una brusca sterzata per rientrare nella regola e salvare il salvabile. David Lipton, direttore provvisorio in attesa della bulgara Kristalina Giorgieva, scelta per sostituire Christine Lagarde (a sua volta destinata a sostituire Mario Draghi alla BCE), gli ha spiegato che il credito finanziario residuo resta a disposizione del prossimo Presidente eletto. A un mese dal voto, quest’abbandono (che presume anche quello di Donald Trump, a sua volta preso da strette urgenze personali), appare un colpo politico mortale.

Christine Lagarde non segue infatti la fede ultraortodossa di Ann Krueger, che nel 2001 la precedette ai vertici dell’Fmi per accusarla poi nei mesi scorsi di eccessiva condiscendenza verso il governo di Buenos Aires. Ma neppure possiede l’audacia calcolata e tuttavia generosa di George Marshall, men che meno la genialità di John Maynard Keynes. Difficile capire quindi perché abbia passivamente favorito l’indebitamento monstre dell’Argentina. Salvo che dando credito alla voce diffusa tanto nei corridoi di Pennsylvania Avenue quanto alla Casa Rosada, secondo cui avrebbe ceduto alle pressioni del presidente degli Stati Uniti, vecchio socio in affari immobiliari della famiglia Macri.

Entrambi non dimenticando certo che l’Argentina è un paese politicamente difficile, dunque a rischio; non privo però di importanti risorse naturali. E che comunque al Fondo ha restituito fino all’ultimo centesimo già con i Kirchner e con Macri ha pagato anche gli avvoltoi dei fondi più speculativi (grazie a un giudice di New York). Nella campagna elettorale del 2003, la privatizzazione del servizio di distribuzione dell’acqua potabile e la voce che se fosse stato rieletto l’ex presidente Carlos Menem avrebbe cambiato il regime di proprietà dei suoli, assimilandola a quella statunitense che l’estende anche a quanto c’è sotto la superficie, fu sufficiente per far giungere in massa le più grandi multinazionali del settore, dalla Bridge Water a Danone, Societè Lyonnaise des Eaux, Coca Cola, gruppo Suez…

L’Fmi ne ha finanziate più di una.

Governo degli euroimbecilli e Confindustria a braccetto, gli investimenti diventano prebende

IL PIANO
Industria 4.0, appello di Boccia: “Confermare i bonus e puntare sulle skill”


Il presidente di Confindustria al governo: “Gli incentivi servono a dare un indirizzo al nostro sistema produttivo. Ma non basta: bisogna elaborare dentro le fabbriche percorsi di formazione digitale”

27 Set 2019
F. Me.

È importante “che si confermino gli strumenti che hanno fatto sì che gli investimenti accelerassero nel Paese” e che “il piano Industria 4.0 abbia anche una attenzione alla formazione dentro le fabbriche”. L’appello arriva del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine del World manufacturing forum in corso a Villa Erba a Cernobbio. “Su questo tema – ha detto – ci aspettiamo una convocazione” da parte del governo. Per Boccia il primo passo da fare è “consolidare gli strumenti che abbiamo, perché quello è un messaggio forte per il Paese. L’industria 4.0 non è uno strumento agevolativo ma una dimensione di indirizzo dell’industria italiana”.

“Se noi vogliamo puntare su una industria ad alto valore aggiunto, ad alta intensità di produttività e ad alta intensità di investimento – ha avvertito il manager – evidentemente dobbiamo puntare su quegli strumenti che non usano parecchie risorse ma sono premianti per chi investe nel Paese. Quella è la direzione che dobbiamo seguire”.

Per quanto riguarda la formazione, ha spiegato il numero uno di Viale dell’Astronomia, c’è “l’idea di costruire un percorso di industria 4.0 non solo per la parte tecnologica ma anche per la parte di formazione dei lavoratori, che vanno educati a queste nuove tecnologie”.

Le parole del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, che in una recente intervista al Sole 24 Ore ha parlato di coinvolgere le parti sociali in un confronto su Industria 4.0 sono state accolte positivamente da Boccia. “Ci sembra che questa maturità e nuova consapevolezza del governo di confrontarsi con i corpi intermedi, specialmente in una fase delicata del Paese, è un buon auspicio”, ha sottolineato Boccia, aggiungendo che “naturalmente poi valuteremo i provvedimenti che saranno realizzati”.

Su un tavolo della transizione, di cui ha parlato Patuanelli, Boccia ha commentato che “il 60% dell’industria italiana è in una cosiddetta fase di transizione, l’importante è farlo quanto prima ed evitare che la transizione sia un percorso permanente e costruire un salto di qualità dell’industria italiana con un acceleratore che deve essere la politica economica del Paese”. Boccia ha focalizzato l’attenzione anche sulla diffusione della moneta elettronica e sulla possibilità di utilizzare incentivi per spingerne l’utilizzo.

“Eravamo e siamo per l’idea di premiare l’uso della moneta elettronica e non di penalizzare l’uso del contante – ha ricordato – Su questa linea ci sembra che ci sia una convergenza comune”.

“E’ meglio semplificare le cose e prevedere come è stato fatto per i benzinai un credito di imposta per chi usa la moneta elettronica, che diventa premiante anziché usare una configurazione che diventa complicata. Occorre semplificare le cose ma il concetto è valido”, ha concluso.

La strategie del ministro Patuanelli

Incentivi a impresa 4.0 spalmati su 3 anni per dare continuità al piano di sviluppo dell’industra in ottica innovativa. In un’intervista al Sole 24 Ore, il ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli dettaglia la strategia del governo.

“Non sono affezionato ai proclami, il capitolo industria sarà al centro della nuova legge di bilancio perché è al centro del sistema Paese, essendo la sua spina dorsale. Non amo parlare del chi e del cosa, ma del come, del metodo: la programmazione sarà all’insegna dell’ascolto e del confronto con i cosiddetti corpi intermedi, associazioni di categoria e sindacati in primis”, ha detto Patuanelli, sottolineando che “in legge di bilancio confermeremo tutti gli strumenti che hanno spinto l’economia reale incontrando il favore delle imprese; li renderemo strutturali o comunque con un periodo minimo di tre anni”.

“Rivedremo ciò che deve essere corretto e valuteremo come il Mef i margini per nuove misure a sostegno della crescita, soprattutto in chiave green economy dato anche l’alto moltiplicatore economico”, aggiunge il ministro.

Il piano Impresa 4.0, rileva Patuanelli, “ha funzionato e lo shock positivo dato agli investimenti ha segnato un’inversione del trend registrato negli anni precedenti all’introduzione delle misure 4.0. Tuttavia le misure hanno bisogno di essere rimodulate in una visione anche legata al Green New Deal. Adesso è inoltre necessario fornire certezza a chi fa investimenti: è difficile per un imprenditore rincorrere il rinnovo delle agevolazioni a ogni legge di bilancio. C’è bisogno della garanzia legata alla stabilità. Al momento stiamo lavorando su ogni misura così da poter assicurare da una parte la stabilità e contemporaneamente un rinnovo”.

