L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 ottobre 2019

Diritto internazionale fottiti - la Turchia aggredisce la Siria

LEGA ARABA: «LA TURCHIA CI MINACCIA»
Putin contro Erdogan: «Via le sue truppe dalla Siria»

Bombardati anche alcuni presidi medici nel nord est siriano. Si stima una decine di vittime civili

12 ottobre 2019

Foto Afp

Sale la tensione nel nord est della Siria e si scalda anche il fronte diplomatico. Il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato il suo avvertimento: «Tutte le truppe straniere presenti “illegalmente” in Siria devono andare via. Se il futuro legittimo governo della Siria dovesse dire che non ha bisogno che le truppe russe siano presenti lì, questo riguarderebbe anche la Russia», ha aggiunto Putin citato dalla Tass. Obiettivo degli strali del presidente russo è la Turchia di Erdogan, che nei giorni scorsi ha invaso con le sue truppe i territori nel nord est siriano, nella zona in cui sono presenti i curdi, considerati terroristi dal governo di Ankara.

A muoversi contro Erdogan anche la Lega Araba, con una dura presa di posizione: «L'aggressione turca alla Siria - si legge nel documento finale al termine di una riunione d’emergenza dei ministri degli Esteri tenutasi oggi al Cairo - costituisce una minaccia diretta per la sicurezza nazionale araba, così come per la pace e la sicurezza internazionali». Nel documento si aggiunge che l'attacco è «una violazione flagrante dei principi della Carta delle Nazioni Unite» contro la quale la Siria ha il diritto legittimo di difendersi con ogni mezzo.

L’appello dei curdi
Le forze curde in Siria chiedono intanto agli Stati Uniti di “assumersi le proprie responsabilità morali” e di “rispettare le promesse” dopo aver accusato Washington di averle abbandonate davanti all'offensiva delle truppe turche. «I nostri alleati ci avevano garantito la loro protezione», invece «ci hanno abbandonati con la loro ingiusta decisione di ritirare le loro truppe alla frontiera turca», hanno deplorato le Forze democratiche siriane in un comunicato letto davanti ai giornalisti.

Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani almeno dieci civili sono stati uccisi nella mattina di sabato nei bombardamenti turchi nella zona e si registrano violenti bombardamenti sul territorio. Alcune fonti riportano che sono stati colpiti alcuni campi della Mezzaluna Rossa (il corrispettivo della Croce Rossa) e tra i feriti - secondo quanto denunciato dall’organizzazione non governativa “Un ponte per”, ci sono anche diversi medici e personale sanitario. Nella zona è segnalata la presenza di personale medico italiano a supporto delle popolazioni locali.

#NordEstSiria/Stamattina TAF ha colpito un presidio medico costruito con KRC: 2 medici feriti e ambulanze danneggiate. UPP condanna con forza questo attacco e chiede il rispetto del Diritto Umanitario Internazionale: le strutture mediche e il personale devono essere protetti.
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Il conflitto è anche di comunicati: le autorità curde smentiscono l'annuncio del ministero della Difesa turco secondo cui la città di Ras al-Ain sarebbe stata conquistata dall'esercito di Ankara. «Ras Al-Ain sta ancora resistendo e i combattimenti sono in corso», ha detto un funzionario delle forze democratiche siriane a guida curda, riferiscono i media internazionali. Lo stesso Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che la città, principale obiettivo dell'offensiva turca, non è stata completamente conquistata.

Ci sono anche miliziani appartenenti alla galassia qaidista tra i combattenti arabo-siriani impiegati dall'esercito turco nell'operazione militare nel nord-est della Siria. Le forze di Ankara hanno da mesi raggruppato una serie di milizie, operanti nella regione nord-occidentale di Idlib, per essere usate nella campagna in corso a est dell'Eufrate. Tra questi gruppi ci sono sigle formate da individui che nel corso di questi anni di guerra siriana si sono radicalizzati fino ad esprimere un'ideologia favorevole al qaidismo

Le mosse della diplomazia. Il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shukri, ha ricevuto oggi al Cairo una delegazione di alto livello dei curdi siriani, prima di una riunione d'urgenza della Lega Araba sull'offensiva turca in Siria indetta su richiesta dell'Egitto. La delegazione del Consiglio democratico della Siria, ala politica delle cosiddette Forze democratiche siriane a maggioranza curda (Sdf), comprendeva il presidente del Consiglio esecutivo, Ilham Ahmed. Durante l'incontro, ha riferito il portavoce del ministero degli Esteri Ahmed Hafez, Shukri ha rinnovato la condanna dell'Egitto per quella che ha definito “l'aggressione turca contro la Siria, considerandola un'occupazione dei territori di un Paese arabo fratello”. La Siria, ha aggiunto il ministro degli Esteri egiziano, ha “il legittimo diritto all'autodifesa sulla base dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite.

Intanto la Germania ha deciso di fermare le vendita di armi alla Turchia. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas alla Bild am Sonntag. Una misura, ha spiegato, che intende colpire l'operazione militare avviata da Ankara nel nord est della Siria. Nel 2018, la Germania ha venduto alla Turchia armi per un totale di 240 milioni di euro.

La 'ndrangheta dilaga in Sud America - Paraguay


Pubblicato: 11 Ottobre 2019


di Jean Georges Almendras - Intervista

Il massimo esponente paraguaiano antidroga dice che la pericolosità dei narcos è maggiore

Fermo nelle sue dichiarazioni, il Ministro Segretario Esecutivo della Segreteria Nazionale Antidroga del Paraguay (SENAD), Dr. Arnaldo Giuzzio, ha risposto ad una nostra domanda: Sono presenti in Paraguay e nella regione elementi mafiosi della ´Ndrangueta italiana, che opera nell'ambito del narcotraffico?

"Non escludiamo azioni future riguardo questa organizzazione. La loro presenza c’è. Non possiamo anticipare molto, ma è indubbio che il Paraguay non è isolato e credo che per molti fattori continui ad essere un luogo dove le organizzazioni criminali, le mafie, vogliono infiltrarsi, nonostante sia più complicato, perché non è più il paradiso che era prima. Ma non bisogna abbassare la guardia. Siamo convinti che l'unico metodo di contrasto è mettere in atto operazioni di intelligence finalizzate a smantellare questo tipo di organizzazioni. Ma è assodato che sono presenti".

Siamo stati ricevuti dal massimo dirigente della SENAD nella sala riunioni della sede centrale nell’Avenida Fernando de la Mora, nella capitale paraguaiana. Nel corso di un breve dialogo ci ha messo al corrente della situazione attuale del narcotraffico in Paraguay. Uno scenario per niente incoraggiante, tenendo in conto che nelle ultime settimane la cittadinanza è stata testimone di una violenta azione mirata a liberare un capo del narcotraffico, membro di un'organizzazione criminale di origine brasiliana. Nell'operazione lampo c’è stata una violenta sparatoria durante la quale un ufficiale di polizia ha perso la vita. Il delinquente, ad oggi latitante e che era stato fermato dal personale della SENAD, stava venendo trasferito da una sede giudiziaria al centro di detenzione dove si trovava recluso.

"La SENAD è un'istituzione in fase di evoluzione e siamo convinti che abbiamo un nemico molto importante e crediamo inoltre che ce ne siano altri inseriti nello stesso schema, agiscono sempre nell’illegalità, come il crimine organizzato. Il Paraguay sta vivendo ora momenti di forte coinvolgimento in relazione alla presenza di organizzazioni come il PCC o il Comando Bermelho ed altre organizzazioni create come contropartita stessa all'esistenza di queste organizzazioni di origine brasiliana. Oggi possiamo dire che la maggior parte dei capi del crimine organizzato e del narcotraffico sono in prigione o morti, e che quelle presenti sono molto pericolose".

Un altro tema affrontato dal Ministro della Senad, l'avvocato Giuzzio, è la corruzione a livello di funzionari pubblici. Ha dichiarato con enfasi che la "corruzione è una materia in sospeso in tutte le istituzioni. Si sta facendo uno sforzo molto significativo. SENAD non è un'eccezione, facciamo la nostra parte. Crediamo che qui ci sia un controllo del fenomeno della corruzione, crediamo sia limitata ai livelli più bassi. In altre istituzioni riteniamo ci sia ancora molto da fare. Il caso del narcos Jorge Samudio, alias "Samura" era nel mirino della SENAD. Ci sono voluti cinque-sei anni di caccia all'uomo, di indagine prima di arrivare alla sua cattura. E fu arrestato con dieci sicari. Purtroppo, fu liberato con una tragica operazione dallo stesso gruppo criminale e sono stati trovati elementi che riconducevano alla SENAD.

Ovviamente tutti falsi. In generale, crediamo di essere una di quelle istituzioni riconosciute a livello nazionale ed internazionale come una delle più visibili a livello di risultati. Abbiamo un importante gruppo di lavoro impegnato su due fronti: quello operativo che è il più visibile: arresto di persone, sequestro di droghe, e l'altro è quello della domanda di droga. Stiamo imparando ad affrontare questo flagello, il problema grave della dipendenza. Nel nostro paese sono stati scoperti focolai di microtraffico che genera il maggiore mercato della tossicodipendenza, che è uno dei più gravi problemi che abbiamo. Il Paraguay è un paese di transito di grandi quantità di cocaina. Sebbene siamo produttori di marijuana la maggior parte della produzione approda in Brasile, in Argentina, Cile ed Uruguay. Siamo in attesa di un accordo di cooperazione con l'Uruguay. La Gendarmeria Argentina, la DEA è già qui con noi, ed insisto che ci piacerebbe che collaborasse con noi anche la polizia dell'Uruguay."

