L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 ottobre 2019

Sardex, la moneta complementare che rilancia l'economia mentre i governi promuovono austerità e tasse

Sardex, nuovo shopping nella Penisola: ora è isolana anche la Venetex holding

3 ottobre 2019 

Sardex acquisisce Venetex holding, la società che controlla il 63 per cento di Circuito Venetex srl, ovvero il modello della moneta virtuale applicato alla regione del Nord-est. “Con questa operazione – si legge in una nota – Sardex consolida la propria presenza al di fuori dei confini isolani”. Dice nel merito il co-fondatore e consigliere delegato Gabriele Littera: «In questi anni Sardex è diventata un’opportunità di crescita per gli ecosistemi imprenditoriali di tante città e regioni della Penisola. Venetex ha replicato il modello abbracciandone fin da subito e pienamente valori e visione futura: per questo, nel ringraziarli profondamente per quanto fatto finora, accogliamo il passaggio con grande senso di responsabilità, lo stesso che ci ha portato al superamento del mezzo miliardo di crediti transati fino ad oggi e che il carattere fortemente innovativo degli imprenditori veneti iscritti contribuirà a moltiplicare nei prossimi anni».

Proprio ispirandosi a Sardex, nel 2016, un gruppo di professionisti locali aveva dato vita a Venetex, partendo da VeNetWork. Dice il direttore generale Giampietro Trabuio: «Ringraziamo Sardex. Il loro investimento ci riempie di orgoglio e ci stimola al miglioramento continuo. Avere Sardex al nostro fianco rappresenta un’importante opportunità di crescita e la conferma che i valori di fiducia e solidarietà, presenti sempre nel nostro agire quotidiano, continueranno a far parte essenziale di Venetex. Non da ultimo, la nostra gratitudine va a Venetwork, che ha creduto concretamente nel nostro progetto e ci ha accompagnato fino a oggi. Siamo certi che non mancheranno di darci il loro sostegno anche in futuro»

In tre anni, il successo della moneta complementare in Veneto è stato notevole: 750 le imprese aderenti che hanno scambiato tra loro beni e servizi per un valore di 8 milioni di euro equivalenti (1 credito venetex= 1 euro) fino ad agosto 2019, con la previsione di chiudere l’anno a 10 milioni. «Venetex – evidenzia il presidente di VenetWork, Alberto Baban – è una nostra startup, fondata da VeNetWork e in soli tre anni è diventata grande con transazioni che, entro la fine dell’anno, saranno pari pari a 10 milioni di crediti. La cessione a Sardex consentirà agli aderenti di Venetex di entrare in un circuito nazionale con la possibilità di aumentare lo scambio dei propri prodotti e servizi e incrementare i fatturati. Siamo felici di accompagnare le aziende fino al momento in cui diventano mature e possono porsi obiettivi sempre più importanti. Per questo facciamo i migliori auguri a Circuito Venetex e alla sua nuova ‘casa’, Sardex». Con l’acquisizione di Venetex holding, Sardex conferma il proprio radicamento nel settore dove gestisce già i circuiti di Piemonte, Emilia-Romagna e Liguria e lo fa direttamente.

Banca Etruria - trovato capro espiatorio e gli altri tirano un sospiro di sollievo


CHIARA SADOTTI SERVIZI 03 OTTOBRE 2019 

Una condanna e poi una raffica di assoluzioni. Questa la sentenza pronunciata dal giudice del tribunale di Arezzo per il secondo procedimento per truffa sulla vendita delle famigerate obbligazioni subordinate, a carico di direttori di filiale e impiegati della ex Banca Etruria.

Condannato a 10 mesi di reclusione e una multa da 300 euro un funzionario addetto ai titoli in un'agenzia della vecchia banca Etruria.

Altri sei imputati invece sono stati assolti, perché il fatto non sussiste ed infine per in tre casi invece il giudice ha dichiarato di non dover procedere, in quanto la querela è stata rimessa.

Banca Etruria - l'ordine è perentorio salvare ancora una volta il Boschi, è un intoccabile. La procura esegue. La giustizia non è uguale per tutti, per alcuni è più uguale che per altri


Pier Luigi Boschi

AREZZO
Etruria, gip si riserva su Boschi e ultimo cda
Procuratore rinnova richiesta di archiviazione

04.10.2019 - 12:07

Banca Etruria, il gip Piergiorgio Ponticelli si è riservato la decisione sulla posizione di Pierluigi Boschi e degli altri ex vertici Bpel in merito alla vicenda della liquidazione del direttore generale Luca Bronchi. Il giudice potrebbe sciogliere la riserva nei prossimi giorni.

Il procuratore Roberto Rossi nel corso dell'udienza svolta al tribunale di Arezzo, ha ribadito la richiesta di archiviazione per tutti in quanto, secondo ciò che è emerso dalle indagini, non vi sarebbe stata una condotta negligente del cda e dei vice presidenti di Etruria nell'avallare la buonuscita di Bronchi, per la quale lo stesso Bronchi è stato condannato in primo grado (bancarotta) e Lorenzo Rosi, ultimo presidente Bpel, è sotto processo.

Il giudice Ponticelli, che ha respinto la richiesta di non luogo a procedere proposta dalla procura, ha voluto però sentire l'accusa e gli avvocati delle parti in causa, per poi valutare. Può decidere a questo punto se archiviare, indicare una imputazione coatta oppure disporre nuove indagini.

Al centro di tutto c'è la liquidazione di Bronchi (1,2 milioni lordi, 700 mila euro netti di cui 400 mila sarebbero non dovuti, quindi confiscati) che fu votata quasi all'unanimità. Dodici le posizioni in sospeso, tra cui quella dell'ex vice presidente Boschi, babbo dell'ex ministro Maria Elena. Sulla liquidazione Bronchi si sono già espressi di giudici, Anna Maria Loprete e Giampiero Borraccia, che hanno escluso responsabilità per i membri del cda che non ebbero modo per la rapidità dei tempi di approvazione di sviscerare la pratica, limitandole a coloro che svolsero la trattativa: il presidente Rosi e il direttore Bronchi.

4 ottobre 2019 - DIEGO FUSARO: Governare per il mercato. Lo Stato liberista

5 ottobre 2019 - Marco Rizzo: "La globalizzazione capitalistica abbassa e uniforma la qua...

La 'ndrangheta dilaga in Toscana - Siena

'Ndrangheta, fondi pubblici intascati dalle cosche: arrestato imprenditore senese

Un fiume di denaro che, attraverso un meccanismo fraudolento, ha favorito società facenti capo a famiglie risultate avere stabili collegamenti con la criminalità organizzata

Ultimo aggiornamento il 3 ottobre 2019 alle 12:30

Finanza

Siena, 3 ottobre 2019 - Un fiume di denaro che, attraverso un meccanismo fraudolento, ha favorito societa' facenti capo a famiglie risultate avere stabili collegamenti con la criminalità organizzata reggina a discapito della collettivita'. Stamane i militari della Comando Provinciale di Reggio Calabria, coordinati dalla locale Procura della Repubblica, diretta dal Procuratore Capo Giovanni Bombardieri hanno eseguito 8 provvedimenti cautelari anche con il supporto dei colleghi di Milano, Siena ed Agropoli.

A Siena i finanzieri hanno arrestato un imprenditore, R.R.G., calabrese di origini, ma residente nella Val di Merse, in quanto risultato far parte di un sodalizio criminale che per il tramite di due società calabresi, ha indebitamente intascato fondi pubblici destinati alla manutenzione dei servizi primari cittadini. In particolare, tali servizi si riferivano alla manutenzione della rete stradale cittadina, della rete idrica, dell’illuminazione, delle scuole e dei parchi e dovevano essere assicurati dai milionari stanziamenti di fondi pubblici confluiti in una delle due società. Denaro che, piuttosto che essere destinato al soddisfacimento di primari interessi e bisogni della collettività, grazie al patto scellerato con politici e imprenditori collusi e disonesti, è finito invece nelle tasche delle cosche.

Secondo le accuse gli indagati con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso ed in tempi diversi, distraevano e dissipavano il patrimonio delle società "Multiservizi S.p.a." e "Gestione Servizi Territoriale S.r.l." (G.S.T. S.r.l.) in pregiudizio dei creditori, cagionandone dolosamente il fallimento. I militari stanno anche eseguendo un "decreto di sequestro preventivo d'urgenza" che dispone il sequestro di somme di denaro per un valore complessivo di oltre 5 milioni di euro.

Vox Italia - Agrigento

Nomina dell’agrigentino Fabio Sardo a segretario regionale Vox Italia

2 Ottobre 2019 


Il partito di Diego Fusaro il noto filosofo politico che ha fondato Vox Italia vanta la nomina dell’avvocato agrigentino Fabio Sardo professionista che opera in tutto il territorio nazionale,ed in particolare in Sicilia,Toscana e Veneto, quale Segretario regionale per la sicilia Occidentale dei comuni di Agrigento,Trapani,Palermo e Caltanissetta.Tra i membri del partito ci sono anche l’avvocato Daniele Re e l’ex presidente del consiglio comunale di Agrigento Carmelo Callari nominati alla direzione nazionale.