Entrando nel dettaglio, il ministero annuncia l’intenzione di coniugare i bonus “in una logica di maggiore sostegno alle piccole imprese attraverso l’introduzione di alcune premialità legate all’innovazione nelle filiere o nei grandi progetti, così da arrivare a tutto il tessuto produttivo, anche a quello maggiormente periferico e non solo geograficamente. Altro aspetto è quello della formazione per accompagnare chi lavora nelle fabbriche lungo la trasformazione tecnologica”.

Gli statunitensi sono solo dei zotici stupidi che pensano che possono continuamente applicare o disapplicare a secondo della loro convenienza le regole della convivenza civile

La Russia prepara una "sorpresa" agli Stati Uniti per non aver rilasciato i visti ai delegati delle Nazioni Unite


Mosca promette di dare una forte risposta al comportamento di Washington in questa sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

La Russia darà una risposta netta dopo che gli Stati Uniti non hanno rilasciato visti per decine di suoi funzionari che stavano pianificando di partecipare all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, ha dichiarato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.

Il ministro degli Esteri russo ha annunciato a margine della 74a sessione, dove interverrà domani, che "dichiareremo la nostra posizione qui", precisando che "prepareremo misure" ed pregando un giornalista di non privarlo di "un'occasione per fare una sorpresa ".

In precedenza, il capo della diplomazia russa aveva affermato che il comportamento di Washington dimostrava che era tempo di sollevare il problema su "cosa fare con il quartier generale delle Nazioni Unite" e offriva la possibilità di trasferirsi in una città russa come Sochi.

Lavrov ha lamentato che la cosiddetta "esclusività" degli Stati Uniti deriva da atteggiamenti che non corrispondono al diritto e alle pratiche internazionali perché gli americani "credono di poter fare quello che vogliono, mentre il resto dovrebbe fare solo ciò che loro consentono".

Tra quelli colpiti dalla mancanza concessione del visto ci sono il capo dell'agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitri Rogozin; Capo del Comitato relazioni internazionali della Duma di stato russa, Leonid Slutski; Il senatore Konstantin Kosachov; numerosi interpreti e altri partecipanti alla conferenza sul trattato sul divieto globale dei test nucleari.

"Atto di negligenza"

La portavoce del ministero degli Esteri russo, María Zakhárova, ha spiegato che il suo paese ha eseguito le procedure richieste per la missione diplomatica degli Stati Uniti per riesaminare ogni richiesta due mesi prima della data prevista per il viaggio e che la documentazione presentata era contrassegnata come "consegna anticipata" .

Da parte sua, la missione diplomatica degli Stati Uniti a Mosca ha rifiutato di affrontare la questione.

"Secondo le nostre regole, non commentiamo casi speciali di domande di visto per gli Stati Uniti", hanno affermato dall'ambasciata degli Stati Uniti in Russia.

Inoltre, l'agenzia Riafan sostiene di aver ricevuto una dichiarazione ufficiale in cui il Dipartimento di Stato americano afferma che valuta ogni caso in base a regolamenti stabiliti, sebbene i funzionari statunitensi si siano rifiutati di rivelare i motivi del rifiuto del visto perché tali informazioni sarebbero confidenziali.

Infine, Zakharova ha ricordato che Mosca ha rilasciato circa 200 visti per la delegazione americana che ha accompagnato il Segretario di Stato americano Mike Pompeo quando ha visitato Sochi a maggio e ha insistito affinché questo "atto di negligenza" di Washington diventerà "il tema centrale" della prevista conversazione tra il diplomatico americano e Sergey Lavrov.

L'auto tiene legata l'Italia alla Germania

MADE IN ITALY
Germania, così la frenata dell’industria colpisce i distretti italiani

Il monitor Intesa Sanpaolo registra un calo di vendite per ben 91 aree produttive. Lecco, Brescia e Bergamo i territori più penalizzati dal rallentamento di Berlino

di Luca Orlando
26 settembre 2019

Germania verso la recessione, ondata di indici negativi

La componentistica meccanica di Lecco. Ma anche la filiera dei metalli di Brescia, o ancora la gomma del Sebino, così come le valvole di Lumezzane oppure i beni strumentali di Bergamo.

L’elenco dei segni meno è lungo e non potrebbe essere diversamente. Tenendo conto che la Germania rappresenta il primo mercato estero di sbocco, per l’intero made in Italy così come per le sue aree a maggior specializzazione produttiva, in particolare per la meccanica.


Che già alla fine dello scorso anno avevano iniziato a “leggere” nel proprio portafoglio ordini il rallentamento della domanda tedesca, trend che pur non trasformandosi in crollo si consolida anche nel 2019, con effetti allargati a più comparti, debolezza confermata anche ieri dall’ultima lettura dell’indice dei direttori d’acquiato. Frenata ora quantificata sul territorio dal monitor dei distretti di Intesa Sanpaolo, che registra un calo dell’1,1% tra aprile e maggio: in valore assoluto 46 milioni di euro, terza peggior performance tra i mercati esteri. Sintesi di trend opposti, che vedono aree distrettuali in grado di migliorare anche in modo sensibile la propria performance verso Berlino, a fronte delle quali vi è però un numero maggiore di specializzazioni in calo rilevante, spesso a doppia cifra, in grado di sottrarre cifre non marginali ai ricavi delle aziende.


Se ancora a metà 2018 il numero di distretti con volumi in crescita (84) sopravanzava ampiamente i casi di rallentamento, oggi avviene esattamente il contrario e sono ben 91 (non distante dai record negativi del 2009) i territori con il segno meno verso Berlino. Così, la metalmeccanica di Lecco, che dirige verso Berlino un terzo delle proprie esportazioni, cede in tre mesi quasi 35 milioni di euro, poco meno del 20% del valore realizzato in Germania. In “rosso” per altri 31 milioni è la filiera dei metalli di Brescia (l’intera provincia cede il 2,7% verso la Germania), a cui si aggiungono altri 16 milioni di passivo per valvole e rubinetti di Lumezzane.

L’ESPOSIZIONE ALLA GERMANIA

Export dei distretti. Dati in milioni di euro. (Fonte: Elaborazione Intesa Sanpaolo su dati Istat)


Non a caso prodotti in metallo, metallurgia e componenti intermedi sono in generale i distretti meno brillanti del periodo, aree che chiudono in rosso dopo aver subito l’impatto del rallentamento dell’auto . Blocco dei volumi innescato lo scorso anno dai colli di bottiglia creati dal cambio delle regole di omologazione, con numerosi costruttori impreparati nella gestione delle novità.