Foto © Our Voice

Troppi avvoltoi stranieri nei cieli libici

Vi spiego la soluzione al caos libico. Parla l’ex primo ministro Jibril



Conversazione con Mahmud Jibril, primo ministro ad interim del Consiglio nazionale di transizione libico da marzo a ottobre del 2011, nelle fasi iniziali del conflitto civile che ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi e che, con diversi attori, prosegue ancora oggi. Una no-fly zone? “Sarebbe certamente utile, ma non basterebbe”

L’unica soluzione possibile per risolvere la crisi libica è far sedere a uno stesso tavolo tutti gli attori che hanno autorità, non solo politica, ma anche economica e militare. È una missione quasi impossibile, ma l’Italia ha “il diritto e le facoltà per far dialogare fra loro anche gli attori regionali coinvolti”. Parola di Mahmud Jibril, primo ministro ad interim del Consiglio nazionale di transizione libico da marzo a ottobre del 2011, nelle fasi iniziali del conflitto civile che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Formiche.net lo ha intervistato a margine della conferenza “Arab Geopolitics after the Caliphate. How to exit the fragmentation trap”, organizzata dalla Nato Defense College Foundation in collaborazione con la divisione Political affairs and security policy dell’Alleanza e il Nato Defense College, tenutasi a Roma alla Luiss Guido Carli. Oggi presiede la Libyan National Forces Alliance (Nfa), lanciata nel 2012 per raccogliere i movimenti politici di estrazione moderata e liberale. A lui abbiamo chiesto come si potrà uscire dallo stallo attuale, a partire dal ruolo del nostro Paese.

Presidente, quale ruolo vede per l’Italia nella stabilizzazione della Libia nel breve periodo?

L’Italia deve, prima di tutto, realizzare che la questione principale in Libia risiede nel come riportare lo Stato nelle vite dei libici, più che nella formazione di un nuovo governo, dato che al momento nel Paese ne sono presenti tre diversi. Il problema libico consiste essenzialmente della dicotomia tra le varie autorità e il potere. Le prime sono presenti e molto numerose nel Paese, ma nessuna di loro ha un effettivo potere nell’area. Di conseguenza, qualunque accordo o qualunque piano di pace che non prenda atto di questo è destinato a fallire.

Quali caratteristiche fondamentali dovrebbe avere un’iniziativa del genere?

Innanzitutto, dovrebbe mantenere come obiettivo l’eliminazione di questa dicotomia fra autorità e potere reale, basandosi sul consenso dei principali attori presenti, sul piano militare, politico e sociale, per ottenere un accordo per la ricostituzione dello Stato stesso. Solo in seguito si potrebbe discutere delle formule e dei governi adatti per raggiungere questo obiettivo. Tutti gli esecutivi che si sono succeduti in Libia dal 2011 non hanno potuto agire con efficacia proprio perché non hanno sviluppato un piano per la ricostruzione statale. Abbiamo sprecato denaro e al contempo siamo divenuti terreno fertile per il terrorismo, le organizzazioni criminali internazionali e l’immigrazione illegale, diventando una minaccia per la sicurezza nazionale di troppi Paesi. Di nuovo, il ruolo dell’Italia deve prima passare attraverso la consapevolezza della necessità di riunire a un solo tavolo gli attori politici, militari e sociali del conflitto libico per discutere della rifondazione delle istituzioni. Un incontro del genere, per quanto lungo e impegnativo debba essere, deve avere luogo, sul modello di quanto avvenuto a Camp David nel 1978. Se però l’Italia, così come altri Paesi, dovesse continuare semplicemente a sostenere una forza in campo contrastando le altre, allora non otterrà nulla se non una prosecuzione indefinita del conflitto.

Ma come può una futura stabilizzazione risultare stabile e durevole visto proprio il grande numero di forze e attori presenti in Libia, interni ed esterni?

Dati i già citati forti legami dell’Italia con la Libia, economici, geografici e politici, il vostro Paese ha tutto il diritto e le facoltà per far dialogare fra loro anche gli attori regionali, la cui sicurezza è minacciata da ciò che accade in Libia: Egitto, Tunisia, Algeria, Ciad e Niger. Se prendiamo la questione della migrazione illegale, per esempio, è chiaro che non ha senso trattare la questione in assenza dei Paesi confinanti, dal momento che il traffico di esseri umani attraversa prima questi ultimi e solo dopo giunge in Libia.

Ci spieghi meglio.

I migranti, o meglio i trafficanti, vedono la Libia solo come un ultimo punto di partenza. Ciò non avverrebbe se non vi fossero partner dei trafficanti sul suolo europeo, che rappresentano la domanda di questo traffico. È necessario dunque, quando si guarda della crisi libica, osservarla nella sua interezza e in tutti i suoi aspetti. In più, l’Italia dovrebbe fare leva sui suoi forti rapporti con gli Stati Uniti, e ovviamente con l’Unione europea, perché facciano da garanti per un accordo di pace in Libia, dal momento che fra gli attori libici non vi è fiducia reciproca e che dipendono da agenti esterni. Se però ci fosse una sorta di garanzia internazionale per un accordo, allora sarebbe molto difficile per tutti disattenderlo.

Il confronto tra il generale Haftar e il governo di Tripoli sembra essere giunto a uno stallo. Come superarlo?

Mi preme dire innanzitutto che i veri sconfitti di questa guerra sono gli stessi libici e il futuro del Paese. Non ci sono vincitori in questo rinnovato conflitto, che ha riportato indietro la Libia all’inizio della guerra civile, nel 2014. Il terrorismo e l’estremismo sono ancora più diffusi e abbiamo perso migliaia di giovani. Più di 20mila famiglie sono state sfollate, con il conseguente abbandono scolastico dei minori. A questo riguardo, voglio segnalare che la comunità internazionale intervenne in Libia, nel 2011, proprio con il pretesto di proteggere la popolazione civile.

E oggi com’è la situazione?

Oggi i civili libici sono torturati, uccisi e sfollati, e della comunità internazionale non vi è traccia. Per quale motivo l’Unione europea, per esempio, non fornisce assistenza umanitaria, fornendo sostegno abitativo agli sfollati o aiuti economici, per rendere credibile il suo passato interesse per i civili in Libia? Lo stesso discorso può essere applicato al Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha dato mandato per una missione di supporto delle Nazioni unite nel Paese dal 2011 (Unsmil), rinnovato a settembre di quest’anno. Ciò che accade in Libia è dunque anche responsabilità del Consiglio di sicurezza, che dovrebbe agire per adempiere ai suoi compiti. In alternativa, può rinunciarvi revocando il suo mandato, lasciando i libici perlomeno liberi di prendersi le proprie responsabilità.

Una misura pratica che le Nazioni Unite possono applicare, per la pacificazione del Paese, può consistere nell’istituzione di una no-fly zone? Lei la suggerì già nel 2011.

Nella situazione in cui ci troviamo, con attacchi a civili, aeroporti, scuole e ospedali, una no-fly zone sarebbe certamente utile. Ovviamente non si tratterebbe di una misura in grado da sola di far giungere il conflitto a una conclusione, ma può sicuramente contribuire a minimizzare le perdite umane.

Ma sono davvero possibili soluzioni affidate a organizzazioni multilaterali, considerando che esse restano composte da Paesi con visioni spesso molto divergenti?

L’Organizzazione delle nazioni unite è, per forza di cose, un contesto molto ampio in cui si trovano Paesi con interessi e visioni contrastanti. Nella stessa Unione europea i diversi Paesi membri hanno posizioni conflittuali riguardo la Libia. La Lega araba è nella stessa situazione. L’unica organizzazione internazionale con una visione più o meno comune sul conflitto è forse l’Unione africana, dal momento che non ha proxy in Libia.

Ritiene che possa avere un’azione più incisiva?

Per i Paesi membri dell’Unione africana, la situazione in Libia costituisce un problema di sicurezza nazionale e, inoltre, non hanno partecipato al conflitto odierno appoggiando uno degli attori sul terreno. Sulla base di questo, ritengo sia possibile auspicare che le Nazioni unite promuovano un ruolo più attivo dell’Unione africana in Libia come parte terza e promotrice di un dialogo. Un ruolo che altre organizzazioni internazionali, a causa di divisioni interne, non possono più ricoprire.

La ''ndrangheta storicamente ha sempre aggiustato i processi e tutt'oggi ne abbiamo i riscontri

‘Ndrangheta, processo Saggio Compagno: concessi i domiciliari a giovane reggino [NOME e DETTAGLI]

La Corte di Appello di Reggio Calabria concede i domiciliari al cinquefrondese Raffaele Petullà. Assolto dall’accusa di partecipazione ad associazione di stampo mafioso, ma condannato per estorsione aggravata dal metodo mafioso

10 Ottobre 2019 19:30 | Serena Guzzone


La Corte di Appello di Reggio Calabria (dott.ssa Cinzia Barillà, presidente, e dott.ri Elisabetta Palumbo e Luigi Verrecchione, consiglieri), in accoglimento dell’istanza presentata degli avvocati Antonino Napoli e Maria Carmela Macrì, ha concesso gli arresti domiciliari a Raffaele Petullà recentemente assolto dalla Corte dal reato di associazione a delinquere di stampo mafioso per aver fatto parte, con competenza specifica e quasi esclusiva nel settore delle estorsioni, della locale operante nei comuni di Cinquefrondi, Anoia e nelle località limitrofe, inserita nel mandamento tirrenico della Provincia di Reggio Calabria.