Vox Italia - Bolzano

Vox Italia sbarca a Bolzano: Barchetti coordinatrice regionale del nuovo partito di Fusaro

- 4 ottobre 2019


Si sta formando anche in provincia di Bolzano la compagine di Vox Italia, il partito guidato dallo scrittore Francesco Toscano e che vede il filosofo Diego Fusaro quale ideologo.

A livello locale coordinatrice regionale e presidente del circolo di Bolzano sarà Cristina Barchetti, che lascia Fratelli d’Italia e inizia un nuovo progetto con il nuovo partito.

Considerato il “primo partito Ideologico dell’era post ideologica“, Vox Italia vuole occupare lo spazio lasciato aperto dal fallimento dell’esperimento pseudo populista del governo gialloverde.

Tra sovranismo e sinistra sociale 

Per i suoi sostenitori, il nuovo movimento politico nasce dalla volontà di tornare a dare voce al popolo, senza inutili etichette: un partito con valori di destra come la Patria, la Famiglia, l’identità di un popolo ed il sentimento nazionale, un’Italia aperta alle altre Nazioni con reciproco rispetto ed idee di Sinistra, della sinistra sociale, quella della lotta per le classi subalterne, quella dell’Italia che produce, ora massacrata dai parassiti della finanza.

Un’ Italia, dove la sovranità monetaria ed economica appartenga al popolo (art, 1 della nostra Costituzione) in uno Stato che abbia piena sovranità monetaria, politica ed economica.

Ne è convinta Barchetti, che afferma: “La mia uscita da FdI è motivata dal fatto che non c’erano più i presupposti per i quali la collaborazione potesse risultare proficua.

A volte ci sono percorsi che entusiasmano di più, a volte situazioni che vanno cambiate. Si cresce e si cerca il modo migliore per rendere il proprio servizio alla società, in questo caso un’Italia che ha bisogno di tornare a parlare di diritti, di sovranità e di giustizia sociale. 

La priorità di Vox é innanzitutto una corretta, libera ed indipendente informazione sulla realtà che ci circonda e ci appartiene. La consapevolezza passa attraverso la conoscenza“.

A Bolzano, la nuova aggregazione per il partito è composta già da un attivo e nutrito circolo di tesserati.

Qualche progetto per le elezioni comunali del 2020?

“Per il momento partiamo, con il chiaro obiettivo di crescere – dice Barchetti – . Lavoreremo molto e bene e vedremo che impatto ci sarà. Siamo un partito controcorrente rispetto al pensiero unico del politicamente corretto ma eticamente corrotto. La verità va spiegata, noi faremo questo“.

A breve, spiega la coordinatrice regionale, si sveleranno tutti i dettagli di un progetto politico per la città di Bolzano che vuole essere davvero innovativo e di “rottura”.

L’appuntamento per la presentazione ufficiale è fissato per sabato 19 ottobre alla presenza del Presidente nazionale del partito Francesco Toscano.



Immigrazione di Rimpiazzo - La Germania si sfila

Germania pronta allo stop ai migranti se diventano troppi
MEDITERRANEO 

«Se nell’area si dovesse andare oltre le migliaia, allora bisognerà dedurre che il meccanismo crea stimoli sbagliati ed evitare ciò è lo scopo dichiarato di tutti gli Stati membri», ha detto un portavoce del ministero dell’Interno

© Shutterstock

02 ottobre 2019 , 20:41Mondo

La Germania è orientata ad abbandonare l’auspicato meccanismo automatico di redistribuzione dei richiedenti asilo qualora l’innovazione dovesse incentivare l’attività degli scafisti e creare un «significativo aumento» dell’arrivo di migranti, in un ordine superiore alle «migliaia».

«Se nell’area si dovesse andare oltre le migliaia, allora bisognerà dedurre che il meccanismo crea stimoli sbagliati ed evitare ciò è lo scopo dichiarato di tutti gli Stati membri», ha detto un portavoce del ministero dell’Interno tedesco a Berlino.

«Se dopo la conclusione di un accordo i numeri dovessero aumentare in maniera significativa» rispetto agli ultimi «15 mesi», «si deve concludere che ci sono questi stimoli o che c’è un abuso», ha detto fra l’altro il portavoce, Steve Alter.

E in quel caso il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer, che «su ciò è fermamente deciso a farlo, uscirebbe da questo meccanismo», ha aggiunto il portavoce riferendosi alla redistribuzione automatica di migranti che dovrebbe essere varata alla ministeriale Interni dell’Ue a Lussemburgo l’8 settembre.

Il portavoce si è pronunciato nella conferenza stampa governativa del mercoledì in cui ha ricordato che «nel testo concordato finora è contenuta una cosiddetta clausola di uscita che consente a ogni Stato partecipante», «senza ulteriori consultazioni, di sospendere la partecipazione a questo meccanismo».

«Speriamo che la prossima settimana, martedì, potremo convincere più Stati possibili a parteciparvi», ha detto Alter il quale ha anche ricordato che negli ultimi «15 mesi» la Germania ha «partecipato in 16 casi all’accoglienza di persone salvate in mare», ricevendo 225 migranti.

Seehofer oggi ha «parlato con i colleghi del gabinetto» tedesco ritenendo «necessario» che, «su un tema così importante», l’intero esecutivo «condivida» la posizione che sosterrà il ministro a Lussemburgo martedì, ha premesso Alter.

Per gli Stati Uniti siamo una colonia

Dazi sui nostri prodotti: ormai siamo una colonia degli Stati Uniti

Di Diego Fusaro-04 Ottobre 2019

La monarchia del dollaro guidata da Donald Trump vuole imporre dei dazi su prodotti tipici italiani, tra questi il parmigiano reggiano.

E’ evidente che questa proposta, se venisse approvata senza essere democraticamente discussa con l’Italia ma imposta dall’imperialismo a stelle e strisce, costituirebbe un danno per il nostro Paese.

Occorre quindi esprimere delle considerazioni su questa vicenda: è ora di cessare una volta per tutte di parlare di alleanza tra Italia e Stati Uniti. Un rapporto tra stati alleati è quello che implica un riconoscimento tra pari, una discussione dei temi fondamentali che porta a una decisione unanime. Non è, quindi, questo il caso. Anzi, è evidente che il nostro Paese ha nei confronti degli Stati Uniti un rapporto di subalternità.

Sotto questo profilo, quindi, l’Italia non è un paese libero, ma una colonia degli Stati Uniti.

Il paese a stelle e strisce, quale che sia la sua politica interna, sovranista con Trump, cosmopolita con Clinton, mantiene sempre una postura di tipo imperialistico nei rapporti internazionali.

Quest’aspetto emerge infatti non solo nelle basi militari con le quali l’America occupa diverse parti del mondo, ma anche nella vicenda dei dazi sui prodotti italiani.

Radioattività, la pillola del giorno con Diego Fusaro

Benetton ricatta il governo

Alitalia, ecco perché Ferrovie e governo sono imbestialiti con Atlantia

4 ottobre 2019


Tutte le ultime turbolenze sul dossier Alitalia fra governo, Ferrovie, Delta e Atlantia (Benetton).

Governo e Ferrovie furibondi con Atlantia sul dossier Alitalia.

E’ questa la vera situazione al momento dopo la lettera che a sorpresa i vertici della holding del gruppo Benetton hanno inviato il 2 ottobre al ministero dello Sviluppo economico retto da Stefano Patuanelli (M5s).

Perché esecutivo e gruppo Ferrovie sono furibondi? Dice a Start un addetto ai lavori al corrente del dossier: “E’ legittimo esprimere dubbi sul piano industriale e sul ruolo di Delta ma quella lettera è stata davvero inusitata, un vero autogol”.

Ma che cosa c’è scritto nella missiva di Atlantia? Se non cesserà la «situazione di incertezza» sulla concessione di Autostrade per l’Italia Atlantia non potrà impegnarsi per un «eventuale intervento» nel salvataggio di Alitalia. È questa la preoccupazione fondamentale messa nero su bianco espressa dalla controllata dalla famiglia Benetton.

Nella missiva di due pagine Atlantia esordisce con pesanti critiche al piano industriale Alitalia predisposto dai potenziali partner, Fs e Delta, che «consente (…) al più un rischioso piano di salvataggio con esiti limitati nel tempo ed è ben lungi da costituire una piattaforma di rilancio della compagnia aerea (…)», ricostruisce il Sole 24 Ore oggi. Riferendosi al termine del 15 ottobre per l’offerta su Alitalia, Atlantia dice al ministro: «Per la suddetta data non sarà per noi possibile aderire all’auspicato consorzio che formulerebbe l’eventuale offerta formale stanti, tra l’altro, le rilevantissime tematiche di contesto tuttora non risolte».