Calo acuito dall’incertezza sui nuovi investimenti per effetto delle incertezze sui tempi e sui modi della transizione verso le nuove motorizzazioni e che prosegue anche ora: nei primi otto mesi del 2019 la produzione tedesca di auto si riduce di un altro 11%, in valore assoluto quasi 400mila vetture in meno. Che si traducono in meno motori, dischi freno, fasteners e componenti vari, settori in cui i nostri distretti hanno nel tempo fatto man bassa di commesse. «Per la nostra trafileria è il primo mercato estero - spiega l’imprenditore lecchese Andrea Beri - e la frenata è ben visibile, direi una riduzione dell’8%. Anche se il calo più rilevante si è visto lo scorso anno e ora qualcosa di meglio si vede». «Un rallentamento c’è - aggiunge Enrico Frigerio, alla guida del gruppo bresciano Fonderia di Torbole - ma per ora limitato, certamente più serio per chi è legato a modelli del mondo diesel, maggiormente in difficoltà: sento alcuni colleghi che sperimentano frenate anche del 15-20%». «In effetti c’è grande preoccupazione e alla rassegna Emo di Hannover non si è parlato d’altro - spiega Giancarlo Losma, imprenditore bergamasco della componentistica per macchine utensili- perché l’auto è di gran lunga il primo cliente del settore. Per ora sui ricavi noi teniamo ma i nuovi ordini in Germania si riducono del 5% e da quello che sento questa frenata si fa sentire un po’ per tutti».


Auto ma non solo, con il rallentamento tedesco che inizia a rendersi visibile in termini globali, come testimoniato dalla debolezza delle importazioni, in calo a luglio per il secondo mese consecutivo. «In difficoltà è ad esempio la chimica - spiega il responsabile Industry di Intesa Sanpaolo Fabrizio Guelpa - con cali di produzioni non distanti da quelli dell’auto. Le misure di stimolo annunciate e il rilancio degli investimenti “green” potrebbero a nostro avviso risollevare la situazione, anche se in modo non clamoroso: per il 2020 prevediamo in Germania una ripresa del Pil, arrivando però solo allo 0,5%».


Difficoltà tedesche poco “digeribili” per il made in Italy perché purtroppo estese anche ad altri mercati, con il risultato di creare in generale una domanda meno tonica per i nostri prodotti. Il risultato globale dei distretti, una crescita del 3%, si trasforma infatti in un calo escludendo dal calcolo appena una manciata di aree.


Tra cui Pelletteria di Firenze e Oreficeria di Valenza, dove i recenti investimenti di gruppi multinazionali hanno determinato una forte discontinuità produttiva. Al netto di questi casi il bilancio medio finisce in rosso, con ben 84 distretti a registrare un calo dell’export, il massimo da dieci anni.


«Nel commercio internazionale - aggiunge Guelpa - siamo passati a livello globale da progressi nell’ordine del 3-4% dello scorso biennio alla crescita zero odierna. L’invito alle imprese è quello di reagire investendo, in capitale umano, tecnologia, reti commerciali. Anche perché le condizioni di accesso al credito restano ancora favorevoli».

Se la Germania piange gli industrialotti del nord non ridono

Se la Germania vende meno automobili l'Italia ha un grosso problema

L'economia tedesca frena fino quasi a fermarsi e l'industria automobilistica è quella che sta pagando il dazio più alto. Per le aziende di componentistica italiane la crisi sta diventando pesante

26 settembre 2019,17:01


Anche se l'indice Ifo ha recuperato e mostra segnali di ripresa, preoccupa la decisa frenata dell'economia tedesco. Lo stesso presidente della Bce Mario Draghi ha ammesso ieri che la Germania "è oggi uno dei membri dell'Eurozona più colpiti dal rallentamento" del ciclo economico globale. Gli ultimi dati parlano di una contrazione dello 0,1% nel periodo aprile-giugno (su base annua il Pil è salito dello 0,4%, rallentando dunque dal +0,9% del primo trimestre del 2019) e recentemente anche la Bundesbank ha ipotizzato che tale frenata significa che si trova in una, seppur lieve, "recessione tecnica".

La 'locomotiva' d'Europa è quindi in affanno, colpa della difficile congiuntura internazionale e in particolare della guerra dei dazi tra Usa e Cina. Scorporando il dato, emerge che, se l'export è in forte calo - il maggiore degli ultimi sei anni - tiene invece il mercato domestico. Come hanno recentemente rilevato gli economisti di Intesa Sanpaolo, "i servizi dovrebbero continuare a crescere a un ritmo sostenuto" e contribuire così a dare sprint alla ripresa. Il fatto che l'export vada male, però, potrebbe provocare ripercussioni sul primo partner commerciale della Germania, cioè l'Italia.

Il pilastro dell'industria tedesca è infatti il settore dell'auto (rappresenta un quinto dell'industria, quasi il 5% del Pil e direttamente più di 800.000 posti di lavoro) il quale importa dal nostro Paese soprattutto la componentistica. Se la Germania esporta meno auto, ne risente quindi anche il nostro export. In Germania, secondo i dati dell'Associazione dei costruttori tedeschi, VDA, nei primi otto mesi dell'anno la produzione automobilistica è diminuita dell'11% rispetto all'anno precedente.

Secondo alcuni calcoli, fatti da EY, nel secondo trimestre l'utile operativo delle tre case automobilistiche tedesche è sceso del 38%, ben al di sopra della media globale del settore (-18%). L'indotto ne risente in modo particolare: un esempio recente è l'azienda familiare Eisenmann, fondata nel 1951 e specializzata in macchine per la verniciatura di automobili, che alla fine di luglio ha annunciato l'insolvenza, minacciando circa 3.000 posti di lavoro.

Tra i più colpiti, il "Mittelstand", questa fitta rete di piccole e medie imprese altamente esportatrici, "campioni nascosti" considerati negli ultimi dieci anni la chiave del successo tedesco. Secondo un'indagine di KfW Bank e dell'Ifo Institute, il barometro della fiducia delle imprese di Mittelstand è andato in territorio negativo in agosto, per la prima volta in più di quattro anni, e molte di queste aziende hanno recentemente annunciato tagli di posti di lavoro o chiusure di impianti.

Ma la loro preoccupazione è ben lungi dall'essere limitata al rallentamento dell'economia. Molto prima delle minacce protezionistiche di Washington, Volkswagen ha inflitto un primo colpo al settore nel 2015, ammettendo di aver dotato 11 milioni di auto diesel di un software in grado di fissare i livelli di emissione. Da allora, il diesel ha perso la sua popolarità dove è stato inventato: minacciato dai divieti di circolazione in diverse città, è stato sostituito dalla benzina e, sempre più spesso, dai veicoli elettrici, un motore molto più semplice da costruire.

Secondo uno studio del Frauenhofer Institute, in totale, l'elettrificazione potrebbe costare 75.000 posti di lavoro in Germania. La prima industria, la Volkswagen, sta facendo sforzi per adattarsi ma ci vuole tempo affinché il "Mittelstand" stia al passo coi tempi.

https://www.agi.it/economia/germania_mercato_auto_componentistica-6243015/news/2019-09-26/

Sardex, la moneta complementare su base fiduciaria che immette denaro, liquidità in un sistema asfittico dovuto agli euroimbecilli che applicano l'austerità secondo i dettami del Progetto Criminale dell'Euro. La liquidità permette di fare gli investimenti per far ripartire l'economia, dal momento che il Pd, M5S e Lega incapaci di opporsi all'Unione europea

Una Moneta chiamata Fiducia: esce il libro su Sardex e le nuove economie!