Il giovane cinquefrondese era stato tratto in arresto nell’ambito dell’operazione “Saggio Compagno” in quanto accusato, oltre che di associazione a delinquere di stampo mafioso, anche di estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni dell’imprenditore boschivo Michelangelo Cartolano.

Il compendio indiziario carico di Raffaele Petullà è stato ricavato esclusivamente dalle conversazioni e dalle immagini captate nelle vicinanze e nell’abitazione di Ladini Giuseppe.

Dalle predette immagini emergeva che, sopraggiunto il trattore di Cartolano Michelangelo, condotto dallo Spanò nei pressi dell’abitazione del Ladini, veniva dopo poco affiancato da un’auto dalla quale si vedevano scendere tre soggetti di giovane età, riconosciuti dagli investigatori in Petullà Angelo, Petullà Raffaele cl. ’92 e Sarleti Francesco, i primi due cugini in quanto figli di due sorelle; una volta scesi dal veicolo, si notava chiaramente che i due cugini Petullà iniziavano a discutere animatamente con il conducente del trattore, fino a quando si vedeva Petullà Angelo salire sulla cabina ed aggredire fisicamente lo Spanò, rimasto a bordo del mezzo.

A quel punto Ladini Giuseppe e Valerioti Antonio uscivano dal cancello dell’abitazione e si avvicinavano ai soggetti coinvolti nella discussione, con cui si intrattenevano a parlare; dalla successiva conversazione ambientale captata presso l’abitazione del Ladini emergeva il disappunto del Ladini per la scelta dei Petullà di affrontare lo Spanò innanzi alla sua abitazione; dal tenore del discorso si desumeva che i Petullà avevano contestato allo Spanò di aver abbattuto alcuni alberi di faggio ai quali erano interessati, mentre lo Spanò rivendicava la legittimità del suo comportamento, sostenendo che il suocero si era regolarmente aggiudicato l’appalto per il taglio degli alberi in questione e precisando di avere preventivamente richiesto ed ottenuto il consenso del locale di ‘ndrangheta di Cinquefrondi, nonchè di avere puntualmente “pagato” il benestare concessogli dai cinquefrondesi.

Per il reato di estorsione aggravata Angelo Petullà è stato condannato ad anni sei e mesi quattro di reclusione mentre, come detto, è stato assolto dal reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Gli avvocati Napoli e Macrì, all’esito della lettura della sentenza, hanno chiesto l’attenuazione della massima misura cautelare con quella degli arresti domiciliari sul presupposto che la sentenza della Corte di Appello costituisce un elemento di novità, avendo assolto l’istante dal reato di 416 bis c.p., per il quale è prevista la presunzione assoluta dell’adeguatezza della custodia carceraria, ed essendo stato condannato per il solo reato di estorsione aggravata dall’art. 7 L. 203/91, per il quale la predetta presunzione non sussiste.

La Corte di Appello, nonostante il parere negativo della Procura Generale, ha ritenuto di accogliere l’istanza di sostituzione della misura cautelare adeguando la posizione di Raffaele Petullà a quella del cugino coimputato Angelo Petullà, anch’egli difeso dall’avvocato Napoli, già da tempo ai domiciliari.

l'obiettivo viene cambiato in corsa e uccide due persone che trova davanti

Attentato in sinagoga
E’ un solitario, viveva con sua madre, passava ore online e "incolpava gli altri per i suoi problemi". Ecco cosa dice il padre dell’attentatore antisemita.



Si chiama Stephan Balliet, ha 27 anni, antisemita e neo-nazista, l’uomo che ha ucciso due persone dopo aver fallito l’attacco a una sinagoga tedesca ad Halle in occasione dello Yom kippur, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione. In terra, cadaveri, a pagare la furia dell’assassino, sono rimasti due incolpevoli passanti, Jana Lange, appassionata musicofila di 40 anni, e Kevin S. un giovanissimo pittore decoratore ancora ventenne .

Tutto è accaduto nell’arco di dieci minuti : Balliet ha cercato a colpi di arma da fuoco di abbattere la porta blindata della sinagoga dove erano asserragliate quasi 80 persone ma alla fine ha dovuto rinunciare e ha indirizzato la sua crudele attenzione su Jana Lange, una passante che lo aveva appena rimproverato. Balliet l’ha uccisa senza pensarci due volte. E’ poi corso in un vicino negozio di kebab dove ha sparato al ventenne Kevin S. che stava facendo una pausa dal lavoro, visto che era impiegato come manovale in un cantiere lì vicino. 

I residenti di Halle hanno tenuto una fiaccolata seguita da una veglia a lume di candela questa sera mentre da un’opinione pubblica che si sente sempre più insicura ed esposta agli attacchi di ogni pazzo in circolazione, vengono sollevate pressanti domande su come Stephan Balliet, un uomo qualunque, sia riuscito a mettere insieme quasi nove chili di esplosivi “apparentemente fatti in casa”.

“Quello che abbiamo vissuto ieri è stato il terrore”, ha dichiarato il procuratore capo della Germania Peter Frank. “Il sospettato, Stephan B., mirava a compiere un massacro nella sinagoga di Halle e ci sarebbe riuscito se la porta blindata dell’edificio avesse ceduto.” Il sospettato, che ha trasmesso in streaming al sito Twitch di proprietà di Amazon tutto l’attacco, effettuato mentre si lamentava di ebrei e della loro presunta supremazia soprattutto in campo finanziario, “voleva creare un effetto onda utilizzando modalità simili a quelle di Brenton Tarrant in Nuova Zelanda”, cioè incoraggiare altri assassini a imitarlo, ha aggiunto il procuratore.

Intanto si scopre che il 27enne attentatore avrebbe pubblicato in rete un manifesto antisemita. Conferma arriva da Rita Katz di Site, il gruppo di monitoraggio del terrorismo su internet. Scrive la Kat: “Il documento pdf, che sembra essere il manifesto dell’attaccante di Halle, Stephan Balliet, è online. Mostra le immagini delle armi e delle munizioni che avrebbe usato e fa riferimento al suo live streaming. ‘Gli Stati hanno l’obiettivo di uccidere il maggior numero possibile di anti-bianchi, meglio se ebrei’. Questo documento, che sembra essere stato creato una settimana fa, il 1° ottobre, fornisce ancora più indicazioni sulla pianificazione e preparazione che Stephan Balliet ha messo in campo per il suo attacco”.

Questa sorta di “manifesto dell’assassino”, costituto di 11 pagine e scritto in inglese, come specificato anche dal quotidiano tedesco Die Welt, dichiara l’intenzione di attaccare la sinagoga di Halle proprio durante lo Yom Kippur. A pagina 9 gli obiettivi con una chiara specifica: “Don’t die”, “non morire”.

noi non siamo Charlie Hebdo e ne siamo orgogliosi

L’ATTENTATO IN CORSO AD HALLE, GERMANIA (Firmato Rita Katz)

Maurizio Blondet 9 Ottobre 2019 


Due i morti. E’ accaduto nella mattinata di mercoledì, proprio nel giorno in cui la comunità ebraica celebra lo Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. L’aggressore – riferisce un testimone – era vestito di verde, “da militare” con un “elmetto”, portava una maschera e ha sparato contro un negozio con un “mitra”.
(Gouverner par le Chaos)

Ricorda molto Charlie Hebdo: molto ben video-documentato da diversi punti di vista.. Terroristi con atteggiamento, tranquillità e vestiario da commandos addestrati. Perderanno la carta d’identità?




Il messaggio promozionale del SITE
Rita Katz offre il video fatto dallo stesso sparatore, 35 minuti. Pagate, tv e lo avrete. Ecco il messaggio promozionale:

Rita Katz
@Rita_Katz
BREAKING: 35-mins of head-mounted camera footage of #Halle #Germany shooting was posted on video game site, showing first-person footage of his ammo and the shooting similar to that of NZ attack. Shooter says in English prior to shooting: The “root of all problems are the Jews.
35 minuti di riprese da telecamera montata sulla testa di #Halle #Le riprese in Germania sono state pubblicate sul sito di videogiochi, mostrando filmati in prima persona delle sue munizioni e riprese simili a quelle dell’attacco della Nuova Zelanda. Lo sparatore dice in inglese prima di sparare: “La radice di tutti i problemi sono gli ebrei”.

Il video non è disponibile liberamente – dovete pagare per averlo e diffonderlo nei tg – Rita Katz.