In sostanza Atlantia ha annunciato al governo che è pronta a sfilarsi dal salvataggio Alitalia in mancanza di un piano serio per il rilancio. E soprattutto, per la prima volta, la holding dei Benetton mette nero su bianco il nesso tra il rinnovo o l’eventuale cancellazione della concessione per Autostrade da parte del governo e la sua partecipazione al capitale della compagnia con il 35%.

“Il permanere di una situazione di incertezza in merito ad Autostrade per l’Italia o ancor più l’avvio di un provvedimento di caducazione (revoca della concessione, ndr), non ci consentirebbero, per senso di responsabilità riconducibile sia alle risorse finanziarie necessarie che alla tutela degli interessi dei nostri circa 40 mila azionisti italiani ed esteri, dei circa 31 mila dipendenti del gruppo e di tutti gli stakeholders, di impegnarsi in un’operazione onerosa di complessa gestione ed elevato rischio”, si legge nella lettera firmata dal presidente di Atlantia Fabio Cerchiai e dal direttore generale Giancarlo Guenzi.

Guenzi è stato nominato il 17 settembre quando si è dimesso con lauta buonuscita l’amministratore, Giovanni Castellucci, “il quale aveva escluso che la partecipazione al salvataggio di Alitalia fosse un baratto per avere salva la redditizia concessione su 3mila km di autostrade. Adesso per la prima volta in sede ufficiale Atlantia ammette il collegamento tra i due dossier”, ha chiosato il Sole 24 Ore.La concessione ha validità fino al 2038. Ma – ha detto il premier Giuseppe Conte il primo ottobre – «è in corso il procedimento per la caducazione della concessione, all’esito del quale non faremo sconti ai privati e perseguiremo l’interesse pubblico».

Una mossa – quella del gruppo controllato da Edizione della famiglia Benetton – che non è affatto piaciuta al governo: ieri, in serata, ha fatto trapelare una “irritazione comune nell’esecutivo” dopo un vertice a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte e i ministri interessati, compreso il leader 5S Luigi Di Maio.

Anche il viceministro pentastellato, Stefano Buffagni, non ha affatto gradito e nel pomeriggio spiegava: “Non sottostiamo ai ricatti di nessuno. Credo che bisogna lavorare per far funzionare le cose”.

Il gruppo dei Benetton punta di fatto il dito contro Delta, come scritto da Start nei giorni scorsi: Atlantia afferma che le «esperienze di successo che hanno portato al rilancio di compagnie europee in difficoltà gravi» hanno seguito «un percorso diverso caratterizzato da un intervento incisivo di lungo termine di un partner industriale (quello che Delta non sembra interessata a prendere in considerazione)».

Nell’incontro di ieri – ha scritto il Sole 24 Ore – “è stato deciso che i partner potenziali stileranno un elenco delle criticità, i problemi irrisolti, da affrontare prima della presentazione dell’offerta vincolante, da inviare al governo come «white paper» (lo ha proposto Antonino Turicchi, del Mef)”.

Ma quali sono questi problemi? Dossier esuberi, il momento in cui la Newco potrà essere operativa (passerebbero tre-quattro mesi), la richiesta di potenziamento delle rotte transatlantiche e un maggior spazio per Alitalia nel rapporto con Delta e nella joint venture Blue Skies (si attende la prossima settimana una risposta di Delta) e – sottolinea anche il Sole – come far fronte al «buco» di cassa di Alitalia previsto tra fine anno”.

Una conferma indiretta – quella del “buco” – che rimanda all’analisi dell’esperto Gaetano Intrieri pubblicata nei giorni scorsi da Start.

4 ottobre 2019 - Il ricatto dei Benetton allo Stato è inaccettabile


Le fake news dei mass media occidentali su Hong Kong. Le mani lungo degli statunitensi dovrebbero essere tagliate, producono morti disordini teppismo

Un punto di vista alternativo sulle proteste a Hong Kong



Nel raccontare il movimento di protesta di Hong Kong, i media occidentali hanno rappresentato i teppisti come eroi e il teppismo come movimento per la democrazia. I rivoltosi hanno picchiato innocenti cittadini, hanno attaccato la polizia con bombe molotov e appuntito barre di metallo, distrutto edifici governativi e stazioni della metropolitana e interrotto le operazioni dell'aeroporto internazionale.

L'economia di Hong Kong si è fermata, ma i media hanno elogiato i rivoltosi come combattenti per la libertà. In effetti, i caporioni dei disordini hanno richiesto che i disordini non si chiamassero sommosse ma proteste.

Quando la polizia di Hong Kong ha respinto i manifestanti, le telecamere sono sempre state presenti, molto meno quando la violenza è stata perpetrata dai rivoltosi. In realtà, le accuse di "brutalità della polizia" sono state spesso bandite come provocazione per la conseguente violenza.

Nel periodo dall'inizio di giugno all'inizio di agosto, la polizia di Hong Kong ha dovuto affrontare manifestanti a milioni, o almeno questo è quanto riportato dai media. Eppure la polizia con grande moderazione ha fatto solo 420 arresti.

Al contrario, i 700 arrestati di New York durante un solo giorno di protesta di Occupy Wall Street del 1° ottobre 2011, e le dimensioni di quella folla era di migliaia, non milioni. Se il caos che si è verificato a Hong Kong si fosse verificato a New York, fiumi di sangue avrebbero coperto i marciapiedi e prigioni e ospedali sarebbero traboccati di vittime.

Qual è stata la causa originale dei disordini di massa a Hong Kong?

La situazione è precipitata quando il governo di Hong Kong ha proposto un emendamento all’esistente Fugitive Offenders Ordinance.

La necessità dell'emendamento divenne evidente quando un giovane portò la sua ragazza incinta da Hong Kong a Taiwan, la uccise e seppellì i suoi resti smembrati lì, e poi tornò sapendo che non poteva essere estradato a Taiwan per affrontare la giustizia.

Oasi sicura per i fuggitivi

Ho chiesto a un amico, un residente di lunga data di Hong Kong e un consulente senior dei governi prima e dopo la sua consegna dalla sovranità britannica a quella cinese, una spiegazione dell'emendamento proposto. Ha detto: “Attualmente ci sono centinaia di fuggitivi noti che usano Hong Kong come un rifugio sicuro perché Hong Kong ha accordi solo con alcuni paesi, ma [finora] non hanno incluso Macao, Taiwan e la Cina continentale.

"Gli emendamenti proposti all'ordinanza sui criminali fuggitivi hanno lo scopo di promuovere la giustizia penale e porre rimedio a una situazione in cui alcuni criminali possono usare la nostra città come un rifugio sicuro".

I sobillatori hanno colto l'opportunità per convertire l'intenzione del governo di colmare una lacuna in una caso mediatico sostenendo che l’emendamento avrebbe conferito a Pechino il potere arbitrario di arrestare ed estradare chiunque, anche quelli semplicemente di passaggio a Hong Kong, nella Cina continentale per incarcerazione o peggio.

Il capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, dava per scontato che colmare la lacuna legislativa sarebbe stato semplice e non è riuscita ad anticipare la tempesta che è seguita. Anche se Lam ha ufficialmente sospeso e successivamente ritirato il disegno di legge per modificare le disposizioni sull'estradizione, la furia delle proteste è continuata.

Dopo aver forzato con successo Lam a fare marcia indietro, i manifestanti hanno avanzato più richieste, tra cui il proscioglimento degli arrestati, le dimissioni di Lam e il suffragio universale per la selezione dei membri del Consiglio legislativo e del direttore generale.

Intorno alla fine di agosto, il mio amico ha condiviso questa osservazione con me: "Qualunque organizzazione sia dietro il sostegno e la promozione di questi disordini è apparentemente ben finanziata e altamente organizzata, con programmi settimanali su come e dove avverranno i disordini".

Finanziati dal National Endowment for Democracy

Come riportato da varie fonti, una delle principali fonti di sostegno finanziario è il National Endowment for Democracy. Il NED è a sua volta finanziato dal Congresso degli Stati Uniti per sostenere materialmente organizzazioni di tutto il mondo che promuovono la democrazia e i diritti umani. Circa 18 organizzazioni identificate come attive in Cina hanno ricevuto fondi dal NED. Sei di queste 18 sono note per operare ad Hong Kong.

Nessuno pensi che questa sia la prima istanza del coinvolgimento della NED con Hong Kong, non lo è. Il NED ha inoltre finanziato il movimento Occupy Central che ha avuto luogo a Hong Kong nel 2014. Il fomentare disordini nel nome della lotta per la democrazia e la libertà è coerente con la missione del NED.

Questa volta, tuttavia, i caporioni hanno portato le proteste a un nuovo livello, non solo in termini di durata e livello di violenza, ma anche nel portare il loro caso a Washington. Questi presunti rappresentanti di Hong Kong hanno chiesto al Congresso degli Stati Uniti di garantire la loro libertà e democrazia.

Che gli Stati Uniti non avessero nulla a che fare con il passaggio di consegne tra Gran Bretagna e Cina sembra irrilevante per questi giovani aspiranti combattenti per la libertà.