Scritto il 26 settembre 2019 da Alessandra Profilio in Articoli, Informazione e comunicazione

Esce finalmente oggi in tutte le librerie “Una moneta chiamata fiducia”. Scritto da Daniel Tarozzi ed edito da Chiarelettere il libro testimonia che un'altra economia, più etica e meno “canaglia”, è già realtà. Lo dimostrano le esperienze ripercorse nel testo, tra cui la straordinaria avventura di Sardex, la moneta complementare divenuta un esempio per il mondo.


Un modello di integrazione all’attuale sistema economico e monetario è possibile. Lo dimostrano tutte quelle realtà che rientrano nella cosiddetta “economia della fiducia” tra cui la straordinaria esperienza di Sardex, una storia che nata in Sardegna da quattro giovani imprenditori si è diffusa in tredici regioni italiane ed è divenuta un modello virtuoso nel mondo.

A sette anni di distanza dal suo primo viaggio nell’Italia che Cambia e dal libro “Io faccio così”, Daniel Tarozzi racconta nel nuovo libro edito da Chiarelettere, “Una moneta chiamata fiducia”, la storia di un movimento monetario ed economico solidale e testimonia, con il suo racconto, che un’altra economia è possibile ed è già realtà.

Daniel, come nasce questo libro?
In questi sette anni ho incontrato centinaia di esperienze vincenti su Italia che cambia ne abbiamo raccontate migliaia. Ad un certo punto mi sono reso conto, però, che alcune di queste sono talmente emblematiche che a distanza di anni continuo a raccontarle. Tra tutte, una di quelle che fin dal 2012 mi ha più colpito per la sua straordinaria efficacia è stata l’esperienza di Sardex. Ho quindi proposto a Chiarelettere di approfondirla in un libro, insieme ad un quadro econonico che racchiuda il meglio di quanto abbiamo visto in quel settore. Ed ecco che è nato questo testo, quanto mai attuale quando tutti parlano di bitcoin o libra (la moneta di Facebook).

All’inizio si fa riferimento all’ “economia della fiducia”. Cosa si intende?
In questi anni abbiamo abbattuto molti luoghi comuni. Tra questi, quello che le garanzie economiche possibili siano solo quelle richieste dalle banche tradizionali. L’esperienza delle MAG, di Banca Etica e di Sardex insegnano che spesso la fiducia – unita ovviamente al buon senso – ripaga meglio di qualunque altra garanzia. Ma non solo in teoria. Per davvero!

Cos’è il Sardex e come funziona?
Beh, su questo vi invito a leggere l’articolo e visionare i video che abbiamo realizzato su questo giornale! In estrema sintesi è un circuito di credito e debito che mette in circolo la ricchezza in mancanza di liquidità. Una sorta di moneta, quindi, che però vincola la ricchezza al territorio, non permette speculazioni finanziare, è tracciabile, non può essere usata per attività illegali e non ha senso che venga accumulata.

Tra qualche mese Sardex festeggerà i dieci anni di attività. Cosa è successo in questi anni?
Di tutto. Dalla casa di Nonna Elvira ai giornali di tutto il mondo, dalla gita di “quattro giovanotti” in Svizzera, a consulenze internazionali. Sardex è partito come prodotto per le aziende e ha presto coinvolto dipendenti e consumatori, per poi sviluppare anche prodotti “terzi”, come – ad esempio – Social Pay. Ogni volta che incontro uno dei fondatori, hanno nuovi progetti in cantiere, nuovi risultati raggiunti, una rinnovata lucida follia nel voler cambiare il mondo.


Esistono esperienze simili in Italia e nel mondo?
Esistono centinaia di esperienze di monete complementari. In Italia voglio ricordare Arcipelago Scec, che spesso abbiamo raccontato su queste pagine. Esistono circuiti tecnicamente simili, come il VIR svizzero, a cui Sardex è ispirato. Ma non esiste nessuna esperienza che – in modo analogo – abbia saputo coniugare idealità e concretezza, raggiungendo risultati di questo genere. Per questo oggi Sardex viene studiata letteralmente in mezzo mondo e gli uffici di Serramanna ricevono continuamente richieste di collaborazioni dalle realtà più disparate, pubbliche e private.

Perché il Sardex è uno degli esempi più rappresentativi dell’Italia che Cambia?
Perché è nata dal basso, senza aiuti esterni, in un piccolo paese della Sardegna e ha raggiunto e coinvolto 13 regioni italiane. Perché ha unito idealità e concretezza. Perché dimostra che si possono realizzare i progetti più “impossibili”. Perché i fondatori non si sono arresi di fronte alle mille difficoltà. Perché lo strumento che hanno creato miglior la vita di centinaia di migliaia (milioni forse) di persone.

Quanto può incidere questa moneta sul modello economico attuale?
Se Sardex continuerà a crescere e diffondersi a questi ritmi, potrebbe incidere in modo sempre più significativo in tutta Italia, creando un’economia virtuosa che si radichi sempre più nel territorio e rimetta al centro l’economia reale anziché quella speculativa.

Si può vivere senza denaro?
Tutto si può fare. In questo momento storico, in Occidente è possibile vivere senza denaro, ma facendo una serie di scelte “difficili”. Già ora, però, è abbastanza semplice vivere con poco denaro. Se poi questo è in gran parte composto di Sardex è ancora più semplice!


Sono passati sette anni dal tuo primo libro edito con Chiarelettere che raccontava il tuo primo viaggio nell’Italia che cambia, quello che ti ha portato a conoscere Sardex e tanti altri progetti. Cosa è successo dopo l’uscita del libro nella tua vita professionale? E l’Italia è cambiata ancora?
Io faccio così, il libro che raccontava il mio viaggio in camper nell’Italia che cambia, ha “cambiato” per sempre anche la mia vita! Da quel libro è nato un progetto che oggi coinvolge professionalmente undici persone, è nato questo giornale, la mappa che lo affianca, i tavoli tematici che hanno dato vita alle visioni 2040 e alle oltre 500 azioni concrete che possiamo fare per cambiare l’Italia. Sono nate le campagne degli agenti del cambiamento e centinaia di relazioni locali e nazionali.

La mia vita è cambiata letteralmente in ogni ambito. Da allora viaggio incessantemente, ma vivo sapendo che l’Italia e il mondo sono infinitamente migliori di quanto pensassi o potessi anche solo immaginare. L’Italia cambia ancora. Ogni giorno. E in meglio. L’Italia dal basso, quella che non è quasi rappresentata in politica o nei media. Ma che è assolutamente reale.