Erdogan non ha mai combattuto l'Isis, tutt'altro

ERDOGAN: IL RICATTO DI UNO STATO TERRORISTA
Pubblicato 12/10/2019

DI ALBERTO NEGRI
Erdogan è amico dei terroristi e usa metodi terroristici. La minaccia del ricatto sui profughi nei confronti dell’Europa è un esempio lampante. i curdi che sono deboli combattono, noi, che siamo forti solo in apparenza, ci nascondiamo. Erdogan sa tutto questo e affonda il coltello nel ventre molle di un’Europa complice.. Qui non è solo Trump a fare figuracce

Quale è l’obiettivo di Erdogan in Siria? Più di uno. Il principale è portare a casa un successo di cui ha estremamente bisogno: mostrare ai turchi che lui è riuscito a conquistare un brandello di territorio siriano e a bastonare i curdi siriani, ritenuti da lui, e da una parte dell’opinione pubblica, dei “terroristi”. In realtà anche Erdogan è amico dei terroristi e usa metodi terroristici. La minaccia del ricatto sui profughi nei confronti dell’Europa è un esempio lampante.
A Erdogan serve una vittoria a spese dei curdi perché è in difficoltà: ha perso le elezioni municipali a Istanbul e Ankara, l’economia non va bene come una volta e con la sua politica estera ha portato a casa più sconfitte che successi.
In realtà la Turchia ha già subito nel quadrante arabo disfatte da cui non è ancora uscita. La maggiore è stata proprio in Siria dove Erdogan, insieme alle monarchie del Golfo e con l’approvazione occidentale, ha appoggiato i gruppi jihadisti per far fuori Assad. L’altra è stata la caduta dei Fratelli Musulmani del presidente Mohammed Morsi a opera del colpo di stato di Al Sisi nel 2013, una ferita lancinante. Qui Arabia Saudita ed Emirati, diventati avversari dei Fratelli Musulmani dopo averli usati per decenni, hanno sostenuto e continuano a finanziare Al Sisi in una convergenza di interessi tra l’America di Trump, Riad e Abu Dhabi, determinati a eliminare l’Islam politico ritenuto una minaccia alla stabilità delle monarchie assolute del Golfo.
La sconfitta in Siria è stata arginata dai rapporti con la Russia, con la quale Erdogan era stato sull’orlo della guerra dopo l’abbattimento nel novembre 2015 di un caccia Sukhoi. Ma anche dalle relazioni più intense intrattenute con la repubblica islamica sciita dell’Iran che ha combattuto a fianco di Assad e in Iraq insieme alle milizie sciite e agli Hezbollah libanesi.
Un paradosso: per frenare l’ascesa delle milizie curde schierate contro l’Isis, ritenute da Ankara strette alleate del Pkk, la Turchia, membro storico della Nato dal 1953, ha dovuto scendere a patti con Putin e con gli ayatollah. In poche parole Erdogan si è messo d’accordo con i suoi nemici e avversari che per altro continuano a diffidare di lui: Teheran e Mosca lo hanno ammonito sull’invasione del Rojava curdo, ora si aspettano da lui che liberi Idlib dai jihadisti e contribuisca a restituire questa città strategica al regime di Assad.
Erdogan agita due bandiere: quella dell’iper-nazionalismo turco e quella dell’Islam. La prima per lui è importante sul piano interno, la seconda anche sul piano internazionale per giustificare le sue ambizioni da Sultano del Medio Oriente.
Ma per ottenere questo obiettivo Erdogan si è alleato con i terroristi. Fu nel 2011, durante la rivolta contro Assad, che progettò di aprire l’”autostrada del Jihad” dalla Turchia alla Siria che portò migliaia di jihadisti ad affluire nel Levante arabo con gli effetti devastanti che conosciamo.
Tutto questo lo hanno scritto i giornalisti turchi, lo hanno visto i cronisti che hanno seguito sul campo le battaglie siriane e lo racconta anche in un’intervista in carcere a “Homeland Security” l’”ambasciatore” del Califfato Abu Mansour al Maghrabi, un ingegnere marocchino che arrivò in Siria del 2013. “Il mio lavoro era ricevere i foreign fighters in Turchia. C’erano degli accordi tra l’intelligence della Turchia e l’Isis. Mi incontravo direttamente con il Mit, i servizi di sicurezza turchi e i rappresentanti delle forze armate. La maggior parte delle riunioni si svolgevano in posti di frontiera, altre volte a Gaziantep o ad Ankara. Ma i loro agenti stavano anche con noi, dentro al Califfato”. Più chiaro di così.
Per questo Erdogan mente spudoratamente quando dice che vuole combattere l’Isis, non l’ha mai fatto in passato e non lo farà adesso: al massimo cambierà nome alle milizie jihadiste e le opporrà ai curdi, anzi lo sta già facendo adesso.
La verità è che la comunità internazionale è stata complice di Erdogan e adesso non è in grado di offrire una risposta credibile alla sua arroganza quando minaccia di mandare i profughi siriani in Europa: l’Unione europea lo paga e lui ci prende anche in giro, un pò come Bruxelles prendeva in giro la Turchia tenendola per anni nella sala d’aspetto dell’Unione.
Ieri ho incontrato una donna valorosa, Jomma Issa, comandante delle forze curde che hanno liberato Raqqa dai jihadisti dell’Isis e mi ha posto una domanda: “Noi curdi abbiamo combattuto contro i jihadisti insieme con gli Usa e la coalizione internazionale, dove è compresa l’Italia, è normale che adesso veniamo attaccati dalla Turchia che ha sostenuto lo Stato Islamico?”. No che non è normale: ma i curdi che sono deboli combattono, noi, che siamo forti solo in apparenza, ci nascondiamo. Erdogan sa tutto questo e affonda il coltello nel ventre molle dell’Europa. Qui non è solo Trump a fare figuracce.


Banca Etruria - era già scritto che la cassazione avrebbe annullato i sequestri. Il Sistema massonico mafioso politico non avrebbe mai permesso che suoi affiliati ci avrebbe rimesso qualcosa

Clamoroso in cassazione: annullati i sequestri ai big di Banca Etruria

Si dovrà ripartire da un nuovo verdetto del Tribunale del Riesame. Accolta la richiesta della procura generale
Ultimo aggiornamento il 11 ottobre 2019 alle 08:28

Proteste a Banca Etruria

Arezzo, 10 ottobre 2019 - Clamoroso in cassazione: la quinta sezione della suprema corte annulla con rinvio i sequestri nei confronti dei big di Banca Etruria. Si dovrà dunque ripartire dal tribunale del Riesame, cui spetterà di seguire il principio di dirittto dettato dai giudici del Palazzaccio. Quale lo si capirà solo nei prossimi giorni, con il deposito della motivazione, ma intanto resta il no al blocco dei beni. La sentenza, pronunciata nella notte, è stata resa nota stamattina.

Accolta dunque la richiesta della procura generale della cassazione che aveva sollecitato l'annullamento con rinvio all'l'esito della lunga giornata in cui in discussione presso la Suprema Corte c'era il decreto di sequestro con il quale alla gran parte dei vertici della fu Bpel (ma non a Giuseppe Fornasari, ex presidente, e Luca Bronchi, ex direttore generale, già giudicati con il rito abbreviato) erano stati bloccati beni, soprattutto immobili, per decine di milioni. A garanzia di un potenziale risarcimento danni, come da richiesta del liquidatore Giuseppe Santoni, per complessivi 116 milioni.

La decisione del tribunale che sta seguendo il maxi-processo per bancarotta, presieduto da Gianni Fruganti, era giunta alla fine di marzo, con i giudici che avevano riconosciuto l'esistenza del periculum in mora, ed era stata poi confermata, pochi giorni dopo, dal tribunale del Riesame guidato da Marco Cecchi. Per il Pm di Cassazione, una donna, è invece in discussione il periculum in mora e quindi il sequestro va annullato con rinvio ai giudici del Riesame perchè si pronuncino di nuovo, alla luce del principio di diritto che dovesse essere affermato dalla quinta sezione.

I difensori, fra gli aretini c'erano Corrado Brilli, Stefano Del Corto, Alessandro Liberatori e Gianfranco Ricci Albergotti, avevano chiesto invece l'annullamento senza rinvio, il che avrebbe significato evitare anche un nuovo passaggio al tribunale del Riesame. Inutile dire che l'avvocato del liquidatore, Giacomo Satta, aveva invece chiesto la conferma del sequestro.

Iran - continua la guerra sotterranea

IRAN. ESPLOSIONI SU UNA PETROLIERA: IL MINISTERO, ‘COLPITA DA MISSILI’

11 Ottobre 2019

(Foto: Ians).

Notizie Geopolitiche –

Potrebbe essere un nuovo episodio della “guerra delle petroliere” l’attacco subito oggi da un cargo iraniano della National Iranian Oil Company a 60 miglia nautiche al largo di Gedda. Da quanto ha comunicato il ministero del Petrolio dell’Iran la petroliera Sabita, carica di greggio, sarebbe stata centrata da due missili, mentre l’agenzia iraniana Nour News ha parlato genericamente di “esplosioni” le cui cause sarebbero al momento al vaglio dell’equipaggio, salvo al completo.
Incidenti ed attacchi alle petroliere si ripetono con una certa frequenza da maggio, quando due petroliere della Saudi Aramco, ormeggiate nei pressi degli Emirati Arabi Uniti, sono state attaccate da elementi sconosciuti, cosa di cui il presidente Usa Donald Trump ha accusato l’Iran. A metà giugno sono avvenuti attacchi a due petroliere, una giapponese ed una norvegese, sempre nei pressi dello Stretto di Hormuz: anche in questo caso il presidente Usa Donald Trump ha puntato il dito contro l’Iran, ma proprio quel giorno era in visita a Teheran il premier di Tokyo, Shinzo Abe, per cui difficilmente i pasdaran avrebbero minato una petroliera giapponese, carica di greggio diretto in Giappone, rischiando di mandare all’aria le relazioni con i due paesi.
Il 20 luglio, in una tensione crescente, gli iraniani hanno sequestrato una nave cargo britannica carica di greggio nei pressi dello Stretto di Hormuz, la Stena Impero, con a bordo 23 membri dell’equipaggio di cui nessuno inglese, in evidente ritorsione per la Grace 1 iraniana sequestrata agli inizi di luglio da parte della Marina britannica presso lo Stretto di Gibilterra su richiesta degli Usa in quanto diretta in Siria. Le due petroliere sono state in seguito rilasciate.