Allo stesso modo è stato un gioco da ragazzi per i membri del Congresso, in maniera bipartisan, proporre l'Hong Kong Human Rights and Democracy Act del 2019.

Con l'atto di Hong Kong in mano, il governo degli Stati Uniti può quindi sentirsi autorizzato a dire al governo di Hong Kong come dovrebbe governare, cosa che il governo di Hong Kong respingerebbe, e Pechino si opporrebbe con forza sulla base del fatto che gli Stati Uniti non hanno il diritto di interferire.

Quindi gli Stati Uniti riterrebbero di avere motivi per rimuovere il riconoscimento di Hong Kong come regione amministrativa speciale della Cina. 

Una mossa che l'amministrazione del presidente Donald Trump implementerebbe come parte del suo obiettivo di separare la Cina e gli Stati Uniti.

Se ciò dovesse accadere a perdere sarebbe il popolo di Hong Kong. Senza il suo status speciale, la città sarebbe solo una delle tante, e nemmeno preziosa per Pechino come la vicina Shenzhen. Qualsiasi vantaggio economico di cui ora gode Hong Kong scomparirebbe.

Circa cinque anni fa, ho avuto l'occasione di condurre una video intervista a Joshua Wong, uno dei giovani leader dissidenti che hanno testimoniato prima del Congresso. La mia impressione di Wong a quel tempo, ancora studente delle superiori, era che fosse articolato ed energico e aveva intrapreso il cammino da avvocato democratico come carriera.

Non so se sia andato al college; sospetto che trovasse quella del dissidente una vita più facile e di fronte alla ribalta dei media più gratificante che perseguire l'istruzione superiore. Ha mostrato una terribile ignoranza della storia e della cultura cinese. 

Una generazione disconnessa dalla Cina

Wong rappresenta la generazione nata dopo la consegna. Questa generazione di giovani non ha idea di come fosse il dominio coloniale britannico, ma ha in qualche modo acquisito l'idea romantica che essere un suddito britannico fosse meraviglioso.

In realtà, i cittadini cinesi sotto il dominio coloniale non avevano voce in capitolo nella selezione dei loro governanti e non avevano il diritto di votare per nessuna carica ufficiale. Al contrario, la Legge Fondamentale negoziata tra Cina e Gran Bretagna prevede la selezione dell'amministratore delegato a suffragio universale in passi graduali che portano a un voto completo da parte della popolazione prima della fine della transizione di 50 anni.

Mark Pinkstone, un giornalista australiano con 50 anni di esperienza a Hong Kong, ha dichiarato: "La Legge fondamentale, il documento costituzionale che sostiene ‘un paese, due sistemi’ offre libertà di espressione, parola e religione. Nessuno è stato eroso dalla consegna nel 1997. Le dimostrazioni attuali ne sono la prova vivente”.

Il punto di vista di Pinkstone, ovviamente, contraddice l'affermazione dei manifestanti che la perdita della libertà è la ragione delle manifestazioni. Forse un legittimo giudice dei due punti di vista contrastanti è l'Indice di libertà umana monitorato dal Cato Institute, con sede a Washington.

Secondo l'ultimo indice, Hong Kong è classificata al n. 3, dietro solo la Nuova Zelanda e la Svizzera. L'indice classifica 162 paesi e regioni autonome sulla base di 79 misure di libertà personale ed economica. Gli Stati Uniti occupano la posizione numero 17, giudicati con gli stessi indicatori. Sembrerebbe che i giovani Hong Kong non apprezzino quanto stiano bene.

Errori del governo di Hong Kong

Naturalmente, il governo di Hong Kong deve assumersi le sue responsabilità per questo malcontento crescente. Dopo la consegna, il governo della città non ha introdotto un curriculum che insegnasse ai bambini cosa significasse essere cinese e la loro affiliazione con la cultura cinese. Invece di identificarsi ed essere orgogliosi della loro eredità cinese, sono cresciuti estranei e sentendo che sarebbe stato meglio essere finti britannici.

La successione dei governi post-consegna vide anche la necessità di generare alloggi a prezzi accessibili ma non fece nulla al riguardo - o non poté perché i magnati immobiliari che controllano il mercato immobiliare di Hong Kong si opposero. La frustrazione per i salari che non tengono il passo con l’aumento dei costi per angusti alloggi ha portato a un punto di ebollizione nel 2014, e ancora cinque anni dopo.

Il World Economic Forum ha pubblicato un sondaggio su persone di 25 nazioni a cui è stato chiesto se pensavano che il loro governo stesse andando nella giusta direzione o meno. Il sondaggio è stato condotto tra ottobre e novembre 2016. 

La Cina è emersa come leader del gruppo, con il 90% dei suoi cittadini che ha risposto che il loro governo era sulla buona strada mentre solo il 10% pensava di no. Gli Stati Uniti erano esattamente al centro, al 13° posto, con il 35% dei suoi cittadini che pensava che il governo stesse andando nella giusta direzione e il 65% in disaccordo.

Sfortunatamente, Hong Kong non è stata interrogata separatamente, ma se dovessi indovinare, sospetterei che il sentimento degli Hongkongers verso il governo sarebbe più vicino agli Stati Uniti che alla Cina. 

Purtroppo, se i giovani di Hong Kong decidono di condividere il loro destino con gli Stati Uniti, saranno delusi da una democrazia disfunzionale che vedranno da vicino. E perderanno l'opportunità di agganciare il loro futuro a una Cina che va nella giusta direzione.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

Notizia del: 03/10/2019

Abbiamo il governo delle tasse, Dio ci salvi dal corrotto euroimbecille Pd, dal fanfulla Salvini seminatore di fake news e dal falso ideologico del M5S


DIETRO LE QUINTE/ Se Conte aumenta l’Iva con l’ok di Trump

04.10.2019, agg. alle 08:40 - Daniele Marchetti

Una legge di bilancio di galleggiamento, poi il 2020 sarà l’anno dei dazi Usa, che affondano l’export. E il governo potrà così aumentare l’Iva

Giuseppe Conte e Donald Trump (Lapresse)

Se ne parla troppo! E, soprattutto, della rimodulazione dell’Iva (ovvero del suo aumento selettivo) se ne parla nonostante tutto: nonostante le minacce di affossamento della manovra piovute da frange determinate della maggioranza, e se ne parla nonostante le nette e ripetute rassicurazioni pronunciate dal premier Giuseppe Conte. Insomma, nonostante tutto, il tema rimane, testardamente, sul tappeto, tanto da indurre alcuni sospetti.

Se infatti l’aumento dell’Iva, seppur nella versione soft ipotizzata dal Mef sotto la regia di Gualtieri, non sarà certamente inserito nella legge di bilancio 2020 per ovvi motivi – tenuta della maggioranza e tutela della credibilità del presidente del Consiglio -, non è detto che una revisione delle aliquote non possa avvenire già nel corso dell’anno prossimo.

Sebbene le partite aperte sul versante fiscale siano numerose e assai succulente – dalla revisione dei ticket sanitari per le prestazioni specialistiche alla riforma del catasto con la rivalutazione delle rendite catastali, alla rimodulazione degli scaglioni Irpef -, l’adeguamento Iva con uno scaglionamento più serrato delle aliquote e la correzione di incomprensibili distorsioni (prodotti per neonati al 4% e pannolini al 22%) appare il più imminente. Non subito però, ci mancherebbe! E non nella legge finanziaria, per carità.

Ciononostante il 2020 appare un anno assai propizio per certe operazioni. L’anno del “taglietto” del cuneo fiscale che, al pari degli 80 euro di Renzi, non riuscirà a rilanciare i consumi interni, sarà innanzitutto l’anno dei nuovi dazi Usa.

Eccoci al punto: i dazi Usa. Ovvero, la scusa servita dal presidente Trump sul piatto d’argento al governo Conte per innescare la stagione dei rincari Iva e non solo.

Roba da manuale: Trump affonda l’export, settore trainante dell’economia italiana, la crescita scende sotto i livelli di guardia e il governo sarà automaticamente autorizzato a far scattare le clausole di salvaguardia (con l’unica avvertenza di far aumentare poco tutto). E la colpa sarà di Trump.

Resta comunque il dato politico: Iva o non Iva, anche la prossima finanziaria si annuncia come una legge incolore, di puro galleggiamento, di sopravvivenza. L’opposto del “governo di svolta”.

13 novembre 2018 - ITALY: A WHOLE US/NATO STRATEGIC BASE


Il territorio italiano deve essere libero dalle basi statunitensi e NATO

L’Italia dovrebbe fare amicizia con la gente degli Stati Uniti e del mondo cacciando le basi militari statunitensi

04.10.2019 - David Swanson

Quest'articolo è disponibile anche in: Inglese


Alla fine degli anni ’80, quando ero un adolescente e uno studente a Bassano del Grappa, amavo l’Italia per le stesse ragioni per cui l’amo ancora, ragioni che includono le bellezze naturali, quelle create dall’uomo, e la bellezza umana.