Chi vorresti che leggesse questo libro?
Vorrei che lo leggessero i miei soci, i miei amici, i miei parenti, i lettori e le lettrici di Italia che Cambia, gli scoraggiati, chi pensa che non si possano realizzare le cose, chi è appassionato di monete, economia, finanza. Chiunque voglia sapere come da un minuscolo paese della Sardegna si possa progettare – senza nessun capitale iniziale – uno strumento in grado di trasformare in meglio l’economia del proprio Paese, arrivando ad assumere decine di persone e a replicare la propria idea nei modi e nei mondi più disparati. Vorrei che lo leggessero i giovani alla ricerca di ispirazione, i sardi che pensano di vivere in un territorio arretrato, insomma chiunque voglia cambiare se stesso e il mondo. Buona lettura!


Gli ebrei invasori della Palestina sono dei cani rabbiosi, essi hanno bombe atomiche

IL POTERE NUCLEARE DELLO STATO D'ISRAELE

(di Tiziano Ciocchetti)
26/09/19 

I governi israeliani - a prescindere dal colore politico - non hanno mai ammesso in modo diretto, né smentito, l’esistenza di un arsenale nucleare.

Nel 2006, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, Robert Gates, nel corso di una audizione al Senato, dichiarò che lo Stato d’Israele era in possesso di un arsenale nucleare.

Tuttavia già il docente israeliano di storia militare Van Creveld aveva rivelato, alcuni anni prima, in una intervista ad un periodico britannico che gli israelianiebrei posseggono centinaia di testate atomiche, e possono lanciarle su bersagli in ogni direzione, anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee è tenuta sotto il tiro delle IDF. Come asseriva il generale Moshe Dayan, Israele appare come un cane rabbioso troppo pericoloso da provocare.

Nel marzo 2015 venne declassificato un documento del Pentagono, risalente al 1987 e composto da circa 400 pagine, in ci si analizzava le elevate capacità raggiunte dai laboratori nucleari israeliani (in grado di produrre bombe all’idrogeno). È altresì vero che, già allora, gli analisti militari statunitensi fossero al corrente dei progressi compiuti nell’arricchimento dell’uranio da parte dello Stato ebraico negli anni settanta e ottanta.

Nei primi anni 2000 la rivista specializzata britannica Jane’s Defence valutava che Israele avesse prodotto, fino a quel momento, circa 400 testate, impiegabili su diverse tipologie di vettori.

Il vettore principale è il missile balistico a medio raggio a propellente solido Jericho-2, con una gittata massima di 3.000 km e lanciabile da veicoli o silos fissi. Un altro vettore potrebbe essere il missile Shavit, sviluppato dal Jericho, è impiegato principalmente per lanciare in orbita i satelliti Ofeq, ma può essere armato con testate nucleari e ha una gittata massima di 7.000 km, quindi consentirebbe a Israele di colpire vaste aree dell’Africa e dell’Asia Centrale.


Dal missile aria-superficie Popeye è stato sviluppato il missile da crociera a guida infrarossi con testata nucleare Popeye Turbo (gittata compresa tra i 200 e 350 km). Questo missile è inoltre lanciabile dai sottomarini classe Dolphin (U-214), utilizzando i tubi lanciasiluri da 650 mm.

Sono proprio i sottomarini Dolphin – nati dal rapporto particolare instauratosi tra la Germania e Israele – a permettere a allo Stato ebraico di tenere sotto controllo il Golfo Persico e quindi il secolare nemico iraniano.

I solidi agganci internazionali di cui possono disporre gli israeliani, nonché un’industria tecnologicamente avanzata, consentono a Tel Aviv di produrre plutonio in quantità sufficiente a stoccare ogni anno dalle dieci alle quindici bombe atomiche, con una potenza di almeno 1,3 kt. Inoltre sono in grado di fabbricare trizio, un gas radioattivo utilizzabile nella fabbricazione delle cosiddette mini-nukes, sorta di ordigni nucleari a basso potenziale (0,3 kt). Oppure gli ordigni neutronici (emettono neutroni veloci garantendo elevatissimi gradi di letalità ma limitata contaminazione radioattiva) impiegabili quindi contro obiettivi limitrofi, come le forze di Hezbollah dispiegate in Siria.

Teheran non rappresenta una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale statunitense

L'IRAN NON È UNA MINACCIA PER GLI STATI UNITI


(di Stefano Marras)
26/09/19 

Da circa un secolo la politica estera degli Stati Uniti si è basata sull'imperativo strategico di impedire la formazione di un egemone regionale in Europa e in Asia orientale. È una delle ragioni principali per cui sono intervenuti nella Prima e Seconda Guerra Mondiale, e hanno duramente contrastato i piani espansivi sovietici. Dall'inizio della Guerra Fredda, a queste due regioni si è aggiunto anche il Medio-Oriente (e più precisamente il Golfo Persico), principalmente a causa delle enormi riserve energetiche.

Ed è all'interno di questa prospettiva che bisognerebbe leggere la strategia americana di contenimento nei confronti dell'Iran. Teheran infatti, negli ultimi anni non solo è riuscita a costituire delle forze armate di tutto rispetto, sia a livello quantitativo che qualitativo, ma sopratutto ha approfittato di alcuni risvolti geopolitici regionali per espandere la propria rete di alleanze e di influenza politica in Libano, nello Yemen, e in particolare in Siria e Iraq. L'acquisizione della bomba atomica infine, incrementerebbe ulteriormente il peso geopolitico di Teheran, indebolendo in questo modo la posizione strategica e negoziale degli Stati Uniti nella regione.


Tuttavia, un eccessivo impiego di risorse nei confronti dell'Iran sarebbe un grosso errore da parte di Washington. Nonostante quanto detto precedentemente infatti, non solo Teheran non rappresenta una vera e propria minaccia alla sicurezza nazionale americana, ma soprattutto gli Stati Uniti dovrebbero rivolgere la maggior parte delle proprie risorse al contenimento della Cina, unica nazione potenzialmente in grado di intaccarne “l'egemonia globale”.

Prendendo in considerazione il livello economico e demografico (le fondamenta di qualunque forma di potere nazionale), l'Iran è detentore di un PIL di soli 1.64 trilioni di dollari a differenza dei quasi 20 trilioni di dollari di ricchezza prodotti dagli USA (dati cia.gov). Anche in termini demografici, gli Stati Uniti con una popolazione di 329 milioni di abitanti (e in crescita) surclassano l'Iran con “soli” 83 milioni di abitanti.

A confronto, la Cina possiede una popolazione di oltre 1 miliardo di abitanti, e un PIL che nel giro di pochi anni supererà quello statunitense, divenendo così la principale potenza economica al mondo. Anche in termini tecnologici, soprattutto nel campo dell'intelligenza artificiale e della quantistica, Pechino ha dimostrato di non essere troppo lontano (o persino allo stesso livello in certi casi) dal proprio rivale a stelle e strisce. Un po' meno rosea la situazione delle forze armate – nonostante i recenti progressi nella missilistica – settore in cui gli Stati Uniti per il momento continuano a detenere il primato.