Energia pulita - la vera transizione sono i motori a idrogeno e non quelli elettrici

Perché all'Italia conviene "andare" a idrogeno

di Daniele Monaco
10 ottobre 2019

Snam propone un modello di sviluppo basato sull'idrogeno, che entro il 2050 potrebbe soddisfare fino a un quarto del fabbisogno energetico nazionale

Da sinistra, l’ambasciatore di Israele Dror Eydar, Giuseppe Conte e Marco Alverà, ad Snam

Il consumo di energia in Italia potrebbe essere soddisfatto dall’idrogeno quasi per un quarto entro il 2050, data ultima fissata dalla Commissione europea per un’economia a impatto zero sul clima in Europa. In uno scenario di futura decarbonizzazione al 95%, necessaria per non superare 1,5 gradi di aumento della temperatura indicata dagli accordi di Parigi, l’idrogeno potrebbe fornire fino al 23% del consumo totale di energia.

Lo dice uno studio Snam-McKinsey, presentato in occasione dell’evento The Hydrogen Challenge, dedicato alle potenzialità di questo elemento (il più diffuso nell’universo e presente nel 75% della materia) in Italia. L’incontro ha visto inoltre la firma di due accordi fra Snam con Israele e con il Consiglio nazionale delle ricerche, alla presenza del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il primo è un memorandum of understanding per la collaborazione con “aziende israeliane, in particolare start-up, nelle tecnologie innovative al servizio della green economy”. Il secondo punta a realizzare progetti e analisi comuni con il Cnr “per lo sviluppo dell’idrogeno e in generale dei gas rinnovabili e della mobilità sostenibile”, che riguardano anche Co2 e biometano.


Massimo Inguscio, Presidente @StampaCnr firma con Marco Alverà un accordo finalizzato a progettualità per lo sviluppo di #idrogeno, gas rinnovabili e #mobilitàsostenibile. #hychallenge

Le opportunità per l’Italia

Il valore dell’economia dell’idrogeno è destinato ad aumentare dagli attuali 100 miliardi di dollari l’anno a 2.500 miliardi nel 2050 a livello globale, secondo l’Hydrogen Council. In questo scenario l’Italia può essere un mercato attrattivo, secondo lo studio McKinsey, grazie alla presenza diffusa di energia rinnovabile e di una rete capillare per il trasporto di gas. L’idrogeno “verde”, infatti, viene generato tramite elettrolisi dell’acqua a partire da fonte energetica solare o eolica e quindi trasportato, immagazzinato e utilizzato come un gas.

Questa varietà rappresenta solo il 4/5% di quanto idrogeno viene oggi impiegato in totale, ma i suoi costi di produzione potranno scendere di oltre il 70% nei prossimi dieci anni, secondo uno studio di Bloomberg New Energy Finance. L’Italia, grazie all’abbondanza di rinnovabili e ai collegamenti con il Nord Africa, potrebbe quindi raggiungere il punto di pareggio con l’idrogeno “grigio” ben 5-10 anni prima rispetto ad altri paesi, tra cui la Germania, ottenendo un costo competitivo dell’idrogeno già entro il 2030.

Un dettaglio del sistema di trasporto dell’idrogeno per il rifornimento (Foto: Gianluca Dotti)

Il costo di stoccaggio è inoltre dieci volte inferiore rispetto alle batterie (circa 20 dollari a megawatt/ora contro 200 dollari/MWh). Un kg di questo gas alimenta un’automobile a cella combustibile per 130 chilometri, riscalda un’abitazione per due giorni e serve per produrre 9 kg di acciaio a partire dal ferro grezzo. Trasporto, riscaldamento, raffinazione industriale, siderurgia: sono alcuni settori in cui viene già impiegato l’idrogeno “grigio”, ricavato da gas naturale e con produzione di CO2, attraverso un processo di conversione termochimica. La tecnologia CCS di cattura e stoccaggio della CO2 consente poi di ottenere idrogeno “blu”, ossia decarbonizzato.

Nel 2019 sono state immatricolate in Italia 7 automobili a idrogeno e una nel 2018, secondo i dati Unrae. In totale, si tratta di 6 Toyota Mirai e due Hyundai Nexo, registrate fra Roma (6), Milano e Trento. Ma sarà tuttavia il trasporto pesante su lunga distanza a potersi avvantaggiare di questa energia pulita che non emette Co2. Secondo le stime, infatti, l’idrogeno raggiungerà la parità di costo totale con il diesel entro il 2030, anche senza incentivi di sistema.
La prima pasta all’idrogeno

Prima in Europa, Snam ha avviato in aprile la sperimentazione di una miscela di idrogeno al 5% e gas naturale (H2NG) nella rete di trasmissione servendo due aziende di Contursi (Salerno), un pastificio e un’azienda di imbottigliamento di acque minerali. Entro fine anno la sperimentazione verrà replicata, nel medesimo tratto di rete, portando al 10% il quantitativo di idrogeno nel mix fornito alle due imprese coinvolte. “Proprio le regioni del Sud Italia, dalla Campania alla Puglia alla Sicilia, ricche di energia rinnovabile, potrebbero favorire l’affermazione dell’idrogeno come nuovo vettore di energia pulita nonché nuove opportunità di sviluppo e occupazione”, ha detto Marco Alverà, amministratore delegato di Snam.

Marco Alverà, AD Snam: “L’#idrogeno può avere un ruolo importante nella decarbonizzazione e nella lotta ai #cambiamenticlimatici e occorre un impegno comune di tutti gli stakeholder per favorire il suo sviluppo su vasta scala. L’Italia può essere in prima fila. #hychallenge

Certo, è necessaria la verifica della compatibilità delle infrastrutture, ma anche solo un’immissione di idrogeno del 5% sul totale del gas trasportato da Snam sarebbe pari a 3,5 miliardi di metri cubi all’anno, l’equivalente dei consumi di 1,5 milioni di famiglie e consentirebbe di ridurre le emissioni di anidride carbonica di 2,5 milioni di tonnellate, pari all’inquinamento di tutte le auto di una città come Roma o della metà delle auto di una regione come la Campania. Questo genere di miscele, fino a una quota del 10-20%, è un altro potenziale ambito di sviluppo per il riscaldamento domestico, nel breve-medio termine.

Il progetto Snamtec è caratterizzato da 850 milioni di euro di investimenti in transizione energetica e innovazione che riguardano anche l’idrogeno. L’azienda, prima utility del gas in Europa, ha inoltre annunciato l’avvio del programma Snam plastic less, per eliminare l’utilizzo della plastica negli imballaggi industriali entro il 2023 ed eliminare dal 2020 la plastica monouso nei distributori di bevande in tutte le sedi aziendali. Infine, dopo aver avviato a maggio un comitato del cda dedicato ai temi ambientali, sociali e di governance (Esg), ha dato il via a un Osservatorio permanente per definire le best practice coinvolgendo altre società quotate italiane. In collaborazione con Luiss ha già svolto un’indagine campione su 20 gruppi europei sui temi Esg.

Stagnazione secolare - i guru si rendono conto che bisogna agire sul fronte della domanda e ci sono varie strade da poter intraprendere. Non sarà facile e indolore ci vorrà una forte spinta politica-popolare

Il fiato corto delle politiche monetarie di fronte alla recessione globale

A.De Nicola e B.Quattrocchi intervistano Christian Marazzi

L’ombra della recessione torna a minacciare l’economia globale: spuntate le armi con cui si è affrontata la crisi poco più di dieci anni fa, il dibattito attorno a nuove misure economiche può forse aprire inediti terreni di rivendicazione per le lotte sociali


Dopo poco più di dieci anni dalla crisi globale ritorna l’ombra della recessione. Se di nuova crisi, forse, si potrà parlare, non potrà che avere, ovviamente, altre caratteristiche. Sul piano dei mercati finanziari diversi indicatori sembrano annunciarla. Alcuni osservatori sembrano preoccuparsi dell’inversione della curva dei rendimenti tra titoli a breve e a medio lungo-periodo: un dato che segnala le aspettative negative degli operatori finanziari sul futuro dell’economia. Cosa ne pensi e cosa sta accadendo nei mercati finanziari?

La questione della recessione, della sua previsione, pone alcuni interrogativi che vanno al nocciolo di quanto sta accadendo. Teniamo conto che di forte rischio di recessione si parla già dalla fine dell’anno scorso. Si è concluso il 2018 con questo interrogativo: come andrà il futuro dell’economia? Soprattutto perché, a seguito dell’aumento dei tassi della FED, c’erano stati disordini nei mercati finanziari.