Ho trovato gli italiani in generale amichevoli, gentili, generosi, amorevoli, divertenti, umili, autocritici, e intelligenti. Potrebbe anche avermi aiutato un po’ il fatto che quando dicevo agli altri ragazzi che ero degli Stati Uniti, in genere pensavano fosse una cosa fantastica. Gli anziani dicevano che gli Stati Uniti avevano salvato l’Italia dal nazismo.

Non sapevo abbastanza per rispondere che il governo e le élite statunitensi avevano alimentato l’ascesa del nazismo, che aveva attinto ai finanziamenti di Wall Street, alle leggi sulla segregazione degli Stati Uniti, ai programmi di eugenetica degli Stati Uniti, ai campi statunitensi per i nativi americani, e al sostegno del governo degli Stati Uniti.

Non sapevo abbastanza per sottolineare che l’idea degli Stati Uniti come salvatori veniva mantenuta viva al fine di evitare il ritiro delle truppe statunitensi dall’Italia, perché dovevano restare allo scopo di aggredire altri paesi per tutt’altre ragioni che salvare le persone dal nazismo.

Non sapevo che il governo degli Stati Uniti vedesse la Russia come una minaccia per le grandi ricchezze, la disuguaglianza e il dominio globale, e considerasse l’Unione Sovietica come il nemico principale anche durante l’ascesa del nazismo e del fascismo, fino alla guerra ed oltre.

Non sapevo che gli Stati Uniti si fossero lasciati alle spalle truppe, sabotatori e spie, avessero interferito nella politica italiana, e visto l’Italia dal primo giorno (il primo giorno nella cultura degli Stati Uniti è il Pearl Harbor Day) come un pezzo di un impero da imporre nel nome dell’anti-imperialismo.

Non avevo idea che ci fosse più di un modo per salvare un popolo o salvarsi. Avevo frequentato le migliori scuole che gli Stati Uniti avevano da offrire, e nessuno mi aveva detto che le campagne non violente avevano rovesciato la tirannia e persino le occupazioni straniere avevano avuto più successo delle campagne violente. Se l’Italia fosse stata salvata in tempi antichi di cui non sapevo nulla, e se ciò in qualche modo spiegasse perché era normale che ci fossero truppe statunitensi a Vicenza, chi ero io per dubitarne?

Ho fatto amicizia con uno di quei militari statunitensi, ho saltato la scuola e sono andato a sciare con lui. Era un bravo ragazzo, non c’era violenza in lui. Nessuno mi aveva detto quello che avevano fatto le forze armate statunitensi, che avessero detenuto illegalmente armi nucleari in Italia, che avessero avvelenato la Sardegna praticando omicidi di massa, che far volare gli aeroplani negli impianti di risalita non era stato un prezzo da pagare per qualcosa di necessario, ma da pagare per qualcosa di sociopatico. Gli italiani mi avevano detto che la cosa più offensiva che le truppe statunitensi avessero fatto era stata indossare blu jeans per andare a sciare.

Non avevo mai sentito parlare di Evian, in Francia, luogo non lontano dall’Italia e sito di una delle conferenze in cui i governi del mondo avevano deciso pubblicamente e senza vergogna di non accettare ebrei fuori dalla Germania.

Non avevo mai sentito parlare di Veterans For Peace o di uno degli eroi di quel gruppo, Smedley Butler. Era il più decorato marine statunitense di tutti i tempi, un generale modello, famoso, un eroe per tutti gli amanti della guerra e per tutti i veterani. Era stato incarcerato per aver dichiarato pubblicamente che Benito Mussolini aveva investito una bambina con la sua auto e fatto qualche casuale osservazione a riguardo mentre accelerava. Parlare male di Mussolini era un male per le relazioni USA-Italia. Il governo degli Stati Uniti adorava Mussolini. Quindi, Smedley fu arrestato. In seguito però le persone più ricche degli Stati Uniti cercarono di assumere Smedley per guidare un colpo di stato fascista contro il presidente Roosevelt. Gli storici pensano che avrebbe potuto avere successo, solo che Smedley andò al Congresso e denunciò tutto. Denunciò anche la guerra e la sua stessa carriera come un crimine contro l’umanità.

Anni dopo, quando ormai sapevo un po’ di ciò che avrei dovuto, visitai Vicenza per partecipare alle proteste contro l’espansione della base. Incontrai anche membri del Congresso degli Stati Uniti a Washington insieme a Cinzia Bottene e Thea Valentina Garbellin, due leader della resistenza alle basi di No Dal Molin. Ricordo che i membri e il personale del Congresso avevano una sola domanda: se non a Vicenza, dove dovremmo mettere una base? E Thea e Cinzia, a loro eterno merito, risposero: da nessuna parte! – che era molto più educato di dove io gli avrei detto di metterla.

Le basi USA e NATO non stanno aiutando l’Italia, non stanno proteggendo l’Italia… da cosa poi? Non ci sono nemici. Gli Stati Uniti spendono metà della spesa militare mondiale. Le altre nazioni della NATO sono assillate da Donald Trump affinché ne spendano un altro quarto. Sono tre quarti delle spese militari mondiali. Le nazioni NATO rappresentano anche circa i tre quarti delle vendite di armi straniere. Le regioni del globo in cui vi sono la maggior parte delle guerre quasi non producono armi. Gli Stati Uniti vendono armi al 73% delle nazioni che considera dittature e ne addestrano la maggior parte. Le guerre degli Stati Uniti e della NATO generano nemici. Eppure, quando guardi funzionari degli Stati Uniti provare a spiegare al Congresso perché abbiano bisogno di oltre 1 trilione di dollari per combattere i loro nemici, l’effetto è comico. La Russia spende una piccola percentuale di ciò che la NATO spende in guerra. Un recente attacco di droni a un impianto petrolifero saudita, che apparentemente era molto più grave del bombardamento di esseri umani in Yemen, è costato meno del debito di un singolo studente universitario americano e non sarebbe potuto avvenire senza la fabbricazione, guidata dagli Stati Uniti, di droni da guerra e l’assalto genocida contro lo Yemen appoggiato dagli Stati Uniti.

Quindi, i membri del Congresso affermano spudoratamente che l’espansione della NATO al confine con la Russia è un programma per creare lavoro per le fabbriche di armi negli Stati Uniti. Quando Jack Matlock lo disse a Vladimir Putin questi lo guardò come se fosse pazzo. E funzionari militari statunitensi ammettono in anonimato con i giornali statunitensi che la nuova guerra fredda è interamente guidata dal desiderio di far funzionare la NATO e l’esercito e mantenere il flusso dei profitti della vendita di armi, nonostante gli economisti dicano che la spesa per la guerra sia la cosa peggiore possibile per un’economia.

La NATO ha bombardato illegalmente e disastrosamente la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, la Serbia, l’Afghanistan, il Pakistan e la Libia, ha esacerbato le tensioni con la Russia e aumentato il rischio di apocalisse nucleare. Ma i media statunitensi dicono che la NATO è un modo per cooperare con i nostri amici in Europa, – come se non esistessero modi nonviolenti per cooperare con qualcuno – e un modo per legalizzare le guerre, come se un crimine non fosse un crimine quando metti insieme una banda per commetterlo. La malattia mentale chiamata militarismo ha messo così tante radici in Europa che si stanno sviluppando piani per un esercito europeo. La soluzione alla NATO non è clonarla.

Ciò che sosteniamo con World BEYOND War è che non solo nessuna guerra può essere giusta in sè, ma che nessuna guerra potrà mai giustificare l’esistenza dell’istituzione della guerra. Il tre percento delle spese militari statunitensi potrebbe porre fine alla fame a livello globale; poco più dell’1 percento potrebbe porre fine alla mancanza di acqua potabile. Una fetta un po’ più grande di spesa militare potrebbe mettere in atto uno sforzo serio, difficilmente sperato, per ridurre la catastrofe ambientale che stiamo affrontando. Convertire piccole parti del bilancio militare in aiuti umanitari potrebbe far diventare una nazione amata e onorata in tutto il mondo, anziché detestata. La guerra è una delle principali cause della distruzione ambientale, della crisi dei rifugiati, dell’erosione delle libertà civili, della militarizzazione della polizia e della cultura, del razzismo e della xenofobia, e del rischio di apocalisse nucleare.

Costruendo una coalizione che si opponga alla guerra e a tutti gli altri mali a cui contribuisce, potremo trovare la forza ed il potere di cambiare le cose. Questo è il motivo per cui molti di noi hanno rischiato l’arresto il 23 settembre in occasione dello sciopero per il clima di Washington .

World BEYOND War opera su tre aree. Una è l’educazione: dopo meno di un’ora in una classe al college, praticamente tutti gli studenti sono commossi e decisi ad abbandonare la comune convinzione che a volte la guerra sia giustificata. Un’altra area è il disinvestimento: stiamo ottenendo che governi locali, università e fondi di investimento tolgano i loro fondi dalle armi. Il terzo obiettivo è chiudere le basi.