Da secoli abituata a pensarsi al centro del mondo (Zhōngguó - 中國 - significa letteralmente "Regno di mezzo", ndd), la Cina sta progressivamente ritornando nell'arena internazionale, decisa a giocare un ruolo di primo piano allo stesso livello degli Stati Uniti, se non addirittura superiore. Progetti infrastrutturali faraonici come quelli dispiegati nello sviluppo delle “vie della seta”, e la formazione di istituzioni parallele a quelle create e dominate dall'Occidente a seguito della Seconda Guerra Mondiale, quali la Banca Asiatica di Investimento e l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, attestano tale volontà (e vocazione?) imperiale.

Dunque, se da una prospettiva americana è essenziale il contenimento dell'Iran per evitare che acquisisca l'arma nucleare (deterrente che tuttavia nel lungo termine il regime degli Ayotallah pare comunque intenzionato a procurarsi in quanto garante difensivo di ultima istanza, e constata l'impossibilità di fidarsi degli Stati Uniti, e di altre nazioni), e si trasformi in un egemone regionale capace di decidere il bello e il cattivo tempo in una delle zone più importanti al mondo in termini energetici e strategici; quest'ultimo non dovrebbe essere perseguito a scapito della più ampia competizione geopolitica nei confronti della Cina. Tale colosso infatti, per essere fronteggiato efficacemente, richiede la massima concentrazione di risorse finanziarie, diplomatiche e militari.

In gioco vi è lo status di “potenza globale numero uno”, con tutte le conseguenze che tale “ruolo” comporta.

Foto: U.S. Air Force / IRNA / Ministry of National Defense of the People's Republic of China

http://www.difesaonline.it/geopolitica/analisi/liran-non-%C3%A8-una-minaccia-gli-stati-uniti

NoTav - per gli euroimbecilli soprattutto della Lega che pensano che il Piemonte non è collegato con la Francia con l'Europa

Safim: 85 candeline e una flotta di 80 camion

L'azienda specializzata nella logistica del freddo celebra i suoi lunghi anni di attività. Il 2018 ha segnato un altro grande passo: I'unione fra le attività di magazzinaggio e trasporto

27 Settembre 2019


Safim, azienda leader nella logistica del freddo, celebra 85 anni di sfida imprenditoriale. Dal 1934 molte cose sono cambiate: si sono evoluti spazi, processi, attività che hanno modificato nel tempo la natura dell’azienda. Con una storia che parte da lontano.

Il 20 luglio 1934 ad Avigliana, viene fondata la “Società Anonima Franco-Italiana Merluzzi” (S.A.F.I.M.), specializzata nella lavorazione ed essiccatura del baccalà.

Una cordata di imprenditori francesi scoprì il particolare clima ventoso della Valle di Susa, perfetto per la loro attività. Ancora oggi il merluzzo si conserva in due modi: baccalà e stoccafisso. Il baccalà, con la semplice salagione del pesce, poteva essere prodotto tutto l’anno; lo stoccafisso, invece, veniva fatto essiccare semplicemente esponendolo al vento: una pratica che necessitava di condizioni climatiche particolarmente favorevoli.

Quegli stessi imprenditori francesi che si occupavano della lavorazione dei prodotti ittici, si resero conto che avrebbero potuto sfruttare il clima asciutto e ventilato della Valle proprio per l’essicazione dello stoccafisso. Favoriti, inoltre, 
dal traforo ferroviario del Frejus, che avrebbe reso possibile trasportare in poco tempo il merluzzo pescato nei mari del Nord.
 In questo modo, la lavorazione del merluzzo costituì per alcuni decenni la fonte di reddito per molte famiglie di questa zona del Piemonte.

Alla fine degli anni ’50, nuove tecniche di trasposto richiedono un cambio di rotta: Safim si trasforma in uno dei primi magazzini frigoriferi italiani, fino a diventare Magazzino Generale Frigorifero Doganale.

Nel 1981 la famiglia Crivello rileva la società, implementando i servizi di puro magazzinaggio con quelli dei trasporti e della gestione delle merci. Nel tempo evolve anche la logistica: 
dalla ferrovia si passa ai camion del freddo.

Il 2005 rappresenta un ulteriore passo verso il futuro: l’inaugurazione del nuovo stabilimento di None, punto di riferimento per aziende alimentari di ogni settore merceologico e, negli anni successivi, per la gestione del fresco Gdo. Il 2018 segna l’unione fra le attività di magazzinaggio e trasporto, con una flotta di 80 camion, pronti per soddisfare le esigenze dei clienti.

Questi, i primi 85 anni di storia fino ad oggi. Il 2019 vede una nuova sfida, un nuovo logo, un nuovo approccio al futuro, che Safim ha deciso di celebrare tra amici, dipendenti e fornitori con una serata affascinante dal sapore un po’ retrò ed uno spettacolo a cura della Fondazione Cirko Vertigo, che si terrà venerdì 27 settembre alle ore 18.00 presso il Teatro Le Serre di Grugliasco.

Gli statunitensi vogliono portare alla fame il popolo venezuelano per depredarli delle loro risorse, il petrolio

Pino Arlacchi da New York - "Non siamo più nel mondo di 30 anni fa. L'attacco predatorio contro il 
Venezuela non avrà successo"


Intervista all'ex Vice Segretario Onu in questi giorni a New York per partecipare ai lavori della 74 ° Assemblea generale delle Nazioni Unite

Pino Arlacchi, ex Vice Segretario delle Nazioni Unite, si trova in questi giorni a New York per partecipare ai lavori della 74° Assemblea. Iran e Venezuela sono i due dossier più caldi che sta seguendo. Come AntiDiplomatico abbiamo avuto la possibilità di rivolgergli alcune domande.

L’intervista

Professore che cosa sono le Nazioni Unite oggi?

Le Nazioni Unite sono il prodotto degradato di un progetto di governo mondiale. Cionostante, non si sono ridotte ad essere una semplice associazione di Stati. In certi momenti e in alcune sue istanze, l’ONU riesce ad esprimere la coscienza universale.
La maggioranza dei paesi membri, per esempio, ha capito la differenza che si sta creando tra l’attacco USA all’Iran e quello al Venezuela.

Ci può spiegare meglio. Qual è la differenza?

Mentre l’Iran non vive di petrolio perché il 70% della sua economia non dipende da esso, e può quindi resistere indefinitamente alle sanzioni, con il Venezuela si può tentare il colpo grosso, perché la sua economia dipende quasi totalmente dalle esportazioni di petrolio.
Strozzando le vendite, e anche la produzione, del petrolio venezuelano si porterà al collasso la base di sopravvivenza della popolazione. E se contemporaneamente si attuerà un blocco finanziario totale, impedendo le importazioni di cibo, medicine e strumenti essenziali per la produzione di energia e per il funzionamento dei trasporti, il paese crollerà per fame, sete, malattie e disorganizzazione sociale. Portandosi dietro il governo Maduro come effetto collaterale, e subendo il saccheggio e il passaggio di mano delle risorse nazionali.