Anche per quanto riguarda la questione dell’inversione della curva dei rendimenti – che certamente, dal punto di vista storico, è un segnale premonitore dell’inizio di una recessione – non è in assoluto una novità, perché già mesi fa si andava in quella direzione. Il problema, casomai, è che adesso l’inversione delle curve dei rendimenti riguarda gli USA, mentre prima riguardava i paesi europei.

Più in generale, anche la possibilità stessa di fare previsioni lascia un po’ perplessi. Bisogna tener conto che l’economia americana da 122 mesi è in fase espansiva e credo che sia di nuovo corretto parlare di una sorta di “grande moderazione” – come quella che si era imposta prima del 2008.

Cosa vuol dire tutto questo? Che le fasi espansive sono più lunghe e che minore è la frequenza delle recessioni. Però, quando queste avvengono, sono molto violente. Dunque, se ci sarà una recessione nei prossimi mesi, sarà devastante.

Ci sembra che tu dica che quello che stiamo sperimentando è una modifica dei cicli brevi dell’economia. L’alternanza tra fasi espansive e fasi di contrazione è strutturalmente cambiata. Per quali ragioni a tuo avviso?

Sul perché le fasi espansive sono così lunghe rispetto alle recessioni, dopo la crisi del 2008, le spiegazioni sono diverse. In primo luogo, c’è una gestione delle scorte più efficiente rispetto al passato, poiché siamo in un regime basato sul just in time, con minori rischi di sovra-accumulo. Non dobbiamo dimenticare, neppure, che c’è stato un grande aumento del settore dei servizi in questi anni. Ad esempio, leggevo giorni fa del calo significativo della produzione del settore manifatturiero americano: nel passato, questo sarebbe stato la premonizione di un rallentamento, se non un’inversione della crescita dell’economia reale. Oggi, però, il manifatturiero in America conta per l’8% sul totale dell’economia. Basta che si fermi questo comparto per produrre un impatto generalizzato sulla crescita? Non ne sono così convinto. Altro discorso è per la Germania, dove se il settore automobilistico sta perdendo colpi, a causa di questa guerra commerciale dei dazi e della Brexit, le conseguenze possono essere molto più significative, rispetto a quanto avviene nell’economia statunitense.

A questi elementi dobbiamo aggiungere che in questi ultimi anni è consistentemente cambiata la politica monetaria: la reattività (in termini di politica dei tassi) delle banche centrali è abbastanza stupefacente. In pochissimo tempo, si è passati dal prevedere o addirittura tentare di aumentare i tassi di interesse, ad una riduzione degli stessi, tornando nuovamente su un territorio di Quantitative Easing. Questo ovviamente attenua molto – è una sorta di fine tuning dei banchieri centrali – l’inizio della recessione.

Tutto questo, just in time, peso dell’economia dei servizi e politiche monetarie, tendono a posticipare il rischio di recessione. Aggiungete, poi, che Trump non può permettersi, in questa congiuntura, di arrivare alle elezioni con una recessione in corso, dunque faranno di tutto per evitarlo.

Queste politiche monetarie “non convenzionali”, fortemente espansive, ad un tempo sembrano agire da stabilizzatore dell’economia, dall’altro, facendoci aiutare da Minsky, sembrerebbe essere ancora una volta in una fase segnata da una “stabilità de-stabilizzante”, con nuove contraddizioni pronte ad esplodere…

Abbiamo avuto politiche monetarie fortemente espansive, che hanno contribuito ad abbassare i rendimenti sui titoli pubblici. Abbiamo avuto tassi di inflazione praticamente sotto l’1% su scala mondiale, tranne che per alcuni paesi emergenti. Abbiamo avuto una volatilità di tipo politico, che si è riflessa sulle scelte degli investitori, che ha incentivato gli investimenti nei buoni del tesoro e, quindi, ha contribuito ulteriormente ad abbassare i rendimenti. Tutte queste cose, insieme, creano una situazione del tutto nuova. Siamo in un regime di tassi negativi: sono 13 mila miliardi, se non erro, i debiti sovrani mondiali con rendimenti negativi. Una cifra spaventosa, che ovviamente non fa altro che spingere per mantenere questo regime di politica monetaria espansiva.

Ad esempio, mi sembra, che da parte degli operatori finanziari ci sia una ricerca di investimenti in attivi nei paesi emergenti, che offrono rendimenti maggiori proprio perché i rischi sono più alti. Uno dei grandi problemi per i grandi gestori di fondi pensioni in questa fase è, ad esempio, riuscire a capire quali scelte compiere all’interno di questo regime segnato da rendimenti negativi. Sono chiamati a fare investimenti di lungo periodo per poter gestire l’erogazione di rendite (pensioni integrative ndr); ma in un regime con queste caratteristiche non è facile effettuare le loro scelte di portafoglio.

Questi sono nodi che vanno accumulandosi; problemi che vengono tenuti sotto al tappeto grazie alle politiche monetarie espansive.

Secondo alcune interpretazioni, le politiche monetarie espansive, sarebbero all’origine di una “bolla sui titoli di stato”, che a sua volta avrebbe favorito una sorta di traslazione dalla nozione di “trappola della liquidità” ad una “trappola del banchiere centrale”, intesa come l’impossibilità da parte delle banche centrali di uscire da programmi monetari espansivi. Cosa ne pensi?

Quella della “bolla sui titoli di stato” è, effettivamente, uno dei rischi più grossi, che potrebbe rappresentare per alcuni versi la novità rispetto alla precedente bolla dei sub prime del 2008.

Fin qui, abbiamo parlato di rendimenti negativi dei titoli pubblici, ossia di una situazione in cui a fronte di tassi di interesse reali negativi, i prezzi nominali dei titoli sono ovviamente aumentati. Se, in conseguenza di un accumulo di contraddizioni, questa “bolla” dovesse scoppiare, si genererebbe una perdita nei bilanci di molte imprese e, soprattutto, delle banche, che hanno in pancia una elevatissima quantità di buoni del tesoro.

Nella storia novecentesca del capitalismo abbiamo avuto tre forme prevalenti di indebitamento: il debito internazionale nei rapporti nord-sud, il debito pubblico della fase del keynesismo, come leva di crescita nel II dopoguerra, e poi, a partire dagli Ottanta, abbiamo conosciuto quella specie di “keynesismo finanziario”, ovvero di privatizzazione dei debiti, che ci ha condotto fino alla crisi del 2008.

Cosa potrebbe darsi oggi? Proprio una sorta di “privatizzazione del debito pubblico”, con le conseguenze di rischi di bolla, che paradossalmente, però, chiamerebbe ancora in causa presumibilmente altre politiche monetarie espansive, con il rischio di “trappola” a cui si faceva riferimento. È anche per queste ragioni che c’è forte allarmismo.

Un forte allarmismo che evidentemente investe l’imminente passaggio di consegne, interno alla BCE, tra Mario Draghi e Christine Lagarde…

Il passaggio tra Draghi e la Lagarde è molto più di un passaggio tra persona a persona. Non ho dubbi sul fatto che la Lagarde continuerà le politiche espansive di Draghi. Il punto non è quello. D’altro canto, la Lagarde l’ha detto chiaramente, anche ultimamente rivolgendosi al parlamento europeo (4 settembre 2019 ndr): stati membri, attivatevi sul piano delle politiche fiscali.

In realtà, l’impressione è che si abbia a che fare con la crisi del “doppio binario”, cioè con la caratteristica risposta che abbiamo visto a seguito della crisi del 2008: da una parte, le politiche di austerità, dall’altra, le politiche monetarie espansive. Dove, però, queste ultime non hanno affatto risolto i problemi aperti dalle politiche austeritarie.

Mentre le politiche fiscali restrittive miravano a ridurre il debito pubblico, si è avuto, nella realtà, una situazione di “stagnazione secolare”, come ha affermato Lawrence Henry Summers già a partire dal 2013. Le politiche monetarie espansive, invece, non hanno generato quel potere di acquisto che è necessario per uscire da una situazione di “stagnazione secolare”. Semmai, hanno accresciuto il debito, sia pubblico che privato, fino al punto che siamo con dei rendimenti negativi o vicini allo zero.

La politica monetaria espansiva ha comunque dato i suoi frutti, evitando il collasso dell’euro. Su questo non ci piove. Draghi sarà ricordato come quello che ha slavato l’euro, ma, d’altra parte, la situazione resta quella della “stagnazione secolare”
  • Sia perché i salari non sono aumentati, 
  • sia perché le politiche austeritarie hanno ridotto la spesa pubblica senza ridurre il debito.
La Lagarde punta a sollecitare gli stati membri a fare uno sforzo, in primis la Germania. La Germania è il paese che meno ha investito negli ultimi anni nel settore pubblico o nelle infrastrutture. Inoltre, non mi sembra che una timida ripresa dei salari in certi settori, come nel manifatturiero tedesco, sia sufficiente a compensare l’inattività sotto il profilo degli investimenti pubblici. Se non reinventi un welfare state, che crea domanda, non esci dai limiti delle politiche monetarie espansive.

Alcuni economisti hanno evidenziato quanto le politiche monetarie espansive abbiamo finito per accrescere le diseguaglianze, favorendo una redistribuzione verso l’alto. Come possiamo affrontare questo aspetto?

Intanto, non vedo un problema di diseguaglianze solo in senso aggregato. Uno degli effetti che è importante segnalare, è che le politiche monetarie espansive hanno creato una frattura generazionale, oltre che di classe.