Credo che l’Italia dovrebbe fare amicizia con l’opinione pubblica degli Stati Uniti e con le persone nel mondo cacciando le basi statunitensi. Consiglio di diffondere ampiamente il video di CNGNN intitolato “Italy is One Big U.S./NATO Military Base” (ndt: l’Italia è una grande base militare US/NATO). In secondo luogo, bisogna far sapere a tutti negli Stati Uniti quanto pagano per le basi, le truppe, le armi e le guerre correlate. Dir loro che vogliamo farli risparmiare. Amano i soldi. Terzo, fare tutto il possibile per infastidire Donald Trump e spingerlo a chiedere all’Italia di pagare tasse più elevate per il privilegio di essere occupato dalle basi statunitensi. In quarto luogo, indagare sull’avvelenamento dell’acqua potabile vicino a ciascuna base degli Stati Uniti a causa di sostanze chimiche permanenti e cancerogene che uccideranno per sempre e che hanno fatto ammalare e ucciso persone nelle basi degli Stati Uniti in tutto il mondo. Questi prodotti chimici si trovano nella schiuma utilizzata nelle esercitazioni di spegnimento degli incendi: gran parte del mondo utilizza alternative sicure. In quinto luogo, assicurarsi che ogni persona in Italia sappia quello che sta pagando e che gli Stati Uniti possono combattere le loro guerre senza basi italiane o straniere perché hanno aeroplani, ed infine sappia che gli Stati Uniti considerano l’Italia una colonia, costruiscono le loro basi e avvelenano l’ambiente senza concedere alcun diritto agli italiani, e sappia che Donald Trump pensa che siamo degli idioti, e che milioni di persone negli Stati Uniti sarebbero elettrizzate se l’Italia si dichiarasse una nazione pacifica e neutrale .

A proposito, una legge approvata dalla Camera degli Stati Uniti ma non ancora dal Senato richiederebbe che ogni base straniera degli Stati Uniti sia giustificata dal fatto di rendere in qualche modo gli Stati Uniti più sicuri. Quindi per favore iniziate a preparare report su ogni base che NON rende gli Stati Uniti più “sicuri”.

Questa settimana viaggerò per la conferenza annuale di World BEYOND War, che si terrà quest’anno in Irlanda, vicino a un aeroporto attraverso cui le forze armate statunitensi inviano truppe e armi con il solo fine di coinvolgere l’Irlanda nelle sue guerre. Stiamo lavorando per porre fine a una tale pratica e fare dell’Irlanda un modello di neutralità.

Sto diffondendo una richiesta di due frasi per aiutare a porre fine a ogni guerra, e che è stata firmata in 175 paesi. La si può trovare su worldbeyondwar.org. Se siete d’accordo, per favore firmatela. Forse nei prossimi anni potremo tenere la nostra conferenza e il nostro raduno in Italia.


venerdì 4 ottobre 2019

Il Progetto Criminale dell'Euro è servito pedissequamente anche dalla Banca centrale europea. Lo stregone maledetto ha fallito nell'obiettivo dichiarato di aumentare l'inflazione ma l'ha centrato nell'imporre l'austerità che vuole l'abbattimento, l'eliminazione di tutti i diritti sociali dei paesi periferici

Quantitative Easing: la lotta di classe al tempo dello spread. Come la BCE tiene sotto scacco i paesi periferici

Maurizio Blondet 1 Ottobre 2019 


Nel Consiglio Direttivo di settembre la Banca Centrale Europea (BCE) ha deciso di riprendere il programma di acquisti netti di titoli finanziari (Asset Purchase Programmes) meglio noto come QE, ovvero il famigerato Quantitative Easing. Con il QE la banca centrale espande la liquidità a disposizione del sistema economico con lo scopo dichiarato di ripristinare il corretto meccanismo di trasmissione della politica monetaria: si suppone che la liquidità immessa allenti le tensioni sui mercati finanziari e consenta dunque all’economia reale di tornare sui binari della crescita. La banca centrale inonda il sistema di liquidità acquistando titoli finanziari, in prevalenza titoli di Stato dei paesi dell’area euro: tramite questi acquisti, i titoli finiscono nella pancia della banca centrale mentre il denaro, il prezzo pagato per acquistare quei titoli, entra nel sistema economico.

Attraverso questo meccanismo, la BCE ha introdotto nell’economia europea tra i 60 e gli 80 miliardi di euro ogni mese dal marzo 2015 al dicembre scorso, quando il programma di acquisti netti è stato provvisoriamente concluso, nell’ipotesi che tre anni di stimoli monetari fossero stati sufficienti a rivitalizzare il sistema finanziario e produttivo dell’area euro. Invece, il primo semestre del 2019 ha mostrato evidenti segni di stagnazione, con la produzione in calo persino nel cuore pulsante dell’Europa, in Germania, e l’inflazione al di sotto delle aspettative. Insomma, gli effetti positivi del QE sull’economia europea non si sono mai visti, nonostante la massiccia iniezione di liquidità messa in atto dalla BCE a partire dal 2015. Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ha sostanzialmente ammesso questo fallimento, ma ovviamente ne imputa ad altri la responsabilità: secondo Draghi la politica monetaria sta facendo tutto ciò che è in suo potere per rilanciare l’economia europea, ma senza un briciolo di politica fiscale espansiva da parte della Germania diventa impossibile evitare il baratro di un’altra recessione. Il realtà, l’attento Draghi non ha mai nominato espressamente la Germania, ma ha apertamente parlato di “governi che hanno a disposizione spazio fiscale (ossia, che hanno debito e deficit sotto controllo, ndr) e stanno fronteggiando un rallentamento”. Più chiaro di così non poteva essere: infatti, la Germania, come abbiamo recentemente visto, sta mostrando tutti i segnali di una crisi. Quel che ci interessa è che la stessa BCE ammette la sostanziale inefficacia del QE come strumento di rilancio dell’economia. Ma allora perché rimettere in moto il programma di acquisti netti? Quali sono gli effetti più importanti del QE, al di là delle dichiarazioni ufficiali?

Due sono gli effetti principali del Quantitative Easing sull’economia. Il primo è stato spesso menzionato, ma sempre di sfuggita – e vedremo perché. Gli acquisti di titoli pubblici operati dalla BCE hanno senza dubbio l’effetto di comprimere il costo del debito pubblico pagato dai governi dell’area euro. Difatti, gli acquisti della banca centrale rafforzano la domanda di titoli del debito pubblico e, per questa via, determinano una riduzione del tasso dell’interesse pagato dai governi, dando sollievo ai conti pubblici proprio nella fase in cui l’austerità rende più stringenti i vincoli di bilancio europei del Fiscal Compact. Da quando la BCE ha annunciato l’intenzione di riprendere il QE (discorso di Sintra del luglio scorso), il costo del debito pubblico italiano ha iniziato una parabola discendente dal 3% allo 0,8% registrato in questi giorni. Questo è senza dubbio un effetto positivo del Quantitiative Easing, perché riduce la quota di spesa pubblica destinata al servizio del debito e dunque, in un contesto di vincoli alla spesa, aumenta la quota di spesa pubblica che può essere destinata alla spesa sociale.

Dicevamo che spesso i commentatori glissano sull’importanza di questo effetto positivo del QE, e sapete perché? Perché si tratta di un effetto collaterale, assolutamente indesiderato dall’autorità monetaria europea – che ha per l’appunto disegnato il programma di acquisti in modo tale da rendere minimo l’impatto positivo del QE sul costo del debito pubblico dei paesi periferici. La banca centrale si impegna a suddividere tra i paesi europei i suoi acquisti mensili non sulla base dell’entità dei debiti pubblici detenuti da ciascun paese, ma sulla base della quota del capitale della BCE detenuta da ciascun paese: un criterio che rispetta le gerarchie politiche interne all’Europa, non un criterio di ottimizzazione degli acquisti. Ciò significa che la BCE acquista soprattutto titoli del debito pubblico tedeschi, ed in misura sensibilmente inferiore titoli di Stato italiani. Se si aggiunge a questo la diversa struttura del debito pubblico dei due paesi – il debito pubblico italiano è sostanzialmente tutto debito dello Stato centrale, cioè BTP, mentre quello tedesco è per metà debito degli stati federati – si comprende come sia possibile che il QE non abbia ancora azzerato i differenziali tra i costi del debito pubblico dell’area euro, il fatidico spread.