C’è questa consapevolezza alle Nazioni Unite?

L’Assemblea Generale ha capito che il progetto americano non è di colpire il governo Maduro per salvare il popolo del Venezuela ma di colpire a morte il popolo del Venezuela per appropriarsi delle sue risorse con la scusa di colpire Maduro.
Agli occhi dei paesi extraeuropei la sopraffazione del Venezuela ricalca la predazione genocidiale inflitta loro per secoli dall’Occidente, e il loro allarme è scattato d’istinto.
Prima della risoluzione del Consiglio dei diritti umani, ben 120 stati membri del NAM, il movimento dei paesi non allineati, quasi due terzi dei membri ONU, si sono espressi in modo durissimo contro le sanzioni USA ed a favore del governo attuale del Venezuela.

La battaglia in corso in Venezuela è il vero spartiacque per l’affermazione di un mondo multipolare?

Il progetto di predazione degli Stati Uniti contro il Venezuela, ancora 30-40 anni fa, avrebbe avuto buone probabilità di successo.

Ma in un mondo multipolare e post-americano, dove sono in campo progetti e poteri tra loro differenti e alternativi, è diventato difficile estinguere un paese per depredarlo delle sue ricchezze. Salvo ulteriori svolte negative, quali l’invasione militare, il Venezuela troverá acquirenti del suo petrolio disposti a sfidare il veto americano, troverá il modo di rompere il blocco finanziario ed economico che lo soffoca, e confermerà con nuove elezioni il governo che ha democraticamente eletto.

La Redazione

Notizia del: 27/09/2019

26 settembre 2019 - Rizzo (PC):«Il 5 ottobre manifestazione contro il governo e contro l'ant...

venerdì 27 settembre 2019

Il Politicamente Corretto per la sua intrinseca natura non può ammettere pensieri diversi da se stesso

La crociata contro gli odiatori online

di Carlo Formenti
22 settembre 2019

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di evocare il concetto di “Spirale del Silenzio”, coniato dalla sociologa tedesca Noelle Neumann per descrivere l’atteggiamento di chi evita di esternare in pubblico le proprie opinioni perché, essendo consapevole che si tratta di idee disapprovate dalla maggioranza, teme di essere oggetto di giudizi negativi. A rendere particolarmente attuali le teorie della Neumann, è il dilagare delle forme di “terrorismo ideologico” associate all’uso del linguaggio politicamente corretto, e alla sua funzione di deterrenza/repressione delle élite politiche, mediatiche e accademiche nei confronti delle classi subalterne e del loro diritto di esprimere la propria rabbia nei confronti della situazione economica e sociale.

Mi si potrebbe obiettare che le classi subalterne, nella misura in cui rappresentano la maggioranza della popolazione, non dovrebbero subire condizionamenti culturali da parte di gruppi e categorie minoritarie. Il fatto è che, come Antonio Gramsci ci ha insegnato con il concetto di egemonia, la maggioranza numerica non si traduce automaticamente in maggioranza politico-culturale.

Le classi e i ceti professionali che controllano imprese, partiti, giornali, televisioni, scuola, università “fanno” maggioranza perché controllano tutti i canali di diffusione dei discorsi, ma soprattutto perché producono, controllano e organizzano collettivamente le narrazioni mainstream, mentre le masse popolari (in particolare in un’epoca come quella attuale, che le ha private dei loro strumenti di rappresentanza) sono ridotte a pulviscolo di soggetti individuali.

A cambiare parzialmente questa situazione contribuiscono Internet e i social media, restituendo diritto di espressione anche alle opinioni “eretiche”, pur se espresse con termini “inappropriati”. Ciò succede perché la gente, protetta dall’anonimato virtuale, ha meno paura di subire sanzioni morali. È vero che restano perlopiù sfoghi individuali, ma la facilità con cui riescono talvolta a diffondersi con modalità “virali”, contaminando pubblici più larghi fino a promuovere veri e propri movimenti, spaventano i benpensanti che reclamano a gran voce interventi legislativi per “normalizzare” la Rete.

Anche in questo caso l’arma più efficace è quella del politicamente corretto, grazie alla sua capacità di sfornare a getto continuo categorie da mettere all’indice, fra le quali sembra essere particolarmente di moda quella degli “odiatori”. In un corsivo sul Corriere della Sera del 15 settembre, intitolato “La geografia dell’odio sulla Rete”, Federico Fubini cita una ricerca di due economiste che, lavorando su una banca dati di 75.000 tweet “di odio” (ignoriamo i criteri con cui si è costruita tale classificazione), hanno tracciato una “geografia dell’odio digitale” che associa il fenomeno alle seguenti aree del Paese: 1) zone no Vax; 2) zone con tassi elevati di disuguaglianza di reddito; 3) zone con alti livelli di insicurezza occupazionale.

Mentre fatico a dare senso alla prima correlazione (a meno che non la si voglia interpretare come sintomo della “tendenza a odiare” della gente culturalmente e scientificamente meno preparata) le altre due suonano come la scoperta dell’acqua calda: vuoi vedere che gli strati sociali più poveri, disagiati e socialmente marginali sono quelli più “incattiviti” (una volta si chiamava odio di classe, ma oggi sarebbe politicamente scorretto). Non avevamo bisogno di fare ricerche su Internet per scoprirlo: bastava guardare alla distribuzione geografica (e socioeconomica) delle periferie francesi protagoniste della rivolta dei gilet gialli. Non ho tuttavia dubbi che anche queste “scoperte” contribuiranno a elaborare criteri e strumenti di filtraggio dei messaggi online “inadeguati”, con la speranza di tappare i buchi che la Rete minaccia di aprire nella Spirale del Silenzio.

Trump rischia, questa volta c'è la ciccia

Kievgate, Trump alla prova dei testimoni. Luttwak: «L’impeachment è possibile»

giovedì 26 settembre 14:14 - di Sveva Ferri


Un nuovo documento è stato declassificato nell’ambito del cosiddetto Kievgate, il caso esploso intorno a Donald Trump dopo che un funzionario dell’intelligence Usa ha denunciato presunte pressioni del presidente americano sull’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, perché Kiev contribuisse all’apertura di un’indagine per corruzione a carico dell’avversario democratico Joe Biden e di suo figlio. Il testo, che dopo essere stato declassificato è stato messo a disposizione dei soli deputati, potrebbe essere reso pubblico a breve.

I deputati studiano le carte

«Ho trovato la denuncia inquietante», ha detto il presidente della commissione Intelligence Adam Schiff, che è un democratico. Non sorprende, quindi, che abbia definito le accuse verso Trump «profondamente credibili e capisco perché le abbia ritenute tali l’ispettore generale». Intanto, proseguono le indagini per verificare l’attendibilità della denuncia del whistleblower, il termine con cui si indicano le gole profonde che dall’interno fanno emergere presunti casi di illecito. La legge assegna questo compito al superiore del denunciante, qui l’ispettore generale dell’Intelligence Community, Michael Atkinson. Nelle ultime ore, secondo quanto riportato dal New York Times, Atkinson avrebbe ascoltato i testimoni citati dal funzionario.