In questi anni quelli che avevano un po’ di risparmio – i baby boomers ad esempio – ci hanno guadagnato, mentre a perderci sono state le coorti più giovani, fino ai millennials. Hanno perso coloro che hanno subito gli effetti del QE, in termini di aumento degli affitti, oltre che attraverso l’instabilità reddituale, salariale, ecc.

Tutto ciò introduce una contraddizione generazionale di cui bisogna tener conto. Anche perché ci aiuterebbe a capire alcuni fenomeni di tipo politico che passano sotto il nome di populismo. Qui c’è qualcosa di profondo che è successo in questi anni e che, però, si tende a sottovalutare.

Da una parte, gli effetti distributivi a cui facevamo riferimento, dall’altra, il problema che questa enorme liquidità creata dalle banche centrali “non percola” nell’economia reale. Sembra un problema che adesso, a modo loro, iniziano a porsi anche gli economisti del New consensus…

C’è un dato che in particolare mi stupisce, avendo sostenuto in passato questa misura: c’è come un ritorno di proposte, da parte di ex banchieri centrali, intorno all’idea dell’helicopter money, o se preferite, del QE for the people. Questa versione, se volete un po’ populista, del neoliberismo di Friedman. L’idea di base è quella di una distribuzione della liquidità direttamente ai cittadini europei. Penso, che questa idea presto ritornerà a circolare con forza e alcuni segnali sono già evidenti.

È un’idea che andrebbe forzata, portata oltre i propri limiti, oltre i confini in cui è stata pensata. Perché è qualcosa che ci riconduce all’idea di un reddito di base europeo, inteso come una variabile monetaria aggiuntiva, quale motore della crescita per l’uscita dalla “stagnazione secolare”. Non quella forma di “reddito di sudditanza” che è stato introdotto in Italia. Perché l’obiettivo di una tale misura non può, non deve essere raggruppare le prestazioni sociali esistenti, nei termini di una imposta negativa.

Si tratta, semmai, di pensare ad una misura di reddito primario aggiuntivo, ma dall’interno delle politiche di QE. Inoltre significa, evidentemente, parlare del capitalismo odierno, dove l’area della gratuità è cresciuta enormemente. Pensate ai big data o in generale al capitalismo delle piattaforme. L’area della gratuità si sta espandendo in modo vertiginoso. Anche questa questione dell’imposizione fiscale sulle imprese della Silicon Valley, ad esempio, va piegata sul terreno di un plus valore di vita, o di una plus vita sempre in attesa di riconoscimento. Qui, ci stanno sottraendo pezzi di vita che si mettono a lavoro nella produzione di dati. Tenere sullo sfondo la questione dell’uscita dalla gratuità diventa sempre più importante. Nella gratuità c’è una pluralità di soggetti: si va dal plusvalore assoluto, per i salariati con l’aumento della richiesta di lavoro oltre i limiti contrattuali, si passa per il crowd work, si arriva, di sicuro, alle donne che hanno una lunga esperienza di lavoro di cura gratuito. Questo ci consentirebbe di parlare nuovamente di reddito di cittadinanza in termini non astratti, senza cioè fare astrazione dai soggetti che questo reddito dovrebbero riceverlo.

Torniamo un attimo al discorso che facevi sul futuro delle politiche fiscali dei paesi europei. Da un lato, le dichiarazioni di Christine Lagarde, a cui facevamo riferimento. Dall’altro, il programma della presidentessa della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. Si tratta certamente di un dibattito interno al neoliberismo, ma ricorre un’insistenza sul ruolo degli investimenti pubblici, su un fantomatico new green deal, ecc… Come se fossimo in una sorta di “Interregno”, ancora al di qua, della creazione di un “nuovo motore della crescita” fondato sugli investimenti. Cosa ne pensi?

Insieme al QE for the people, il tema degli investimenti in questa fase è centrale. Credo, però, si debba riprendere il discorso su che tipo di investimenti. Sugli investimenti pubblici c’è una sorta di automatismo, un riflesso condizionato, che spinge verso le grandi opere. Davvero vogliamo investimenti di questo tipo?

Sono convinto che bisogna pensare, tenendo presente anche come è venuta configurandosi l’economia dei paesi a capitalismo avanzato, ad investimenti che insistono sui settori antropogenetici: 
  • il settore della cura, 
  • la cultura, 
  • la ricerca, 
  • l’educazione, 
  • la socialità, 
  • l’ambiente. 
Sono questi settori che dovrebbero essere destinatari di investimenti pubblici. Non certo le infrastrutture di fordiana memoria. Bisogna ritornare a dare parola al cognitariato e a tutti coloro che sono implicati in questi settori. Ci vuole, ovviamente, iniziativa politica, facendo riemergere i loro bisogni. Dar loro voce, in modo che sia una forma di richiamo e di pressione per i governi.

Ci sembra che quello che proponi, e su cui siamo d’accordo, è la progettazione di una iniziativa di mobilitazione che insista su questi “punti di rottura” interni al dibattito neoliberale….

Credo che dobbiamo ripensare a delle mobilitazioni alla luce di questa svolta. Qui siamo effettivamente ad una svolta, però le svolte non avvengono motu proprio. Ci sono sempre effetti di retroazione, di resistenza, per cui ci vogliono lotte e mobilitazioni che procurano uno schiarimento, che svelano un’intelligenza sugli investimenti che si vogliono fare. Rivendicare maggiore “cooperazione sociale” per uscire da questi anni di “stagnazione secolare”, che poi produce, come stiamo vedendo, un rischio di “populismo secolare”. Alla fine, gli effetti di queste politiche fiscali austeritarie sono di tipo reazionario: il rancore, l’odio per tutto ciò che viene additato come responsabile di questa situazione di impoverimento sociale.

Prima parlavamo del vertiginoso aumento delle diseguaglianze. Ridurle è sicuramente fondamentale, però non sarà così semplice. Proprio in questi giorni, curiosamente, il Financial Times sta calcolando i costi economici del programma del Labour Party. La domanda sottesa è: meglio la Brexit o i costi del programma del labour? Effettivamente, se ci pensate, uno dei primi punti del partito corbyniano è quello di spostare le shares dagli azionisti ai dipendenti delle grandi imprese, con un costo che raggiungerebbe livelli molto elevati. Noi siamo arrivati ad una tale drammaticità delle diseguaglianze, che qualsiasi politica volta a ridurle avrebbe dei costi altissimi. Non illudiamoci, quindi, che questo sarà attuato da un governo come quello appena insediato in Italia, o da un eventuale governo laburista inglese. Non pensiamo, cioè, che questo avvenga per così dire naturalmente. Tutti dicono che è logico redistribuire in questa fase, anche la destra lo sostiene, non c’è mica il primato della sinistra su questi temi. Non illudiamoci, però, che ciò possa avvenire se non con una grossa mobilitazione, con forme articolate di pressione sul terreno degli investimenti, del QE for the people, contro la gratuità, lottando per la libertà di movimento dei migranti. Ed è necessario che avvenga ad un livello che sia significativo, cioè quello europeo, perché ti voglio vedere a ridurre le diseguaglianze su un piano esclusivamente nazionale. In sostanza, serve un rilancio del quadro europeo delle lotte dentro questa ridefinizione di strategie monetarie, di tipo espansivo, collegate al rilancio degli investimenti.

venerdì 11 ottobre 2019

Il Messaggero diffonde fake news è nel suo dna

Oltre le fake news, ormai siamo alle comiche. Per il Messaggero i turchi in Siria “hanno sacrificato i loro soldati nella lotta all’Isis”


I giornali vanno male? Ecco cosa scrivono sul Medio Oriente.

Sul Messaggero leggo che i turchi “hanno sacrificato i loro soldati nella lotta all’Isis”: per la verità Erdogan ospitava i jihadisti e ha messo in carcere i giornalisti che documentavano le consegne di armi turche all’Isis. Sul Foglio si legge che dopo i curdi Trump potrebbe tradire Israele: Trump ha riconosciuto ufficialmente l’annessione del Golan siriano e Gerusalemme capitale. Ma che si vuole di più? Poi la stampa va male..

Alberto Negri

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Vi riproponiamo un articolo de l'AntiDiplomatico dell'aprile scorso su un'importante inchiesta giornalistica della rivista tedesca Der Spiegel, la quale, visionando centinaia di passaporti, ha fatto emergere il ruolo della Turchia come punto ideale di transito per i terroristi provenienti da decine di paesi. Ricordiamolo, forza. La Turchia fa parte della NATO.

L'inchiesta dei giornalisti della rivista tedesca 'Der Spiegel', Andreas Lünser e Christoph Reuter comincia in questo modo: "La Turchia era il paese di transito perfetto per i terroristi dello "Stato islamico" - questo è confermato dai passaporti che lo SPIEGEL è stato in grado di vedere. Che fine hanno fatto i proprietari dei passaporti non è chiaro."

Per i giornalisti "da dove provenivano le decine di migliaia di persone che hanno viaggiato nello "Stato islamico" dal 2013, è noto: da circa 100 stati, in particolare dal Medio Oriente, dal Nord Africa e dall'Europa. Ma il fatto che tutti hanno preso la stessa strada è stato dimostrato dalle dichiarazioni e dalla ricostruzione dei loro itinerari. Il collo di bottiglia globale è stato la Turchia."