In buona sostanza, la BCE potrebbe liberare molte più risorse nel bilancio degli Stati della periferia europea se solo modificasse le regole del QE, realizzando acquisti direttamente proporzionali al debito pubblico dei singoli paesi. Se lo facesse, probabilmente non sentiremmo più parlare di spread ed il servizio del debito pubblico diventerebbe trascurabile – come avviene in Giappone. E come di fatto avviene anche in Germania, dove il tasso di interesse sui titoli pubblici decennali è oggi prossimo a -0,6%: la pubblica amministrazione tedesca si indebita a tassi negativi, il che significa che riceve denaro dai creditori per contrarre nuovo debito. Tutto grazie al fatto che la Germania è il paese che maggiormente beneficia degli acquisti netti realizzati dalla banca centrale.
D’altronde, e arriviamo al punto, il QE è stato disegnato dall’autorità monetaria europea proprio per rendere maggiore il suo controllo della politica economica dei singoli paesi. Se la BCE acquistasse in massa il debito pubblico dei paesi periferici, questi sarebbero messi nelle condizioni di praticare politiche fiscali espansive, rilanciando l’occupazione e i salari. Al contrario, la politica monetaria viene usata come una camicia di forza, tanto più stretta quanto maggiore è il grado di disciplina che si vuole imporre: la Germania è privilegiata dal QE, e Draghi la incoraggia addirittura ad aumentare il deficit pubblico per sostenere l’economia europea tutta, mentre i paesi periferici, dall’Italia alla Grecia, devono sottostare alla più stringente disciplina di bilancio e rispettare l’agognata agenda delle riforme. Perché? Perché il loro stato sociale è ancora troppo consistente, troppo generoso, e deve essere abbattuto a suon di austerità, lacrime e sangue. In questo senso, il secondo effetto principale del QE è una vera e propria minaccia per qualsiasi opzione di riscatto sociale nella periferia d’Europa. Con i suoi acquisti, infatti, la BCE è entrata in possesso di una quota consistente del debito pubblico di tutti i paesi dell’area euro; detto in altri termini, l’autorità monetaria europea è divenuta il principale creditore dei paesi dell’euro. E i creditori, si sa, hanno un grande potere sui loro debitori. Pensiamo al caso italiano: la BCE detiene oltre 360 miliardi di euro di titoli di Stato italiani. Qualora un governo democraticamente eletto decidesse di violare i vincoli europei al fine di restituire dignità ai lavoratori promuovendo una crescita inclusiva e favorevole alle classi subalterne tramite un consistente aumento della spesa pubblica, l’autorità monetaria non dovrebbe fare altro che iniziare a svendere parte dei titoli di Stato italiani in suo possesso sui mercati: così facendo, ne farebbe crollare le quotazioni spingendo al rialzo il costo del debito pubblico con una dinamica identica a quella che, dieci anni fa, ha dato inizio alla crisi greca. Vi sembra fantascienza? Eppure un assaggio di tutto questo si è avuto in tempi recenti: per disciplinare il nascente governo giallo-verde, la BCE ha calibrato i suoi acquisti in modo tale da indurre un aumento degli spread in concomitanza con la discussione sulla compagine governativa, ed ha poi raffreddato i mercati con ingenti acquisti di BTP subito dopo che la nuova maggioranza ha accettato i tecnici scelti dal Quirinale nei dicasteri di maggiore importanza (in particolare Tria all’economia e Moavero Milanesi agli esteri).

Da un punto di vista politico, il fatto stesso che un’enorme quantità di titoli pubblici risieda nelle casse della BCE fornisce a quest’ultima un potere immenso che influenza la gestione del debito pubblico dei singoli paesi: con il QE, la banca centrale finisce col detenere una massa di titoli di Stato potenzialmente esplosiva se gettata sul mercato, un’arma che le garantisce una forza persuasiva enorme sulle decisioni di politica fiscale dei singoli Stati e quindi, in ultimo, sulla possibilità di effettuare politiche fiscali espansive a sostegno della collettività. Tenendo le redini dei debiti pubblici europei attraverso gli acquisti del QE, l’autorità monetaria europea assurge a dominus del sistema politico dei paesi più deboli, costretti a sottostare al più ferreo rigore di bilancio dalla mera minaccia di una ritorsione finanziaria.

Un punto deve essere chiarito. In linea teorica, non vi è nulla di sbagliato in un ruolo dominante della banca centrale nella gestione del debito pubblico di un paese. Di norma, infatti, si suppone che la banca centrale si ponga al servizio della sua collettività. In Europa le cose stanno diversamente: i paesi dell’euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria, delegandola ad un’autorità indipendente – la BCE – che impiega le leve di politica monetaria per tenere sotto scacco i governi nazionali ed imporre ad un intero continente le politiche di austerità. Il problema, quindi, non sta certo nel protagonismo della banca centrale in sé, quanto piuttosto nel fatto che la BCE adopera tutta la sua autorità, tutto il suo potere sul governo della moneta, per mettere in ginocchio i lavoratori europei e distruggere lo stato sociale. Se vogliamo difenderci da questa lotta di classe condotta dall’alto verso il basso, dobbiamo prestare attenzione anche alla politica monetaria, e al bazooka che la BCE tiene puntato sulle nostre rivendicazioni.

Notizia del: 30/09/2019

Da leggere insieme a:

Helicopter money, Draghi punta a mettere denaro nelle tasche dei cittadini. Se lo dice lui, fidiamoci


Avvocato e scrittore

[…] Dovremmo approfittare della circostanza per liberarci di un tabù: della moneta, della scaturigine della moneta, si può finalmente parlare senza pregiudizi. Se lo ha fatto Draghi, possiamo farlo anche noi, ….

La moneta, oggi, è un mezzo di pagamento prodotto senza necessità di un controvalore (Bretton Woods e il gold exchange standard sono finiti, come noto, nel 1971). E, dunque, non c’è nulla – se non la volontà umana – a impedire la creazione di denaro nella quantità desiderata dalla stessa volontà umana che decide di produrlo. È questa la ragione per cui proprio Mario Draghi, il 9 gennaio 2014 – a una giornalista che gli chiedeva se la Bce potesse finire i soldi – rispose testualmente, con un sorriso imbarazzato: “Be’, tecnicamente no, non possono finire i soldi. Quindi abbiamo ampie risorse per fare fronte a tutte le emergenze”.

…..uno Stato (titolare ultimo della sovranità, anche monetaria) non dovrebbe poter fare ciò che persino a una banca centrale è inibito? In effetti, dal punto di vista giuridico, già oggi i singoli stati – nel loro piccolo, per così dire, e salva approvazione della Bce medesima – coniano direttamente le monete metalliche ex art. 128, secondo comma Tfue. Lo Stato italiano, dal canto suo, ha previsto per via legislativa la facoltà (usata, invero, assai poco) di emettere biglietti di Stato quantomeno dal 1966 al 1998. E a tutt’oggi, l’art. 117 della Costituzione riserva allo Stato l’esclusiva potestà legislativa in materia di “moneta”.

L'inadeguatezza è palese, il comportamento di un cocainomane impazzito, irrefrenabile. Ma tant'è

BIN SALMAN, DISFATTA SU DISFATTA

Maurizio Blondet 1 Ottobre 2019 

Titolo di un giornale governativo: “Arabia Saudita, principe bin Salman avverte i leader mondiali: “Intervenire contro Iran o prezzo petrolio salirà come mai prima d’ora”


Ciò che non dicono i media è che Bin Salman ha subito un’altra sconfitta decisiva per mano degli Houti yemeniti – un’altra oltre l’obliterazione della grande raffineria per mezzo di droni e missili da crociera.

Grosse quantità di armi e munizioni,. compresi lanciarazzi, prede di guerra.

“Sabato 29 gli Houthi e l’esercito yemenita hanno condotto un incredibile attacco convenzionale della durata di tre giorni che è iniziato all’interno dei confini dello Yemen. L’operazione avrebbe comportato mesi di raccolta di informazioni e pianificazione operativa . E’ stato un attacco – in territorio nemico – molto più complesso di quello condotto contro gli impianti petroliferi di Aramco. I primi rapporti indicano che le forze della coalizione guidata dai sauditi sono state attirate in posizioni vulnerabili e fatte cadere in un’imboscata: attraverso un movimento a tenaglia condotto rapidamente all’interno del territorio saudita, gli Houthi hanno circondato la città di Najran e la sua periferia e hanno avuto la meglio su tre brigate saudite, 7 mila uomini – e tra cui decine di alti ufficiali e numerosi veicoli da combattimento”. I morti sarebbero 500″ (Federico Pieraccini)

Un portatruppe con cannone rotante, abbandonato, preda di guerra. sono decine i veicoli del genere catturati.


Foto e video della disfatta sono su Internet. Le file dei soldati prigionieri mostrano povera gente, diversi senza nemmeno uniforme, evidentemente mandati allo sbaraglio senza addestramento. Quando hanno cominciato a scappare, un aereo saudita ha pure cercato di bombardarli.




Mentre ciò avveniva, a Jedda veniva ucciso – a colpi di pistola – il capo della guardia del corpo regale, generale Abdulaziz Al Faghem, che si vede qui accanto al re Salman – il vero re, anche se inabilitato per demenza. Di norma, il generale vive a fianco del re, e dorme nel palazzo quando il re si corica. Non si allontana mai da lui. Invece era stato licenziato pochi giorni prima dal principe della corona, figlio del demente, Mohamed Bin Salman, grande amico del genero ebreo di Trump.

I can now confirm the death of personal guard of #Saudi @KingSalman General Abdulaziz AlFaghem by gunfire. He is seen here with the king. He was dismissed from his post just days ago which makes his death extremely suspicious. Working on details. @nytimesworld @bbcarabicalerts

Dopo ciò, il palazzo regale di Jeddah, e anche quello di Ryad, sono “in stato d’allarme” e inaccessibili. Un misterioso incendio è segnalato presso la stazione ferroviaria di Jeddah, certamente collegato a questi eventi..