L’ex deputato ucraino contro The Donald

Anche da parte ucraina c’è chi racconta di intrighi e pressioni. «Era chiaro che il presidente Trump avrebbe accettato di comunicare solo se i due leader avessero discusso il caso Biden, questa era una questione sollevata molte volte, so che i funzionari ucraini lo sapevano», ha dichiarato Serhiy Leshchenko, ex deputato e giornalista ucraino in una intervista ad Abcnews. Leshchenko è a sua volta coinvolto in una rete di accuse reciproche con l’amministrazione Trump, tanto da essere stato additato da Rudolph Giuliani, avvocato di Trump, come «nemico del presidente e degli Stati Uniti». «Il fango di Giuliani mi è costato un incarico nella nuova amministrazione, dal momento che, non volendo creare un problema a Zelensky, ho ritirato la mia candidatura», ha lamentato Leshchenko, sempre nel corso dell’intervista.

Zelensky nega pressioni, ma Trump rischia

Dal canto suo, lo stesso presidente ucraino, in un colloquio con Trump a margine dei lavori dell’Assemblea Generale, ha chiarito di non «voler essere coinvolto nelle elezioni negli Usa», che la telefonata con il presidente è stata «una normale conversazione» e di non aver «ricevuto pressioni». Nonostante ciò, la posizione di The Donald appare tutt’altro che semplice. Per il politologo americano Edward Luttwak, Trump rischia davvero l’impeachment. «A differenza delle dubbiosissime accuse precedenti mosse da persone che si erano accanite in modo stupido, qui non siamo in presenza di una storia fumosa e complessa. Ma di una telefonata fatta da un presidente americano al presidente di un Paese straniero, al quale chiede di fare qualcosa che è connesso alla politica interna degli Stati Uniti», ha detto Luttwak, dalle cui parole emerge comunque che la partita non è chiusa. Ora, con l’avvio dell’indagine da parte della speaker della Camera, Nancy Pelosi, «bisognerà stabilire se il suo intervento (di Trump, ndr) è riconducibile a un tentativo di bloccare un fenomeno di corruzione in corso, in cui era incidentalmente coinvolto il figlio di Joe Biden, quindi se l’effetto della telefonata fosse questo, oppure se quel colloquio doveva servire a creare problemi all’ex vice presidente: in questo caso – ha concluso Luttwak – Trump sarebbe nei guai».

Vox Italia - Quando i rivoluzionari sono amati dai padroni, qualcosa non torna... . . .


Sindacati statunitensi costretti a chiedere aumenti salariali e garanzie del posto di lavoro

A Detroit si ricomincia a ballare

di E. A.
22 settembre 2019

49 mila operai della General Motors sono in sciopero da domenica 15 settembre alle ore 23.59. 31 fabbriche e 22 magazzini di distribuzione dei pezzi sono bloccate

I picchetti sono stati organizzati dappertutto e i turni esposti nelle sedi sindacali territoriali. Il contratto collettivo di gruppo scadeva a mezzanotte di domenica, le trattative non hanno condotto a nessun risultato, non è stato possibile rinnovarlo ed allora sciopero. La UAW, il sindacato che gestisce la lotta non ha avuto altra scelta che ricorrere alla mobilitazione, il suo vicepresidente ha riconosciuto di aver difeso la GM per non farla fallire “ il sindacato ha fatto importanti concessioni per tenerla a galla” ma oggi non può non schierarsi con gli operai che vogliono aumenti salariali, migliori condizioni normative e soprattutto sono insofferenti di fronte alla ventilata ed in parte già attuata chiusura di quattro stabilimenti negli USA. 200 capi sindacali avevano votato all’unanimità la decisione di colpire la GM se per la sera di domenica non si fosse trovato nessun accordo, e così è stato. L’ultimo grande sciopero, che durò solo 2 giorni si svolse nel 2017. La direzione della GM ha fatto circolare in questi giorni le sue offerte per parare il colpo, la possibilità di 5400 nuove assunzioni, 7 miliardi di investimenti, un una tantum di 8000 dollari per ciascun lavoratore ed infine la possibilità di salvare dalla chiusura due dei quattro siti, mettendo in produzione un nuovo camioncino elettrico in una fabbrica a Hamtramck, che dovrebbe chiudere l’anno prossimo, e installando una fabbrica di batterie elettriche a Lordstown in cambio di una grande fabbrica di automobili chiusa di recente.

In Italia i sindacalisti della FCA avrebbero accettato soddisfatti, avrebbero cantato vittoria, in nome della nuova occupazione ed investimenti si sarebbero messi in ginocchio ad osannare i manager della casa automobilistica. Si sono fatti chiudere interi stabilimenti con promesse fantasiose di reindustrializzazioni risolte in anni di cassa integrazione, vedi Termini Imerese. 50mila operai della GM hanno invece respinto le proposte dell’azienda e iniziato un braccio di ferro duro: la GM ha scorte di veicoli per 77 giorni, il sindacato ha un fondo per lo sciopero che supera i 750 milioni di dollari, lo stipendio di sciopero è stato aumentato da 250 a 275 dollari alla settimana. I picchetti sono compatti e ben organizzati. Lo sciopero ad oltranza è partito e non si sa quanto durerà.

Da quello che scrivono i giornali locali le principali aree di contrasto si possono così riassumere. La GM ha fatto alti profitti, nel solo 2018 circa 8 miliardi di dollari. Il sindacato vuole aumenti salariali garantiti mentre la società vuole pagare somme forfettarie annuali. Il sindacato si oppone alla chiusura delle quattro fabbriche e la società risponde di avere una capacità produttiva eccessiva. Poi vengono le richieste di GM, vuol colmare il divario fra le sue paghe e quelle delle case concorrenti stimato attorno ai 13 dollari (una riduzione da 63 a 50 dollari) , vuol ridurre i costi per l’assicurazione sanitaria. I dirigenti della UAW per ora reggono, sono prigionieri di una massa di operai che ha iniziato a fare i conti nelle tasche di manager ed azionisti ed oltretutto sono indeboliti da una inchiesta che li vede incriminati per aver usato i soldi del sindacato per le loro spese pazze. Corruzione. Non portare a termine questa lotta con risultati soddisfacenti per gli operai gli farebbe perdere l’appoggio dei propri iscritti e li esporrebbe senza coperture alla giustizia federale che usa la corruzione dei capi per attaccare il sindacato nel suo insieme. Comunque sia, a Detroit si ricomincia a ballare e proprio sulle questioni essenziali: i salari e i licenziamenti. Sia su un fronte che sull’altro, nell’FCA in Italia i sindacalisti collaborazionisti hanno fallito, quattro briciole e tanta cassa integrazione. Ma il vento dello sciopero può varcare gli oceani …