Gli inviati raccontano che "per la prima volta hanno visto tutta una scatola piena di documenti ufficiali sul ruolo della Turchia: Più di 100 passaporti per i membri dell'ISIS provenienti da 21 paesi, i miliziani curdi li hanno sequestrati negli ultimi mesi. Compresi alcuni tedeschi, molti dall'Indonesia, dalla Russia, dalla Tunisia, ma anche da stati che non ti aspetti come Trinidad e Tobago, Sudafrica e Slovenia."

Nell'inchiesta emerge che "hanno tutti una cosa in comune: almeno un timbro di ingresso turco. A volte vengono registrate due o anche tre voci, dunque è appropriato dire che nei primi giorni fino al 2014, molti jihadisti arrivavano una prima volta nel regno terrorista per un soggiorno di prova.


Dopo due o tre mesi se ne andavano di nuovo per reclutare persone più disponibili al loro paese e tornavano di nuovo."

Turchia paese di transito perfetto 

Tra le altre cose, nel rapporto, emerge che "solo una cosa manca nei passaporti: un ultimo timbro di uscita.
Ufficialmente, i titolari del passaporto non lasciavano mai la Turchia, attraversarono il confine inizialmente mal protetto in Siria o furono introdotti dai contrabbandieri." Si aggiunge che "la Turchia era il paese di transito perfetto per passare inosservatamente da un'esistenza normale al "califfato" dell'ISIS: un paese turistico che non richiede il visto per molti stranieri e che sembra completamente insospettabile come destinazione turistica."

Per Lünser e Reuter, "Tuttavia, il fatto che il rapido afflusso di giovani soprattutto dalla Tunisia e da altri stati arabi non abbia reso sospette le autorità turche nemmeno nei mesi invernali è strano. Allo stesso modo, il piccolo aeroporto nella provincia meridionale di Hatay a partire dall'estate del 2012 deve essere stato usato come una sala VIP per i fanatici internazionali."

Nel reportage si sottolinea come i curdi nella Siria nordorientale non erano in errore nelle accuse contro l'arcinemico ad Ankara: "Fin dall'inizio, abbiamo detto all'opinione pubblica che il governo di Recep Tayyip Erdogan sta aiutando l'ISIS", citando il portavoce militare curdo Mustafa Bali. Il quale ricorda la diffusione dei i passaporti in un centro culturale a Qamishli: "A quel tempo nessuno voleva crederci, oggi abbiamo le prove", precisa il comandante curdo.
Su questo punto, aggiungiamo, che il governo siriano, da sempre, così come la Russia almeno fino al tentato colpo di stato contro Erdogan a luglio 2016, sostengono e hanno sostenuto il ruolo di complicità di Ankara con l'ISIS, in particolare sul commercio del petrolio di contrabbando.

Tutto questo è successo in un paese appartenente alla NATO. Giusto per ricordarlo...

Fonte: Der Spiegel

Notizia del: 11/10/2019

Milosevic un patriota accusato dai mass media servi delle peggiori nefandezze

Il discorso del premio Nobel Peter Handke al funerale di Slobodan Milosevic


Tratto dal sito del Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia proponiamo il discorso tenuto dallo scrittore Peter Handke, insignito del Premio Nobel per la Letteratura, al funerale di Slobodan Milosevic

Il discorso integrale dello scrittore austriaco sulla tomba di Milosevic

LIBERATION.FR : giovedì 4 maggio 2006 - 18:24

Il 18 marzo, Peter Handke si è recato al funerale di Slobodan Milosevic. Ecco la versione integrale del discorso che ha letto per l'occasione, e che ha in seguito inviato al giornale tedesco «Focus».
Le annotazioni tra parentesi sono sue.
«Avrei desiderato non essere l'unico scrittore qui, a Pozarevac.
Avrei desiderato essere al fianco di un altro scrittore, per esempio
Harold Pinter. Sarebbero state parole forti. Io non ho che parole di
debolezza. Ma la debolezza si impone oggi, in questo luogo. È un
giorno non solo per le parole forti, ma anche per parole di debolezza.
»(Ciò che segue è stato pronunciato in serbocroato - testo redatto da
me medesimo! - e ritradotto in seguito da me stesso in tedesco). Il
mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto sulla Jugoslavia,
sulla Serbia. Il mondo, quello che viene chiamato il mondo, sa tutto
su Slobodan Milosevic. Quello che viene chiamato il mondo sa la
verità. Ecco perchè quello che viene chiamato il mondo oggi è
assente, e non solamente oggi, e non solamente qui. Quello che viene
chiamato il mondo non è il mondo. Io so di non sapere. Io non so la
verità. Ma io guardo. Io ascolto. Io sento. Io mi ricordo. Io
interrogo. Per questo io oggi sono presente, con la Jugoslavia, con
Slobodan Milosevic». 

Con il suo discorso, Handke ha inviato a "Focus" un testo d'accompagnamento, che ha intitolato: "Le ragioni del mio viaggio a Pozarevac, in Serbia, sulla tomba di Slobodan Milosevic"

<< Contrariamente all' "opinione generale", di cui metto in dubbio il
carattere generale, non ho reagito "con soddisfazione" alla notizia
della morte di Slobodan Milosevic, essendosi peraltro verificato che
il tribunale ha lasciato morire il prigioniero imprigionato da cinque
anni in una prigione cosiddetta "a cinque stelle" (secondo i termini
usati dal giornale francese" Liberation"). Mancata assistenza a
persona in pericolo: non è un crimine? Riconosco di avere provato, la
sera che seguì la notizia della sua morte, qualcosa che somigliava a
dispiacere e che fece germinare in me, mentre andavo per piccole vie,
l'idea di accendere da qualche parte una candela per il morto.
E le cose sarebbero dovute restare là. Non avevo l'intenzione di
rendermi a Pozarevac per la sepoltura. Alcuni giorni più tardi, ho
ricevuto l'invito, non dal partito, ma da membri della famiglia, che
del resto assistettero in seguito, la maggiorparte, alla sepoltura,
contrariamente a ciò che è stato detto.
Ovviamente, questo mi ha indotto a fare il viaggio meno che le
reazioni dei mass media occidentali, completamente ostili a Milosevic
(ed ancora più ostili dopo la sua morte), come pure del portavoce del
tribunale e di questo o quello "storico".

È stato il linguaggio usato
da tutti loro che mi ha indotto a prendere la strada. No, Slobodan
Milosevic non era un "dittatore". No, Slobodan Milosevic non deve
essere qualificato come "macellaio di Belgrado". No, Slobodan
Milosevic non era un "apparatchik", né un "opportunista". No,
Slobodan Milosevic non era colpevole "senza alcun dubbio". No,
Slobodan Milosevic non era un "autistico" (quando del resto gli
autistici si opporranno a che la loro malattia sia utilizzata come un
insulto?) No, Slobodan Milosevic, con la sua morte nella sua cella di
Scheveningen, non "ci" ha (al tribunale) giocato "un tiro
mancino" (Carla del Ponte, procuratrice del tribunale penale
internazionale). No, Slobodan Milosevic, con la sua morte, non ci ha
"tagliato l'erba sotto i piedi" e non "ci" ha "spento la luce" (la
stessa). No, Slobodan Milosevic non si è sottratto "alla sua pena
irrefutable di prigione a vita".
Slobodan Milosevic non sfuggirà, in compenso, al verdetto degli
storici, termine di uno "storico": di nuovo, opinioni non soltanto
false ma indecenti. È questa lingua che mi ha indotto a tenere il mio
mini-discorso a Pozarevac - questa lingua in prima ed ultima istanza.
Ciò mi ha spinto a fare intendere un'altra lingua, non, l'altra
lingua, non per fedeltà verso Slobodan Milosevic, quanto verso
quest'altra lingua, questa lingua non giornalistica, non dominante.
Ascoltando l'uno o l'altro oratore che precedeva a Pozarevac,
quest'impulso, lo stesso: no, non bisogna parlare dopo questo deciso
generale, né dopo quest'altro membro del partito, che chiede
vendetta, i quali entrambi tentano di eccitare la folla, la quale
ovviamente, esclusi alcuni individui isolati che urlano con i lupi,
non si è lasciata in alcun modo trascinare ad una risposta collettiva
di odio o di rabbia: poiché si trattava di una folla di esseri in
lutto, profondamente e silenziosamente afflitti. Tale è stata la mia
impressione più duratura.
Ed è per questi esseri afflitti, contro le formule forti e vigorose,
che finisco lo stesso per aprire la bocca, come risaputo. A titolo di
membro di questa comunità in lutto. Reazione: Peter Handke la
"claque" ("Frankfurter Allgemeine Zeitung"). C'è linguaggio più
stravolto di questo? Una claque, che cos'è? Qualcuno che applaude per
denaro. E dove sono gli applausi? E non ho mai dichiarato neppure di
essere "felice" ("FAZ") presso il morto. E dove è il denaro? Ho
pagato io stesso il mio biglietto d'aereo ed il mio hotel.
Tuttavia, la necessità principale che mi ha spinto a recarmi sulla
sua tomba era quella di essere testimone. Né testimone a carico né
testimone a difesa. Ormai, non voler essere testimone a carico
significa essere testimone a difesa? "Senza alcuno dubbio", per
riprendere una delle espressioni principali del linguaggio dominante. >>