In queste condizioni è il principotto, due volte disfatto dagli Houti, che si rivolge “ai leader mondiali” ordinando loro di fare la guerra a all’Iran, altrimenti aumenterà il prezzo del petrolio.

Se aumenta il greggio, farà un piacere all’Iran e alla Russia, che potranno spuntare profitti maggiori. Forse a Bin Salman non resta che cercare conforto nel suo grande amico Jared Kushner, il genero di Trump. O anche in Bibi, che lo ha spinto a questa guerra criminale e inutile contro lo Yemen.



Gli ebrei feccia dell'umanità sempre in prima fila per compiere omicidi

Iran, sventato piano omicidio Soleimani

'Spie arabe ed ebree volevano uccidere capo forze al Quds'

© ANSA/EPA

Redazione ANSAISTANBUL
03 ottobre 201912:02NEWS

(ANSA) - ISTANBUL, 3 OTT - L'Iran "ha sventato" un piano di agenzie di spionaggio "arabe ed ebree" per assassinare nel suo territorio il comandante delle forze speciali al Quds delle Guardie della rivoluzione islamica, il generale maggiore Qassem Soleimani. Lo ha rivelato il capo dei servizi d'intelligence degli stessi Pasdaran, Hossein Taeb, citato dall'agenzia Tasnim.

Siamo persi, non pensiamo, non leggiamo, non scriviamo più

SCUOLA/ “Friday for Future”, andateci voi: Gaber e l’Ilva valgono più di Greta

04.10.2019 - Valerio Capasa

La difesa dell’ambiente non ha bisogno di slogan, bombolette spray e tette al vento. Richiede studio, intelligenza, applicazione. E un po’ di poesia

Studenti delle superiori in piazza per il clima (LaPresse)

Non avrebbe alcun senso nascondersi da soli se non esistesse un gioco chiamato “nascondino”, in cui il bello consiste proprio nel non farsi acchiappare da chi conta nella tana. E che noia sarebbe gonfiare la rete di una porta vuota, senza un portiere che provi a opporsi al tiro. Analogamente il gusto segreto di uno sciopero è far saltare i nervi a qualcuno: ma se tutti sono d’accordo, dai bambini agli adolescenti e agli adulti, dalle televisioni agli insegnanti e ai genitori, dai ministri ai prìncipi e alla Tesla, allora con chi se la prendono? Teniamoci il tombolone da soli e festeggiamo ambo-terno-quaterna-cinquina e tombolone: che vittoria!

Nella mia scuola da 1.700 abitanti siamo appena 7 o 8 ad arrivare la mattina in bicicletta. I libretti delle giustifiche dei quattordicenni, intanto, brillano di candide contraddizioni: 26 settembre, assenza per “esame motorizzazione”; 27 settembre, assenza per “sciopero per il clima”. Vai a contare quante migliaia di bottigliette di plastica girino sotto la nube di motori e canne che avvolge un liceo. Ma quando è Friday for Future, nonostante il cobalto negli smartphone, l’aria condizionata a palla, il CO2 sparato dai mappamondi bruciati in Piazza Duomo e il trattore in tangenziale, si ritrovano tutti in preda a smanie da sensibilizzazione.

La mia abitudine post-bellica di bere l’acqua del rubinetto ripugna parecchio a questi campioni della sensibilità, che dell’Ilva (ex Italsider) di Taranto in cui lavorava mio papà e del quartiere Tamburi dove i fumi delle cocherie ci coloravano il cielo di ogni allenamento neanche fossimo in Champions non saprebbero ripetere altro che: “chiudiamo il mostro”. Peccato che qualcuno l’acciaio dovrà pur produrlo (a meno di ambire a traslocarsi nuovamente sulle palafitte o a fabbricare le casette dei tre porcellini). Certo, le emissioni nocive andrebbero ridotte: ma per farlo non ci vogliono striscioni e bombolette spray; servono scienziati, che sbattano la testa sui libri e sulle cose, e fuori dagli slogan cerchino soluzioni; ci vuole gente affamata di conoscere, non polli d’allevamento.

Una mattina del 2019 il ministro dell’Istruzione, probabilmente in preda ad astinenza da merendine tassabili, nel suo furore di svuotare le aule da qualsiasi cosa (Nutella, crocifissi, Mattarella, studenti), ha pensato di infrangere la legge istigando milioni di minorenni a fare il CO2 che volevano. Sotto il sole estivo di Bari quel che balza agli occhi per le strade è una spropositata concentrazione di tette al vento, credo per fugare gli equivoci sulla rotondità del pianeta. La natura, del resto, è la natura, e la stoffa un retaggio medievale.

Ma oltre ai vestiti, sembra latiti anche l’intelligenza: ai bambini delle elementari hanno spiegato che bisognava andare alla manifestazione e loro ci sono andati; con il medesimo automatismo hanno obbedito molti insegnanti (in posa da rivoluzionari pur non volendo rinunciare allo stipendiuccio quotidiano).

C’entra poco l’agnello sacrificale Greta, a cui tra un bestseller e uno yacht stanno rubando il presente sbattendola in mondovisione, alla faccia delle problematiche di ansia e relazioni certificate dall’Asperger. Né mi pare che dopo il 27 settembre si siano arrestati l’inquinamento e i cambiamenti climatici, peraltro assai meno interdipendenti di come la raccontano: la mia acqua del rubinetto e la mia bicicletta sono buone pratiche che non salvano il pianeta come la mia attenzione a non buttare avanzi dei piatti in tavola non salva bambini africani.

Quel che manca è la conoscenza: della storia, del diritto, della scienza, dei media. Più della narratologia delle patatine che imperversa nelle aule su sequenze, protagonista e antagonista, servirebbe come il pane una narratologia dell’informazione, che ci vaccini contro le costanti delle favole che tv e internet ci propinano a ogni ora.

La scuola, invece, compiacente ai diktat del mondo e perciò inutile, si coccola i suoi piccoli narcisi, che non riescono a trovare negli adulti altro che specchi: identicamente ingenui e ignoranti, creduloni e piazzettari, opinionisti e ipocriti, catechistici e viziati, incapaci di spostare le velleità di pancia sul piano del logos, asserendo di fatto che un giorno a spasso vale più di Ungaretti, di Aristotele, della chimica e della termodinamica.

I meccanismi di condizionamento della nostra epoca sono in fondo gli stessi di tutti i regimi: così fan tutti, perché io dovrei accettare la fatica di essere me stesso andando controvento? Son tutti fuori, chi me lo fa fare di entrare a scuola? Se qualche ragazzo osa varcare la soglia, gli tocca sorbirsi per giorni tutti i rimbrotti e le accuse possibili, da parte proprio di chi venerdì 27 non si è vergognato di girare alla larga dal fastidio dei presenti o di supplicarli di farsi venire a prendere dai genitori. Desolante che per qualche ora d’aria aggiuntiva la gente sia così facilmente pronta a vendersi l’anima e la mamma, ad abdicare a un pur minimo utilizzo della propria intelligenza.

Manca almeno un po’ di poesia. Non avremmo il coraggio di resistere alle onde emotive del potere se non godessimo del privilegio di imbatterci in un certo Giorgio Gaber. Poeta, profeta. Che ha trovato le parole per raccontare questo tempo in cui gli uomini hanno ampiamente superato ogni “livello di cattiveria e di egoismo”, ma periodicamente si lavano la coscienza comprandosi “un’azalea”: “dato che non funziona niente, si risolve tutto con le azalee. […] Compro un’azalea, per salvare bambini, animali, piante, ricerche varie, bacini idrici, le suore del Nicaragua, le foreste dell’Amazzonia. […] E siccome più uno è sporco dentro, più ha bisogno di apparire buono, i più carogna hanno azalee dappertutto: in ingresso, in sala da pranzo, in camera da letto, vanno al cesso e… trac! un’azalea. […] Ma dentro, dentro cosa siamo, eh? Ve lo dico io cosa siamo: siamo delle caramelle di merda ricoperte di cioccolato”.

La descrizione perfetta del Friday for Future possiamo ascoltarla nel Potere dei più buoni: “La mia vita di ogni giorno / è preoccuparmi di ciò che ho intorno, / sono sensibile e umano: / probabilmente sono il più buono. […] È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / son già iscritto a più di mille associazioni / è il potere dei più buoni / e organizzo dovunque manifestazioni. […] La mia vita di ogni giorno / è preoccuparmi di ciò che ho intorno: / ho una passione travolgente / per gli animali e per l’ambiente. / Penso alle vipere sempre più rare / e anche al rispetto per le zanzare, / in questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali, / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante. / […] Penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni / è il potere dei più buoni / che un domani può venir buono per le elezioni”.

Grazie Gaber, che ci metti in guardia contro le emissioni di fesserie omologanti che stanno distruggendo il pianeta.